Leggende salentine. Virgilio, un mago?

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di Melanton

È noto che il Salento – e particolarmente Brindisi (dove giunse da un viaggio in Grecia, e si fermò fino alla morte, avvenuta il 21 settembre del 19 a.C.) – ha ospitato per un periodo più o meno lungo il grande poeta latino Publio Virgilio Marone. Non tutti, però, sanno che l’autore dell’Eneide, delle Bucoliche e delle Georgiche, aveva fama d’essere un mago.  A lui, infatti, furono attribuite varie imprese prodigiose, tanto che la nomea del “Mago Virgilio” si diffuse ben presto in tutta la Puglia, e nell’intero Regno di Napoli. E per secoli, fin quasi ai nostri tempi, allorché un’opera destava meraviglia e stupore per la sua grandiosità, si diceva: «L’have fatta lu Macu Virgiliu!».

Così avvenne appunto a Taranto con la famosa fontana di Piazza Mercato, alimentata da un colossale acquedotto che passava sopra il ponte di pietra di Porta Napoli: tutto il popolo era convinto che fosse opera de lu Macu Virgiliu, che con tale impresa (compiuta, peraltro, in una sola notte!), aveva finalmente vinto la sfida con le Streghe per il dominio sulla città.

Di questo preciso evento, e delle magiche capacità di Virgilio, dà precisa testimonianza in un suo saggio anche il filologo romano Domenico Comparetti (1835-1927), citando peraltro il seguente “sincero e grazioso canto d’amore, udito dalla bocca di una contadina, in un picciol villaggio presso Lecce”: «Diu, ci tanissi l’arte de Vargillu: / nnanti le porte toi nducìa lu mare / ca de li pisci me facìa pupillu, / mmienzu le reti toi enìa ‘ncappare ; / ca di l’acelli me facìa cardillu, / mmienzu lu piettu tou lu nitu a fare; / e sutta l’umbra de li to’ capilli /enìa de menzugiurnu a rrepusare». Ah, l’amore, l’amore…

 

Pubblicato su Il filo di Aracne

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

Il Salento delle leggende

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

 

Salento-Popolare

di Antonio Mele ‘Melanton’

 

 

Quando muoiono le leggende finiscono i sogni.

Quando finiscono i sogni, finisce ogni grandezza.

 

Forse dovremmo essere un po’ più orgogliosi delle nostre città.

E amarle per il loro giusto verso. Con fierezza moderna, evoluta, proiettata al domani.

Amarle, intanto, e onorarle, come la terra dei nostri padri. Delle nostre radici sentimentali e civili, guardando ad esse come a un patrimonio da sviluppare e trasmettere. Tanto più se la nostra patria, piccola o grande che sia, possiede oggettivi riscontri di arte e di storia.

La nostra terra, il Salento leccese, terra di memorie e futuro, è una madre di cento figli.

Per ricomporre l’originaria Terra d’Otranto, al già vivace comprensorio dei 97 comuni d’oggi andrebbero aggiunti quelli delle province di Brindisi e Taranto, nonché dell’area della provincia di Matera, che vi faceva parte integrante fino al 1663.

Il territorio attuale, negli ultimi lustri,e pur con qualche inevitabile improvvisazione elimitazione, è diventato un polo di richiamo irresistibile, un crogiuolo d’idee, un laboratorio di progetti.

Il Salento, infine, per nostra fortuna, non è del tutto uniforme: è, anzi, un mosaico di tessere variopinte. Ha i colori di Lecce e di Galatina, di Maglie e di Nardò, di Gallipoli e di Ugento, di Calimera e di Soleto. Ha vestigia antichissime, monumenti sacri e civili di rilevanza nazionale, una propria Università, gloriosi licei, biblioteche, musei, circoli e fermenti culturali. Le vaste distese di ulivi, di vigne, di frutteti e di fiori sono racchiuse tra le albe di Otranto e i tramonti di Gallipoli. Con piazze vivaci di mercati e di festa. E una corona di torri che dal mare Adriatico e dallo Jonio degradano, congiungendosi come una collana, verso l’estremo lembo di Santa Maria di Leuca de FinibusTerrae. Ai confini del mondo.

Geografia che si fa storia. E storia che diventa leggenda.

 

I confini tra il tempo reale e quello fantastico sono sempre difficilmente distinguibili. Come, e ancor più, quelli che si accavallano tra religione e superstizione, tra sacro e profano.

Quanto meno insolita, a tale proposito, per i suoi possibili risvolti a sorpresa, appare l’antichissima processione di San Pietro in Bevagna, legata a un rituale propiziatorio della pioggia, che si celebra tuttora a Manduria, in ricordo dei tempi in cui s’invocava con particolare devozione l’intervento del Santo perché debellasse ogni prolungato stato di siccità, pregiudizievole per i raccolti, del tutto fondamentali per l’economia locale.

Succedeva, allora, che i contadini portassero in processione, dalla chiesetta della frazione di San Pietro in Bevagna fino alla Chiesa Matrice di Manduria, l’immagine sacra dell’Apostolo, al quale si rivolgevano con preghiere, canti, suppliche, e penitenze d’ogni genere, portando sulle spalle grossi rami e tronconi d’albero. Oggi, infatti, è denominata “la processione degli alberi”.

Durante quest’atto di penitenza collettiva, si declamano altresì alcune litanie popolari, spesso improvvisate e comunque estranee alla liturgia ufficiale ecclesiastica. Una fra le più note recita: «Santu Pietru binidittu, / ca a lu desertu stai, / tantu bene ti òzzi Cristu / ca ti tanò li chiài: / tànni a nui lu Paradisu, / tu ca n’hai la potestai!» (San Pietro benedetto, / che nel deserto stai, / tanto bene ti volle Cristo / che ti donò le chiavi: / dai a noi il Paradiso, / tu che ne hai la potestà).

Fino a qualche decennio addietro, quando il rapporto tra il popolo dei fedeli e il Santo era, per così dire, più familiare e diretto, se la pioggia tardava a cadere, non si andava tanto per il sottile, e si metteva San Pietro… in castigo! I contadini ne sistemavano l’immagine fuori dalla Chiesa, e si rivolgevano ad essa con espressioni neanche tanto velate d’insulto o di minaccia, talora perfino aspre e dure, finché la pioggia non tornava ad irrorare i campi. E finalmente avveniva la riappacificazione.

Una leggenda nella leggenda riguarda l’arrivo dell’Apostolo sul litorale di Bevagna. Nel viaggio verso Roma, egli trovò riparo in questi lidi dopo il naufragio della sua piccola imbarcazione, e stanco e assetato si diresse verso una fonte che aveva intravisto non lontano. Accanto alla fonte si ergeva la statua di un dio pagano (forse Zeus, secondo la tradizione più diffusa), al che San Pietro si fece il segno della croce, e immediatamente la statua si frantumò ai suoi piedi. La gente che assistette al prodigio si strinse allora attorno al Santo, acclamandolo e convertendosi al Cristianesimo.

Un’ultima curiosità, che con San Pietro non c’entra ma con Manduria sì.

La bella città di origine messapica, capitale del famoso vino Primitivo, è fra le poche al mondo – insieme a Oria – che festeggia solennemente i Santi Medici.

Qualcuno obietterà che i Santi Medici sono festeggiati in molti altri paesi dell’Italia e del mondo. Dove sarebbe, quindi, questa presunta ‘esclusività’?

Ecco spiegato l’arcano. Tutti (o quasi) sappiamo che i Santi Medici sono i due fratelli gemelli Cosma e Damiano. Ma quanti sanno che, accanto a loro, ci sono altri tre fratelli, medici anche loro, e anche loro martiri esanti? Si chiamano Antimo, Euprepio e Leonzio. E Manduria – come Oria – li festeggia tutti e cinque insieme.

 

Fra i tanti Santi onorati nel Salento c’è il Poverello d’Assisi, protagonista anch’egli di una leggenda.

Si narra che San Francesco, mentre ritornava da un suo pellegrinaggio in Palestina, decise di fermarsi a Lecce per dare vita ad una nuova comunità religiosa. Si mise quindi a predicare, e in breve tempo radunò molti confratelli, vivendo di carità.

Ci fu un giorno, in cui ebbe molti problemi a raccogliere cibo sufficiente per tutti. Aveva già bussato ad ogni porta, ma il ricavato era ancora del tutto scarso. Per ultimo, bussò alla porta di un vecchio contadino, povero anche lui, che viveva da solo in una casupola appena fuori città. «Sono addolorato, ma non ho da mangiare neanche per me: non ho neppure una briciola di pane raffermo…», disse il vecchio a San Francesco, e richiuse la porta.

Per nulla turbato, il Santo bussò ancora. E il vecchio gli riaprì: «Fratello, mi dispiace…», replicò, «…ma neanche l’albero di arancio che ho in fondo al giardino, che è l’unica mia risorsa, quest’anno ha dato frutti!”.

San Francesco chiese allora di essere accompagnato in giardino. Si fece il segno della croce e si avviarono.

Quando vi furono giunti, il vecchio contadino rimase ammutolito dalla sorpresa, e s’inginocchiò, e pregò, piangendo dalla gioia e dalla commozione: l’albero era infatti miracolosamente stracarico di arance, e in tale abbondanza da sembrare perfino più grande! E tutto quel ben di Dio, raccolto in ampie ceste, non solo bastò per sfamare i fratelli di San Francesco e il contadino stesso, ma furono anche donate a tutti i vicini di casa.

Nessuno sa indicare il luogo esatto, ma a Lecce sono in molti a dire che l’arancio benedetto di San Francesco cresce ancora rigoglioso per sfamare i poveri, e ha foglie con virtù terapeutiche, che guariscono da molti mali.

 

Pubblicato su Il filo di Aracne

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

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Il Salento delle leggende.

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

 

di Antonio Mele ‘Melanton’

 Quando muoiono le leggende finiscono i sogni.

Quando finiscono i sogni, finisce ogni grandezza.

 

Il nostro Salento ha mille storie da raccontare.

Non tutte, e non sempre, sono leggende o racconti fantastici.

Avrete certamente notato anche voi come alla memoria risalgano talvolta certe atmosfere intessute di mistero o meraviglia, specialmente quelle affastellate durante gli anni dell’infanzia e della prima adolescenza, gli anni dell’età dell’oro.

Nel ricordo addolcito e sfumato dei mille specchi del tempo, eccole poi, che ci appaiono vivide e davvero leggendarie, come se noi stessi, per un sorprendente sortilegio, avessimo vissuto realmente avventure con orchi e principesse, e con maghi, e streghe, e castelli incantati, in luoghi immaginari e inimmaginabili.

Viene allora da pensare che la vita non è poi così breve come dicono, e abbiamo al contrario disponibili molte vite, già vissute e da vivere, giorno dopo giorno.

Il segreto, semmai, è dentro di noi.

È infatti evidente che ognuno, a suo modo, ha la percezione e la misura del tempo con ‘orologi’ diversi. Talora più rapidi. Altre volte più lenti. Quando non perfino muti, e immoti, e tanto silenziosi da diventare impercettibili. Non si spiegherebbe, altrimenti, che s’incontrino vecchi che sono ancora giovani, e giovani che sono già vecchi.

Dov’è, allora, il segreto?

Forse nell’amore. O nell’amicizia. Nella curiosità, nel coraggio, nella bellezza della vita… O forse non ci sono segreti. Ed è anzi tutto così chiaro che non riusciamo a vederlo.

 

Il tempo – come mi ripeteva lu Cosimu Ricchie-te-branda, vecchio pescatore gallipolino, mentre riparava pazientemente le sue reti – non passa mai per chi ama il mare.

In questa nostra privilegiata terra, il mare è anche dove non c’è. Se non c’è, s’indovina. Si sente dovunque. Il suo profumo salso e forte arriva lontano. Si apre e si diffonde nei vicoli, nelle campagne, sulle serre, fra i muri delle case. Il mare è il nostro sogno reale.

Al mare si legano peraltro fiori di leggende dolcissime. E fra le più suggestive è certo quella dei faraglioni di Torre dell’Orso, i due candidi scogli dorati che si ergono nell’Adriatico, non lontani dalla riva della splendida località marina di Melendugno.

Si racconta che, all’origine dei tempi, in una contrada nel cuore della Grecìa salentina, viveva una povera famiglia di contadini, costituita da padre, madre e dodici figli: i primi dieci erano tutti maschi, e per ultime due gemelle, belle come il sole, delle quali non ci è stato tramandato il nome, e che noi chiameremo Alba e Aurora.

Il lavoro e i prodotti dei campi rappresentavano l’unica risorsa di quella famiglia, e Alba e Aurora ne erano occupate in misura particolare.

Le gemelle, infatti, s’interessavano di tutti i frutti di stagione e della loro conservazione dopo il raccolto, per venderli poi nei mercati dei paesi vicini. Fra le varie incombenze c’erano quelle di raccogliere e sgusciare le mandorle e le noci; di aprire i fichi in due, adagiandoli in bell’ordine su un lettino di canne, per esporli al sole e farli essiccare; di ordinare l’uva bianca o nera nelle ceste, conservandone sotto spirito gli acini più carnosi, e seccandone altri per farne uva passita; di raccogliere i capperi uno ad uno, ponendoli sotto sale; ed altre accurate operazioni, che molto le affaticavano, al punto d’addormentarsi quasi sempre appena faceva buio, senza neanche scambiarsi la “buona notte”…

Avvenne, in un meriggio di mezza estate, che il sole fosse così cocente da affannare le due fanciulle, fino a farle quasi perdere il respiro. E sentendo giungere come una brezza di frescura dall’orizzonte, seguirono quella scia, finché arrivarono sul promontorio che oggi è segnato dall’antica Torre dell’Orso, e da lì videro per la prima volta il mare.

La bellezza e il profumo erano tali che ne furono irresistibilmente attratte, e dall’alto della scogliera ebbero forte l’impulso di tuffarsi fra le onde verdi e cristalline. Ma non sapevano nuotare…  Così sparirono entrambe tra la spuma, annegando quasi abbracciate.

Gli dei, che tutto avevano visto, e conoscevano bene la storia, le fecero però riemergere una accanto all’altra, in forma di scogli dorati, proprio lì dove ancora si possono ammirare in tutta la loro bellezza.

 

L’antico Monastero di Santa Teresa delle Carmelitane Scalze di Gallipoli è depositario di un evento storico straordinario, che accadde poco più di un secolo fa, esattamente all’alba del 16 gennaio 1910.

Anche questa ricerca me l’ha suggerita lu Cosimu Ricchie-te-branda.

Fondato nel 1692 dal vescovo castigliano Antonio Perez De La Lastra, il Monastero è ancora oggi, nella propria configurazione e struttura religiosa, fra i più importanti d’Italia, e ospita una ventina di consorelle. Le suore, giovani e meno, attualmente circa una ventina, che qui conducono la loro esistenza, consacrata a Santa Teresa d’Avila e all’altra santa Teresa, detta Santa Teresina, o Santa Teresa del Bambino Gesù, o anche – dal nome della sua città francese di origine – Santa Teresa di Lisieux, vivono in raccolto silenzio i loro tempi cadenzati di lavoro e meditazione. E, nei rari momenti liturgici in cui si aprono le tende che scoprono le grate della stanza di preghiera, si può osservare tutto il candore che accompagna queste consorelle, insieme alla «ridente fermezza – come recitano alcuni testi dedicati – di chi ha fatto la scelta esaltante di dedicare la propria vita ad una spiritualità impeccabile e assoluta».

Nel 1910 il Monastero versava in condizioni economiche assai difficili, per un debito contratto con l’erario. La Priora Madre Carmela s’era peraltro ammalata di pleurite, e non riusciva ad interessarsi, come sempre aveva fatto, per trovare le donazioni adeguate a superare la precaria contingenza.

Per tutta la notte si girò inquieta nel letto, e alle prime luci del sole di quel 16 gennaio ebbe nel dormiveglia la sensazione che qualcuno la scuotesse come per svegliarla e farla alzare, mentre intorno si diffondeva un profumo di rose. Lei chiese di essere lasciata dov’era, perché era stanca, e tutta sudata. Ma una dolce voce femminile l’avvertì: «Quello che faccio, lo faccio per il vostro bene. Ecco: io vi porto 500 lire per sovvenire ai bisogni della vostra comunità». Poi, dopo altre affettuose parole, si accomiatò, presentandosi: «Io non sono la nostra santa Madre Teresa d’Avila, ma la Serva di Dio, suor Teresa di Lisieux». Poco dopo, svanito il sogno, ma con una forte sensazione di curiosità e meraviglia, Madre Carmela si alzò, e si diresse verso la cassetta delle offerte, scoprendo che vi erano proprio le 500 lire, offerte al Monastero da Santa Teresina, con le quali avrebbe sanato il debito!

Del fatto miracoloso informò poi l’omologa Madre Agnese, Priora del Carmelo di Lisieux, con una lettera, gelosamente conservata negli archivi di quel Monastero.

Tra il sacro e il profano è lu cuntu (che ha tutti i caratteri della leggenda) di uncerto Mèsciu Pati di Tiggiano, nel Capo di Leuca, devotissimo di san Francesco, benché il patrono del suo paese fosse proprio santu Pati (Ippazio).

Lu Cosimu Ricchie-te-branda questa volta non c’entra: la ‘soffiata’ me l’ha data una ottima pi di Sannicola, che saluto, e che vuole restare anonima.

Al tempo dei miti, quando il Salento contadino era un immenso crogiuolo di storie, questo Mèsciu Pati raccontava ai suoi nipoti che il 4 di ottobre di ogni anno, lui faceva una grande festa in omaggio a san Francesco, con musiche, balli, luci e dolciumi, per ringraziarlo di un miracolo che aveva ottenuto quand’era fante di trincea nella Grande Guerra.

A ottobre di quell’anno, però, Mèsciu Pati non aveva neanche un centesimo, e la sera della vigilia sospirò: «Cce paccàtu… Pe fare la festa a santu Frangiscu, mi vindìa puru l’anima!». Di questo ne approfittò naturalmente il Diavolo, che – prendendolo in parola – si presentò subito al suo cospetto, nelle sembianze di un elegante signore, offrendogli un grosso prestito di denaro, con la clausola che Mesciu Pati glielo avrebbe restituito in capo a un anno. Se, però, non avesse potuto onorare il debito, il Diavolo creditore avrebbe incassato, per l’appunto, la sua anima!

No, no… Sì, sì… L’accordo, alla fine, fu concluso.

Passato l’anno, il devoto e generoso Mèsciu Pati – che aveva intanto distribuito il denaro ai suoi familiari e parenti, e a qualche povero paesano, e provveduto inoltre ad apportare qualche piccola miglioria alla sua modesta casa – era rimasto completamente all’asciutto, e non sapeva come fare per il debito in scadenza.

Allora, gli si presentò un monaco cercantino (che era stato incaricato alla bisogna da san Francesco in persona), il quale lo rassicurò che a risolvere il problema ci avrebbe pensato lui. E quando arrivò il Diavolo, sempre camuffato da ricco signore, il monaco gli manifestò subito che Mésciu Pati non poteva far fronte al debito, ma che comunque, secondo i patti, era pronto a cedere la sua anima. «Purché – aggiunse –, prima di ciò, come ultima invocazione di saluto, tu reciti insieme a me “li trìtici punti t’a verità”».

«E me pansava cce ggh’era!…», replicò il Diavolo. «Ccumenza tie, ca ieu te sècutu!».

E si mise a ripetere la lunga tiritera dei ‘tredici punti della verità’ recitati dal monaco: «Unu, un solo Dio…, Dòi, lu Sole e la Luna…, Tre, li tre patriarchi nobisarchi…». Ma più il Diavolo replicava, più egli si sentiva come se gli mancasse il terreno sotto i piedi… Finché non giunsero all’ultima formula: «Trìdici, non c’è più patti, lassa lu denaru, e tie, namìcu, scatti!»… Era la formula che cancellava definitivamente il debito. Terminata la quale, il povero Diavolo fu inghiottito negli inferi, tra una grossa vampata di fuoco, che la videro fino a Leuca..

Lu cuntu nu fue cchiui, diciti n’addhu vui… Alla prossima

 

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Il culto dell’uovo nei giorni di Pasqua nel Salento

 

di Pino de Luca

 

 

Il culto dell’uovo nei giorni di Pasqua ha radici remote, legate alla fecondità e alla ripresa della vita. La storia d’Europa e del Mediterraneo ne è pregna. La parola si è poi materializzata nelle endemiche “uova di cioccolata”, a volte ottima e spesso pessima.

Anche nei dolci simbolici e ancestrali c’è stato il culto dell’uovo.

La tradizione scandita dai nomi sopravvive in Sicilia: campanaru o cannatuni a Trapani, pupu ccù l’ovu a Palermo, cannileri nel nisseno, panaredda ad Agrigento e a Siracusa, cuddura ccù l’ovu a Catania, palummedda nella parte sud occidentale dell’isola. Qualunque sia la forma e il nome si tratta di pasta di dolci impreziositi da uova intere cotte nel forno.

Ne abbiamo pure nel Salento, con nomi simili in qualche caso e completamente diversi in altri. I più interessanti sono la “Panareddhra” (dolce) e il “Puddhricasciu” (salato).

Quasi sperduti nella notte dei tempi, ancora qualche forno di paese continua a farli e a sentirsi chiedere cosa siano. La panareddhra ha la medesima radice e formulazione del corrispondente Sicano. Più interessante è la storia del “puddhricasciu”. Almeno nel mito, di incontrovertibili origini leccesi.

… Il Fatalò narra che dimorando San Francesco d’Assisi in Lecce, nel 1219, «giva, secondo il solito dei mendicanti religiosi, limosinando per la città, giunse dinanzi al palazzo di un patrizio (oggi si possiede dalla nobile famiglia dei Perroni ed è immemorabile tradizione dei leccesi che questo fosse stato il palazzo del nostro primo vescovo Santo Oronzo) vi picchiò la porta e chiese per amor di Dio la limosina ; in un subito vaghissimo un paggio diedegli un bianco e grande pane e disparve. Al picchiarvi della porta ere accorso un famigliare della casa a cui San Francesco rendè le grazie in nome di Dio per il pane già ricevuto e che fino a quel punto teneva in mano. Disse colui non essere pane di loro casa, onde, conosciutosi da San Francesco il tratto della divina provvidenza e da quelli della casa il miracolo ne diè i ringraziamenti all’Altissimo e gli altri conservar ne vollero perpetua la memoria, mentre fecero sull’arco della porta scolpire un angelo in atteggiamento di scendere dal cielo ed offrire un pane. Questa memoria sin oggi in quel palagio si vede.» …N. Vacca

Il passo è tratto da Rinascenza Salentina – Anno II, 1934 – pp 207-208.

Quel pane fu nominato “puddhricasciu” e quel rione prese il nome di Pollicastro, per la tendenza a toscaneggiare che s’aveva in quel tempo. Vi sono alcune imprecisioni ovviamente. L’angelo di cui si parla è tipico del 1500 piuttosto che del 1200 e probabilmente quel palazzo non vide mai Sant’Oronzo abitarvi. Ma il rione Pollicastro esisteva per davvero e doveva il suo nome ad una forma di pane bianco con le uova dentro che si portava allu riu …. ma questa è un’altra storia.

La ricetta oggi non c’è, solo l’invito a cercare ancora l’antico “puddhricasciu”, a consumarlo con gli amici sorseggiando un vino nuovo, nuovissimo: il Merlot del Salento della cantina Santi Dimitri. Il primo merlot salentino in assoluto, siamo qui a testimoniarlo come fece il Fatalò per il “pollicastro”, sperando che qualcuno, un giorno, se ne ricordi.

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

Il Salento delle leggende.

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

di Antonio Mele ‘Melanton’

 

Quando muoiono le leggende finiscono i sogni.

Quando finiscono i sogni, finisce ogni grandezza.

 

Si chiamava Anna, la mia nonna paterna, e come tutte le nonne è stata, e lo è ancora, un’ispiratrice magnifica del mio benessere spirituale, della mia gioia di vivere, e soprattutto della mia fantasia.

Quando talvolta succede di sentire quell’irrefrenabile voglia di memorie, mi basta pensarla e lei arriva, chissà da dove, invitandomi a sedere sulla vecchia panca di noce, dietro il grande tavolo ovale, pronta a raccontarmi una storia.

Che mondo sarebbe senza la fantasia, forse è meglio non immaginarlo.

La fantasia apre le porte ad un universo di sogni e di gioia, quantunque le fiabe e le storie di tutti i tempi siano anche popolate di personaggi tenebrosi, protagonisti di avventure spesso spaventevoli, e costellate di orchi, di maghi, di draghi, di diavoli e streghe, di fantasmi e spiriti folletti, e di animali che parlano, tappeti che volano, passaggi segreti di castelli che si aprono al semplice suono di una potente formula magica, e ancora di luoghi misteriosi, immersi in notti buie e tempestose, e in cammini inenarrabili, dove il tacito desiderio della nostra disperata speranza si materializza in una tenue luciceddha luntana luntana

Un rifugio, la fantasia? Forse, ma non soltanto. La fantasia è un modo di essere, una scelta, uno stile di vita. O infine una specie di gioco fatato, che spesso permette di osservare il mondo con l’innocenza e il sorriso di un bambino.

Noi stessi – chissà – potremmo anche essere inconsapevoli personaggi fantastici di un libro mai cominciato e mai finito.

Come quello delle leggende.

 

Il ‘Salento immaginifico’, che nelle precedenti puntate ci ha accompagnato alla scoperta di tempi e luoghi misteriosi della nostra tradizione, riprende il suo racconto con un viaggio quasi interamente dedicato a Otranto, quale sincero e dovuto omaggio all’antica ‘capitale’ della nostra terra.

veduta di otranto (dal Pacichelli)

Otranto associa in sé atmosfere di storie fantastiche, ed ogni suo luogo può dirsi che richiami all’intrigante fascino di eventi inverosimili e arcani. Come molti vogliono, qui approdò Enea dopo la distruzione di Troia, guidando un manipolo di fedeli compagni alla ricerca di una nuova patria. Secondo gli storici più autorevoli, la descrizione minuziosa dello ”sbarco degli eroi” resaci da Virgilio non lascerebbe infatti alcun dubbio che il preciso punto d’arrivo sia individuabile nel sito idruntino, con buona pace di altre congetturose ipotesi, che indicherebbero, quale possibile alternativa, ora Leuca ora Castro (l’antica Castrum Minervae).

“Avea l’aurora già vermiglia e rancia / scolorito le stelle…” – canta il Poeta – “…allor che lunge scoprimmo / d’Italia i lidi”. E di seguito, Virgilio quasi dipinge l’antico porto naturale di Otranto: “È di ver l’Oriente un curvo seno / in guisa d’arco, a cui di corda invece / sta, d’un lungo macigno un dorso avanti, / ove spumoso il mar percuote e frange: / nei due corni ha due scogli, anzi due torri, / che con due braccia il mar dentro accogliendo / lo fa porto e nasconde, e sopra il porto, / lungi dal lido, di Pallade è il tempio…

Con chiaro riferimento, in questi ultimi versi, al Colle della Minerva, dov’era a quei tempi l’area sacra dedicata alla dea. Proprio quel fatale Colle della Minerva che il 14 agosto del 1480 fu teatro del terribile eccidio perpetrato dai Turchi di Gedik Ahmet Pashà, che portò alla decapitazione di 800 otrantini maschi sopra i quindici anni di età, i quali affrontarono senza esitazione la morte, piuttosto che rinnegare la fede cristiana.

Straordinariamente miracolosa risulta l’epica resistenza del sarto Antonio Primaldo, che fu il primo ad avere la testa mozzata da un colpo di scimitarra e che, nonostante gli sforzi dei carnefici per abbatterlo, mantenne saldo in piedi il suo corpo, finché non cadde l’ultimo dei suoi sventurati compagni.

Com’è noto, i Martiri di Otranto furono poi dichiarati Beati da papa Clemente XIV nel 1771 (al termine di un lungo processo canonico, iniziato nel 1539), e prescelti come Protettori della città.

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La famosa Torre del Serpe, un monumento tanto emblematico per Otranto da campeggiare nello stemma della città, è protagonista di un’altra curiosa leggenda, che ha peraltro varie versioni, delle quali riportiamo qui la più suggestiva.

L’antico baluardo difensivo – eretto probabilmente in epoca romana, fatto restaurare da Federico II, e oggi fortemente diroccato – si eleva su un piccolo rialzo della roccia antistante il porto, e per tale strategica posizione fu a lungo adibito a faro. All’interno della sua sommità aveva infatti un grande fanale con una fiamma alimentata da olio lampante, al cui controllo erano adibite a turno alcune sentinelle.

Si narra che la notte di un anno imprecisato (e comunque precedente al 1480, allorché avvenne il tristemente famoso assedio dei Turchi e il drammatico eccidio degli 800 martiri di cui si è detto) il faro si spense improvvisamente. Ad una immediata ispezione, il guardiano scoprì che tutto l’olio della grande lampada si era esaurito con largo anticipo, e senza cause apparenti. Sicché ne rimise nel contenitore un congruo quantitativo, riaccese la fiamma e si appostò, ben nascosto, in attesa di risolvere il mistero. Fu così che, di lì a poco, al sorgere dell’alba, poté scoprire che una serpe, uscita da una crepa del muro superiore, si avvicinò alla fiamma e ne succhiò tutto l’olio, spegnendola nuovamente.

Nel frattempo, dalle scogliere vicine, le vedette avevano avvistato all’orizzonte una temibile flotta di pirati saraceni che evidentemente, nel buio della notte, non avendo potuto scorgere alcun riferimento luminoso della costa di Otranto, avevano proseguito più a nord, attaccando poi il porto di Brindisi. In sostanza, la serpe – quanto meno in quella occasione – aveva salvato la città da una sicura incursione piratesca.

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Dall’Adriatico allo Jonio,ed esattamente a Taranto, ci spostiamo per un’altra leggenda che, se fa parte integrante delle specifiche tradizioni di quella città, è altresì assai nota e diffusa, pur con qualche variante, in molti altri luoghi della penisola salentina.

Si tratta dell’usanza, detta del “bambino della pioggia”, dove – come vedremo nella fattispecie, e come, più in generale, si può rilevare in tutta la storia del folclore – sacro e profano, superstizione e religiosità si fondono insieme, integrandosi e fortificandosi. Specialmente nei casi in cui emerge la primordiale necessità dell’uomo di controllare con ogni mezzo possibile (alla bisogna anche magico e trascendente) le preponderanti forze avverse della natura.

Fino a non molti anni fa, nella ’città dei due mari’ e nelle campagne circostanti, i contadini e la gente del popolo, in vista del sopraggiungere di un temporale, usavano esporre un bambino sull’uscio di casa, sollevandolo verso il cielo, e gli facevano gettare per aria tre piccoli pezzi di pane, mentre ad alta voce, da tutti i presenti, saliva la seguente invocazione, più o meno simile a quella che si tramanda in tutte le contrade del Salento: “Òziti, san Giuvanni, e no durmiri, / ca sta visciu tre nùuli viniri: / una d’acqua, una de jentu, una de tristu mmalitiempu! / Ddò lu purtamu ‘stu mmalitiempu? / Sotto na crotta scura, / ddò no canta jaddhu, / ddò no luci luna, / cu no fazza mali a me, / e a nuddha criatura!” (Alzati, san Giovanni, e non dormire, / ché vedo tre nuvole venire: / una d’acqua, una di vento, una di terribile maltempo! / Dove lo portiamo questo maltempo? / Sotto una grotta scura, / dove non canta gallo, / dove non splende la luna, / ché non faccia male a me, / e a nessuna creatura!).

Una domanda, in conclusione, potrebbe sorgere spontanea: “E chi in casa non avesse avuto bambini, come avrebbe fatto? ”. Beh, la risposta è una sola: le leggende non si discutono, si amano.

 

 

Leggende del Salento. Gli scogli dannati di Leuca e le macarìe della Grecìa salentina

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Il Salento delle leggende.

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

 

di Antonio Mele ‘Melanton’

 

Quando muoiono le leggende finiscono i sogni.

Quando finiscono i sogni, finisce ogni grandezza.

 

Ogni terra ha le sue leggende.

Nascono quasi tutte dalla tradizione orale. E a generarle e perpetuarle è soprattutto il popolo, che spesso, e molto più dei dotti e dei sapienti, possiede innato il senso della fantasia, associato all’arte della suggestione e del mito.

Peraltro, come affermava Albert Einstein,“La più bella e profonda emozione che possiamo provare è il senso del mistero: sta qui il seme di ogni arte, di ogni vera scienza”. E per l’abate Jacob Cristillin, “La leggenda non è poi così lontana dalla verità: essa è la storia non ancora messa a punto”. Con il pregio – si potrebbe aggiungere – che, rispetto alla storia, la leggenda ha in più l’irresistibile fascino del verosimile sul vero. Come appunto accade nei vecchi “cunti” e nelle fiabe, ma perfino in alcune cronache di tutti i giorni, che d’istinto preferiamo strabilianti e sorprendenti, quando non addirittura impossibili.

Al popolo infine, si addicono l’incredulità, la magia, il prodigio. Qualità che in qualche misura lo affrancano dalle fatiche e dai dolori della cruda realtà quotidiana, e lo proiettano in una dimensione quasi di sogno, e quindi di riscatto.

Sicché, è dalla notte dei tempi – e la notte certamente più del giorno si confà ai misteri – che le leggende sono parte significante della vita e della storia dell’uomo.

Questa dimensione fantastica è altresì particolarmente appropriata al nostro Salento, terra emarginata e tuttavia densa di movimenti, che il mai dimenticato giornalista, divulgatore ed amico Antonio Maglio, in uno ‘speciale’ sull’argomento, curato per il Quotidiano di Lecce, definì accortamente “crocevia del mondo” (e direi anche del tempo), volendo rimarcare la massiccia congerie di passaggi e presenze, sul nostro territorio, di re e imperatori, di cavalieri ed eroi, di filosofi e crociati, di poeti e monaci sapienti, che hanno stratificato indelebili ed epici segni nella nostra memoria civile.

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Affascinante – e nondimeno un po’ macabra – è la leggenda degli “scogli dannati” di Leuca.

Tutto comincia, nientemeno, che dalla mitica impresa della conquista del Vello d’oro da parte di Giasone, aiutato dagli Argonauti, e con la complicità di Medea, figlia del re della Colchide, esperta di arti occulte e dotata di poteri magici.

È noto che Medea, innamoratasi perdutamente di Giasone, lo sposò ed ebbe da lui due figli. Tuttavia, come spesso accade ai volubili eroi della mitologia greca, dopo alcuni anni Giasone s’innamorò a sua volta di Glauce, figlia del re di Corinto, con la quale si congiunse, abbandonando al proprio destino la sua vecchia sposa.

Sommossa da un furente spirito di vendetta, Medea decise allora di non lasciare a Giasone alcuna discendenza, e con l’intento di sgozzare e fare a pezzi i figlioletti, li portò con sé su una galea, fuggendo per mare.

Allorché Giasone fu informato dagli dei della terribile vicenda, si gettò precipitosamente all’inseguimento della snaturata madre, e stava quasi per raggiungerla, quando, nelle vicinanze della costa di Leuca, Medea diede compimento al suo crudele proposito: trucidò i figlioli e si liberò del lugubre carico, gettando in mare i resti dei corpi. I quali, appena toccata l’acqua, si pietrificarono e si trasformarono in scogli.

Sono appunto gli “scogli dannati” affioranti nel tratto di mare prossimo a Leuca, e precisamente vicino a punta Ristola, dai quali – come testimoniano tuttora i pescatori del luogo – nelle notti di vento e di tempesta si odono risalire vibranti gemiti e lamenti, e si intravedono convulsi movimenti di strane ombre misteriose…

 

Vere o no che siano, è un fatto che di macare e macarìe ancora oggi si parla nelle nostre contrade, e specialmente nella zona della Grecìa salentina, da Soleto a Sternatia a Zollino… Chi non ha qualcosa da raccontare, a tale proposito?

Storie, saghe, canti, filastrocche: sulle macare (o “figlie della notte” come le chiamò poeticamente Petronio) c’è un’ampia letteratura, e moltitudini di testimoni fedeli che possono giurare di averle vedute in azione, quando si riuniscono e ballano al fuoco dei falò nei loro orgiastici “sabba” sotto il magico noce, o nell’atto di attraversare i cieli nei pleniluni d’estate a cavallo di scope, rapide come fulmini, o si trasformano in gatti o volpi o uccelli notturni per spaventare e irretire i comuni mortali…

Ma la loro specializzazione sono le macarìe, le fatture.

Della più semplice e diffusa – infallibile per ritrovare l’amore perduto – vi posso perfino dare la ricetta originale, garantita dalla vecchia zia Teresina, che quand’eravamo piccoli qualche volta ci raccontava, con grave solennità, prima di addormentarci. Con l’effetto, peraltro, che noi non ci addormentavamo più, e se ci addormentavamo era una notte di sogni mirabolanti.

Allora: procuratevi una ciocca di capelli dell’amato (o amata), e un’arancia (simbolo del mondo). Con la cera di una candela accesa fate un buco al centro dell’arancia e dentro sistematevi la ciocca. Avvolgete il frutto con uno spago, e dopo avervi fatto un nodo ben stretto, appendetelo ad un bastone di legno, e finalmente conficcate aghi o spilli sulla buccia, facendo attenzione a declamare ad ogni puntura gli opportuni scongiuri e le  rituali formule magiche. Dopodiché, custodite con cura l’arancia sotto il materasso: essa diventerà un potente talismano, che in poco tempo farà tornare il desiderato (o desiderata) amante, legandolo a voi come lo spago annodato all’arancia.

Sarà infine utile chiarire un piccolo dettaglio: se non conoscete gli scongiuri e le formule magiche da recitare (che la zia Teresina conosceva a menadito, ma che io ho purtroppo dimenticato), l’unica alternativa valida è quella di rivolgervi ad una macara di professione. Con tanti auguri!

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

Salento, tra diavoli, streghe e lupi mannari

Il Salento delle leggende.

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

di Antonio Mele ‘Melanton’

 

Quando muoiono le leggende finiscono i sogni.

Quando finiscono i sogni, finisce ogni grandezza.

 

I più grandi piaceri della vita sono certamente quelli più piccoli.

Un bicchiere di vino fresco con gli amici, ad esempio. Magari in una sciroccosa sera d’agosto, preferibilmente in campagna, con stelle e lune rosse sul capo, e baluginio di paesi lontani all’orizzonte.

O rivedere un vecchio film – comico, romantico, d’avventure –, di quelli legati ad un momento speciale della nostra adolescenza (stagione della vita in cui peraltro ogni momento è speciale), ritrovandosi a ridere, o perfino a piangere da soli.

O ancora di più quando, in una benefica sosta dalla frenesia moderna che tutto divora, ci accade di leggere i vecchi cunti della nostra tradizione più terrigna, popolati di magiche figure e luoghi fiabeschi e irraggiungibili: Papa Caiazzu, lu Nanni Orcu, lu Mamau, li Sciacuddhi, le case sperdute nei boschi (identificate da una “luciceddha ca se vide luntanu luntanu”), o le lande spaurenti e  misteriose dove “nu canta caddhu e nu luce luna”…

Se poi li cunti si ha la ventura d’ascoltarli direttamente dalla voce delle nostre antiche nonne (specie ormai assai rara ma che sempre riaffiora nelle incantate contrade salentine) allora si viaggia davvero sulle nuvole.

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Le nonne. Quante ne abbiamo avute, noi piccoli d’altri tempi? Ogni vicolo, corte, strada o viuzza del quartiere brulicavano di queste splendide fate vestite di nero e di rughe, coi candidi capelli raccolti ad arte sotto fazzoletti di primavera. Sferruzzavano per lo più sulla soglia di casa, quando non sistemavano pochi panni ad asciugare su una breve corda tenuta distante dal muro tramite una piccola canna, oppure  controllavano i pomodori distesi a seccare al sole sui marciapiedi, fra graticci di fichi e talaretti di foglie di tabacco.

Se le avvicinavi senza timore, allora tiravano fuori dalle tasche del grembiule inenarrabili meraviglie in regalo: rocchetti di filo colorato, foglie inebrianti di menta e di basilico, fichi tostati, pesciolini di liquirizia, frammenti di taralli o mostaccioli, mandorle bianche, qualche lupino. E il loro caldo sorriso.

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Non è appunto al sorriso e al buonumore che muovono molte delle leggende salentine, tanto fantastiche da sembrare vere?

Se Soleto  può in un certo senso vantarsi che la sua celebre “guglia di Raimondello” fu costruita in una sola notte dal mago Matteo Tafuri di concerto con diavoli e streghe, pochi forse sanno che anche a Tricase la cosiddetta Chiesa Nuova  fu opera del Maligno. Il quale, parimenti, la eresse nell’arco di un’unica nottata, dopo un patto con il cosiddetto “Principe vecchio”, che la tradizione popolare identifica in messer Jacopo Francesco Arborio Gattinara,  marchese di San Martino, personaggio realmente esistito.

Secondo la leggenda, i fatti si svolsero in questo modo. Intorno alla fine del XVII secolo, messer Jacopo decise di favorire i numerosi contadini che lavoravano e vivevano nelle campagne (e volevano scacciare le Malumbre ossia gli spiriti maligni), costruendo fuori Tricase, sulla via verso il mare, una nuova chiesa, storicamente ultimata nel 1685, a pianta ottagonale, e dedicata alla Madonna di Costantinopoli. A tale scopo – attraverso il fatato “Libro del Comando” – pensò bene di evocare il Diavolo in persona, peraltro con il segreto intento di prendersi beffe di lui, come vedremo.

La sfida proposta dal nobile di Tricase, che contemplava la costruzione dell’edificio sacro in una sola notte, fu accolta dal Diavolo, a condizione però che, nella stessa chiesa, a offesa e scherno di Dio, il Principe vecchio avesse poi offerto l’ostia consacrata ad un caprone, simbolo di Satana. Per tale impegno, in aggiunta, il Signore delle Tenebre avrebbe lasciato nella nuova chiesa un forziere pieno di monete d’oro.

Sancito il patto, ed eretta la chiesa, la mattina del giorno dopo il Diavolo ricordò la promessa al Principe vecchio, il quale negò di avergliela mai fatta. Sentendosi beffato, e non avendo più il potere di distruggere l’edificio sacro appena eretto, il Diavolo sfogò allora la sua collera aprendo nei pressi un canalone d’acqua (chiamato dai tricasini Canale del Rio) e gettandovi dentro le campane della chiesa, che ancora oggi, nei giorni di tempesta, sembra facciano sentire, risalenti da sottoterra, i loro cupi rintocchi.

E il forziere con le monete d’oro? Il Principe vecchio ebbe modo di trovarlo ed aprirlo, ma dentro – di beffa in beffa – pare che vi si trovassero delle insignificanti monete di metallo vile o (secondo altre versioni) addirittura dei sassi.

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“È natu nu stregone a la casa mia!”  pare che gridassero un tempo i padri di bimbi maschi nati nella notte fra il 24 e il 25 dicembre. In quella data fatidica – la santa Notte di Natale – non si ammetteva infatti che potessero venire al mondo altre creature all’infuori di Gesù Cristo. Sicché, quando succedeva, era credenza diffusa che gli “sventurati” maschietti ereditassero una doppia natura, quella umana e quella bestiale, e non c’era altra soluzione di esorcismo che salire sul tetto della casa, a mezzanotte in punto, e gridare al vento la notizia, in modo che il vento stesso la potesse disperdere.

La leggenda s’intreccia con altre leggende, che vogliono la Puglia e il Salento (soprattutto nelle zone tra Nardò e Avetrana, e più a sud-est, verso il litorale idruntino) sono state per secoli considerate terre di lupi mannari. Alcuni antropologi sostengono anzi che la licantropia abbia avuto le sue origini proprio nella nostra regione.

Secondo il mito, Licaone, re dell’Arcadia e padre di cinquanta figli, ne sacrificò uno a Zeus per ingraziarselo. Ma il Padre degli dei, inorridito dall’empietà del gesto, inseguì il re fino in Puglia, dov’era riparato, e qui lo trasformò in lupo, lasciandogli tuttavia assumere alternativamente tanto la natura umana (visibile quasi sempre di giorno) quanto  quella belluina (manifesta di notte, ed in particolare nelle notti di plenilunio).

La più antica storia di lupi mannari la troviamo addirittura nella Bibbia, e riguarda il famoso re Nabuccodonosor che, per la sua vanità, fu trasformato in lupo da Dio. Anche nella mitologia egizia, il dio Ap-uat che traghettava i morti nell’aldilà aveva sembianze di uomo-lupo. Fino ad arrivare al periodo fra il 1500 e il 1600, in cui in tutta Europa la “caccia ai licantropi” era addirittura diffusa quanto e più di quella alle streghe.

A tale proposito, sentiamo il dovere di fornire ai nostri lettori alcuni utili consigli, nel caso dovessero incontrare qualche lupo mannaro, e volessero metterlo in fuga. La prima e più sicura precauzione è posizionarsi al centro di un incrocio, perché questi esseri hanno terrore delle croci. Tuttavia, se nelle vicinanze con ci fosse un incrocio disponibile, basterà salire sopra un gradino e aspettare tranquilli che il lupo mannaro se ne vada: è noto infatti che i lupi mannari sono del tutto incapaci di salire le scale, e perfino un solo gradino.

Se per colmo di sventura non disponeste neanche di gradini, allora spargete per terra del sale grosso (tenetene sempre prudentemente una piccola scorta nelle tasche): il nostro avversario, in tal caso, si fermerà a raccogliere e contare ad uno ad uno i granelli di sale gettati per terra, lasciandovi tutto il tempo per svignarvela alla chetichella.

Infine, se nessuno degli antidoti di cui sopra fosse a vostra disposizione, recitate con fiducia una preghiera, e sperate ardentemente che il lupo mannaro di fronte a voi abbia già fatto per suo conto un’abbondante colazione…

 

A proposito di streghe,lo sapete che nel nostro Salento ce ne sono ancora tantissime? No, non ci riferiamo alle varie megere di più o meno diretta conoscenza, tipo suocere e affini: parliamo veramente di striare e macare, le streghe originali di Terra d’Otranto, che zòmpano, ballano e cavalcano scope volanti.

Uno dei luoghi deputati per i famosi (o famigerati) sabba stregoneschi è il cosiddetto “noce del mulino a vento” in agro di Uggiano La Chiesa. Quest’albero magico pare sia ubicato nei pressi di un antico frantoio ipogeo d’epoca seicentesca (recentemente restaurato), ma nessuno ne conosce esattamente il sito, o lo tiene prudentemente segreto, per evitare malocchio e sfortuna.

I paesani comunque sostengono che ancora oggi, in alcune notti di luna piena e fino all’alba, in un’ampia zona della campagna tra Uggiano e il vicino borgo di Casamassella si diffondono nell’aria suoni indistinti e spaventevoli, inframmezzati da alte grida, canti e risate oscene, che terrorizzano perfino gli animali domestici e la selvaggina.

Se, vostro malgrado, vi dovesse capitare di trovarvi coinvolti in un sabba, e volete evitare di essere risucchiati in aria, rischiando poi di ballare freneticamente per una notte intera e di morire stremati, imparate e recitate all’occorrenza, per tre volte consecutive, questa filastrocca scaccia-guai: “Zzumpa e balla, pisara, zzumpa e balla forte, se scappi de stu chiacculu non essi cchiui de notte… Sutta l’acqua e sutta lu jentu sutta lu noce de lu mulinu a jentu”.

Buona fortuna.

 

Il culto dell’uovo nei giorni di Pasqua nel Salento

 

di Pino de Luca

 

 

Il culto dell’uovo nei giorni di Pasqua ha radici remote, legate alla fecondità e alla ripresa della vita. La storia d’Europa e del Mediterraneo ne è pregna. La parola si è poi materializzata nelle endemiche “uova di cioccolata”, a volte ottima e spesso pessima.

Anche nei dolci simbolici e ancestrali c’è stato il culto dell’uovo.

La tradizione scandita dai nomi sopravvive in Sicilia: campanaru o cannatuni a Trapani, pupu ccù l’ovu a Palermo, cannileri nel nisseno, panaredda ad Agrigento e a Siracusa, cuddura ccù l’ovu a Catania, palummedda nella parte sud occidentale dell’isola. Qualunque sia la forma e il nome si tratta di pasta di dolci impreziositi da uova intere cotte nel forno.

Ne abbiamo pure nel Salento, con nomi simili in qualche caso e completamente diversi in altri. I più interessanti sono la “Panareddhra” (dolce) e il “Puddhricasciu” (salato).

Quasi sperduti nella notte dei tempi, ancora qualche forno di paese continua a farli e a sentirsi chiedere cosa siano. La panareddhra ha la medesima radice e formulazione del corrispondente Sicano. Più interessante è la storia del “puddhricasciu”. Almeno nel mito, di incontrovertibili origini leccesi.

… Il Fatalò narra che dimorando San Francesco d’Assisi in Lecce, nel 1219, «giva, secondo il solito dei mendicanti religiosi, limosinando per la città, giunse dinanzi al palazzo di un patrizio (oggi si possiede dalla nobile famiglia dei Perroni ed è immemorabile tradizione dei leccesi che questo fosse stato il palazzo del nostro primo vescovo Santo Oronzo) vi picchiò la porta e chiese per amor di Dio la limosina ; in un subito vaghissimo un paggio diedegli un bianco e grande pane e disparve. Al picchiarvi della porta ere accorso un famigliare della casa a cui San Francesco rendè le grazie in nome di Dio per il pane già ricevuto e che fino a quel punto teneva in mano. Disse colui non essere pane di loro casa, onde, conosciutosi da San Francesco il tratto della divina provvidenza e da quelli della casa il miracolo ne diè i ringraziamenti all’Altissimo e gli altri conservar ne vollero perpetua la memoria, mentre fecero sull’arco della porta scolpire un angelo in atteggiamento di scendere dal cielo ed offrire un pane. Questa memoria sin oggi in quel palagio si vede.» …N. Vacca

Il passo è tratto da Rinascenza Salentina – Anno II, 1934 – pp 207-208.

Quel pane fu nominato “puddhricasciu” e quel rione prese il nome di Pollicastro, per la tendenza a toscaneggiare che s’aveva in quel tempo. Vi sono alcune imprecisioni ovviamente. L’angelo di cui si parla è tipico del 1500 piuttosto che del 1200 e probabilmente quel palazzo non vide mai Sant’Oronzo abitarvi. Ma il rione Pollicastro esisteva per davvero e doveva il suo nome ad una forma di pane bianco con le uova dentro che si portava allu riu …. ma questa è un’altra storia.

La ricetta oggi non c’è, solo l’invito a cercare ancora l’antico “puddhricasciu”, a consumarlo con gli amici sorseggiando un vino nuovo, nuovissimo: il Merlot del Salento della cantina Santi Dimitri. Il primo merlot salentino in assoluto, siamo qui a testimoniarlo come fece il Fatalò per il “pollicastro”, sperando che qualcuno, un giorno, se ne ricordi.

Tutto in una notte. La guglia di Soleto e la carcara ti li tiàuli

 

di Marcello Gaballo

 

La bellissima guglia di Soleto è uno dei capolavori di Terra d’Otranto ed è ben nota a tutti i pugliesi per la sua storia e per la ricca decorazione che offre.

Chiunque arrivi nelle operosa cittadina è accolto dalla maestosità dell’opera quadrangolare e dal fine lavoro di ornato che sembra scatenarsi dal terzo ordine in poi, per quietarsi nel tiburio ottagonale, librandosi nel cielo del Salento attraverso le maioliche policrome del capolino conclusivo. Indescrivibile la sensazione provata quando lo si osservi al tramonto, quando la luce solare radente esalta ogni minimo ricamo lapideo esaltandone la bellezza e l’originalità.

Le singolari bifore, gli intagli e i numerosi arabeschi, le colonne tortili, i numerosissimi mascheroni zoomorfi e antropomorfi, i superbi grifoni, le cornici trilobate, la straordinaria e delicata balaustra  rendono merito all’orgoglio cittadino soletano e alla sua inclusione tra i monumenti nazionali. Spiace, ancora una volta, constatare quanto l’arte meridionale, e salentina in particolare, sia poco considerata e pubblicizzata.

Tralasciamo le vicende architettoniche della chiesa, che fu ultimata nel 1783 dal copertinese Adriano Preite. Questi addossò la semplice facciata alla guglia, tanto da annullare il quasi totale ed emblematico isolamento della torre[1] dopo circa 400 anni dalla sua costruzione.

Gli studi accreditati di M. Cazzato e L. Manni hanno dimostrato che il nucleo originario della nostra guglia fu edificato dal potente conte Raimondello Orsini del Balzo, proseguito e decorato da suo figlio Giovannantonio, conte di Soleto e principe di Taranto, morto nel 1463. Abbandonate dunque tutte le fantasie e improbabili attribuzioni, compresa quella a Matteo Tafuri, celebre alchimista e filosofo, esperto in esoterismo, ed occultismo e per questo ritenuto il mago di Soleto, che però era nato almeno un secolo dopo il documentato 1397, al quale risale la nostra torre.

La spettacolarità della guglia, ma soprattutto le centinaia di figure umane e bestiali scolpite nella tenera pietra leccese, hanno provocato da sempre la fantasia del popolo salentino, che ancora oggi ricorda come la terra di Soleto sia sempre stata “terra di màcari” e di magie. L’aveva realizzata in una sola notte il mago per antonomasia, Matteo Tafuri, con l’aiuto dei diavoli che, sorpresi ancora al lavoro mentre arrivavano le prime luci dell’alba, furono pietrificati ai quattro angoli della guglia.

Del tutto inedita la novità di tale leggenda, come ho potuto scoprire lo scorso anno, intervistando E. F., un anziano di Nardò. Con aria misteriosa e nel contempo colorita mi ha svelato di conoscere il luogo da cui i diavoli avrebbero prelevato le pietre e la calcina per innalzare in quella notte del 1397 lu campanaru ti lu tiàulu a Sulitu.

Il luogo – mi riferisce sempre il signore – è ancora denominato la carcara ti lu tiàulu e si trova nei pressi della località La Strea, sul litorale che congiunge S. Isidoro e Torre Squillace a Porto Cesareo.  La carcara sarebbe una delle fornaci di cottura sparse nel territorio nelle quali si ricavava la calce e il saggio dell’amico Fabrizio Suppressa  è molto esplicativo.

Ho potuto verificare, grazie alla consulenza preziosa di Salvatore e Antonio Muci da Porto Cesareo, che la leggenda tramandata trova degli elementi validi sul territorio. La carcara esisteva realmente nell’entroterra, poco prima dell’ingresso a Porto Cesareo, giungendo da S. Isidoro, a circa trecento metri dal litorale. Poco distante da questa vi era, almeno fino agli anni 70 del secolo scorso, la petra ti lu tiàulu, un enorme macigno collocato su massi e pietrame di diversa misura, simile ad una “grotta”, purtroppo frantumato in occasione delle costruzioni abusive di quegli anni. Dalle testimonianze raccolte si potrebbe ipotizzare l’esistenza in quel luogo di una tomba preistorica a camera singola ovvero un dolmen, sfuggito alle ricerche e ai censimenti salentini di tali costruzioni megalitiche. La celebre petra poteva dunque essere il lastrone orizzontale del dolmen e le altre petre piccinne i lastroni verticali.

Ma l’immaginario collettivo è andato ben oltre, addirittura tramandando che in quel luogo si potessero udire  li catene ti lu tiàulu, dei rumori strani, sibilanti e roboanti, forse collegabili al rumore del vento attraversante antri o forami evidentemente non localizzati.

A poche centinaia di metri da qui, questa volta sulla costa, ancora due toponimi sono ancora noti al popolo Cesarino: lu puestu ti li tiàulu e la punta ti lu tiàulu, entrambi nelle immediate vicinanze di torre Squillace.  Insomma una precisa localizzazione che ci fa interrogare su cosa realmente avesse inciso sulla fantasia popolare, tanto da perpetuarne la leggenda fino ai nostri giorni.

Effettivamente questi luoghi, che per comodità identifichiamo con la località la Strea (derivante da “la strega”?), hanno ospitato un villaggio protostorico, dell’Età del bronzo, e gli scavi del 1969 condotti dalla Sovrintendenza Archeologica di Taranto hanno rinvenuto diversi oggetti, un anello fenicio, iscrizioni graffite in dialetto laconico, statuette votive, ceramiche micenee e bronzi locali. A qualche miglio fu rinvenuta anche una statua egizia del VII/VI sec. a.C. denominata Cinocefalo, oggi conservata nel Museo Archeologico di Taranto. I ritrovamenti hanno altresì dimostrato la protezione di quel luogo con un muro alto circa 2,50 metri, con andamento istmico fatto da massi regolari sovrapposti a secco.

Forse proprio questi massi, probabili avanzi del Limitone dei Greci, e la calcara sarebbero stati il motivo di tanta meraviglia che ha fatto immaginare orde diaboliche intente a trasportare il materiale fino a Soleto, per erigere la sorprendente guglia in quella magica ed indimenticabile notte di oltre seicento anni fa.

 

Bibliografia essenziale

M. Cazzato, Note di archivio. Lavori settecenteschi alla guglia di Soleto, in “Voce del Sud”, 14 maggio 1983.

L. Manni, La guglia di Soleto. Storia e conservazione, Galatina 1994.

M. Montinari, Soleto una città della Greca Salentina, Fasano 1993.

S. Muci, Porto Cesareo nel periodo contemporaneo, Guagnano 2006.

Civitas Neritonensis. La storia di Nardó di Emanuele Pignatelli ed altri contributi, (a c. di M. Gaballo), Galatina, 2001.

G. Stranieri, Un limes bizantino nel Salento? La frontiera bizantino-longobarda nella Puglia meridionale. Realtà e mito del limitone dei greci, in “Archeologia Medievale”, XXVII, 2000, 333-355.


[1] Come giustamente mi ha fatto notare l’amico Gino Di Mitri nelle incisioni del Desprez (Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicile di Vivant Denon) la guglia è mostrata come addossata non alla chiesa, ma a un portico verosimilmente posto sul lato ovest.


Storie di lupi mannari. Dall’antica Grecia al Salento

di Paolo Vincenti

Nel 2006 Annu novu Salve vecchiu ha compiuto vent’anni. Sulla copertina del primo numero, un disegno di Vito Russo ritraeva una befana che volava nel cielo di Salve, illuminato da una bellissima luna piena, che era legata ad un filo da un fanciullo (forse il giovane pittore), il quale, seduto su una terrazza con due comignoli fumanti, voleva come tirar giù dalla luna, con la sua corda di aquilone, i sogni; e allo spettacolo assisteva sorniona una gatta, forse tramutazione di qualche invidiosa megera del paese1 .

Già dal primo numero, l’autore della copertina aveva voluto rappresentare Salve nel suo aspetto più nascosto e suggestivo, quello magico e misterioso dei miti e delle leggende di cui Salve, più di ogni altro paese del Capo di Leuca, è ricchissima.

A distanza di quasi dieci anni da quel primo numero, frutto più della scommessa di un gruppo di giovani amici e “ardimentosi” salvesi che di un calcolato progetto editoriale, nel 1995, Antonio Vantaggio dava alle stampe Salve-miti e leggende popolari (Edizioni Vantaggio), una summa di tutte le leggende popolari (arricchita da qualche racconto partorito dalla fervida fantasia del poeta Carlo Stasi) fino ad allora conosciute su Salve.

Anche in questi vent’anni di vita del periodico, numerosi e tutti pertinenti sono stati i contributi sulle tradizioni orali e sugli aspetti folklorici, magici e leggendari della terra di Salve, da parte dei collaboratori di Annu novu. Ricordiamo, allora, la leggenda della Vergine del SS. Rosario; la leggenda del ritrovamento dell’immagine della Madonna delle Gnizze; quella del Monastero dei Frati Cappuccini e del miracolo del grano; la leggenda della Grotta delle Fate, che si trova in quello che è forse il luogo più emblematico della campagna di Salve, cioè la zona dei Fani, custode di mille storie fantastiche tramandate di padre in figlio, oltre che delle stesse origini di Salve; e, alle mitiche origini di Salve, sono collegati anche la leggendaria Cassandra e Lombardello; leggende di satiri e ninfe ai Fani; di sacare castimate; la leggenda del tempietto di Giano e della venuta di San Pietro a Salve; le leggende sulle Vore di Barbarano; la leggenda del coro della chiesa Matrice e di don Giuseppe Valentini; le infinite storie e storielle fiorite intorno al periodo delle incursioni turche e barbaresche sulle coste salentine; leggende di streghe nei pressi del grande carrubo sulla vecchia strada per Ugento; la leggenda dell’acchiatura e quella del monaco corrotto e della sua maledizione scagliata sul paese; la leggenda della nave di Pirro arenata a Torre Pali; quella dell’Isola della Fanciulla; la prodigiosa operazione di sincretismo religioso operata intorno al culto di Santa Marina di Ruggiano;  la leggenda delle secche dei Cavaddhi e quella dell’organo Olgiati-Mauro2.

Inoltre, ci si è occupati dei monicheddhi, bizzarri spiritelli della casa, dell’orco e della catta scianara, che sono ricordi ancora molto vivi nell’immaginario collettivo dei nostri anziani.3

Questa volta ci occupiamo di un’altra figura mitica, ancestrale, spauracchio di intere generazioni di grandi e piccini, protagonista incontrastato delle notti di luna piena: il lupo mannaro.

“Vengono chiamati Lupi Mannari, nei testi di Stregoneria, quegli uomini e quelle donne che sono stati trasformati o si trasformano in lupi; ovvero quelli che si travestono per fingere tale trasformazione talvolta credono – per un’abominevole forma di follia- d’essersi effettivamente cangiati in lupi, e di tali belve prendono le abitudini e i costumi. L’espressione francese Loupsgarous vuol dire loups dont il faut se garer: lupi dai quali ci si deve guardare.” Così descrive i lupi mannari,

Jacques Collin de Plancy, erudito francese dell’Ottocento, esperto di tradizioni popolari, agiografia, demonologia, occultismo, nella sua monumentale opera Dictionnaire Infernal. In quest’opera, nella sezione dedicata alla licantropia, de Plancy fa una rassegna dei più importanti testi letterari sui lupi mannari, passando in rassegna Pierre Delancre, autore di due opere dettagliatissime sull’argomento: L’incredulitè et ècreànce du sortilège pleinement coinvaicues e Tableau de l’inconstance des mauvais anges et dèmons, del Seicento; Jean Bodin, giureconsulto e demonologo angevino,autore, nel 1591, del celebre trattato Dèmonomanie des sorcies; i Discorsi della licantropia, o della trasmutazione di uomini in lupi, trattato del 1599 di Jacques Rickius;  il romanzoPersilete e Sigismondo, ultima opera di Cervantes; il trattato Lycanthropie, del 1615, diJ. De Nyauld, che chiamava questa malattia “follia lupesca” o “licaonia”; la leggenda di Licaone, descritta da Ovidio nelle Metamorfosi; la leggenda di Bisclavret, il lupo mannaro bretone, descritto, tra gli altri, da Maria di Francia nei suoi Lais del 1160; la Topographia Hibernica di Giraldo di Cambria (1147-1223) sui lupi mannari di Ossory; la leggenda sugli irlandesi San Patrizio e San Natale che avrebbero dato origine alla stirpe dei lupi mannari in Irlanda; Jules Garinet,  autore delle Histoire de la Magie en France, del 1818; e così via 4.

Il termine “licantropia” deriva dal greco lykos, “lupo” e  antropos, “uomo” e fin dalle culture primitive il lupo, che minacciava il gregge, unica fonte di sostentamento in un’economia basata prevalentemente sulla pastorizia, era considerato una creatura malefica dalla quale guardarsi. Risale quindi alle civiltà primitive il mito della trasformazione dell’uomo in lupo. La radice indoeuropea wer ci porta all’inglese werewolf , per “lupo mannaro” e al tedesco werwulf.

Frequentissimi sono i riferimenti alla licantropia da parte degli autori greci e latini. Ne parlano Erodoto, nelle sue Storie5  e Petronio Arbitro che, in una delle parti più divertenti del suo Satyricon, la Cena Trimalchionis, fa parlare Nicerote il quale confessa a Trimalcione di avere assistito alla trasformazione di un militare in lupo mannaro6. Virgilio, nell’Eneide7,parla di uomini trasformati in lupi dalla Maga Circe e nelle Bucoliche8, il pastore Alfasibeo canta della trasformazione di Meri in lupo grazie ad alcune erbe donate da una maga. Anche Pomponio Mela parla di licantropia nel De situ orbis9, e così Properzio che, nelle Elegie, parla della maga Acantide, capace di trasformarsi in lupo mannaro10.

Nella mitologia greca, Licaone (da lukos, “lupo”) era il capostipite dei Pelasgi ed il fondatore, sul Monte Liceo, della prima città, Licosura, e questo personaggio si identificava, per via del suo nome, col lupo. Del mito di Licaone, come uomo-lupo, parla Pausania11, e anche Licofrone12 e Igino13,  che raccontano la leggenda secondo la quale Giove si reca in incognito a far visita a Licaone; questi, incerto della natura umana o divina del suo ospite, decide di sottoporlo ad una prova e gli offre da mangiare le carni di un suo figlio che aveva squartato (chiaro riferimento alla pratica della antropofagia, all’epoca ancora presente nella cultura delle popolazioni primitive). Ma il Padre degli dèi si adira per tanta efferatezza e incendia con le sue folgori la reggia di Licaone e lo trasforma in lupo.Del mito di Licaone, parla anche Ovidio nelle sue Metamorfosi14. Secondo la vastissima bibliografia sull’argomento, a Licaone vengono anche attribuiti, come figli, Enotrio, Peucezio e Iapige ai quali si deve la fondazione del nostro territorio salentino15. Plinio, nelle Storie Naturali16, racconta che il pugile Demeneto, avendo sacrificato a Giove Attico un bimbo e mangiatone le interiora, venne trasformato in lupo e tale restò per nove anni; solo al decimo anno poté ritornare uomo e vinse la gara di pugilato a Olimpia.

Zeus e Licaone in un’incisione del Goltzius

Si voleva, con queste storie fantastiche, riportate anche da Pausania, e da Platone17, dare degli insegnamenti, cioè ammonire gli antropofagi Arcadi a lasciare quei vecchi e cruenti riti: infatti, per espiazione, in Arcadia, ogni anno, bisognava estrarre a sorte un membro della comunità, che veniva immerso nelle acque e ne usciva trasformato in lupo; così doveva vagare per nove anni in aspetto ferino e, solo se si fosse astenuto dall’antropofagia, al compimento del decimo anno, avrebbe recuperato le proprie sembianze umane. Nel bosco sacro dedicato a Giove, sul Monte Liceo, infatti, i primitivi fedeli compivano anche sacrifici umani, in onore della divinità;  Lykaion,  “territorio del lupo” era chiamato questo bosco sacro  che si trovava sul Monte Liceo, ad Atene  e, particolare interessante, proprio da questo bosco, dove Aristotele usava tenere le sue lezioni, deriva il termine “liceo” .

Secondo la mitologia greca, Febo e Artemide, divinità legate al sole e alla luna, erano stati partoriti da Latona trasformata in lupa18.  Anche il dio solare Apollo era venerato con il titolo di Liceo (Lykaios), analogamente allo Zeus Liceo venerato nell’Arcadia.

Il lupo è una figura centrale anche nell’antica Roma: infatti, “figli della lupa” si definivano gli antichi Sabini e proprio da una lupa, secondo la leggenda, erano stati allattati i due divini gemelli, Romolo e Remo, fondatori dell’Urbe.

Nell’antica Roma, a febbraio, si tenevano i  Lupercali, feste dedicate al dio Luperco, che si riteneva fosse il protettore delle greggi dall’assalto dei lupi19.  I Lupercali si tenevano nei pressi della grotta sacra a Luperco, che si trovava ai piedi del Palatino, ed era la grotta in cui, secondo la leggenda, la lupa aveva allattato Romolo e Remo. Durante queste feste, i sacerdoti del dio, i  luperci,  nudi, correvano per la città e sferzavano con le loro verghe, rivestite da pelle di montone, le donne fertili che, una volta colpite, sarebbero state fecondate entro l’anno20. Tutte le celebrazioni a Roma si svolgevano in periodi particolari, sempre legati ai ritmi della terra e della vita agricola, per propiziare qualche evento particolare. Quella dei Lupercali era una festa tesa a propiziare la fecondità della terra, ma anche degli animali e degli uomini, alle porte della primavera, quando tutta la natura si risveglia.

Al dio arcaico Luperco venne a sostituirsi poi, nella Roma più evoluta e civilizzata, il dio Fauno21, anch’egli protettore delle greggi ed anch’egli un dio selvaggio ed agreste, creatura dei boschi,  simile al dio Silvano, protettore della foresta (silva). Questa natura selvatica del dio venne conservata anche durante l’età augustea, cioè nel periodo di massimo splendore e fioritura artistica e letteraria di Roma.

Però, in seguito a quel processo di penetrazione della cultura greca nella civiltà romana, noto come ellenizzazione, venne importato in Roma il corrispettivo greco del dio Fauno, cioè Pan, il dio pastorale dell’Arcadia22, dalle piccole corna e dal piede caprino, che spaventa le ninfe e se ne va in giro per il bosco suonando allegramente la sua siringa (strumento che, proprio da questa figura mitologica, verrà chiamato flauto di Pan). Essendo Innus, cioè colui che “penetra”, questo dio è sempre pronto ad accoppiarsi promiscuamente con tutti i frequentatori del bosco, ed essendo Fatuus, cioè colui che “parla”, può anche vaticinare, cioè preannunciare buona o cattiva sorte, proprio come un oracolo, a colui che lo sta ad ascoltare, come dice Virgilio nell’Eneide23.

I Lupercali furono una ricorrenza molto importante  e il culto del dio Fauno- Luperco era molto sentito, soprattutto nel Sud. Tale culto continuò ad esistere anche dopo l’avvento del Cristianesimo sia pure sotto altre mutate forme. Retaggio dei culti pagani, comunque, furono i sacrifici cruenti di molti animali e fra questi, il maiale, che venne sacrificato al cristiano Sant’Antonio Abate. Come afferma Giuseppe Interesse24, Sant’Antonio Abate divenne il corrispettivo cristiano del dio Fauno- Luperco e nel suo culto veniva immolato un maialino, come rito sacrificale. Il porco, infatti, era l’allegoria di Satana che, nel deserto dell’Egitto, aveva tentato l’umile anacoreta cristiano, ed immolare questo maiale significava scacciare Satana ed il peccato. Ma su questo particolare agiografico, che non è  irrilevante ai fini della nostra trattazione, torneremo in seguito.

Per quanto riguarda il nostro tema, la saga dei racconti sui lupi mannari è molto diffusa, nel Medioevo, soprattutto nei paesi nordici: una delle più antiche saghe sui lupi mannari è la islandese Volsung saga 25. In Francia, il tema dei lupi mannari è  presente nei Lais di Maria di Francia, per l’esattezza nel Lai du Bisclavret, lupo mannaro inventato dalla poetessa francese che ricompare in altre opere successive come il Lai de Melion, del 1300, di autore ignoto, il Roman de Renard e il Roman du Renard contrefait , del 1300, sempre nel ciclo bretone; e poi, nel ciclo britannico, nella Narratio de Arturo rege Britanniae et de rege Gorlagon lycanthropo e nella leggenda di Hugues26.

Il tema è anche presente nella tradizione celtica: infatti, proprio il patrono dell’Irlanda, San Patrizio, contende a San Natale Abate, pure molto venerato in quel paese, il primato di aver dato origine alla stirpe dei lupi mannari irlandesi. La leggenda è riferita dal Kongs Skuggsjo, o Specchio dei re, opera norvegese in forma di dialogo del 125027, in cui si racconta che San Patrizio, irritato dagli irlandesi che non volevano convertirsi alla religione cristiana, lanciò loro la maledizione di trasformarsi in lupi mannari, mentre Giraldo di Cambria, nella già citata Topographia Hibernica, attribuisce la stessa tremenda vendetta a San Natalis che trasforma gli abitanti di Ossory in licantropi.

G.Chiari 28 riporta numerosi casi di licantropia, verificatisi nel Cinquecento, in Prussia e in Lituania, in Italia, in Livonia, in Francia, ecc. Il  termine “lupo mannaro” deriva dal latino lupus homenarius, vale a dire “lupo che si comporta come un uomo”.

Ricordiamo che  Lupiae è anche l’antico nome della città di Lecce. Infatti, Luppiòti, (da Luppìu), venivano chiamati in passato gli abitanti di Lecce.

Il medico Galeno (131-200 d.C.) è autore di  un trattato scientifico medievale, Sulla melanconia, in cui, nel III Capitolo, suggerisce dei rimedi terapeutici contro la licantropia, che egli definisce morbo lupino. Così anche Marcello di Sida, medico del III secolo, Oribasio, del IV secolo (Synopseos ad Eustathium filium lib.novem, nel cap.VIII: De lycanthropia quum homines luporum naturam imitantur)Ezio di Amida, del VI secolo (Contractae ex veteribus medicinae tetrabiblos, nel cap.II: De insania lupina aut canina appellata, ex Marcello), Paolo di Egina, del VII secolo (De re medica, nel cap. III: De Licaone, aut lycanthropia), Attuario, del XIII secolo (Medicus, sive De metodo medendi libri sex, nel cap. I: De cerebri dorsique medullae affectibus), i quali tutti cercano di dare una spiegazione psicopatologica del fenomeno licantropico29.

A partire dal Cinquecento, il lupo mannaro viene del tutto identificato come una creatura infernale, un diavolo, se non addirittura lo stesso “Principe dei diavoli”, che assume l’aspetto di un lupo in una delle sue varie manifestazioni. Molte sono le leggende che nascono sui licantropi e, per tutto il Seicento, si manifesta una terribile “caccia alle streghe” nei confronti di questi uomini-lupo, chiamati versipellis da Petronio, nel Satyricon, ossia  uomini che erano ricoperti da folti peli e cambiavano il loro aspetto durante le notti di luna piena.

La figura del Lupo Mannaro entra massicciamente anche nella letteratura mondiale di tutti i tempi, in racconti, romanzi, poesie, fiabe (come non citare, su tutte, l’immortale Cappuccetto Rosso di Perrault), trattati scientifici o pseudo scientifici, atti di processi, ecc.

Nella letteratura italiana,fra tutti, basta citare  Luigi Pirandello e la sua novella Mal di luna. Anche Carlo Levi parla di lupi mannari nel suo romanzo Cristo si è fermato ad Eboli, ambientato proprio in quella regione che, secondo la leggenda, dai lupi prende il nome di Lucania.

Ma perché si diventava licantropi? Vi erano svariati motivi: innanzitutto, per una maledizione, scagliata da Dio, in seguito a comportamenti particolarmente efferati, oppure perché si dormiva a volto scoperto sotto la luna piena; fra le cause, anche la coincidenza della data del concepimento con quella della nascita, cioè se un bambino veniva concepito la notte dell’Annunziata, 25 marzo, e nasceva il giorno di Natale, 25 dicembre, quel bambino sarebbe diventato sicuramente un lupo mannaro, innanzitutto perché le fasi lunari del novilunio e del plenilunio erano considerate portatrici di variazioni negative sull’uomo, e poi perché nascere lo stesso giorno in cui è venuto al mondo Gesù Cristo veniva considerato un atto empio, quasi che si volesse arrecare un’offesa alla divinità: così, anche chi veniva al mondo durante una festività importante, come la Pasqua, il Capodanno o l’Epifania, profanava un tempo sacro; inoltre, si trasformavano in belve le donne adultere30; chi veniva bagnato dall’acqua licantropica, raccolta nelle orme lasciate da un lupo mannaro, oppure  per il morso di un altro licantropo (analogamente a quanto avveniva per i vampiri), oppure ancora perché il prete, durante il rito del battesimo, aveva dimenticato qualche parola, o per aver stretto un patto con il Diavolo che, in cambio dell’anima, consegnava una veste di lupo, indossando la quale si subiva la mostruosa trasformazione.

Numerosi e molto fantasiosi erano anche i rimedi, come colpire in fronte il licantropo con un forcone oppure, se si trattava di una veste stregata, bruciare questa veste, per impedire che  l’uomo-lupo potesse subire altre trasformazioni; per i bambini nati durante la notte di Natale, bisognava incidere ogni anno, per tre anni, il piedino sinistro con un ferro arroventato; accecare il licantropo con una forte luce, che il mostro odia, o ancora, per mettersi in salvo, salire su una rampa di scale, che al licantropo sono vietate31.

Ciò detto, spostiamo la nostra attenzione dal generale al particolare e circoscriviamo il nostro interesse al fenomeno della licantropia a Salve. Diciamo subito, a costo di scoraggiare quei pochi lettori che avessero avuto la pazienza di leggerci fin qui, che i risultati delle nostre indagini sono veramente scarsi. In materia di licantropia a Salve, l’unica fonte in nostro possesso, e quella che ha destato la nostra curiosità, è il Vocabolario dei dialetti salentini di Gerard Rohlfs32, che, nel I Volume, pag. 303, attribuisce a Salve il termine lupu sularu, come sinonimo e/o variante di lupu mannaru, e rinvia al termine puercu sularu, che attribuisce a Carovigno.

Ora, il termine lupu sularu indicherebbe un licantropo che, invece di subire le sue trasformazioni di notte, si trasforma di giorno; ma che collegamenti ci possono  essere tra il lupo e il porco e tra la città di Salve e quella di Carovigno?

Possiamo affermare che, dalle fonti letterarie in nostro possesso, non si può escludere il caso, sebbene rarissimo, di lupi mannari che subiscano la loro trasformazione anche di giorno. A partire dalla cultura greca, il lupo era considerato un simbolo solare. Nell’etimologia di lukos, è presente la radice lik, da cui deriva il nome luce, lux in latino; il lupo è colui che vede al buio e quindi dissipa le tenebre. Successivamente, il lupo venne considerato una creatura d’inferno e conseguentemente identificato con le tenebre, che da sempre sono appannaggio del regno del male. Ma la doppia natura del lupo, solare e ctonia, si conservò nella cultura di tutti i popoli e delle civiltà europee fino all’avvento del Cristianesimo; basti pensare che la tradizione popolare collocava nelle ricorrenze di San Giovanni e di Santa Lucia il momento in cui i licantropi uscivano dai loro nascondigli e andavano in giro a terrorizzare i villaggi e le famiglie.

Infatti, il giorno di Santa Lucia era, prima della riforma del calendario, la data in cui veniva collocato il solstizio d’inverno e nel giorno di San Giovanni era collocato il solstizio d’estate, due momenti di passaggio, fra una stagione e l’altra, e questi momenti di ambiguità erano ben simboleggiati dal lupo mannaro, essere razionale ed irrazionale, contemporaneamente malvagio ( pensiamo alle favole di Esopo, “Superior stabat lupus..”) ed educato (pensiamo alla bellissima leggenda del lupo di Gubbio ammansito da San Francesco).

Il Cristianesimo ha contribuito a dare maggior valore a questa ambivalenza del lupo, a questa sua doppia natura, celeste e terrestre, al tempo stesso benedizione e dannazione per il mitico licantropo. Lo stesso Rohlfs, nel Volume Terzo- Supplemento repertorio italiano-salentino del suo Vocabolario, a pag.990, riporta il termine lìco per “lupo” ma anche per “macchia dei colori dell’arcobaleno sul cielo che annuncia un tempo freddo (dal greco lùkos)”; sempre a pag.990, lica e licàra per “lupa” e a pag.991, licuddi per “lupacchiotto”.

I lupi erano presenti nel territorio di Salve fino all’Ottocento. Aldo Simone dà notizia dell’ultimo lupo presente a Salve, presso la masseria delli Rutti, oggi masseria Cantoro, poi ucciso da un suo amico di Gemini presso la macchia di Rottacapozza33.

Nella leggenda della maledizione del monaco del Convento di Salve  (Salve vuol dire salvati…), fra le varie offese rivolte al paese dal frate cappuccino crapulone e corrotto, c’è anche quella di stare “in società amichevole d’orsi, pantere e lupi”34.

Per quanto riguarda il maiale, -e qui l’associazione con il lupo- ritenuto dai cristiani ricettacolo dello spirito immondo del demonio, anche un maiale mannaro avrebbe, in teoria, potuto subire la sua trasformazione di giorno anziché di notte e diventare quindi sularu invece di lunaru.

L’associazione fra Salve e Carovigno rimane invece del tutto inspiegabile. Secondo il Simone, il Rohlfs fece le sue ricerche sul campo, nel capo di Leuca, dopo la seconda guerra mondiale, quindi negli anni Quaranta. Il Vocabolario dei dialetti salentini è stato pubblicato per la prima volta nel 1956 dall’Accademia Bavarese di Scienze e Lettere di Monaco di Baviera, ma le prime inchieste sul campo, nell’area della Grecìa salentina, sono state condotte nel 1922.  E’ certo che, in quel tempo, le condizioni di vita di un borgo contadino come Salve fossero veramente precarie; la miseria tanta e la scolarizzazione scarsissima. In una comunità rurale, credenze,molto più facilmente suggestionabile da false credenze, è probabile che il Rohlfs si sia imbattuto in tantissime storie e storielle fantastiche spacciate per vere, o addirittura intimamente ritenute tali, dai poveri salvesi di mezzo secolo fa, che egli aveva intervistato durante le sue ricerche. Distrutti dalla fatica nei campi sotto la canicola, i contadini spesso raggiungevano una spossatezza tale che li portava  anche ad avere delle visioni, chiamate mutate, provocate dai fumi e dai vapori che d’estate, soprattutto nelle giornate umide di scrirocco, si alzano dal terreno. Il Rohlfs però aveva anche degli informatori locali che lo accompagnavano nelle sue indagini in loco. Nel Volume Primo del Vocabolario, a pag.10, l’illustre studioso tedesco ringrazia i collaboratori che nelle tre province del Salento (Lecce-Brindisi-Taranto) lo avevano aiutato a raccogliere i materiali dialettali: i comuni più vicini a Salve che compaiono in quest’elenco sono Alessano, per cui ringrazia il Dott.agr.Germano Torsello, e Miggiano, dove ringrazia l’Ins.Aldo Nichil. Purtroppo tutti e due questi intellettuali sono scomparsi. Dalla nostra indagine condotta nei mesi di settembre e ottobre a Salve e nei paesi del circondario, presso molti anziani del luogo, non siamo riusciti ad  avere nessuna notizia in merito a storie di lupi mannari o sulari nella zona.  Forse dobbiamo pensare, molto più prosasticamente, che si sia trattato di una svista, un errore da parte dell’illustre linguista dovuto alla fretta nella compilazione della sua opera, nel senso che egli abbia scambiato il termine lupu solitariu (molto diffuso ancora oggi ad indicare un uomo solitario che se ne va ramingo per le strade del paese) con il termine sularu. Anche questa ipotesi non convince perché, se si fosse trattato semplicemente di un errore, di ricezione o di trasmissione, da parte del Rolhfs, egli non avrebbe argomentato sul lupo mannaro che si trasforma con lo zenith anziché con il nadir. Che si sia trattato di uno sbaglio è invece convinto Gino Meuli che, nella sua opera I Dialetti del Capo di Leuca35, giunta alla terza edizione, traduce il termine sularu con “solitario, misantropo” e ci dice che il termine era utilizzato dai nostri avi semplicemente come uno spauracchio per mettere paura ai bambini e convincerli  a stare buoni.

A pag.994, del Terzo Volume del Vocabolario, Rolhfs aggiunge lupu surdu per “sornione” e poi riporta “lupu lunaru” per licantropo, e lupu sularu sempre per “licantropo” ma anche presente nei comuni di Castrignano dei Greci e Scorrano.

Il campo si restringe: forse, i pochi depositari di qualche aneddoto sullo strano fenomeno, con i quali Rohlfs è venuto in contatto, sono deceduti e non ne hanno lasciato memoria neanche ai loro discendenti. Ma noi non vogliamo rassegnarsi a questa ipotesi e continueremo le nostre ricerche sperando che, nel prossimo futuro, possano dare risultati più soddisfacenti.

(pubblicato in “Annu Novu Salve Vecchiu” n.16, Salve 2006)

 


1 Sul pittore e scultore salvese Vito Russo, tra i fondatori del nostro annuario, insieme ad Antonio Vantaggio ed Americo Pepe, vedi: Francesco Accogli, Vito Russo: uno scultore che onora il Salento,in “Annu novu Salve vecchiu” 2001, pagg.119-128 e Paolo Vincenti, L’arte di Vito Russo, Paese Nostro, febbraio 2006, pag.18.

2 Antonio Vantaggio, Salve-miti e leggende popolari,  Vantaggio Editore,1995.

3 Paolo Vincenti, Tra gatte, orchi e folletti, in Annu novu Salve vecchiu, 2005, pagg.211-219.

 4 Collin de Plancy, Dictionnaire Infernal, in “Storie di lupi mannari,” a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco  Newton Compton, 1994, pagg.1048-1056.

5 Erodoto, Storie, IV Libro, 105.

6 Petronio, Satirycon, Cap.62.

7 Virgilio, Eneide, VII, 15-20.

8 Virgilio, Bucoliche, VIII, 95-99.

9 Pomponio Mela, De situ orbis, II,1.

10 Properzio, Elegie, IV, 5,14.

11 Pausania VIII, 2.

12 Licofrone, 481.

13 Igino, Fabulae, 176.

14 Ovidio, Metamorfosi, I, 163 e ss.

15 Dionigi di Alicarnasso, riportato da F.G.Lo Porto, Civiltà protostoriche in Puglia, in “Studi di storia pugliese in onore di Giuseppe Chiarelli”, a cura di Michele Paone, vol.I, Galatina 1972, pagg.13-23.

16 Plinio, Naturalis Historia, VIII, 80-83.

17 Pausania, op.cit.,, e Platone, Repubblica, VIII, 15, 565 d.

18 AA.vv. La mitologia classica, Edizioni Studium Roma, 1987, passim.

19 Luperci, quindi, da lupum arceo, erano  coloro che difendevano dal  lupo.

20 AA.vv. La mitologia classica,op.cit., passim.

21 Ricordiamo che proprio a Salve molti studiosi hanno ipotizzato l’esistenza, nell’antichità, di un culto del dio Fauno  e di un tempietto dedicato a questa divinità in zona Fani, che, secondo una etimologia, peraltro molto controversa, deriverebbe il suo nome proprio dal dio Fauno, piuttosto che, come propongono altri, da fanum, cioè “fano, delubro”, ossia tempio pagano.

22 Jacqueline Champeaux, La religione dei romani, Il Mulino, 1998, pagg.31-32.

23 Virgilio, Eneide, VII, 81-106.  Ricordiamo che  il dio Pan e gli  altri mitologici abitatori della foresta popolano, a Salve, molte leggende sorte intorno alla zona dei Fani dove, in passato, numerosi contadini e pastori erano pronti a giurare di avere assistito al passaggio di quel colorato e rumoroso corteo di inquietanti esseri che attraversavano la foresta: oltre al Dio Pan, i satiri, le ninfe, che sono le sorelle greche delle linfe romane, le napee, che si trovano soprattutto nei piccoli boschi, e le naiadi,ossia le ninfe delle acque, che cantano nelle sorgenti (Servio afferma che non c’è sorgente che non sia sacra alle naiadi . Servio, Commento all’Eneide, citato da J.Champeaux, op.cit., pag.33).

24 Giuseppe Interesse, Puglia mitica, Schena editore 1983, pag.12.

25 Volsung saga ok Ragnarssaga Lojbroka, a cura di M.Olsen, 1908, capp.V-VIII.

26 G.Chiari, Il lupo mannaro, in  “Mal di luna”, di G.Lutzenkirchen, G.Chiari, F.Troncarelli, M.P.Saci, L.Albano, Newton Compton 1981, pag.62.

27 G.Chiari, op.cit., pag.63.

28 G.Chiari, op.cit., pag.64.

29 G.Chiari, op.cit. pagg.66-67.

30 Poche sono le figure conosciute di donne che si trasformano in lupi mannari, il che non esclude però che anche il gentil sesso possa subire la fatale trasformazione. Nella mitologia greca, la lupa Mormolice, nutrice di Acheronte, il fiume dell’Oltretomba, era considerata un demone femminile che aveva il potere di rendere zoppi i bambini disobbedienti (Ugo Bianchi, La religione greca, Utet 1975, passim) e numerosi sono, soprattutto nel Seicento, i casi di streghe, dette lupe mannore, che assumevano l’aspetto di lupi.

31 Storie di lupi mannari, op. cit., pagg.13-14.

32 G.Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Congedo, 1976.

33 Aldo Simone, Salve, storia e leggende, Milano 1981, pag.182.

34 A.Vantaggio, Salve-miti e leggende popolari, op.cit., pag.47.

35 Gino Meuli, I Dialetti del Capo di Leuca (Grafiche Panico 2006), pag.277.

Il culto dell’uovo nei giorni di Pasqua nel Salento

di Pino de Luca

È giovane l’Italia, appena 150 anni di unità e appena 65 di Repubblica. Italia perennemente divisa nella quale l’abulìa dei suoi abitanti, la sostanziale abdicazione all’esercizio della cittadinanza, lascia pascere gruppuscoli di sguaiati urlanti e li fa credere davvero “rappresentanti dl popolo” in nome del quale litigano e bisticciano per spartirsi privilegi e prebende.

Una fisarmonica stonata di sentimenti da grande paese e di piccoli egoismi per piccole patrie. Ci fu anche un tempo nel quale si dibatteva sulla lingua da parlare. La caduta dell’impero romano e del suo latino apriva la stura ad altri modi di comunicare, quelli del volgo. Il volgare stava per affermarsi. Si scontrarono in molti, fra i più fieri la scuola siciliana e la scuola toscana. S’affermò quest’ultima anche grazie al genio del sommo poeta. Tra l’altro, fu proprio un Venerdi santo che Dante si ritrovò nella selva oscura. E si decise la lingua. Fino a Bembo e Castiglione. Ma le le lingue son sempre pronte a risorgere, incrociarsi e contaminarsi, e il volgare d’allora impallidirebbe senza alcun dubbio al cospetto dell’odierna volgarità, imperante in ogni girone…

Le parole sono pensieri resi fruibili agli altri e cose che, prima o poi, si materializzano.

Il culto dell’uovo nei giorni di Pasqua ha radici remote, legate alla fecondità e alla ripresa della vita. La storia d’Europa e del Mediterraneo ne è pregna. La parola si è poi materializzata nelle endemiche “uova di cioccolata”, a volte ottima e spesso pessima.

Anche nei dolci simbolici e ancestrali c’è stato il culto dell’uovo.

La tradizione scandita dai nomi sopravvive in Sicilia: campanaru o cannatuni a Trapani, pupu ccù l’ovu a Palermo, cannileri nel nisseno, panaredda ad Agrigento e a Siracusa, cuddura ccù l’ovu a Catania, palummedda nella parte sud occidentale dell’isola. Qualunque sia la forma e il nome si tratta di pasta di dolci impreziositi da uova intere cotte nel forno.

Ne abbiamo pure nel Salento, con nomi simili in qualche caso e completamente diversi in altri. I più interessanti sono la “Panareddhra” (dolce) e il “Puddhricasciu” (salato).

Quasi sperduti nella notte dei tempi, ancora qualche forno di paese continua a

Storie di lupi mannari. Dall’antica Grecia al Salento

SALVE, SONO IL LUPO CATTIVO!

di Paolo Vincenti

Nel 2006 Annu novu Salve vecchiu ha compiuto vent’anni. Sulla copertina del primo numero, un disegno di Vito Russo ritraeva una befana che volava nel cielo di Salve, illuminato da una bellissima luna piena, che era legata ad un filo da un fanciullo (forse il giovane pittore), il quale, seduto su una terrazza con due comignoli fumanti, voleva come tirar giù dalla luna, con la sua corda di aquilone, i sogni; e allo spettacolo assisteva sorniona una gatta, forse tramutazione di qualche invidiosa megera del paese1 .

Già dal primo numero, l’autore della copertina aveva voluto rappresentare Salve nel suo aspetto più nascosto e suggestivo, quello magico e misterioso dei miti e delle leggende di cui Salve, più di ogni altro paese del Capo di Leuca, è ricchissima.

A distanza di quasi dieci anni da quel primo numero, frutto più della scommessa di un gruppo di giovani amici e “ardimentosi” salvesi che di un calcolato progetto editoriale, nel 1995, Antonio Vantaggio dava alle stampe Salve-miti e leggende popolari (Edizioni Vantaggio), una summa di tutte le leggende popolari (arricchita da qualche racconto partorito dalla fervida fantasia del poeta Carlo Stasi) fino ad allora conosciute su Salve.

Anche in questi vent’anni di vita del periodico, numerosi e tutti pertinenti sono stati i contributi sulle tradizioni orali e sugli aspetti folklorici, magici e leggendari della terra di Salve, da parte dei collaboratori di Annu novu. Ricordiamo, allora, la leggenda della Vergine del SS. Rosario; la leggenda del ritrovamento dell’immagine della Madonna delle Gnizze; quella del

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