Bari e Lecce. Psicologia di una diversità

Lecce, particolare della facciata di Santa Croce (ripr. vietata)

di Luigi Corvaglia

Mario Sansone, che, da critico letterario, era uso a guardare in profondità e che, da oriundo proveniente della non lontana piana dauna, poteva vedere Bari con occhi non nativi, ebbe a dire che questa è città “senza ironia e senza malinconia”. Non una critica. Una efficace, fredda, tagliente rasoiata descrittiva. Da oriundo salentino, non riuscirei a trovare maggiore sovrapponibilità fra questa fendente condensazione semantica e quanto, fino alla lettura di questa definizione, percepivo senza sapere esprimere. Un’epifania. Ecco. Questo volevo dire tutte le volte che farneticavo, sotto sguardi sempre più perplessi, di una seriosità ilare che copula con una tristezza rabbiosa. Lo so, non si capisce. Appunto. Sguardo profondo e occhi non nativi servono a vedere, non a descrivere. Sansone mi è venuto in soccorso. Fatto è che questa definizione, nel suo essere il preciso negativo della fotografia della città che nelle Puglie è il contraltare storico del capoluogo regionale, cioè Lecce, mi permette di riflettere sulle differenze profonde tra i territori di cui le due città sono riferimenti storici e amministrativi.

Lecce la sapevo descrivere molto bene anche prima di conoscere il giudizio di Sansone su Bari. La città salentina è luogo di straripante ironia e sottile malinconia. E’ riflettendo su questo che diviene immediatamente comprensibile, al di là di lingue e campanili, al di là di ripicche storiche e calcistiche, di orgogli snobistici e fierezze mercantili, la lontananza incolmabile fra Puglia e Salento. Non di distanza culturale trattasi, bensì di contrapposizione psicologica.

Questo un “forestiero” non lo capirà mai. Non capirà che la

Leuca luogo dell’anima e del ritorno. Leuca come le colonne d’Ercole

di Antonietta Fulvio

“E tornerà

 il bianco per un attimo a brillare

 della calce, regina arsa e concreta

in questi umili luoghi dove termini, Italia, in poca rissa

 d’acque ai piedi d’un faro.

 È qui che i salentini dopo morti

 fanno ritorno col cappello in

testa”

(Finibusterrae, V. Bodini)

Il luogo dell’anima e del ritorno. Così descriveva Leuca il poeta Vittorio Bodini nella sua “Finibusterrae”. Dal greco leucos, che è bianco ma anche fantasmagorica visione, riprendendo una nota leggenda, secondo la quale se non ci si reca a Leuca da vivi, bisognerà tornarci da morti, prima di salire in cielo. Passaggio verso l’infinito. Una sorta di porta per il Paradiso.

E non può definirsi che paradisiaca la visione dell’alba a Leuca con il sole che si leva dall’Adriatico, così al tramonto quando il disco solare si inabissa lentamente nelle acque dello Jonio.

Qui dove la terrà è sospesa tra il cielo e l’antico Mare nostrum, verso il quale si protende questo lembo d’Italia, il panorama toglie il respiro, azzera il pensiero ed entra per sempre negli occhi…

Leuca è luce, la luce abbagliante che sembra aver ispiratola Metafisica a Giorgio De Chirico, è terra, pietra che corre verso il mare frastagliandosi in mille insenature che da millenni si lasciano scalfire dalle acque facendosi porto per naufraghi e pellegrini.

Ci sono luoghi che entrano dentro. Nell’anima. Che fanno vibrare il cuore come le corde di uno Stradivari e la musica è l’incantevole preludio di un sogno. Un sogno bianco come le scogliere di Leuca, della sua Marina tempestata di grotte misteriose e di atavici approdi.

Qui trovò riparo Enea, scrisse il poeta Virgilio, nel terzo libro dell’Eneide: “Dalla marina d’Oriente un seno/ curvasi in arco, e contro ai massi opposti / delle rupi, le salse onde spumose/ s’infrangono. Celato ad ogni vista/ si spazia il porto interior; di cui/ dall’un fianco e dall’altro un doppio muro/ si protende di scogli, e dentro terra/

Giulio Cesare Vanini e Francesco Paolo Raimondi, filosofi taurisanesi (seconda parte)

oma, Ettore Ferrari, Giulio Cesare Vanini (1889), Foto Giovanni Dall’Orto

di Maurizio Nocera

… Ma lasciatemi prendere qui un po’ di spazio per riportare le parole con le quali Francesco Paolo Raimondi descrive, nella sua “Cronologia della vita e delle opere” (pp. 295-313), i tragici ultimi momenti di vita dell’Ateo Salentino: «1619 […] Sabato 9 febbraio: il procuratore generale [di Tolosa], François Saint-Félix d’Aussargues, convoca di primo mattino in seduta plenaria la “Grand’ Chambre” e la “Tournelle”, sotto la presidenza di Gilles Le Masuyer. Il processo è ormai giunto allo snodo finale. Guillaume de Catel, avvocato e noto storico tolosano, pronuncia l’arringa contro Vanini. Se è, in qualche misura, credibile la versione consegnataci da Gramond, la sua linea accusatoria sembrerebbe tradire la conoscenza del “De admirandis”. […] Votata a maggioranza, nel suo scarno dispositivo, essa stabilisce il taglio della lingua dell’imputato, il suo strangolamento, il successivo rogo e lo spargimento delle ceneri al vento./ Pronunciato l’ “Arrest de mort”, per la sua esecuzione i poteri ritornano nelle mani del “Capitole” che, prima del crepuscolo della sera, fece innalzare in tutta fretta il patibolo. […] Prelevato dalla “conciergerie” [portineria], Vanini è condotto davanti alla “Grande Port” della basilica di Saint-Etienne. Egli è fiero e nello stesso tempo ribelle, votato come in altre circostanze al martirio, consapevole che l’iniqua sentenza lo aveva d’un tratto elevato alla dignità del filosofo. Forse per un istante passò per la sua mente il ricordo delle altre vittime della filosofia, scrupolosamente citate nei suoi scritti e, al commissario, che lo prelevò dalla prigione, rispose con fermezza in lingua italiana: “Andiamo, andiamo allegramente a morire da filosofo”. La scena si svolse come da copione. Egli fu tradotto in camicia su un carro su cui era sintetizzata la sentenza: “Atheiste et blasphemateur du nom de Dieu” [Ateo e bestemmiatore del nome di Dio]. […] Imponendogli di stare in ginocchio e di tenere in mano una torcia accesa, il commissario del Parlamento gli ingiunse di fare “amente honorable” [onorabile ammenda] a Dio, alla giustizia e al Re. Ma Vanini gli oppose un orgoglioso rifiuto. L’ufficiale gli rinnovò l’invito e […] il Salentino, dichiarando scopertamente il suo ateismo, gridò: “Non esiste né Dio né il diavolo, perché se ci fosse un Dio gli chiederei di lanciare un fulmine sull’ingiusto ed iniquo Parlamento; se ci fosse un diavolo gli chiederei di inghiottirlo sotto terra; ma, poiché non esiste né l’uno né l’altro non ne farò nulla”. Il macabro rito riprese secondo una prassi consolidata: il corteo percorse le vie Saint-Etienne, Croix-Baragnon, Place Roueaix, rue de la Trinité e giunse, attraverso la Grand’rue, alla Place du Salin./ La fermezza e la fierezza del Vanini sorpresero e sconvolsero i testimoni. Giunto sul patibolo, gli fu fissata la testa al palo. Per una sorta di istinto naturale si rifiutò di porgere spontaneamente la lingua al boia, che si vide costretto a strappargliela con la forza delle tenaglie. Ancora grondante sangue, il corpo fu appeso alla forca e poi gettato sul rogo. Quando le sue spoglie mortali furono consumate dalle fiamme, le ceneri furono sparse al vento, affinché non restasse di lui alcuna traccia.

Tutte le fonti, anche quelle più invelenite contro l’ateo pertinace, non poterono fare a meno di rilevare la grandezza del suo carattere e la sua incrollabile tenacia. Agli spettatori sbigottiti egli offrì un mirabile esempio di quella risoluta fermezza che si credeva poter essere dettata solo dalla fede profonda dei martiri cristiani» (v. pp. 310-312)

Ho riportato questa lunga citazione della ricostruzione storica della crudele fine di Vanini, scritta dal curatore del libro, perché in essa è vivamente percepibile l’intimo pathos dello scrivente. Sorprendentemente, mi sembra di trovarmi davanti ad una sorta di nemesi storica: qui, in questa stessa città nella quale, tra la notte del sabato 19 e la domenica 20 gennaio 1585, nacque il grande Taurisanese, ritroviamo oggi un altro filosofo (Francesco Paolo Raimondi) che, dedicando l’intera vita agli studi, ha saputo ridare onore e

Luigi Corvaglia (Melissano, 1892 – Roma, 1966) non solo letterato

Luigi Corvaglia: non solo letterato

Impegno sociale e fedeltà agli ideali repubblicani caratterizzarono la vita dell’autore di Finibusterre

 

di Fernando Scozzi

“Prigioniero del compito”. Luigi Corvaglia nella sua biblioteca di Melissano

Di Luigi Corvaglia (Melissano, 1892 – Roma, 1966) si conoscono le opere filosofiche e letterarie, lo spirito critico e l’ardore polemico; ben pochi conoscono, invece, il suo impegno sociale che si manifestò non solo nell’attività di amministratore comunale, ma anche in quella  di imprenditore.

Fin dal 1910, studente universitario del primo anno di Giurisprudenza, si iscrisse al P.R.I. rimanendo fedele per tutta la vita all’Idea mazziniana di Giustizia e Libertà. (1) Rivendicò i diritti della comunità melissanese spesso sacrificati alle esigenze del Comune capoluogo e agli interessi di pochi notabili locali.  Nel suo opuscolo Melissano (edito nel 1910) Luigi Corvaglia invitò i concittadini all’unità: Unitevi figli del popolo, emancipate la frazione elevandola a Comune indipendente.  Auspicò l’associazione dei  lavoratori nei rischi e nei vantaggi della proprietà terriera; chiese ai contadini di mandare  i propri figli a scuola, tutti i figli, sopportando anche la miseria, poiché nella evoluzione progressiva della società, li renderete capaci di seguire il progresso universale. Accusò il sindaco di Casarano di aver privato la frazione di servizi pubblici indispensabili: per due anni, o Signori, Melissano è rimasta senza guardie, senza custode pel cimitero, senza spazzino e perfino senza levatrice.

 In realtà, le critiche di Luigi Corvaglia non erano dirette all’amministrazione comunale, ma all’avv. Felice Panico (assessore delegato della frazione) il cui potere economico pervadeva la società melissanese e impediva l’affermazione di una classe di professionisti che intendeva guidare lo sviluppo della comunità melissanese.

In occasione delle elezioni politiche del 1915, Luigi Corvaglia si schierò con Nicola Marcucci ed avversò il deputato uscente Antonio De Viti De Marco perché – scrisse in un manifesto –  il Collegio esige che sia liberato dall’incubo che  l’opprime: l’ambizione, il disprezzo verso gli umili, il favoritismo agli alti eunuchi del privilegio.(2)

Con una serie di fogli pose all’attenzione degli amministratori comunali e soprattutto dei suoi concittadini (dei quali auspicava la redenzione umana e civile) le esigenze della Comunità melissanese, evidenziando la necessità dell’approvvigionamento idrico dell’abitato, l’importanza del piano regolatore, della pubblica illuminazione, della viabilità urbana e rurale. Nel 1920, di fronte alla volontà dell’amministrazione comunale di impegnare le risorse finanziarie in tutt’altra direzione, Luigi Corvaglia propose un referendum  per conoscere se prima di erogare il denaro pubblico in opere voluttuarie non convenga, per per senso di dignità e di igiene, provvedere alle esigenze più urgenti e sistemare le vie interne, rese per l’abbandono impraticabili. Se non convenga di più dare al paese il suo accesso logico alla stazione ferroviaria, ordinando lo sviluppo delle vie che di giorno in giorno si sviluppano senza nesso e sistema. Se prima delle opere sciagurate progettate dal Comune di Casarano, giovi un edificio scolastico e lo sanno i figli dei poveri ed i poveri insegnanti, che marciscono d’inverno e soffocano d’estate, in abituri miserabili. (3)

In vendita. Dopo la morte della figlia, Maria, la casa di Luigi Corvaglia è in vendita; che fine farà il materiale bibliografico e documentario dell’autore di Finibusterre?

Dopo la grande guerra, alla quale partecipò con il grado di tenente,  si impegnò per l’autonomia della frazione e quando nel 1923 Melissano divenne Comune, fu nominato assessore. Era l’occasione per far recuperare al paese il tempo perduto in secoli di dipendenza amministrativa;  invece, 

Il Salento nella produzione letteraria di Luigi Corvaglia (Melissano 1892 – Roma 1966)

La cultura del territorio salentino nella prima metà del Novecento

Il Salento nella produzione letteraria di Luigi Corvaglia (Melissano 1892 – Roma 1966)

 

di Enrico Gaballo

Spigolando nella copiosa produzione letteraria di Luigi Corvaglia[1], il Capo di Santa Maria di Leuca, è descritto e raccontato in modo originale, straordinario e meraviglioso in “Finibusterre”, romanzo “tutto salentino” pubblicato nel 1936 a Milano per la “Società anonima Dante Alighieri”[2] e ristampato da Congedo Galatina 1981, con prefazione di Donato Valli.

Il Capo di Leuca “ai confini del mondo” una delle tante “Mirabilia Italiae”, è descritto con scultorei colpi di penna così: “entro la malìa di un mare di turchese è disteso il Capo scheletro gigantesco. Lo spazza il vento e lo dilava la pioggia; la roccia calva si trascina carponi al mare. Le spiagge flagellate e rose (quasi rosicchiate dal mare) si estendono entro una luce violenta che le illumina senza ombre”[3].

La descrizione del Capo di Leuca è un luminoso affresco, coreografia naturale, vasto palcoscenico entro cui “si muovono gli uomini assorti, come seguendo il ritmo lento di questa monotonia”[4].

Il romanzo “Finibusterre” è rappresentazione di personaggi “che parlano sottovoce o urlano, ma il loro vero linguaggio è ruminazione silenziosa”[5].

Il protagonista della “istoria” è Pietro, “un giovanottone” salentino

Leggendo Luigi Corvaglia…


di Gianni Ferraris

 

Ah le differenze. Leggo Corvaglia e le sue riflessioni  psicologiche su baresi e leccesi, leggo e imparo. Come ogni cosa scritta con il cuore ti invita a volare. Il pragmatismo produttivo e maschio contrapposto alla “mollezza burrosa” e femminile. Che vita strana, che strane sensazioni.  Sono scivolato attraverso l’Italia intera. Dalle terre dei Savoia, si proprio quelli che hanno saccheggiato il sud,  che fra loro parlavano un forbito francese. Quelli che ci hanno lasciato eredi che, in quanto a religiosità, paiono molto più vicini a S. Vittore  piuttosto che ad altri santi. Poi sono rotolato sulla rossa Emilia

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