Antonio Russo da Leverano, un calzolaio famoso in Francia

di Armando Polito

Dal  sito della Biblioteca Nazionale di Francia, che poco tempo fa mi ha messo in contatto con uno sconosciuto parente passato da tempo a miglior vita (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/29/nicola-e-maria-cacudi-ovvero-una-memoria-sonora-salentina-di-100-anni-fa-fissata-e-custodita-in-francia/), riemerge ora un’altra figura della nostra terra. Poco importa che sia un semplice calzolaio o, più modestamente, un ciabattino piuttosto che, come nel caso precedente, un professore più o meno noto. Il caso vuole che ognuno di noi venga ricordato, quando capita, anche per qualcosa di banale, non particolarmente eclatante, magari curioso, come nel caso di oggi.

 

L’immagine appena riprodotta (come le altre da http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k4859934.r=leverano.langEN) si riferisce alla prima pagina del numero 11 dell’anno 128°, di domenica, 23 aprile 1916 del quotidiano parigino Journal des débats politiques et littéraires.

In quella che segue: il secondo foglio e in dettaglio il trafiletto con la mia traduzione a fronte.

Suggestionato, forse, dal mio sfegatato pacifismo (non mi riferisco, comunque, a quello verbale …), non posso esimermi dal fare qualche riflessione che esula dalla veridicità della notizia o dalla fedeltà con cui essa è stata riportata. Il corrispondente da Roma non è stato minimamente sfiorato dal dubbio che quel pieno d’entusiasmo, impaziente di correre contro il nemico fosse un po’ retorico (una delle tante frasi fatte dei guerrafondai e della stampa allineata …) e che la stessa catalessi di Antonio fosse, non dico una finzione, ma una forma di difesa indotta da motivi psicologici perfettamente contrari all’entusiasmo? Ad ogni modo: questo Antonio Russo mi sta proprio simpatico, più simpatico che se avesse lanciato in Francia una linea famosa di calzature …

L’elegante torre federiciana di Leverano (Lecce)

La torre di Leverano (ph Fabrizio Suppressa)

di Fabrizio Suppressa

Tra le tante torri che svettano sulla penisola salentina, ce n’è una in particolare che racchiude nelle sue geometrie e nelle forme una raffinata eleganza. Stiamo parlando della torre federiciana, emblema dello stendardo leveranese, che da più di 700 anni domina il fiorente abitato della pianura copertinese.

Fu voluta da Federico II di Svevia, il Puer Apuliae, e ultimata nel 1220 come baluardo a difesa dell’abitato e delle coste cesarine, imperversate a quell’epoca da scorribande saracene. Fu posizionata secondo una rete di piazzeforti che proteggeva l’entroterra jonico, assieme alle fortificazioni di Mesagne, Oria e Uggiano Montefusco e collegata visivamente con il primordiale impianto svevo del futuro castello di Copertino (secondo parecchie fonti orali i due fortilizi erano collegati da improbabili gallerie ipogee).

La torre è la più alta della Terra d’Otranto, si erge per 28 metri tra le basse abitazioni circostanti, anche se, originariamente la costruzione sorgeva isolata all’interno delle mura cittadine con un profondo fossato largo alcuni metri.

Varcato l’uscio d’ingresso, posto nel poderoso basamento lievemente scarpato, si raggiunge un ambiente voltato a botte ogivale, dove lateralmente è posta una particolarissima scala a chiocciola a doppia spira (forse unica in tutto il Salento) che si sviluppa nell’anima della muratura per tutta l’altezza della torre.

Raggiunto il primo livello, non si può far altro che alzare gli occhi per ammirare le pareti interne dal colore ambrato, sino alla splendida volta a crociera dai costoloni bicromi. Questa particolarità, realizzata con l’alternarsi di conci in tufo e pietra leccese molto simile al coevo portico dei Cavalieri Templari di Brindisi, denota una chiara influenza orientale, tipica delle strutture duecentesche del Meridione d’Italia.

interno della torre (ph. F. Politano)

L’eleganza della torre risiede nelle raffinate decorazioni e nella perfetta fattura degli apparecchi murari, opere peculiari dell’architettura normanna. Come per esempio i caminetti con le deliziose foglie d’acanto, gli architravi dai precisi incastri e soprattutto le cornici delle finestre con il particolare motivo a zigzag (ornamento a “denti di sega” o a Baton-Rompus secondo Viollet Le Duc). Quest’ultima decorazione, riscontrabile anche nel santuario di Santa Maria della Lizza e nel campanile del Duomo di Nardò, è stata inspiegabilmente privata delle originarie proporzioni nel recente restauro a causa dell’inspessimento delle cornici con fasce in pietra leccese.

La torre era inoltre suddivisa in tre livelli con solai lignei, successivamente crollati o demoliti, come si desume dagli incassi delle travi nella muratura e dagli elaborati caminetti disposti quasi a mezz’aria.

Dall’ampio terrazzo, un tempo protetto da strutture in legno, la torre partecipò alla difesa dell’abitato, come ci ricorda il Marciano nel capitolo dedicato alla sua città natìa:

“Verso il 1220 Federico II vi edificò la torre, (…) acciò dalle scorrerie de’ nemici si difendesse il luogo, il quale per I’arme che si usavano in quelli tempi era fortissimo. E nell’anno 1373, o secondo il Coniger 1378, Francesco del Balzo Duca di Andria, rottosi colla Regina Giovanna I, condusse nel regno di Napoli Giovanni Montacuto capitano Bretone con seimila Brettoni ed Inglesi; ed avendo nella Puglia occupato Canosa, Minervino, Gravina ed Altamura, passò nell’assedio della città di Lecce, e nel passaggio distruggendo quanti luoghi incontrava della Regina distrusse con repentino assalto il Casale Albaro, i cui abitatori si ridussero ad abitare in questa terra.”

Ed ancora, nel 1484 resistette all’assalto dei Veneziani, che in quel periodo avevano occupato Gallipoli e i territori circostanti, mentre nel 1528 riuscì a resistere ai francesi comandati dal visconte di Lautrec.

Con il repentino passaggio delle tecniche difensive da piombante a radente iniziò il triste declino della nostra torre. Il dongione divenuto oramai un facile obiettivo delle artiglierie, fu trascurato dai vari feudatari e trasformato in magazzino per suppellettili e granaglie. Subì ulteriori sfregi quando in seguito, l’ampio locale interno fu trasformato in una vera e propria colombaia mediante l’asportazione, con un disegno a scacchiera, di alcuni conci dalla muratura.

Pericolante a metà ‘800, la torre fu “riscoperta” dai galantuomini più illustri di Terra d’Otranto, tra cui il De Simone, il De Giorgi e l’Arditi. Costoro si attivarono energicamente affinché si intraprendessero i primi lavori di consolidamento statico della volta a crociera e il riconoscimento della torre come monumento nazionale (1870).

Dobbiamo proprio alle loro azioni e alla loro tenacia se tuttora possiamo ammirare e visitare l’eleganza di questa agile costruzione svettante sopra le assolate terrazze della città dei fiori.

Le decorazioni nelle note di Cosimo De Giorgi

Bibliografia:

M. Paone, La Torre, in Tempi, uomini e cose di Leverano, Galatina, Editrice Salentina, 1985.

R. De Vita, Castelli e opere fortificate di Puglia, Bari, Adda Editore, 1974

Sembra strano a dirlo, ma è così

di Pier Paolo Tarsi

È tanto piccolo questo Salento, eppure è troppo vasto. Sembra strano a dirlo, ma è così. Ci sono giorni che, per caso, si incontrano i tanti fili di una ragnatela che senza alcun senso si tesse col vivere. Quanti paradossi si creano o si sciolgono ai nodi, là, dove i sentieri si intersecano. Alcune strade si sono intrecciate pure oggi. E nessuna di queste ha una direzione precisa presa a sé.

Mi sono alzato tardi, ho l’amaro in bocca e nell’anima. È uno strano periodo questo. Sarà pure primavera, si, ma il mio è stato un risveglio nel più cupo autunno. Sarà che ho alzato un po’ il gomito ieri sera, sarà che c’è troppo disordine in casa, in me, intorno. È terminato ieri il corso di formazione che mi ha impedito qualunque altra attività per due mesi e più. Dovrei ordinare e pulire casa, pertanto decido di uscire. È da un po’ che non vedo Nino, il mio amico poeta. Non ho voglia di vedere nessuno in realtà e dunque lo chiamo, gli dico che passo a prenderlo per fare due passi: sembra strano detto così, eppure è così. Prima di arrivare da lui mi fermo a prendere un caffè e mi passano accanto uomini e donne su biciclette adornate di bandierine gialle con stampata una sigla: FIAB. So cos’è questa FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta), tre, quattro, forse cinque anni fa, in qualche modo venni in contatto attraverso la rete con “I Cicloamici”, il gruppo FIAB che se ne va pedalando per il Salento qua e là. Ricordo che scrivendo nel loro gruppo proposi persino di organizzare un itinerario per loro nei pressi di Torre Lapillo. A qualcuno però piacque per davvero l’idea e così pensai bene di non scrivere più in quel gruppo pedalante. “I CICLOAMICIIII???” grido a uno di loro mentre scendo dalla mia auto per andare al bar, questi rallenta, sorridente, “SIIIIII!” mi urla dapprima, e poi, avvicinandosi e frenando, aggiunge fiero e orgoglioso “Hai visto? Anche con questo tempo incerto siamo usciti!”. Mi piace assai questo tipo, vivo come non mi sento oggi io, frizzante come non so essere oggi io. Ci presentiamo, ma non ricordo il suo nome, forse si chiama Giulio.

Gli chiedo dove vanno e mi risponde che pedalano verso Leverano per visitare qualcosa, ma non capisco cosa.

Ci salutiamo e il forse-Giulio riparte con una bella ed energica pedalata. Io invece pigramente mi rimetto in auto, vado a prendere Nino, senza neanche prendere più il caffè, mi tengo l’amaro in bocca, nel cuore, dappertutto.

Quando Nino monta in auto, senza neanche veramente volerlo, guido verso Leverano, sono solo tre/quattro chilometri da noi. L’amico poeta mi fa notare che sono tre mesi che non ci vediamo, da quando l’avevo accompagnato ad acquistare una macchina fotografica digitale che non ha mai neanche acceso. Aspettava me perché gli mostrassi come si fa. Gli avevo promesso che lo avrei fatto e poi lo avevo un po’ dimenticato. L’ha portata dietro con sé. Scendiamo dall’auto.

A Leverano è tutto un tripudio di fiori che colorano le vie del centro storico, le cantine delle case, le chiesette, gli angoli delle corti. Ecco dove andavano difilati i Cicloamici, alla “festa dei fiori”. La festa ci viene incontro, proprio come l’occasione giusta per imparare ad usare una digitale. Qualche volta i paradossi si sciolgono. Allora è tutto un fotografare, un affacciarsi nelle chiese mai visitate, negli anfratti mai visti. Quante volte sarò venuto qui? Cento? Mille? Diecimila? Eppure non ho mai incontrato questo paesino. È   tanto piccolo questo Salento, deve essere piccolo se, uscendo da casa, incontri i Cicloamici che avevi conosciuto in rete, e tuttavia deve essere immenso se a soli tre chilometri da casa c’è tanta bellezza che ti è sempre sfuggita. Un paradosso emerge, e poi un altro si scioglie. Viaggiare forse non ha niente a che vedere con il movimento, è semplicemente stare, saper stare fermo, per prendere quanto ti viene incontro. Ecco, sembra strano a dirsi, eppure deve essere così.

Prendiamo finalmente il caffè. Paga Nino, ci tiene veramente a pagare lui, gli fa piacere e lo lascio fare, così ogni volta. Faccio un po’ di foto pure ai Cicloamici, qualcuno di loro mi guarda un po’ sospettoso. Fa nulla, vallo a spiegare che sono un quasi-cicloamico senza nessuna voglia di mettermi su una bicicletta per andare a Torre Lapillo o chissà dove. “Come hai detto? I ciclamini??” mi chiede Nino. Beh, comprensibile che abbia capito male quanto da me farfugliato, contornati come siamo da miliardi di fiori. “Cicloamici Nino, cicloa-m-i-c-i!” scandisco stavolta. Intanto continuo a fotografare artistiche composizioni floreali sparse per il centro storico, i fiori attorcigliati sui lampioni, negli angoli, nei cortili delle vecchie abitazioni, sulle scalinate, ed anche Nino prova a fotografare: “Non devi infilare l’occhio nello schermo, non è un obiettivo Nino!” Si deve liberare dell’automatismo del maneggiare una qualunque vecchia macchina fotografica che lo porta a ficcarsi col naso sulla digitale. Credo che presto ce la farà. Intanto s’è fatta ora, ce ne andiamo. Ci salutiamo, promettendoci di vederci molto presto.

L’amaro in bocca è ancora intenso, non ho fame, ma voglio andare a mangiare lo stesso. Sembra strano a dirlo, ma è così.

Ed è altrettanto strano continuare a ripetermi che non sono affatto innamorato di lei, perché l’avrei voluta accanto a me, sempre, da quando l’ho lasciata, ieri sera, e l’avrei voluta accanto a me prima, tra tutti quei fiori, ed ora, mentre scrivo, oggi, il giorno dopo la fine di un corso nel quale l’ho conosciuta, il giorno in cui mi accorgo che un altro sentiero della ragnatela è appena terminato. Sembra strano a dirlo, ma è così?

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