La Montagna spaccata e la rabbia (2/2)

di Armando Polito

Foto di Stefano Daglio scattata nel marzo 2009 dalla costa adriatica del Salento (da http://www.naturamediterraneo.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=88626)
Foto di Stefano Daglio scattata nel marzo 2009 dalla costa adriatica del Salento (da http://www.naturamediterraneo.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=88626)

Se fossi un botanico, dopo essermi fatto una copia fotostatica del saggio di  Enrico Groves, Flora della costa meridionale della Terra d’Otranto, apparso in Nuovo giornale botanico italiano, v. XIX, N. 2, aprile 1887, pp. 110-219 e tavole fuori testo in appendice1, stilerei una tabella di marcia desunta dal saggio, in pratica un elenco di toponimi, ognuno accoppiato con l’essenza o le essenze rilevate quasi centotrenta anni fa. Ripercorrerei, insomma, gli stessi sentieri a suo tempo battuti dal Groves per un riscontro comparativo, analisi in cui, come chiunque può facilmente comprendere, non avrebbe certo una posizione defilata il fattore climatico e, ahimè, in misura più determinante, quello antropico. Non mi lascerei sfuggire le possibilità documentarie che la moderna tecnologia offre e non rinuncerei, quindi, a portarmi appresso una fotocamera digitale in grado di fare fotografie macro, sia pure con l’ausilio di un piccolo treppiedi se la mano dovesse traballare per l’emozione o altro.

Chi ha letto la prima parte di questo lavoro si starà chiedendo se non sarebbe stato più opportuno sostituire nel titolo rabbia con pazzia, sempre la mia.

Rispondo alla sua domanda più che legittima con una scheda tratta dalla p. 124 dell’erbario del Groves2, che è organizzato alfabeticamente per famiglie; l’essenza della quale fra poco parlerò (Alyssum Leucadeum Guss.) è registrata tra le Crucifere.

Mi rendo conto che la  lettura di Montagna Spaccata è insufficiente per far rientrare nel lettore o nella lettrice il dubbio precedente sulla mia sanità mentale. Se il portatore o la portatrice  (entrambi sani … e magari diffondessero a destra e a manca la loro salutare malattia!) di dubbio vivono da soli, possono anche abbandonare la lettura ma, se già hanno sentito riecheggiare nell’aria Caro/cara, dove sei?, penso che, nei casi peggiori (e con i tempi che corrono quale caso non lo è?), convenga loro continuare a leggere (magari assumendo agli occhi del partner, che nel frattempo, in assenza di risposta, è accorso, una posa da intellettuale), per sottrarsi a prestazioni che per motivi estetici (propri o altrui …) o ormonali (questi solo propri …) stenterebbero a fornire o, molto più semplicemente ma non meno fastidiosamente, ad una semplice commissione da sbrigare …

Ritorno, perciò, per un attimo all’assunto iniziale. Siccome non sono un botanico e, oltretutto, le mie capacità di deambulazione sono estremamente ridotte, mi limito solo a sperare che l’esperto ritenga la scheda degna di approfondimento e, magari, essa sia da stimolo per un lavoro sistematico fatto, questa volta, da un salentino e non da un inglese1 e per rimediare, dunque, all’analogo increscioso inconveniente che a suo tempo si verificò col Vocabolario dei dialetti salentini realizzato dal Rohlfs che era non salentino, nemmeno italiano ma tedesco. E non regge la giustificazione che la scienza oggi è globale perché, pur riconoscendo al vero ricercatore un talento di fondo che si può esprimere nello studio di qualsiasi fenomeno indipendentemente dalla sua collocazione geografica, non si può negare che spesso è determinante il vantaggio dato dall’esser nato, cresciuto in un certo territorio ed averne assorbito conoscenze, credenze, costumi, usi e pure abusi …

Nel frattempo inizio sfruttando la rete al servizio delle mie, pur limitate, competenze specifiche (ogni tanto mi chiedo se non sia il contrario …).

Crucifere: dal latino moderno cruciferae, composto dal classico crux=croce e dalla radice del, sempre classico, ferre=portare. Il nome è dovuto al fatto che il fiore ha quattro petali disposti a croce.

Alyssum richiederà un discorso più lungo e perciò lo lascio per ultimo.

Leucadeum: contrariamente a quanto si legge nel pur pregevole sito Acta plantarum (http://www.actaplantarum.org/acta/etimologia.php?p=1&o=1&n=l) e cioè da leucadeus, a, eum=del Capo di Leuca in Puglia, estremo sud-orientale d’Italia, debbo affermare, sopprimendo per correttezza anche intellettuale ogni debolezza campanilistica, che in realtà Leucadeum è sì aggettivo latino di formazione moderna, trascrizione del greco Λευκάδιον (leggi Leucàdion), il quale, però, deriva dal tema [Λευκαδ- (leggi Leucad-)] di Λευκάς/Λευκάδος (leggi Leucàs/Leucàdos)=Leucade, isola della Grecia tra Corfù e Cefalonia. Il che significa (l’importanza di un semplice dettaglio, nel nostro caso un δ …) che la nostra essenza fu chiamata così perché molto diffusa nell’isola di Leucade.

Una volta anche il più scadente studente di liceo classico sapeva che, secondo il mito tramandatoci dagli antichi commediografi greci e ripreso da Ovidio, buttandosi da una rupe di quell’isola si suicidò la poetessa Saffo a causa dell’amore non corrisposto da Faone; dubito che fra pochissimi anni il miglior professore di lettere, quelle residue, insegnante in quell’indirizzo di studi, lo sappia; la disgrazia è che insieme con Saffo non sarà in grado di sapere e, cosa ancora più disgraziata, di non essere in grado di scoprirne tante altre …).

Tornando all’essenza: essa fu chiamata così perché diffusa nell’isola di Leucade non nel Capo di Leuca, dove, d’altra parte, lo stesso Groves non ne registra la presenza e se il botanico italiano (vedi subito dopo) che le diede il nome, peraltro quasi contemporaneo del Groves, l’avesse trovata a Leuca, il collega inglese non avrebbe scritto negli ultimi anni questa specie è stata cercata invano (s’intende nel territorio di Terra d’Otranto) da diversi botanici. Nello stesso errore si incorre anche in http://luirig.altervista.org/flora/taxa/index1.php?scientific-name=alyssum+leucadeum, dove leggo Nome italiano: Alisso di Leuca.

Saffo a Leucade, olio su tela di  Antoine-Jean Gros (1801), Museo Baron Gérard, Bayeux; immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Saffo_a_Leucade#mediaviewer/File:Antoine-Jean_Gros_-_Sappho_at_Leucate_-_WGA10704.jpg
Saffo a Leucade, olio su tela di Antoine-Jean Gros (1801), Museo Baron Gérard, Bayeux; immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Saffo_a_Leucade#mediaviewer/File:Antoine-Jean_Gros_-_Sappho_at_Leucate_-_WGA10704.jpg

Guss.: è abbreviazione di Giovanni Gussone (1787-1886), allievo di Michele Tenore (vedi nota 2), la cui Flora napolitana, pubblicata a fascicoli tra il 1810-1838, ancora oggi è opera di riferimento per chi si occupi delle essenze dell’Italia meridionale.

Continuo a rendermi rendo conto di aver abusato della pazienza di coloro che mi hanno fin qui seguito, ma sto per giocarmi l’ultima carta per dimostrare che non sono pazzo e per dare ragione di quell’ormai famigerato rabbia.

E l’ultima carta si chiama Alyssum.

Esso è la trascrizione latina del greco ἄλυσσον (leggi àliusson), neutro dell’aggettiνo ἄλυσσος/ἄλυσσον (leggi àliussos/àliusson)=antirabbico, composto da ἀ- privativo (=senza) e λύσσα (leggi liùssa)=furore, rabbia, pazzia. Ecco la voce nelle testimonianze degli autori antichi (la traduzione, al solito, è mia):

Dioscoride (I secolo d. C.): L’alisso (altri lo chiamano aspidio, altri aplofillo, altri ancora acciseto o adeseto) è un arbusto dallo stelo singolare, un po’ ruvido, dalle foglie rotonde, vicino alle quali il frutto ha l’aspetto di doppi scudi, in cui il seme è abbastanza piatto. Nasce nei luoghi montuosi e sassosi. Il suo decotto bevuto fa cessare il singhiozzo che si manifesta senza febbre ed è efficace anche se preso in mano o odorato. Tritato col miele schiarisce le voglie e le efelidi. Sembra che guarisca anche la rabbia (trasmessa dal morso) del cane se somministrato mescolato al cibo. Si dice che sospeso in casa sia salutare e che protegga gli uomini dai malefici; applicato al collo con un panno rosso tiene lontane le malattie degli animali.3

Plinio (I secolo d. C.): Differisce da esso (dall’eritrodamo, di cui ha parlato subito prima) solo nelle foglie e nei rami più piccoli quello che chiamano alisso. Ha avuto tale nome perché bevuto nell’aceto o legato addosso non  permette che quelli morsi da un cane sentano (gli effetti del)la rabbia. È portentoso ciò che si aggiunge, che solo a guardare l’arbusto l’umore corrotto viene da esso seccato.4

Plutarco (I-II secolo d. C.): Anche quelli che prendono solo in mano l’erba chiamata alisso ma anche coloro che la fissano si liberano del singhiozzo; si dice che è adatta anche al bestiame e alle greggi di capre se piantata presso le stalle.5

Pausania il Periegeta  (II secolo d. C.): Proprio lì (in Arcadia presso la popolazione dei Cinetaei) vi è una sorgente di acqua fredda, distante al più due stadi dalla città e su di essa è nato un platano. Chiunque subì da parte di un cane affetto da rabbia una ferita o in modo diverso un pericolo guarisce se ne beve l’acqua; e per questo chiamano Alisso la fonte.6

Come si è visto, già i testi antichi non consentono di capire se l’alisso in essi nominato è la stessa pianta. Tuttavia le ricorrenti presunte proprietà antirabbiche hanno propiziato da parte dei botanici moderni l’assunzione della voce ad indicare il genere, che ha finito per annoverare col tempo solo per l’Italia una quindicina di specie.

Non sapremo mai quanti grazie all’alisso sopravvissero alla rabbia (tutt’al più, io suppongo, ne leniva solo per qualche tempo i sintomi, mentre poteva avere efficacia contro il morso di un cane non rabbioso ma semplicemente incazzato … ) ma spero che qualche botanico frequentatore di questo sito ci dica almeno se quello classificato dal Gussone e citato dal Groves sia veramente quello che nella foto di testa è chiamato alyssum leucadeum.

Ho dimostrato, almeno credo, di non essere pazzo ma rimane la delusione (stavo per dire rabbia però devo chiudere con lei e quindi non è il caso di giocarmela ora) per i dubbi non fugati.

La rabbia, come malattia, almeno in Italia, è estinta da tempo; si diffonde sempre più, invece, il sentimento che con quella condivide il nome e l’etimo [dal latino tardo rabia(m), a accusativo di ràbia, a sua volta dal classico ràbies ]. Non vorrei che la disperazione spingesse parecchi in pellegrinaggio alla Montagna spaccata ed al suo circondario alla ricerca dell’alisso da appendere in casa per le sue proprietà apotropaiche ricordate da Dioscoride all’inizio del passo relativo. Se poi, mossi dalla voglia di profitto, cominceranno a muoversi pure maghi e fattucchiere il povero alisso subirà, e non solo da noi, l’estinzione a causa di quel sentimento che ha lo stesso nome della malattia che, a quanto si diceva tanti secoli fa, era in grado se non di guarire, quanto meno di curare …

PER LA PRIMA PARTE: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/10/la-montagna-spaccata-e-la-rabbia-12/

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1 Ho utilizzato il testo digitalizzato in https://ia600202.us.archive.org/9/items/floradellacostam00grov/floradellacostam00grov.pdf, ma, siccome il caricamento è esasperatamente lento, ho approntato per chi ha interesse il link saggio-di-Groves1.pdf. Avverto che, comunque, l’operazione avverrà in una ventina di secondi e che al suo completamento il testo potrà essere letto a schermo oppure memorizzato cliccandoci col tasto destro e scegliendo l’opzione salva con nome. 

2 Enrico Groves, nato a Weymouth nel 1835, conseguì a Londra nel 1856 il titolo di Farmacista.

Non è detto che colui il quale consegue un titolo di studio in ritardo rispetto alla normale durata del corso sia poi  professionalmente meno valido di chi lo consegue nel tempo minimo, anche perché il ritardo può essere stato causato da mille ragioni che nulla hanno a che fare con l’intelligenza non disgiunta da applicazione; tuttavia, chi non preferirebbe, dopo averli conosciuti entrambi, essere difeso da un avvocato diventato tale in quattro anni o poco più piuttosto che da uno che per ottenere lo stesso risultato ha impiegato il doppio del tempo, qualora l’incontro dovesse propiziare lo stesso giudizio? Tutto questo per dire che, pur ignorando io quale durata avessero a quell’epoca gli studi per diventare farmacista, il nostro Enrico, farmacista a ventuno anni, non doveva essere un cervello qualsiasi. Infatti acquistò ben presto fama nei circoli botanici per una comunicazione sulla flora di Portland. Ma nel suo destino c’era l’Italia. Vecchio fenomeno, quello del nemo propheta in patria, solo che l’Italia oggi non è la meta di giovani talenti stranieri ma il punto di fuga per quelli nazionali …

Il nostro Enrico si stabilì a Firenze e la maremma toscana, le Alpi Apuane, gli Abruzzi, la Sicilia e, appunto, la Terra d’Otranto, furono l’oggetto della sua curiosità di botanico. Egli raccolse nel suo erbario ricchi materiali provenienti da queste terre in parte inesplorate (nonostante le ricerche organizzate da Michele Tenore e confluite nella Flora napolitana uscita in fascicoli a partire dal 1810) pubblicò i risultati delle sue ricerche nel Giornale farmaceutico di Londra, nel Giornale botanico italiano e nel Bullettino della Società botanica italiana. Morì a Firenze il 1° marzo 1891 lasciando il suo erbario, ricco di 43000 esemplari in gran parte raccolti personalmente, all’Istituto botanico di Firenze.

3 De materia medica, III, 91: Ἄλυσσον (οἱ δὲ ἀσπίδιον, οἱ δὲ ἁπλόφυλλον, οἱ δὲ ἀκκύσητον, οἱ δὲ ἀδέσετον) φρυγάνιόν ἐστι μονόκαυλον, ὑπότραχυ, φύλλα ἔχον στρογγύλα· παρ’οἷς ὁ καρπὸς, ὡς ἀσπιδίσκια διάδιπλα, ἐν οἷς τὸ σπέρμα ὑπόπλατυ· φύεται ἐν ὀρεινοῖς καὶ τραχέσι τόποις. Ταύτης τὸ ἁφέψημα ποθὲν λυγμοὺς τοὺς δίχα πυρετοῦ λύει· καὶ κρατηθὲν δὲ ἢ ὀσφρανθὲν τὸ αὐτὸ δρᾷ· σὺν μέλιτι δὲ λεῖον φακοὺς καὶ ἔφηλιν ἀποκαθαίρει· δοκεῖ δὲ καὶ λύσσαν κυνὸς ἰᾶσθαι, συγκοπὲν ἐδέσματι καὶ δοθὲν· καὶ κρεμάμενον  δὲ ἐν οἰκίᾳ ὑγιεινὸν λέγεται εἶναι καὶ ἀνθρώποις ἀβάσκαντον· περιαφθὲν δὲ φοινικῷ ῥάκει, θρεμμάτων νόσους ἀπελαύνει.

4 Naturalis historia, XXIV, 51: Distat ab eo qui alysson vocatur foliis tantum et ramis minoribus. Nomen accepit, quod a cane morsos rabiem sentire non patitur ex aceto potus adalligatusque. Mirum est quod additur, saniem conspecto omnino frutice eo siccari.

5 XLVI, 648a: Τὴν δ᾽ ἄλυσσον καλουμένην βοτάνην καὶ λαβόντες εἰς τὴν χεῖρα μόνον, οἱ δὲ καὶ προσβλέψαντες, ἀπαλλάττονται λυγμοῦ·  λέγεται δὲ καὶ ποιμνίοις ἀγαθὴ καὶ αἰπολίοις, παραφυτευομένη ταῖς μάνδραις.

6 Graeciae descriptio, VIII, 19, 3: Πηγὴ δέ ἐστιν αὐτόθι ὕδατος ψυχροῦ, δύο μάλιστα ἀπὸ τοῦ ἄστεως ἀπωτέρω σταδίοις, καὶ ὑπὲρ αὐτῆς πλάτανος πεφυκυῖα.  Ὅς δ᾽ ἂν ὑπὸ κυνὸς κατασχέτου λύσσῃ ἤτοι ἕλκος ἢ καὶ ἄλλως κίνδυνον εὕρηται, τὸ ὕδωρ οἱ πίνοντι ἴαμαͭ καὶ Ἄλυσσον τοῦδε ἕνεκα ὀνομάζουσι τὴν πηγήν.

Leucasia, una sirena salentina? No, un’altra bufala; e lo dimostro.

di Armando Polito

immagini tratte dalla rete ed adattate
immagini tratte dalla rete ed adattate

 

Dopo la storiella della ninfa Colimena (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/13/torre-colimena-wikipedia-ed-altro/) e quella di Archidamo (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/05/21/manduria-e-cheronea-un-gemellaggio-imperfetto/) mi sono imbattuto in un’altra invenzione che si muove nell’alveo di una malintesa promozione turistica, perché scorretta, ingannevole e truffaldina.

Gli esempi cominciano ad essere troppi, tanto che ormai si può parlare non di esemplari isolati di bufale allo stato brado ma di un vero e proprio allevamento, per la cui emulazione (leggi gara a chi la spara più grossa) la rete funge da formidabile catalizzatore.

Leggo in http://www.terrarussa.it/11378/guida-salento/folklore-e-tradizioni/la-leggenda-della-sirena-leucasia-e-la-nascita-di-leuca/:

Il nome di Santa Maria di Leuca è legato ad una tra le più belle leggende che si narrano nel Salento. Essa racconta una storia di dolore e di vendetta in cui due innamorati vengono divisi per sempre. E’ la storia d’ amore che vede protagonista la fanciulla Leucasia, sirena di Leuca.

Nel tratto di mare che si stende tra Castro e la punta estrema della penisola viveva una bellissima sirena, tutta bianca e il suo nome era Leucàsia.

Il suo canto era particolarmente armonioso e mai nessuno era stato in grado di resisterle finché un giorno, un giovane pastore, non scese sugli scogli per portare le sue pecore a lavare. Si chiamava Melisso, era bellissimo e Leucàsia se ne invaghì.

Subito cominciò a cantare il suo canto più bello ma, Melisso, innamorato della bella e giovane Arìstula, non fece nessuna fatica a resistere alla tentazione dato che il suo cuore batteva solo per la sua amata.

La sirena non accettò il rifiuto, si infuriò e attese con pazienza il momento della sua vendetta. Un bel giorno i due innamorati scesero sugli scogli e subito Leucàsia scatenò una tremenda tempesta; le onde improvvise catturarono i due giovani e la perfida sirena fece in modo che annegassero e che finissero separati per sempre sulle due punte opposte di un ampio golfo.

Dall’alto del suo tempio, la dea Minerva vide tutto questo e si impietosì. Decise allora di pietrificare i corpi di Melisso e Arìstula, dando loro l’eternità: quelle pietre diventarono da allora per tutti e per sempre la punta Meliso e la punta Ristola che, non potendosi toccare fra di loro, abbracciano quello specchio di mare lì dove la terra finisce.

Anche Leucàsia finì pietrificata dal rimorso e si trasformò nella bianca città di Leuca.

Adesso immaginatevi questo scambio di battute tra Maurizio Crozza e la sua spalla Andrea Zalone nella spassosa imitazione del senatore Antonio Razzi:

Zalone Senatore Razzi, cosa ne pensa di questa leggenda?

Crozza/Razzi –Leggere è bello ma è pericoloso

Zalone –In che senso?

Crozza/Razzi –Tante volte ti aspetti d’incontrare una sirena e ti trovi davanti una bufala

Pongo fine a questo scambio di battute perché incredibilmente Crozza/Razzi ha, pur inconsapevolmente, sintetizzato la nostra situazione.

Intanto parto dal lemma leggenda con un copia-incolla dal vocabolario Treccani on line (lo riporto integralmente anche se la cosa è lunga, ma una sua parte mi servirà alla fine):

s. f. [dal lat. mediev. legenda, femm. sing., propr. neutro pl. del gerundivo lat. legendus «da leggersi»; nei sign. del n. 3, sul modello del fr. légende]. –

 1.

 a. In origine, breve narrazione relativa alla vita di un santo, dove l’elemento storico è dalla fantasia popolare deformato o arricchito di elementi irreali, e della quale, a scopo edificativo o esemplare, si dava lettura il giorno della festa del santo: la l. di san Brandano (popolare racconto medievale che narrava la navigazione fantastica del monaco irlandese Brandano il quale, salpando di isola in isola, trova prima l’inferno, poi le isole Fortunate e infine il paradiso terrestre).

b. Per estens., qualsiasi racconto tradizionale di argomento religioso o eroico, nel quale i fatti e i personaggi, sia immaginarî sia desunti dalla storia (ma soggetti in questo caso a un’amplificazione fantastica che altera il dato storico), sono in genere collegati con luoghi e tempi determinati: la l. di Romolo e Remo; le origini di quel popolo si perdono nella l.; l’epopea di Garibaldi ha acquistato nella fantasia del popolo un sapore di leggenda; entrare nella l., di personaggio che, per il carattere eroico e straordinario delle sue imprese, è destinato ad acquistare, nel ricordo e nelle narrazioni, aspetto leggendario, mitico.

c. Cosa inventata, non vera: sono tutte leggende; si vanno spargendo molte l. sul suo conto.

d. Nel linguaggio giornalistico e antropologico, l. urbana (o anche metropolitana), racconto che circola e si diffonde rapidamente per via orale, ambientato in luoghi «comuni» (la città, un appartamento, un negozio, un’autostrada, ecc.) e che riguarda episodî (riferiti come realmente accaduti, ma incontrollabili) il cui nucleo centrale è rappresentato da un incidente, per cui, da un avvio banale, gli avvenimenti si svolgono in modo ora raccapricciante, ora angoscioso, ora misterioso, facendo leva su sentimenti primordiali.

2. In musica, termine a volte usato per designare brani di intonazione epico-lirica il cui soggetto è generalmente di carattere sacro.

3. (anche nella forma lat. legenda)

a. L’insieme delle parole, intere o abbreviate, disposte circolarmente lungo l’orlo del tondino o disco della moneta, al dritto e al rovescio; solitamente in relazione con il tipo figurato, comprende i nomi e i titoli del sovrano o il nome dello stato, nomi di santi, invocazioni, motti, imprese araldiche, ecc.; il complesso della leggenda e del tipo è detto impronta. Analogam., è detta leggenda l’iscrizione che si legge sulle medaglie, e, nei francobolli, quella, per lo più relativa al soggetto grafico, che eventualmente viene stampata oltre alle indicazioni dello stato di emissione e del valore nominale.

b. In araldica, designazione complessiva di tutti i motti, divise o gridi di guerra posti in un’arme.

c. Nelle carte geografiche, atlanti, grafici e sim., titolo sotto il quale sono riportati e spiegati i varî segni convenzionali, e la parte stessa, di solito chiusa entro un riquadro, dove sono date tali indicazioni.

d. Dicitura esplicativa posta sotto un disegno, figura, ecc.; più comunem. detta didascalia. ◆ Spreg. leggendùccia; pegg. leggendàccia.

Inizio dicendo che il leggenda del post incriminato dovrebbe corrispondere come significato ad 1b. Ho detto dovrebbe perché manca l’ingrediente fondamentale della locuzione racconto tradizionale, in cui l’aggettivo vive del lungo, in alcuni casi lunghissimo, respiro del tempo.

Un racconto di recente creazione, dunque, non può essere definito leggenda; infatti il triangolo (quello immortalato nella canzone da Renato Zero) di Melisso, Aristola e Leucasia è una pura invenzione partorita dalla mente di Carlo Stasi e registrata nel suo Leucasia uscito a Presicce per i tipi AGL nel 1993, 1996, 2001 e successivamente in Leucasia e le due sorelle, Mancarella, 2008.

Ora, un poeta può essere responsabile di tutto ma non di ciò che si inventa; è responsabile, invece chi quell’invenzione sfrutta a modo suo, anche se lo fa in buona fede, cioè per ignoranza.

Nulla, perciò, ho da rimproverare a Carlo Stasi per aver messo in piedi una storiella “filologicamente credibile” a cominciare dall’abile trasposizione dei nomi dei protagonisti che vieppiù sembrano recuperare la loro probabile grecità nativa: così Mèliso diventa Mèlisso [così va letto se si vuol conservare l’accento del greco μέλισσα (leggi mèlissa)=ape], Rìstola si trasforma in Arìstula, più diminutivo del latino arìsta=spiga che connesso col greco ἀρίστη (leggi ariste)=la migliore. Va aggiunto che l’onomastico Μέλισσος (leggi Mèlissos), ma non riferito ad un personaggio mitologico, è attestato in parecchi autori tra cui Pindaro (I, 3, 9) e Platone,Teeteto, 183e.

E siamo a Leucasìa, parola piana se vogliamo conservare l’originario accento della corrispondente parola greca. Un Λευκασία, nome di un fiume della Messenia, è attestato in Pausania (Descriptio Graeciae, IV, 33: Per chi procede dalle porte (di Messene) a trenta stadi di distanza c’è la corrente della Balira. Dicono che il nome derivò al fiume quando Tamiri gettò lì la lira dopo l’accecamento, che è figlio di Filammone e della ninfa Argiope, che Argiope per un certo tempo abitò nelle vicinanze del Parnaso e dicono che si trasferì ad Odrisa dopo che rimase incinta, che Filammone non voleva accoglierla in casa. E per questo chiamano Tamiri Odrise e trace. La Leucasia e l’Amfito gettano le loro acque in essa.1

Un Λευκωσία (leggi Leucosìa), invece, è attestato come toponimo di isola in un frammento di Aristotele (IV secolo a. C.) tramandatoci da uno scolio ad Apollonio Rodio (III secolo a. C.), I, 917: La Samotracia prima si chiamava Leucosìa, come racconta Aristotele nella Costituzione di Samotracia.2

Λευκωσία s’incontra anche in Licofrone (IV secolo a. C.), Alessandra, 722-724, dove, parlando della fine delle sirene suicide per non essere riuscite ad ingannare Ulisse, così dice: Leucosìa, gettata sulla prominente sponda dell’Enipeo, occuperà per gran tempo l’isola che ha preso il suo  nome.3

Come nome di una delle sirene è attestato nel De mirabilibus auscultationibus, 103, di un anonimo indicato col nome di Pseudo-Aristotele (IV-III secolo a. C.): Dicono che le isole Sirenuse giacciono in Italia vicino al tratto di mare di fronte allo stesso promontorio, il quale (tratto di mare) giace di fronte al luogo che si protende e divide i due golfi, quello che si trova intorno a Cuma e quello che comprende quella che è chiamata Poseidonia; in esso si trova anche un loro (delle Sirene) tempio ed esse sono onorate oltremodo dai sacrifici (fatti) diligentemente dagli abitanti dei dintorni; ricordandone i nomi chiamano una Partenope, l’altra Leucosìa, la terza Lìgeia.4

Questo brano verrà utilizzato da Stefano di Bisanzio (V secolo d. C.), Ethnikà, lemma Σειρὴνουσαι (Sirenuse): Isole in Italia giacenti intorno al tratto di mare di fronte alla stessa sporgenza del luogo prominente e che divide i golfi, quello che sta intorno a Cuma e quello che comprende quella che è chiamata Poseidonia, in cui vi è anche un loro (delle Sirene) tempio ed esse sono onorate oltremodo. E i loro nomi sono questi: Partenope, Leucosìa e Lìgeia.5

Strabone (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Geographia, II, 5, 19: Restanti più di queste in alto mare Pantelleria, Pianosa, Ischia, Procida, Capri, Licosa e altre siffatte.6; VI, 1, 1: Per chi naviga da qui (da Poseidonia) il tratto di mare (c’è) l’isola di Leucosìa, che ha un piccolo canale di fronte al continente, eponimo di una delle sirene spinta qui dopo il loro leggendario gettarsi in fondo al mare. Di fronte all’isola si stende il promontorio che forma per le Sirenuse il golfo di Poseidonia.7; VI, 1, 6: E Procida e Ischia si staccarono dal continente, come pure Capri, Licosa, le Sirene e le Enotridi.8

Λευκωσία, prima sirena e poi isola, è pure in Eustazio (XII secolo), Commentari all’Iliade e all’Odissea, 358: Poiché secondo Omero le sirene sono due e prive di nome, secondo altri poeti sono tre ed hanno i nomi di Partenope, Ligea e Leucosia; esse, quando Ulisse navigò vicino a loro e non si lasciò incantare dal loro canto, vinte dalla tristezza, si gettarono a capofitto nel mare e dopo essere annegate furono sbattute quale su un lido quale su un altro … Presso la foce di questo fiume (il Silaro, oggi Sele) … a cinquanta stadi vi è il promontorio di Nettuno da dove per chi naviga c’è l’isola Leucosia, staccata dalla terraferma, che prende il nome da una delle sirene.9

Trascrizione del greco Λευκωσία è il latino Leucòsia attestato in Plinio (I secolo d. C.), Naturalis historia, III, 37: Di fronte al golfo di Pesto c’è Leucosia, così chiamata dalla sirena ivi sepolta10 e in Ovidio, Metamorfosi, XV, 708: Raggiunge Leucosia e i roseti della tiepida Pesto.11

Insomma, si parte dalla sirena Leucosìa (pronuncia greca) o Leucòsia (pronuncia latina) attiva in Campania (ma molto probabilmente oriunda greca) e la si trasferisce a Leuca dopo l’opportuno maquillage fonetico della sostituzione della –o– con la –a– (e poi, anche se era un fiume, la prima fonte che ho citato non riporta una Leucasìa?) e, con accento latino, la nostra Leucàsia è bell’e nata. Una leggenda che, dunque, corrisponde al significato peggiore che la voce può assumere: di quelli citati all’inizio, 1c.

Per quanto riguarda l’etimo dell’originaria Leucosìa tutti sono concordi nell’indicare l’aggettivo λευκός/λευκή/λευκόν (leggi leukòs/leukè/leukòn)=bianco (stesso etimo di Leuca); il concetto di bianco, però, per alcuni sarebbe riferito alla schiuma che genera il mare battendo contro l’isola ex sirena, per altri al colore delle ossa dei poveri malcapitati che, a differenza di Ulisse, non seppero resistere al fascino del suo canto e che per lungo tempo imbiancarono la scogliera. Nella leggenda confezionata il sirena tutta bianca evoca certamente Leuca, ma chi ci garantisce che qualcuno non si senta autorizzato  a supporre un caso di albinismo o, peggio, di anemia?

Forse sarebbe stato meglio non dirlo, perché chissà quale fantastico utilizzo ora ne verrà fuori …

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1 Cito il testo originale dall’edizione a cura di L. Dindorf, Didot, Parigi, 1845, p. 221: Σταδίους δὲ καταβάντι ἀπὸ τῶν πυλῶν τριάκοντα τὸ ῥεῦμά ἐστι τῆς Βαλύρας. Γενέσθαι δὲ τὸ ὄνομα τῷ ποταμῷ λέγουσι Θαμύριδος τὴν λύραν ἐνταῦθα ἀποβαλόντος ἐπὶ τῇ πηρώσει· παῖδα δὲ αὐτὸν Φιλάμμωνος καὶ Ἀργιόπης τῆς νύμφης εἶναι, τὴν δὲ Ἀργιόπην τέως μὲν περὶ τὸν Παρνασσὸν οἰκεῖν, ἐπεὶ δὲ εἶχεν ἐν γαστρί, ἐς Ὀδρύσας λέγουσι μετοικῆσαι· Φιλάμμωνα γὰρ οὐκ ἐθέλειν ἐς τὸν οἶκον αὐτὴν ἄγεσθαι. Καὶ Θάμυριν μὲν Ὀδρύσην τε καὶ Θρᾷκα ἐπὶ τούτῳ καλοῦσιν· ἡ δὲ Λευκασία καὶ Ἄμφιτος συμβάλλουσιν ἐς τὸ αὐτὸ τὰ ῥεύματα.

2 Cito il testo originale da Fragmenta historicorum Graecorum, a cura di C. Müller, Didot, Parigi, v. II, p. 158: Ἡ δὲ Σαμοθρᾴκη ἐκαλεῖτο πρότερον Λευκωσία, ὡς ἱστορεῖ Ἁριστοτέλης ἐν Σαμοθρᾴκης πολιτεῖᾳ.

3 Cito il testo originale dall’edizione a cura di G. Kinkel, Teubner, Lipsia, 1880, p. 30: Ἀκτὴν δὲ τὴν προὔχουσαν εἰς Ἐνιπέως/Λευκωσία ῥιφεῖσα, τὴν ἐπώνυμον/πέτραν ὀχήσει δαρόν …

4 Cito il testo originale dall’edizione a cura di Gabriella Vanotti, Edizioni Studio Tesi, Pordenone-Padova, 1997, p. 44: Φασὶ τὰς Σειρηνούσας νήσους κεῖσθαι μὲν ἐν τῇ Ἰταλίᾳ περὶ τὸν πορθμὸν ἐπ’αὐτῆς τῆς ἄκρας, [ὅς κεῖται πρὸ] προπεπτωκότος τοῦ τόπου καὶ διαλαμβάνοντος τὸυς κόλπους τόν τε περιέχοντα τὴν Κύμην καὶ τὸν διειληφότα τὴν καλουμένην Ποσειδωνίαν· ἐν ᾧ καὶ νεὼς αὐτῶν ἵδρυται καὶ τιμῶνται καθ’ὑπερβολὴν ὑπὸ τῶν περιοίκων θυσίαις ἐπιμελῶς· ὧν καὶ τὰ ὀνόματα μνημονεύοντες καλοῦσι τὴν μὴν Παρθενόπην, τὴν δὲ Λευκωσίαν, τὴν δὲ Λίγειαν.

5 Cito il testo originale dall’edizione a cura di A. Meineke, Reimer, Berlino, v. I,  p. 559: Σειρηνούσαι· νήσοι ἐν τῇ Ἰταλίᾳ περὶ τὸν πορθμὸν ἐπ’αὐτῆς τῆς ἄκρας κείμεναι προπεπτωκότος τοῦ τόπου καὶ διαλαμβάνοντος τὸυς κόλπους τόν [τε] περιέχοντα Κύμην [καὶ] καὶ τὸν διειληφότα τὴν καλουμένην Ποσειδωνίαν· ἐν ᾧ καὶ νεὼς αὐτῶν ἵδρυται καὶ τιμῶνται καθ’ὑπερβολὴν. Ὧν καὶ τὰ ὀνόματα ταῦτα, Παρθενόπη καὶ Λευκωσία καὶ Λίγεια.

6 Cito il testo originale dall’edizione a cura di A. Meineke, Teubner, Lipsia, 1852, v. I, p. 164 Πολὺ δὲ τούτων λειπόμεναι πελάγιαι μὲν Πανδατερία τε καὶ Ποντία, πρόσγειοι δὲ Αἰθαλία τε καὶ Πλανασία καὶ Πιθηκοῦσσα καὶ Προχύτη καὶ Καπρίαι καὶ Λευκωσία καὶ ἄλλαι τοιαῦται.

7 Cito il testo originale dall’edizione a cura di A. Meineke, op. cit., p. 346: Ἐντεῦθεν δ᾽ ἐκπλέοντι τὸν κόλπον νῆσος Λευκωσία, μικρὸν ἔχουσα πρὸς τὴν ἤπειρον διάπλουν, ἐπώνυμος μιᾶς τῶν Σειρήνων, ἐκπεσούσης δεῦρο μετὰ τὴν μυθευομένην ῥῖψιν αὐτῶν εἰς τὸν βυθόν. Τῆς δὲ νήσου πρόκειται τὸ ἀντακρωτήριον ταῖς Σειρηνούσσαις ποιοῦν τὸν Ποσειδωνιάτην κόλπον.

8 Cito il testo originale dall’edizione a cura di A. Meineke, op. cit., p. 354: Καὶ γὰρ ἡ Προχύτη καὶ Πιθηκοῦσσαι ἀποσπάσματα τῆς ἠπείρου καὶ αἱ Καπρίαι καὶ ἡ Λευκωσία καὶ Σειρῆνες καὶ αἱ Οἰνωτρίδες.

9 Cito il testo originale da Geographi Graeci minores, a cura di C. Müller, Didot, Parigi, 1861, v. II, p. 280: Ὅτι κατὰ μὲν Ὄμηρον αἱ  Σειρῆνες δύο καὶ ἀνώνυμοι, κατὰ δὲ τοὺς ἄλλους ποιητὰς τρεῖς, καὶ ὀνόματα αὐταῖς Παρθενόπη, Λίγεια καὶ Λευκωσία, αἳ παραπλεύσατος αὐτὰς τοῦ Ὀδυσσέως καὶ μὴ θελχθέντος οἷς ἐμελῴδουν, νικηθεῖσαι τῇ ἀθυμία κατέρριψαν ἑαυτὰς εἰς τὴν θάλασσαν, καὶ ἀποπνιγεῖσαι ἄλλη ἀλλαχοῦ ἐξεδράθησαν … Μετὰ δὲ τὸ τοῦ ποταμοῦ τούτου στόμα … ἐν ν’ σταδίοις ἡ Ποσειδωνιὰς ἄκρα, ὅθεν ἐκπλέοντι νῆσος Λευκωσία ἐστιν, ἠπείρου καὶ αὐτὴ ἀπόσπασμα, ἐπώνυμος μιᾶς τῶν Σειρήνων.

10 Cito il testo originale dall’edizione a cura di Francesco Della Corte, Giardini, Pisa, 1984, p. 150: Contra Paestanum sinum Leucosia est, a sirene ibi sepulta appellata. Va detto che Leucòsia (e non Leucàsia come si legge in alcuni codici) è la lezione oggi generalmente accettata.

11 Cito il testo originale dall’edizione Antonelli, Venezia, 1844, p. 759: Leucosiamque petit, tepidique rosaria Paesti.      

 

Leggende salentine tra Giuggianello, Roca e Leuca

ph Donato Santoro
ph Donato Santoro

Il Salento delle leggende.

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

di Antonio Mele ‘Melanton’

 

Quando muoiono le leggende finiscono i sogni.

Quando finiscono i sogni, finisce ogni grandezza.

 

Ho già scritto, su queste stesse pagine, che “siamo quello che eravamo”.

Noi, che per avere un regalo bisognava aspettare la Befana. Ed essere promossi a scuola. Quando a scuola (come ovunque) si andava a piedi. Con scarpe risuolate, e magari fornite di tacce (sorta di piccole mezzelune d’acciaio, sistemate sotto i tacchi e la punta), a salvaguardia dei punti nevralgici delle nostre preziose calzature. Le quali dovevano durare fino e perfino oltre la crescita di numero del nostro piede!, e che comunque resistevano – mai saputo come – ad ogni più frenetica scorribanda, o alle nostre interminabili partite di pallone fra i pini e sul piazzale della “Stanzione” ferroviaria.

Era quello un tempo contadino, ingenuo e puro, che ora appare anch’esso da leggenda.

I libri, legati con un mollettone di gomma, li avvolgevamo in fogli di carta-paglia, per conservarli meglio, dovendo servire poi ai nostri fratelli minori. Come le giacche, che venivano più volte rivoltate e passate in eredità.

Nessuno spreco insomma. Nessun consumismo. Nessun capriccio. Spesso le nostre merendine erano costituite da una semplice fetta di pane appena irrorata d’acqua e spolverata di zucchero…

Eppure eravamo felici.

Poi siamo pian piano (o forse troppo rapidamente) cresciuti. Da adolescenti, quando il primo sputnik si è levato verso lo spazio, sognavamo che un giorno avremmo percorso distanze enormi in un solo secondo, più veloci della luce. Infatti, dopo più di cinquant’anni, ci troviamo imbottigliati nel traffico, alla disperata ricerca di una via d’uscita o di un parcheggio.

Qualche anno prima dello sputnik, anche a Galatina, in piazza san Pietro, era stata presentata alla popolazione una scatola magica, che si accendeva premendo un pulsante: dentro c’era un uomo che dava le notizie, poi appariva un gregge di pecore con la scritta “Intervallo”, di nuovo un altro signore che spiegava come sarebbe stato il tempo di domani, e un altro ancora che faceva domande come a scuola, a persone adulte, però, che quando sapevano rispondere vincevano un premio in gettoni d’oro…

Ancora non sapevamo che quella scatola, col tempo, ci avrebbe rubato i nostri sogni, e le favole della nonna, e il gioco dell’oca, o il prodigioso ntartieni, che noi pensavamo fosse un oggetto misterioso, ed era invece il segnale segreto, quando ci mandavano a ‘prenderlo’ da una zia o da una cugina più grande, che dovevano appunto intrattenerci, senza darlo a intendere, e lo facevano inventando per noi cunti e leggende, che più belli non si può…

 

 Sono ritornato di recente a Giuggianello, paesino tra i più simpatici del nostro territorio, tra Maglie e Otranto, abitato da gente cortese, e con varie interessanti curiosità.

La più nota è sicuramente l’area primordiale detta dei Massi de la Vecchia, di cui ci siamo fugacemente occupati in altra occasione: un grandioso ‘parco’ naturale, costituito da una serie di blocchi di roccia giganteschi, di età preistorica, ubicato dentro un uliveto appena fuori il paese. Fra tali rocce ce n’è una particolarmente spettacolare, costituita da una sorta di ‘torre’ stratificata, a forma vagamente di fuso, detta per l’appunto lu Furticiddhu (cioè la conocchia, nella parlata locale), culminante con un masso oblungo e schiacciato, che dà l’impressione di vacillare sulla sommità, e che per questo viene anche identificato come “la pietra oscillante”.

Ebbene, in questo posto di per sé molto fascinoso, sono inevitabilmente fiorite alcune leggende. Intanto, qui pare che abiti da tempo immemorabile il famoso Nanni Orcu (che è notoriamente il marito della Vecchia), terribile personaggio dei cunti del Salento, che da bambini ci ha fatto tremare le vene e i polsi (e che anche da grandi è meglio non incontrare).

Ma l’indicazione più interessante riguarda la famosa acchiatura (termine equivalente a tesoro: dal vernacolo acchiare, trovare), composta da dodici lumache d’oro massiccio, deposto in un luogo segreto della campagna, e custodito notte e giorno dalla Vecchia in persona. La quale, se avrete la sfortuna (o fortuna) d’incontrarla il 24 giugno, giorno di san Giovanni, vi potrebbe porre tre semplici domande oscure e misteriose, con queste due opposte conseguenze: rispondendo esattamente ai quesiti, conquisterete la preziosa acchiatura e ve ne tornerete a casa liberi e ricchissimi; in caso contrario, sarete pietrificati per l’eternità, e farete parte anche voi della spettacolare collezione di quei Massi,che adornano le campagne di Giuggianello da tempo immemorabile.

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ph Donato Santoro

 A proposito di acchiatura, bisogna sapere che il tesoro più importante e grandioso del nostro Salento si trova ancora nascosto in un tratto di territorio del versante adriatico, compreso tra Roca Vecchia e Torre dell’Orso, ed è a disposizione di chi abbia per primo la ventura di trovarlo.

Per i ricercatori più audaci e avventurosi, diamo qui alcune utili indicazioni (basate su teorie storiche e scientifiche, che si tramandano di generazione in generazione), augurando che qualche nostro Lettore, dopo secoli di inutili tentativi, porti finalmente a compimento l’impresa, ricordandosi altresì di questo prezioso contributo fornito da Il filo di Aracne.

Va intanto tenuto in conto che la favolosa Acchiatura di Roca è sepolta a sud-ovest della Torre di avvistamento. A nascondere il tesoro, per tener fede ad un voto religioso, fu, nella notte dei tempi, la Regina Isabella, aiutata da sette suoi fedelissimi servitori. Per trovare il prezioso nascondiglio, fate attenzione ad un segnale preciso e inconfondibile: un arco di dodici grosse pietre, attraversato da una specie di freccia in legno d’ulivo. Nella direzione della freccia si conteranno trentatrè passi, dopo di che si potrà cominciare a scavare, fino a raggiungere la profondità di un metro. Se si troverà una croce di ferro, vorrà dire che si è nella direzione giusta, e bisognerà scavare per un altro metro. Dovrebbe a questo punto affiorare una tavoletta di bronzo con l’immagine a rilievo della Madonna di Roca, segno anche questo che il percorso è esatto. Si scaverà ancora per un altro metro, e in fondo al ‘pozzo’ si troverà finalmente un forziere pieno di monete d’oro, gioielli e pietre preziose di inestimabile valore, che potrete riportare in superficie, sempre che, ovviamente, riusciate a dare la risposta esatta ad un arcano indovinello che vi sarà posto dalla solita Vecchia de lu Nanni Orcu, arcigna guardiana anche di questo luogo…

Sempre a Roca Vecchia si narra ancora di una giovane Principessa che ogni giorno, all’ora vicina al tramonto, amava fare il bagno in una grotta, restando in acqua fino al sorgere della luna. Una sera, un Poeta piuttosto timido la vide di nascosto, e se ne innamorò. Così ne parlò con un suo amico, anch’egli poeta, e questi ad un altro, e quest’altro ad un altro ancora, finché tutti i poeti del Regno non accorsero alla Grotta per ammirare la Principessa e comporre i versi più sublimi in onore della sua bellezza.

Ancora oggi, quella grotta è appunto conosciuta come Grotta della Poesia, e si dice che basta che due amanti vi entrino una sola volta per innamorarsi poi eternamente.

 

 Restando in zona, diremo che al Capo di Leuca, fanno… capo diverse leggende particolarmente suggestive, e qualcuna anche piuttosto drammatica.

Una di esse narra che San Pietro, arrivando dall’Oriente, abbia messo piede proprio alla punta estrema della penisola salentina, e da qui abbia poi proseguito verso Roma nella sua opera di evangelizzazione delle popolazioni italiche. A questa sosta del primo Apostolo della Chiesa è strettamente collegata la tradizione che vuole che nessuno possa entrare in Paradiso se, da vivo oppure da morto, non abbia fatto pellegrinaggio per almeno una volta al Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae. Sicché, molte anime di buoni cristiani, che in vita non ebbero la possibilità di effettuare tale visita, si fermano a pregare nel Santuario della Madonna prima di volare in cielo.

Sempre nel Capo, dove giocano e più spesso si azzuffano i due mari Adriatico e Jonio, s’intrecciano altre storie fantastiche. Come quelle che riguardano schiere di feroci dèmoni, i quali, per invidia delle bellezze di quei luoghi (che all’origine erano splendidamente rigogliosi), hanno via via sconvolto la costa, erodendo scogliere, o rendendo aspro e spigoloso il paesaggio, o creando infine grotte ed anfratti inaccessibili, che tuttavia, senza volerlo, danno a questi stessi luoghi un’insolita selvaggia bellezza.

Proprio da quelle grotte frastagliate, un’altra leggenda vuole che, durante le notti di tempesta, specialmente in inverno, escano ancora oggi torme di streghe scarmigliate che, sciogliendo i venti di burrasca, agitando le onde e accendendo con le loro fiaccole il cielo di fulmini, si mettono a ballare per ore in un turbinio di canti lamentevoli e cupi, allo scopo di attirare nel loro irrefrenabile sabba qualche solitario viandante.

Per cui, se proprio non se può fare a meno, nelle tempestose notti d’inverno, meglio starsene a casa.

Dal tempio di Atena al santuario di Santa Maria di Leuca

 
Apertura della Grotta Porcinara (Punta Ristola presso Santa Maria di Leuca). Ph M. Cavalera

 

DAL TEMPIO DI ATENA AL SANTUARIO DI SANTA MARIA DI LEUCA. FONTI STORICHE E DATI ARCHEOLOGICI SUL PIÚ ANTICO LUOGO DI CULTO DEL CAPO IAPIGIO

 

di Marco Cavalera

La maggior parte delle guide turistiche del Salento, quelle che puntualmente – all’inizio di ogni stagione estiva – fanno la loro comparsa sugli scaffali delle edicole, sulle bancarelle dei mercatini e nelle rinomate, lussuose, colte librerie della Terra D’Otranto, riportano la notizia che il Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae – sul Promontorio di Punta Meliso (ad est di Leuca) – è stato edificato su un preesistente tempio dedicato a Minerva.

Si tratta di una tradizione storica che affonda le sue origini ai tempi del poeta Virgilio il quale, nel Terzo Libro dell’Eneide (vv. 835-842), localizzava lo sbarco di Enea presso un “[…] porto che si curva in arco contro il mare d’oriente, due promontori schiumano sotto l’urto delle onde e il porto vi sta nascosto; gli scogli come torri proiettano due braccia che sembrano muraglie; il tempio è lassù in alto, ben lontano dal mare […]”, senza tuttavia fare alcun riferimento al Promontorio di Leuca.

Alcuni secoli dopo il geografo greco Strabone scrive: “[…] dicono che i Salentini siano coloni dei Cretesi; presso di loro si trova il Santuario di Atena, che un tempo era noto per la sua ricchezza, e lo scoglioso promontorio che chiamano Capo Iapigio, il quale si protende per lungo tratto sul mare in direzione dell’Oriente invernale, volgendosi poi in direzione del Lacinio […]” (Geografia, VI 3, 5-6). Anche da questa fonte non si può stabilire l’effettiva localizzazione del tempio pagano sul promontorio ad est di Leuca.

La tradizione dei scrittori latini e greci è stata ripresa da uno storico locale vissuto tra il XV e il XVI secolo, Antonio De Ferrariis detto il Galateo, che, nella sua opera De situ Japygie – pubblicata postuma nel 1558 – identifica il Promontorio Iapigio con la sede di un antico culto pagano, praticato con grande devozione[1].

Un secolo e mezzo dopo Luigi Tasselli, nel libro Antichità di Leuca (1693), scrive: “[…] In Leuca vi era, come tante volte si è detto, il Tempio della Dea Minerva, la quale con le buone qualità, e virtù, che le fingevano i Gentili, era ombra delle vere preeminenze della Gran Madre di Dio; or essendo uso degli Apostoli pratticato da’ loro successori, tolte via quelle ombre del Gentilesimo (Paganesimo), far subito adorare da’ convertiti Christiani verità, che potevano essere ombregiate da quelle antiche loro osservanze, acciò invogliati vie più dalla facilità, delle loro osservanze antiche, potessero impiegare quelle in buoni usi, appigliarsi à riverire quello in fatti doveva essere adorato secondo Dio: adunque per tutte le suddette ragioni i Discepoli di San Pietro, morta la Beata Vergine, e tolto via il falso simulacro di Minerva, subito eressero la sua Chiesa con l’imagine di Maria per esser adorata da’ Leuchesi in quella Città, protestando, che tutto quello fingevano di Minerva i Gentili era con verità in Maria, degna di esser honorata da tutti […]”.

L’immagine del presunto tempio di Minerva a Leuca è riprodotta su una tela del pittore Pietro De Simone, che raffigura l’Apostolo San Pietro nell’atto di elevare la Croce di Cristo sul luogo in cui ora sorge il Santuario di Finibus Terrae, considerato il suo primo approdo in Occidente. In occasione di quell’evento, datato al 43 d.C., il tempio pagano venne trasformato in luogo di culto cristiano: l’Apostolo, infatti, avrebbe collocato un’immagine di Cristo e celebrata la prima messa. Il tempio, quindi, sarebbe stato dedicato inizialmente al Salvatore e, in un secondo momento, a Maria[2].

Santa Maria di Leuca. Promontorio Punta Meliso. Ph N. Febbraro.

Sull’esistenza del tempio pagano e sul leggendario passaggio dell’Apostolo Pietro si è poi sviluppata una fervida tradizione storica, che si tramanda ancora oggi nei libretti a carattere turistico-religioso.

In realtà, come scrive Andrea Chiuri nel libro “Pellegrini a Leuca. 2000 anni di storia”, non esistono documenti archeologici che attestano la reale presenza del santuario dedicato ad Atena sulla Punta Meliso, la cui localizzazione “è quindi una notizia falsa, che tuttavia ha permesso di creare un collegamento tra antico e moderno in grado di conferire a Leuca un ruolo primario come base dell’evangelizzazione, accrescendo enormemente il suo prestigio[3].

Gli scavi archeologici, svoltisi sulla Punta Meliso di Leuca negli anni ’70 del secolo scorso, hanno permesso di scoprire un insediamento fortificato, che si è sviluppato dalla prima età del Bronzo all’età del Ferro, ma non evidenze relative a luoghi di culto.

Alla luce di queste indagini archeologiche, quindi, occorre individuare il promontorio della penisola salentina, chiamato in causa dalle fonti antiche, su cui si trovava il tempio di Atena.

Recenti scavi archeologici, effettuati sulla sommità del promontorio di Castro e condotti da Francesco D’Andria, hanno portato alla luce interessanti reperti, tra cui una metopa decorata da un triglifo, attribuibile ad un tempio che sorgeva, probabilmente, sull’acropoli della cittadella messapica. Nel 2008, nella stessa area di scavo, è stata casualmente rinvenuta una statuetta bronzea raffigurante Atena Iliaca con l’elmo frigio, che ha consentito di identificare il tempio con quello dedicato ad Atena.

Il tempio attribuibile al culto di Atena, per concludere, sorgeva sul promontorio di Castro e non su quello di Punta Meliso, nei pressi di Leuca.

Se – da un lato – l’Archeologia ha smentito le fonti storiche, relativamente alla presenza di un luogo di culto pagano sulla Punta Meliso, la stessa disciplina ha permesso di localizzare un santuario costiero nei pressi di una cavità naturale, localmente conosciuta come Grotta Porcinara, che si apre sul versante orientale di Punta Ristola, ossia il promontorio che cinge ad ovest la baia di Leuca. Si tratta di un’area cultuale che ha rivestito un ruolo di primissimo piano nell’ambito delle manifestazioni cultuali messapiche e dei rapporti commerciali con il mondo ellenico.

La divinità venerata era Zis[4], rappresentata con la folgore, alla quale si rivolgevano i naviganti in cerca di protezione per la loro attività: il dio infatti, secondo gli indigeni, era in grado di dominare le forze atmosferiche e di rendere propizia la navigazione.

I fedeli giungevano presso l’area antistante la grotta-santuario direttamente dal mare, attraverso scalinate e terrazzi tagliati nella roccia.

Nelle prime fasi di frequentazione del luogo di culto (fine VIII secolo a.C.) venne impiantato un deposito votivo, in uso fino alla metà del VI secolo a.C., che conservava al suo interno resti di sacrifici.

In piena età arcaica le attività di culto sembrano spostarsi all’interno della Grotta Porcinara. Sulle sue pareti sono state individuate ben 27 tabelle, con iscrizioni in greco e in latino, in cui compaiono dediche, ringraziamenti, richieste di protezione e di fortuna rivolte alla divinità.

Il santuario – quindi – localizzato lungo l’importante rotta che dall’Oriente portava verso la Magna Grecia, era un punto di riferimento per coloro che praticavano attività legate al mare, la cui buona riuscita era sottoposta alla benevolenza degli dei[5].

Il santuario costiero è stato frequentato sino alla fine del II sec. d.C., periodo in cui il culto cristiano inizia gradualmente a sostituire quello pagano, conservando però lo stesso significato religioso: nella concezione pagana, Giove (Iuppiter) salvava i naviganti dai naufragi e dal mare in tempesta; nella devozione cristiana, Gesù Cristo – il Salvatore – salva gli uomini dal peccato.

 

Bibliografia:

Aa.Vv., Salento. Architetture antiche e siti archeologici, a cura di A. Pranzo, Lecce, 2008, pp. 222-224.

Aa.Vv., Leuca, Galatina, 1978, pp. 177-221.

Auriemma R., Salentum a salo. Forma maris antiqui, (Vol. I), Galatina, 2004, pp. 289-291.

Cavalera M., Antica Messapia. Popoli e luoghi del Salento meridionale nel I millennio a.C., Modugno (Ba), 2010, pp. 46-47.

Chiuri A., Pellegrini a Leuca. 2000 anni di storia, Tricase, 2000.

D’Andria F., Cavallino. Un centro indigeno del Salento, 2002, pp. 1-10.

D’Andria F., Lombardo M., I Greci in Terra d’Otranto, Martina Franca (Ta), 1999, pp. 30-33.

Sarcinella E., La via dei Pellegrini. L’antico Cammino leucadense riproposto nel III millennio da Speleo Trekking Salento, Lecce, 2000, pp. 106-107.

Zacchino V., Antonio Galateo De Ferrariis. Lecce e Terra D’Otranto. La più antica guida del Salento, Galatina, 2004, p. 66.


[1] Zacchino 2004, p. 66.

[2] Chiuri 2000,  p. 17.

[3] Chiuri 2000, p. 15.

[4] Zis è il teonimo messapico che corrisponde al greco Zeus. Il nome, nelle iscrizioni, è associato all’aggettivo Batas (saettante).

[5] Cavalera 2010, pp. 46-47.

Leuca nelle fonti letterarie, tra storia e leggenda (parte seconda)

di Paolo Vincenti

A Leuca, sacro e profano convivono sincreticamente insieme, in una fusione culturale prodigiosa. Leuca, frazione di Castrignano del Capo, ha origini antichissime: ne parlano lo storico Strabone e Lucano. Qui, nell’antichità, sorgeva un tempio dedicato alla Dea Minerva  e questo tempio era visibile dai naviganti a diversi chilometri di distanza ed incuteva loro un certo timore. Secondo la mitologia, Minerva contese con Nettuno per la signoria di Atene e si stabilì che essa sarebbe toccata a chi di loro avesse fatto il dono più utile alla città. Nettuno, col suo tridente, fece balzare fuori dalla terra un cavallo; Minerva invece fece nascere l’ulivo, che fu riconosciuto di maggiore vantaggio per la città e Minerva ne ebbe la supremazia. La dea era molto amata nella antica Japigia: santuari le erano stati dedicati a Castro, Otranto e Leuca. Secondo la leggenda (Leuca è terra di leggende), Japige fece costruire  un santuario dedicato alla dea quando seppe della vittoria riportata da Minerva nella battaglia contro i Giganti. Inoltre, il fatto che la dea avesse fatto spuntare dal suolo il primo albero di ulivo, le fece guadagnare la riconoscenza di tutti i salentini, che dedicarono a Minerva il mese di Marzo, durante il quale si celebravano le Quinquatrie, feste sontuose in cui si tenevano giochi, sacrifici e danze sfrenate. Durante queste feste, gli uomini di Leuca indossavano abiti morbidi e le donne assumevano atteggiamenti lascivi, perdendo ogni inibizione. In una sorta di estasi collettiva, tutti rubavano, si accoppiavano promiscuamente ed assecondavano i più bassi istinti. Per questo Giove, adirato, incenerì Leuca con il suo tempio e i suoi abitanti. Il Santuario fu edificato, probabilmente, sulle rovine dell’antico tempio di Minerva.  La leggenda vuole che l’apostolo Pietro, approdato a Leuca, nel 43 d.C., convertì gli abitanti al Cristianesimo e da qui iniziò le sue predicazioni in tutto il mondo occidentale; all’apparire dell’apostolo, il simulacro di Minerva andò in frantumi e Pietro, appena approdato sul suolo italico, vi piantò una croce. Nel Seminario di Leuca è conservata un’ara di questo famoso tempio. Il Santuario, distrutto sotto l’Imperatore Galerio,  fu riedificato e consacrato al culto di Maria Vergine, nel 343,secondo la leggenda, da Papa Giulio I, come si legge in una lapide

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