La fratellanza sallentina ieri e oggi

La fratellanza sallentina ieri e oggi, i Messapi e il meridionalismo moderno.

Tutela dell’ambiente e amore del territorio

 

Giovanni D’Elia

Ambiente, ecosistema, tradizioni popolari, artigianato tipico ed artistico, storia e cultura dei Messapi. Queste parole, questi concetti hanno un filo comune che li lega indissolubilmente.

A volte l’errore che noi commettiamo è quello di ragionare per compartimenti stagni, abituati come siamo ad attribuire ad ogni concetto un significato univoco. Dunque Ambientalismo lo traduciamo con mera difesa dell’ecosistema e spesso viene visto dai più come un ostacolo allo sviluppo, nell’ottica per cui lo sviluppo di una società si misura in termini di maggior numero di infrastrutture, di strade, porti, strutture ricettive, centrali e quant’altro rappresenta il segno della modernità, il tappabuchi per le esigenze cogenti e attuali.

Analogamente pensiamo alla tutela delle tradizioni locali come ad un tentativo di porre in una teca da museo il nostro passato, forse in termini un po’ romantici e nostalgici, e anche qui non mancano le accezioni negative, in quanto per decenni il folklore è stato considerato come un’espressione pittoresca e rudimentale degli usi e costumi di popoli che non hanno avuto la possibilità di civilizzarsi. E la civiltà non è altro che quella che dapprima Gramsci e oggi l’UNESCO, nelle sue diverse Convenzioni per la salvaguardia della cultura e del folklore, chiamano Cultura dominante.

Anche questa concezione, di stampo illuministico, è passata nelle nostre coscienze come un assioma, per cui la cultura non è altro che un’attività intellettuale superiore, frutto, appunto dell’educazione di Stato. Gli studi antropologici, per fortuna, ci dimostrano che cultura è l’espressione dell’arte e della scienza vista non in termini qualitativi ed evoluzionistici, ma come fenomenologia materiale e immateriale di ogni singola comunità stanziata su un certo territorio, che cambia e si sviluppa sia autonomamente sia in contatto con altre comunità.

Infine, allo stesso modo guardiamo alla storia come ad un mero ricordo di ciò che è stato e non è più, come una serie di nozioni scolastiche ormai prive di senso, perché superate dal progresso. In tale contesto la storia locale non passa una vita migliore, perché la sua conoscenza non è frutto dell’insegnamento pubblico, ma della volontà individuale (spesso ostacolata dalla scarsità di fonti) di conoscere il proprio territorio e la sua storia.

Ecco che, in quest’accezione, un Dolmen, un Menhir o una Specchia sono semplici pietre, e quando qualcuno ne distrugge l’esistenza, come è accaduto pochi giorni fa a Giurdignano e a Surbo, alcuni, anche pubblicamente, ne sminuiscono la portata, riducendo il valore culturale, storico ed identitario di siffatte opere all’espressione di una storia che non ci appartiene più.

Da qui parte questa riflessione che giovedì 21 giugno vorremo condividere con voi, lettori ed appassionati di cose locali, parte dai termini che vi ho citato all’inizio: Ambiente, ecosistema, tradizioni popolari, artigianato tipico ed artistico, storia e cultura dei Messapi, e il filo comune, il collante che tiene uniti questi termini è un concetto molto elementare e allo stesso tempo complesso: identità.

E’ il senso d’identità che ci contraddistingue, ci rende in un certo senso testimoni e allo stesso tempo attori di una storia attuale che sotto certi versi stupisce e fa discutere chi si trova, a vario titolo, a parlare del Salento e del fermento culturale che lo contraddistingue.

Spesso si sente dire che la Pugliaè la Regione meno meridionale del Sud, perché i sistemi mafiosi sono meno penetranti che nelle altre regioni, perché il PIL è di poco superiore rispetto alle regioni contermini, e per altre e variegate ragioni. Beh, non credo sia così. La Puglia è una regione meridionale, forse la più meridionale, perché in Puglia si sta sviluppando sempre più un meridionalismo moderno, il cui vocabolario è composto proprio dai termini che vi ho appena citato e che rappresentano la base da cui partire per costruire una coscienza meridionale fatta non di scontro e separazione, in una becera visione conflittuale, ma di inclusione, dialogo e amore del territorio, nonché della sua storia, colta e popolare, materiale e immateriale, antica e recente, scritta e non scritta.

Ecco perché oggi abbiamo voluto parlare di Messapi, un popolo che per secoli ha coltivato, adornato, venerato e difeso la propria terra nonché ha dato origine ad un artigianato tipico, come espressione materiale della propria cultura.

Infatti non a caso abbiamo scelto la Mostra Permanentedell’Artigianato come contenitore culturale per questa prima iniziativa. L’arte è l’espressione materiale della cultura di un popolo. Da ciò ne discende che l’artigianato locale tipico è un elemento di memoria, un prodotto che ci identifica e che non può scomparire sotto i colpi martellanti del modello cinese. Ma c’è di più. C’è un artigianato artistico, frutto della memoria unita all’evoluzione stilistica, alla continua ricerca del bello, un bello spesso legato ai temi della natura, del paesaggio, dell’ambiente circostante. Quale migliore ispirazione per gli artigiani del Consorzio che l’ambiente che li circonda? E quale migliore collante che il senso di identità?

Dunque il filo comune che lega la storia dei Messapi alle tradizioni popolari, all’ambiente e alla tutela e valorizzazione dell’artigianato è proprio il senso d’identità, grazie al quale possiamo tracciare un percorso che – forte della memoria e dell’attaccamento alla terra – si sviluppi in armonia con la natura, in lentezza, e in alternativa all’ossessione competitiva, per cui tutto ha un valore economico, continuamente al ribasso, e ciò che non è suscettibile di valutazione economica diviene preda di interventi modernizzanti o di scempi della memoria.

Non a caso – c’è da dirlo a conclusione di questo umile scritto – l’ossessione competitiva, che colpisce soprattutto gli amministratori della cosa pubblica, lontani dalle esigenze reali dei cittadini e dei visitatori di questo splendido lembo di terra, li porta ad inseguire continuamente un modello di sviluppo che proprio non ci appartiene, progettando strade inutili e decontestualizzate dal territorio, sognando un Grande Salento collegato dalla testa ai piedi in cui il turista può raggiungere Leuca da Taranto o da Bari nel minor tempo possibile. Ma se il visitatore volesse perdersi tra gli ulivi e la macchia mediterranea? Si perderebbe tra gli svincoli e le uscite (magari con le mappe del navigatore non aggiornate…). E se andasse alla ricerca di strade sterrate e piccole piccole, per disintossicarsi da 11 mesi e passa di autostrade e grandi arterie che percorre ogni giorno? Ritroverebbe lo stesso paesaggio di casa sua…E se mentre percorre le strade che da Taranto portano a Leuca volesse cacciare la testa fuori dal finestrino per sentire gli odori del timo, del lentisco, del rosmarino o del mirto? Sarebbe invaso dagli odori delle marmitte dei TIR che portano i tamburelli cinesi da destinare alle bancarelle locali… E se ad un certo punto, colpito da una pajara che troneggia al centro di una campagna, volesse fermarsi per fotografarla? Dovrebbe attendere l’uscita successiva o fermarsi in una piazzola di sosta e respirare gli odori dell’asfalto fresco fresco…

Dunque storia, memoria, amore del territorio…sono la bussola che ci dovrebbero guidare alla ricerca della nostra identità, lungi da quell’ossessione competitiva che non dovrebbe far parte del nostro vocabolario.

Vi aspettiamo giovedì 21 giugno p.v. a Lecce, presso la Mostra Permanente dell’Artigianato (via Rubichi, nei pressi del Comune di Lecce, accanto alla Chiesa del Buon Consiglio, a due passi da Piazza S. Oronzo) per discutere di tutto ciò e per gustare insieme i prodotti della terra salentina e godere di un po’ di buona musica popolare. Perché le rivoluzioni (pacifiche) iniziano sempre da una discussione, una frisa e uno stornello…

(www.laputea.com)

Non ero mai stato a Cannole…

di Gianni Ferraris

Non ero mai stato a Cannole. Ne avevo sentito parlare e, chissà poi perché, avevo l’idea di un paese in cui prima o poi sarei andato, giusto per vedere i luoghi in cui erano fuggiti gli otrantini mentre i turchi massacravano.  Invece vale la pena andarci, anche se è un sabato sera di giugno. C’è anche il castello, piccolo ma austero, e c’è un’aria da paese, appunto, di tranquillità.

Signori seduti su una panchina che parlano facendosi scivolare addosso la sera d’estate, qualche ragazzo, pochi in verità. “Scusi, dov’è che presentano un libro?” “Un disco presentano, alla Pro Loco” e mi indica la strada. Il salone è grande e tappezzato da manifesti “antichi” della Festa te la Municeddhra. Antichi, parliamo del ‘900, quando chi scrive sapeva già di antico lui pure, ma questo non c’entra.

Ne è valsa la pena veramente ascoltare “Le ragazze del novecento” che cantano. Loro si chiamano Gina, Assuntina, Rosaria, Rosalba, Eva, Ndata, Nzina e cantano a cappella, senza musica come voleva il canto popolare, nei campi mentre si lavorava o nelle sere d’estate. “Al massimo c’era un tamburello e poco più” dice Luigi Chiriatti che ha curato il volume e il doppio CD delle ragazze. E c’è qualcosa di stupefacente scorrendo i titoli ed ascoltandole cantare, molti testi sono in italiano e provengono dal centro sud,

La Strina, suoni e canti di Corigliano d’Otranto

a cura di Stefano Donno e Luciano Pagano

Esce per Kurumuny Edizioni “Corimondo – La Strina, suoni e canti di Corigliano d’Otranto”. Con interventi di Luigi Chiriatti, Sergio Torsello, Michele Costa e Daniele Durante.

Riallacciare e ricostruire i fili di una memoria spezzata e umiliata anche solo limitatamente ai canti, racconti, biografie: un compito arduo e difficile da portare a termine. I protagonisti e i depositari di questa memoria erano restii al ricordo.
La sola idea del ricordare modalità di vita, usi, costumi richiedeva un notevole sforzo di pazienza sia da parte loro che dei ricercatori.
Andare in giro per i paesi a “ricercare e cercare” coloro che ricordavano, i grandi ‘alberi’ di cultura e di canto, richiedeva pazienza, calma e amore profondo per la conoscenza della memoria orale e delle storie delle nostre comunità.
In questo contesto Corigliano d’Otranto non costituiva sicuramente un’eccezione.

Questo contributo, che ci riporta al periodo aureo dell’indagine sul campo e della documentazione dei repertori tradizionali, è anche un lavoro che rende omaggio alle persone vive, agli ultimi epigoni di una civiltà linguistica, ai custodi delle modalità performative, delle tecniche strumentali e vocali, della memoria sonora (e non solo) della comunità di appartenenza.
Persone che normalmente non assurgono a protagonisti della ricerca etnomusicologica, relegati spesso nel ruolo di informatori o in quello ancora più angusto di depositari delle “sacre tavole” della tradizione.
Anche da questo punto di vista Corimondo suggerisce diverse chiavi di lettura: la tradizione non è un’entità immutabile nel tempo e nello spazio e le culture tradizionali sono sottoposte agli influssi più diversi con cui devono confrontarsi in un’incessante attività di mediazione, rielaborazione, patteggiamento. Protagonisti di questo lavoro di lunga durata della memoria sono i musicisti tradizionali, in questo caso i fratelli Serra, Luigi Costa, Giovanni Avantaggiato, per citarne solo alcuni.
In tale contesto, allora, lo studioso diventa un’insostituibile figura di mediazione culturale perché – lo ribadiva qualche tempo fa Antonello Ricci – «registrare le musiche orali non è un’operazione qualunque. Realizzare dischi a partire da queste fonti sonore è una importante forma di mediazione sociale e culturale che consente di mettere le musiche e i musicisti delle comunità locali in un circuito di ampia circolazione. Consente cioè la conoscenza, la fruizione, il riuso del patrimonio etnico musicale».

Ma c’è di più: un disco di musiche tradizionali rappresenta per le comunità locali «una forma di rafforzamento identitario, di ratificazione culturale, di autorappresentazione». Chiriatti, insomma, ha il merito di aver fissato, a suo tempo, su un supporto durevole queste memorie immateriali, volatili, intangibili che ora vengono restituite alla comunità di appartenenza. Come un “mucchietto di gemme” preziose. Che condensano in pochi tratti essenziali l’identità culturale di un territorio. Un patrimonio incommensurabile, da custodire e valorizzare.

Il CD contiene un’antologia di 19 canti di cui 10 descrittivi, 4 balli, 3 canti di questua, 1 narrativo e 6 recitati raccolti in un’unica traccia.

Il Cd “Corimondo – La Strina, suoni e canti di Corigliano d’Otranto” è promosso con il sostegno di PUGLIA SOUNDS – PO FESR PUGLIA 2007/2013 ASSE IV”.

Libri/ Morso d’amore – viaggio nel tarantismo salentino

“Kurumuny” e “Il ritmo che cura” presentano:

Morso d’amore – viaggio nel tarantismo salentino

(Kurumuny Edizioni) con l’autore Luigi Chiriatti

 

A seguire Concerto ‘u Papadia “La Peronòspera”

folk-rock originale salentino

con la partecipazione dell’ospite Luigi Chiriatti

 

Venerdì 16 Marzo ore 19,30

KE NAKO

via dei Piceni 22/24, Roma (San Lorenzo)

Trasferta romana per la casa editrice Salentina Kurumuny, che porta “Morso d’amore – viaggio nel tarantismo salentino” (Kurumuny Edizioni) di Luigi Chiriatti. Si tratta dell’opera più significativa degli ultimi vent’anni nell’ambito della musica popolare, che è oramai diventata un punto di riferimento per gli studiosi del settore ento-musicale e per gli amanti della pizzica salentina.  A

Libri/ Principi fate folletti nel magico mondo delle favole

a cura di Stefano Donno

 

COME FECE COME NON FECE

principi fate folletti nel magico mondo delle favole

 

 

Come fece come non fece è una raccolta di fiabe fatte di immagini, luoghi, atmosfere, suoni di paesi e città, voci di uomini e di animali, odori antichi di case umili o profumi esotici di sfarzosi castelli, di malìe e incantamenti alla controra.

Immagini lontane, nel tempo e nello spazio, di principi e principesse che vivono e rivivono tra gli ulivi contorti e tra gli spinosi fichi d’India. Dietro ogni favola c’è il volto rugoso di un vecchio che fu bambino, la sua voce sfiatata e i gesti delle sue mani nodose che raccontano storie vere, camuffate da fiabe.

Un libro attraverso cui i bambini possono apprendere gli strumenti per affrontare la vita, perché si narra di grandi difficoltà e pericoli da superare, di

Libri/ Osso Sottosso Sopraosso

di Paolo Vincenti

E’ stato ripubblicato “Osso sott’osso sopraosso- Storie di Santi e di coltelli –la danza scherma a Torrepaduli” di Annabella Miscuglio e Luigi Chiriatti, per le edizioni Kurumuni-libri, di proprietà dello stesso Chiriatti, con il patrocinio dell’Associazione E.De Martino-Salento e del Comune di Ruffano.

Questa è una iniziativa editoriale un po’ insolita, come tutte quelle che riguardano Chiriatti, in quanto raccoglie una serie di interventi che abbracciano  un arco temporale molto ampio.

L’iniziativa, come spiega Chiriatti nell’introduzione del libro, in cui ricorda con affetto la studiosa, nasce da un debito di amicizia nei confronti della Miscuglio, che aveva condiviso molte esperienze con l’autore e che è scomparsa nel 2003.

Annabella Miscuglio, nata a Lecce nel 1939, scrittrice e documentarista, da sempre in prima linea sul fronte dell’impegno femminista, aveva iniziato realizzando vari cortometraggi sperimentali di ricerca su luce, forma e

Libri/ Il morso d’amore e altre fascinazio​ni

a cura di Stefano Donno

Autore: Luigi Chiriatti
Titolo: Morso d’amore
Prezzo: € 12.00
Pagine: 184
Uscita: Giugno 2011
Note: Volume realizzato con il contributo del Centro sul tarantismo e costumi salentini di Galatina
C.so Porta Luce, 2 – 73013 Galatina (Le)
3805310814 | tarantate@supereva.it

L’autore presenta lo svolgersi del suo lavoro sul tarantismo, dalle prime inchieste alla collaborazione con la regista Annabella Miscuglio per la realizzazione del film documentario Morso d’amore (1981), alle ultime interviste e verifiche degli anni Novanta.
Racconta la propria esperienza di ricercatore, nato e cresciuto nei luoghi e nella cultura su cui indaga, che si ferma sulla soglia del rito nel timore di esserne catturato e di non potersene allontanare.
L’autore, quindi, più dei suonatori terapeuti, più delle tarantate stesse, si offre come protagonista di una ricerca a ritroso dei simboli e dei luoghi magico-rituali frequentati da bambino: quasi un esorcizzare razionalizzante per poter unificare le due anime, quella di portatore conoscitore dei fenomeni della propria etnia e quella di ricercatore e studioso degli stessi.

Luigi Chiriatti da decenni si dedica all’attività di ricerca nel campo delle tradizioni popolari del Salento. Dopo aver inciso nel 1977 con il Canzoniere Grecanico Salentino il disco Canti di terra d’Otranto e della Grecìa

Libri/ Giocattoli di tradizione del Salento

GIOCATTOLI DI TRADIZIONE DEL SALENTO

 giocattoli

 AUTORE: Luigi Chiriatti; 

TITOLO: Giocattoli di tradizione del Salento; 

ANNO: 2008;

PAGINE: 120;

PREZZO: 15,00 €;

FORMATO: 19×19 cm.

In una modernità iper tecnologica, che si alimenta di ritmi frenetici e risposte telematiche, in cui il rapporto millenario di convivenza con la natura diventa una “scoperta” e non la quotidianità, dove la fantasia, la creatività sono relegate a pochi ed intimi spazi, anche il gioco ha avuto una sua naturale evoluzione approdando ad una dimensione più meccanica, più globalizzata, meno comunitaria, probabilmente meno sociale.

Ci sono “sette ragioni per raccogliere, studiare, insegnare i giochi e i

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