Giustiniano Gorgoni e la vita politica a Galatina dopo l’Unità

Piccoli patrioti, di Gioacchino Toma
Piccoli patrioti, di Gioacchino Toma

 

Giancarlo Vallone

La figura del galatinese Giustiniano Gorgoni (1825-1902) torna non di rado nelle pagine di storia regionale ed anche risorgimentale, e direi che si sente ormai l’esigenza d’una messa a punto, che qui non può essere, naturalmente, tentata, ma solo indicata. Si sente cioè l’esigenza di porlo nella giusta posizione se non altro della storia politica cittadina. Il compianto Zeffirino Rizzelli ha dedicato, nel 1999, un saggio al nostro personaggio, che resta il contributo più informato su di lui; ma scritto, come Rizzelli stesso si definisce, da un non-storico, i profili d’errore sono tutt’uno con quelli d’utilità che però è larga, per dovizia di date e per ricerca di precisione.

Che Gorgoni sia stato patriota ed uomo del Risorgimento lo si ricava da vari indizi e da alcuni riscontri; intanto da una lettera sua del 1843 a Rosario Siciliani, sacerdote, e fratello anziano del filosofo Pietro, che fu edita da Aldo Vallone, e che dimostra chiari segni di passione italiana e di sacrificio per la causa. Inoltre nel museo cittadino, si conserva (ed io ho potuto leggerla per la cortesia dell’amico L. Galante) un’importante memoria del gennaio 1886 che Gorgoni scrive per difendersi dalla accuse rivoltegli in un foglio a stampa dall’ex sindaco Viva.

Egli vi narra della sua giovinezza liberale, condivisa col Cavoti, con letture proibite dal Giusti, dal Rossetti e dal Berchet; ricorda che, studente a Lecce, aveva frequentazioni liberali, ed aveva festeggiato in casa dell’ avv. Luigi Falco, con altri giovani, la costituzione del 1848; inserito, perciò, nella lista degli attendibili dalla polizia borbonica, gli è negato il visto per recarsi a Napoli, ed iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza.

G. Toma, O Roma o morte
G. Toma, O Roma o morte

Solo nell’ aprile 1852 gli è concesso di partire, e ottenuta dal Rettore, Gerardo Pugnetti, l’esenzione dall’obbligo di frequenza, è ammesso agli esami, dalla fine di aprile al settembre, e si laurea. Tutto questo dimostra anche altro: se Giustiniano, di antica famiglia del patriziato cittadino, è liberale, c’è anche una frattura dall’osservanza borbonica, che invece resta pertinace ad esempio nel ramo baronale della famiglia, e nel retrivo Giacomo (1780-1858), il teorico dell’ordine sociale o nei parenti baroni Calò; una frattura che spiega il suo legame con esponenti emergenti del ceto mercantile e professionale, come il Siciliani a Galatina, o i Falco, a Lecce. In altri termini, questa antropologia della libertà comincia a creare colleganze intanto ideali in ceti di diversa origine e lo fa proprio quando la diversità cetuale non condiziona più la via al potere: è questo il terreno sul quale va esaminata la continuità o la novità della guida della società in ordine alla sua antica e rigida partizione cetual-giuridica che, l’ho già detto, nell’esser tale, riponeva anche l’assetto del comando e il predominio patrizio.

C’è un altro elemento della vita giovanile di Gorgoni che va posto al centro del quadro: dal novembre del 1852 (e forse prima), già laureato in giurisprudenza, entra nel famoso studio legale, a Napoli, di Liborio Romano, che ne apprezza la capacità tecnica, la conoscenza della lingua francese, l’abilità. Resterà in quello studio pare per sette anni. La notizia era di uso comune, allora, e lo stesso Gorgoni la richiama nella sua memoria; in seguito la ricorda solo un elogio funebre di Giuseppe Panico (Fra i cipressi del camposanto) edito nel 1912. Invece la cosa è di vitale importanza, perché Liborio Romano, oltre ad essere un civilista importante, è una personalità politica di rilievo nazionale.

Nell’estate del 1860 è Ministro degli Interni nel governo costituzionale borbonico, destituisce il 23 luglio 1860 tutti i sindaci eccezion fatta per quello di Napoli, e nomina con decreto quelli nuovi. Aiuta Garibaldi nell’unione di Napoli all’Italia, sarà suo ministro e poi deputato a Torino, ed uno dei capi della Sinistra (storica) fino al 1867, quando morì. Romano nomina sindaco di Galatina, pare al 5 settembre 1860, un Antonio Dolce, suo largo parente (proprio attraverso i Gorgoni) e destinato a restare in carica, come molti dei sindaci romaniani, a lungo. Con grande confusione di idee s’è sostenuto che questa nomina (controfirmata dal Borbone) del 1860 e le successive ratifiche di età sabauda sono “segno di continuità e non di novità democratica”. Intanto questa continuità tra due regimi nella carica di sindaco, è una continuità nell’adesione liberale ed unitaria come mostra la nomina romaniana, e, se pur nasconda profili di opportunismo, si tratta comunque di una novità nel regime costituzionale e politico; certo non una novità “democratica”, chi mai potrebbe dirlo? ma una novità liberale, e, come si vedrà, sociale. Non ogni costituzione né ogni elezione significa democrazia: il suffragio censitario è sinonimo del liberalismo ottocentesco. Non può dirsi propriamente democratico neanche il voto plebiscitario a suffragio universale maschile che si tenne nell’ottobre del 1860 e decise l’annessione italiana dell’antico Regno, con un esito in Galatina schiacciante a favore dell’Unità, grazie all’intervento del medico Nicola Vallone.

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Inizia qui il corso elettorale della nuova Italia. Tra Gorgoni e Dolce, non dovevano esserci rapporti costruttivi: nelle elezioni provinciali del maggio 1861 viene eletto, da Galatina, Nicola Bardoscia, amico e affine di Dolce, proprio contro Gorgoni. Poco dopo, in previsione delle elezioni al Parlamento nazionale del 1865 si progetta la candidatura in area romaniana del filosofo Pietro Siciliani, certo sostenuta dai Vallone, suoi parenti (anche se una polemica ci sarà, nel 1867, al tempo del colera, tra lui e il canonico Carmine Vallone, da me descritta altrove), e dal Gorgoni, ma senza successo, per evidenti resistenze galatinesi, proprio del gruppo Dolce e Bardoscia ( e dei loro amici Mezio, Calofilippi, Angelini, Garrisi, Papadia, come rivela in una lettera il filosofo); ma ognuno di questi gruppi e di questi uomini, in lotta tra loro, si annoda a Liborio Romano.

Ho esposto in ordine cronologico queste vicende perché se ne possono trarre valutazioni poco discutibili: gli uomini capaci di guidare la società galatinese nell’ottobre 1860 (Gorgoni, Dolce, Vallone) sono tutti per l’Unità, qualunque siano state le loro motivazioni. Di più, sono tutti appartenenti all’area politica romaniana, cioè alla Sinistra storica. Tuttavia, come dimostrano le elezioni successive, c’è in corso tra loro una lotta per l’egemonia cittadina: da un canto un gruppo anzitutto mercantile e professionistico raccolto intorno al Gorgoni, e al nucleo parentale Siciliani e Vallone e ad altri. Dall’altra parte il nucleo parentale Dolce e Bardoscia, di cospicua ricchezza agraria, ed altri amici e parenti. E certo si tratta di una duplicità e di un antagonismo destinato a restare dominante, anche se, com’è ovvio, l’ondeggiare della vita amministrativa mostra smagliature e ricollocazioni nelle due aree. La comune adesione romaniana, destinata a dissolversi, ha alle spalle un più profondo elemento comune, perché Vallone, Siciliani, Dolce o Bardoscia, non esprimono storie sociali molto diverse, anche se son diverse le vie di formazione della loro ricchezza: tutti estranei, a differenza del Gorgoni, all’antico patriziato, lo hanno in realtà soppiantato nel corso dell’Ottocento alla guida della città. Per questo fu detto nel 1992, e non può esser detto diversamente, che nel Plebiscito dell’ottobre 1860 la spinta unitaria fu data da “uomini sostanzialmente nuovi alla direzione sociale come Antonio Dolce, Nicola Bardoscia e Nicola Vallone”: uomini nuovi rispetto al secolare dominio patrizio. E questo corrisponde al quadro dell’intero Mezzogiorno, perché la storiografia da tempo sostiene che il vero ricambio sociale della classe dirigente meridionale si concretizza appunto con l’Unità.

Il Gorgoni, reso esperto anche in questo dal magistero romaniano, dal 1862 al 1863 pubblica a Lecce, dove tiene una scuola privata di diritto, e dove per certo ravviva i contatti con Libertini, e con Brunetti, il periodico La Riforma: giornale rarissimo, del quale non si conoscono che un paio di numeri, ma che certamente era ricco di corrispondenze da Galatina. Una lacuna che aggrava la larghissima disinformazione sul periodo, e del resto, di Galatina sappiamo ancor meno per il decennio dal 1866 al 1876: si parla, per quel periodo, di sindaci di “buona fede adamitica”. Il 1876 segna l’avvento alla guida nazionale del Depretis e della Sinistra storica; nello stesso anno ci sono le elezioni amministrative in città; dopo qualche tempo, la nomina a sindaco di Giacomo Viva, genero del Bardoscia, non fa che consolidare nel paese un potere familiare che continua a riconoscersi nell’area della Sinistra e ora si avvale anche di riscontri governativi, mentre in sede provinciale il punto di riferimento è il Brunetti.

Pare sia stato questo un momento di riavvicinamento tra i gruppi: con Viva sono i Vallone e lo stesso Gorgoni, che poi il Viva asserirà, forse infondatamente, eletto in Consiglio comunale (dove sarà anche assessore, come ha ricostruito Rizzelli) per accordo con lui. Tuttavia è proprio il sindaco Viva, che resta a lungo in carica nonostante varie sospensioni ad opera dei Prefetti, a minare la coalizione. Certo è il suocero a sostenerne le sorti: Nicola Bardoscia sarà eletto al Parlamento nazionale nel 1880 contro Oronzio De Donno di Maglie; Gorgoni riesce ad essere eletto al Consiglio provinciale nel 1881.

I due gruppi comunque sono ancora uno contro l’altro nelle elezioni politiche del 1882, quando si candida Pietro Siciliani col sostegno di Gorgoni, di Pietro Cavoti (del quale conosciamo qualche dissapore proprio con Gorgoni), dei Vallone (defilati, ma partecipi): lo stesso gruppo del 1865, ma Bardoscia prevale ancora. La frattura si ripercuote in Consiglio comunale, dove è il sindacato di Viva a non tenere, ad isolare il gruppo familiare, nonostante si conosca, in questo torno di tempo, forse all’inizio dell’estate del 1884, un tentativo di fusione tra i due “partiti”. Nella drammatica sessione consiliare del 21 novembre 1884, per le malversazione del Viva, si dimettono cinque consiglieri comunali: Giovanni Gorgoni, Raffaele Papadia, Giuseppe Venturi, Luigi Vallone senior e Pietro Vallone (in seguito se ne dimetterano altri quattro); dopo pochi giorni viene edito il primo numero del periodico locale lo Sbarbarino (edito dalla fine del 1884 al 29 luglio1886) sul quale non si sa chi abbia scritto: non Giustiniano Gorgoni che apparentemente ne dissente; nemmeno un galatinese dalla penna netta ed incisiva come Antonio Romano (del quale posseggo importanti carte manoscritte); forse Pietro e forse anche Luigi Vallone (don Luigino) ed altri. Viva deve subito dimettersi dalla carica di sindaco, pur restando in giunta; in breve il prefetto Vincenzo Colmayer (poi senatore), nomina una commissione d’inchiesta, insabbiata, si sospettò, dal Brunetti. L’altro gruppo si rafforza costantemente di adesioni significative; nelle elezioni comunali suppletive per 12 consiglieri del (31 luglio ?)1885 sono eletti 12 avversari del Viva (al quale resta una risicata maggioranza) come Luigi Vallone, Giuseppe Siciliani, Antonio Romano, Celestino Galluccio, e poi Venturi, Santoro,Tanza, Mezio, Micheli, Consenti, Capani e Raffaele Papadia, che è indicato come sindaco dal prefetto Colmayer pare ad inizio del 1886. Viva non accetta la sconfitta. Il 25 agosto 1885 diffonde un foglio a stampa, che purtroppo non ho rinvenuto (ma che si legge, per un brano, nel volume del Bernardini sui giornalisti leccesi), nel quale attacca tutti, in particolare i Vallone, il Papadia, Giustiniano Gorgoni: i primi replicano a stampa (fogli del 12 e del 28 settembre, presso di me), il Gorgoni con la memoria citata, e con una querela. Perciò è inevitabile che in prossimità delle elezioni politiche del maggio 1886, si divarichino ancora di più i legami alti: sempre Brunetti (salvo un voltafaccia all’ultimo minuto) per Bardoscia e Viva; mentre non sorprende che l’altro gruppo si appoggi a Giuseppe Romano, fratello minore di Liborio e parlamentare autorevole della Sinistra. Poi nelle elezioni amministrative dell’ estate 1886 il successo di questo gruppo è pieno e definito. Per certo in un volantino del 1894, che fa parte di una mia collezione che definirei importante, Celestino Galluccio indica il 1886 come data della svolta.

L’antico fronte romaniano della Sinistra non esiste più, spaccato nettamente in due parti che si collocano su posizioni politiche del tutto distinte ed articolate, ormai, in una Destra, di nuovo modello “chiusa ed arroccata nell’ amministrazione, di fronte ad una Sinistra aperta socialmente” orientata nel futuro ad una professione socialista, con Paolo Vernaleone, e ad una repubblicana con Antonio Vallone, che è destinato a divenire il leader indiscusso della sua area, ormai, dal 1886, vincente, e del paese. Dopo un salto informativo di un altro decennio, con la tornata amministrativa del 1897, Gorgoni e Vallone sono insieme assessori; quasi a simbolo del passaggio di testimone.

Concludo notando che l’ elenco delle opere a stampa del Gorgoni è certamente incompleto, e contiene forse degli errori; sorprende che non si conoscano sue allegazioni almeno del periodo napoletano, che invece dovrebbero esserci, proprio per la sua riconosciuta capacità, che del resto si riscontra anche nell’attività di amministratore comunale, di cui l’impegno per il Ginnasio e poi Liceo Colonna è solo un aspetto. L’opera più importante è il suo notevolissimo Vocabolario Agronomico…della Provincia di Lecce edito a dispense dal 1891 al 1896, e poi unitariamente a Lecce, con data, forse anticipata, del 1891, e ristampato infine da Forni, a Bologna, nel 1973. Rizzelli si affanna a dire che non è opera di agronomo e nega questa qualifica anche al suo raro scrittarello del 1858 sull’uso dello zolfo in agricoltura, ma se l’agronomia è “scienza e studi dell’agricoltura”, come egli scrive, anche Gorgoni è un agronomo, con inclinazione magari lessicografica, ma anche di scienza applicata, com’è facile riscontrare non solo nello scrittarello, ma in tante pagine dello stesso Vocabolario. In fondo essere stato avvocato, agronomo, giornalista, politico ed amministratore non è ancora aver segnato il massimo della versatilità. Gorgoni muore in Galatina, nel suo palazzo di via Cavour, il 10 marzo del 1902; ma di lui dovremmo cercare di sapere di più.

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

Giuseppe Massari e Liborio Romano: due modi di fare l’Italia unita

 

Giuseppe Massari e Liborio Romano: due modi di fare l’Italia unita.

Nico Perrone: L’agente segreto di Cavour

 

di Vittorio Zacchino

Il nome di Giuseppe  Massari (1821-1884) si lega ad una inchiesta sul brigantaggio nel Mezzogiorno e al resoconto della medesima  in Puglia e nel Salento nel corso del sanguinoso 1863. Nel primo quinquennio post–unitario (1861-1865) si era registrato l’avvelenamento dei rapporti tra chiesa e stato, e di quelli tra clero retrivo e cittadini, l’imbarbarimento del vivere civile, il moltiplicarsi di grassazioni brigantesche nei boschi dell’Arneo e nelle macchie del Basso Salento tra Supersano e Calimera.

Le bande di Pizzichicchio, dello Sturno, del Venneri, avevano sfidato la Guardia Nazionale,  protette dal basso clero e da molti nostalgici, giungendo a uccidere il vicesindaco di Taviano Generoso Previtero e il prete don Marino Manco di Melissano.

L’inchiesta del moderato Massari, nonostante conclusioni di forte valenza sociale, era stata pressoché elusa dal governo di Torino che aveva continuato a considerare il brigantaggio meridionale appena un episodio da relegare nelle cronache criminali e da espellere dalla storia dell’unificazione italiana (Doria). Tanto che il parlamento nell’agosto 1863 aveva approvato la legge Pica che affidava la repressione del brigantaggio alle autorità militari  e puniva la resistenza armata con la fucilazione immediata. Migliaia di contadini meridionali furono spietatamente  giustiziati .

Nico Perrone nel suo recente libro L’Agente Segreto di Cavour. Giuseppe Massari e il mistero del diario mutilato (Palomar 2011) biografa un Massari concreto il quale, condannato a morte dal Borbone nel 1848, era esulato a Torino, per essere poi eletto deputato a Bari nelle elezioni del 1861, quindi segretario di Cavour. Al fianco del premier torinese il tarantino Massari aveva partecipato ad incontri politici importantissimi verbalizzandone i colloqui, spesso svolgendo  incarichi e missioni segrete di carattere unitario per conto del Conte. In questo agile e scorrevole libretto Perrone ci dà una sobria biografia riprendendo alcuni dei leit motiv del precedente libro L’Inventore del trasformismo. Liborio Romano strumento di Cavour per la conquista di Napoli (Rubbettino 2009). In buona misura le due opere sono complementari tra di loro e gettano nuova luce sul periodo cruciale Giugno-Settembre 1860, quello che coincide con l’Unificazione e il passaggio del Regno delle Due Sicilie dalla dinastia dei Borbone a quella dei Savoia.

Torna in campo nel libretto di Perrone il presunto tradimento di Romano, il più discusso personaggio dell’Ottocento meridionale, a danno di Francesco II, dove il Massari  discreto o reticente del Diario salta a piè pari il periodo 24 marzo – 18 settembre 1860, calandovi l’oblio assoluto, per una qualche presunta forma di riguardo, secondo  l’autore, all’improbo conterraneo.

Si deve mettere nel conto il fatto che Cavour non aveva perdonato a Romano di avergli preferito il guerrigliero repubblicano Giuseppe Garibaldi  e di aver  snobbato, se non tradito, il suo piano di conquista e di annessione armata delle Due Sicilie alla monarchia sabauda, tramite la  sollevazione  della popolazione di Napoli affidata a Romano. Dal canto suo il ppòppeto Romano, non meno fine politico, aveva pensato bene di dover risparmiare al Mezzogiorno l’umiliazione della conquista.

Quanto al diario massariano, non pare possa parlarsi di mistero, a proposito di pagine letteralmente recise a vantaggio di qualcuno. Di chi? Perrone crede  a beneficio di don Liborio che secondo lui, dopo l’Unificazione, non valeva un bel niente, e per questo gli avrebbe fatto lo sconto di tacere sulla sua condotta di  trasformista e traditore. Una valutazione che è poco convincente sul piano storico.  Intanto perché Romano era temutissimo per il suo trionfo elettorale in otto collegi, e naturalmente  mal visto da quasi tutti i colleghi meridionali, i cosiddetti consorti devoti a Cavour e all’accogliente Torino.

Dal mio modesto punto di vista ritengo, invece, che il silenzio del diario sia stata operazione messa a punto proprio da Massari, l’unico che potesse  programmarla per compiacere al proprio principale, il quale non ne sarebbe uscito affatto bene se si fosse venuto a sapere degli intrighi  segreti con Romano. Altro che mutilazione per riguardo  a  don Liborio!  La risposta  ce la dà  l’interpellanza “scenica” che  lo stesso Massari, di concerto col suo capo, fece alla Camera, il 2 aprile 1861, intorno all’amministrazione delle province meridionali, sollevando la questione morale e sottolineando la mancanza di probità politica dell’uomo più suffragato d’Italia che si era prorogato al ministero.

A Perrone tuttavia va riconosciuto  il merito di averci offerto due ritratti contrapposti  di politici  meridionali del risorgimento: l’uno del trasformista Romano, la testa migliore dell’ex reame il quale, grazie al successo  in otto collegi alle politiche del 1861, si veniva proponendo come il più rappresentativo deputato meridionale, e in prospettiva futura come il capo di un temibile partito del Mezzogiorno. L’altro del devoto  burocrate “consorte” Giuseppe Massari, funzionario onesto ma conformista gravitante nell’orbita del grande Cavour, convertito come tanti altri meridionali ad una visione  sabauda, italiana, e vagamente europea. Alleggerita certo delle angosce,  tensioni, amarezze di chi, come  il conterraneo di Patù, tendeva a guardare più oltre ad una Italia federalistica e rispettosa delle autonomie  amministrative  del Mezzogiorno, e soprattutto pensosa delle sue drammatiche  condizioni.

Si intravede in ogni caso in questa pagine un’Italietta di comodo, che cinicamente sacrificava i problemi del Sud al processo unitario nazionale, per poi eluderli e rinviarli all’infinito. La quale Italietta non avrebbe mai potuto onorare, ieri e oggi, un <<traditore>> della risma del meridionalista  Romano. E tanto peggio per lui, se la storia lo avrebbe cementato nell’oblio. Come Sergio Reggianì nel film Il giorno della Civetta tratto da  Sciascia. Cancellandolo dal Diario, Massari si era dato probabilmente il medesimo obiettivo.

In ogni caso il lavoro di Perrone serve a dimostrare ancora una volta, attraverso il confronto tra queste due diverse posizioni di patrioti salentini, che la fortuna di un meridionale di solito non riesce ad emergere se non venga adeguatamente benedetta e sponsorizzata da qualche mammasantissima. Magari di oltre Po.

 

(pubblicato su Presenza Taurisanese – Marzo 2012) 

 

Il Risorgimento in Puglia

Giuseppe Pisanelli

di Paolo Rausa

Il Mezzogiorno d’Italia ha svolto un ruolo non secondario nel processo risorgimentale, con un contributo notevole di vite perdute, per lo più sottaciuto nei documenti storici e nelle cerimonie ufficiali rievocative. Il Sud aveva per tempo già dato prova della sua vocazione repubblicana nella breve e tragica esperienza istituzionale della Repubblica Napoletana nel 1799 e poi nei moti rivoluzionari del 1820-21 e del 1848.

Anche la Puglia è stata componente significativa di questo lungo processo storico-culturale, che ha coinvolto i figli della borghesia e i semplici cafoni. A cominciare da Antonietta De Pace, nativa di Gallipoli e fulgido esempio di donna coraggiosa e intelligente, che è andata oltre le convenzioni che discriminavano le donne. Al grande giurista e politico tricasino Giuseppe Pisanelli (18121879), autore del primo codice di procedura civile del Regno d’Italia ed esule per la sua azione di animatore contro la monarchia borbonica, poi nominato Ministro di Grazia e Giustizia da Garibaldi e confermato nel Governo nel nascente Regno d’Italia. A  Sigismondo Castromediano di

Patù, il paese delle 100 meraviglie

Le Centopietre di Patù (ph M. Gaballo)
Le Centopietre di Patù (ph M. Gaballo)

di Paolo Vincenti

A Patù si respira un fermento culturale particolarmente stimolante, sia per i cittadini locali sia per tutti gli amici della città dei patusci (come simpaticamente vengono soprannominati i patuensi).

Patù il paese delle 100 meraviglie è il titolo di un opuscolo in distribuzione gratuita, realizzato dalle due associazioni di via dei commercianti di Patù e della marina San Gregorio. L’obbiettivo, come spiegano Giovanni Spano, Presidente dell’ “Associazione di Via Centro Storico Patù”  e Antonio De Marco, Presidente dell’ “Associazione di Via San Gregorio”, è quello di unire gli sforzi per rivitalizzare un paese che ha tanto da offrire a tutti coloro che lo vanno a visitare, creando una sinergia fra turismo, artigianato e

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