Salento, con i suoi miti e leggende

Ulisse e le Sirene di Herbert James
Ulisse e le Sirene di Herbert James

 

di Felicita Cordella

Mille storie salentine narrano di delfini, di sirene, di dei e semidei, di ninfe e satiri.

Una sirena a due code di nome Leucades o Leucasia insieme con due amiche sirene, Partenope e Ligia, cantava e suonava divinamente. Perseguitate e sconfitte da Ulisse, che non cede alle loro seduzioni, le tre sirene si inabissano alla volta di altri mari. Leucasia, nuotando, giunge al Capo di Leuca dove vede un pastore che suona il flauto e se ne innamora. Leucasia inizia il suo canto irresistibile, ma il pastore, Mèliso, ama Aristula. Quando Leucasia sorprende i due amanti, pazza di gelosia, scatena una tempesta. I due giovani, scagliati sulla scogliera, muoiono.

Ma la dea Athena, impietosita, li trasforma nelle due punte che chiudono la baia di Leuca: Meliso e Ristola.

Leucasia è, nel mito, la fondatrice di Leuca, proprio come Partenope lo è di Napoli. Quante leggende sull’origine delle nostre bellezze naturalistiche! Non è inconsueto incontrare lungo la costa pescatori che, mentre riparano le nasse, hanno voglia di raccontarci qualcuno di questi antichi “cunti”.

Citata perfino da Erodoto, la leggenda di un certo Arione al servizio del tiranno di Corinto, Periandro, che si guadagnava da vivere cantando. Imbarcatosi a Taranto su una nave di Corinzi, fu minacciato di essere gettato in mare dai marinai che volevano derubarlo. Egli espresse un ultimo desiderio, chiese di poter cantare accompagnandosi con la sua cetra, poi si sarebbe buttato in mare. Cantò in onore di Apollo e un delfino, incantato dalla sua voce, lo prese sul dorso e lo trasse in salvo. Molte le storie di delfini che comprendono il linguaggio degli uomini.

Pausania parla di un navigatore che, durante il nafragio della sua nave ,viene messo in salvo da un delfino , che lo porta sul dorso fino alla terraferma. E’ Taras, il mitico fondatore della città di Taranto. Nella mitologia spesso il dio Apollo prende le forme di un delfino e a Creta viene adorato come Apollo Delfinio.

Anche il dio Poseidone prende talvolta le fattezze di un delfino e Afrodite, la dea della bellezza nata dal mare, è spesso raffigurata in mezzo a delfini.

Le storie di delfini e di sirene ci riportano alla civiltà cretese, alla Grecia, all’Oriente. Nella civiltà minoica i delfini erano adorati come dei, perché trasportavano i morti nelle isole dei Beati, ai confini dell’universo. In ciò credettero anche gli Etruschi, mentre i Cristiani raffiguravano come un delfino l’anima che raggiunge la salvezza. E talvolta il delfino rappresenta Cristo.

Un cenno merita il mito di Ercole. In una delle sue mitiche fatiche, il semidio scaraventò dall’Olimpo i giganti Luterni e li uccise nella terra dei Messapi.

Dal loro corpo in dissoluzione nacquero le acque sulfuree di Ugento, Leuca e Santa Cesarea. Anche su olivo e olivastro abbiamo interessanti narrazioni mitologiche. L’olivo era per i Greci pianta sacra ad Athena, dea della sapienza.

Ma la bellicosa dea venne a contesa col dio Poseidone, che voleva la pianta sotto la sua protezione. Athena ne uscì vincitrice e da allora l’olivo, oltre ad essere simbolo di prosperità e pace, divenne simbolo della città di Atene e di tutta l’Attica. Dell’olivastro di Messapia, invece, abbiamo notizia da Ovidio, il quale nelle “ Metamorfosi “ narra il mito di un pastore malvagio che maltrattava uomini, animali e piante. Il dio Pan, che vagava nei campi, decise di punirlo trasformandolo in un albero che non dà frutto commestibile, ma amaro: l’olivastro.

Infiniti e affascinanti racconti, dunque ,descrivono e ornano con merletti di memorie le ricchezze di questa nostra terra. Magia di intrecci tra storie e credenze, accadimenti e atavici riti; meraviglia di un immaginario collettivo che si sbriciola in diamanti da mille sfaccettature, in caleidoscopio da sfumature infinite.

Leucasia, una sirena salentina? No, un’altra bufala; e lo dimostro.

di Armando Polito

immagini tratte dalla rete ed adattate
immagini tratte dalla rete ed adattate

 

Dopo la storiella della ninfa Colimena (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/13/torre-colimena-wikipedia-ed-altro/) e quella di Archidamo (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/05/21/manduria-e-cheronea-un-gemellaggio-imperfetto/) mi sono imbattuto in un’altra invenzione che si muove nell’alveo di una malintesa promozione turistica, perché scorretta, ingannevole e truffaldina.

Gli esempi cominciano ad essere troppi, tanto che ormai si può parlare non di esemplari isolati di bufale allo stato brado ma di un vero e proprio allevamento, per la cui emulazione (leggi gara a chi la spara più grossa) la rete funge da formidabile catalizzatore.

Leggo in http://www.terrarussa.it/11378/guida-salento/folklore-e-tradizioni/la-leggenda-della-sirena-leucasia-e-la-nascita-di-leuca/:

Il nome di Santa Maria di Leuca è legato ad una tra le più belle leggende che si narrano nel Salento. Essa racconta una storia di dolore e di vendetta in cui due innamorati vengono divisi per sempre. E’ la storia d’ amore che vede protagonista la fanciulla Leucasia, sirena di Leuca.

Nel tratto di mare che si stende tra Castro e la punta estrema della penisola viveva una bellissima sirena, tutta bianca e il suo nome era Leucàsia.

Il suo canto era particolarmente armonioso e mai nessuno era stato in grado di resisterle finché un giorno, un giovane pastore, non scese sugli scogli per portare le sue pecore a lavare. Si chiamava Melisso, era bellissimo e Leucàsia se ne invaghì.

Subito cominciò a cantare il suo canto più bello ma, Melisso, innamorato della bella e giovane Arìstula, non fece nessuna fatica a resistere alla tentazione dato che il suo cuore batteva solo per la sua amata.

La sirena non accettò il rifiuto, si infuriò e attese con pazienza il momento della sua vendetta. Un bel giorno i due innamorati scesero sugli scogli e subito Leucàsia scatenò una tremenda tempesta; le onde improvvise catturarono i due giovani e la perfida sirena fece in modo che annegassero e che finissero separati per sempre sulle due punte opposte di un ampio golfo.

Dall’alto del suo tempio, la dea Minerva vide tutto questo e si impietosì. Decise allora di pietrificare i corpi di Melisso e Arìstula, dando loro l’eternità: quelle pietre diventarono da allora per tutti e per sempre la punta Meliso e la punta Ristola che, non potendosi toccare fra di loro, abbracciano quello specchio di mare lì dove la terra finisce.

Anche Leucàsia finì pietrificata dal rimorso e si trasformò nella bianca città di Leuca.

Adesso immaginatevi questo scambio di battute tra Maurizio Crozza e la sua spalla Andrea Zalone nella spassosa imitazione del senatore Antonio Razzi:

Zalone Senatore Razzi, cosa ne pensa di questa leggenda?

Crozza/Razzi –Leggere è bello ma è pericoloso

Zalone –In che senso?

Crozza/Razzi –Tante volte ti aspetti d’incontrare una sirena e ti trovi davanti una bufala

Pongo fine a questo scambio di battute perché incredibilmente Crozza/Razzi ha, pur inconsapevolmente, sintetizzato la nostra situazione.

Intanto parto dal lemma leggenda con un copia-incolla dal vocabolario Treccani on line (lo riporto integralmente anche se la cosa è lunga, ma una sua parte mi servirà alla fine):

s. f. [dal lat. mediev. legenda, femm. sing., propr. neutro pl. del gerundivo lat. legendus «da leggersi»; nei sign. del n. 3, sul modello del fr. légende]. –

 1.

 a. In origine, breve narrazione relativa alla vita di un santo, dove l’elemento storico è dalla fantasia popolare deformato o arricchito di elementi irreali, e della quale, a scopo edificativo o esemplare, si dava lettura il giorno della festa del santo: la l. di san Brandano (popolare racconto medievale che narrava la navigazione fantastica del monaco irlandese Brandano il quale, salpando di isola in isola, trova prima l’inferno, poi le isole Fortunate e infine il paradiso terrestre).

b. Per estens., qualsiasi racconto tradizionale di argomento religioso o eroico, nel quale i fatti e i personaggi, sia immaginarî sia desunti dalla storia (ma soggetti in questo caso a un’amplificazione fantastica che altera il dato storico), sono in genere collegati con luoghi e tempi determinati: la l. di Romolo e Remo; le origini di quel popolo si perdono nella l.; l’epopea di Garibaldi ha acquistato nella fantasia del popolo un sapore di leggenda; entrare nella l., di personaggio che, per il carattere eroico e straordinario delle sue imprese, è destinato ad acquistare, nel ricordo e nelle narrazioni, aspetto leggendario, mitico.

c. Cosa inventata, non vera: sono tutte leggende; si vanno spargendo molte l. sul suo conto.

d. Nel linguaggio giornalistico e antropologico, l. urbana (o anche metropolitana), racconto che circola e si diffonde rapidamente per via orale, ambientato in luoghi «comuni» (la città, un appartamento, un negozio, un’autostrada, ecc.) e che riguarda episodî (riferiti come realmente accaduti, ma incontrollabili) il cui nucleo centrale è rappresentato da un incidente, per cui, da un avvio banale, gli avvenimenti si svolgono in modo ora raccapricciante, ora angoscioso, ora misterioso, facendo leva su sentimenti primordiali.

2. In musica, termine a volte usato per designare brani di intonazione epico-lirica il cui soggetto è generalmente di carattere sacro.

3. (anche nella forma lat. legenda)

a. L’insieme delle parole, intere o abbreviate, disposte circolarmente lungo l’orlo del tondino o disco della moneta, al dritto e al rovescio; solitamente in relazione con il tipo figurato, comprende i nomi e i titoli del sovrano o il nome dello stato, nomi di santi, invocazioni, motti, imprese araldiche, ecc.; il complesso della leggenda e del tipo è detto impronta. Analogam., è detta leggenda l’iscrizione che si legge sulle medaglie, e, nei francobolli, quella, per lo più relativa al soggetto grafico, che eventualmente viene stampata oltre alle indicazioni dello stato di emissione e del valore nominale.

b. In araldica, designazione complessiva di tutti i motti, divise o gridi di guerra posti in un’arme.

c. Nelle carte geografiche, atlanti, grafici e sim., titolo sotto il quale sono riportati e spiegati i varî segni convenzionali, e la parte stessa, di solito chiusa entro un riquadro, dove sono date tali indicazioni.

d. Dicitura esplicativa posta sotto un disegno, figura, ecc.; più comunem. detta didascalia. ◆ Spreg. leggendùccia; pegg. leggendàccia.

Inizio dicendo che il leggenda del post incriminato dovrebbe corrispondere come significato ad 1b. Ho detto dovrebbe perché manca l’ingrediente fondamentale della locuzione racconto tradizionale, in cui l’aggettivo vive del lungo, in alcuni casi lunghissimo, respiro del tempo.

Un racconto di recente creazione, dunque, non può essere definito leggenda; infatti il triangolo (quello immortalato nella canzone da Renato Zero) di Melisso, Aristola e Leucasia è una pura invenzione partorita dalla mente di Carlo Stasi e registrata nel suo Leucasia uscito a Presicce per i tipi AGL nel 1993, 1996, 2001 e successivamente in Leucasia e le due sorelle, Mancarella, 2008.

Ora, un poeta può essere responsabile di tutto ma non di ciò che si inventa; è responsabile, invece chi quell’invenzione sfrutta a modo suo, anche se lo fa in buona fede, cioè per ignoranza.

Nulla, perciò, ho da rimproverare a Carlo Stasi per aver messo in piedi una storiella “filologicamente credibile” a cominciare dall’abile trasposizione dei nomi dei protagonisti che vieppiù sembrano recuperare la loro probabile grecità nativa: così Mèliso diventa Mèlisso [così va letto se si vuol conservare l’accento del greco μέλισσα (leggi mèlissa)=ape], Rìstola si trasforma in Arìstula, più diminutivo del latino arìsta=spiga che connesso col greco ἀρίστη (leggi ariste)=la migliore. Va aggiunto che l’onomastico Μέλισσος (leggi Mèlissos), ma non riferito ad un personaggio mitologico, è attestato in parecchi autori tra cui Pindaro (I, 3, 9) e Platone,Teeteto, 183e.

E siamo a Leucasìa, parola piana se vogliamo conservare l’originario accento della corrispondente parola greca. Un Λευκασία, nome di un fiume della Messenia, è attestato in Pausania (Descriptio Graeciae, IV, 33: Per chi procede dalle porte (di Messene) a trenta stadi di distanza c’è la corrente della Balira. Dicono che il nome derivò al fiume quando Tamiri gettò lì la lira dopo l’accecamento, che è figlio di Filammone e della ninfa Argiope, che Argiope per un certo tempo abitò nelle vicinanze del Parnaso e dicono che si trasferì ad Odrisa dopo che rimase incinta, che Filammone non voleva accoglierla in casa. E per questo chiamano Tamiri Odrise e trace. La Leucasia e l’Amfito gettano le loro acque in essa.1

Un Λευκωσία (leggi Leucosìa), invece, è attestato come toponimo di isola in un frammento di Aristotele (IV secolo a. C.) tramandatoci da uno scolio ad Apollonio Rodio (III secolo a. C.), I, 917: La Samotracia prima si chiamava Leucosìa, come racconta Aristotele nella Costituzione di Samotracia.2

Λευκωσία s’incontra anche in Licofrone (IV secolo a. C.), Alessandra, 722-724, dove, parlando della fine delle sirene suicide per non essere riuscite ad ingannare Ulisse, così dice: Leucosìa, gettata sulla prominente sponda dell’Enipeo, occuperà per gran tempo l’isola che ha preso il suo  nome.3

Come nome di una delle sirene è attestato nel De mirabilibus auscultationibus, 103, di un anonimo indicato col nome di Pseudo-Aristotele (IV-III secolo a. C.): Dicono che le isole Sirenuse giacciono in Italia vicino al tratto di mare di fronte allo stesso promontorio, il quale (tratto di mare) giace di fronte al luogo che si protende e divide i due golfi, quello che si trova intorno a Cuma e quello che comprende quella che è chiamata Poseidonia; in esso si trova anche un loro (delle Sirene) tempio ed esse sono onorate oltremodo dai sacrifici (fatti) diligentemente dagli abitanti dei dintorni; ricordandone i nomi chiamano una Partenope, l’altra Leucosìa, la terza Lìgeia.4

Questo brano verrà utilizzato da Stefano di Bisanzio (V secolo d. C.), Ethnikà, lemma Σειρὴνουσαι (Sirenuse): Isole in Italia giacenti intorno al tratto di mare di fronte alla stessa sporgenza del luogo prominente e che divide i golfi, quello che sta intorno a Cuma e quello che comprende quella che è chiamata Poseidonia, in cui vi è anche un loro (delle Sirene) tempio ed esse sono onorate oltremodo. E i loro nomi sono questi: Partenope, Leucosìa e Lìgeia.5

Strabone (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Geographia, II, 5, 19: Restanti più di queste in alto mare Pantelleria, Pianosa, Ischia, Procida, Capri, Licosa e altre siffatte.6; VI, 1, 1: Per chi naviga da qui (da Poseidonia) il tratto di mare (c’è) l’isola di Leucosìa, che ha un piccolo canale di fronte al continente, eponimo di una delle sirene spinta qui dopo il loro leggendario gettarsi in fondo al mare. Di fronte all’isola si stende il promontorio che forma per le Sirenuse il golfo di Poseidonia.7; VI, 1, 6: E Procida e Ischia si staccarono dal continente, come pure Capri, Licosa, le Sirene e le Enotridi.8

Λευκωσία, prima sirena e poi isola, è pure in Eustazio (XII secolo), Commentari all’Iliade e all’Odissea, 358: Poiché secondo Omero le sirene sono due e prive di nome, secondo altri poeti sono tre ed hanno i nomi di Partenope, Ligea e Leucosia; esse, quando Ulisse navigò vicino a loro e non si lasciò incantare dal loro canto, vinte dalla tristezza, si gettarono a capofitto nel mare e dopo essere annegate furono sbattute quale su un lido quale su un altro … Presso la foce di questo fiume (il Silaro, oggi Sele) … a cinquanta stadi vi è il promontorio di Nettuno da dove per chi naviga c’è l’isola Leucosia, staccata dalla terraferma, che prende il nome da una delle sirene.9

Trascrizione del greco Λευκωσία è il latino Leucòsia attestato in Plinio (I secolo d. C.), Naturalis historia, III, 37: Di fronte al golfo di Pesto c’è Leucosia, così chiamata dalla sirena ivi sepolta10 e in Ovidio, Metamorfosi, XV, 708: Raggiunge Leucosia e i roseti della tiepida Pesto.11

Insomma, si parte dalla sirena Leucosìa (pronuncia greca) o Leucòsia (pronuncia latina) attiva in Campania (ma molto probabilmente oriunda greca) e la si trasferisce a Leuca dopo l’opportuno maquillage fonetico della sostituzione della –o– con la –a– (e poi, anche se era un fiume, la prima fonte che ho citato non riporta una Leucasìa?) e, con accento latino, la nostra Leucàsia è bell’e nata. Una leggenda che, dunque, corrisponde al significato peggiore che la voce può assumere: di quelli citati all’inizio, 1c.

Per quanto riguarda l’etimo dell’originaria Leucosìa tutti sono concordi nell’indicare l’aggettivo λευκός/λευκή/λευκόν (leggi leukòs/leukè/leukòn)=bianco (stesso etimo di Leuca); il concetto di bianco, però, per alcuni sarebbe riferito alla schiuma che genera il mare battendo contro l’isola ex sirena, per altri al colore delle ossa dei poveri malcapitati che, a differenza di Ulisse, non seppero resistere al fascino del suo canto e che per lungo tempo imbiancarono la scogliera. Nella leggenda confezionata il sirena tutta bianca evoca certamente Leuca, ma chi ci garantisce che qualcuno non si senta autorizzato  a supporre un caso di albinismo o, peggio, di anemia?

Forse sarebbe stato meglio non dirlo, perché chissà quale fantastico utilizzo ora ne verrà fuori …

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1 Cito il testo originale dall’edizione a cura di L. Dindorf, Didot, Parigi, 1845, p. 221: Σταδίους δὲ καταβάντι ἀπὸ τῶν πυλῶν τριάκοντα τὸ ῥεῦμά ἐστι τῆς Βαλύρας. Γενέσθαι δὲ τὸ ὄνομα τῷ ποταμῷ λέγουσι Θαμύριδος τὴν λύραν ἐνταῦθα ἀποβαλόντος ἐπὶ τῇ πηρώσει· παῖδα δὲ αὐτὸν Φιλάμμωνος καὶ Ἀργιόπης τῆς νύμφης εἶναι, τὴν δὲ Ἀργιόπην τέως μὲν περὶ τὸν Παρνασσὸν οἰκεῖν, ἐπεὶ δὲ εἶχεν ἐν γαστρί, ἐς Ὀδρύσας λέγουσι μετοικῆσαι· Φιλάμμωνα γὰρ οὐκ ἐθέλειν ἐς τὸν οἶκον αὐτὴν ἄγεσθαι. Καὶ Θάμυριν μὲν Ὀδρύσην τε καὶ Θρᾷκα ἐπὶ τούτῳ καλοῦσιν· ἡ δὲ Λευκασία καὶ Ἄμφιτος συμβάλλουσιν ἐς τὸ αὐτὸ τὰ ῥεύματα.

2 Cito il testo originale da Fragmenta historicorum Graecorum, a cura di C. Müller, Didot, Parigi, v. II, p. 158: Ἡ δὲ Σαμοθρᾴκη ἐκαλεῖτο πρότερον Λευκωσία, ὡς ἱστορεῖ Ἁριστοτέλης ἐν Σαμοθρᾴκης πολιτεῖᾳ.

3 Cito il testo originale dall’edizione a cura di G. Kinkel, Teubner, Lipsia, 1880, p. 30: Ἀκτὴν δὲ τὴν προὔχουσαν εἰς Ἐνιπέως/Λευκωσία ῥιφεῖσα, τὴν ἐπώνυμον/πέτραν ὀχήσει δαρόν …

4 Cito il testo originale dall’edizione a cura di Gabriella Vanotti, Edizioni Studio Tesi, Pordenone-Padova, 1997, p. 44: Φασὶ τὰς Σειρηνούσας νήσους κεῖσθαι μὲν ἐν τῇ Ἰταλίᾳ περὶ τὸν πορθμὸν ἐπ’αὐτῆς τῆς ἄκρας, [ὅς κεῖται πρὸ] προπεπτωκότος τοῦ τόπου καὶ διαλαμβάνοντος τὸυς κόλπους τόν τε περιέχοντα τὴν Κύμην καὶ τὸν διειληφότα τὴν καλουμένην Ποσειδωνίαν· ἐν ᾧ καὶ νεὼς αὐτῶν ἵδρυται καὶ τιμῶνται καθ’ὑπερβολὴν ὑπὸ τῶν περιοίκων θυσίαις ἐπιμελῶς· ὧν καὶ τὰ ὀνόματα μνημονεύοντες καλοῦσι τὴν μὴν Παρθενόπην, τὴν δὲ Λευκωσίαν, τὴν δὲ Λίγειαν.

5 Cito il testo originale dall’edizione a cura di A. Meineke, Reimer, Berlino, v. I,  p. 559: Σειρηνούσαι· νήσοι ἐν τῇ Ἰταλίᾳ περὶ τὸν πορθμὸν ἐπ’αὐτῆς τῆς ἄκρας κείμεναι προπεπτωκότος τοῦ τόπου καὶ διαλαμβάνοντος τὸυς κόλπους τόν [τε] περιέχοντα Κύμην [καὶ] καὶ τὸν διειληφότα τὴν καλουμένην Ποσειδωνίαν· ἐν ᾧ καὶ νεὼς αὐτῶν ἵδρυται καὶ τιμῶνται καθ’ὑπερβολὴν. Ὧν καὶ τὰ ὀνόματα ταῦτα, Παρθενόπη καὶ Λευκωσία καὶ Λίγεια.

6 Cito il testo originale dall’edizione a cura di A. Meineke, Teubner, Lipsia, 1852, v. I, p. 164 Πολὺ δὲ τούτων λειπόμεναι πελάγιαι μὲν Πανδατερία τε καὶ Ποντία, πρόσγειοι δὲ Αἰθαλία τε καὶ Πλανασία καὶ Πιθηκοῦσσα καὶ Προχύτη καὶ Καπρίαι καὶ Λευκωσία καὶ ἄλλαι τοιαῦται.

7 Cito il testo originale dall’edizione a cura di A. Meineke, op. cit., p. 346: Ἐντεῦθεν δ᾽ ἐκπλέοντι τὸν κόλπον νῆσος Λευκωσία, μικρὸν ἔχουσα πρὸς τὴν ἤπειρον διάπλουν, ἐπώνυμος μιᾶς τῶν Σειρήνων, ἐκπεσούσης δεῦρο μετὰ τὴν μυθευομένην ῥῖψιν αὐτῶν εἰς τὸν βυθόν. Τῆς δὲ νήσου πρόκειται τὸ ἀντακρωτήριον ταῖς Σειρηνούσσαις ποιοῦν τὸν Ποσειδωνιάτην κόλπον.

8 Cito il testo originale dall’edizione a cura di A. Meineke, op. cit., p. 354: Καὶ γὰρ ἡ Προχύτη καὶ Πιθηκοῦσσαι ἀποσπάσματα τῆς ἠπείρου καὶ αἱ Καπρίαι καὶ ἡ Λευκωσία καὶ Σειρῆνες καὶ αἱ Οἰνωτρίδες.

9 Cito il testo originale da Geographi Graeci minores, a cura di C. Müller, Didot, Parigi, 1861, v. II, p. 280: Ὅτι κατὰ μὲν Ὄμηρον αἱ  Σειρῆνες δύο καὶ ἀνώνυμοι, κατὰ δὲ τοὺς ἄλλους ποιητὰς τρεῖς, καὶ ὀνόματα αὐταῖς Παρθενόπη, Λίγεια καὶ Λευκωσία, αἳ παραπλεύσατος αὐτὰς τοῦ Ὀδυσσέως καὶ μὴ θελχθέντος οἷς ἐμελῴδουν, νικηθεῖσαι τῇ ἀθυμία κατέρριψαν ἑαυτὰς εἰς τὴν θάλασσαν, καὶ ἀποπνιγεῖσαι ἄλλη ἀλλαχοῦ ἐξεδράθησαν … Μετὰ δὲ τὸ τοῦ ποταμοῦ τούτου στόμα … ἐν ν’ σταδίοις ἡ Ποσειδωνιὰς ἄκρα, ὅθεν ἐκπλέοντι νῆσος Λευκωσία ἐστιν, ἠπείρου καὶ αὐτὴ ἀπόσπασμα, ἐπώνυμος μιᾶς τῶν Σειρήνων.

10 Cito il testo originale dall’edizione a cura di Francesco Della Corte, Giardini, Pisa, 1984, p. 150: Contra Paestanum sinum Leucosia est, a sirene ibi sepulta appellata. Va detto che Leucòsia (e non Leucàsia come si legge in alcuni codici) è la lezione oggi generalmente accettata.

11 Cito il testo originale dall’edizione Antonelli, Venezia, 1844, p. 759: Leucosiamque petit, tepidique rosaria Paesti.      

 

Luigi Cannone, pittore. Dal mito alla contemporaneità

Allegory_of_Naples

 

di Paolo Vincenti

 

Lecce. In un vicolo ritorto della città vecchia sta la bottega atelier di Luigi Cannone pittore. E lì mi porta la mia irrefrenabile  curiosità, in un piccolo spazio che oltre allo studio del pittore ospita l’associazione  H24 Fabrìka, guidata dalla combattiva operatrice culturale Rosanna Gesualdo,  trait d’union fra me e l’artista Cannone.

Luigi è persona modesta e non molto loquace che lascia parlare le proprie opere,  in questo avamposto urbano di passione e creatività, fumo e cultura, vino e arte, incontri e convivialità, che è il piccolo contenitore culturale che mi accoglie, in vico Dietro Spedale Pellegrini, 29/a.

Luigi, non so se per calcolata scelta o per l’istinto del momento, ha deciso di farmi ammirare due cicli pittorici: quello delle sirene e quello delle torture. Sistema le sue opere sulle panchine di pietra e nelle rientranze delle pareti della bottega  a formare quasi un tondo, un semicerchio magico nel quale sarei rinchiuso se non fosse per una parete, quella dov’è la porta,  rimasta vuota  e dove intanto Rosanna  conversa con altri avventori, ospiti dello studio.

Luigi Cannone, leccese, classe 1955, ha iniziato a dipingere giovanissimo. E’ docente di Arte e Immagine nelle suole medie  e , tra personali e collettive, vanta oltre quaranta esposizioni, tenutesi in giro per l’Italia. Nella sua pittura dominano i colori azzurro e blu e le tematiche trattate sono le più varie ma in particolare colpiscono il tema erotico e quello onirico-fiabesco.

Appassionato di fotografia e anche di arte antica, in particolare bizantina, so che realizza ottime icone con tecniche tradizionali.

Ma veniamo alle sirene. Mi sembra una tipica pittura d’ispirazione preraffaellita, con venature romantiche. In queste pitture, i colori vertono sul binomio  blu- arancio oppure sul  viola-giallo, il gioco luci -ombre è suggestivo e attraente. Cannone si serve dei miti classici per calare nella nostra contemporaneità un messaggio che potrebbe avere del simbolico, come potrebbe essere messaggio sociale-civile;  ma potrebbe anche essere, la sua, totale resa all’estetismo puro, alla Ruskin,  senza alcuno scopo precostituito, come dire  “l’arte per l’arte”, per usare un’espressione di Oscar Wilde simbolo di quel movimento artistico del secondo Ottocento.

Scrive Ivan Serra: “Pittore di solida classicità, Luigi Cannone esalta composizioni di vigorosa precisione mediante tagli di colore limpido e luminoso con i quali accarezza e suggerisce le linee di forza dei suoi quadri.
Per Cannone il mondo è un luogo in cui cromatismo e linearità si intersecano e dialogano fra di loro con energica e poetica dialettica. Sfumature di colore, lancinanti e melliflue, innervano un’opera che costruisce la sua suggestione su di un tessuto compositivo articolato attraverso effetti cangianti di colore.”

Il mito delle sirene affascina gli uomini fin dalla notte dei tempi.  Figure femminili metà donna e metà uccello: così si presentavano nelle antichissime mitologie pre-greche,  e in questa forma appaiono nell’ “Odissea” di Omero ad Ulisse che, grazie ai consigli ricevuti dalla maga Circe, riesce ad attraversare indenne quel tratto di mare insidiato dalla loro presenza. Figlie del dio fluviale Acheloo, infatti, queste sirene erano esseri pericolosi per i naviganti i quali, allettati dal loro canto, perdevano il controllo delle navi ed andavano a sbattere sugli scogli dove venivano divorati dalle voraci creature. Ulisse riesce però con un abile stratagemma a superare il loro  pericolo, come testimonia l’ immagine raffigurata su un vaso attico di Vulci risalente alla metà del IV secolo a.C., in cui si vedono Ulisse legato all’albero della nave e questi uccelli dalla testa di donna precipitare irrimediabilmente in mare (ma potrei citare anche il dipinto di J.W. Waterhouse, del 1891, che riporta lo stesso episodio, tanto per rimanere nella tradizione preraffaellita nella quale mi è piaciuto inscrivere Cannone). Secondo la leggenda, è proprio in seguito a questo episodio che le sirene (che comparivano già nel mito degli “Argonauti”, poi ripreso da Apollonio Rodio), da esseri a forma di uccello assumono la forma di pesci,  forma nella quale siamo abituati a conoscerle e della quale si è impossessata tutta la cinematografia contemporanea nei numerosi  film alle sirene dedicati. Nei bestiari medievali le sirene sono rappresentate sempre come esseri metà donne metà pesce  ( e in questa forma ittimorfa sono raffigurate nel celebre episodio dell’Odissea da un altro pittore preraffaellita, H.J. Draper, nel 1909). Nella letteratura moderna, da esseri demoniaci, simili ad arpie, queste dee assumono infinite connotazioni, come quella sensuale, e significati aggiunti. Guadagnano quindi valenza benefica, positiva, come nella celebre fiaba di Andersen, “La sirenetta”, del 1836.

Ulisse e le Sirene di Herbert James
Ulisse e le Sirene di Herbert James

Ma le sirene sono anche legate al nostro Salento. Infatti secondo un’altra tradizione, riportata da Licòfrone di Calcide (IV-III sec. a. C.) nel suo poema “Alessandra”, dopo essere state sconfitte da Ulisse, le tre sirene incantatrici, Partenope, Leucasia e Ligea, terminarono la loro vita nelle acque del Tirreno, mutando la loro natura prima di morire e dando così origine a tre diverse città. Partenope diede origine a Napoli, Leucasia, naufragando nel profondo Salento,  diede origine alla nostra Leuca, Ligea invece andò a naufragare nel golfo di Santa Eufemia in Calabria. Questa versione del mito risponde alla tradizione orfica del  katapontismòs, secondo cui il tuffo avrebbe trasformato le strane creature in rupi.

Le sirene di Cannone sono una figura simbolica, rappresentano l’ archetipo femminile primordiale e, per il pittore, simboleggiano l’attrazione fatale, con il loro canto ammaliatore, il piacere dietro cui si nascondono tante insidie. La scelta è fra restare attaccati alla ragione, come all’albero della nave Ulisse, oppure seguire il loro desiderio e lasciarsi andare alla perdizione. Seguire la propria fantasia, l’immaginazione erotica sottesa ai dipinti di Cannone, può voler dire infatti diventare vittima dell’inganno delle passioni. Il rischio è alto, commisurato alla posta in gioco.

Del nostro artista, scrive Silvia Cazzato: “…che accanto alla grande ricchezza interiore dell’uomo Cannone vi sia una particolare rilevanza delle tecniche pittoriche che si evolvono senza essere sperimentalistiche ad ogni costo. Crediamo che siano questi i requisiti che fanno di una persona che dipinge… un artista”. E ancora: “ Dall’analisi della produzione pittorica si può dedurre quanto Luigi Cannone sia esempio autorevole di come si possa avere padronanza dei principi estetici e attingere alle profondità della poesia, pur restando ancorati a più tematiche ”, afferma Alfredo Noccia.

Il secondo tema trattato è quello delle torture, con tante donne nude, dalle giunoniche forme, tutte legate da sottili fili di nastro rosa o azzurro a far da leit motiv fra le opere. Ma questa tematica, se non fosse per quella galleria di strumenti da tortura non a caso relegati in un apposito dipinto, mi sembra magari vicina al fetish o al bondage e alle pratiche sadomaso, con gli espliciti riferimenti erotici che quelle carni voluttuose suggeriscono, piuttosto che a torture vere e proprie (penso al ciclo di Abu Ghraib di Botero, per restare ad un contemporaneo). Mentre  mi aggiro nel semicerchio magico  e fotografo le opere, Rosanna Gesualdo, protettrice delle arti e promotrice della pittura di Cannone, sembra approvare e benedire il nostro incontro. Ma intanto il negramaro nei bicchieri è finito e così anche il mio tempo di questa recensione.

 

Leuca luogo dell’anima e del ritorno. Leuca come le colonne d’Ercole

di Antonietta Fulvio

“E tornerà

 il bianco per un attimo a brillare

 della calce, regina arsa e concreta

in questi umili luoghi dove termini, Italia, in poca rissa

 d’acque ai piedi d’un faro.

 È qui che i salentini dopo morti

 fanno ritorno col cappello in

testa”

(Finibusterrae, V. Bodini)

Il luogo dell’anima e del ritorno. Così descriveva Leuca il poeta Vittorio Bodini nella sua “Finibusterrae”. Dal greco leucos, che è bianco ma anche fantasmagorica visione, riprendendo una nota leggenda, secondo la quale se non ci si reca a Leuca da vivi, bisognerà tornarci da morti, prima di salire in cielo. Passaggio verso l’infinito. Una sorta di porta per il Paradiso.

E non può definirsi che paradisiaca la visione dell’alba a Leuca con il sole che si leva dall’Adriatico, così al tramonto quando il disco solare si inabissa lentamente nelle acque dello Jonio.

Qui dove la terrà è sospesa tra il cielo e l’antico Mare nostrum, verso il quale si protende questo lembo d’Italia, il panorama toglie il respiro, azzera il pensiero ed entra per sempre negli occhi…

Leuca è luce, la luce abbagliante che sembra aver ispiratola Metafisica a Giorgio De Chirico, è terra, pietra che corre verso il mare frastagliandosi in mille insenature che da millenni si lasciano scalfire dalle acque facendosi porto per naufraghi e pellegrini.

Ci sono luoghi che entrano dentro. Nell’anima. Che fanno vibrare il cuore come le corde di uno Stradivari e la musica è l’incantevole preludio di un sogno. Un sogno bianco come le scogliere di Leuca, della sua Marina tempestata di grotte misteriose e di atavici approdi.

Qui trovò riparo Enea, scrisse il poeta Virgilio, nel terzo libro dell’Eneide: “Dalla marina d’Oriente un seno/ curvasi in arco, e contro ai massi opposti / delle rupi, le salse onde spumose/ s’infrangono. Celato ad ogni vista/ si spazia il porto interior; di cui/ dall’un fianco e dall’altro un doppio muro/ si protende di scogli, e dentro terra/

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