Sava (Taranto). L’antica chiesa di Pasano

L’ antica chiesa di Pasano posta alle spalle dell’attuale Santuario: il ritrovamento, e l’auspicato termine dei restauri

 

di Gianfranco Mele

disegno ricostruttivo dell'antica chiesa a cura di Angelo Campo
disegno ricostruttivo dell’antica chiesa a cura di Angelo Campo

 

L’antica chiesa basiliana e l’edificazione di un altro stabile intorno al 1712

Primaldo Coco, nella sua opera “Cenni Storici di Sava”, ci informa in più passaggi dell’esistenza di una antica cappella in Pasano, precedente la chiesa tutt’ora visibile e visitabile: quest’ultima, viene difatti edificata nel 1712 in sostituzione del più antico luogo di culto basiliano. Il Coco fornisce anche alcuni particolari in merito alla sua ubicazione, nonché la notizia del trasporto dell’icona bizantina, appartenente alla vecchia cappella, sull’altare della nuova chiesa (la “Madonna con Bambino” posta al centro dell’altare dell’odierno edificio):

“Dopo i tanti singolari prodigi operati ad intercessione della Vergine SS. di Pasano, i Savesi vollero, per singolare loro divozione, fabbricare una nuova chiesa più bella e più grande accanto alla vecchia. Fu questa portata a compimento nel 1712, nel quale anno al 23 marzo fu trasportata l’immagine dalla chiesa vecchia alla nuova e fu collocata in mezzo sull’altare maggiore: al 31 poi dello stesso mese, di giovedi fra l’ottava di Pasqua, fu benedetta. […] A differenza della prima piccola e bassa la nuova chiesa è lunga una ventina di metri, larga otto, ed è molto ariosa.”[1]

Questa descrizione del Coco coincide con quella, precedente, di un anonimo che nel 1897 scrive che il nuovo santuario fu costruito “dinanzi alla vecchia chiesa della Vergine che ora è a ridosso dell’ altare Maggiore e destinato a sacrestia”.[2]

In un passo successivo, il Coco riferisce in merito alla presenza di resti di dimore di basiliani all’interno della masseria di Pasano (situata nei pressi della chiesa, sulla strada che porta verso Lizzano) e della presenza di “ruderi di una antica chiesuola”:

“… in Pasano […] sino a poco tempo fa nella masseria omonima si notavano avanzi di antiche dimore di basiliani, oggi scomparsi per i restauri eseguiti dai diversi padroni. Sul muro dell’antico edificio, eretto a mo’ di castello medioevale, dalla parte della strada che mena a Lizzano, si vedevano alcuni affreschi in parte coperti di calce con alcune nicchie ed altri ruderi di una antica chiesuola oggi nascosti da una scala, che porta al piano superiore di recentissima costruzione. In un gran vano a pianterreno vi sono avanzi di cornici e capitelli parte rovinati e parte corrosi dal tempo con porta d’ingresso rivolta ad oriente, oggi murata e con una cupoletta di forma ovoide alquanto elevata; pare facesse parte dell’antica chiesetta.” [3]

Occorre osservare che il passo sopracitato appare in lieve contrasto con il primo dello stesso Coco, e con le indicazioni fornite dall’ anonimo del 1897: la vecchia chiesa è collocata accanto a quella nuova oppure è poco distante da essa, appunto, sulla strada “che mena verso Lizzano”, all’interno della Masseria?

La prima spiegazione, come si vedrà, coincide con il ritrovamento di un antico edificio posto, trasversalmente, alle spalle dell’altare della chiesa settecentesca, riadattato ad altri utilizzi e dunque “mascherato” rispetto al suo aspetto originario. Nella seconda spiegazione il Coco si riferisce, a quanto sembra, ad un’area poco distante (la vecchia masseria). Dello stesso tenore è un documento del Catasto Onciario: al foglio 105 sarebbe menzionata una chiesetta antica nella vicina masseria di Pasano, dopo aver descritto, al foglio 104, la cappella del 1712 (il documento risale al 1742).[4]

La chiesa fu dunque costruita più volte, nella stessa area ma a una certa distanza ? Se dobbiamo tener fede alle varie ricostruzioni storiche e ai vari documenti, e ricomporre in modo coerente tutto l’insieme delle informazioni, allora dobbiamo ipotizzare che in effetti la chiesa deve essere stata ricostruita almeno per la terza volta a partire dall’insediamento bizantino originale. Il Coco ritiene esistente un culto della Vergine a Pasano già ai tempi delle persecuzioni di Leone Isaurico (717-741)[5], e coincidente con il periodo della edificazione del Limes bizantino: ipotesi, questa, ripresa dal Pichierri il quale sottolinea che il santuario odierno è “l’ennesimo rifacimento della originaria chiesa dell’accampamento[6], riferendosi ad un luogo di culto inserito nell’ambito di un accampamento a ridosso del Limes. Il toponimo Camarda (una delle contrade adiacenti) sta ad indicare inoltre, sottolinea il Pichierri, appunto un accampamento bizantino.

 

Pasano luogo di culto nei pressi del cosiddetto Limes bizantino. La chiesa ritrovata

Più volte il Coco riferisce di Pasano come antico luogo di culto basiliano, citandolo insieme ai vari altri insediamenti nei dintorni di Sava, e descrivendo minuziosamente i luoghi che i monaci basiliani (o bizantini che dir si voglia) vanno a occupare nel territorio, e le chiese che edificarono (di alcune delle quali, come ad es. la chiesa di S. Elia e quella di S. Nicola situate nel cuore dell’abitato di Sava, restano solo tracce documentarie)[7].

A ridosso del cosiddetto (e discusso)[8] Limes bizantino, altrimenti detto Limitone dei greci o Paretone, sorgeva l’antica cappella di Pasano, santuario di frontiera[9] situato in una fascia confinaria che precedentemente era stata anche (secondo le ricostruzioni storiche) luogo di confine tra magnogreci e messapi: successivamente alla spartizione territoriale tra longobardi bizantini, lo fu tra il principato di Taranto e la foresta oritana.

Tornando al Coco, nonostante le sue indicazioni e quelle dell’anonimo ottocentesco, gli studiosi successivi hanno fatto fatica a rintracciare la presenza e i resti dell’antico santuario presso Pasano, tanto da lasciar perpetrare come problema insoluto, per decenni, quello dell’ubicazione della cappella originaria.

E’ solo alle soglie del nuovo millennio, in seguito ad alcuni lavori di restauro, che vengono rintracciati i resti di una costruzione antecedente: a quel punto, non c’è stata alcuna titubanza nell’identificare quei resti come appartenenti alla chiesa che l’anonimo ottocentesco indicò come la “vecchia chiesa della Vergine che ora è a ridosso dell’ altare Maggiore”.[10] 

La notizia è affidata per la prima volta ad una stringata descrizione apparsa nel 2006 in un lavoro di Giuseppe Rossetti, dedicato al Limes Bizantino e al santuario di Pasano[11]. In questo lavoro appaiono tre significative ed eloquenti foto che nella didascalia specificano il riferimento all’antica cappella, i cui resti sono identificabili con quelli descritti dall’anonimo scrittore ottocentesco, situati alle spalle dell’altare della “nuova” chiesa, e posti trasversalmente ad essa: l’antico edificio era stato ristrutturato, gli affreschi erano stati ricoperti ed era stato inglobato in una sala destinata agli usi di un convento-orfanotrofio.

Dell’argomento si è occupato recentemente anche Angelo Campo il quale fornisce diversi particolari descrittivi della antica struttura, una foto e un disegno ricostruttivo.[12]

A tutt’oggi, nonostante siano passati diversi anni dal ritrovamento, i restauri non sono terminati e l’accesso è interdetto ai visitatori.

L' abside dell'antica cappella durante i lavori di scavo, foto Angelo Campo
L’ abside dell’antica cappella durante i lavori di scavo, foto Angelo Campo

 

elementi architettonici dell'altare dell'antica cappella (foto arch. Aldo Caforio, tratta dal citato testo di Giuseppe Rossetti, pag. 33)
elementi architettonici dell’altare dell’antica cappella (foto arch. Aldo Caforio, tratta dal citato testo di Giuseppe Rossetti, pag. 33)

 

L’antica icona della Vergine Odigitria e la nuova chiesa

In un libello divulgativo intitolato “Il santuario di Santa Maria di Pasano”[13] si legge: “Sappiamo da un manoscritto antico che “dalla vecchia chiesa fu tagliato il muro, che aveva su sé dipinta l’immagine della Beata Vergine Maria di Pasano, fu trasportato e incassato sull’altare maggiore”. Non vien citata la data né l’autore del manoscritto, né vi sono altri riferimenti di sorta. Ad ogni modo, c’è anche il Coco che ci informa della medesima cosa, con un passo che abbiamo già citato per intero agli inizi di questo scritto: “Fu questa (la nuova chiesa, n.d.a.) portata a compimento nel 1712, nel quale anno al 23 marzo fu trasportata l’immagine dalla chiesa vecchia alla nuova e fu collocata in mezzo sull’altare maggiore.[14]

Il blocco in pietra raffigurante la Madonna di Pasano
Il blocco in pietra raffigurante la Madonna di Pasano

 

Di datazione incerta[15], l’icona della Madonna, riprodotta su una lastra litica, è senz’altro di scuola e manifattura bizantina. Si tratta di una  Odigitria dexiokratousa (ovvero una “Madonna che indica la via”[16] e che ha la particolarità di tenere il Bambino nella mano destra, la qual cosa la rende rara e distinta rispetto ad altre raffigurazioni di Odigitrie nelle quali invece il Bambino è retto sulla mano sinistra).

A tutt’oggi, è possibile ammirare il dipinto (frutto di numerosi e diversi restauri) che è posto ancora sull’ altare centrale della chiesa.

 

Riassunto e conclusioni

Relativamente recente è la riscoperta di una antica chiesa posta in Pasano alle spalle, e trasversalmente, rispetto alla chiesa edificata nel 1712. Questo edificio “nascosto” era stato modificato sino a renderlo irriconoscibile, e adattato ad altri utilizzi. Si tratta della chiesa indicata dallo storico Primaldo Coco come adiacente e precedente a quella costruita agli inizi del secolo XVIII. L’ubicazione corrisponde anche ad una più dettagliata descrizione fornita da un anonimo ottocentesco. La vecchia chiesa è anche quella dalla quale fu asportata una lastra tufacea su cui era affrescata una Madonna con Bambino di manifattura bizantina: tale lastra fu posizionata sull’altare della costruzione del 1700, dove è ancora esposta. Tuttavia il Coco, nella medesima opera (“Cenni storici di Sava”) aveva fornito ulteriori particolari in merito a quella che può essere considerata una terza costruzione.

Vi sono una serie di elementi che fanno pensare in effetti all’esistenza di un ulteriore edificio, e verosimilmente anche di una iniziale struttura ipogea.

Pasano è luogo di culto e insediamento basiliano posto lungo un asse insediativo (e anche confinario se prendiamo per buona l’ipotesi del maestoso “paretone” ivi ricadente, come residuo del “mitico” Limes Bizantino), che comprende l’antichissima cripta della SS. Trinità in agro di Torricella (c.da Tremola). Si adatta inoltre alle esigenze tipiche dei basiliani che ricavavano spazi nel sottosuolo, essendo provvisto di una serie di cavità e cunicoli[17]. Inoltre il Coco riferisce della presenza dei Basiliani in Pasano ponendo l’accento sia sul loro posizionamento nelle adiacenze del Limes, sia narrando del periodo delle persecuzioni iconoclaste (Leone Isaurico) che avrebbero toccato anche i basiliani presenti in Pasano[18]. A tal proposito riferisce anche dell’occultamento di una icona della Vergine di Pasano “in una cisterna[19] che non può essere l’icona su lastra tufacea asportata dalla chiesa riscoperta e posta sull’altare maggiore al posto di quella “nuova”, ma deve necessariamente essere – se mai è esistita – antecedente a questa.

Nell’attesa – e ancor prima – di chiarire, se mai sarà possibile, questi interrogativi, attendiamo il compimento dei lavori (per la verità piuttosto lenti) di restauro della chiesa ritrovata, che probabilmente apporteranno indizi e chiarimenti anche rispetto ad una serie di elementi qui considerati.

Pasano oggi: la facciata della costruzione terminata nel 1712
Pasano oggi: la facciata della costruzione terminata nel 1712

 

Particolare dell'Altare della chiesa di Pasano con al centro l'antico dipinto della Vergine
Particolare dell’Altare della chiesa di Pasano con al centro l’antico dipinto della Vergine
La chiesa di Pasano come si presentava ai primi del '900 (immagine tratta dal testo del Coco)
La chiesa di Pasano come si presentava ai primi del ‘900 (immagine tratta dal testo del Coco)

 

[1]Coco, Primaldo: Cenni Storici di Sava, Stab. Tipografico Giurdignano, Lecce, 1915, pag. 282

[2]Anonimo, Dei miracoli e dei prodigi operati dalla Vergine SS. Di Pasano (opuscolo dedicato a Monsignor M.T. Gargiulo Vescovo di Oria), Manduria, 1897, pag. 13. Ho ripreso questa citazione di seconda mano, dal testo di Annoscia Mario Il Santuario della Madonna di Pasano presso Sava, Del Grifo Ed., 1996, Lecce, pag. 19 e dal testo di Gaetano Pichierri Le origini del culto di Maria SS. Di Pasano, Italgrafica, Oria, 1985, pag. 129

[3]Coco, Primaldo, op. cit., pag. 29.

[4]Ricavo anche questa citazione dal testo di Annoscia M. (op. cit., pag. 31), che a sua volta cita il Catasto Onciario della Terra di Sava in Terra d’Otranto (Archivio di Stato di Napoli, foglio 105, 1742).

[5]Vedi Coco, Primaldo. op. cit. pp. 20-21: qui il Coco accenna anche ad una icona della Vergine nascosta in una cisterna (a causa delle persecuzioni iconoclaste) difficilmente riconducibile a quella trasportata dalla “antica chiesa” a quella attuale.

[6]Pichierri, Gaetano Le origini del culto di Maria SS. Di Pasano, Rivista Diocesana, Oria, 1985 pp. 127-128

[7] Mele, Gianfranco: Presenze bizantine nel territorio savese: il mistero dell’antica chiesa di San Nicola, i resti della chiesa di S. Elia, e altre note, in: Terre del Mesochorum, agosto 2016 https://terredelmesochorum.wordpress.com/2016/08/13/presenze-bizantine-nel-territorio-savese-il-mistero-dellantica-chiesa-di-san-nicola-i-resti-della-chiesa-di-s-elia-e-altre-note/

[8]Come noto, vi sono incertzze e ipotesi discordanti in merito alla costruzione del “Paretone” ad opera dei Bizantini, v. Stranieri, Giovanni: Un Limes Bizantino nel Salento? La frontiera bizantino-longobarda nella Puglia meridionale. Realtà e mito del Limitone dei greci

[9]In tale accezione, Pasano farebbe parte di una serie di luoghi di culto costruiti appunto sulla linea del Limes Bizantino: San Pietro di Crepacore presso Torre S. Susanna, San Miserino presso San Donaci, Madonna dell’Alto presso Campi Salentina, Madonna delle Grazie presso S. Marzano di S. Giuseppe, SS. Trinità in agro di Torricella. Cfr. Rossetti, Giuseppe: Due significativi monumenti in agro di Sava, Filo Ed., Manduria, 2006, pp. 11-12; Pichierri, Gaetano op. cit., pp. 127-128

[10]Anonimo, op. cit. Su questo argomento si sofferma anche Gaetano Pichierri nel suo lavoro del 1985 (Le origini del culto di Maria SS. Di Pasano, op. cit.) osservando che “oggi a ridosso dell’ Altare Maggiore vi è un lungo salone, rimaneggiato nell’ultimo dopoguerra” (nota 23 a pag. 29 ) ma senza altro aggiungere e dunque, probabilmente, senza immaginare che proprio quel “lungo salone” conservava e mascherava le spoglie della chiesetta, che forse il Pichierri riteneva completamente abbattuta.

[11]Rossetti, Giuseppe: Due significativi monumenti in agro di Sava, Filo Ed., Manduria, 2006

[12]Campo, Angelo: L’antica cappella ritrovata presso il santuario dedicato alla Madonna di Pasano – Sava in: Terre del Mesochorum, gennaio 2015 https://terredelmesochorum.wordpress.com/2015/01/19/lantica-cappella-ritrovata-presso-il-santuario-dedicato-alla-madonna-di-pasano-sava-_-di-angelo-campo/

[13]AA:VV:, Il Santuario di Santa Maria di Pasano, C.S.P. Centro Studi Pubblicitari, Tipografia Centrale, Manduria, senza data

[14]Coco, Primaldo, op. cit., pag. 284

[15] Nel testo di Giuseppe Rossetti (op. cit., pag. 24) viene definita “di tarda scuola bizantina, probabilmente dei primi del sec. XIV”, ma sono state proposte anche datazioni riferite al periodo tra il IX e il X sec. . Poichè l’icona è un affresco dipinto in origine su una lastra tufacea parte del muro della chiesa riscoperta, si potranno integrare, probabilmente, le ipotesi di datazione di questa lastra con gli studi sulla costruzione e sugli affreschi restanti in essa rinvenuti.

[16]Odigitria, dal greco bizantino Oδηγήτρια, colei che conduce, mostrando la direzione. Il termine dexiokratousa invce si riferisce, come già indicato, alla posizione del Bambino sul braccio destro della Vergine. Quest’ultima è una caratteristica piuttosto rara dell’antica iconografia mariana, e in Puglia la si ritrova soltanto, oltre che a Pasano, nell’icona della Madonna di Ripalta conservata nel Duomo di Cerignola.

[17]Questo aspetto è descritto in più passaggi nella citata opera del Coco. A tutt’oggi sono presenti in zona cavità e cunicoli percorribili come la Grotta Grava-Palombara e un inghiottitoio nel cuore della vicina macchia “Fallenza”. Il Caraccio conferma inoltre l’esistenza di cunicoli che si diramano da Pasano verso Sava e verso contrada “Monaci” (vedi Caraccio, Giglio Sava – Cronistoria della cittadina ionica, Schena Ed., BR, 1987, pag. 283) . Sulla rete dei camminamenti sotterranei esistenti in agro di sava v. anche Mele, Gianfranco, Sava-Castelli, la città sotterranea e la necropoli. Documenti, tracce e testimonianze di un antico centro abitato precedente la Sava del XV secolo, in: Terre del Mesochorum, luglio 2015 https://terredelmesochorum.wordpress.com/2015/07/19/sava-castelli-la-citta-sotterranea-e-la-necropoli-documenti-tracce-e-testimonianze-di-un-antico-centro-abitato-precedente-la-sava-del-xv-secolo/

[18]Coco, Primaldo op. cit. pag. 20

[19]Ibid., pag. 21

 

 

 

 

Tutto in una notte. La guglia di Soleto e la carcara ti li tiàuli

 

di Marcello Gaballo

 

La bellissima guglia di Soleto è uno dei capolavori di Terra d’Otranto ed è ben nota a tutti i pugliesi per la sua storia e per la ricca decorazione che offre.

Chiunque arrivi nelle operosa cittadina è accolto dalla maestosità dell’opera quadrangolare e dal fine lavoro di ornato che sembra scatenarsi dal terzo ordine in poi, per quietarsi nel tiburio ottagonale, librandosi nel cielo del Salento attraverso le maioliche policrome del capolino conclusivo. Indescrivibile la sensazione provata quando lo si osservi al tramonto, quando la luce solare radente esalta ogni minimo ricamo lapideo esaltandone la bellezza e l’originalità.

Le singolari bifore, gli intagli e i numerosi arabeschi, le colonne tortili, i numerosissimi mascheroni zoomorfi e antropomorfi, i superbi grifoni, le cornici trilobate, la straordinaria e delicata balaustra  rendono merito all’orgoglio cittadino soletano e alla sua inclusione tra i monumenti nazionali. Spiace, ancora una volta, constatare quanto l’arte meridionale, e salentina in particolare, sia poco considerata e pubblicizzata.

Tralasciamo le vicende architettoniche della chiesa, che fu ultimata nel 1783 dal copertinese Adriano Preite. Questi addossò la semplice facciata alla guglia, tanto da annullare il quasi totale ed emblematico isolamento della torre[1] dopo circa 400 anni dalla sua costruzione.

Gli studi accreditati di M. Cazzato e L. Manni hanno dimostrato che il nucleo originario della nostra guglia fu edificato dal potente conte Raimondello Orsini del Balzo, proseguito e decorato da suo figlio Giovannantonio, conte di Soleto e principe di Taranto, morto nel 1463. Abbandonate dunque tutte le fantasie e improbabili attribuzioni, compresa quella a Matteo Tafuri, celebre alchimista e filosofo, esperto in esoterismo, ed occultismo e per questo ritenuto il mago di Soleto, che però era nato almeno un secolo dopo il documentato 1397, al quale risale la nostra torre.

La spettacolarità della guglia, ma soprattutto le centinaia di figure umane e bestiali scolpite nella tenera pietra leccese, hanno provocato da sempre la fantasia del popolo salentino, che ancora oggi ricorda come la terra di Soleto sia sempre stata “terra di màcari” e di magie. L’aveva realizzata in una sola notte il mago per antonomasia, Matteo Tafuri, con l’aiuto dei diavoli che, sorpresi ancora al lavoro mentre arrivavano le prime luci dell’alba, furono pietrificati ai quattro angoli della guglia.

Del tutto inedita la novità di tale leggenda, come ho potuto scoprire lo scorso anno, intervistando E. F., un anziano di Nardò. Con aria misteriosa e nel contempo colorita mi ha svelato di conoscere il luogo da cui i diavoli avrebbero prelevato le pietre e la calcina per innalzare in quella notte del 1397 lu campanaru ti lu tiàulu a Sulitu.

Il luogo – mi riferisce sempre il signore – è ancora denominato la carcara ti lu tiàulu e si trova nei pressi della località La Strea, sul litorale che congiunge S. Isidoro e Torre Squillace a Porto Cesareo.  La carcara sarebbe una delle fornaci di cottura sparse nel territorio nelle quali si ricavava la calce e il saggio dell’amico Fabrizio Suppressa  è molto esplicativo.

Ho potuto verificare, grazie alla consulenza preziosa di Salvatore e Antonio Muci da Porto Cesareo, che la leggenda tramandata trova degli elementi validi sul territorio. La carcara esisteva realmente nell’entroterra, poco prima dell’ingresso a Porto Cesareo, giungendo da S. Isidoro, a circa trecento metri dal litorale. Poco distante da questa vi era, almeno fino agli anni 70 del secolo scorso, la petra ti lu tiàulu, un enorme macigno collocato su massi e pietrame di diversa misura, simile ad una “grotta”, purtroppo frantumato in occasione delle costruzioni abusive di quegli anni. Dalle testimonianze raccolte si potrebbe ipotizzare l’esistenza in quel luogo di una tomba preistorica a camera singola ovvero un dolmen, sfuggito alle ricerche e ai censimenti salentini di tali costruzioni megalitiche. La celebre petra poteva dunque essere il lastrone orizzontale del dolmen e le altre petre piccinne i lastroni verticali.

Ma l’immaginario collettivo è andato ben oltre, addirittura tramandando che in quel luogo si potessero udire  li catene ti lu tiàulu, dei rumori strani, sibilanti e roboanti, forse collegabili al rumore del vento attraversante antri o forami evidentemente non localizzati.

A poche centinaia di metri da qui, questa volta sulla costa, ancora due toponimi sono ancora noti al popolo Cesarino: lu puestu ti li tiàulu e la punta ti lu tiàulu, entrambi nelle immediate vicinanze di torre Squillace.  Insomma una precisa localizzazione che ci fa interrogare su cosa realmente avesse inciso sulla fantasia popolare, tanto da perpetuarne la leggenda fino ai nostri giorni.

Effettivamente questi luoghi, che per comodità identifichiamo con la località la Strea (derivante da “la strega”?), hanno ospitato un villaggio protostorico, dell’Età del bronzo, e gli scavi del 1969 condotti dalla Sovrintendenza Archeologica di Taranto hanno rinvenuto diversi oggetti, un anello fenicio, iscrizioni graffite in dialetto laconico, statuette votive, ceramiche micenee e bronzi locali. A qualche miglio fu rinvenuta anche una statua egizia del VII/VI sec. a.C. denominata Cinocefalo, oggi conservata nel Museo Archeologico di Taranto. I ritrovamenti hanno altresì dimostrato la protezione di quel luogo con un muro alto circa 2,50 metri, con andamento istmico fatto da massi regolari sovrapposti a secco.

Forse proprio questi massi, probabili avanzi del Limitone dei Greci, e la calcara sarebbero stati il motivo di tanta meraviglia che ha fatto immaginare orde diaboliche intente a trasportare il materiale fino a Soleto, per erigere la sorprendente guglia in quella magica ed indimenticabile notte di oltre seicento anni fa.

 

Bibliografia essenziale

M. Cazzato, Note di archivio. Lavori settecenteschi alla guglia di Soleto, in “Voce del Sud”, 14 maggio 1983.

L. Manni, La guglia di Soleto. Storia e conservazione, Galatina 1994.

M. Montinari, Soleto una città della Greca Salentina, Fasano 1993.

S. Muci, Porto Cesareo nel periodo contemporaneo, Guagnano 2006.

Civitas Neritonensis. La storia di Nardó di Emanuele Pignatelli ed altri contributi, (a c. di M. Gaballo), Galatina, 2001.

G. Stranieri, Un limes bizantino nel Salento? La frontiera bizantino-longobarda nella Puglia meridionale. Realtà e mito del limitone dei greci, in “Archeologia Medievale”, XXVII, 2000, 333-355.


[1] Come giustamente mi ha fatto notare l’amico Gino Di Mitri nelle incisioni del Desprez (Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicile di Vivant Denon) la guglia è mostrata come addossata non alla chiesa, ma a un portico verosimilmente posto sul lato ovest.


La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!