Echi della battaglia di Lepanto (1571) a Galatina e a Soleto

turchi a otranto

MAMMA LI TURCHI

Echi della battaglia di Lepanto (1571) a Galatina e a Soleto*

di Luigi Manni

 

Nel 1480, il turco Gedik Achmet, pascià di Valona, con la sua armata prese e saccheggiò Otranto, decapitando gran parte della popolazione e uccidendo in cattedrale, vestito dei paramenti vescovili, l’arcivescovo, il galatinese Stefano Agricoli, “vero” martire di Otranto[1]. Nel 1571, esattamente novant’anni dopo, il grido “mamma li turchi” – presago di nuovi lutti e nuove carneficine – lacerò le contrade di Terra d’Otranto.

Com’è noto, l’afflitta Christianità, da molti giorni prima dello scontro tra la santa Unione (la Lega cristiana) e l’inimico comune (i Turchi), avvenuto il 7 ottobre nelle vicinanze del porto fortificato turco di Lepanto, su invito del papa Pio V e dei vescovi delle varie diocesi, s’era raccolta in preghiera ad invocare la protezione della Vergine (e naturalmente un esito vittorioso) con il cosiddetto Officiolo della Madonna[2]. Questo l’editto del vescovo di Castro Luca Antonio Resta, vicario di Otranto, e la dichiarazione dell’arciprete di Galatina Giovan Pietro Marciano: Il di 14 d’ottob(re) 1571 il p(rese)nte Editto del R(everendissi)mo Mons(ign)or di Castro Vic(ari)o G(e)n(e)rale d’Otranto (assente l’arcivescovo Pietro Antonio de Capua) fu p(rese)ntato a me D. Giovan Pietro Marciano Arciprete di Sampietro Galatina, al q(ua)l io havendo in me ubidito da molti giorni et mesi, et conformatomi agli ordini di Sua Santità, al p(rese)nte m’offero di farlo osservare nella chiesa et clerici nostri, et q(ua)nto all’Officiolo della Madonna dai laici et da coloro che non sono obbligatj alla recitazione di detto officio[3]. Lo stesso giorno, il protopapas di Soleto Nicola Viva rilascia identica dichiarazione, ma aggiunge che nella terra de Solito no(n) ce siano pre(i)ti latini, no(n) monasterij et la matrice eccl(esi)a n(os)t(r)a con suj sacerdoti son tutti greci[4]. A Soleto, quindi, l’Officiolo della Madonna era recitato in greco.

Molto importante risulta, poi, la cronaca cinquecentesca del galatinese Pietro Antonio Foniati[5], che, pur necessitando di qualche emendamento, ci fa sapere che i galatinesi avevano la possibilità di seguire, passo dopo passo, tutta l’impresa di Lepanto: Don Giovanni d’Austria, fratello bastardo del Re (figlio naturale di CarloV e fratello di Filippo II), intrò in Napoli a 9 d’agusto 1571 a nezza ora de notte, con assai cavalieri, con gran pompa, et onore. Poi viene segnalato il passaggio della flotta cristiana nel mare Adriatico: L’armata de tutta la Cristianità, cioè del re Filippo, del papa e dei Venetiani, passò a 25 di settembre 1571 per Levanta da circa 232 galere. Lo generale era Don Giovanni d’Austria. Era nella galera de Don Giovanni uno stendardo datogl ida papa Pio V, il quale nella battaglia stette arborato (issato) et non ebbe una botta. Erano nelle galere nove galiazze, et venticinque navi portavano tutto lo fiore della cristianità.

Il giorno della vittoria della flotta cristiana contro i Turchi, non fu un giorno fausto per la chiesa collegiata di Galatina: Adì 7 ottobro fu domenica 1571, avendo ditto vespro li latini (cioè recitata l’ora canonica verso il tramonto), essendo li preiti alli pezzoli (seduti su dei sedili di pietra) della chiesa madre, cascò uno trono et gettò lo gallo; et ammazzato l’archipreite (notizia inesatta, perché Giovan Pietro Marciano avrà vita lunga) et entrò perfì mezzo alla chiesa.

Ricordiamo che il 14 ottore 1571, giorno delle dichiarazioni rese dagli arcipreti Marciano e Viva, non si sapeva ancora nulla sull’esito della battaglia, che sarà noto a Galatina il 20 ottobre 1571: Adì venti del ditto, fu sabbato, arrivò una galea che portava [nova de] una moltitudine de galere de l’inimico turco; portava nova (portava la notizia) come con la battaglia fatta a capo Ducato, l’altezza di Don Giovanni (d’Austria), con tutta l’armata Cristiana, prese 170 galere di nemici, con mortalità de trenta millia turchi, et prese assai vivi. L’Occiali (Occhiali Kilig Alì, ammiraglio dell’armata turca) fuggette con trenta galere. Delli nostri morsero (morirono) tre millia, et cinque millia vivi feriti. La guerra fu di matina, durò sei ore, furono presi due figlioli di Alì, generali de li Turchi, il quale fu ammazzato. Vivi furo liberati 12 millia schiavi cristiani. Questo successe adì 7 d’ottobre 1571. Dopo la vittoria della flotta cristiana, molti pittori rappresentarono la Vergine , dapprima chiamata Nostra Signora della Vittoria, festeggiata appunto il 7 ottobre, giorno della battaglia di Lepanto, poi come Madonna del Rosario, nella festa trasferita da Gregorio XIII alla prima domenica di ottobre.

Esemplare, in questo senso, per i richiami alla sconfitta inflitta ai Turchi dall’Europa cristiana, appare la bellissima cinquecentesca tela della Madonna del Rosario, custodita nella matrice di Soleto, che merita un esame dettagliato. La tela, la cui impostazione è ripresa da una stampa dell’incisore lorenese Nicolas Beatrizet, è stata realizzata a mio avviso, tenendo conto anche delle biografie dei personaggi rappresentati, tra il 1572 e il 1576 e si pone, nella storia dell’iconografia rosariana, tra le prime manifestazioni dell’arte pugliese, collocabile “nell’ambito del tardo manierismo meridionale di fine secolo”[6]. Attribuita al noto pittore galatinese Lavinio Zappa, e non Zoppo[7], tra la sequela dei quindici Misteri che affianca i margini superiori, presenta in alto, circondata da angeli che offrono rose e altri musicanti con viole e liuti, una Vergine coronata e il Bambino mentre distribuiscono i rosari a S. Domenico e a S. Caterina da Siena. In basso a sinistra sono raffigurati i protagonisti e i personaggi legati alla vittoria di Lepanto: in primo piano il re di Spagna Filippo II, affiancato dal papa Pio V, con alle spalle il cardinale Borromeo; verso l’alto l’arciprete NicolaViva; l’arcivescovo di Otranto Pietro Antonio de Capua e, con il berretto rosso di doctorparisiensis, il filosofo, matematico, medico e astrologo soletano Matteo Tafuri, forse committente dell’opera. A destra, sotto l’immagine di S. Caterina, figura probabilmente Eleonora, sorella di Carlo V e, affiancata, sicuramente la regina Anna d’Austria, che indossano la caratteristica gorgiera rigida “a lattuga”. In basso, una giovane schiava turca mostra il rosario e il Vangelo. La schiava, iconologicamente inserita in un contesto di trionfo della cristianità, rappresenta in maniera emblematica l’immagine dell’infedele sottratta ab infami sectamaumethana e recuperata ad fidemnostramsacrosantamcatholicamromanam[8]. Insomma una schiava liberata e convertita.

Filippo II, tre volte vedovo, poco prima della rappresentazione della tela del Rosario, aveva sposato la nipote Anna d’Austria, segnando così l’inizio dei matrimoni endogamici, che portarono alla fine della casa d’Austria, per via dell’eccessiva consanguineità; Eleonora fu regina due volte, di Portogallo e di Francia; Pio V (Michele Ghislieri) e Carlo Borromeo diventeranno santi; Nicola Viva, penultimo arciprete di rito greco di Soleto, oscuro delatore del concittadino Matteo Tafuri, in punto di morte raccomanderà l’anima sua alla maestà de Iddio, lo quale abbia misericordia de quella; l’arcivescovo di Otranto Pietro Antonio de Capua era stato inquisito dal Tribunale dell’Inquisizione e stessa sorte aveva subito l’eretico Matteo Tafuri, che fu “carcerato et confinato in Roma et tormentato per herisia mesi quindecimortalemente”. Tanti personaggi così diversi, inconciliabili tra loro, ma tutti inginocchiati ad implorare la Vergine. Sic transit gloria mundi.

 

[1] G. VALLONE, Mito e verità di Stefano Agricoli arcivescovo e martire di Otranto (1480), in “ArchivumHistoriae”, 29, Romae 1991, app. III, p. 308.

[2] ADO (Archivio Diocesano di Otranto), Fondo atti visita di Pietro Antonio de Capua, 1567, c. 18 r.

[3]Ibidem.Per l’arciprete di Galatina, cfr. V. LIGORI, Famiglie e parentele nei registri parrocchiali galatinesi delCinquecento, in “BSTO” (Bollettino Storico di Terra d’Otranto), 7-1997, p. 68 e nt. 22, 113.

[4] Ibidem. Per l’arciprete di rito greco di Soleto, cfr. L. MANNI, Tracce testamentarie e biografiche di Nicola Viva eAntonio Arcudi, ultimi arcipreti greci di Soleto, in “BSTO”, 14-2005. Pp. 52-61.

[5]   F. GIOVANNI VACCA, Un’inedita cronaca galatinese del Cinquecento, in “Urbs Galatina”, n. u., (a cura dell’Amministrazione Comunale di Galatina), Galatina 1992, pp. 22-4.

[6]Per tela, cfr. L. MANNI, La chiesa Maria SS. Assunta di Soleto, in (a cura di P. ROSSETTI), Maria SS.ma Assunta Soleto, Galatina 2011, pp. 81-3; sulla stampa del Beatrizet, cfr. (a cura di C. GELAO), Confraternite arte e devozione in Pugliadal Quattrocento al Settecento, Napoli 1994, pp.222-4, 239-40.

[7]   Cfr., sull’argomento, L. MANNI, Lavinio Zappa, Matteo Tafuri e la tela del Rosario, in (dello stesso autore), Dallaguglia di Raimondello alla magia di messer Matteo, Galatina 1997, pp. 120-2.

[8]   La citazione è tratta da APS (Archivio Parrocchiale di Soleto), Liber mortuorum, atto del 13 ottobre 1725, in cui risulta sepolto nella matrice il corpo di un tal Sthephanus, uno schiavo ottomano catturato e poi venduto a Soleto tra il 1670 e il 1680, per il quale cfr. L. MANNI, Sthephanus(1650-1725): uno schiavo turco ottomano etc., in “Lu Cutrubbu”, 1990, pp. 61-2.

 

* pubblicato su Il filo di Aracne

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tommaso Cavazza (1540-1611) alchimista di Galatina

La pietra filosofale quintessenza della chiave del sapere

INEDITI SU GIOVAN TOMMASO CAVAZZA (1540-1611) ALCHIMISTA DI GALATINA

Circolazione in area meridionale di scritti alchemici del ‘500

"L’Alchimista" di David Teniers il Giovane (1610-1690)
“L’Alchimista” di David Teniers il Giovane (1610-1690)

 

di Luigi Manni

Il beneventano Nicolò Franco, finito sulla forca dell’Inquisizione l’11 marzo 1570, durante il processo accusò Girolamo Santacroce, suo avversario, di aver conosciuto il “mago di Soleto”, l’astrologo Matteo Tafuri (1492-post 1584), in quel periodo processato per eresia e incarcerato nelle galere romane della Santa Inquisizione. Il Santacroce, su chi poteva aver notizia della scarsa religiosità del Tafuri, indicò, tra gli altri, “don Gio. Thomaso Caruso de Taranto”, poi, una seconda volta, come “Capato de Taranto”, che altri non è che il galatinese Giovan Tommaso Cavazza, “scholaro” appunto del Tafuri.

La certezza della patria tarantina ci viene da due inediti rogiti nei quali Joanne Tomasio Cavazzade civitete Tarenti era ad presens (1594) comorante (abitante) dicte terre Sancti Petri (Galatina). Giovan Tommaso ha due fratelli, Donato Antonio, sinora sconosciuto, e Mario, sposato nel 1560 con Giovanna, figlia naturale del duca Castriota Scanderbeg. La madre Joannella Galiota (Giovanna Galeota), nel 1595 risulta vidua relicta quondam magnifici domini Caroli Cavazza (vedova di Carlo Cavazza, padre del nostro). Dal testamento di Mario, sappiamo che i fratelli ereditarono tutti i suoi beni mobili, stabili, oro e argento.

Ora, oltre le date 1568 e 1570, da me individuate, che testimoniano la presenza a Galatina di Giovan Tommaso, disponiamo di un profilo del Cavazza, o Cabazio, curato nel 1679 dal domenicano galatinese Alessandro Tommaso Arcudi nella sua Galatina Letterata,da recepire, in qualche caso, con le dovute cautele, se non la si libera da tare e invenzioni.

Firenze, Palazzo vecchio, Francesco I nel suo studio di alchimia (Stradano, 1570)
Firenze, Palazzo vecchio, Francesco I nel suo studio di alchimia (Stradano, 1570)

Giovan Tommaso Cavazza, dottissimo nella lingua greca, ebrea e latina, non ebbe “eguali nella teologia, filosofia, matematica, cosmografia, astrologia, alchimia, retorica, poetica, come appare dalle tante opre, che scrisse in queste materia”. L’Arcudi lamentava la dispersione delle sue opere: “La maggior parte delle fatighe di questo ingegno grande l’ho andato io raccogliendo manuscritte, eziandio i medesimi originali, benché alcune con mio rammarico le ritrovai poscia consumate da vermi e dall’acqua, che distillava sopra per negligenza ed ignoranza de’ miei domestici”. Il domenicano afferma che il Cavazza aveva “non poca cognizione della magia naturale e fece prove mirabili di chimica, investigatore acuto de’ profondi secreti della natura”. Pensava di “mandar alla luce le sue dotte e degne fatighe, ma cedendo in quella deliberazione troppo tarda alla comune nemica, nel 1611 terminò settant’uno anno di vita”. Il poeta Silvio Arcudi invitò tutti quanti a leggere “del gran Cavazza i dotti fogli”.

Tra i tanti scritti Del Cavazza, ci è rimasta, in volgare, un’opera alchemica intitolata Della pietra filosofale, overo della quinta essenza, che oggi sappiamo conservata nella Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli. Il trattato, incompleto, inserito in un codice miscellaneo già noto agli studiosi, ci riporta direttamente agli ambienti dei neoplatonici salentini, raccolti intorno al “protosavio del mondo”, il “philosopho, matematico et medico” soletano Matteo Tafuri. Ed è proprio dal Tafuri che Giovan Tommaso, suo allievo, trasse la linfa vitale per gli esperimenti alchemici di trasmutazione, condensati appunto nel suo Della pietra filosofale, nel quale è citato ripetutamente un altro allievo di messer Matteo Tafuro, il matematico galatinese Giovan Paolo Vernaleone (1527-1602), la cui specifica fama come alchimista è ricordata nella Operatie elixirisphilosophici, un manoscritto polacco attribuito all’alchimista Michele Sendivogio, in cui è citato “un gran’uomo di Napoli”, tal Wernalcon, corruzione di Vernaleone, che avrebbe compiuto a Roma un tentativo mal riuscito di trasmutazione. Ma il Vernaleone fu attivo principalmente nella Napoli tardo-rinascimentale.

Come argomenta Massimo Marra, tutto il trattatello alchemico del Cavazza appare debitore degli scritti dell’alchimista friulano Giulio Camillo (1485-1544), soprattutto il De Transmutazione e l’Interpretazione dell’Arca del Patto. Il galatinese, attingendo come fonti Omero e Virgilio, “utilizza ripetutamente l’ermeneutica alchemica di miti classici”. Tutto ciò testimonia, da una parte, la circolazione in aree meridionali degli scritti camilliani e, dall’altra, come rovescio della stessa medaglia, la produzione e la circolazione di trattati meridionali come quello del Cavazza, che risulta una miscellanea di alchimisti di area meridionale. Viene ribaltata così la convinzione che in Italia l’alchimia fosse un fenomeno essenzialmente settentrionale.

Cavazza esordisce nella sua opera dissertando su un concetto base della dottrina ermetica, cioè sull’Anima del mondo, dalla quale uno spirito vitale, “prodotto come un suo lume, un fiato, uno spirito, un vehicolo di lei”, si congiunge con il “corpo mondano”. La sua speculazione filosofica conclude che da questo “generativo spirito di tutte le cose, et che da questo celeste spirito habbia origine l’essere, la vita et la generazione di tutte quelle (parti dell’Universo)”, per cui “gli elementi, le pietre, l’herbe, le piante e gli animali per quello (spirito) sono, vivono et si generano”. L’alchimista, nella solitudine e segretezza della sperimentazione, agendo “sotto certe costellazioni”, aveva il compito di portare al di fuori della materialità delle cose mondane, “le virtù di questo mondano spirito (…) in tutte le parti del mondo diffuso et nascosto”. Gli obiettivi erano nobili e alti, forse troppo alti: la ricerca della quintessenza della vita, della pietra filosofale, della trasmutazione di un elemento in un altro, della possibilità di trasformare la materia e lo spirito.

(E’ utile consultare: L. MANNI, La guglia, l’astrologo, la macàra, Galatina 2004, pp. 114-8; G. VALLONE, Restauri salentini, in “Bollettino Storico di Terra D’Otranto, 1 (1991), p. 158; A. T. ARCUDI, Galatina Letterata (a cura di G. L. DI MITRI e G. MANNA), Aradeo (Le) 1993, pp. 47-54; M. MARRA, Il discorso sopra il lapis philosophorum del signore Giovan Thomaso Cavazza, in Alchimia (a cura di A. DE PASCALIS e M. MARRA), “Quaderni di Airesis”, Milano 2007, pp. 213-54).

 

 

Ebrei nel Salento sotto i Del Balzo Orsini

ANTIGIUDAISMO SOTTO I DEL BALZO ORSINI

(1385 – 1463)

A GALATINA E A SOLETO

 

di Luigi Manni

 

A margine delle giornate della memoria celebrate in Puglia per ricordare la vergogna della Shoah, l’olocausto degli ebrei avvenuto durante il secondo conflitto mondiale, segnalo alcuni episodi di antisemitismo alimentati a Galatina e a Soleto, ma anche in altri centri, da Raimondello del Balzo Orsini (1350/55-1406), sua moglie Maria d’Enghien (1367-1446) e il figlio Giovanni Antonio (1401-1463).

Nel Quattrocento gli ebrei di Galatina erano probabilmente concentrati in Via Marcantonio Zimara, come segnala il TETRAGRAMMATON (per gli ebrei, l’impronunciabile quadrilittero nome di Dio, JHWH) inciso sulla finestra nella corte del civico 10. Quelli di Soleto erano chiusi nel ghetto di Rua Catalana.

La loro ricchezza derivava dalle attività della concia, della lavorazione delle pelli, della tintoria. Lavori altamente inquinanti e dannosi per la salute, svolti dai “diversi” del tempo, gli ebrei, gli albanesi, i levantini, così come oggi le mansioni più umili, le “più sporche”, dagli extracomunitari, rom e badanti, i “diversi” dei nostri giorni.

Tuttavia, gli ebrei della Contea di Soleto, sotto la signoria dei del Balzo, erano riusciti, grazie alla concessione di numerosi privilegi, in particolare quelli relativi al prestito di denaro, a rafforzare il loro ruolo all’interno di una comunità, quella galatinese e soletana, completamente in mano al ceto clericale italogreco.

I del Balzo, all’inizio, almeno sino agli anni Trenta del Quattrocento, ebbero grande stima degli ebrei, dimostrata nei continui rapporti con la comunità

LAVORARE ALL’INFERNO. I dannati nel Giudizio universale affrescato nella chiesa di Santo Stefano di Soleto

soleto

 

di Luigi Manni

 

 

La chiesa di Santo Stefano (XIV-XV sec.) sorge nel centro di Soleto, capoluogo in epoca angioina della contea di Raimondo del Balzo de Courthezon, poi di Nicola Orsini e, fino al 1406, di Raimondello Orsini del Balzo. La contea era unitariamente circoscritta, con i corpi feudali di Soleto, Galatina, Sternatia e Zollino, in una vasta coinè grecanica alloglotta di tradizione bizantina, oggi ridotta ad un’enclave conosciuta come Grecìa Salentina, situata a sud di Lecce, nel cuore del Salento.

Lo scenario artistico del distretto comitale era stato profondamente influenzato dal grandioso cantiere tardogotico di Santa Caterina di Galatina e dal tempietto stefaniano soletano, entrambi allestiti dal conte-principe Raimondello sul finire del Trecento.

Di grande interesse risultano gli affreschi che coprono interamente le pareti della chiesa. Nella prima fase il pittore del Trecento – chiamiamolo così essendo anonimi i frescanti -, riconducibile ad una bottega di artisti locali, epigoni dei noti pittori soletani Nicola e il figlio Demetrio, confermò la tradizione pittorica bizantineggiante di Soleto, soprattutto nel catino absidale, in cui è raffigurato, al centro, il Cristo Sapienza e Verbo di Dio e in altri cartoni campiti sulla fascia inferiore delle pareti. Quest’ultimi, intorno al 1420, probabilmente su commissione della contessa-regina Maria d’Enghien, già vedova di Raimondello e poi di re Ladislao, furono integrati da una nuova teoria di santi stanti, vere colonne della chiesa. Dieci anni dopo, ma entro il 1430, sui registri superiori, privi di immagini, vennero allestiti il Ciclo cristologico (parete settentrionale); l’Ascensione e la Visione dei profeti (parete absidale); la Vita e martirio di Santo Stefano (parete meridionale).

Ma è soprattutto il Giudizio universale, affrescato sul muro di controfacciata, ad attirare la nostra attenzione, in particolare i dannati dell’Inferno che affollano le bolge infernali e che diavoli mostruosi, tenendoli sulle spalle, accompagnano in un macabro corteo fino a gettarli nelle voragini infuocate. Sono rappresentati nudi, senza capelli e in maniera anonima e seriale. E’ evidente che all’ideatore del Giudizio universale non interessava la resa fisionomica dei peccatori, quanto la rappresentazione dei loro peccati.

soleto

Tra gli eresiarchi e i dormiglioni della domenica figurano, quindi, alcuni lavoratori riconoscibili dalle didascalie greche che li accompagnano e dagli arnesi del loro mestiere, evidenziati in primo piano. Tutti sono condannati per l’uso illecito e fraudolento delle loro attività: così il taverniere, con la brocca di vino in mano, per aver frodato sulla qualità del vino; l’usuraio, rappresentato con la borsa dei denari, per i facili guadagni ottenuti con la pratica feneratizia; il macellaio, con la bilancia falsa, strumento della sua frode; il giudice, per le sue sentenze inique; il sarto, identificato dalle forbici, per aver ingannato i clienti sulla qualità dei tessuti. Maria d’Enghien, minacciando pene severe, li diffidava dal “vendere per ragusini, panni vicentini o veneziani o veronesi”.

E poi ancora lo zappatore, che spesso ingannava i proprietari terrieri rubando i prodotti della campagna o spostando i confini durante la zappatura; il muratore, che a volte lucrava sui materiali e sulle prestazioni professionali ed altri peccatori condannati per furto e frode.

Si ha l’impressione, tuttavia che il Giudizio universale di Soleto non sia stato propriamente giusto nella distribuzione del premio e del castigo. Tra le fiamme dell’Inferno, infatti, non troveremo nessun chierico, monaco, vescovo, cardinale, papa, re o regina pur presenti in altri Giudizi universali (per esempio quelli di Giotto o del Beato Angelico), ma solo artigiani, contadini, funzionari, colpevoli dell’uso fraudolento del loro mestiere e condannati, per usare una felice espressione di Chiara Frugoni, per sempre, “a lavorare all’inferno”.

Chi sono gli altri artigiani divorati dalle fiamme nell’Inferno di Soleto? Per saperlo, o ci si reca personalmente nella graziosa chiesetta soletana, o ci si affida, se mi si passa la pubblicità affatto occulta, all’ultimo mio lavoro sull’argomento, il volume La chiesa di Santo Stefano di Soleto, per conto di Congedo Editore di Galatina. Buona lettura.

 

NdR: pubblicato su Il Filo di Aracne, la cui direzione si ringrazia per averne permesso la pubblicazione

Ebrei nel Salento sotto i Del Balzo Orsini

ANTIGIUDAISMO SOTTO I DEL BALZO ORSINI

(1385 – 1463)

A GALATINA E A SOLETO

 

di Luigi Manni

 

A margine delle giornate della memoria celebrate in Puglia per ricordare la vergogna della Shoah, l’olocausto degli ebrei avvenuto durante il secondo conflitto mondiale, segnalo alcuni episodi di antisemitismo alimentati a Galatina e a Soleto, ma anche in altri centri, da Raimondello del Balzo Orsini (1350/55-1406), sua moglie Maria d’Enghien (1367-1446) e il figlio Giovanni Antonio (1401-1463).

Nel Quattrocento gli ebrei di Galatina erano probabilmente concentrati in Via Marcantonio Zimara, come segnala il TETRAGRAMMATON (per gli ebrei, l’impronunciabile quadrilittero nome di Dio, JHWH) inciso sulla finestra nella corte del civico 10. Quelli di Soleto erano chiusi nel ghetto di Rua Catalana.

La loro ricchezza derivava dalle attività della concia, della lavorazione delle pelli, della tintoria. Lavori altamente inquinanti e dannosi per la salute, svolti dai “diversi” del tempo, gli ebrei, gli albanesi, i levantini, così come oggi le mansioni più umili, le “più sporche”, dagli extracomunitari, rom e badanti, i “diversi” dei nostri giorni.

Tuttavia, gli ebrei della Contea di Soleto, sotto la signoria dei del Balzo, erano riusciti, grazie alla concessione di numerosi privilegi, in particolare quelli relativi al prestito di denaro, a rafforzare il loro ruolo all’interno di una comunità, quella galatinese e soletana, completamente in mano al ceto clericale italogreco.

I del Balzo, all’inizio, almeno sino agli anni Trenta del Quattrocento, ebbero grande stima degli ebrei, dimostrata nei continui rapporti con la comunità

Santo Stefano in Soleto, gioiello dell’arte romanico-gotica

 

LA CHIESA DI SANTO STEFANO DI SOLETO

 

di Tommaso Manzillo

La chiesa di Santo Stefano in Soleto è uno dei tanti e, forse, troppi esempi dell’incuria dell’uomo e, in particolare, di tutti quelli che, negli ultimi tempi, si stanno sprecando per divulgare il “Grande Salento”, ma, a volte, perdendo di vista quelle che sono le vere priorità di questa terra. Allora, dovremmo meglio occuparci dei nostri tesori, di quel patrimonio artistico, storico e culturale, come la chiesa di Santo Stefano in Soleto, ma non è la sola, vero gioiello dell’arte romanico-gotica, incastonato nel centro storico di una cittadina di appena seimila anime, nel mezzo dei suoi vicoli e strettoie. Così come di questa opera d’arte si è occupato Luigi Manni, con la cura epigrafica di Francesco G. Giannachi, nel volume “La chiesa di Santo Stefano di Soleto”, edizione Mario Congedo, Galatina, 2010, pagine 168, € 18,00, presentato il 7 ottobre presso la chiesa matrice, “Maria SS.ma Assunta”, in Soleto, alla presenza del sindaco, dott. Elio Serra, del prof. Giancarlo Vallone, ordinario presso l’Università del Salento e del direttore dello stabilimento Colacem di Galatina, dott. Vincenti, stessa azienda che ha patrocinato il lavoro di Manni, insieme all’amministrazione comunale soletana e alla provincia di Lecce.

L’autore, nel primo capitolo (anche se il testo non è classificato in tal modo), “L’arciprete Giorgio, il conte Raimondello e l’arcivescovo Gugliemo”, si impegna in una ricostruzione storica della chiesa e, di conseguenza, dell’era orsiniana. Il principe di Taranto, Raimondello Orsini Del Balzo, succeduto al padre nel 1399, come figlio cadetto (forse perché il fratello Roberto era già

Un libro su Sogliano Cavour

di Paolo Vincenti

E’ stato pubblicato “ Sogliano Cavour: tra Medioevo ed Età moderna”, a cura del Centro Regionale Servizi educativi e culturali della Regione Puglia (Crsec), distretto di Galatina, in collaborazione con il Comune di Sogliano Cavour. Il volume vede la partecipazione di alcuni importanti studiosi, fra i quali Don Giuseppe Palamà, compianto parroco di Sogliano, scomparso qualche mese fa (Ricordo di Don Giuseppe Palamà sul Tacco n°13 -Marzo).

“L’obbiettivo dell’opera”, dice la dott.ssa Maria Francesca Natolo, direttrice del Crsec di Galatina, “è quello di ricostruire in maniera precisa e dettagliata la storia sacra e civile di Sogliano Cavour, avvalendosi della collaborazione di esperti e studiosi di storia patria”. Ecco allora che Luigi Manni si occupa della storia antica di Sogliano nel suo saggio: “Sogliano: un po’ di storia, le chiese, il centro antico, le famiglie”. Il II capitolo è a cura di Antonio

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