Notizie inedite su Matteo Tafuri (1492-1584). Nuove rivelazioni da un manoscritto seicentesco

M. Toma, Matteo Tafuri. Olio su tavola. Proprietà L. Galante
M. Toma, Matteo Tafuri. Olio su tavola.
Proprietà L. Galante

 

di Luigi Galante*

In una pagina famosa della sua Galatina letterata, pubblicata nel 1709, Alessandro Tommaso Arcudi dà una notizia, e tutti la ricordiamo, su Matteo Tafuri; ed è una notizia tanto celebre, quanto, come sempre per il Tafuri, controversa. Cosa scrive Arcudi? Egli ricorda “Conservavasi nella mia casa (degli Arcudi) la sua (di Gio. Tommaso Cavazza) Calvarie; insieme con quella del tanto nominato, e famoso al mondo Matteo Tafuro di Soleto, ma nell’anno 1672 a tempo ch’io facevo l’anno del noviziato, la vedova mia madre per alcuni timori e scrupoli feminili, fecele ambedue secretamente gettare nel publico cimiterio: non sapendo di che grand’uomini erano quelle, e di che bella memoria alla nostra casa”[1].

Molti studiosi si sono interrogati sul significato di questa ambigua parola: ‘calvarie’, perché quello che sembra il significato del termine più vicino al tempo in cui Arcudi viveva è indubbiamente ‘teschio’. Però certamente è sempre sembrato in qualche modo preoccupante che in una casa privata si conservassero dei teschi anche se appartenuti ad uomini illustri del passato; senza poi voler considerare la difficile compatibilità di questa conservazione con le regole della religione cattolica della quale Arcudi, dotto domenicano, era severo custode. Sicché è del tutto comprensibile che alcuni studiosi abbiano interpretato la parola ‘calvarie’ in modo diverso, ed abbiano sostenuto, non senza argomentazioni e riscontri, che il significato reale intendesse alludere invece a studi o scritti. Questa è stata l’opinione di esperti accreditati del mondo tafuriano e, a tacere di altri, ricordo il compianto Prof. Giovanni Papuli e la sua allieva Luana Rizzo[2]. Soltanto Luigi Manni, tra gli studiosi recenti, ha sostenuto con forte determinazione che per ‘calvarie’ non poteva che intendersi il teschio.[3]

Come stanno davvero le cose? Ancora una volta il dilemma è svelato da una inedita pagina del Galatinese Pietro Cavoti (1819/1890) che ci dà,oltre a questa rivelazione, una serie di sconosciuti particolari sulla sepoltura del Tafuri e, incredibile a dirsi, anche sulle vicende successive delle sue spoglie mortali. Facciamogli allora comunicare le notizie preziose che egli nelle sue peregrinazioni per la provincia, lesse in un antico manoscritto della famiglia Carrozzini, che oggi è probabilmente perduto, ma che nel 1884 si conservava a Soleto presso il canonico Giuseppe Manca il quale lo mise cortesemente a disposizione del Cavoti.

Ricordo dei fatti storici di Soleto da un manoscritto della Fam. Carrozzini. Matteo Tafuro morì il dì 18 novembre 1584, fu seppellito nella cappella di S. Lorenzo delli Tafuri a mano destra sotto l’immagine della Madonna con Nostro Signore. Furono tolte le ossa del filosofo di Soleto per volontà della Famiglia Carrozzini e deposte nel Monastero di S. Nicola in Soleto dentro una cassetta di legno con l’arme dei Tafuro. Vollero donare il teschio di questo insigne, alla famiglia Arcudi di Galatina. Alcuni frammenti dei suoi abiti consumati dal tempo e dai vermi, conservansi come reliquie da questa onorabile famiglia Carrozzini di Soleto. Notizie avute dal canonico Manca di Soleto. Conservasi detto manoscritto in casa sua. Mi mostrò il manoscritto per una mia visita il dì 26 ottobre 1884 per l’acquisto di alcune monete antiche trovate nell’agro di Soleto[4].

L’inclinazione del Manca a collezionare ed acquistare monete antiche, è confermata da una lettera dell’anno successivo, che il canonico scrive a Cavoti:  “Mio amatissimo Pietro. Ho visto le nove monete; pare appartengono al numero delle sessantatrè trovate qui. Sono greche e buone.… Se per vostro conto volete farne l’acquisto di qualcuna, preferite quella di Velia, cioè l’unica in cui si trovansi un leone, oppure qualcuna di Napoli scegliendola tra quelle che portano il bue a faccia umana barbato, le altre scartatele tutte, ma cercate di dar la preferenza a quella di Velia, che potreste pagarla £ 1:50 non più. Qui si son trovate molte altre, e nell’istesso luogo; basta ne parleremo. Vostro affezionatissimo amico e sempre Giuseppe canonico Manca[5].

Insomma, grazie al cimelio che Pietro Cavoti ci ha consegnato, e che è una ennesima riprova di quanto prezioso sia lo studio delle sue carte superstiti nel Museo galatinese, possiamo oggi dire non solo che Luigi Manni ha avuto, a sua tempo, la giusta intuizione, ma possiamo anche conoscere con esattezza il luogo della sepoltura originaria del Tafuri ; (cioè nella chiesa S. di Lorenzo dei Tafuri, e successivamente in S Nicola, oggi scomparse) e così combinando queste notizie con quelle di Arcudi , possiamo anche definire il destino finale del teschio tafuriano. C’è poi tra le cose da notare una data di morte: quella del 18 novembre 1584, che è a me pare, perfettamente bencredibile, perché contraddice, è vero, quella tradizionale divulgata da Girolamo Marciano (al 13 giugno 1582), ma è perfettamente compatibile con i dubbi di quanti hanno notato che nelle opere di Gian Michele Marziano (1583) e di Francesco Scarpa (1584), il Tafuri sembra essere considerato vivente[6].

Non mi parrebbe completo chiudere questo articolo, se non ricordassi anche il contributo iconografico importantissimo che Cavoti ha dato alla scuola tafuriana, non solo copiando da vari luoghi, e conservando per noi le immagini che io ho edito di Matteo Tafuri, ma anche quelle, sempre edite da me, di Sergio Stiso, suo predecessore, e dei suoi allievi, Cavazza, Scarpa e forse Lorenzo Mongiò. Perciò mi pare opportuno pubblicare qui due immagini cavotiane di altri due uomini legati forse al mondo tafuriano, e cioè quella di Giovan Paolo Vernaleone junior e di Stefano Corimba.

Infine aggiungo a complemento del ritratto molto importante del Galateo che ho pubblicato mesi fa insieme a quelli del Galatino,[7] anche il disegno cavotiano di un famoso amico galatinese del Galateo, Girolamo Ingenuo, che Cavoti copiò in casa della famiglia Tanza, da un originale che tutto lascia supporre essere perduto. Ma nelle carte cavotiane c’è di più: un ritratto di G.B. del Tufo8, che è poi il destinatario del famoso pronostico tafuriano che attende ancora di essere edito.

 

[1] A. T. Arcudi, Galatina Letterata (ristampa anastatica), Aradeo, 1993, pag. 49

[2] L. Rizzo, Umanesimo e rinascimento in terra d’Otranto: il platonismo di Matteo Tafuri, Galatina, 2000, pag 121

[3] L. Manni, La guglia L’astrologo La macara, Galatina, 2004, AGP, pag 113

[4] Il documento cavotiano è conservato presso il Museo Civico di Galatina, come tutti i ritratti riportati in queste pagine, comprese quelle nel saggio del Prof. G. Vallone, eccetto l’immagine tratta dal ms. Vat. lat. 6046. Essi sono di esclusiva proprietà del Comune di Galatina-Museo Cavoti. Per la riproduzione parziale o integrale delle immagini qui riprodotte, è vietata qualunque riproduzione senza autorizzazione scritta al Comune di Galatina, nonchè la richiesta di citazione dell’autore. Ringrazio l’Assessore alla Cultura di Galatina Prof.ssa Daniela Vantaggiato, che mi ha autorizzato alla pubblicazione.

[5] Lettera scritta dal canonico Manca di Soleto al Cavoti l’8 ottobre 1885. Cfr. L. Galante, Pietro Cavoti. I tesori ritrovati, , Galatina, 2007, EdiPan, pag. 76.

[6] G. Vallone, Restauri Salentini, in BSTO, Galatina, 1-1991 nota 14, pag. 155.

[7] L. Galante, Iconografia del Galatino, in Studi Salentini, LXXXV/2009-2010, pp. 75-88.

8  “Per un approfondimento sulla famiglia del Tufo vedi, L.  Manni La guglia L’astrologo La macara, Galatina, 2004, AGP,”

 

Pubblicato su “Il Filo di Aracne”.

Non essendo in possesso di autorizzazioni alla pubblicazione non abbiamo potuto riproporre le tavole citate nel testo

Lettere inedite tra Gioacchino Toma e Pietro Cavoti

 

di Luigi Galante

Rarissimo ritratto fotografico di GToma Foto LGalante
Rarissimo ritratto fotografico di G.Toma. Foto L.Galante
Pietro Cavoti
Pietro Cavoti

 

 

Nel convegno di studi tenutosi a Galatina da valentissimi Professori dell’Università del Salento, in chiusura del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, è stata rievocata la figura del patriota garibaldino e pittore galatinese Gioacchino Toma. Ad ogni relatore è stato concesso uno spazio per delineare la figura artistica del Nostro. Molto apprezzati sono stati gli interventi dei Professori, che hanno tracciato perfettamente chi la figura umana, chi ha descritto i dipinti, chi la sua vita napoletana, chi invece ha rievocato la triste e dolorante adolescenza, generata dai suoi stessi parenti, che è stata forse il periodo più tormentoso dell’orfano, e che lo ha spinto poi alla fuga da Galatina. Ma tutto questo è assai noto, perché descritto con precisa memoria nel suo unico libretto dei Ricordi di un orfano. Rammento che il Prof. Vallone durante il suo intervento, sollevò dei punti interrogativi. Perché vi è stato tanto silenzio del pittore sulla sua Galatina? Perché parla pochissimo del suo paese dopo la sua giovinezza? Perché dopo il suo involontario e profondo distacco da Galatina, non vi è traccia di un suo ritorno e tanto meno di una sua possibile corrispondenza con alcuni personaggi galatinesi? A queste domande posso oggi dare risposta. La curiosità di poter trovare qualche possibile traccia epistolare mi ha spinto a cercare null’unico luogo possibile: il Museo Cavoti di Galatina. Mi sembrava impossibile che due personaggi quasi del tutto coevi, entrambi artisti e concittadini non fossero in relazione. E poi Cavoti, amava Galatina in modo profondo, ne ha custodito con disegni ogni possibile memoria, come quelle fondamentali della casa Arcudi, perché non sperare in un suo legame anche al Toma? Nei primi giorni di gennaio, intento a consultare uno dei tanti raccoglitori, la mia attenzione fu attirata da un foglio con la quale Cavoti aveva annotato alcune famiglie importanti di Galatina, con relativa posizione sociale. In questo curioso appunto, figura anche il nome di “Gioacchino Toma – Belle Arti…Medico (il padre) – Onore”.

Studio in gesso del volto di G Toma custodito nel Museo  Cavoti - Galatina
Studio in gesso del volto di G. Toma custodito nel Museo Cavoti – Galatina

Quel piccolo ritrovamento accese in me la speranza, di poter trovare ancora dei documenti riconducibili al pittore. E ancora, un’altra annotazione cavotiana, riconduce sempre al pittore di Galatina “Gioacchino Toma mi scrive per ricevere la mia visita in casa sua a Napoli. Gli risposi il 14 settembre 1861”i. Di questa lettera non ho potuto trovare copia.

Museo Cavoti Nannina
Museo Cavoti Nannina
Museo Cavoti Schizzo a matita del palazzo Arcudi oggi demolito
Museo Cavoti Schizzo a matita del palazzo Arcudi oggi demolito

 

La mia convinzione che tra Cavoti e Toma ci fossero legami amichevoli, e forse anche degli incontri, era però confermata. Lo seppi ancor meglio quando in un taccuino rintracciai l’indirizzo di Gioacchino Toma a Napoli, che Cavoti aveva diligentemente annotato. “Prof. Toma Gioacchino, via della Valle 43 Napoli”.ii Da quell’istante la certezza era realtà. Ed ecco venir fuori un altro scritto di enorme interesse, perché ci racconta in pochissimi righi lo stato d’animo in cui era Gioacchino Toma nell’ottobre del 1864. Scrive Cavoti: << N.B.-Incontro. Incontrai Gioacchino Toma in Napoli il dì 18 ottobre 1864. Lo vidi assai magro e pieno di ansia, ma in ottima salute. Mi salutò piangendo e promisi di rivederlo. Lo supplicai (venire) a Firenze e poi a Galatina, ma mi rispose tosto >>iii. La conferma di quell’incontro tra i due artisti galatinesi mi portò a cercare con estrema attenzione tra le carte cavotiane, traendo da un altro taccuino lo schizzo a matita del ritratto di una giovane donna. In basso al disegno Cavoti annota <<Nannina. Mi si offrì volentieri a posare nello studio dell’amico Gioacchino Toma. Napoli 15 aprile 1863.>>iv . Una nuova conferma della loro amicizia e del loro contatto nella casa napoletana di Toma. La scoperta poi del bellissimo ritratto di Nannina eseguito dal Cavoti, fornisce con esatta precisione quel volto di donna che per molti anni aveva posato per il Toma, come confermato dallo stesso, nei Ricordi di un orfano.v Le scoperte più importanti sono arrivate nei giorni successivi. Dopo un’ accurata analisi di tutto il Fondo cavotiano, sono emerse tre lettere, dai contenuti di intensa amicizia. Una era indirizzata da Cavoti all’amico, e due del Toma a Cavoti. Il ritrovamento, fino ad oggi sconosciuto a tutti gli studiosi che si sono interessati scrupolosamente del Toma, danno luce al legame con “l’unico amico vero” rimastogli a Galatina. In una delle due intense lettere, scrive: << Ed è perciò che io piango e nell’interno sanguino sfortunatamente avermi allontanato da Galatina…..Perché turbi il cuore colla nostra Galatina? >> E ancora << Tu solo conosci il mio dolore, il mio lamento, la mia triste lontananza la mia Galatina… Mai ho dimenticato il natale a cui appartengo. >> Frasi forti, fortissime, che traboccano di immenso sentimento per Galatina che Toma non vedrà mai più. Questo segreto nascosto, ed oggi riemerso, lo dobbiamo sempre e solo al nostro Pietro Cavoti. Lascio ora ai lettori di questa rivista che spesso ospita miei saggi, il piacere di gustare le splendide ed inedite lettere tra due illustri che in passato fecero grande Galatina.

Lettera autografa di G Toma
Lettera autografa di G. Toma

 

lettera autografata di G. Toma
Museo Cavoti Ritratto di un giovanissimo Toma
Museo Cavoti Ritratto di un giovanissimo Toma
Lecce Festa e Busto al Pittore Gioacchino Toma Immagine estratta dalla rivista Illustrazione Popolare-1898
Lecce Festa e Busto al Pittore Gioacchino Toma Immagine estratta dalla rivista Illustrazione Popolare-1898
Napoli Monumento a G .Toma villa Comunale Opera di Francesco Ierace- 1922
Napoli Monumento a G .Toma villa Comunale Opera di Francesco Ierace- 1922

 

 

Lettera da Toma a Cavoti

 

viNapoli da casa 12 Gennaio 1862

Pietro Cavoti

Caro fratello mio

Di quanto sollievo, di quanta consolazione sia stata la tua amabilissima a me che vivo vita da te divisa, vorrei dirtelo con parole; ma temendo che io non possa appieno manifestare tutto quel che sento, lo lascio alla tua immaginazione. Ne’ tuoi caratteri ho veduto a chiare note scolpita la tua chiara affezione verso di me, ho ritrovato io la vera immaginazione del tuo cuore sempre tendente al bene, e mi son rallegrato moltissimo d’aver finalmente rinvenuto un caro amico che mi parlasse veramente da fratello. Oh! Pietro mio, quanto è difficile cosa ritrovar a dì nostri un’anima che a fronte aperta ti sollevasse di cuore. La vil turba dei gonzi che s’incalza e preme ha fieramente profanato il santo simulacro d’amicizia; ed è perciò che io piango e nell’interno sanguino sfortunatamente avermi allontanato da Galatina, ma fortunatamente trovato in tal epoca costà. Di qui è che se vedo un cuore il quale si confaccia alla mia tempra ardo di cuore per quello, lo desidero, lo bramo fortemente, e vorrei seco menare i miei giorni. Oh! Quanto dura mi è quindi la lontananza mio caro Pietro che mi divide in te, io avea già ritrovato il mio Duce, il mio amico, il mio tutto. Ma ciò è finito. Pazienza. Mi domando Pietro mio che fò? Perché mi turbi il cuore colla nostra Galatina? Il ritornare è morire. Meno i miei giorni con la mia tavolozza. Credi forse ch’io mi sia dimenticato de’ nostri amici? No, certo di no. Su di questo particolare parleremo a lungo di presenza. Amami come io ti amo e ricordati del

Tuo Affezionatissimo Amico e fratello

Gioacchino Toma

N.B. Gli amici napoletani Michele Simonetti, Gennaro Spasiano e Antonio Migliacci ti bramano ardentemente qui. Tutti ti salutano.

 

Napoli -1874

Mio caro Pietro

Ho ricevuto la tua ultima lettera del dì 11 novembre. Scrivente di questa mia è il caro amico Giuseppe Boschetto,viii non potendolo fare di proprio pugno perché affetto da forti dolori alle povere braccia e al costato. Pietro mio caro, tu mi fai il dono a quante volte mi torni alla mente i nostri discorsi ed i nostri lamenti soavi alla mia memoria. Tu solo conosci il mio dolore, il mio lamento, la mia triste lontananza la mia Galatina. Nelle tue letterine trabocca la mia mente al passato ai giorni giocondi di giovane fanciullo con gli amici oramai perduti. Quante fiate trafiggi la mia anima, non torturarmi ancora amico mio. Piango. Piango. Piango sempre la mia Patria. Mai ho dimenticato il natale a cui appartengo. Tu fratello mio provasti le mie stesse sofferenze, ma il debole destino ti ha riportato soave alle tue belle e dure faccende della Commissione Conservatrice di belle Arti. Le ore per me più care sono qui , quelle che io consacro allo incantesimo della mia tavolozza, dei miei colori, le mie tele adorate da me sempre, e tu che hai l’anima fatta ad amarle; e forse più che la mia , non crederai esagerato quanto ti dico? Tempo addietro in un momento di dolce ricordo menai in fretta sulla tela quello che i miei piccoli occhi videro la prima volta, la mia tanto amata casa e la bella Chiesa di Santa Caterina, ma non distò due giorni che l’animo mio era in triste subbuglio, e i ricordi diventarono inferno, e in un attimo di pazzia distrussi quello che era l’unico ricordo della mia Galatina. Oh! Caro Pietro, scrivimi, scrivimi sempre, fammi toccare le tue belle lettere che giungono da colà, ma non fare verbo con nessuno, te ne prego. Tu solo sai la nostalgia che meno. Non indebolire la mia forza. Basta, Basta, Napoli è la mia pace. Perdonami Pietruccio mio, ma sono lacerato da forti dolori. Non ti soggiungo altro. Amami molto chi ti ama assaissimo.

 

Ti abbraccio mille e mille volte e siati sempre caro

Il tuo costante Amico vero

Gioacchino Toma

ixGalatina li 15 Ottobre 1874

Gioacchino mio caro

Ebbi la tua aspettata e bella lettera il di 21 scorso. Mi dici nella tua che assai ti pesa la lontananza degli amici cari, ma che l’ami, non però. Oh quanto sei lodevole per ciò. Come dice il Pellico all’oggetto <<per esercitar bene la divina scienza della carità con tutti gli uomini, bisogna farne il tirocinio in famiglia >>. Siamo figli della stessa Patria caro Gioacchino. Qual dolcezza nell’aver trovato appena venuti al mondo gli stessi oggetti da venerare con predilezione. Ma passiamo ad altro. Leggo che sei tornato sulle tue care tele dopo lunga assenza, e di questo son contento. Non cader più allo sconforto degli anni passati, cancella dal tuo cuore i nostri ricordi che oggi ancor ti affliggono. Lavora le tele, guardati dall’egoismo; proponiti ogni giorno nelle tue fraterne relazioni desser generoso. Che debbo dirti di più? Io non vorrei finirla mai. Fratello mio, non lasciarmi privo di tue nuove ad ogni tanto che potrai. Scrivi un rigo e mettilo alla posta, che io l’avrò assai assai. Ossequia per me la tua famiglia. Che Dio benedica sempre noi nel suo amore. Accetta, o fratello un bacio di cuore, e ricorda che il tuo caro Pietro ti annovera tra i più cari al cuore. Da casa L’Amico tuo vero

 Pietro Cavoti.

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i* Per la consultazione dei testi, delle immagini riprodotte in digitale e dei doc. cavotiani, ringrazio il Comune di Galatina e tutto il personale della Biblioteca P.Siciliani e del Museo Cavoti di Galatina. Le foto sono di Luigi Galante.

** Per la prima volta in assoluto, viene pubblicata l’unica fotografia poco nota di G. Toma. Vedi G. Calò, Gioacchino Toma pittore, Biblioteca P. Siciliani Galatina, – Firenze : G. C. Sansoni, 1923, coll. D II Cart. Q / 22.

*** Il disegno cavotiano del giovane Toma, fu da me individuato nel luglio 2008 e pubblicato in copertina al Bollettino Storico di Terra d’Otranto n. 15. Si noti, al centro in basso del ritratto, oltre alla firma autografa di Cavoti, lo scritto del nome di “G. Toma”

 Album 3380, teca mobile sala 3, foglio 81

ii Racc. 4023/4262, teca blindata1 sala 2, inv.4150

iii Racc. 4023/4262, teca blindata1 sala 2, inv.499, sala 3, teca blindata 2

iv Racc. 3411, teca mobile sala 3, foglio 22

v Vedi G. Toma, Ricordi di un orfano, a cura di Aldo Vallone, Congedo Ed., Galatina 1973, pp. 91,93. <<…posai gli occhi su di una graziosa ragazza vestita tutta di nero. Pensai di fare un grazioso quadretto con quella bella figurina, e fattole domandar s’ella volesse prestarmi a farmi da modella, avendo accondisceso, dipinsi con essa un’orfana.>>

vi Racc. 1858/2063, sala 3, teca blindata 2, inv.1926. Da una attenta indagine , è stato possibile individuare l’attività degli amici di Toma che salutano a chiusura di lettera P. Cavoti. Si tratta di Michele Simonetti – architetto, Gennaro Spasiano – Dott. Fisico, e Antonio Migliacci – pittore.

vii Racc. 34(?)2/34(?)3, sala 2, teca blindata 1. La lettera è custodita nei “Documenti proprietà Cavoti e Torricelli” identificata con il n° 13

viii G. Boschetto, pittore. Napoli 1841/1918. Fu ammesso giovinetto nello studio di G. Mancinelli; seguì gli studi artistici sotto la guida di D. Morelli.

ix Racc. 955/1500 teca blindata, sala3. La lettera risulta mancante di numero di inventario perché collocata dopo 2 pagine bianche dal n° di inv. 1217.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne

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