Nardò. D’inverno

guglia di Nardò

di Livio Romano

 

E’ una cittadina di quarantamila abitanti che d’estate tocca i centomila, mica un paese di tremila anime. Trenta chilometri di costa, uno dei territori più vasti d’Italia. Che si spegne piano piano. Come tante altre, per carità, e in tutta Europa. Lo scriveva anche Bruno Manini di Piacenza. Ma qua oltre a quelle dei locali si stanno via via spegnendo le luci delle vetrine dei grandi negozi storici.

Le molte piazze sono buie, semplicemente. Come dappertutto, sale per il gioco d’azzardo e compro-oro malinconici spuntano a dire che la festa è finita -ma ho l’impressione che neppure loro facciano grandi affari. I begli empori di scarpe e vestiti di qualità sono letteralmente deserti, saldi o non saldi. I locali commerciali rimasti vuoti non espongono “si affitta”, bensì “si vende”. E si vendono case, dappertutto: si prova a farlo, almeno. Perfino gli hard discount hanno i parcheggi quasi sempre liberi. Giri per i viali e hai la sensazione di passeggiare per un qualsiasi Lido Sabbiadoro d’inverno.

Che nessuno si sogni di dire che è colpa delle troppe tasse: sarebbe riduttivo, consolatorio.

O magari si starà avverando quel che fricchettoni e pauperisti d’ogni risma fanno finta di auspicare: che la gente si fa il pane in casa e si cuce i vestiti da sé. Potrebbe darsi anche questo.

Sfogliando un libro di letteratura…

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di Livio Romano

 

Uno sgomento mi ha preso sfogliando il libro di letteratura del quarto ginnasio di mia figlia. Professoresse all’ascolto, spiegatemi. E’ una scelta dell’insegnante questo studiare la roba per “aree d’interesse”, per argomenti, per mappe mygod concettuali? Oppure si fa proprio così oggigiorno al liceo? Tipo, la fiaba. Un guazzabuglio che mette insieme i fratelli Grimm, Calvino, Esopo e chi più ne ha più ne metta. Poi si approda alla “crisi” passando per “il racconto realistico” e altre amenità che a me fanno orrore.

E io che credevo stesse studiando I Sepolcri, come si deve a ogni quattordicenne che intraprenda studi classici. Niente più seguire la storia della letteratura e della cultura? Solo queste “reti” di “narrazioni”? Sono sbigottito, sul serio.

Io so una cosa. Ok. Al liceo poi si studia tutto ben benino. Ma se nel primo biennio non avessi navigato dall’illuminismo al romanticismo al decadentismo al realismo all’avanguardia scoprendo via via Voltaire, Allan Poe, Wilde, Baudalaire, Mallarmè, Rimbaud, Joyce, Kafka, Mann, Zola, Flaubert, Ibsen, Beckett e tutto il resto DEL BEN DI DIO, be’ nessuno poi più me ne avrebbe parlato né, incontrandoli, io li avrei saputi collocare in un’epoca, uno spirito del tempo, un movimento, una filosofia.

Qualcosa (poca, pochissima roba) in letteratura inglese, ma nulla di più.

Olio e manodopera

ph Donato Santoro
ph Donato Santoro

di Livio Romano

Un tempo chiamavi un contadino e si faceva fifty fifty con l’olio che veniva fuori dalla spremitura delle olive. Poi la percentuale è diventata 60 a lui e 40 a te. Poi ha cominciato a voler essere pagato in giornate. L’anno dopo ha voluto che pagassi io il frantoio e gli comprassi le reti perché aveva le sue impegnate in altri uliveti. Arrivammo a una sera che mi portò due litri di olio come unico e solo frutto di tutto il lavoro. Pagai quell’olio, dunque, intorno ai 350 euro a litro. “Signor Livio non si crucci, la campagna è così: anni meglio, anni peggio”. Da allora ho deciso che si fottano le olive: le lascio cadere a fare humus agli alberi stessi.

La felicità del testimone di Elisabetta Liguori.

di Livio Romano

Seguo con grandissima attenzione il lavoro narrativo di Elisabetta Liguori da più di dieci anni. Il fatto che siamo amici non mi esime dall’irrefrenabile impulso di scrivere qualcosa tutte le volte che finisco di leggere un suo nuovo romanzo. Ché poi, si sa, l’amicizia è come un filo. A volte tesissimo, ad annodare, tenere insieme le anime rispettive. Altre volte molle, se non sfilacciato dalle inevitabili delusioni che da che mondo è mondo caratterizzano i rapporti umani –eppure sai che, nonostante quei buchi neri, il tuo amico è là, pronto tu a recuperarlo, pronto lui ad accoglierti di nuovo. Mi dilungo su queste annotazioni poiché i romanzi di Elisabetta Liguori di questo precipuamente parlano: del complicatissimo viluppo dei flussi emotivi che scorre fra gli uomini. È un’assoluta maestra, Elisabetta, per dire, nel mettere in scena le dinamiche della coppia, in particolare di quella coppia la quale vive “sotto lo stesso giogo” (etimologia del “coniugio”). E trovo tutt’oggi insuperato un suo romanzo inedito il quale, son sicuro, prima o poi vedrà la luce e avrà la fortuna che merita. Questo La felicità del testimone, ed. Manni 2012 rappresenta un punto di arrivo sfavillante nel percorso di scrittura dell’autrice. Tutta la narrativa che mi arriva in manoscritto, nonché pressoché tutti i libri degli autori salentini i quali non siano arrivati a pubblicazioni di respiro nazionale (e se vi sono arrivati è attraverso minuscoli editori senza forza industriale, senza capacità di promozione): è sovente materiale dilettantesco, o di un pretenzioso da sfiorare la comicità involontaria, oppure contraddistinto da questo fastidiosissimo lirismo da quattro soldi che fa dire a Rossano Astremo, a ragione: “Il Salento, più che di narrativa, è un luogo di poesia”. Voglio dire che Elisabetta Liguori è una scrittrice vera. Una scrittrice nata. Un’abilissima narratrice. Dotata di consapevolezza letteraria e linguistica altrove introvabili. La sua prosa è controllata, mai debordante, esatta come un laser, curata, raffinatissima. Soprattutto: risente di solide e ingenti letture che contribuiscono negli anni ad affinare la sua già personalissima e potente voce narrativa (lo scrivo anche per contrasto a certi libretti dentro i quali il prosare è faticoso, volendo sembrare artefatto e ricercato finisce per diventare artificioso e, soprattutto, gira e gira su se stesso senza mostrare un bel nulla lì dove è notorio che narrare è solo una questione di show, don’t tell, come disse Mark Twain). Non voglio entrare nella trama di questo nuovo noir (che, a me che nulla so del genere, sembra un altro dei deliziosi non-noir, o noir inutili della Liguori), né voglio parlare dei personaggi. Concetta e Angelo meriterebbero ben altro spazio, tanto son dipinti con maestria superba, e servendosi di pochi essenziali tratti: rare istantanee della loro esistenza che dicono tutto del loro modo di essere e agitarsi nel mondo. Non voglio tirar fuori neppure la testimone-bambina intorno alla quale ruota l’intera vicenda. Ho fatto lo sbaglio di leggere qualche recensione. Gli interpreti son d’accordo nel mettere al centro del romanzo il tema dell’infanzia e della sua fragilità. A me no. A me della Felicità del testimone ha colpito soprattutto la leggerezza, il tocco lievissimo, composto, sorvegliatissimo che l’autrice imprime alla penna quando batte il ritmo, quando uno ad uno fa entrare in scena i protagonisti della storia e li presenta al pubblico con le loro goffaggini, le loro grandezze, i loro tic. Il ritmo. Scheletro portante di una narrazione. In questo romanzo il passo è pressoché perfetto. Neppure un colpo di grancassa è suonato un secondo prima o dopo. E, attenzione, questa lievità espressiva non è mai funzionale alla creazione della suspense, come ci si aspetterebbe da un vero noir. Tutto al contrario, la Liguori tiene il ritmo, briga con personaggi ed eventi, ambienti e sentimenti esclusivamente per far musica, sublime musica narrativa. In parte rinunciando al gusto barocco per la profusione di similitudini e a uno stile a spirale che ha sempre caratterizzato la sua scrittura, questa volta l’autrice ha davanti a sé una grande torta da guarnire. Le spirali di panna che abbozza sul pan di spagna son roselline garbate. Spiraliche, sì. Ma poi la Liguori con la siringa da pasticcera tira su le colonnine di spuma fino a sistemare sopra al suo dolce una circonferenza di meringhe a spire. Ma non solo. Guarnisce pure, le sue torrette. Con spruzzi di humour e prese di distanza dalla materia altrimenti incandescente e, a dirla tutta, insostenibile. Non voglio dire che questo non sia un romanzo di sentimenti, di rappresentazione delle emozioni, a volte anche estreme, che passano da un essere umano a un altro (“Quando ci si ama, ci si parla e basta”, annota l’io narrante, per esempio, a proposito di Concetta e la bambina). E però questo viluppo di emotive apprensioni è abbozzato ma subito dopo immerso dentro a una azione (il correre, il bere un bicchiere con l’amica del cuore Agnese) oppure trascolorato in una sineddoche argutissima che confonde le acque, sposta il fuoco dell’attenzione su qualcosa di sensibilmente avvertibile (“il camoscio”, per esempio, diventa a un certo punto il misterioso picchiatore, e già chiamarlo così vuol dire levargli aura tragica, smettere di prendere sul serio sia lui che l’intera vicenda). Insomma dissento dall’altro mio amico caro Antonio Errico, nonché da Enzo Mansueto. Nessuna pietas. Solo la straordinaria prosa di una scrittrice nata che utilizza gli avvenimenti della realtà per fare monumentali vezzose torte di panna e meringhe, a loro volta parodia dei mausolei di marzapane che si trovano nelle vetrine dei pasticceri di paese.

Di quelle pedine di cui a volte si serve la Storia per farsi…

Clandestino

 

di Livio Romano

 

 

Succede che si parli tanto di clandestini e succede che in questo particolare momento della mia vita io alla parola “clandestino” associ ipso facto me stesso. Clandestino della scrittura, ovviamente. Come tutti coloro i quali siano posseduti dal demone del raccontar storie per iscritto. Clandestino quando scrivo, quando trascorro ore giorni settimane a non pensare ad altro che a come risolvere una scena, a come delineare un personaggio, cosa fargli dire e fare. Clandestino quando sottraggo tempo energia buonumore agli affetti, al sonno, alla salute, al godere di un tramonto in sé al di là di come puoi raccontarlo sulla pagina. Il narratore vive la sua mania così: fra sensi di colpa e nascondimenti, fra impareggiabili felicità e altrettanto esagerati sensi di insoddisfazione perenne. Un clandestino di lusso a bordo di una nave di lusso. Uno che potrebbe starsene sul ponte a prendere il sole e sorseggiare cocktail e invece si auto infligge le stive più fetide: basta vi sia una presa per la corrente elettrica cui allacciare il laptop.

Ma al di là di questi aspetti abbondantemente raccontati dalla letteratura di ogni tempo, ecco: ora che il nuovo romanzo è uscito e sto per partire alla volta delle tante città italiane, be’: io mi sento propriamente un viaggiatore senza documenti, un usurpatore di posto in treno o aereo, un migrante senza valigia, provvisto solo di pochi concetti da provare a dipanare durante le presentazioni, e di romanzi da leggere per vincere il senso di leggera spersonalizzante derealizzazione che attanaglia ogni pellegrino.

Io ho scritto un romanzo che già oggi, mentre butto giù queste righe, un critico ha definito possedere un mood “accigliato”. Di più, dico io. Molto di più. Ho scritto pagine a migliaia utilizzando una lingua espressionista, debordante, spesso barocca, in ogni caso tendente a fare dell’ironia pure sulle tragedie, a imbastire scenette zeppe di sarcasmo indirizzato anzitutto a me stesso. Poi un giorno di novembre ho visto un uomo, di notte, che guidava lento coi finestrini aperti. Aveva la mano destra sul volante e il braccio sinistro penzoloni lungo lo sportello –fra le dita una sigaretta che bruciava veloce per via del ventaccio di scirocco. Mi son chiesto: “Dove va quest’uomo?”. Ho immaginato una storia. Ho provato a capire da dove venisse, che vita facesse,

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