Il Premio “Luigi Coppola – Città di Gallipoli” torna a Gallipoli dopo 11 anni

gallipoli-rivellino

DIECI NOMI PER LA DECIMA EDIZIONE DEL

“PREMIO LUIGI COPPOLA CITTA’ DI GALLIPOLI”

Castello di Gallipoli 29/10/2015 h. 16

 

Il Premio “Luigi Coppola – Città di Gallipoli” torna a Gallipoli dopo 11 anni. Quest’anno la manifestazione si inserisce nell’ambito del 3° Congresso Nazionale dell’Associazione Andrologi Italiani, società scientifica che raccoglie i maggiori esperti nazionali di scienze andrologiche e medicina di coppia. Temi quali sessualità, riproduzione, salute dell’uomo e della donna, insieme ad obiettivi quali formazione, divulgazione e prevenzione, rappresentano i cardini fondamentali attorno cui ruotano gli interessi scientifici e culturali di questa rampante Associazione.

 

IL TEMA DEL CONGRESSO – Quest’anno a Gallipoli, si parlerà di coppia con difficoltà d’integrazione a causa di ostacoli, talora congeniti altre volte acquisiti, che si frappongono nella dinamica di relazione. Barriere che grazie all’impegno multidisciplinare di professionisti al servizio della coppia possono essere opportunamente smussate o superate.

L’evento presenta carattere e rilevanza nazionale, con la presenza anche di ospiti internazionali, e si svolgerà dal 29 al 31 ottobre 2015 presso il Castello della Città di Gallipoli.

 

LA CERIMONIA INAUGURALE – Il pomeriggio del 29 ottobre sarà dedicato alla cerimonia inaugurale del Congresso, nell’ambito della quale si svolgerà anche la X edizione del “Premio Luigi Coppola – Città di Gallipoli”,

 

I Riconoscimenti di questa edizione:

PREMI ALLA CARRIERA

  • Prof. Maurizio Bossi, andrologo e sessuologo di Milano,  giornalista, autore  e divulgatore televisivo sui temi di sessuologia.
  • Prof. Luigi Cataldi, neonatologo e pediatra di Roma, di origini Gallipoline, fino al 2014 Professore di Pediatria all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Direttore della Unità Operativa Complessa di Pediatria del Policlinico Gemelli di Roma.
  • Prof. Achille Ianniruberto, ginecologo, primario dell’Ospedale di Terlizzi fino al 1998,  cui è riconosciuto il merito di aver introdotto per primo in Italia l’ecografia in campo ostetrico ginecologico, rivoluzionando la diagnostica prenatale.
  • Prof. Halim Kosova, ginecologo albanese, Direttore del reparto di Ostetricia dell’Ospedale di Tirana, Deputato del Parlamento albanese dal 2013 al 2015; Ministro della Sanità nel 2013, per il suo impegno nel rilancio di una ginecologia ed ostetricia moderna in Albania.
  • Prof.ssa Anna Rita Ravenna, psicologa e psicoterapeuta di Roma, con origini gallipoline, fondatrice e Direttrice dell’Istituto Gestalt di Firenze, per la sua attività pionieristica nel campo della psicoterapia sui temi dell’infertilità di coppia, dei disturbi dell’identità di genere e problematiche sociali di emarginazione.

 

  • PREMI PER LA RICERCA
  • Prof. Michele De Luca, Ordinario di Biochimica alla Università di Modena-Reggio Emilia, per le sue ricerche che lo hanno reso leader internazionale nel campo delle cellule staminali e alla loro applicazione clinica in Medicina Rigenerativa.
  • Prof. Atsumi Yoshida,  ginecologo giapponese, Direttore del Reproduction Center Kiba Park Clinic di Tokyo, uno dei maggiori esperti mondiali di alterazioni biologiche da stress ossidativo sulle cellule riproduttive.

 

  • PREMI PER LA SOLIDARIETA
  • Cav. Francesco Diomede, Presidente della FINCOPP – Federazione Italiana Incontinenti e Disfunzioni del Pavimento Pelvico, Associazione nazionale di volontariato che si prefigge l’aggregazione ed il reinserimento sociale dei cinque milioni di cittadini incontinenti, di cui il 60% sono donne.
  • Avv. Vincenzo Falabella, Presidente della FISH – Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, organizzazione ombrello cui aderiscono alcune tra le più rappresentative associazioni impegnate, a livello nazionale e locale, in politiche mirate all’inclusione sociale delle persone con differenti disabilità.
  • Sig.ra Anna Biallo, Vice Presidente Nazionale de L’ALTRA CICOGNA ONLUS, libera associazione per una maternità e paternità possibili, opera dal 1997 nell’ambito della Procreazione Medicalmente Assistita e dell’adozione fornendo supporto informativo e psicologico alle coppie che desiderano un figlio.  

IL PREMIO “LUIGI COPPOLA”

 

coppola

  • La manifestazione è stata istituita nel 1997 dalla famiglia del Prof. Luigi Coppola, illustre ginecologo di Gallipoli, cui si deve nell’immediato dopoguerra (1946) la creazione della Divisione di Ostetricia e Ginecologia presso il vecchio Ospedale della città, la prima nella regione Puglia ed una delle prime realtà ostetrico-ginecologiche ospedaliere italiane. Tale opera contribuì a ridurre drasticamente l’altissimo tasso di mortalità e morbilità materna e fetale dovuta al parto domiciliare che, all’epoca, incideva negativamente sul buon esito delle nascite.
  • Si segnala l’edizione di Gallipoli del 2004, durante la quale venne premiato il Prof. Francesco Schittulli di Bari, chirurgo e politico italiano, Presidente Nazionale della Lega Italiana per la Lotta ai Tumori. Importante fu l’edizione di Lecce del 2007, inserita nell’ambito del Congresso Nazionale della Società Italiana della Riproduzione, dove venne premiato il Prof. Silvio Garattini di Milano, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”. Indimenticabile l’edizione di Padova del 2008, svolta con con il Patrocinio della Regione Veneto e sotto l’egida congiunta delle Città di Padova e delle Città di Gallipoli. Per l’occasione il Magnifico Rettore dell’Università di Padova concesse l’Aula Magna “Galileo Galilei” che sorge nello storico Palazzo del Bo. In quell’occasione il premio fu assegnato al Nobel Rita Levi-Montalcini.
  • Il Premio “Luigi Coppola – Città di Gallipoli” oggi viene assegnato a Medici e Ricercatori italiani ed internazionali, nonché ad Associazioni, che si sono distinti nel campo della Medicina e della Biologia non solo dal punto di vista scientifico ma anche sociale ed antropologico. La manifestazione è stata sempre caratterizzata da un elevato contenuto scientifico e culturale. Le varie edizioni, negli anni, si sono svolte come iniziative singole o inserite nel contesto di importanti manifestazioni a livello locale o nazionale. Nel suo peregrinare lungo la penisola, da Gallipoli a Padova, il comitato scientifico ha conferito 26 Premi (tra Premi alla Carriera, per la Ricerca e per la Solidarietà).
  • Fu fondatore e presidente della Società Pugliese di Ostetricia e Ginecologiae fondatore della Società Italiana di Psicoprofilassi Ostetrica. Nel 1948, assieme ai professori Fortunato Montuoro ed Emilio Giudici, presso l’ordine dei Medici di Genova, partecipò alla costituzione dell’AssociazioneOstetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (AOGOI).
  • Nel 1976, al termine del suo trentennale mandato, la statistica operatoria dell’Ospedale di Gallipoli aveva raggiunto cifre da record per quegli anni. Sono documentati infatti circa 45.000 interventi di alta chirurgia ginecologica e oltre 3.000 tagli cesari. Quale riconoscimento per l’impegno profuso per la collettività, nel 1996, quando era ancora in vita, la ASL di Lecce e l’Amministrazione ospedaliera vollero intestargli l’attuale reparto di Ostetricia e Ginecologia del nuovo Ospedale di Gallipoli, di cui egli stesso pose la prima pietra nel 1971 e del quale partecipò alla progettazione secondo gli standard moderni.
  • Laureatosi a Napoli nel 1932, si specializzò all’Università di Roma sotto la guida dei Proff. Pestalozza e Gaifami. Dal 1940 fu Aiuto Universitario di ruolo presso la Scuola Ostetrica de L’Aquila, dipendente dall’Università di Roma. Nel 1946, tornato a Gallipoli, venne incaricato di organizzare e dirigere una Divisione di Ostetricia e Ginecologia presso il locale Ospedale. Qui riuscì a dedicarsi in modo pionieristico alla chirurgia oncologica femminile, alla prevenzione dei tumori e all’ostetricia; fu tra i primi ginecologi pugliesi a praticare il taglio cesareo. 

Lontani ricordi di una maestrina a Gallipoli

 

La signorina Bracci: la mia Maestra delle elementari

di Luigi Cataldi

Erano i primi anni ’50, forse i primi giorni di ottobre del 1952, io avevo da poco compiuto i sette anni, e  di lì a poco saremmo tornati a scuola, nella classe terza elementare, quella della temutissima signorina Bracci.

La “Signorina”, come tenne a definirsi decisissimamente una volta, presumo a difesa della sua vetusta verginità, quando un padre osò chiamarla “signora”, era severissima, ma io sono molto onorato, e mi sono sempre detto fortunato di essere stato suo alunno.

Non ero l’alunno preferito perché a casa mia questo non si concepiva, e poi perché la “signorina” aveva già un alunno preferito, nipote di un prelato in carriera, che frequentava regolarmente la casa dell’insegnante, un po’ meno del nipote, che era quasi sempre lì, in casa della “signorina”, le faceva dei piccoli servizi, ma faceva pure i compiti sotto la sua guida (“dopo le elementari entrerò in seminario…”, mi aveva confidato una volta in gran segreto, col tono di chi voleva essere invidiato… “per diventare parroco come mio zio….”. A dire la verità questa prospettiva, anche se avevo sette anni, non mi dava nessuna emozione).

Mi interessava invece quella casa, al n. 11 di via ospedale vecchio, col grande portone metallico dipinto a quei tempi in grigio chiaro, che aveva un grande atrio con grandi curatissime piante amanti dell’ombra con la bocca di un pozzo e una scala che dava accesso all’abitazione del primo piano.

Come scoprii molti anni dopo, era appartenuta a una famiglia Cataldi, quella del poeta improvvisatore Pasquale Cataldi (1807 – 1867), nipote del canonico e anch’egli poeta gallipolino Nicola  Maria Cataldi. (1782-1867)

E se allora il mio interesse per la fulgida carriera ecclesiastica che attendeva il mio compagno di scuola Tonino, che mi arrivava appena al mento… allora si diceva popolarmente che era la “malizia” (concetto per me estraneo almeno quanto quello di “carriera ecclesiastica”) che rallentava la crescita…imparai ad apprezzare piuttosto i preziosi insegnamenti della mia maestra, la quale nel 1952 doveva già avere la sua età: a  me sembrava assai “vecchia”, anche in confronto coi miei genitori che erano molto “grandi” (36 anni mio padre e 38 mia madre), io ero nato quando mia  madre aveva ormai compiuto da alcuni mesi i 31 anni (la guerra aveva ritardato il matrimonio), quasi vecchia per il primo figlio (pensate  che oggi, a 31 anni la donna è una fanciulla, molto probabilmente alla ricerca del primo lavoro, e di sposare, e di fare addirittura un figlio, non le passerebbe nemmeno per l’anticamera del cervello…).

Ma piuttosto che lasciarsi inglobare dal “blob” di questa problematica, conviene tornare alla mia cara “signorina” Bracci. Secondo me,  alla nascita era già maestra, sapeva trattare con allievi e genitori, colleghi e bidelli, segretario e direttore, con grande capacità, anzi con maestria, è appena il caso di dirlo. Riusciva a far fare a tutti ciò che ella voleva e diceva. Potete immaginare che circa 60 anni fa, la maestra (il maestro esisteva, e nella mia scuola ce n’erano di bravi, si diceva) era istituzionalmente la “maestra”, unica e senza alcun supporto psicologico o altro, come oggi. La mia maestra era una maestra speciale… aveva 44 scolari, e così come, nella mia classe, c’erano dei bambini di famiglie benestanti , figli di professionisti, di insegnanti, etc., tutti ai primi banchi, c’erano anche, ed erano la maggior parte, molti figli di povera gente, gente che  viveva alla giornata, qualche “fabbracatore”, numerosi “piscatori”, pochissimi artigiani e “ccatta-bindi” (commercianti), uno o due contadini, financo due NN, che io non riuscivo a capire cosa fossero, ma che la mia mamma riuscì a farmi capire che qualche volta i bambini possono nascere non da una signora con marito, ma da una signorina, che non avendo marito, se ricordo bene il concetto, lo prendeva in prestito da una signora, che magari nemmeno se ne accorgeva…, e magari viveva addirittura in un’altra città! Questo concetto, per me che non avevo nemmeno cominciato ad andare al catechismo, era allora incomprensibile, un impenetrabile mistero che mettevo automaticamente da parte, essendo un problema troppo grande per i miei sette anni.

Buona  parte dei papà  dei miei compagni di scuola erano scaricatori di porto, questo mi era chiaro, erano per me ben identificabili in quanto, quando arrivava una nave carica  di sacchi di grano o di  cemento o anche di concimi chimici, nei pomeriggi assolati, subito dopo pranzo, qualcuno mi portava sul lungomare a poche  decine di metri da casa mia, e dall’alto delle mura, sopra al porto,  vedevamo quegli uomini,abbronzati,  nerboruti, che indossavano pantaloni lunghi, ma erano quasi sempre a torso nudo. Ricordo avevano un sacco di iuta piegato in modo da formare un grande cappuccio, che ponevano come riparo, sulla testa, mentre il resto del sacco scendeva giù a proteggere la schiena. Eh, si!, che ogni sacco non pesava meno di 50 chili, se non più. Durante le operazioni di carico è scarico non mancavano gli alterchi, e spesso scoppiava qualche lite tra i “vastasi” questo era la parola che in dialetto gallipolino definiva gli scaricatori di porto, come i “camalli”  del porto di Genova. Mio padre che era preside della scuola Media del Rosario, ma che era anche  professore di lettere classiche e conosceva e aveva insegnato il greco, mi avrebbe spiegato  qualche anno dopo, che il termine “vastasi” deriva dal verbo ßastazw, che  significava appunto “scaricare le navi”. Dopo anni di studio (non proprio appassionato) di greco antico e di paterni insegnamenti, mi tornavano chiarissime le parole della mia maestra quando, non riuscendo sempre a tenere a bada alcuni di quelli che lei chiamava”ciucci longhi” (e a quei tempi ce ne erano che dopo aver fatto due anni di prima, due di seconda, e così via, arrivavano alla quinta elementare che avevano quasi 14 anni e che erano “spicati”, e con le gambe pelose, cioè fisiologicamente sviluppati come nel Salento normalmente avviene a quell’età.

Quando la mia  maestra non riusciva ad ottenere la disciplina che pretendeva da questi scolari che lei definiva “ciucci longhi” e “vastasi de basciu allu portu”, allora mandava a chiamare il padre dello scolaro in questione: ricordo perfettamente che uno di questi padri, non era uno scaricatore, ma un pescatore, venne in classe, rispettosissimo,  con la “coppula” in mano, e quando ebbe ascoltato il panegirico e la serie di rimproveri della maestra, poggiò la “coppula” sul primo banco, si tirò via la cinta dei pantaloni e prima che qualcuno osasse fermarlo, con un sottofondo di irripetibili epiteti che coinvolgevano l’onore di tutte le donne della famiglia e degli avi defunti, in un paio di minuti trasformò le gambe muscolose e già piuttosto pelose, ma irrimediabilmente nude, del figlio adolescente, in un pigiama fantasia a strisce asimmetriche del modello “vitte-vitte” che rimase evidente per non pochi giorni.

Certo i tempi sono cambiati, e quasi certamente oggi sarebbe la maestra ad essere aggredita, ma vi assicuro che l’intervento spontaneo di quel padre fu oltremodo dissuasivo nei confronti di qualsiasi altro scolaro che volesse disobbedire a una così terribile Maestra.

Ricordi invernali di Gallipoli e della sua indimenticabile tramontana

 
Gallipoli, la muraglia (ph M. Gaballo)

di Luigi Cataldi

A quei tempi (primi anni ’50) si portavano i calzoncini corti, ma corti, proprio “corti” (non “all’inglese” o tipo “bermuda”), e la tramontana fredda si infilava senza complimenti, anzi proprio con prepotenza, sotto le falde del cappotto, non appena uscivo dal portone di via Nizza, angolo via Tafuri1,ed io sentivo il freddo sulla pelle delle gambe, che diventava di uno strano colore.

La temperatura non era inferiore ai 6-7 gradi, ma a me sembrava facesse molto più freddo… La tramontana percorreva velocissima la stretta via Nizza, dritta come un fuso, e sembrava volerci sollevare via da terra tutti e due, io la ragazzetta (12-13 anni) che mi accompagnava a scuola.

Percorsi a fatica i primi 20-30 metri, ecco un angolo alla “mantagnata2”, poi sul lungomare Nazario Sauro, di nuovo un turbine di vento e qualche spruzzo salato portato dal vento. Un rapido sguardo al mare, incredibilmente punteggiato di bianche creste d’onda, a rischio di ricevere una salatissima goccia nell’occhio troppo ardito che si affacciava sopra il bavero del cappotto e sotto il basco “ngafatu an capu” e poi via di corsa rasente la muraglia. Tale era per la mia scarsa taglia di bambino di seconda elementare ciò che per tutti i “grandi” era il residuo della “Muraja”, l’alta cinta di mura che circondava la città vecchia di Gallipoli fino all’inizio del secoloXX e che, come diceva mio padre, ricordava quando fu ridotta all’altezza attuale3.

Così, camminando rasente al muraglione, raggiungevamo in pochi minuti lo spiazzo aperto davanti alla chiesa della Purità, dove però la tramontana batteva più forte, e facendo gli ultimi metri sempre di corsa, con la cartella di cartone4 che mi sbatacchiava sul fianco, la ragazzetta ed io ci infilavamo nel “portone trasi-essi”5, una certezza che ci permetteva di arrivare alla scuola elementare “Santa Chiara” in non più di 8-10 minuti, anche se in verità sembrava di passare nella casa “de li cristiani”.

All’interno del “portone trasi-essi” affacciavano infatti alcune porte di altrettante abitazioni, occupate da popolani che secondo le tradizioni del tempo avevano assai poco spazio nell’unico ambiente che costituiva la loro “casa”: lì infatti dormivano i numerosi componenti dell’intera famiglia, che includeva spesso anziani genitori e magari la classica zia zitella. Così a destra una madre cercava di spingere i figli appena approntati ad andare alla mia stessa scuola, e per arrivarci dovevano giusto percorrere non più di trenta metri. Un’altra giovane madre, forse appena trentenne, dopo aver inviato i primi due figli a scuola, provava a lavare sommariamente il viso del piccolo dei suoi cinque rampolli, dal cui naso fuoriusciva, anzi “spetterrava”, un’incredibile quantità di moccioli, con produzione di migliaia di bollicine che a me ricordavano lo schiumare disperato delle lumache che raccoglievamo subito dopo le prime pioggie, a fine estate.

Fuori la scuola il vento sembrava incredibilmente ammorbidito, solo qualche mulinello qua e là… Due fratellini ritardatari, che a casa erano stati costretti a trangugiare un tazzone caldo di caffè d’orzo, erano ancora alle prese con la parte masticabile della “colazione”, cioè una fetta di pane casereccio raffermo, bagnata di orzo e cosparsa con un paio di cucchiaini di preziosissimo zucchero bianco, comprato a “menzi-quinti”6 e conservato nella sua originale carta blu “carta da zucchero”. La madre metteva loro in mano la preziosa fetta zuccherata, buttandoli poi fuori di casa e accompagnando la consegna col suo “sciati, sciati…” concludendo poi con un affettuoso …“spenturati”.

Erano le otto e mezzo e “lu Tumasinu”, il bidello, figlio della per noi “vecchissima“ mamma, anche lei bidella, paludata con l’immancabile mantellina all’uncinetto a  nido d’ape “culore de cane quando fusce” e “nu mmaccaturu”7 di lana  in testa, stava chiudendo il portoncino della scuola, mentre la severissima signorina Maria Bracci, la mia maestra, dopo la breve preghiera iniziale stava già facendo l’appello e la vecchia bidella cominciava a fare il giro dell’inchiostro, grazie a un cucchiaio da minestra con cui rabboccava  riportava a livello l’inchiostro nei calamai dei nostri banchi.

Note

1La strada prende nome dall’omonima famiglia nobiliare, che si diceva ormai decaduta, proprietaria del palazzo (tanto incredibilmente deteriorato, quanto dimenticato). Lo stupendo fronte barocco, realizzato in pietra carparo locale, fu voluto, attorno al 1760, da un ricco e nobile giureconsulto della famiglia Tafuri, originaria di Matino, il dottore Donato Tafuri, trasferitosi in Gallipoli nei primi anni del XVIII secolo. Come scrive Elio Pindinelli (http://www.gallipolivirtuale.com/citta_vecchia/tafuri.asp consultato il 3 luglio 2010): Le sue linee barocche sono influenzate da uno spiccato gusto decorativo che si esprime in una minuziosa cura dei particolari, come nella lapidea frangia nappata flessuosamente cadente sui bordi dei semi frontoni del portale. Inusitata, nel contesto architettonico locale, la presenza di finestre ovali graziosamente corniciate al piano basso mentre spagnoleggianti sono le ferrate balconate. La proprietà di questo edificio restò in mani della famiglia Tafuri che la possedeva sul finire del XIX secolo, passò poi ai Renna ed oggi si detiene dal colonnello Vittorio Cantù”.

Il palazzo, attualmente disabitato, è stato residenza del pittore Giulio Pagliano, del quale ricordo con riconoscenza la gentile, signora, prof.ssa Maria Consiglio, mia autorevole, anziana, ma bravissima insegnante di francese alle medie e al ginnasio (anni 1956-1960), di molto più giovane del marito.

Il palazzo, ricordo, fu anche, per un breve periodo, abitato dalla famiglia del dottore Salvatore Coluccia,  mi pare tra fine anni ’50 e primi anni 60.

2“mantagnata” definisce il Rohlfs”    “  Vocabolario dei dialetti salentini vol.1 p 316

3Salvatore Cataldi, comunicazione personale (1955)

4Tutte uguali quelle cartelle, per ricchi, benestanti e poveri, ma questi ultimi se non l’avevano ereditata dal secondo o terzo fratello spesso non ce l’avevano proprio, ed eravamo ben lontani dagli zainetti firmati e più o meno supercolorati, anzi spesso luminescenti)

5 In realtà si trattava non di un portone perticolare, ma di un palazzo che aveva due entrate, una sulla ventosissima riviera Nazario Sauro, e l’altra sulla piazzetta Santa Chiara, proprio di fronte alla omonima scuola elementare. Era di proprietà di un conte “X”, che  non bisognava nominare perché pare portasse “spurchia”.

6 metà di un quinto di chilogrammo, quindi pari a 100 grammi

7 “lu maccaturu” era il grande fazzoletto da testa o da collo (termine presente anche in Calabria e in Sicilia “muccatori”)

http://www.logosdictionary.org/pls/dictionary/new_dictionary.gdic.st?phrase_code=6333732 (consultato il 3 luglio 2010)

La vendemmia negli anni ’50 nel Salento meridionale

di Luigi Cataldi

I meccanismi della memoria sono veramente straordinari: eppure oggi dovrebbe essere meno difficile di ieri (lo “ieri” degli anni ’60-’70) trovare risposta ad alcuni interrogativi, legati alla cosiddetta memoria a lungo termine: come possa nella mente di una persona anziana, farsi innanzi un ricordo di quasi sessanta anni prima, vivido ed attuale come se l’evento fosse avvenuto pochi giorni o poche ore prima.

Le immagini della vendemmia scorrono come in un documentario dei famosi film Luce che venivano proiettati al cinema prima dell’inizio del film, negli anni in cui questa era la modalità abituale, per la diffusione delle notizie di attualità, oltre la carta stampata.

Forse ciò è dovuto all’importanza che io medesimo, bambino di 7 anni, davo al mio ruolo in quelle occasioni. Esse ebbero inizio, ricordo perfettamente, nei primi anni cinquanta del secolo scorso: anzi, specificatamente, nel mese di settembre del 1952, e mi portano alla memoria ricordi chiarissimi ed amabili, che mi trasportano con dolcezza estrema a quei tempi relativamente lontani.

Avevo da poco compiuto 7 anni e ai primi di ottobre iniziava la scuola, frattanto in tutto il Salento, con variazioni di giorni comandate dall’andamento climatico, dalla permanenza del caldo secco, dal tasso di umidità, e non ultimo dalla possibilità di non previsti ma prevedibili cambiamenti dei tempi con l’arrivo delle piogge autunnali, si decideva, di solito con pochissimi giorni di anticipo, il giorno della vendemmia.

Bisognava ovviamente trovare disponibili almeno tre carri trainati da buoi o da muli, i nostri antichi “traìni” completi di trainiere, e poi gli “òmmeni e le fìmmene”, ma alla vendemmia, festa del raccolto, partecipavano spesso i bambini, che davano aiuto ai genitori, anche approfittando che la scuole erano ancora chiuse. Credo anzi, a questo proposito, che il tempo della vendemmia sia stato per molti anni concausa della persistenza, in tutto il Sud Italia, della data relativamente tardiva di riapertura delle scuole.

Se le mie tre vecchie zie “di Ugento” (così erano definite da tutti i nipoti), sorelle minori della mia nonna materna, che col matrimonio aveva seguito lo sposo a San Cesario, centro limitrofo a Lecce, dove si avviava a compiere gli 80 anni), se esse, le “signorine” Giannelli, come amavano definirsi e come erano note al paese, dovevano far si che tutto fosse pronto e organizzato per la vendemmia, fin nei minimi particolari (tramite un uomo di fiducia), in realtà era il mio zio “giovane”, nemmeno quarantenne, che correva da una parte all’altra con il motocarro, dal vigneto alla cantina sociale, al palmento di casa delle zie. E il motocarro costituiva il terzo mezzo, oltre ai due “traini”, anzi era in grado di trasportare, non solo due, ma tre botti colme di grappoli d’uva, era assai più veloce dei “traini”, e non necessitava della persona di “controllo”. E si! In effetti il ruolo di noi due fratelli e degli altri nipotini, tutti in età compresa tra 8 e 5 anni, ancora nell’età dell’innocenza, quando toccava a loro, era quello di accompagnare ogni traìno con due botti ciascuno colme di grappoli maturi, dalla vigna al palmento della Cantina Sociale cui doveva afferire il carico, evitando con la nostra innocente presenza, che l’intero carico di uva venisse afferito altrove. Solo una parte del raccolto, veniva, sul finire della vendemmia, avviato al palmento di famiglia, situato nella stessa proprietà delle zie, dove subiva tutti i processi di vinificazione e trasformato in un certa quantità di vino per il consumo delle nostre famiglie.

Noi bambini contribuivamo in qualche maniera a guardare gli interessi della famiglia. Così raccoglievamo, e, non senza qualche difficoltà, riempivamo i tradizionali (piccoli i nostri) panieri di canne tagliate sottili e intrecciate, che le vendemmiatrici ci aiutavano a colmare con solo pochi grappoli staccati da i “cippuni” con pochi sapienti colpi di cesoia.

I panieri venivano svuotati nei grandi e pesanti tini in legno che gli “òmmeni” portavano a spalle tra i filari di vite fino a raggiungere “lu traìnu”, o il motocarro dello zio a depositare nelle botti il preziosi grappoli.

Ricordo vagamente i racconti del “trainiere” durante il relativamente breve per corso dal vigneto alla cantina sociale, ma ciò che ricordo con particolare vivezza sono due cose: il rosario recitato tutte le sere affacciati al balconcino della nostra camera da letto a piano terra, con la partecipazione delle donne del vicinato che si portavano le sedie da casa; e il fatto che, dopo una frugale cena a base di verdure, un’insalata di pomodori e una fettina di formaggio locale, andavamo a dormire alle sette e mezzo (e pur non essendoci in quegli anni l’ora legale era ancora chiaro), in un gran letto di ferro battuto con le incrostazioni di madre perla sulla testata, e che pur essendo in tre, io, mio fratello e anche lo zio, nel lettone restava ancora tanto spazio.

Una volta poi, ero in costume da bagno e mi avevano abbondantemente lavato i piedi per pigiare tutti insieme l’uva appena arrivata dal vigneto di “Porchiano” (località non lontana dal santuario della Madonna della Luce risalente al 1576), quando mentre pigiavo sentii un dolore terribile sotto la pianta del piede destro, era veramente un dolore terribile… Una vespa trovandosi costretta tra il mio piede e il pavimento dolce e profumato fatto di chicchi e succo d’uva, per liberarsi mi aveva punto proprio sotto la pianta del piede, dove, dopo l’estrazione del pungiglione della povera vespa ormai condannata a morte, mi applicarono, seguendo il consiglio di una delle contadine presenti, uno spicchio di aglio allo scopo di lenire il dolore, ma ricordo che mi fece male per alcuni giorni.

Negli ultimi 50 anni i numerosi progressi tecnologici ci hanno certamente privato di momenti ricchi di umanità, e per lo più ci hanno gratificato con un apparente miglioramento della qualità della nostra vita… attenti all’inquinamento, cari amici e conterranei salentini.

Emanuele Barba, medico, patriota e cultore di Lettere e Arti, e la salute fisica e mentale del popolo gallipolino

di Luigi Cataldi

biblioteca pubblica

 ” forza vitale per l’istruzione, la cultura e l’informazione”

“….agente indispensabile per promuovere la pace

 e il benessere spirituale delle menti di uomini e donne”.

Manifesto UNESCO 1995

 

Emanuele Barba, medico, naturalista, poeta, letterato e patriota, nacque a Gallipoli l’11 agosto dell’anno 1819. Figlio di un modesto sarto, dopo le scuole primarie si trasferiva a Napoli presso uno zio della madre e compiuti gli studi di medicina conseguiva la laurea nel 1842. La sua prima conferenza ebbe come tema l’argomento trattato nella tesi: “Sui mezzi per evitare i falsi ragionamenti in Medicina”.

Tornato a Gallipoli realizzava con entusiasmo e competenza la sua opera di medico: nel 1848, durante il diffondersi dell’epidemia tifoidea, fu prescelto dall’Autorità competente quale Direttore dell’Ospedale provvisorio di Gallipoli, e così, in circa cinque mesi di prolungata epidemia tifoidea curò e salvò la vita a circa tremila conterranei ammalati. Nel 1866, a causa dell’epidemia colerica, il Municipio lo incaricaricò ancora della Direzione

Cosimo De Giorgi, famoso geografo leccese, medico e filantropo

di Luigi Cataldi

 

Cosimo De Giorgi nasce a Lizzanello, presso Lecce, il 9 febbraio 1842, ed ottiene il diploma in Belle Lettere e Filosofia nel 1858, presso il Liceo-Convitto dei Gesuiti di Lecce. Conseguita, presso la scuola Medica di Lecce, l’ammissione al II grado di medicina nel 1861, nel novembre dello stesso anno si trasferisce a Pisa, dove, nel 1864. si laurea in Medicina. Due anni dopo consegue anche la laurea in Chirurgia, a Firenze.

Nel 1867 rinuncia, suo malgrado, a recarsi all’estero per frequentare una scuola di specializzazione, dovendo rientrare al paese natio per curare i familiari affetti nel corso di un’epidemia di colera. Si dedica con successo alla professione medica, che esercita dedicandosi contemporaneamente a studi di geologia, e all’insegnamento delle scienze naturali. Lasciato definitivamente l’esercizio della medicina nel 1889, forse a seguito della morte della madre e del senso di colpa derivatogli per non esser riuscito a salvarla, si dedicò interamente ad attività sociali tra le quali il Comizio agrario, la Commissione Conservatrice dei Monumenti, il Consiglio Sanitario, la Delegazione Scolastica.

In particolare De Giorgi si dedicò allo studio dell’ambiente salentino sotto vari aspetti, dalla meteorologia alla sismologia, dalla geologia alla paleontologia, dall’archeologia alla storia, dall’agricoltura all’igiene. Dopo una raccolta sistematica delle osservazioni meteorologiche a Lecce (1869-1873), nel 1874 fondò l’Osservatorio Meteorologico, dirigendolo ininterrottamente fino quasi alla sua morte.

Realizzò anche la Rete Termopluviometrica Salentina, che portò la Provincia di Lecce ad una invidiabile collocazione ai primi posti in Italia in ambito meteorologico.

De Giorgi guadagnò in tal modo un ruolo di prestigio nella comunità scientifica nazionale, che apprezzò ampiamente le sue doti accogliendolo consensualmente tra le personalità scientifiche di maggior rilievo. Egli partecipò ai congressi della Società Meteorologica Italiana, svolgendo relazioni su vari temi.

Ottenne nel 1880 la nomina a cavaliere del Regno d’Italia. Nel 1897 fu nominato socio corrispondente della Pontificia Accademia dei Nuovi Lincei e ai primi anni del ‘900, grazie alla passione per l’Archeologia proprio in quegli anni (1900-1906) riuscì a portare alla luce l’Anfiteatro Romano esistente nel cuore della città di Lecce, permettendo al Salento di acquisire una posizione di grande prestigio culturale.

Prenderemo ora in considerazione alcuni aspetti che fecero meritare a De Giorgi ottima fama anche in campo medico, nell’Igiene e nella prevenzione. Rileviamo questi dati preziosi dalla corposa corrispondenza che il De Giorgi tenne con centinaia di Personalità, Istituzioni, Colleghi e Amici.

Accenneremo solo ad alcune problematiche che potremmo inserire nel grande tema della medicina popolare.

Quando il paziente chiede al medici, con insistenza, la prescrizione di un farmaco di cui ha visto o sentito dire qualcosa, magari su “Internet”… Evento assai frequente anche sulla base della nostra esperienza recente. E il medico dovrebbe rispondere: “stia molto attento signore, che sul web c’è anche molta spazzatura ed abbiamo anche noi difficoltà a discernere il buono dal cattivo”. Che sarebbe una maniera elegante per non dire: “si faccia curare da Internet…”.

In una delle sue lettere, indirizzata il 2 maggio 1868 all’amico e collega Guidi Mugnaini, da Nugola (LI), suo compagno di studi, De Giorgi lamenta la richiesta di continui salassi da parte dei suoi assistiti ippocraticamente convinti che il salasso liberi il corpo dai “cattivi umori”.
Poche settimane dopo scrive allo stesso amico lamentando i pregiudizi dei suoi pazienti su streghe, stregoni, diavoli, sulla credulità e superstizione relative ai riti magici, al malocchio e ai vari rimedi popolari per liberare se stessi o i propri bambini.
Quando i bambini piangevano, lamentandosi senza un motivo apparente, veniva consultata un’anziana esperta che controllava se avessero il malocchio (l’affascinu). L’affascino poteva essere procurato ai neonati dallo sguardo invidioso di donne che non potevano avere figli, o da chi, in ogni modo per invidia, facesse apprezzamenti. Per liberare un soggetto dal malocchio si ungeva l’indice con l’olio e lo si faceva gocciolare nel piatto poggiato sulla testa del “fascinatu”; l’operazione veniva ripetuta per tre volte recitando l’Ave Maria.

Un altro rito magico molto diffuso era quello di “tagliare i vermi” ai bambini che soffrivano mal di pancia. Veniva chiamata una donna esperta, che nel vicinato non mancava mai, e che interveniva con una tecnica e una formula segreta che le era stata tramandata: per tre volte faceva il segno della croce sulla pancia del bambino con le mani unte di olio e, massaggiando la pancia, recitava preghiere misteriose.

In una lettera del 30 giugno 1868, il De Giorgi, addoloratissimo, comunica all’amico il caso di un adolescente con un grave trauma a un arto, morto per una complicanza infettiva da tetano, contratto perché i genitori avevano rifiutato di far amputare l’arto traumatizzato… Il ragazzo era morto e De Giorgi era stato incolpato, se non aggredito, dai parenti.In una lettera del 16 luglio dello stesso anno De Giorgi informa l’amico che nel Salento una medichessa tratta le infiammazioni oculari passando la lingua, ben insalivata, sull’occhio malato, ma dopo aver masticato a lungo delle foglie di ruta.

Contro l’eresipela, invece, come egli riferisce, esistevano numerose possibilità terapeutiche popolari, dalla zucca gialla alle foglie di sambuco, dalle monete o medaglie d’argento alle feci umane…

In conclusione anche se sono trascorsi quasi 150 anni dai tempi in cui Cosimo De Giorgi viveva sulla propria pelle i drammi dell’ignoranza della popolazione, ancora oggi tutti i medici e forse i pediatri in misura più rilevante, subiscono aggressioni culturali, psicologiche, legali, e non di rado anche fisiche a causa della diffusa ignoranza popolare, e perché no, anche della malafede di personaggi di indefinibile moralità.

Bibliografia

Caiuli A. (a cura di), Bibliografia di Cosimo De Giorgi, Congedo Editore, Galatina 2002

Cataldi L., Gregorio M.G., Errori di ieri… , “Atti del 10° Congresso Internazionale del GSNNP”, Aversa 24-26 nov 2006

Cataldi L., Errori di oggi… Atti del 10° Congresso Internazionale del GSNNP Aversa 24-26 nov 2006

Jastrow J. (a cura di) – Storia dell’errore umano. Milano, Mondadori, 1941

Joubert L., La prima parte de gli errori popolari dell’eccellentiss. sign. Lorenzo Gioberti filosofo, et medico, lettore nello studio di Mompellieri. Nella quale si contiene l’eccellenza della medicina, e de’ medici, della concettione, e generatione; della grauidezza, del parto, e delle donne di parto; e del latte, e del nutrire i bambini. Tradotta di franzese in lingua toscana dal mag. m. Alberto Luchi da Colle. Con due tauole, vna de’ capitoli, e l’altra delle cose notabili. Nuouamente data in luce. In Fiorenza, per Filippo Giunti, 1592 

Mercuri S., Degli errori popolari d’Italia, In Venetia, appresso Gio. Battista Ciotti Senese, 1603

Ruge R. Muhlens P, Schwalbe J. Errori diagnostici e terapeutici e criteri per evitarli: pediatria, Milano Vallardi, 1927  

* Il presente contributo è stato presentato il 20 febbraio 2010 al 6° CORSO  “NOVITA’  NELLA  STORIA DELLA PEDIATRIA” del GRUPPO DI STUDIO DI STORIA DELLA PEDIATRIA della SOCIETA’  ITALIANA  DI  PEDIATRIA autori, Angela Paladini e Luigi Cataldi.

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