Lecce, piazza S. Oronzo in un disegno della fine del XVIII secolo

di Armando Polito

A chi, come me, è un cibernauta incallito sarà tante volte capitato di sentire il bisogno di rilassarsi, prima di spegnere il pc, concludendo una sessione di lavoro (io lo chiamo così, anche se non mi fa guadagnare un centesimo), caratterizzata da una ricerca in rete mirata (anche se spesso ravvivata proficuamente dalla scelta di parole-chiave a prima vista destinate all’insuccesso), con un’ultima disordinata scorreria dando in pasto al motore di ricerca la prima parola che viene in mente. Succede pure che in questa situazione ci si imbatta in qualcosa di interessante e che, data la stanchezza, si spenga il pc prima di annotare il prezioso link. Niente di drammatico se prima di togliere gli alimenti giornalieri al nostro prezioso strumento non abbiamo avuto l’infelice idea di purgarlo eliminando la cronologia. Fortunatamente questo non è successo con l’immagine di testa, un disegno  custodito nel Museo nazionale di Svezia, dal cui sito (http://emp-web-22.zetcom.ch/eMuseumPlus?service=ExternalInterface&module=collection&objectId=47787&) l’ho tratta. Grazie alle informazioni contenute nella scheda ho appreso che l’autore non è Pinco Pallino e nemmeno Pallone Gonfiato, ma, nientepopodimeno, il grande Jean Louis Desprez (1743-1804). La stessa scheda mi fa sapere che del disegno si è occupato Nils G. Wollin in Desprez en Italie, dessins topographiques et d’architecture, décors de théâtre et compositions romantiques, exécutés 1777-1784, J. Kroon. Malmö, 1935, fig. 68. Purtroppo l’OPAC mi segnala che il libro è consultabile solo nella Biblioteca comunale centrale di Milano e nella Biblioteca nazionale di S. Luca a Roma. Ho detto peccato, perché, consultandolo,  avremmo avuto non solo la certezza che non si tratta di una semplice attribuzione ma, probabilmente, qualche dato in più. Com’è noto i disegni del Desprez vennero utilizzati da Jean-Claude Richard de Saint-Non (1727-1791) per le tavole del suo Voyage pittoresque ou description des royaumes de Naples et de SIcilie, Clousier, Parigi, 1781-1786. Tuttavia nella parte del terzo tomo dedicata alla Terra d’Otranto sono presenti  tavole dedicate a Gallipoli (una), Manduria (una), Soleto (una), Squinzano (una) Maglie (una), Taranto (due) e Brindisi (due). Per Lecce compare solo una tavola raffigurante il chiostro dei Domenicani e solo quelle di Gallipoli, Soleto (Soletta nella didascalia) e Squinzano recano come nome del disegnatore quello del Desprez.  Non so quanto il saggio di Wollin aiuti ad individuare o ad intuire i motivi che spinsero il Saint-Non a non utilizzare il disegno del Desprez. Ammettendo che lo conoscesse, una ragione del mancato utilizzo potrebbe risiedere nella difficoltà di trasferirlo sul rame a causa della sua densità, soprattutto nella parte inferiore, rispetto al disegno del soggetto prima citato, cui fu affidato il compito di rappresentare Lecce. E questo spiegherebbe l’assenza, a quanto ne so, di stampe derivate. Piazza S. Oronzo, comunque, dopo il disegno del Desprez, che molto probabilmente ne costituisce la rappresentazione più antica1, ebbe occasione di rifarsi ampiamente nel secolo successivo, come si può vedere in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/04/lecce-plagiata/.

_____________

1 Nella seconda parte Il Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci provincie, opera di  Giovanni Battista Pacichelli (1541-1695), uscita postuma per i tipi di Parrino a Napoli nel 1703,  tra le pp. 176 e 177 reca inserita la veduta di Lecce che di seguito riproduco e dalla quale ho tratto il successivo dettaglio della piazza, che non presenta, a parte la diversa cura rappresentativa dei particolari (dovuta, secondo me, non solo al minor spazio a disposizione ma soprattutto  ad una stereotipa simbologia delle fabbriche), sostanziali differenze rispetto al disegno del Desprez, posteriore di più di settanta anni.

 

Per la descrizione pacichelliana di Lecce e di Piazza S. Oronzo in particolare vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/07/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta-seconda-parte/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/17/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-814-lecce/

Lecce “città del libro 2017”: non voglio fare il gufo …

di Armando Polito

… ma, visto il precedente, recente flop di Lecce capitale europea della cultura, essere prudenti  nel manifestare entusiasmo , almeno per me, è d’obbligo. Questa volta, però, non si tratta di concorrere per un titolo, perché quello di Città del Libro 2017 la città salentina l’ha in tasca dal 13 maggio u. s., quando il conferimento avvenne nell’ambito della XXIX edizione del Salone del libro a Torino.

Nell’occasione Il ministro Dario Franceschini annunciò l’abolizione dell’IMU per le librerie, aggiungendo, subito dopo, che la tassa sarà a carico del Governo, non dovrà essere sostenuta dai Comuni (riporto passo passo le parole in corsivo, che dovrebbe corrispondere al virgolettato, citandole da http://www.torinotoday.it/eventi/cultura/salone-libro-dario-franceschini-abolizione-imu-librerie.html).

Pur con beneficio d’inventario (non ho riportato io, dopo averle ascoltate, le parole dette), omettendo di dire la mia su titoli, premi, onorificenze, giornate e simili …,  mi permetto di fare delle osservazioni a distanza di qualche mese dall’annuncio ed a mente sufficientemente … raffreddata:

a) siccome a carico del Governo non significa certamente che i suoi componenti metteranno mano al portafogli personale, siamo al solito, disgustoso, anche per una persona di limitata intelligenza, giochetto del dare con una mano ad uno e sottrarre con l’altra ai restanti contribuenti. Abolire significa sopprimere (non trasferire obblighi) e qui l’annuncio mi sembra una sorta di rivisitazione del mito più caro ai politici, soprattutto quando si parla di tasse: quello dell’araba fenice.

b) il solito maligno, prevenuto e ostruzionista potrà affermare che si tratta di una delle tante uscite preelettoralistiche (il suffisso è voluto …) per mendicare una manciata di voti : ogni ppetra azza parete (ogni pietra eleva il muro) si dice dalle nostre parti. Per zittirlo sarebbe bastato annunciare solo l’abolizione; è il colmo che un ingenuo come me debba pure mettersi a suggerire queste finezze, peraltro ampiamente collaudate …

c) nonostante la mia inesistente cultura giuridica, il buon senso mi fa dubitare che il provvedimento sia costituzionalmente legittimo alla luce dell’articolo 3 e che possa trovare fondamento solo parziale nell’articolo 9 (almeno finché questi articoli resteranno in vigore …). Dato che, secondo un altro ministro, con la cultura non si mangia, prevedo una sollevazione di fornai e affini che chiederanno pure loro l’esenzione dall’IMU …, anche perché, se non mangi per un tempo nemmeno tanto  lungo un tozzo di pane, come fai a leggere e, quel che più importa, a capire cosa hai letto con la scarsa irrorazione cerebrale che ti ritrovi?

d) il provvedimento mi sembra la polemica risposta politica con strizzamento d’occhi “laico” all’intenzione manifestata da Virginia Raggi di far pagare l’IMU a chi, in sublime coerenza con lo spirito cristiano, ancora non ha manifestato, unilateralmente (e cce, so’ ffessa? [e che sono fesso?] si dice, sempre dalle nostre parti), la volontà di essere fiscalmente trattato, pur essendo per mestiere più vicino al divino …, come tutti gli altri poveri cristi.

e) trovo scandaloso che si sia preso un provvedimento a favore, tutto sommato e, aggiungerei, ancora una volta, del privato, sbandierando l’alibi (perché di questo, come al solito, si tratta) di riconoscimento e promozione della cultura, quando in un museo, un archivio, una biblioteca, tutti pubblici, per poter avere una semplice foto devi affrontare un iter burocratico stressante e … pagare.

Mi ha fatto, però,  piacere leggere tra le dichiarazioni piene di sbavante entusiasmo di politici ed editori le parole prudenti di due editori salentini. Le riporto citandole dall’articolo a firma di Dino Levante apparso su La gazzetta del Mezzogiorno del 15 maggio u. s. (http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/home/757333/-Lecce-citta-del-libro-2017.html):

Gli unici a non sapere che Lecce è, di fatto, “città del libro” sono evidentemente gli amministratori. Leggendo le loro dichiarazioni, mi pare di capire che si vada più alla ricerca di finanziamenti vari per il cosiddetto “mondo della cultura” che non invece a puntare su iniziative a sostegno della intera filiera del libro. Purché non sia fuoco di paglia, il riconoscimento ottenuto è un’ottima opportunità offerta ad una città che è ricca di libri e di librerie: ora, alle parole, bisogna far seguire i fatti con iniziative concrete (Lorenzo Capone).

Una buona opportunità. Speriamo che questa sia l’occasione giusta per mettere insieme sinergie tra pubblico e privato e che non sia solo una vetrina, strumento di propaganda elettorale o espediente per attrarre consenso politico (Paola Pignatelli della Grifo Edizioni).

Chi vivrà, vedrà …

Lecce: l’obelisco di Porta Napoli, ieri oggi e … domani

di Armando Polito

Non è la prima volta che una testimonianza del passato, per quanto relativamente recente, subisce trasformazioni o, come nel nostro caso, mutilazioni. Se, poi, queste ultime alterano, comunque, l’aspetto originario di un monumento che in modo più esplicito degli altri evoca una importante memoria della storia, l’intervento, appare scellerato, anche se dovesse essere stato dettato da ragioni puramente estetiche, prima agli occhi, poi alla mente e, infine, al cuore. Dimostrazione palese di questo assunto mi pare lo smussamento dei gradini  dell’obelisco del titolo, che qui documento con una serie di foto d’epoca. L’ultima è del 1962; essa è la più antica da me trovata che mostri il discutibile (uso un eufemismo) intervento, dettato, probabilmente,  dalle esigenze del traffico veicolare  che ha amplificato la funzione di rotatoria che pure l’obelisco aveva avuto fin dal momento della sua realizzazione. Per farsi un’idea di questa sorta di prostituzione architettonica  rinvio a Marcello Gaballo-Armando Polito, L’obelisco di Porta Napoli a Lecce, in Il delfino e la mezzaluna (periodico della fondazione Terra d’Otranto), anno III, n. 1, Tipografia Biesse, Nardò, ottobre 2014. Ringrazio fin da ora chiunque vorrà documentare con maggior precisione la data dello stupro e il nome dell’autore. Siccome poi la stupidità umana non ha limiti, mi son voluto cimentare anch’io in questa dimensione e alla fine il lettore troverà una sorpresa …

                                                                             1909

                                                                                       1940

   1949

 

    1952

 1955

        1962

E siamo alla sorpresa promessa. Non mi meraviglierei se fra qualche anno l’obelisco avesse le sembianze che seguono, dico fra qualche anno e non decennio perché a quella data, molto probabilmente, sarà stato demolito integralmente ….

E non mi rallegra certamente il fatto che possa succedere che il carnefice di turno, in un empito di insolita onestà intellettuale, dichiari espressamente di essersi ispirato alla mia geniale proposta …

Lecce, viale Otranto: armonie urbanistiche del passato

di Armando Polito

Che piaccia o no, la crisi economica in atto almeno un effetto positivo, secondo me, lo sta esercitando col ridimensionamento della smania di costruire (con linguaggio psichiatrico potrebbe essere definita come sindrome di ossessione edificatoria compulsiva  …) manifestatasi in tutta la sua invadenza soprattutto negli ultimi decenni del secolo scorso, preceduta, anche nel nostro territorio, dallo sciagurato sventramento di tanti centri storici e non solo (con la perdita irrimediabile di memorie architettoniche, alcune delle quali di indubbio pregio artistico) e dall’osceno deturpamento delle nostre coste. C’è solo da augurarsi che, quando questa famigerata luce in fondo al tunnel (mai similitudine rischiò di diventare più retorica, stupida e ridicola …) apparirà, non si ricominci ad imitare il passato, ma, piuttosto, si tenda alla tutela dell’esistente, pur nella sapiente ristrutturazione e nel rispettoso adeguamento  alle esigenze abitative di oggi.

Per renderci conto di quanto abbiamo perduto per sempre e quale schifo siamo riusciti a creare basta una semplice cartolina illustrata, in molti casi anche dei primi anni 50 ed un po’ di pazienza nello sfruttare adeguatamente Google Maps alla ricerca di una prospettiva attuale che coincida quanto più possibile con quella della cartolina. È quello che ho fatto, come altre volte, anche oggi e per dimostrare quanto detto genericamente all’inizio, nell’imbarazzo, purtroppo, della scelta, ho deciso questa volta di puntare sul capoluogo, proponendo  uno scorcio di viale Otranto qual era nel 1921, impietosamente messo a confronto con quello attuale.

Evito di esprimere ulteriori , dettagliati giudizi e chiudo, ancora una volta, con la solita comunicazione di servizio: sarà graditissima la collaborazione di tutti quei lettori locali che vorranno inviare alla redazione una foto attuale per prospettiva più  vicina all’antica di quanto non sia quella da me tratta ed adattata da Google Maps (anche per chiudere la bocca a chi eventualmente dovesse affermare, pur a denti stretti, che la maggiore gradevolezza dell’antico rispetto al moderno è solo una questione di inquadratura …). In tal caso provvederò quasi in tempo reale alla provvidenziale sostituzione, aggiungendo in didascalia il nome dell’autore dello scatto. Ringrazio anticipatamente quanti vorranno farlo.

Lecce, Porta Napoli ieri e oggi … dentro e fuori

di Armando Polito

Questa serie di viaggi nel tempo da tempo iniziati attraverso la comparazione tra l’aspetto attuale di un luogo e quello antico sta conoscendo una grande partecipazione passiva, nel senso che, mentre è veramente notevole il numero di lettori che volta per volta seguono ciascun post, nessuno ha pensato o avuto la voglia di contribuire attivamente inviando alla redazione qualche vecchia foto possibilmente mai vista prima, in quanto di natura privata, non consistente, cioè, in una una cartolina, anche se quest’ultima, laddove è presente (leggibile …) il timbro postale o la data (anch’essa leggibile) in testa o in calce al messaggio offre un riferimento cronologico più preciso. Nell’attesa, per quanto riguarda la parte documentaria, continuerò a cavarmela sfruttando la rete.

Debbo subito dire che innumerevoli sono le immagini datate di Porta Napoli con visuale, però, extra moenia. Più rara. invece, la visuale opposta (chiedo scusa a tal proposito per i caserecci dentro e fuori del titolo)  e l’unico documento che son riuscito a trovare è la foto che segue tratta da Salento com’eravamo, dove, per quanto riguarda la datazione, si legge  fine anni 30.

Ora è la volta dell’immagine comparativa (stato attuale), che ho tratto ed adattato, come al solito, da Google Maps.

L’imbarazzo della scelta, invece, si pone, come ho anticipato, per la vista opposta, per cui mi limiterò a riportare in ordine cronologico solo le testimonianze più significative

.

Foto di Pietro Barbieri tratta da Gustavo Strafforello, La patria. Geografia dell’Italia. Provincie di Bari, Foggia, Lecce, Potenza, Unione Tipografico-editrice, Torino, 1899,  fig. 59, p. 196. Pietro Barbieri, di origini modenesi, insieme col fratello Augusto trasferì lo studio da Modena a Lecce, ove i due operarono dal 1878 al 1905.  Pietro fu anche pittore di ritratti, le cui foto serviranno di base ai pittori. A lui e al fratello fu commissionato un album fotografico sulla Terra d’Otranto da donare al sovrano insieme con l’Illustrazione dei principali monumenti di Terra d’Otranto, che raccoglieva i contributi monografici di Giacomo Arditi, Francesco Casetti, Luigi Maggiulli, Cosimo De Giorgi, Luigi De Simone e Sigismondo Castromediano. Questa sorta di catalogo venne pubblicato per i tipi di Campanella a Lecce nel 1889. La foto del Barbieri che lo Strafforello incluse nella sua pubblicazione, dunque, è sicuramente anteriore a tale data.

Immagine (stampa) di autore ignoto tratta da Le cento città. Supplemento mensile illustrato del Secolo, Sonzogno, Milano, n. 9420 del 28 giugno 1892.

Foto di  Federico Lazzaretti (1858-1937) tratta da Giuseppe Gigli,  Il tallone d’Italia, op. cit., Istituto italiano d’arti grafiche editore, Bergamo, 1911.

Porta Napoli prima del restauro di qualche anno fa; foto tratta da http://www.salogentis.it/2009/07/11/porta-napoli-accesso-al-centro-storico-di-lecce/

Porta Napoli, stato attuale. Foto tratta da http://www.vacanzelecce.net/scopri-il-territorio/itinerario-fuori-dalle-mura/

Il Salento in ventiquattro immagini di Abraham Louis Rodolphe Ducros (3/6): LECCE

di Armando Polito

Zuil op het plein van Lecce (Colonna nella piazza di Lecce)

È l’unica tavola dedicata a Lecce e, se la rappresentazione della colonna è fedele (come si vede nelle tavole di epoca successiva di cui ho avuto occasione di occuparmi in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/04/lecce-plagiata/), lo stesso non può dirsi del Sedile con i suoi cinque  archetti superiori invece di tre (come si vede nelle tavole appena indicate e come potrà agevolmente vedere il lettore non leccese nell’immagine che segue, mostrante lo stato attuale del luogo).

immagine tratta da http://nessunapretesa.com/tag/lecce/#jp-carousel-28882
immagine tratta da http://nessunapretesa.com/tag/lecce/#jp-carousel-28882

(CONTINUA)

Per la prima parte (BRINDISI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/30/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-16-brindisi/

Per la seconda parte (GALLIPOLI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/12/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-26-gallipoli/

Note storiche, araldiche e genealogiche su Mons. Alfonso Sozi Carafa

Fig. 1

di Marcello Semeraro

 

Gli stemmi rappresentano una sorta di stato civile dell’opera d’arte. Se adeguatamente letti e interpretati, infatti, essi forniscono preziose informazioni sia sulla datazione dell’opera, sia sull’identità, lo status giuridico, le intenzioni e l’ideologia della committenza artistica. Questa premessa è utile per introdurre l’argomento oggetto di questo breve studio: lo stemma episcopale utilizzato da Mons. Alfonso Sozi Carafa, vescovo di Lecce dal 1751 al 1783. La presente indagine, in particolare, prende in esame gli esemplari a lui attribuibili, visibili negli edifici monumentali raccolti attorno a Piazza Duomo.

 

Il personaggio e la sua famiglia

La famiglia Sozi, originaria di Perugia, si vuole discenda dai Paolucci, il cui capostipite sarebbe stato Paoluccio d’Agato o d’Agatone, nobile perugino citato in documenti del 7601. La discendenza dai Paolucci trova comunque riscontro nel blasone, comune alle due famiglie, raffigurante un orso levato (cioè rampante) al naturale in campo d’oro, come si evince dallo stemma Sozi/Paolucci riportato nel Blasone Perugino di Vincenzo Tranquilli, un manoscritto araldico risalente al XVI secolo2.

Nel 1389, ai tempi della rivoluzione popolare a Perugia, molti patrizi furono cacciati dalla città e messi al bando. Tra questi troviamo un Giovan Francesco Sozi che nel 1414 si trasferì nel Regno di Napoli al seguito del capitano di ventura Muzio Attendolo detto Sforza, capostipite della celebre famiglia ducale3. Risale, invece, al 1575 l’acquisto di quello che sarà il feudo di famiglia, San Nicola Manfredi (Benevento), fatto da Maddalena Gentile, vedova di Marcangelo Sozi, che due anni dopo lo cedette al figlio Leonardo Aniello4.

In seguito poi al matrimonio (1656) fra Alessandro Sozi, nato da Ascanio di Leonardo Aniello e da Vittoria Giordano, e Artemisia Carafa della Stadera, figlia di Marcantonio e di Elena Daniele, la famiglia aggiunse al proprio cognome quello dei Carafa5.

Nipote abiatico di Alessandro e Artemisia fu proprio il nostro Alfonso. Egli nacque a San Nicola Manfredi il 7 marzo 1704, quartogenito di Nicola Sozi Carafa, barone del predetto feudo e patrizio di Benevento, e di Anna Maria Merenda, figlia di Giovan Battista, patrizio di Aversa e Cosenza, e di Francesca di Donato6. Dopo essere stato ordinato sacerdote nel 1727, fu creato vescovo di Vico Equense nel 1743, donde nel 1751 fu traslato alla sede diocesana di Lecce. Fu inoltre Lettore di filosofia, teologia e matematica al Collegio Clementino di Roma, diretto dai Padri Somaschi, che per più anni governò come Rettore. Morì il 19 febbraio 1783 e fu sepolto nel Duomo7.

“Uomo rigido e spendido”, “per le magnificenze de’ suoi atti e delle trasformazioni che apportò negli edifici, si poté dire l’Alessandro VII dei suoi tempi e della sua diocesi8.

Fig. 2

 

Lo stemma episcopale

Nei secoli passati lo stemma utilizzato da cardinali, vescovi ed altri prelati riproduceva per lo più la loro arma gentilizia. Ciò dipendeva dal fatto che, per lo più fino alla fine del XVIII secolo, venivano elevati ai vari gradi della gerarchia ecclesiastica soprattutto chierici provenienti da famiglie nobili le quali erano già dotate di uno stemma. Questo uso consolidato è riscontrabile anche nello stemma di Mons. Sozi Carafa, che mutuò il proprio scudo da quello gentilizio, personalizzandolo mediante l’utilizzo di un timbro corrispondente alla sua dignità episcopale, ovvero un cappello prelatizio di verde munito di sei nappe per lato, ordinate in file 1.2.3.

Rammentiamo che a partire dal XV secolo, negli stemmi vescovili ed arcivescovili, il cappello prelatizio cominciò a sostituire progressivamente la mitriache era il timbro caratteristico di coloro che, insigniti dell’ordine espiscopale, non facevano parte del Collegio Cardinalizio9.

Fig. 3

Lo stemma gentilizio dei Sozi Carafa è costituito da uno scudo inquartato, recante nel primo e nel quarto punto il blasone dei Sozi (d’oro, all’orso levato al naturale), mentre nel secondo e nel terzo compare quello dei Carafa (di rosso, a tre fasce d’argento10). Si tratta di una tipica arma di alleanza matrimoniale, dove l’inquartatura corrisponde araldicamente al doppio cognome assunto dalla famiglia in seguito al già ricordato matrimonio fra gli avi paterni del prelato. Il blasone summenzionato è riportato anche dallo Spreti nella sua monumentale opera intitolata Enciclopedia storico-nobiliare italiana (fig. 1).

Fig. 4

Con l’utilizzo della necessaria terminologia tecnico-blasonica, lo stemma episcopale oggetto di questo studio può essere descritto nella maniera seguente: inquartato: nel 1° e nel 4° d’oro, all’orso levato al naturale (Sozi); nel 2° e nel 3° di rosso, a tre fasce d’argento (Carafa). Lo scudo timbrato da un cappello prelatizio a sei nappe per lato, il tutto di verde.

Le testimonianze araldiche di Mons. Sozi Carafa presenti in Piazza Duomo costituiscono una chiara ed efficace rappresentazione visiva di alcuni momenti del suo episcopato e della sua committenza artistica. Segnaliamo in questa sede quelli che ci sembrano gli esemplari più rappresentativi.

All’ingresso di Piazza Duomo, al di sotto delle balaustre dei propilei, fanno bella mostra di sé due scudi sagomati e accartocciati, recanti l’arma del prelato. I due propilei furono costruiti nel 1761 a spese del presule che decise di affidarne la realizzazione all’architetto Emanuele Manieri11. Al termine dei lavori il vescovo fece scolpire le sue insegne, vera e propria firma della sua committenza. Un altro esemplare è visibile sulla facciata del Palazzo Episcopale, racchiuso in uno scudo sagomato e accartocciato di fattezze tipicamente settecentesche (fig. 2).

Nel 1761 Mons. Sozi Carafa fece costruire la fabbrica sull’Episcopio per sistemarvi il nuovo orologio, opera del leccese Domenico Panico12. Secondo il De Simone, il prelato fece abbattere la vecchia gradinata esterna del Vescovado e sulla nuova fece trasportare il nuovo orologio in sostituzione di quello vecchio che era sul portone13. Si può ipotizzare che sia stata questa la circostanza che determinò la collocazione dello stemma, ma non è da escludersi che le ragioni vadano cercate altrove.

Le armi finora analizzate risultano essere acrome, ma se ne possono trovare anche degli esempi smaltati. E’ il caso dei due gradevoli esemplari, stilisticamente molto simili, osservabili all’interno del Duomo, rispettivamente sul fastigio del monumento sepolcrale del vescovo, posto nella navata laterale di destra (fig. 3), e sul fastigio del battistero della navata laterale di sinistra, realizzato per volere del presule da Giovanni Pinto e sistemato nel 1760 (fig. 4)14.

Un altro esempio di composizione cromatica è l’arma dipinta sulla tela dedicata all’Assunta, visibile dietro l’altare maggiore. Il quadro, realizzato dal pittore leccese Oronzo Tiso e collocato nel 175715, reca in basso a sinistra uno scudo ovale accartocciato contenente il blasone episcopale di Mons. Sozi Carafa, committente dell’opera, che proprio in quell’anno riconsacrò il Duomo dopo anni di lavori voluti da Mons. Luigi Pappacoda (1639-1670)16.

Degno di menzione, infine, è l’esemplare che orna il retro di una pianeta di seta rossa, ricamata con motivi floreali e galloni d’oro, conservata nel Museo Diocesano di Arte Sacra (fig. 5). Non si tratta, però, di un caso isolato, perché da un inventario dei beni del presule, redatto nel 1752, risulta che egli utilizzò anche altri paramenti sacri stemmati (piviali, mitrie, altre pianete)17.

 Fig. 5

Note

1. Cfr. V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano 1928-36, suppl. 2, p. 598; cfr. anche E. Ricca, La nobiltà delle Due Sicilie, Napoli 1869, vol. IV, pp. 248-273, dove è presente anche un albero genealogico della famiglia Sozi Carafa.

2. Il manoscritto è consultabile on line al seguente indirizzo: http://bibliotecaestense.beniculturali.it/info/img/mss/i-mo-beu-gamma.y.5.4.pdf

3. Cfr. E. Ricca, op. cit., pp. 251-252.

4. Cfr. ivi, p. 272.

5. Cfr. ivi, p. 273. Per la nobile e antica famiglia Carafa, che si suddivise in due rami detti rispettivamente della Spina e della Stadera e che diede alla cattolicità un Sommo Romano Pontefice nella persona di Paolo IV, rimando a G.B. di Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane, estinte e viventi, Pisa1886, vol. 1, p. 231.

6. Cfr. E. Ricca, op. cit, p. 273.

7. Cfr. ivi, p. 267.

8. Cfr. P. Palumbo, Storia di Lecce, Lecce 1910, rist. Galatina 1981, p. 285.

  1. Cfr. A. Cordero Lanza di Montezemolo, A. Pompili, Manuale di araldica ecclesiastica nella Chiesa Cattolica, Città del Vaticano 2014, p. 19.

10. Nello stemma dei Carafa della Stadera compare a volte anche una stadera all’esterno dello scudo.

11. Cfr. T. Pellegrino, Piazza Duomo a Lecce, Bari 1972, p. 11.

12. Cfr. ibidem.

13. L. De Simone, Lecce e i suoi monumenti descritti e illustrati, vol. I, Lecce 1874, pp. 93-94.

14. Cfr. T. Pellegrino, op. cit., p. 103.

15. Cfr. ivi, p. 65.

16. Cfr. ivi, p. 41.

17. Cfr. M. Pastore, Arredi, vesti e gioie della società salentina dal manierismo al rococò, in “Archivio storico pugliese”, XXXV  (1982),  pp. 133.134.

 

 

Riflessioni sulle reliquie della passione di Cristo della chiesa di Santa Maria del Tempio in Lecce

di Giovanna Falco

 

In occasione della Settimana Santa 2012 su Spigolature Salentine è stato pubblicato l’articolo Lecce e gli strumenti della Passione di Cristo: araldica religiosa e reliquie[1], dove elencando i frammenti sacri attestati nel 1634 da Giulio Cesare Infantino nelle chiese leccesi, si citano anche quelli conservati nella chiesa di Santa Maria del Tempio[2].

Approfondito l’argomento, è stato possibile apprendere ulteriori notizie inerenti reliquie e reliquiari custoditi, forse sino ad una delle soppressioni ottocentesche, nella sagrestia della chiesa dei padri Riformati, e mettere a confronto le testimonianze tra loro discordanti a causa della natura delle fonti: relazioni francescane e descrizioni che, pur se scritte da testimoni oculari, non possono essere considerate attendibili in mancanza di documenti che ne attestano la veridicità.

Infantino cita  «Il Santissimo Chiodo del Signore. Una Spina della Corona di Christo. Due pezzotti del legno della Santa Croce»[3]. Nel Chartularium della Serafica Riforma di S. Nicolò la relazione di padre Gonzaga del 1646 riporta le «una Spina ed un Chiodo di Nostro Signore»[4], così come padre Giovan Battista Moles da Turi nel 1664: «una Spina Coronae Christi Domini Salvatoris nostri, unusque Clavus»[5]. L’abate Giovan Battista Pacichelli del 1686 enumera oltre al Chiodo «una spina insanguinata del Signore, un pezzo del Santo Legno della Croce»[6]. Negli anni Venti del Settecento, infine, padre Bonaventura da Lama elenca: «due spine della corona di Cristo Signore nostro, ed uno de’ chiodi che lo trafissero» e «una piccola Croce, tutta di legno della Croce di Nostro Signore»[7].

Dal confronto si nota come tutte le fonti concordano sulla presenza del Chiodo, ma non c’è corrispondenza sul numero delle Spine (padre da Lama a differenza degli altri ne cita due), né sul legno della Croce. Le relazioni seicentesche del Chartularium, pur se successive alla Lecce sacra,non menzionano questa reliquia. Infantino, inoltre, fa riferimento a «Due pezzotti del legno della Santa Croce», ma solo «un pezzo» è menzionato da Pacichelli. Queste due ultime testimonianze differiscono da quella di padre Bonaventura da Lama:

«Essendo poi morto in questo Convento il Padre Antonio da Castellaneta Predicatore dei Riformati, l’anno 1675, lasciò una piccola Croce, tutta di legno della Croce di Nostro Signore, datali da un Paesano, qual diceva con fede giurata, che soleva tenerla in petto Urbano VIII»[8].

Ritratto di Urbano VIII di Bernini (1632), tratto da commons.wikimedia.org http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Bernini-Urban8.jpg
Ritratto di Urbano VIII di Bernini (1632), tratto da commons.wikimedia.org
http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Bernini-Urban8.jpg

A differenza dell’abate Pacichelli, che riferisce quanto gli fu raccontato durante la sua visita al convento, cioè che la reliquia era stata donata ad un frate «dalla Principessa Donna Olimpia Panfili»[9], padre da Lama cita “una fede giurata” probabilmente conservata nell’archivio francescano.

È stato possibile appurare che dal 1635 al 1645 fu vescovo di Castellaneta Ascenzio Guerrieri, già «Cappellano Segreto d’Urbano VIII»[10], canonico della basilica di Santa Maria in Cosmedin e precettore del cardinal nepote Francesco Barberini[11]. Dato che si è a conoscenza di almeno un altro manufatto simile a quello leccese,  «due particelle del Sacro Legno della Santa Croce di Nostro Signore Gesù Cristo adattate in forma di croce»[12] donate da Urbano VIII (1623-1644) a Barberini, non è del tutto inverosimile supporre che il vescovo di Castellaneta abbia posseduto la reliquia pervenuta successivamente alla chiesa di Santa Maria del Tempio.

Nel 1629 il papa trasferì nella basilica di San Pietro alcuni frammenti della Croce, ribadendone il valore cultuale con la bolla del 9 aprile Ex omnibus Sacris Reliquiis:

«Urbano, estraendo da una Croce del Santo Legno della Croce, che si conserva nella chiesa di s. Ananstasia, e da un’altra parimente conservata nella Chiesa di s. Croce in Gerusalemme, alcune particelle, le fece includere in una Croce di argento, di preziose pietre ornata, e di questa fece un dono alla Basilica Vaticana, ordinando che fosse collocata fra le Reliquie maggiori, e mostrata ne’ consueti giorni al popolo, dopo la Sagra Lancia, e prima della Sagra Veronica, con Indulgenza plenaria ogni volta, che si mostrassero queste tre sacrissime Reliquie»[13].

La reliquia di Santa Maria del Tempio, dunque, potrebbe essere uno dei frammenti della Sacra Croce portati, secondo la tradizione, da san Girolamo e sant’Elena a Roma e custoditi, rispettivamente, nella basiliche di Sant’Anastasia e di Santa Croce in Gerusalemme. Accurate ricerche potrebbero confermare o smentire questa ipotesi.

Interno basilica Santa Croce in Gerusalemme in Roma, tratto da commons.wikimedia.org
Interno basilica Santa Croce in Gerusalemme in Roma, tratto da commons.wikimedia.org

In qualche modo la storia della chiesa di San Giovanni in Gerusalemme si era già intrecciata con quella di Santa Maria del Tempio anche attraverso le vicende del Chiodo: Raimondello Orsini del Balzo, cui padre da Lama attribuisce la donazione della sacra reliquia, intorno al 1386 commissionò per la basilica romana il trittico reliquiario detto altare di San Gregorio[14].

Il Chiodo «assai grosso con la punta tagliata»[15] ove «si vedono stille di sangue»[16], all’epoca di Infantino era riposto «in un bel vaso d’oro, fatto da una collana d’oro offerta à quest’effetto dal Principe di Taranto la prima volta, che adorò questa Santa Reliquia»[17]. Data l’epoca di fondazione del convento (1432), nel 2012 si è attribuito l’atto di devozione a Giovanni Antonio Orsini del Balzo. Nel 1664 padre Moles scrive «Clavus repositus ab Excellentissimo Domino Joanne Antonio Baucio Ursino Comite Lytij ut supra»[18], perché gli assegna erroneamente anche la fondazione di Santa Caterina in Galatina[19]. Senza alcun dubbio Bonaventura da Lama reputa che il Chiodo fu donato con «la Pace, che teneva seco il Conte di Lecce, Raimondo»[20], morto nel 1407.

National gallery in Washington d.c., Gian Lorenzo Bernini, monsignor Francesco Barberini, 1623 circa, tratto da commons.wikimedia.org http://commons.wikimedia.org/wiki/File:National_gallery_in_washington_d.c.,_gian_lorenzo_bernini,_monsignor_francesco_barberini,_1623_circa.JPG
National gallery in Washington d.c., Gian Lorenzo Bernini, monsignor Francesco Barberini, 1623 circa, tratto da commons.wikimedia.org

Non è dato sapere se l’atto di devozione sia da attribuire a Raimondello o ai suoi eredi, sta di fatto che, attenendosi a quanto tramandato dalle fonti, ci si chiede perché una reliquia reputata così importante sia stata offerta alla Madonna del Tempio e non alla basilica di Santa Caterina in Galatina fondata da Raimondello e dotata dagli Orsini del Balzo di numerosissimi frammenti sacri, tra cui una Spina, una scheggia della colonna della flagellazione e un’altra fede appartenuta a Raimondello[21], né alle leccesi chiese di Santa Croce (dove fu sepolta Maria d’Enghien) o di San Giacomo nel Parco (fondata da Raimondello)[22]. Forse la famiglia nutriva una particolare venerazione per una immagine miracolosa della Madonna del Tempio, attribuita nel 1647 da padre Diego Tafuro da Lequile a San Luca[23], conservata in «un’antichissima Cappella che per antica tradizione si dice esse stata de’ Principi di Taranto»[24], ricadente nei giardini del convento di Santa Maria del Tempio.

Blasone Orsini del Balzo, tratto da commons.wikimedia.org
Blasone Orsini del Balzo, tratto da commons.wikimedia.org

I leccesi nutrivano una forte venerazione per la reliquia, perché «per quem Clavum Cives Lytientium multa, et continua beneficie recipiunt»[25] e il «Venerdì Santo la sera, concorre tutta la Città, a baciare il Santo Chiodo, ed insieme la Croce, e le Spine, tutte quel giorno rubiconde»[26], riposte dopo il 1634 in un unico reliquiario d’argento, una croce scrive Pacichelli, un’Ostensorio secondo padre da Lama, che aggiunge:

«Nel Chiodo anche si vedono stille di sangue, né mai l’acqua toccata dal Chiodo per bisogno d’Infermi, che la chiedono con divozione, ha potuto per lo spazio di tanti anni cancellare, o generare, com’è solito del ferro, la ruggine»[27].

L’usanza di immergere nell’acqua il sacro Chiodo «per divozion de gl’infermi» è riportata anche da Pacichelli, che con disappunto ricorda «non però datasi a me questa a gustare per la poltroneria di un laico sagrestano»[28].

 

[1]http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/08/31/lecce-e-gli-strumenti-della-passione-di-cristo-araldica-religiosa-e-reliquie-2/

[2] Cfr. G. C. Infantino, Lecce sacra, Lecce 1634 (ed. anast. a cura e con introduzione di P. De Leo, Bologna 1979). Sulle reliquie in Santa Maria del Tempio cfr http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/17/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta-terza-ed-ultima-parte/  .

[3] G. C. Infantino, op. cit., p. 210.

[4] B.F. Perrone, Chartularium della Serafica Riforma di S. Nicolò. Documenti inediti sulla presenza dei Frati Minori in Puglia e a Matera dal 1429 al 1893, p. 80.

[5] Ivi, p. 130.

[6] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi dell’abate Pacichelli (1680-7), Galatina 1993, p. 76. Riguardo l’opera dell’abate Pacichelli cfr. su questo sito http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/05/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta/  e La Terra d’Otranto ieri e oggi, 14 articoli di Armando Polito di cui l’ottava parte è dedicata a Lecce http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/17/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-814-lecce/

[7] B. Da Lama, Cronica de’ Minori osservanti riformati della provincia di S. Nicolò, a cura di L. De Santis, Lecce 2002, 2 voll., vol. II, p. 56.

[8] B. Da Lama, op. cit., p. 56.

[9] M. Paone, op. cit., p. 76. Olimpia Maidalchini Pamphili (1592-1657) era la discussa cognata di Giovan Battista, papa Innocenzo X (1644-1652), e nel suo testamento devolse un congruo lascito affinché fossero celebrate messe presso le chiese dei Minori Riformati a Roma e a Viterbo, cfr. http://212.189.172.98:8080/scritturedidonne/Testamenti/Pamphili/pdf/MaidalchiniO.pdf .

[10]G.M. Crescimbeni, L’Istoria della basilica diaconale, collegiata e parrocchiale di S. Maria in Cosmedin di Roma, Roma 1715, p. 274.

[11] Cfr. http://web.tiscali.it/enteliceoconvitto/moticense6/5Flaccavento.htm

[12]S. Crepaldi, Santi e Reliquie. Devozione popolare nella diocesi novarese, Cologno Monzese 2012, p. 147. La reliquia, dopo svariati passaggi di proprietà, nel 1717 fu offerta da mons. Lorenzo Gallarati alla comunità di Tornaco nella diocesi di Novara (cfr. Ibidem). Lo stesso pontefice devolse nel 1634 «una Croce di argento con un pezzetto del legno della Santa Croce» alle monache carmelitane della chiesa di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi di Firenze (G. Richa, Notizie istoriche delle chiese fiorentine divise ne’ suoi quartieri, Tomo I, Firenze 1754, p. 324).

[13]G. De Novaes, Elementi della storia de’ sommi pontefici da san Pietro sino al felicemente regnante Pio papa VII, Tomo 9, Roma 1822, p. 222. È la reliquia con cui la mattina del Venerdì Santo in San Pietro è data la benedizione solenne. Puntuali notizie sulle reliquie maggiori della Basilica di San Pietro e la loro provenienza sono in F. Cancellieri, Descrizioni delle funzioni della Settimana Santa nella Cappella Pontificia, Roma 1818, pp. 144-152.

[14] Cfr. http://www.cassiciaco.it/navigazione/monachesimo/conventi/monasteri/italia/toscana/fivizzano/bosco.html. Per l’immagine del reliquiario cfr. http://pesanervi.diodati.org/pn/?a=302.

[15] M. Paone (a cura di), op. cit., p. 76.

[16] B. Da Lama, op. cit., p. 56.

[17] G. C. Infantino op. cit., p. 211.

[18] B.F. Perrone, op. cit., p. 130.

[19] Cfr. Ivi, p. 129.

[20] B. Da Lama, op. cit., p. 56. Sulla suppellettile liturgica denominata pace, cfr. http://www.silvercollection.it/pace.html

[21]http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/04/26/note-sulla-chiesa-e-sul-tesoro-di-s-caterina-dalessandria-in-galatina/

[22]Cfr. P.F. Palumbo,  LibroRosso di Lecce. Liber Rubeus Universitatis Lippiensis, 2 voll. Fasano 1997, vol. I, p. 61. Nella sagrestia del convento francescano era conservato anche «Il dito di San Giacomo Apostolo, che lo tiene in petto, in Statoa di mezzo busto» (B. Da Lama, op. cit., p. 56).

[23] Cfr. Cfr. B.F. Perrone, op. cit., p. 102.

[24] G. C. Infantino, op. cit., pp. 208-9.

[25] B.F. Perrone, op. cit., pp. 130-131.

[26] Da Lama, op. cit., pp. 56-57.

[27] Da Lama, op. cit., pp. 56-57.

[28] M. Paone (a cura di), op. cit., p. 76.

 

L’Arte al tempo del fotoritocco con uno sguardo al Rinascimento. Intervista a Paolo Guido

Gianluca Fedele conversa con l'artista
Gianluca Fedele conversa con l’artista

 

 

di Gianluca Fedele

Ho conosciuto Paolo Guido circa un paio di mesi fa mentre passeggiavo per Lecce. Francesca, la mia ragazza, si è accostata al tavolino dove le stampe raffiguranti alcune opere dell’artista erano in bella mostra e lui, con sarcasmo disinvolto e ironico ci ha invitati a sfogliarle: “non mordono mica!”.

Sono immagini moderne e al tempo stesso pregne di classicismo, qualcosa che sin da subito mi appare come una novità. Prima di avere il tempo di domandare Paolo ci travolge con una infinita valanga di informazioni in merito alle rappresentazioni e all’inusuale tecnica artistica. Ne resto trasportato e al momento dei saluti ci scambiamo i contatti nella promessa di risentirci.

A distanza di qualche mese eccoci qui a chiacchierare nel salotto di casa sua. Anche in questa occasione sono in compagnia di Francesca. Appena giunti in casa si comincia a respirare Arte: ci sono quadri appesi ovunque ma non riconosco in nessuno di essi il tratto di Paolo. Chiedo. Sono opere della madre e del nonno, anch’essi artisti.

Ci accomodiamo nell’ampio salone, lui arrotola una sigaretta e io poggio il registratore sul tavolo.

guido1

 

D.:

Dunque, Paolo, entrando in questa accogliente abitazione ho appurato immediatamente che l’Arte vibra rumorosamente sulle pareti e nel sangue della tua famiglia. Immagino tu l’abbia dentro come una sorta traccia genetica.

R.:

A parte mio padre, che è un geometra (razionalità pura), altre persone importanti nella mia famiglia hanno contribuito inequivocabilmente a sviluppare, consciamente o meno, la mia creatività; mia madre, come mio nonno prima di lei, ha sempre dipinto e lo ha fatto sino a poco tempo fa.

A loro devo il mio attaccamento alla rappresentazione figurativa.

In questo senso posso dire di possedere un percorso di studi che suffraga solo in parte la mia inclinazione artistica. Ho frequentato il liceo scientifico e dopo mi sono trasferito a Pescara per studiare Architettura. Nonostante gli apprezzabili voti a metà esami ho preferito rientrare a Lecce dove mi sono iscritto all’Accademia dei Beni Culturali facendomene convalidare alcuni. Anche in questo caso non ho terminato l’università, probabilmente perché questi ambienti di studio hanno disatteso le mie iniziali aspettative. Di certo c’è che ho sofferto molto il mondo dell’istruzione, con la sua organizzazione approssimativa nella quale l’individuo è prevaricato dall’istituzione stessa che lo dovrebbe forgiare.

guido

D.:

In che modo la scuola dovrebbe forgiare l’individuo?

R.:

In realtà esistono già istituti rientranti all’interno della tipologia a cui mi riferisco, scuole che esaltano e affinano le potenzialità del bambino affinché egli crescendo si immetta nel mondo del lavoro dopo avere preventivamente acquisito una certa manualità. È giusto che il ragazzo scelga fisiologicamente il proprio futuro e non gli venga quasi imposto come spesso accade. Ognuno al proprio posto, dico io: se da piccolo hai la passione di fare il calzolaio quel desiderio deve essere incoraggiato e sviluppato perché un giorno tu possa divenire il migliore del mondo.

Più pratica e meno teoria, quindi: l’intelligenza parte dall’abilità delle mani.

 

D.:

Forse azzardo ma credo di cogliere una connessione tra questo pensiero appena espresso e le giovani figure rappresentate nei tuoi quadri. È così?

R.:

Sì, hai colto in maniera esatta. I soggetti che io amo rappresentare sono bambini perché credo siano figure da recuperare. L’infante racchiude in sé una completezza che gli adulti hanno perduto crescendo e questi ultimi cercano di estirpargli a loro volta in un masochistico circolo vizioso.

Il secolo che viviamo ha coniato terminologie precise per circoscrivere questa delicata età: “infanzia” l’hanno chiamata, ne hanno curato i bisogni e fabbricato in poco tutte le strutture per poterla ‘contenere’ (istruzione, pedagogia, pediatria).

Nella maggior parte dei casi, questa attenzione è stata tutt’altro che disinteressata; si è voluto togliere più che dare poiché, quella del “bambino” è una figura confezionata in funzione del suo potenziale da “grande consumatore”.

guido3

D.:

Potremmo dire che al “bambino interiore” non ci ha pensato nessuno?

R.:

A tal proposito a me piace ricordare un passo del Vangelo di Marco dove si narra di un misterioso ragazzino che scappa nudo al momento dell’arresto di Gesù. È un’immagine meravigliosamente evocativa, nella quale ci vedo lo spirito liberato, la parte spirituale che ognuno di noi possiede, quella che non può essere imprigionata in alcun modo… un exemplum da tenere presente nel portare avanti la propria arte.

 

D.:

Per riutilizzare quel termine che tanto mi è piaciuto, quali sono stati gli artisti che hanno “forgiato” la tua fantasia?

R.:

Intanto bisognerebbe capire cosa si considera con l’appellativo di “artista”.

Ho un tenero ricordo di Edoardo De Candia, pittore leccese negli ultimi periodi della sua vita terrena quando viveva emarginato, alienato dalla società.

Poi, tra i grandi maestri rinascimentali, Giorgione e Lorenzo Lotto rappresentano per me un solido riferimento. Mi piace fantasticare che tra le loro opere ce ne siano alcune ancora da scoprire.

E infine, ma non certo per importanza, ti sembrerà bizzarro ma le mie seduzioni artistiche erano anche a strisce. Mi hanno catturato e folgorato infatti i fumetti che leggevo da bambino: dall’intramontabile Topolino passando per Felix e Geppo, e perfino Jacovitti. Insomma, cose molto popolari e vintage. In quest’ultimo elemento si rintraccia certamente una connessione con ciò che faccio.

guido2

D.:

Devo ammettere che conosco veramente poco di questa corrente artistica Pop nella quale ti identificano. Me ne parli?

R.:

La chiamano Pop Surrealism. Quest’arte giustappunto popolare e surreale nasce dal il pittore statunitense Robert Williams, fondatore della rivista-manifesto Juxtapoz. Si è sviluppata nella cultura underground dove fioriscono tra gli altri il graffitismo, i tatoo, il fumetto, ecc.; un’arte, almeno nella sua fase iniziale, non certa da galleria ma da strada. Infatti anche per questa ragione veniva definita “lowbrow art” proprio per evidenziarne lo stacco con quella che si considera “highbrow” e che deteneva quotazioni molto più elevate. Oggi, non è più così poiché opere come quelle di Mark Ryden, Joe Sorren e lo stesso Williams, tra i capostipiti della suddetta corrente, raggiungono prezzi oggettivamente poco accessibili all’uomo della strada.

guido7

D.:

A proposito di grafica computerizzata: che valore ha un’opera realizzata con l’ausilio di PC e software?

R.:

Partiamo col mettere in evidenza che è sempre la creazione, l’idea, ad avere un valore e non il supporto sul quale essa viene espressa, oppure lo strumento con cui si elabora e si sviluppa.

Immagino che se Michelangelo si trovasse tra noi oggi, avendo a disposizione i nostri stessi mezzi, li userebbe tranquillamente come al suo tempo nella fase preparatoria di un dipinto si utilizzavano i cartoni per lo spolvero.

Ognuno nella propria epoca impiega ciò che ha a disposizione ma sempre con un occhio al passato perché non si può solo guardare in avanti, si deve anche necessariamente attingere dalle precedenti scoperte.

guido14

D.:

E come la si gestisce la questione della facile riproducibilità?

R.:

Che un’opera possa essere clonata, per me come artista, non ha rilevante importanza.

Certo è che ci possano essere acquirenti interessati a possedere, diciamo così, il cliché ma questa è solo una questione di prezzo di mercato e di parametri prestabiliti.

Nel mio caso spesso le opere nascono da un progetto realizzato in digitale e così si concretizzano. Ci sono casi in cui questa fase è solo preparatoria terminata la quale le riporto su tela dipingendo con tecniche della tradizione pittorica classica come ad olio. tipiche del ‘500 e ‘600. Ma anche l’incisione a punta metallica (piombo, rame e argento) o la sanguigna sono tecniche che utilizzo con diletto.

guido4

D.:

Le opere in digitale possono essere considerate come serigrafie?

R.:

Il termine esatto è giclée, sono delle stampe di fine art, eseguite con inchiostri Epson su carta d’archivio museale. Realizzazioni importanti che garantiscono un indice alto di durata nel tempo. Chiaramente per tributare prestigio all’opera una tiratura bassa è fondamentale.

guido5

D.:

Il mercato come risponde di fronte a questa innovazione?

R.:

Il ‘mercato’ predilige ancora le opere uniche, meglio se pittoriche. Come per tutti i mutamenti culturali anche l’avvento del digitale ha bisogno del tempo necessario affinché possa essere compreso e accettato da chi acquista arte. Di certo però io non sono il primo né l’unico a muovermi in questa direzione ma al contrario mi trovo in ottima compagnia; per esempio nel 2011 i miei lavori sono stati esposti a Roma presso la Dorothy Circus Gallery durante la mostra “Would you be my Miracle” affianco a quelle del londinese Ray Caesar e della lituana Natalie Shau, due dei maggiori esponenti di questa contemporanea corrente artistica.

 

D.:

Quanto è importante la funzione della galleria per un artista?

R.:

Gli atelier rappresentano un punto di passaggio per l’artista che vuole misurarsi col mercato e ritracciare un proprio spazio all’interno di esso.

Ovviamente ciascun artista racconta la propria esperienza. Io devo molto alla Dorothy Circus Gallery che citavo pocanzi per avermi permesso di uscire fuori dai confini locali e considerare il mondo come piazza di confronto. Una rivista settoriale l’ha recensita recentemente classificandola all’ottantesimo posto di una graduatoria… un bel risultato se consideri che al primo posto vi è il Louvre. Però non disdegno la strada dove torno col mio banchetto sotto braccio ogni volta che ne avverto il bisogno.

 

D.:

Che poi è proprio lì che ci siamo conosciuti. Cosa ti da in più l’esporre per strada?

R.:

Mettendomi per strada appago il personale bisogno di relazionarmi con la gente. È giusto ogni tanto abbassare il tono dell’Arte, per questo immagino sia più giusto di fare delle mostre in luoghi non esattamente deputati all’arte, dove in una mattinata le opere siano alla mercé della gente comune e non di critici esperti… c’è bisogno, oggi, che l’artista non sia dove te lo puoi aspettare, occorre trovare nuovi posti. C’è anche che nei weekend intercetto le famiglie che passeggiando per il centro storico di Lecce si fermano a osservare le stampe economiche che espongo. Assisto persino a scenette divertenti di bambini che vorrebbero avvicinarsi al banchetto e genitori che li trattengono dal farlo. Allora in questi casi un’immagine la regalo ben volentieri.

???????????????????????????????

???????????????????????????????

D:

Com’è il rapporto tra l’Arte e il territorio?

R.:

Decisamente pessimo! Occorre che rifiorisca e maturi quel senso poetico dell’Arte che pare stia estinguendosi. In questo le istituzioni hanno colpe inespiabili. Bisognerebbe cominciare col ridisegnare le città secondo criteri a misura d’uomo e non solo per finalità economico-cementizie.

Si avverte la mancanza di figure competenti a ricoprire incarichi pubblici e istituzionali; magari, lo dico come esempio e a mo’ di provocazione, bisognerebbe tornare al tempo in cui si diventava professori dell’Accademia per merito acquisito all’interno della bottega.

 

D.:

Ti piacerebbe, come in un film di Woody Allen, tornare indietro nel tempo e vivere in un’epoca più confacente al tuo modo di intendere la società?

R.:

Chi vive bene la propria contemporaneità in qualche modo vive dentro di sé anche altre epoche. Qualcuno sostiene che si possa viaggiare attraverso il tempo. Io credo che lo si possa fare spiritualmente penetrando in questa maniera altri mondi e segnarne le mappe attraverso l’arte.

???????????????????????????????

D.:

Sono inquieti i mondi che rappresenti?

R.:

L’Arte dovrebbe produrre bellezza intorno ma io non ce ne vedo poi tanta. La situazione che viviamo non è delle più floride e certamente questa inquietudine si riflette e ripercuote nella struttura delle mie composizioni. Cerco di dirmi che l’inquietudine è movimento, una modalità con cui si può uscire dalla stasi… cerco di vederne il lato positivo. Solo i bambini ne sono immuni, custodi quali sono di una naturale purezza.

 

D.:

Si può sperare che l’Arte cambi questa cruda realtà?

R.:

Noi viviamo nell’epoca delle immagini e di esse siamo schiavi. Ho lavorato per alcuni anni nella grafica editoriale e pubblicitaria e credo estremamente nella simbologia e nei messaggi che una determinata raffigurazione può contenere e trasmettere. Bisogna solo cambiare il flusso dell’attenzione affinché sia la bellezza a sovrastare la bruttura del consumismo imperante. Spero di contribuire, con le mie opere, a questo auspicato cambiamento.

???????????????????????????????

 

 

 

Icone, luci d’Oriente. A Lecce, in una interessantissima mostra

E’ stata inaugurata nei giorni scorsi una interessantissima mostra di icone, che val la pena visitare sino al 23 dicembre. Il patrimonio esposto comprende icone, testi liturgici d’epoca, arredi sacri, oreficeria religiosa e medaglie.
Il materiale esposto proviene dal Museo delle Icone e della Tradizione Bizantina di Frascineto, un piccolo centro arbëreshe in provincia di Cosenza, che è senz’altro una realtà culturale di primaria importanza nazionale dal punto di vista artistico e religioso dell’Oriente cristiano. Notevole il valore delle opere esposte e particolarmente delle icone di varie epoche, in gran parte provenienti dalla Russia, Grecia, Bulgaria e Romania.

La mostra “Icone, luci d’Oriente”, ospitata presso la Sala Convegni del vecchio Seminario, è stata organizzata dal Comune di Lecce, Arcidiocesi di Lecce e dalla parrocchia di San Nicola di Mira (Chiesa greca).
Curata dalla prof.ssa Caterina Adduci, responsabile del Museo delle Icone e della Tradizione bizantina di Frascineto, vede la collaborazione dell’esimio prof. Gaetano Passarelli, uno dei più autorevoli studiosi di iconografia bizantina.

Mostra icone, Lecce - 1 dic 2014

mostra icone

Quell’annosa vicenda detta “ex Caserma Massa” di Piazza Tito Schipa a Lecce

s-oronzo
ph Giovanna Falco

di Gianni Ferraris

 

Prosegue l’ormai annosa vicenda detta “Ex Caserma Massa” di Piazza Tito Schipa a Lecce. Un cantiere ormai nel degrado assoluto, abbandonato, con una vera e propria foresta sugli scavi e con reperti all’aria aperta. Il progetto di un’azienda privata in projet financing con il Comune di Lecce prevede la costruzione sul sito di un parcheggio sotterraneo e di edifici commerciali, amministrativi, negozi e abitazioni. Dove ora ci sono scavi aperti prima c’era una caserma militare (Massa, appunto) prima ancora un convento quattrocentesco e la chiesa Santa Maria del Tempio. Nel sito si sa per certo che esisteva un cimitero all’epoca “fuori le mura” dove ci sarebbero stati i resti di due sindaci della città oltre a quelli di frati. Contro la realizzazione del progetto è spontaneamente nato un comitato che chiede la salvaguardia degli scavi, la restituzione del sito alla cittadinanza, la creazione di uno spazio verde al posto di parcheggi e centri commerciali, soprattutto in una realtà in cui i negozi sfitti abbondano. Alla base di tutto ciò c’è una scelta politica precisa, si vuole che il centro città continui ad essere assediato dal traffico o che si vada verso una città vivibile, pedonalizzata, ciclabile? Si vogliono auto in pieno centro o sarebbe meglio fare parcheggi di scambio e servizi navetta? Ne abbiamo parlato con l’avvocato Alessandro Presicce del Comitato per la tutela dell’area archeologica e Caserma Massa.

 

Da chi è composto il comitato?

Il Comitato raduna singoli e associazioni che si battono, nella nostra città, per evitare lo scempio derivante dalla distruzione, nella odierna Piazza T. Schipa, delle fondamenta del quattrocentesco convento e chiesa denominati Santa Maria del Tempio. La completa distruzione centralissimo sito archeologico avverrebbe in conseguenza della realizzazione, in project-financing, di un centro commerciale con parcheggio interrato per 500 posti auto proprio sull’area degli scavi.

 

Come si è mosso il comitato fin’ora?

Abbiamo mobilitato l’opinione pubblica cittadina e lanciato una petizione affinché il sito venga tutelato come si conviene ad un bene culturale. La petizione è stata firmata da molti esponenti del mondo della cultura, accademico, da ambientalisti, associazioni tra cui WWF e Legambiente, Italia Nostra, da cittadini e famiglie sensibili, urbanisti, architetti, insomma dal meglio che la città può esprimere in termini di competenze e di amore per il territorio. Ha firmato anche  il Preside della Facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento, il Difensore Civico della Provincia di Lecce, il suo predecessore on. Bray.

 

Con quali esiti?

Il Comune di Lecce intende tener fede alla convenzione di project-financingsottoscritta nel 2010 con la ditta attuatrice (De Nuzzo Costruzioni) e consentire la realizzazione dell’inutile centro commerciale e parcheggio interrato annesso. Il procedimento autorizzativo appare però viziato in più punti e molti passaggi sono stati omessi o posposti rispetto ad un normale iter da seguirsi quando si interviene in una zona che da 500 anni è occupata da strutture storiche di pregio (cfr: delibera GC n. 4/2013)

 

Immagino ci sia stato un parere della soprintendenza ai beni artistici e culturali. 

La Soprintendenza ha inizialmente concesso un parere preventivo “favorevole con condizioni”, ma le condizioni poste non appaiono in alcun modo rispettate nel progetto proposto dal soggetto attuatore! Ora la Soprintendenza deve esprimersi con un parere definitivo sul progetto approvato dalla Giunta Comunale con la citata delibera di Giunta Comunale 4 del gennaio 2013. 

Diciamo inoltre che il convento e la chiesa di Santa Maria del Tempio furono barbaramente abbattuti nel 1971 dall’Amministrazione Comunale dell’epoca, ma – anche grazie al fatto che il piano-strada del 400 è quasi un metro sotto quello attuale – le fondamenta oggi apparse e indagate dall’Università del Salento presentano un elevato che in alcuni punti arriva ad un metro e “presentano caratteri di organicità, unità e buono stato di conservazione che le rendono intangibili ai sensi del Codice dei Beni Culturali” (Dalle Osservazioni ad Assoggettabilità a VIA, punto 3). 

 

I leccesi hanno memoria storica del sito?

Moltissimi, nonostante il tanto tempo trascorso, ne sono affezionati. Lo ricordano come la zona del Tempio, che è stato, oltre che un convento francescano per 500 anni, anche un luogo dove leccesi e forestieri si sono curati nei secoli scorsi.

Il Soprintendente di Lecce, arch. Canestrini, in un intervento pubblico sulla stampa ha definito il progetto del centro commerciale e parcheggio interrato, un “progetto di scarsa qualità”. Per questo speriamo che la Soprintendenza di Lecce, che ha visto alternarsi in questi anni vari dirigenti, voglia bloccare il dannoso e insensato progetto, che peraltro non rispetta le prescrizioni poste.

Capitale della cultura: il dibattito dopo il verdetto. Debole e confuso il progetto Lecce 2019

s-oronzo

di Vincenzo Cazzato*

Siamo tutti dispiaciuti per la mancata elezione di Lec­ce a Capitale europea del­la cultura 2019, ma qualche sia pur minima riflessione su questo verdetto, al di là della reto­rica e delle frasi fatte, bisogna pur farla. Vivendo parte della set­timana a Roma, ho avuto modo – per mia fortuna? per mia sfortu­na? – di assistere alla penultima audizione della delegazione lecce­se nella sede del MAXXI alla pre­senza della commissione esamina­trice (29 settembre). Confesso il mio imbarazzo nel vedere sul pal­co una rappresentanza all’insegna di “questa è la Lecce che conta”, “questa è la Lecce che ci piace” e nella quale io, cittadino salentino, ho faticato a riconoscermi. L’im­pressione era di avere di fronte non una rappresentanza cittadina, ma una delle tante “lobby” lecce­si che con la cultura hanno poco a che fare; insomma un “consor­zio” che – qualora fosse passata la candidatura – avrebbe gestito, secondo certe logiche, le abbon­danti risorse.

Ma andiamo oltre. L’esposizio­ne è stata a dir poco epocale, quando l’abitato di Lecce è stato genialmente paragonato a un uo­vo al tegamino (proiettato sul ma­xischermo!); o quando è apparsa la scritta “Sine putimu” che non è frase in latino maccheronico, ma la traduzione un po’ pasticciata dell’obamiano “Yes we can”.

Mentre si succedevano gli in­terventi, un dirigente del Ministe­ro mi ha chiesto: “Ma chi sono questi? e di cosa stanno parlan­do?”; e poi un imprenditore salen­tino: “Ma perché mai non c’è al tavolo dei relatori qualcuno che parli di cultura, e soprattutto di Lecce?”.

Si, perché le cose dette poteva­no valere per qualsiasi altra città italiana, senza alcun richiamo alle peculiarità di questa città, famosa nel mondo per essere una Capita­le del Barocco. Quest’ultimo termine l’ho sentito pronunciare ra­ramente e a volte anche a spropo­sito. E lo spazio dato al Barocco nel “bid book” si limita, risibil­mente, a poche righe.

Uno degli errori più clamorosi è stato di non costruire una candi­datura seria partendo dall’identità di questa città, dal Barocco in pri­mis. Invece l’assurdo slogan è sta­to: “Oltre il Barocco, la culla di un sogno nuovo”. E così il sogno si è infranto di fronte a una città come Matera che non ha provato vergogna alcuna a presentarsi per come è.

Agli inizi di questa avventura, sull’onda dell’entusiasmo, mi ero permesso di avanzare alcune pro­poste relative al Barocco ma an­che al paesaggio salentino, temi a cui ho dedicato gran parte dei miei studi. Non essendone stata accolta alcuna, ho pensato bene di farmi da parte.

Passeggiando giorni fa per piazza S. Oronzo ho visto alcuni blocchi di tufo gettati in terra alla rinfusa, come in una discarica. Leggo la didascalia: “Barock ‘nd roll”. Ecco la fine che ha fatto il Barocco! “Ma cosa c’entrano que­sti massi erratici con il Barocco” si saranno chiesti i commissari passeggiando per le vie di una Lecce improbabile, con i negozi e i monumenti aperti a tutte le ore, con gli studenti invitati a di­sertare le lezioni per dare l’imma­gine di una città viva? Un po’ co­me quando, ai tempi delle visite di Mussolini, si allestivano faccia­te posticce e si spostavano le popolazioni.

Durante la preparazione del primo “dossier” avevo offerto la mia disponibilità per redigere una lista di “testimonials” eccellenti, che avrebbero potuto dare forza alla candidatura: studiosi del Barocco di fama internazionale ai quali siamo collegati grazie a una “rete” di Centri di Studio, dall’Eu­ropa all’America Latina, ideata dal prof. Marcello Fagiolo. Avere l’adesione di membri dell’Accade­mia dei Lincei e di professori emeriti di tante università sparse nel mondo avrebbe sicuramente costituito una carta vincente. Mi è stato risposto: “Abbiamo i no­stri canali e le nostre idee”. Può darsi, ma se le idee sono quelle poste in atto, uno slogan di Al Bano a favore di Lecce vale quanto quello di Gianna Nannini a favo­re di Siena: cioè zero. A proposi­to di Centri Studi sul Barocco, della “rete” faceva parte un tem­po anche il Centro Studi di Lec­ce,ma pare sia stato deciso di metterlo “in sonno”: un altro brut­to segnale.

È stata quella di Lecce una candidatura fondata sul nulla, cioè su slogan di significato poco comprensibile. Avranno capito i commissari il significato di paro­le come “profitopia”, “artopia”, “ecotopia”, “esperientopia”, “de­mocratopia”, “polistopia”, “talen­topia”, “edutopia”? La leggerezza va bene, i manifesti con persone saltellanti anche, ma poi ci voglio­no i contenuti. Se i commissari in una fase iniziale hanno chiuso un occhio su questa operazione “di facciata”, con la regia di un bra­vo animatore culturale quale Ai­ran Berg, non lo hanno fatto una seconda volta.

Peggio ancora, Lecce è città dove non si fa più cultura. Manca­no le sedi, soprattutto dopo la situazione di “stand-by” del Museo Castromediano; è vero, dimentica­vo, c’è il Must che avrebbe però dovuto in primo luogo ospitare un Museo sulla storia della città il cui fantasma si aggira ancora per le sue stanze.

lecce piazza duomo

Manca una visione lungimiran­te, una volontà di aprirsi a nuove idee. Ci si continua ancora a di­battere sull’area della Caserma Massa (inserita persino nel “bid book”!) avendo davanti un proget­to indecente sotto il profilo archi­tettonico e urbanistico, indegno della nostra città.

A Lecce le istituzioni non dia­logano: Comune, Provincia, So­printendenza (mai invitata al tavolo di Lecce 2019!), Università. Lecce non ha un buon rapporto con la sua Università: le sedi uni­versitarie sono distribuite secon­do logiche che nulla hanno a che vedere con le reali esigenze degli studenti.

Ho citato l’Università, la mia Università. Anche l’Università ha le sue responsabilità su “Lecce 2019”, avendo privilegiato una vi­sione fondata prevalentemente sul­la progettazione dei processi cul­turali, sull’economia del turismo, sul management delle aziende cul­turali con la conseguente esclusio­ne, di fatto, di non poche forze che avrebbero dato un forte con­tributo (mentre dietro tante scelte di Matera c’è stato l’apporto ben leggibile di Università e uomini di cultura).

Per anni, insegnando Storia dell’architettura, mi sono battuto – unico docente del settore – per far comprendere l’importanza di questa disciplina in una città che possiede un patrimonio storico-artistico inestimabile. Anche dall’in­terno di questa istituzione è parti­ta una campagna ambigua per de­monizzarel’identità prevalente di Lecce.

A conclusione di questa me­moria, il mio pensiero va ai tanti giovani che per mesi hanno sposa­to con entusiasmo questa causa e hanno messo a disposizione le proprie competenze e le proprie idee, sognando un traguardo al quale non si è purtroppo arrivati. Sono questi giovani la vera risor­sa e la faccia più bella di “Lecce 2019”.

barocco-leccese-ph-marcello-gaballo

*Professore ordinario di Storia dell’Architettura. Università del Salento

Pubblicato su “Nuovo Quotidiano di Puglia”, 21 ottobre 2014, p. 1.

Lecce, da Capitale a città d’Europa nel Mediterraneo

5 Basilcia di Santa Croce

di Mauro Marino

Direte, è un “ingenuo”, ma io amo Candido, quello ottimista di Voltaire e anche il Candido Munafò di Sciascia e con Candido dico che il problema non è di qualità o meno del Bid Book, o colpa della pioggia che ha rovinato il giorno dell’Eutopia o di Airan Berg o di chissà chi. No, candidamente penso che ciò che è mancata a Lecce 2019 è la spinta della politica, quella dei Big.

C’era per Lecce 2019 uno come l’europarlamentare di lungo corso Gianni Pittella, lucano, fratello del presidente della Regione Basilicata Marcello Pittella, che sogna la Capitale della Cultura Europea per Matera da quando è giunto a Bruxelles nel 1999? No, noi non lo abbiamo avuto! E allora, è andata come è andata. E ancora, se si è potuto sperare nell’autonomia di giudizio della giurati europei, la speranza (la mia), s’è stinta quando, a quelli, si sono aggiunti gli altri di nomina governativa. Poi, mi son tornate all’orecchio le trasmissioni dedicate a Matera da Radio Rai Tre, la voce saputa di Marino Sinibaldi e tutto l’ambaradan che ne consegue e, come Candido, ho pensato: certo, Matera merita di fare la Capitale Europea della Cultura nel 2019, ma anche Lecce e il Salento l’avrebbero degnamente e magnificamente meritato, soprattutto per il grande movimento creativo qui originalmente nato che la Basilicata tutta, certo, non esprime.

Ha vinto comunque il Sud, ma c’è Sud e Sud e noi certo siamo più Sud: quello dei visionari e dei Santi, quello di Candido, degli sciocchi, dell’illusione e della festa. Ma questo, forse, è un altro discorso.

Allora, lasciamo acquietare i clamori, il “giorno dopo” pare sia lungo. Molta l’amarezza per chi ci ha creduto molta anche l’acrimonia di chi non conosce l’esercizio della critica e gode della “sconfitta” affilando “parole” in un autocompiacimento mai propositivo, mai volto al fare… Ma consumare parole non è solo di costoro c’è anche altro da tenere in conto. A questo punto, potremmo pensare di farci invece che Capitale solo e semplicemente “città europea nel Mediterraneo”.

Sedimentare l’esperienza è la chiave di ogni buon progetto, pratica non molto amata da chi è abituato al tutto e subito, al consumare idee sul mercato del “marketing culturale” che immagina i territori come merce da sfruttare per il massimo guadagno senza mai voltare gli occhi per un bilancio, per guardare lo scempio compiuto o la risorsa messa a frutto. Questa volta speriamo che accada: il Salento, Lecce ha necessità di far pausa per prendere le misure del suo “progresso” e per tracciare una mappa dei suoi reali bisogni. Ancora una volta siamo chiamati ad interrogarci sul futuro e lo stop (lo schiaffo) venuto con il “no” per il 2019 è un’opportunità per frenare, per una salutare “revisione” di un processo che, senza soste è in atto dai primi anni Novanta. Credo ce ne sia bisogno, non si può proseguire nel proporre tutto e il contrario di tutto. Armonizzare il paesaggio, la sua natura di Parco, sarebbe il compito di una politica culturale (se abbiamo considerato la cultura traino di sviluppo) che fa politica partendo dalla risorsa territoriale. Mare, campagna, centri storici, risorse creative, queste le qualità da eleggere a guida dell’espansione urbana e delle opere con cui si interviene per dare servizi e per migliorare la nostra vocazione e l’appeal geografico.

Questo non accade. La politica (ma anche le persone) spesso (sempre) son distratte, si appassionano ad un’idea ma dimenticando la coerenza, elemento fondante di qualsiasi atto creativo. Coerenza e costanza operativa occorre per proteggere ciò che oggi è a rischio, ciò che oggi si deprime forzando il futuro. Credete che la lezione (lo schiaffo) servirà per trasformate Lecce e il Salento in ciò che spera di essere? Non serve chiederselo c’è solo da lavorare.

 

Su La Gazzetta del Mezzogiorno di venerdì 24 ottobre 2014

per gentile concessione dell’Autore

Le utopie di Lecce, un capolavoro alla fine del mondo

lecce piazza duomo

di Mariano Maugeri

Il mal di Salento s’insinua anche in chi salentino non è. «Dopo di noi c’è solo l’Albania», scherzano con una battuta gli autoctoni, enunciando più o meno consapevolmente un manifesto di insularità. Una concezione alta di sé che qui coltivavano quando il resto d’Italia confondeva il Salento con il Cilento (la fascia costiera a sud di Salerno), quando pure i bollettini meteorologici indicavano come Puglia meridionale. Ora è, per tutti, il Salento, terra della Taranta, la summa di un’antropologia consegnata al mondo dal saggio “La terra del rimorso”, in cui Ernesto De Martino – quasi a sancire un legame ombelicale con Matera e la Lucania – narrava la singolare mescolanza tra razionalità e magia, l’unione della fascinazione stregonesca con lo spirito religioso da cui è nata la civiltà moderna. Lecce è costruita per stupire. I ricami della natura e quelli del barocco si rincorrono come in un esercizio di stile offerto dai Borboni e da Dio. Due poteri che scelsero di essere rappresentati da un’architettura che ammutolisce.

Basilica_di_Santa_Croce_e_Celestini_Lecce

La penisola salentina è un oceano di luce, la successione di uliveti piantati sulla terra rossa che precipita nelle acque cristalline dello Jonio e dell’Adriatico. Una terra estrema sempre in cerca di una relazione tra misura e dismisura, miseria e nobiltà, alba e tramonto, che qui distano meno di una giornata di cammino. «Questa è la terra dell’ospitalità» arringa Luciano Barbetta, imprenditore di Nardò con laurea in Sociologia alla guida di un’azienda che confeziona capi per le grandi griffe della moda, da Gucci a Cucinelli.

Alfredo Foresta, architetto, erede di una famiglia di costruttori e inventore con il direttore artistico della candidatura, Airan Berg, della galleria di Eutopia, si spinge più in là e traccia su un foglio di carta le distanze che separano Lecce da Bari, Milano, Istanbul, Atene. Una sorta di rosa dei venti geopolitica dalla quale è nato un oggetto di design, un tavolo di ferro e cristallo, che ribadisce anche ai più distratti il ruolo di una città piantata tra i balcani, il levante e il Mezzogiorno. Racconta Foresta: «Di fronte alle ondate di stranieri che nel corso dei secoli occupavano le nostre terre, avevamo solo due armi di difesa: sorridere o scappare». Foresta è un affabulatore e attinge a piene mani dalla scuola retorica greca e dalla critica serrata a tutte le convenzioni, quelle linguistiche in primis, di cui Carmelo Bene, leccese di Campi Salentina, fu interprete geniale: «Noi non siamo capitale della cultura, ma terra di cultura. Gente che non inventa nulla ma reinventa tutto».

marina di andrano

Non è un caso che reinventare Eutopia sia lo slagan di Lecce e Brindisi 2019, un’altra alleanza per nulla scontata, dopo quella di Perugia-Assisi, con l’incantevole città-hub adriatica che vanta un porto e un aeroporto strategico eletto dalle Nazioni Uniti base operativa per le operazioni in Africa e Medioriente.

Le otto utopie di Lecce si declinano nei laboratori urbani gestiti da gruppi locali sul modello di quello creato da Foresta, popolato di start up e giovani designer che lo frequentano alle ore più impensate del giorno e della notte. Raffaele Parlangeli, capo del dipartimento programmazione strategica del Comune e coordinatore del comitato Lecce 2019, ha ideato un progetto a orologeria che ruota attorno alla smart city e ai fondi europei per il periodo 2014-2020. «La pianificazione marcia secondo i tempi previsti e può contare sulla partecipazione diffusa: cultura e innovazione sono i motori del cambiamento».

Quando si parla di cultura a Lecce è impossibile non imbattersi in Tito Schipa, il tenore dei due mondi al quale è intitolato il conservatorio. Il pianista Francesco Libetta, tra i più raffinati esecutori di Chopin e concertista giramondo, è un cultore della memoria musicale salentina. La sua piccola casa discografica, Nireo, è un catalogo delle voci e dei suoni del novecento: tra le ultime pubblicazioni un cd sui cantanti salentini del ‘900 e sulla tradizione musicale di Nardò. Lecce e il Salento sono l’incubatore di una scuola musicale che occupa un posto di primo piano in Europa, una storia lastricata di successi costretta a fare i conti con la cura dimagrante delle tre orchestre cittadine. L’unica sopravvissuta, precisa Libetta, è «a rischio chiusura». Anche il festival per pianoforte, gemellato con quello di Miami grazie alle relazioni internazionali del maestro leccese, è stato sospeso nel 2009 per mancanza di fondi. «C’è un impoverimento che colpisce i giovani», spiega Libetta.

schipa1

Crisi o non crisi, di musica si nutre persino l’anfiteatro romano di piazza Sant’Oronzo, sormontato da palazzotti novecenteschi e razionalisti, una costruzione metafisica simile a un quadro di De Chirico. Su questo sfondo alle 12 di ogni giorno invece dei soliti rintocchi di campane si libera nell’aria la voce possente di Tito Schipa. Un’idea dell’ex sindaco Adriana Poli Bortone, tenuta giustamente in vita dal suo delfino e primo cittadino fittiano, Paolo Perrone, che meriterebbe una replica in molte città italiane. L’architetto Foresta interpreta l’ingresso di Lecce nella short list come un calcio di rigore concesso all’ultimo minuto. L’architetto sa già come andrà calciato. E mima con naturalezza un tiro “a cucchiaio” del celeberrimo repertorio di Francesco Totti.

(per gentile concessione dell’Autore)

di M.Mau. – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/SBuuWX

 

Compatrioti leccesi…

800px-puglia_lecce1_tango7174

di Giuseppe Maria Costantini

Ignoro il modo in cui sia stata presentata Lecce alla giuria, so solo che il clima meteorologico della visita in città era avverso e che il filmato ufficiale era infarcito di arcaici luoghi comuni: in primis “IL BAROCCO” e, soprattutto, QUEL BAROCCO quello dei testi scolastici anni ’60.
Quanto affermano tanti leccesi colti e saggi, in merito alle ragioni della “sconfitta” di Lecce, è certamente vero, ma, non è certamente tutto.
È riduttivo fino all’assurdo che Lecce sia letta e classificata quale città barocca, nella ‘classe’ delle città barocche ci sono almeno una trentina di altri centri urbani italiani più barocchi di Lecce; altrettanto, è riduttivo fino all’assurdo che il tasso di cultura di Lecce sia legato agli spettacoli circensi-parrocchiali che le sei città hanno inscenato davanti alla commissione; temo di essere incomprensibile, ma, è riduttivo fino all’assurdo anche misurare il tasso di “capacità di contaminazione culturale di una città” sugli investimenti delle sue amministrazioni in cultura, il numero di teatri istituzionali e posti entro le mura, idem per i cinema.
Tante città italiane possono essere lette e classificate in maniera a sé stante, Lecce è la testa di un insieme urbano diffuso (più o meno la sua provincia) capace di competere, in ogni aspetto culturale, con qualsiasi altra città italiana, di qualsiasi dimensione.
Conoscete le collocazioni geografiche dei giurati, parlo almeno degli italiani? Avete notato la composizione geografica di questo governo? Credete che Lecce, il Salento, la Puglia, in termini macro-economici, culturali, geo-politici, siano confrontabili con Matera? Matera: città incantevole, soprattutto dopo il terremoto dell’Irpinia. Conoscete Gravina? Credete che, nel loro genere, sia meno di Matera?
Non avete qualche dubbio sul senso economico, geopolitico, di un’eventuale scelta di Lecce?
Vittorio Bodini, sublime poeta e buon “pittore”, nella sua comprensione mono-prospettica di Lecce e dei salentini, nel sua ostinazione, tutta artistica, per una proiezione onirica delle sue emozioni sul suo territorio avito, è stato tanto leccese e salentino da non fare affatto una poesia locale, ma, esprimere i sentimenti internazionali di una classe sociale agonizzante: è riduttivo fino all’assurdo che Lecce e la penisola salentina vogliano trovare una propria iconografia di sé nei versi di Bodini, un luogo metaforico.
È in uscita in questi giorni un libro, curato dal mio amico Sergio Ortese, sulla pittura tardo-gotica nel leccese, chi sa che il Leccese è stato un territorio di grande e originale pittura tardo gotica (anche di là da Galatina)? Il nostro territorio ha una variegatura culturale insuperabile, “Lecce” comincerà a vincere quando si conoscerà-riconoscerà e cesserà di vestirsi di luoghi comuni: non tutta l’urbanità del territorio è a Lecce; non tutto il leccese è rurale; non tutto è contadino; non tutto è barocco; non tutto è arido; non tutto è ulivo e muri a secco; non tutto è greco; non tutto fave e cicorie; non tutto pietra a vista; c’è anche tutto il resto, quello “estromesso”.
A mio avviso, l’ultima popstar che aveva almeno intuito una comprensione tridimensionale del territorio leccese è stato Carmelo Bene, stop.

Un’Annunciazione salentina: sarà pure una crosta, ma fino ad un certo punto …

di Armando Polito

Sull’affresco e sulla fabbrica rinvio al pregevolissimo, anche per la documentazione, post di Massimo Negro  (http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/01/21/lecce-masseria-papaleo-li-ove-dimorano-le-fate/), del quale mi son permesso di utilizzare due foto (a cominciare da quella di testa) per qualche riflessione che mi piace esternare e del cui spessore chiedo anticipatamente scusa a chi per preparazione specifica e sensibilità artistica (altro che separazione delle due culture!…) sarebbe più autorizzato di me a dire la sua.

Quello dell’Annunciazione è certamente uno dei temi religiosi più trattati in pittura e, proprio per questo, molto pericoloso, nel senso che è difficile per qualsiasi artista inventarsi qualcosa di nuovo e resistere all’influsso, magari inconscio, dei predecessori. Qui l’anonimo autore ha dribblato secondo me brillantemente l’ostacolo e, pur senza essere un Raffaello, è riuscito a trasmettere un messaggio di speranza (cos’è in fondo l’Annunciazione se non questo?) sfruttando un tema antico con un linguaggio che certamente è legato, come vedremo, alla visione del mondo predominante nei suoi tempi; ma proprio da questa mediazione nasce quel palpito di sentire universale che accomuna espressioni artistiche lontane nel tempo e nello spazio. Insomma, non c’è futuro trascurando il passato ed il presente; altro che con la cultura non si mangia!, affermazione blasfema, oltre che idiota, in nome della quale si tenta di giustificare tutto, cementificazione, cattedrali nel deserto ed opere incompiute comprese!

Riporto l’episodio biblico nella narrazione di Luca (I, 26-38):

Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo.

L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?».

Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Ho volutamente immesso nel testo due spazi perché chi legge comprenda più facilmente come le battute presenti nelle tre sezioni così create si adattino perfettamente ed indifferentemente, singolarmente prese, a ciò che si vede nell’affresco, anche se quelle della terza sezione sembrano, direi volutamente, più calzanti (in realtà è l’inverso: è l’artista che le ha rese più calzanti al testo e non credo che ci sia casualità in questa sottolineatura definitiva). Che sotto questo punto di vista il nostro anonimo pittore abbia superato l’esame a pieni voti mi pare evidente dando una rapida scorsa a termini di confronto famosi.

Giotto (1267 c.-1337), Cappella degli Scrovegni, Padova
Giotto (1267 c.-1337), Cappella degli Scrovegni, Padova
Beato Angelico (1395 c.-1455), Museo del Prado, Madrid (dettaglio)
Beato Angelico (1395 c.-1455), Museo del Prado, Madrid (dettaglio)
Pinturicchio  (1452 c-1513) Cappella Baglioni in Santa Maria Maggiore, Spello
Pinturicchio (1452 c-1513) Cappella Baglioni in Santa Maria Maggiore, Spello
Lorenzo Lotto (1480/1557), Pinacoteca comunale, Recanati
Lorenzo Lotto (1480/1557), Pinacoteca comunale, Recanati
Carracci (1555-1619), Chiesa di S. Domenico, Bologna
Carracci (1555-1619), Chiesa di S. Domenico, Bologna

In estrema sintesi possiamo dire che il tema attraverso tre secoli di pittura presenta un progressivo affievolirsi di alcuni dettagli legati al concetto del divino (secondo me l’acme di tale processo è raggiunto dal Lotto con la presenza del gatto il cui  dinamismo non è da meno di quello degli altri due protagonisti), sicché in Carracci, rispetto al quale il nostro anonimo, come vedremo, è contemporaneo, la tonalità scura  fa quasi confondere le ali dell’Angelo con le nuvole, mentre l’aureola è assente in lui e nella Vergine, anche se in quest’ultima sembra sfumare e confondersi con il cappuccio del manto.

Il nostro anonimo si spinge oltre: la Vergine che appare è di fatto una dama rinascimentale e l’Angelo (in cui la tonalità scura delle ali ha la stessa funzione già vista nel Lotto e nel Carracci ma l’esito appare poco felice perché troppo contrastante col chiaro dello sfondo) è quasi un paggio, cui non manca neppure la nota “sexy” dello spacco che scopre una gamba, mentre entrambi i piedi, di rozza fattura come la mano sinistra della Vergine, appaiono congelati in una posizione che forse nelle intenzioni dell’autore doveva evocare una sorta di atterraggio. Da notare ancora che l’Angelo impugna il giglio non con la sinistra ma con la destra, scelta obbligata a causa della conformazione della porzione di parete a disposizione. La colomba è nella stessa posizione della tela del Carracci, al quale per la composizione della scena l’anonimo potrebbe essersi ispirato.

Ne vien fuori, al di là dei limiti formali evidenziati (… forma non s’accorda/molte fiate all’intenzion de l’arte…), una rappresentazione tutta laica (stavo per dire pagana) del tema ma, secondo me, l’essenza universale del messaggio rimane intatta, anche se  questa rappresentazione, agli occhi di chi si attiene ai canoni consueti, potrebbe sembrare blasfema e dissacrante.

Una conferma a questa lettura mi pare che la dia il contesto: l’affresco lì dove si trova (non credo la collocazione sia stata casuale) è come una pala d’altare; solo  che per guardarla bisogna levare lo sguardo più in alto del solito. Ed ecco entrare in scena un secondo componente del contesto: la scala.

Essa nel suo duplice percorso diventa metafora dell’uomo composto di corpo e animo (anche anima, per chi ci crede) sospeso, perciò, tra terra e cielo (anche in senso metaforico, sempre per chi ci crede): salendo è improbabile che ci sia una sosta su qualche gradino e che ci si giri a contemplare l’affresco, mentre una volta giunti in vetta è naturale che lo sguardo vi si posi e  che la retta immaginaria che unisce ortogonalmente lo sguardo all’affresco rappresenti il frutto dell’avvenuta ascesa.

Nel percorso inverso lo sguardo può in qualsiasi momento (attenzione a non cadere! …) rivolgersi all’affresco ma quella linea da ortogonale diventerà sempre più obliqua finché, giunti sugli ultimi gradini tornerà perpendicolare … alla porta: siamo tornati, in tutti i sensi, a terra e il cielo metaforico è lontano, anzi non è più visibile, mentre basta varcare la soglia per contemplare quello reale …

Molto probabilmente al di sotto della lunetta contenente l’affresco vi era un’apertura, in seguito murata, con la funzione di illuminarlo dal basso,  oppure un secondo affresco trafugato chissà quando.

Che gli affreschi fossero due (il mancante di sapore più terreno rispetto al superstite?) o uno, è certo che il committente doveva avere una cultura raffinata e che l’anonimo pittore eseguì fedelmente le sue direttive che, senza rinnegare il passato, erano perfettamente in linea con la temperie del tardo Cinquecento.

E, a proposito di date, quella che appare in basso a destra e che di seguito riproduco in dettaglio mi pare essere il 1585 e non il 1518, come altri (http://www.salogentis.it/2012/05/23/il-ninfeo-delle-fate-nella-masseria-papaleo/) ha creduto di leggere.

Per concludere: anche una presunta (fra l’altro da me!) crosta del passato può avere un valore incommensurabile.

Un timelapse per Lecce Capitale della Cultura 2019

Lecce360 è lieta di presentare un originale  TIMELAPSE di Lecce ideato e realizzato da Roberto Leone con la collaborazione di  Marco Spedicato. Un piacevole tributo alla nostra bellissima città che concorre  a diventare Capitale della Cultura 2019.

http://www.lecce360.com/lecce-2019-citta-candidata-capitale-europea-della-cultura

Festeggiare sant’Oronzo mangiando in suo onore un galletto di primo canto

CIVILTA’ CONTADINA DI  FINE OTTOCENTO

NNU JADDHRUZZU PI’ SSANTU RONZU

 

PER LA FESTIVITA’ DI SANT’ORONZO I CONTADINI REGALAVANO AL LORO PADRONE UN GALLETTO DI PRIMO CANTO

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

L’uso leccese di festeggiare sant’Oronzo mangiando in suo onore un galletto di primo canto, traeva origini da un’antica leggenda secondo la quale il Santo – consacrato vescovo personalmente dagli apostoli Pietro e Paolo – aveva  celebrato la sua elezione sgozzando un gallo ai piedi di san Pietro, che da poco approdato sulla costa di Bevagna dimorava nella macchia d’Arneo. Un gesto altamente simbolico in quanto, rifacendosi al racconto evangelico, cioè alla valenza di rimprovero che il canto di un gallo nel pretorio di Gerusalemme aveva avuto nei confronti di san Pietro, con l’uccisione della bestia il neo Vescovo aveva voluto attestare la vittoria spirituale del Principe degli Apostoli, ormai così forte nella fede da non avere bisogno di svegliarini.

Partendo da tali presupposti ne conseguiva che, ammazzando il pollo in onore di sant’Oronzo, in definitiva si recava tributo a san Pietro, ed era proprio in virtù di questa coordinata di approccio che l’usanza, nata in ambito cittadino, aveva messo radici anche nelle campagne, dove, però, le originarie intenzioni puramente laudative avevano sviluppato significanti a pretto interesse categoriale.

I contadini si facevano sì dovere di allevare uno o più galletti per il 26 di agosto, ma solo per farne un  presente al signor padrone, mai nell’intento di regalarlo a un loro pari o, meno che meno, per usufruirne personalmente; e questo anche quando particolari situazioni (buone condizioni economiche,

Lecce plagiata

di Armando Polito

 

Quella riprodotta è la tavola 81 a corredo del testo di Audot padre L’Italia, la Sicilia, le Isole Eolie, l’Isola d’Elba, la Sardegna, Malta, l’isola di Calipso, ecc., Pomba, Torino, 1835, tomo II (http://books.google.it/books?id=4AOTJjM-9YUC&pg=PP2&dq=audot+padre&hl=it&sa=X&ei=eUfKU9TZJ-S9ygP_poCYAw&ved=0CCgQ6AEwAA#v=onepage&q=audot%20padre&f=false); la tavola, insieme con quelle di Brindisi, Bari, Taranto ed Otranto è inserita tra le pp. 216-217.1

Fuori campo in basso a sinistra si legge  Aubert del(ineavit) & sc(ulpsit) e al centro  Audot éd(iteur); perciò, anche se a proposito di questa tavola viene citato di solito soltanto il nome di Audot, cioè dell’editore, per dare a Cesare quel che è di Cesare ed a Dio quel chi è di Dio, bisognerebbe aggiungere che Aubert ne fu il disegnatore e l’incisore.2  Da notare, quasi a sottolineare il marchio tipografico, éd(iteur) in francese contrapposto al latino [del(ineavit) et sc(ulpsit)] che accompagna Aubert.

Quest’altra tavola, invece, è tratta dalla rivista settimanale  L’omnibus Pittoresco, Napoli, anno I, n. 50 del 23 febbraio 1839, pag. 415 (http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3AMIL0132098_184488&teca=MagTeca+-+ICCU).

Fuori campo in basso a destra qui si legge Segoni inc(ìdit). Incìdit (incise) è sinonimo dello sculpsit della tavola precedente. Ad uno sguardo sommario le due stampe sembrano identiche, ma, soffermatomi su alcuni dettagli …

…, potrei affermare, usando il linguaggio matematico, che S (cioé Segoni) = A (cioè Aubert) – DA (cioè i dettagli evidenziati in A) + DS (cioè i dettagli evidenziati in B).

Con l’immagine precedente ho dato la soluzione di un esempio di quel gioco enigmistico che si chiama Scopri le differenze e mi chiedo quanti lettori in più avrei avuto se avessi dato al post proprio questo titolo, nonostante Lecce plagiata sia uno di quelli che, come si dice in gergo, tira … (e tiratura ha o non ha lo stesso etimo?).

Poi mi pongo una domanda molto più seria: se Vincenzo Segoni3 si mostra così bravo da ricalcare quasi perfettamente l’incisione dell’Aubert, supponendo che mai abbia potuto disporre del rame originale, che gli costava dar vita ad una tavola tutta sua? E chi mai potrebbe credere che la scelta dello stesso punto di osservazione possa essere dovuto, guarda caso, al caso, mentre alcuni elementi della composizione (per esempio, in basso al centro, il gruppo dei sei personaggi) sembrano ricalcati?

E pensare che essa veniva pubblicata su una rivista della quale  Benedetto Croce nella sua nota n. 3 (p. 191) alle lezioni di Francesco De Sanctis raccolte dal Torraca (La letteratura italiana nel secolo XIX. Scuola liberale-scuola democratica, Morano, Napoli, 1902) ebbe a dire: le illustrazioni sono, per quei tempi, assai buone.  Ma come faceva il buon Benedetto ad accorgersi di un furto (peraltro molto diffuso nelle carte geografiche in epoca in cui certamente la rappresentazione del territorio non era legato ai sistemi di rilevamento odierni che non possono che dare un esito univoco da cui scaturisce l’assoluta sovrapponibilità, scala a parte, almeno dei profili delle coste) avvenuto prima, in tempi, quali erano i suoi, in cui la diffusione delle pubblicazioni, soprattutto di quelle di taglio scientifico, era limitata, l’unica rete esistente era quella da pesca e il nesso motore di ricerca non compariva neppure tra i romanzi di fantascienza?

Chi pensa che il vizietto della scopiazzatura si sia fermato al 1839 si sbaglia e basta attendere la pubblicazione di un’opera prestigiosa, cioè, di Attilio Zuccagni-Orlandini,  l’Atlante illustrativo, ossia raccolta dei principali monumenti italiani antichi, del medio evo e moderni e di alcune vedute pittoriche, Presso gli Editori, Firenze, 1845; dal secondo volume è tratta la tavola che segue (a differenza delle altre non reca firma di sorta), sulla quale il lettore si potrà esercitare nel gioco enigmistico prima ricordato.

E la caccia continua …

___________

1 La prima edizione (http://books.google.it/books?id=1TgLAAAAYAAJ&printsec=frontcover&dq=l%27italie+la+sicile+les+iles+eoliennes&hl=it&sa=X&ei=qhfNU5nmFKmo4gSO4oDAAw&ved=0CDkQ6AEwAg#v=onepage&q=l’italie%20la%20sicile%20les%20iles%20eoliennes&f=false) era uscita in francese a Parigi un anno prima per i tipi di Audot figlio (Louis Eustache, 1783-1870).

2 L’assenza del nome accanto ad Aubert unitamente al fatto che spesso quest’arte si tramandava di padre in figlio non rende agevole l’identificazione e la collocazione cronologica del nostro.  Debbo ancora una volta ringraziare la Biblioteca Nazionale di Francia che mi ha permesso di giungere alle conclusioni che mi accingo ad esporre non senza essere partito dai dati. E i dati in questo caso sono costituiti dalle stampe, custodite appunto in Francia, recanti la firma Aubert.

Un primo gruppo è costituito dai due ritratti in basso riprodotti e tratti, rispettivamente da http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8414484n.r=aubert.langEN e da http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b84145981.r=aubert.langEN

La prima stampa è, come si legge, il ritratto di F. J. Talma acteur du Theatre Français & Pensionnaire de S. M. I & R.; a sinistra: Hollier del(ineavi)t, a destra Aubert sourd-muet  sculp(si)t. Il soggetto rappresentato visse dal 1763 al 1826, il che ci consente di poter collocare con buona approssimazione la data di esecuzione del ritratto nell’ultimo decennio del secolo XVIII.

La seconda raffigura M.lle Duchénois Actrice du Theatre Français & Pensionnaire de S. M. I & R. In basso a sinistra, esattamente come nel precedente, Hollier del(ineavi)t, a destra Aubert sourd-muet  sculp(si)t.

Sourd-muet fa parte integrante del cognome, quasi fosse uno pseudonimo, comunque un segno distintivo; per saperne di più su questo Aubert sordomuto sono preziose le informazioni che si ricavano da Ferdinand Berthier, L’abbé Sicard, Douniol & c., Parigi, 1873, p. 135: Parmi les artistes qui, de leur coté, lui ont payé leur tribut, nommons avec orgueil le sourd-muet Aubert, collaborateur, pendant de longues années, du célèbre Desnoyers, qui a gravé son portrait (Tra gli artisti che dal canto loro gli [all’abate Roche-Ambroise- Cucurron Aubert, 1742-1822, autore, tra l’altro di Cours d’instruction d’un sourd-muet de naissance, Le Clere, Parigi,1800 e Traité des signes pour l’instruction des sourds-muets, Stamperia dell’Istituzione dei sordomuti, Parigi,1808] hanno pagato il loro tributo, ricordiamo con orgoglio il sordomuto Aubert, collaboratore nel corso di lunghi anni del celebre Desnoyers, che ha stampato il suo ritratto).

Di seguito il ritratto dell’abate fatto da Aubert sourd-muet, tratto da http://www.cndp.fr/mnemo/web/affiche_photo.php?idp=53352&idn=2105017&w_fenetre=1900&h_fenetre=1032

Ometto di riportare il dettaglio relativo al nome dell’incisore perché è assolutamente identico ai due precedenti.

Del secondo gruppo fanno parte:

 http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8409703h.r=aubert.langEN

Didascalia: Louis Dauphin de France né à Versailles le 4 Septembre 1729. A sinistra: Peint par N. Le Sueur; a destra: Gravé par M. Aubert. Il soggetto rappresentato visse dal 1729 al 1765, la scena si riferisce al suo matrimonio e Michel Aubert nacque forse nel 1700 ma morì certamente nel 1757. Molto probabilmente, quindi, l’esecuzione è da collocare proprio intorno al 1757 e, comunque, Michel Aubert visse prima dell’Aubert sourd-muet, anche se non mi è stato possibile ricostruire i probabili rapporti di parentela.

Lo stesso soggetto è nella stampa che segue (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b6940001c.r=aubert.langEN).

Didascalia:  Louis Dauphin de France; all’interno della stampa a sinistra De la Tour pinxit,  a destra: M. Aubert Sculpsit.

Ancora dello stesso autore (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8401757k.r=aubert.langEN):

Didascalia: Concino Concini Maréchal d’Ancre né au Comté de Penna en Toscane, vint en France l’an 1600. Fu tuè le 24 Avril 1617. A sinistra AK(?) Pinxit, a destra M. Aubert sculp(sit).

Ancora dello stesso autore (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b84097431.r=aubert.langEN):

Didascalia: Marie Joseph de Saxe Dauphine de France née à Dresde le u Novembre 1731; a sinistra De la Tour Pinxit, a destra M. Aubert Sculp(sit).

Ancora un ritratto (http://bibliotheque-numerique.inha.fr/collection/3027-carle-van-mander/):

Didascalia: Van-Mander; a sinistra C. Eisen d(elineavit), a destra M. Aubert S(culpsi)t. Charles Eisen visse dal 1720 al 1778. Il soggetto raffigurato è il pittore fiammingo Karel  Van Mander vissuto dal 1548 al 1606.

Il terzo gruppo è costituito da una sola stampa (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b6954074s/f1.zoom.r=aubert.langEN):

Didascalia: Vue de l’Elysée Bourbon prise de l’intérieur du jardin; a sinistra: Couvoisier del(ineavi)t, a destra Aubert fils sc(ulpsi)t.

Siamo al quarto gruppo (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b85311817.r=jean+aubert.langEN):

Didascalia: Claude Gillot de Langres peintre ord(inai)re du Roy en son Academie de Peinture et Sculpture; a sinistra C. Gillot Pinx(it), a destra J. Aubert Sculp(sit). Di Jean Aubert è incerta la data di nascita, morì nel 1741.

Passiamo al quinto ed ultimo gruppo (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8414094n.r=aubert.langEN):

Didascalia: Vue de la cascade de Briars; a sinistra Fortier aqua forti, a destra Aubert sculp(sit). Claude François Fortier visse dal 1775 al 1835.

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8414092t.r=aubert.langEN:

Didascalia: Vue de S.te Hélène et de James-Town; a sinistra: Fortier aqua forti, a destra Aubert sculp(sit).

I temi dominanti o esclusivi (ritratto o paesaggio) in questo o quel gruppo, considerazioni di carattere cronologico e, infine, l’assoluta corrispondenza grafica del nome dell’incisore tra il dettaglio della tavola di Lecce

15  e quelle dell’ultimo gruppo 

mi inducono a pensare che si tratti dello stesso incisore e, tenendo conto che anche il disegnatore (Fortier) è lo stesso è plausibile ascriverne l’esecuzione agli inizi del XIX secolo. L’edizione francese nel frontespizio recita recuillis et publiés par Audot père (raccolti e pubblicati da Audot padre).

Se così fosse la tavola dovrebbe rappresentare la piazza così com’era proprio al principio del XIX secolo). Da notare che delle due statue di Carlo II a cavallo (evidenziate dall’ellisse rossa) presenti nella tavola del Pacichelli (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/17/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-814-lecce/), in basso riprodotta, non è visibile (nelle nostre il campo è più ristretto) quella con annessa fontana.

Nella foto d’epoca che segue il “ricovero” di una delle statue all’interno del Sedile.

3 Sono sue due delle tavole (la IV e la VII, in basso riprodotte) del testo di botanica Plantae rariores di G. Gussone uscito a Napoli per i tipi della Stamperia Reale nel 1826 in due volumi (uno di testo, l’altro con le tavole; per quest’ultimo, che ci interessa più da vicino: http://books.google.it/books?id=VcMZAAAAYAAJ&printsec=frontcover&dq=gussone+plantae+rariores&hl=it&sa=X&ei=myDNU-DGGMXMygPuy4GoAw&ved=0CCsQ6AEwAjgU#v=onepage&q=gussone%20plantae%20rariores&f=false).

Il Segoni fece parte pure della schiera di disegnatori che con le loro tavole corredarono Le antichità di Ercolano esposte edite a Napoli  dalla Stamperia Reale in 8 volumi (versione digitale in http://katalog.ub.uni-heidelberg.de/cgi-bin/search.cgi?sprache=GER&query=le%20antichit%C3%A0%20di%20Ercolano%20esposte&fsubmit=ok&quelle=homepage) dal 1757 al 1792. Di lui sono le tavole XI, XXVa, XXVb e LX del IV volume uscito nel 1765 e la V del V uscito nel 1767, di seguito riprodotte. Dato il numero veramente irrisorio delle sue tavole rispetto ad altri disegnatori posso affermare senz’ombra di smentita che di quel gruppo non costituì certo un elemento di punta. Nel Manuale del forestiero in Napoli uscito per i tipi di Bobel e Bemporad a Napoli nel 1845 nell’elenco degli incisori con il relativo recapito a pag. 131 si legge: Segoni Vincenzo Gradini S. Spirito 52.

zx 

Chiudo con un problema, anzi un’indagine  irrisolta non per colpa mia.

A pag. 537 del testo Le peintre-graveur italien di Alexandre De Vesme, uscito nel 1905 per i tipi di Allegretti a Milano, nel catalogo delle opere di Carlo Porporati (1741-1816) la scheda n. 39 reca la seguente informazione:

Son riuscito a trovare la prima incisione del soggetto fatta da J. G. Wille nel 1774 su disegno del figlio Pierre Alexandre (immagine seguente tratta da  http://purl.pt/5495/3/).

 Vana è stata, purtroppo, ogni ricerca di quelle del Segoni e del Valperga. Confido nell’aiuto di qualche lettore più fortunato di me, perché una comparazione sarebbe estremamente interessante anche per poter eventualmente capire meglio le deviazioni del Segoni rispetto all’Aubert nella stampa di Lecce, da cui tutto è partito.

Una sponsorizzazione femminile dell’anfiteatro di Rudiae nella travagliata storia di una fantomatica epigrafe (CIL IX, 21)? (Prima parte)

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.leccesette.it/archivio/img_archivio1682013151042.jpg
immagine tratta da http://www.leccesette.it/archivio/img_archivio1682013151042.jpg

 

Prima che le risultanze archeologiche ne dessero conferma, l’unica notizia  sull’esistenza di un anfiteatro a Rudiae era quella lasciataci da Girolamo Marciano (1571-1628) nella sua Descrizione, origine e successi della provincia d’Otranto uscita postuma a Napoli per i tipi della Stamperia dell’Iride nel 1855, dove, a pag. 502, si legge: Io ho visto e letto un instrumento mostratomi dal curiosissimo Francesco Antonio De Giorgio mio amico, nel quale si legge che l’anno 1211 a 10 di dicembre Gaita moglie di Orazio Ruggiero di Rudia dimorante in Lecce donò un pajo di case al monastero di S. Niccolò e Cataldo. Dal quale si raccoglie che sebbene la città di Rudia fu distrutta l’anno 1147 da Guglielmo il Malo, tuttavia insino al detto anno 1211, e forse più se ne mantennero in piedi gli avanzi, dappoichè gli abitatori non si ridussero totalmente dentro la città di Lecce. Delle reliquie di questa città oggi non si vede altro che rottami di pietre ed il sito dell’anfiteatro, in cui non sono molti anni fa fu ritrovato un marmo, che oggi si conserva in casa del signor D. Vittorio Prioli1 in Lecce con questa iscrizione:

OTTACILLA M. F. SECUNDILLA

       AMPHITEATRUM

Non si legge altro che questo nel marmo, non essendo intero, ma in molte parti spezzato.

Da quanto appena riportato risulta che l’epigrafe era viva e vegeta fino a buona parte della prima metà del secolo XVII e che il suo rinvenimento, a Rudiae, doveva essere avvenuto presumibilmente (altrimenti, come intendere non sono molti anni fa?) nella seconda metà del secolo XVI2.

Pellegrino Scardino, Discorso intorno l’antichità e sito della città di Lecce, Stamperia G. C. Ventura, Bari, 1607, pag. 12: Fuori della Città presso le mura, in un luogo, dove oggi si vede il convento dei Frati Scalzi di San Francesco, era a’ tempi passati l’Anfiteatro per gli spettacoli del Popolo, del quale, benche oggi nessuna parte ne sia in piedi, nientedimeno fra le cose guaste, e rovinate ne appariscono alcuni segni. Acquista di ciò fede al vero un Marmo ritrovato fra gli edifici sotterranei con inscrittione che comincia OTTACILLA M. F. SECUNDILLA/AMPHITEATRUM non si legge più di questo nel Marmo, non essendo intero; ma in molte parti spezzato e lacero, mercè degli anni che a lungo andare rodono a guisa di tarlo ogni cosa.  Conservava gli anni a dietro questo picciolo Marmo nel suo leggiadretto Museo, degno di vedersi per la varietà dei libri e di molte cose antiche, il signor Ottavio Scalfo, medico e filosofo singolarissimo, la cui acerba ed immatura morte oscurò in buona parte non solo la gloria delle Muse, ma tolse ancora al Mondo la maniera dei più nobili e cortesi costumi. Oggi, fra la compagnia d’altri marmi si vede ricoverato dal signor Vittorio de Priuli, gentiluomo Leccese, sottile investigatore delle cose antiche, il quale, infiammato di ogni virtuoso pensiero, si rende huomo singolare in ogni maniera di alto e liberale mestiere.  

Nonostante l’ambiguità di edifici sotterranei lo Scardino collega senza esitazione il marmo all’anfiteatro di Lecce e in più ci fornisce la notizia che il marmo era stato custodito prima da Ottavio Scalfo3 e poi, confermando il Marciano, da Vittorio Prioli.

Giulio Cesare Infantino (1581-1636), Lecce sacra, Micheli, Lecce, 1634 (cito dall’edizione anastatica Forni, Sala Bolognese,1979, p. 213): Fuori le mura della Città di Lecce, e propriamente nel Parco, è l’antica, e Regia Cappella di S. Giacomo Apostolo, Protettore delle Spagne: la qual Cappella in questi ultimi anni, cioè nel 1610 fù conceduta insieme con un giardino, e parte delle stanze a’ Padri Scalzi di San francesco, i quali hoggi vi dimorano, havendo dato buon principio alla fabrica de’ loro Chiostri. E Cappella assai divota, massime dapoi che i detti Padri vi vennero ad habitare, per essere molto assidui alle confessioni, & altre loro religiose osservanze. Quivi era ne’ tempi antichi un’Amfiteatro per gli spettacoli del popolo, del quale benche hoggi niuna parte ne comparisca, pure frà le cose guaste, e rovinate ne compariscono alcuni segni. Testimonio ne fa un marmo antico, ritrovato sotterra, se ben spezzato, e lacero,che gli anni à dietro conservava appresso di sé con molt’altre cose antiche, degne da vedersi, Ottavio Scalfo Medico in questa Città, e Filosofo singolarissimo, honor di questa Provincia: hoggi si conserva in casa di Giovanna Paladini che fù moglie di     D. Vittorio Prioli, gentil’huomo Leccese, Conte Palatino, & à suoi tempi diligente investigatore delle cose antiche, il cui principio è questo

Ho riportato in formato grafico il resto del testo4 riguardante proprio la nostra epigrafe perché il lettore comprenda più agevolmente come la questione, già complicata di per sé, deve fare i conti con problemi accessori. Un esempio per tutti: quell’Amphiteatrum riportato in tal modo fa pensare che fosse leggibile (da chi?) solo la A e che il resto fosse integrazione (di chi?). In più compare un RE. P. R. che, come vedremo nella prossima puntata, non è presente nella trascrizione del CIL.

Giovan Battista Pacichelli (1634-1695), Il regno di Napoli in prospettiva, Parrino, Napoli, 1703, v. II, pag.. 167 e 168: Accenna Livio, che Lecce, detta ancor Licia, e Lupia, doppo il dominio de’ Salentini, ubbidì al Senato di Roma, e Colonia de’ Romani la testifica Plinio, & un Marmo ritrovato nelle rovine della distrutta Rudia l’autentica.

C. Claudio C. T. M. N. Neroni Cos./ob rem felicissime in Piceno adversus Poenorum/ducem Asdrubalem gestam Sen. Pop.& militum/statio Lupien. A. H. P.5

 [Lecce] esperimentò le vicende della fortuna con l’altre Città distrutte dal re Guglielmo il Malo l’anno 1147, come nota Antonello Coniger nella sua Cronica6 , assieme con la sua Compagna Rudia fabricate ad un tempo dal sudetto Malennio, che per somministrarsi scambievolmente i soccorsi, le congiunse con una strada sotterranea7 , che anche ritiene il nome di Malenniana e se ne scorgono alcuni vestiggi.

Trascurando l’ultimo autore che, fra l’altro, crea un po’ di confusione mettendo in campo l’epigrafe rudina di cui mi sono occupato non molto tempo fa (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/05/01/lepigrafe-di-rudie-ovvero-cil-ix-23-un-maquillage-ben-riuscito-pero/), un bilancio potrebbe così essere stilato: non sappiamo se la testimonianza del Marciano fosse stata già redatta alla data di pubblicazione del lavoro dello Scardino, ma anche se così non fosse stato è da presumere che un umanista del calibro del Marciano abbia trascritto de visu il testo dell’epigrafe ed è difficile immaginare che si sia inventato la contestualizzazione del reperto che, comunque, risulta, come s’è visto, meno generica di quella dello Scardino. Quando, poi, all’assenza o ai dubbi di contestualizzazione si aggiunge pure la scomparsa del reperto, la frittata è fatta.  Così passano i secoli e le memorie spesso sono costrette ad intrecciare le loro nebulosità  non per colpa loro ma degli uomini. Ѐ il caso della nostra epigrafe che, nel frattempo dimenticata e pure fisicamente perduta, ritorna in auge nel 1938 quando, durante la risistemazione dell’anfiteatro di Lecce (Lupiae), venne rinvenuta un’iscrizione oggi, anch’essa, scomparsa:

TRAIANI

IMP III CO

PATRE LIBE

Da allora la costruzione dell’anfiteatro di Lecce, che prima quasi concordemente era stata attribuita ad Adriano, fu da parecchi studiosi attribuita a Traiano. Ci fu pure chi si spinse oltre: G. Paladini8 e R. Bartoccinila considerarono in relazione con la nostra. L’operazione apparve arbitraria già al Susini (Fonti per la storia greca e romana del Salento, Tipografia della S.T. E. B., Bologna, 1962, p. 107) e M. Bernardini (La Rudiae salentina, Editrice salentina, Lecce, 1955, pp. 37-38) dal canto suo rivendicò la probabile provenienza rudina della nostra epigrafe; anche a me pare un’operazione discutibile sul piano metodologico ma alla resa dei conti inaccettabile perché non tiene in alcun conto la testimonianza del Marciano nella quale più chiara non poteva essere la contrapposizione tra Lupiae e Rudiae, tanto più che il brano citato fa parte del capitolo XXIII che ha per titolo Della città di Rudia, sua origine e distruzione. Tuttavia, per onestà intellettuale e prima che qualcuno me lo faccia presente, debbo dire che il lavoro del Marciano fu pubblicato, come s’è detto, postumo con aggiunte del filosofo e medico Domenico Tommaso Albanese di Oria (1638-1685), come recita il frontespizio; secondo me è piuttosto improbabile che una delle aggiunte abbia riguardato, integralmente e pesantemente, proprio questo capitolo.

 

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/09/una-sponsorizzazione-femminile-dellanfiteatro-di-rudiae-nella-travagliata-storia-di-una-fantomatica-epigrafe-cil-ix-21-seconda-ed-ultima-parte/

__________

1 Nelle immagini sottostanti uno scorcio dell’omonima via, Palazzo Prioli al civico 42 (settembre 2011; oggi, dopo il restauro, è sede del resort Mantatelurè)  e il dettaglio dello stemma della famiglia Prioli.

 

Vittorio Prioli, appartenente ad una famiglia di origini venete, fu una delle figure di spicco della cultura leccese tra XVI e XVII secolo. Fu sindaco nel 1593; il suo nome compare più volte negli atti del processo di beatificazione del gesuita Bernardino Realino di Lecce (Sacra rituum congregatione Eminentissimo et Reverendissimo Domino  Cardinali Pedicini relatore Neapolitana seu Lyciensis beatificationis et canonizationis venerandi servi Dei Bernardini Realini Sacerdotis Professi Societatis Jesu, Summarium super virtutibus, Tipografia della Reverendissima camera apostolica, Roma, 1828, passim) come donante di una cassa di cipresso foderata di tela d’oro in cui fu trasferito il gesuita a due mesi dalla morte avvenuta, appunto, il 2 luglio 1616. Egli  era sicuramente vivo alla data del 1627 perché nel catasto di Monopoli di quell’anno, carta 489 v.,  Giovanni di Francesco Palmieri risulta debitore di ducati 233, 1, 13 nei confronti del monastero di San Giovanni Evangelista  di Lecce e di ducati 116, 3, 6 a don Vittorio Prioli della stessa città).

Per le sue mani potrebbe essere passato, oltre alla nostra epigrafe, anche il manoscritto delle Cronache di Antonello Coniger (Ferdinando Galiani, Del dialetto napoletano, Mazzola-Vocola, Napoli, 1779, p. 109: … si conserva ms. presso del Signor Conte D. Vittorio Prioli; per motivi temporali dovrebbe trattarsi di un discendente del nostro).

E proprio nelle  Cronache del Coniger all’anno 1511 si legge: In questo anno alo primo de maggio fo morto mio fratello Gio. Francisco Coniger, & per non haver fillij lecitimi ho successo io Antonello Coniger, & alla Baronia. In questo anno alle 29 di Maggio lo dì della Sensa (?) venne uno Corsaro de Turchi cum dui barcie, una Galera e cinq. fusti  in San Cataldo pigliò la Turre per forza, amazò tutti trovati dentro, mise foco a magazeni, & pigliò più di cento butti pieni di Oglio di Citatini di Lecce, tra li quali Messer Vittorio de prioli ncinde ebbe cinquanta, & cinq. Molto probabilmente il Vittorio de prioli qui nominato era il nonno del nostro.

C’è da pensare che mai il Prioli sospettò che l’iscrizione da lui custodita potesse riferirsi all’anfiteatro di Rudiae leccese, se è attendibile quanto afferma Jacopo Antonio Ferrari (1507-1587) nell’ Apologia  paradossica (Mazzei, Lecce, 1707; cito dalla seconda edizione, stesso editore, stesso luogo, del 1728, p. 141) : Rodia è quella che scrisse Strabone d’essere situata meno di diece miglia lontana da Brindisi, le cui vestigie essendo per molti secoli a pochissimi note, per trovarsi tra la terra di Misagne ed il Castello di Latiano, li signori Claudio Francone Signore di detto Castello di Latiano, e ‘l Signor Vittorio Prioli suo affine nostri Patrizj Leccesi dottissimi, essendo insieme andati a ritrovare tra quei boschi di olive, che ora l’hanno coverte, l’hanno parimente vedute, e chiaritisi d’essere quella, per ritenere quel deserto luogo il suo antico nome di Rodia presso de’ popoli vicini e de’ pastori, che là pascono la loro gregge.

Un’altra notizia sugli interessi antiquari del nostro è contenuta in Girolamo Marciano, op. cit., p. 28: Si conserva un marmo di queste antiche lettere [messapiche] nella città di Lecce in casa del chiarissimo e diligentissimo investigatore delle memorie antiche dott. Vittorio Prioli con una sottoscrizione di suo zio dott. Scipione De Monti, dal quale furono ritrovate in un antico muro della città di Lecce, e dal medesimo con diligenza conservata.  

Per le mani del Prioli dovette passare anche un manoscritto realizzato appositamente per lui; esso sarà oggetto di studio in un prossimo post ispiratomi da una segnalazione di Giovanna Falco, che qui pubblicamente ringrazio.

2  Non  riesco a capire, anche per l’esplicito riferimento al Marciano nella stessa edizione da me utilizzata per la citazione,  la datazione proposta da Mariagrazia Bianchini in Diritto e società nel mondo romano, 1. Atti di un incontro di studio, Pavia, 21 aprile 1988, New Press, Como, 1988, pag. 83, nota 40: Si ha notizia che l’iscrizione (CIL IX, 21), rinvenuta a Rudiae sulla fine del XIV secolo nel “sito dell’Anfiteatro” (vd. G. MARCIANO, Descrizione, origine e successi della terra d’Otranto, Napoli, 1855, 502) …

3 Una scheda dedicata ad un Ottavio Scalfi, letterato, poeta, dedito agli studi filosofici e medici nato a Galatina è presente nel Dizionario Biografico degli Uomini Illustri di Terra d’Otranto di Francesco Casotti, Luigi De Simone, Sigismondo Castromediano e Luigi Maggiulli, Lacaita, Manduria e Roma, 1999; essendo vissuto dal 1539 al 1612 sarà stato un omonimo parente del nostro per il quale lo Scardino parla di morte acerba ed immatura. Quest’ultima non può essere considerata neppure una formula di cortesia a sottolineare il fatto che sempre acerba e prematura è la morte di un uomo di grande levatura, perché l’Ottavio della nostra scheda era ancora in vita quando (1607) uscì il lavoro dello Scardino. Non è da escludere, tuttavia, che la data di morte nella scheda sia da correggere in 1602, anche perché il resto della stessa così prosegue: Riunì in un museo privato varie antichità della provincia che dopo la sua morte passò nelle mani del Conte Vittorio de Priuli. Nella bibliografia che correda la scheda è citato il testo Galatina letterata di Alessandro Tommaso Arcudi, uscito per i tipi di Giovan Battista Cilie a Genova nel 1709, testo chiaramente utilizzato nella compilazione della scheda ed al quale, perciò, è ascrivibile l’errore, se di errore  si tratta, prima ipotizzato. D’altra parte non dovrebbe essere l’unico se alla fine della trattazione della vita di Ottavio Scalfo (pp. 130-131) l’Arcudi, che all’inizio aveva indicato come data di nascita il 1539, scrive:  Nella quale città [Lecce] sodisfece al comune tributo della natura nel 1612 all’età di 65 anni.

4 Ringrazio la signora Giovanna Falco (la stessa di prima …) per avermi segnalato la testimonianza dell’Infantino ed avermi fornito la copia fotostatica del brano riguardante l’argomento.

5 Questa iscrizione non è registrata nel CIL (a suo tempo il Mommsen la giudicò falsa). Il Pacichelli molto probabilmente la trae dal Marciano (op. cit., pag. 520) che scrive:  E così anche si legge in alcuni marmi, come in uno ritrovato secondo il Ferraris (non si tratta di Antonio De Ferrariis più noto come il Galateo, ma di Iacopo Antonio Ferrari che nella sua Apologia paradossica, Mazzei, Lecce, 1707,  la riporta così: C CLAVDIO C. F. M. N./NERONI COS./OB REM FELICISSIME IN PICENO/ADVERSVS POENORVM DVCEM/ASDRVBALEM GESTAM , SEN./POP. ET MILITVM STATIO LVPIENS./A. H. P.) tra le rovine di Rugge, città distrutta a sé convicina, che dice così:

C. Claudio C. T. M. N. Neroni Cos. ob rem felicissime/in Piceno adversus Poenorum/ducem Asdrubalem /gestam Sen. Pop.& militum statio Lupien. A. H. P.

Da notare come i tre testi differiscono nella disposizione delle linee.

6 A voler essere precisi nel Coniger si legge: 1157 Rugieri Duca di Calabria primo genito de Re Gullielmo per non li haver voluto dare obedienza la Cità di lecce, e tutte le altre Terre del Duca di Athena, & Conte de lecce; ne ad Re Rogieri, ne a Re Gullielmo suo padre, per retrovarse in Francia detto Duca di Athena, venne in campo ad Lecce cum molto esercito dove la tenne assediata anni tre, infine la pilliao per tradimento chi fe lo Camberlingo, entrò dentro, el Duca di Calabria ditto Rogieri jettao le mura, & tutte le case atterra reservato quell l’adomandao di gratia, & a lui li fe talliare la testa, pillao tutte altre terre, & fe jettare case, & mure chi erano del Duca de Athena, como ad Rugge, Balisu, Vste, & Colomito, & fe bandoZenerale, che nisciuno possa fare case in ditta Cità, & Terre se non alte da terra una canna & mezza al più, e le porte fossino senza archi, & quelle de legname ad stantoli, & questo che le casamente alte chi erano in Lecce li fero …. Essendo dentro che non da faci.

7 Già il Galateo nel De situ Iapygiae aveva scritto:  Duas urbes idem populus habitat, ut de Neapoli dicunt, & Palepoli; quin etiam inter ipsas fama est subterraneas fuisse specus, per quas mutua auxilia sibi invicem cum opus erat, praestabant. Inter has urbes minus quam duorum millium passuum spatium interiacet. Rhudiae, seu Rhodeae, & a Stephano Ρόδαι, seu Rui, per literam I vocalem, sive per j literam consonantem crasso quodam, ut mos est, regionis sono Rugae dicuntur: unde Lupiarum porta, & quarta pars urbis, quam Pittacion Graeco nomine appellant, Rhudiarum dicuntuur. Hae penitus interiere, ut vix cognoscas quo loco fuerint, tantum nomen restat inane … harum aedificia tempus obruit, & rusticus antiquitatum omnium eversor eversat aggeres. Alicubi murorum cernuntur sepulchra innumera fictilibus vasculis, & ossibus plena. Huius urbis nomen & fama apud complures homines, ut & ipsa, cecidit; nunc tota aut feritur, aut oleis consita est …(Lo stesso popolo abita due città [Lecce e Rudie], come dicono di Napoli e di Palopoli; anzi si dice che tra le stesse ci siano state cavità sotterranee attraverso le quali si davano aiuto l’un l’altra all’occorrenza. Tra queste città c’è uno spazio di meno di due miglia. Si dice Rudie o Rodee, e secondo Stefano Ρόδαι [leggi Ròdai], o Rui, Rute per mezzo della i vocale o della consonante in un  suono grossolano  della regione, com’è costume; perciò la porta di Lecce e il quartiere della città che con parola greca chiamano pittagio sono dette di Rudie. Essa è completamente perduta, sicché a stento riconosceresti in quale luogo si trovasse e ne resta solo il vuoto nome …  il tempo ha sotterrato i suoi edifici e il contadino distruttore di ogni antichità rivolta i terrapieni. In qualche luogo si scorgono innumerevoli sepolcri in muratura pieni di piccoli vasi di terracotta e ossa. Il nome e la fama di questa città presso molti uomini, come essa stessa, decadde; ora viene tutta vandalizzata o coltivata ad oliveto …).

8 Guida storica ed artistica della città di Lecce, 1952. L’autore giunge alla conclusione che Otacilla Secundina eresse la fabbrica di Lecce sotto Traiano.

9 All’epoca della scoperta dell’anfiteatro (1929) il Bartoccini era sopraintendente e la primitiva attribuzione della costruzione ad Adriano porta la sua firma (Il teatro romano di Lecce, estratto da  Dioniso, XIII, 1, 1935) anche se era stato Cosimo De Giorgi (Lecce sotterranea, Stabilimento tipografico Giurdignano, Lecce, 1907, pp. 193-197) il primo ad ipotizzarlo. Dopo la scoperta del 1838, però, il Bartoccini, considerando la nuova epigrafe integrazione della nostra, attribuì a Traiano l’edificazione della fabbrica (Apud Susini, op. cit, p. 107) e a Otacilia Secundilla solo il ruolo di intermediaria nella sovvenzione.

Euippa: il passaggio dal complimento alla calunnia è breve …

di Armando Polito

 

A differenza di altri miei post, quello recente su Euippa (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/05/07/euippa-la-fantomatica-regina-di-lecce/), che pure toccava molte note dolenti reali o da me presunte, ha registrato un solo commento trasmessomi tramite facebook e da me letto per puro caso dall’autore delle foto, Pietro Barrecchia, che, per chi non lo sapesse, è stato mio alunno.

Riporto, violando volontariamente la riservatezza per la seconda volta …, la parte del suo messaggio che può avere un qualche interesse comune.

Mi scrive Pietro: ” … Una sola cosa mi sorprende. Pensavo che ricamasse di più sull’etimologia di Euippa. Secondo lei potrebbe trattarsi di un appellativo dato alla rappresentata, essendo probabilmente una bella donna? Tipo un modo antico, gentile e greco, anticipatario del romano “Ah bona!”. In fondo potrebbe essere tradotto con bella cavalla! Non crede? A questo punto penserà: ” Ma ione ci aggiu prodottu?“.

Ho gradito, naturalmente, tutto il messaggio, ma in modo particolare la parte finale con la sua autoironia, ingrediente che nella vita per me è già sostanza ma che qui assume connotati ancora più profondi perché mi fa capire che qualcosa di buono, sia pure in quantità non industriale (anche se l’artigianato, almeno per me, è meglio dell’industria …), ho lasciato nell’esercizio della professione non … più antica, ma certamente più bella del mondo.

Confesso che pure a me era venuta immediatamente in mente l’idea della bella cavalla ma mi ero ripromesso di non parteciparla per non essere accusato di quel maschilismo al cui rischio mi esponeva  l’ultimo (in realtà il più importante) posto riservato nella trattazione alla regina leccese, per cui mi ero rifugiato nella dimestichezza col cavallo che dei Messapi le fonti ci hanno tramandato1. Prima della decisione definitiva, però, avevo fatto un’indagine in tal senso, i cui risultati, a questo punto, mi pare doveroso esporre.

Se Euippa non è di origine deaggettivale ma denominale bisognerebbe immaginare che l’avverbio εὖ (leggi eu) abbia assunto un valore aggettivale rispetto ad un sostantivo *ἵππα (leggi ippa) o *ἵππη (leggi ippe). Li ho scritti entrambi con l’asterisco perché in greco è attestato, come nome comune, solo ἵππος (leggi ippos), usato tanto per il maschile che per il femminile; unico segno distintivo l’articolo (leggi o) per il maschile (ὁ  ἵππος=il cavallo) e l’articolo (leggi e) per il femminile. Ci aspetteremmo, perciò, che ἡ ἵππος significasse la cavalla. Proprio questo, che dovrebbe essere il significato di partenza, non è attestato, cosa che non succede con i significati traslati: da quello collettivo (la cavalleria2), a quello dispregiativo (donna di facili costumi3), ad epiteto di Ecate, su cui debbo spendere qualche parola in più.

L’epiteto è attestato in Porfirio di Tiro (III-IV secolo d. C.), De abstinentia, IV, 16: Καὶ θεοὺς δὲ τούτους δημιουργοὺς οὕτω προσηγόρευσαν· τὴν μὲν Ἄρτεμιν λύκαιναν, τὸν δὲ Ἥλιον σαῦρον, λέοντα, δράκοντα, ἱέρακα, τὴν δ’Ἑκάτην ἵππον, ταῦρον, λέαιναν, κύνα (E hanno chiamato così questi dei creatori: Artemide lupa, il Sole lucertola, leone, serpente, sparviero, Ecate cavalla, toro, leonessa, cagna).

Dal contesto è indubbio che ogni epiteto divino è in relazione con i pregi di ciascun animale. Si sa, poi, che nel passaggio dal mondo pagano a quello cristiano molti di questi animali per lungo tempo nei bestiari medioevali ebbero una posizione ambigua (lo stesso animale poteva simboleggiare una virtù o un vizio), terreno che preparò, poi, fra l’altro, i significati legati alla sfera sessuale di vacca, lupa, cavalla, troia e chi più ne ha più ne metta. Ricordo che un altro epiteto di Ecate era Τριοδῖτις (leggi Triodìtis=venerata nei trivi) e che la sua omologa romana era Trivia (protettrice della prostituzione sacra). Nell’iconografia Ecate è spesso rappresentata con tre teste (cane, serpente e cavallo) e con una torcia in mano (era una divinità psicopompa e la torcia le serviva per accompagnare anche i vivi nel regno dei morti).

Detto questo, ritengo utile ribadire, nonostante alcuni si siano spinti, partendo dalla prostituzione rituale che veniva praticata in apposite edicole in prossimità di crocicchi, a tal punto da collegare la torcia con i moderni fuochi con cui le passeggiatrici cercano di mitigare il freddo della notte (!), che nulla autorizza ad attribuire a cavalla l’interpretazione maliziosa che trova il suo peggior acme maschilista nella locuzione correre la cavallina o nella voce neretina spuddhitrina, per la quale chi ne ha voglia può approfondire in http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/08/22/il-centauro-e-la-spuddhitrina/.

Ho detto prima che ἵππα o ἵππη come nomi comuni non sono attestati, ma come nomi propri sì.

Antipatro di Sidone (II secolo a. C.), Antologia Palatina, VI, 276: Ἡ πολύϑριξ οὔλας ἀνεδήσατο παρϑένος Ἵππη/χαίτας, εὐώδη σμηκομένα κρόταφον·/ἤδη γάρ οἱ ἐπῆλθε γάμου τέλος· αἱ δ’ἐπὶ κουρῇ/μίτραι παρθενίας αἰνέομεν χάριτας./Ἄρτεμι, σῇ δ’ἰότητι γάμος θ’ἅμα καὶ γένος εἴη/τῇ Λυκομηδείου παιδὶ λιπαστραγάλῃ (La vergine Ippe dalla folta chioma ha legato i ricci capelli dopo essersi profumato le tempie; infatti  è giunto ormai il tempo delle nozze e noi bende poste sull’acconciatura lodiamo le grazie virginali. O Artemide, grazie a te ci siano nello stesso tempo nozze e prole per la figlia di Licomedido che ha finito di giocare con gli ossicini).

Detto che gli ossicini sono gli astragali, strumento dell’omonimo gioco (vedi in http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/06/23/quando-il-rohlfs-inciampo-in-un-sassolino-del-salento/), mi pare che il brano sia un omaggio alla semplice grazia della ragazza, un tributo puro all’autentica bellezza (che si nutre sempre di qualcosa che travalica, pur non escludendola a priori, la semplice carnalità), che qui esclude totalmente qualsiasi implicazione di natura erotica.

Proclo (V secolo d. C.)  ) nel suo Commento al Timeo di Platone II, 124 C-D (cito dall’edizione a cura di Chr. Schneider, Trewendt, Bratislava, 1847, pp. 292-293): Ἡ γὰρ Ἵππα τοῦ παντὸς οὗσα ψυχὴ καὶ οὕτω κεκλημένη παρὰ τῷ θεολόγῳ τάχα μὲν ὅτι καὶ ἐν ἀκμαιοτάταις κινήσεσιν ἐννοήσεις αὐτῆς οὐσίωνται, τάχα  δὲ καὶ διὰ τὴν ὀξυτάτην τοῦ παντὸς ϕορὰν, ἧς ἐστίν αἰτία, λίκιον ἐπὶ τῆς κεφαλῆς θεμένη καὶ δράκωντι αὐτὸ περιστρέψασα τὸ κραδιαῖον ὑποδέχεται Διόνυσον (Ippa, che era l’anima di ogni cosa e che era chiamata così da chi degli dei se ne intendeva probabilmente perché i suoi pensieri si realizzano in opportunissimi movimenti, forse anche per la splendido movimento di tutto, di cui è causa, tenendo sulla testa una benda e dopo aver attorcigliato lo stesso ramo di fico ad un serpente, accoglie Dioniso).

Va detto che questo brano ci è giunto con un numero notevole di varianti e di probabili interpolazioni che, però, non intaccano minimamente la sostanza: Ippa è una ninfa e la doppia etimologia del nome fornita, sia pure in forma dubitativa, da Proclo esclude, secondo me, qualsiasi interpretazione maliziosa che pure, la devozione della ninfa a Dioniso, dio della sfrenatezza, avrebbe potuto propiziare.

Ritornando per l’ultima volta all’avverbio εὖ va detto che esso costantemente entra solo nella formazione di aggettivi, come in εὔπους (leggi èupus)=dal piede agile (e non piede agile). Attenzione a non farsi trarre in inganno da sostantivi come εὐθανασία (leggi euthanasia)=facile (o dolce) morte! Infatti questa voce non nasce dalla fusione di εὖ e di un θανασία che in greco non esiste, ma è derivato dall’aggettivo εὔθάνατος (leggi euthànatos)= di bella morte (e non bella morte), composto da εὖ e θάνατος=morte. Lo stesso processo costantemente si ripete in tutti i sostantivi che hanno εὖ come primo componente. Ne consegue che il nome della nostra eroina per significare bella cavalla  avrebbe dovuto sviluppare una probabile forma, (derivata dall’aggettivo εὔιπποςΕὐίππίη o Εὐίππία. D’altra parte, chi si sognerebbe di interpretare bel cavallo l’omerico Εὔιππος citato nel post madre?  

E, infine, un riferimento all’etimologia appena indicata è presente in Vicolo Cavallerizza, non a caso vicinissimo a Via Euippa.

_____________

1 Ne approfitto per aggiungere altre testimonianze correlate omesse per brevità nel post-madre:

Polibio (II sec. a. C.), Historiae, II, 24, 10-12: Καταγραφαὶ δ᾽ ἀνηνέχθησαν᷾ Λατίνων μὲν ὀκτακισμύριοι πεζοί, πεντακισχίλιοι δ᾽ ἱππεῖς, Σαυνιτῶν δὲ πεζοὶ μὲν ἑπτακισμύριοι, μετὰ δὲ τούτων ἱππεῖς ἑπτακισχίλιοι, καὶ μὴν Ἰαπύγων καὶ Μεσσαπίων συνάμφω πεζῶν μὲν πέντε μυριάδες, ἱππεῖς δὲ μύριοι σὺν ἑξακισχιλίοις, Λευκανῶν δὲ πεζοὶ μὲν τρισμύριοι, τρισχίλιοι δ᾽ ἱππεῖς, Μαρσῶν δὲ καὶ Μαρρουκίνων καὶ Φερεντάνων, ἔτι δ᾽ Οὐεστίνων πεζοὶ μὲν δισμύριοι, τετρακισχίλιοι δ᾽ ἱππεῖς (Furono redatte le liste: di Latini  ottantamila fanti e cinquemila cavalieri; di Sanniti settantamila fanti e settemila cavalieri; di Iapigi e Messapi  insieme cinquantamila fanti e sedicimila cavalieri; di Lucani trentamila fanti e tremila cavalieri; di Marsi, Marrucini e Frentani e pure Vestini ventimila fanti e quattromila cavalieri).

Festo (II secolo d. C.), frammento del De verborum significatione tramandatoci nell’epitome che dell’opera fece Paolo Diacono nel secolo VIII  d. C.: Multis autem gentibus equum hostiarum numero haberi testimonio sunt Lacedaemoni, qui in monte Taygeto equum ventis immolant, ibidemque adolent, ut eorum flatu cinis eius per finis quam latissime differatur. Et sallentini, apud quos Menzanae Iovi dicatus vivus conicitur in ignem (Che poi il cavallo presso molte genti sia tenuto nel novero delle vittime sacrificali lo testimoniano gli Spartani che sul monte Taigeto immolano un cavallo ai venti e lì lo bruciano in modo che col loro soffio la sua cenere si sparga quanto più ampiamente è possibile per i territori. E i Salentini, presso i quali un cavallo consacrato a Giove Menzana viene gettato vivo nel fuoco).

2 Eschilo (VI-V secolo a. C.), Persiani, v. 302; Erodoto (V secolo a. C.), Storie, I, 80, 2; etc., etc.

3 Eliano (I-II secolo d. C.), De natura animalium, IV, 11: Μόνας ἀκούω τῶν τὰς ἵππους καὶ κυούσας ὑπομένειν τὴν τῶν ἀῤῥένων μίξιν· εἶναι γὰρ λαγνιστάτας· διὰ ταῦτα τοι καὶ τῶν γυναικῶν τὰς ἀκολάστους ὐπὸ τῶν σεμνοτέρως αὐτὰς εὐθυνόντων καλεῖσθαι ἵππους (Vengo a sapere che le cavalle sole tra gli animali anche se sono incinte accettano l’accoppiamento con i maschi e che sono infatti le più lascive; che certamente anche per questo le più dissolute delle donne sono chiamate cavalle da coloro che le biasimano in modo piuttosto delicato).

Lascio immaginare quali sarebbero gli epiteti meno delicati. Riporto cosa, a proposito di questo significato di ἡ ἵππος, quello che qualsiasi studente di liceo classico trova in un vocabolario greco antico-italiano, se ancora si usa e lo si sa usare. Nel Rocci si legge: “cavalla, donna scostumata”; nel Montanari: “fig. di donna dissoluta, vacca, troia”. Ho citato fedelmente, scelte grafiche dei caratteri comprese; il lettore noterà la maggiore crudezza di linguaggio del più recente Montanari, cosa che è nello stesso tempo spia dell’evoluzione del linguaggio ma anche dei costumi. C’è, infatti, una bella differenza tra donna scostumata da una parte e troia, vacca dall’altra, slittati nell’uso corrente dal significato di donna dissoluta a quello di prostituta. Ancora un passo ed anche chi è affetta da ninfomania verrà bollata come prostituta, nonostante non ci sia in ballo il denaro o un qualsiasi compenso e nonostante la prostituta, non sia tale per semplice piacere. Che sia un ragionamento maschilista credo sia fuor di dubbio e il brano di Eliano nel tratto finale con quel σεμνοτέρως (=in modo piuttosto delicato) dimostra pure quanto esso sia datato, anche se per trovare il limite estremo bisognerebbe, molto probabilmente, risalire ad Adamo …

Canti devozionali della Passione di Cristo a Lecce

noisiamolecce2019

a cura dell’Ufficio Pubbliche Relazioni – Conservatorio di Lecce

 

CONCERTO DELLA PASSIONE NELLA TRADIZIONE SALENTINA

“VIA CRUCIS” di SERAFINO MARINOSCI

Lecce – Chiesa di San Matteo

MARTEDÌ 15 APRILE 2014 ORE 20:30

 

GIACOMO LEONE Tenore

EMILY DE SALVE Baritono

CORO DI VOCI BIANCHE “SULL’ALI DEL CANTO”

TINA PATAVIA Maestro del Coro

ORCHESTRA DI FIATI DEL CONSERVATORIO “TITO SCHIPA”

FRANCESCO MUOLO  Direttore

 

Proseguono gli appuntamenti con la musica di alto livello accademico promossi dal Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce. Il nuovo incontro, che si terrà nella magnifica chiesa barocca di S. Matteo in Lecce, martedì 15 aprile 2014 alle ore 20.30, in sintonia con lo spirito e i riti della settimana santa, è affidato alle cure dei giovani talenti Giacomo Leone (tenore) ed Emily De Salve (baritono), affiancati dal Coro di voci bianche “Sull’ali del canto”, preparato dal M° Tina Patavia, e sostenuti dall’Orchestra di Fiati del Conservatorio, per la direzione del M° Francesco Muolo.

15 Aprile

Dedicato al recupero e alla riproposizione dei canti devozionali della Passione di Cristo nella tradizione salentina, il concerto è incentrato sulla “Via Crucis” di Padre Serafino Marinosci e su alcune musiche religiose di tradizione orale legate al Venerdì Santo, espressioni culturali che resistendo al tempo e alle mode ci consegnano l’essenza del divenire umano.

«Tomba che chiudi in seno/ il mio Signor già morto/ finch’Ei non sia risorto/ non partirò da te:/ no! Alla spietata morte/ allor dirò con gloria:/ dov’è la tua vittoria/ dov’è dimmi dov’è!». Al canto di questi versi di Metastasio, Marinosci affidò l’accompagnamento di Gesù al sepolcro «nuovo scavato nella roccia», come narrato nell’ultima stazione della struggente “Via Crucis” composta dal frate minore pugliese intorno al 1895, quale meditazione musicale di alcuni episodi della Passione di Cristo lungo la via dolorosa che separò il Pretorio di Pilato dal Calvario.

Padre Serafino Marinosci (Francavilla Fontana, 1869-Napoli, 1919) mostrò sin dalla tenera età una forte passione per la religione e per l’arte. Frequentò il convento di Santa Maria della Croce in Francavilla Fontana (Br), dove si accostò alla musica grazie agli insegnamenti del maestro Trisolini per l’organo e del maestro Sarago per il violino. Restato orfano d’entrambi i genitori, si diede alla vita monastica entrando nel convento di Galatone (Le) dei Frati Minori Alcantarini, e fu per sempre padre Serafino della Purità. Riprese gli studi musicali a Taranto, dove compose il mottetto “Alla Vergine Desolata” (1894) e la struggente “Via Crucis” per due tenori e basso, con accompagnamento di pianoforte o harmonium. Passato al convento di San Giacomo in Lecce frequentò il corso di armonia col maestro Cazzella, musicista emerito già allievo di Donizetti, e si dedicò alla composizione di Litanie, Messe e Tantum ergo. Quando il 3 marzo 1895 eseguì per la prima volta la sua “Via Crucis” nella monumentale Basilica di Santa Croce in Lecce, la stampa salentina vaticinò che la fama del fraticello avrebbe varcato i confini della natia provincia con quei motivi originali e ispirati che manifestano la purezza e la squisitezza del sentimento religioso del suo autore. Trasferito nel 1899 nel convento di San Pasquale a Chiaia in Napoli, frequentò il Conservatorio di San Pietro a Majella, compiendo studi appassionati e severi di contrappunto e fuga. Acquisita una non comune erudizione scientifico-estetica nella sublime arte dei suoni, con i maestri Oronzo Scarano, Nicola D’Arienzo e Paolo Serrao, Padre Serafino compose oltre quaranta opere, alcune delle quali restano esempi di genialità e dottrina, come la meravigliosa “Missa pro pace” e la “Messa di reque” a due voci eguali (1908). La morte lo colse a Napoli il 21 novembre 1919 mentre istrumentava la “Messa pastorale”.

 

Il CORO DI VOCI BIANCHE “Sull’ali del canto” del Conservatorio “T. Schipa” di Lecce è nato per espresso desiderio del Direttore M° Pierluigi Camicia nell’anno 2008, e affidato per la realizzazione alla professoressa Tina Patavia, la quale con grande entusiasmo e passione ne ha curato la nascita e l’ulteriore crescita. Il Coro è formato per lo più da bambini delle scuole elementari e medie del territorio scelti al fine di educarli all’utilizzo del canto e della musica. In alcune occasioni il Maestro del coro ha ritenuto opportuno affiancare ai piccoli alcuni brillanti allievi delle classi di Canto del Conservatorio in formazione di Coro Misto. L’attività tutta ha acquistato maggior prestigio avvalendosi inoltre della collaborazione artistica della professoressa Francesca Mammana, valente e poliedrica musicista. Nel corso degli anni il Coro ha partecipato a numerose manifestazioni pubbliche sul territorio pugliese, con grandi consensi di pubblico. Tuttora continua la sua attività con l’approvazione del Consiglio Accademico e dell’attuale direttore M° Salvatore Stefanelli.

 

EMILY DE SALVE, baritono, intraprende lo studio del Canto Lirico nel 2002 sotto la guida del soprano Maria Mazzotta, nella vocalità di sopranista con la tecnica del falsetto rinforzato. Nel 2009 il cambiamento. Dopo l’ammissione al Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce, sotto la guida del M° Maurizio Picconi, scopre la voce baritonale con ottimi risultati. Ha frequentato Masterclass con Giovanna Lomazzi, Astrea Amaduzzi e Mattia Peli. Frequenta il 5° anno di Canto Lirico presso il “Tito Schipa” di Lecce e svolge attività concertistica come solista e corista. In un’audizione a Venezia ha vinto il ruolo di Miss Magen nell’opera “Magen Zeit” del compositore Gabriele Cosmi che debutterà ad ottobre 2014 per il 58° Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia, diretto da Ivan Fedele.

 

GIACOMO LEONE, tenore lirico, nasce a San Pietro Vernotico nel 1988. Sin dagli anni del Liceo Classico inizia a studiare Canto Lirico e dopo il diploma intraprende la carriera universitaria laureandosi in Scienze dei Beni Musicali presso l’Università del Salento. Nel 2009 entra a far parte del Coro stabile dell’Università e dal 2012 è allievo del corso di canto del Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce. Frequenta Masterclass con docenti del calibro di E. Dundekova e E. Erlingsdotter. Il 5 aprile 2013 è comparsa nell’opera “800. L’assedio di Otranto” del M° F. Libetta, messa in scena presso i Cantieri Teatrali Koreja di Lecce e, al contempo, si esibisce in Galà lirici tenutisi nel capoluogo leccese.

 

FRANCESCO MUOLO ha iniziato giovanissimo lo studio della musica seguendo i corsi di Pianoforte e Canto e diplomandosi brillantemente in Musica Corale e Direzione di Coro, Strumentazione per Banda, Direzione d’Orchestra, Composizione. È, inoltre, laureato, con il massimo dei voti, lode e menzione speciale in Discipline Musicali presso il Conservatorio “Niccolò Piccini” di Bari. Ha frequentato i corsi di Composizione Polifonica con i maestri D. Bartolucci e V. Miserachs e di Canto Gregoriano con B. Baroffio presso l’Istituto Pontificio di Musica Sacra nella Città del Vaticano. Partecipa a numerosi corsi di Direzione d’Orchestra con importanti maestri quali: B. Aprea, H. Samale a Roma e Duarte a Molfetta (Ba). A Orvieto, presso il Teatro “Mancinelli”, frequenta la scuola di Direzione d’Orchestra di B. Rigacci ed è scelto quale migliore corsista per la direzione dell’opera “Il Tabarro” di G. Puccini. Ha diretto, inoltre, diverse Formazioni Sinfoniche e Liriche, tra cui l’Orchestra della Provincia di Bari. Ha diretto nella città di Bari l’opera “L’elisir d’amore” di G. Donizetti nell’ambito delle esercitazioni della classe di Direzione d’Orchestra riscotendo importanti e concordi favori. Ha fondato e diretto l’Orchestra da Camera “G. Insanguine” di Monopoli riscoprendo i tesori della musica settecentesca ottenendo numerosi consensi di critica e di pubblico. Ha diretto i maggiori complessi bandistici pugliesi quali: “Gennaro ed Ernesto Abbate” di Squinzano (Le), Città di Noci (Ba), Filarmonica Salicese di Salice Salentina (Le). Alterna all’attività direttoriale anche quella di compositore. Ha al suo attivo diverse composizioni che spaziano dal genere sacro (messe e mottetti) a quello lirico-sinfonico e a quello per orchestra di fiati. Un suo brano, dal titolo “Il circo” per Symphonic Band, è stato eseguito nel maggio del 2007 presso il Palazzo dei Celestini, sede della Prefettura di Lecce, in occasione della Festa della Polizia. La sua operetta “Ghetonia”, su libretto di G. Palasciano, è stata scelta come il lavoro più rappresentativo della cultura italiana, in particolare della cultura salentina, in un progetto Interreg tra Provincia di Brindisi e Prefettura di Corfù, e rappresentata, in collaborazione con l’Orchestra del Conservatorio “T. Schipa” di Lecce, in diversi teatri pugliesi ottenendo lusinghieri risultati. Su richiesta del comitato “Un cordone per la vita” ha musicato per soprano e orchestra la poesia “Il gelsomino notturno” di G. Pascoli, brano eseguito nell’ottobre del 2008 al Teatro Politeama Greco di Lecce in occasione di una serata di solidarietà a favore della citata associazione con unanimi consensi. È autore, inoltre, di diversi testi didattici editi da case editrici pugliesi: “Vivere in” di Monopoli e “Papageno” di Bari. Attualmente frequenta l’Accademia di S. Cecilia a Roma e si perfeziona in Composizione con il M° Luciano Pelosi. È docente di Strumentazione e Composizione per orchestra di fiati per banda presso il Conservatorio “T. Schipa” di Lecce.

 

INGRESSO LIBERO

 

La leggendaria incoronazione in Lecce di Isabella del Balzo

isabella del balzo

di Giovanna Falco

 

La storiografia, purtroppo, è piena di testi che invece di apportare un contributo al passato di un luogo hanno arrecato danno, allontanando dalla verità storica chi in seguito li ha consultati ritenendoli attendibili.

A Lecce, la cui posizione geografica decentrata non ha permesso un’agevole trasmissione delle fonti, in passato i nostri storici si sono dovuti basare sulla consultazione di pochi testi, producendo una storiografia non sempre aderente alla realtà storica, in seguito emersa grazie alla ricerca d’archivio. Si ricorda, inoltre, che Lecce è stata vittima di una sorta di damnatio memoriae: la maggior parte degli archivi cittadini (sia civili, sia religiosi) sono andati perduti, o risultano lacunosi a causa della dispersione di tantissimi documenti.

Un’opera che ha contribuito a questa damnatio memoriae, perché ritenuta attendibile da chi l’ha consultata tra il XVII e il XIX secolo, è la cinquecentesca Apologia paradossica di Iacopo Antonio Ferrari[1]. È pur vero che si ritiene sia stata manomessa in seguito, aggiungendo a sproposito nuove note e codicilli[2], ma se ci si sofferma sulla motivazione della sua stesura, in altre parole quella di provare la supremazia di Lecce rispetto a Capua e Cosenza[3], si capisce perché Ferrari ha romanzato tanti episodi della storia di questa città e ha deliberatamente omesso di ricordare personaggi che avrebbero potuto compromettere il fine del suo lavoro. Non solo sono stati tralasciati e distorti episodi remoti rispetto all’epoca della stesura dell’Apologia, ma anche avvenimenti accaduti a poco più di un settantennio di distanza.

Nel caso specifico ci si riferisce all’inverosimile incoronazione di Isabella del Balzo, moglie di Federico d’Aragona, che sarebbe avvenuta a Lecce nel settembre 1497. Nella consapevolezza che le opere consultate non possono essere considerate attendibili senza un riscontro con i documenti (tant’è vero che si riscontrano differenze di date), si è deciso di mettere a confronto le dissertazioni di Iacopo Antonio Ferrari, con il Balzino del neritino Rogeri de Pacientia[4], testimone dei fatti, i contemporanei Annali del leccese Antonello Coniger[5] e i Giornali di Giuliano Passero[6], e, infine, la Storia civile di Capua di Francesco Granata, perché le motivazioni della sua stesura ricalcano in un certo senso quelle di Ferrari[7].

Prima di confrontare questi testi è opportuno fare una brevissima sintesi storica degli avvenimenti: a distanza di poco più di un mese dall’ascesa al trono di Napoli di Ferrandino, dopo l’abdicazione del padre Alfonso II d’Aragona, il 22 febbraio 1495 il re francese Carlo VIII, grazie all’aiuto di vari stati italiani, entra trionfalmente a Napoli, ma dopo pochi mesi si ritira a causa della formazione della lega antifrancese. Estirpati gli ultimi focolai filofrancesi, Ferrandino muore il 7 ottobre 1496 e gli succede lo zio Federico, incoronato a Capua il 10 agosto 1497.

tomba di Isabella del Balzo a Napoli
tomba di Isabella del Balzo a Napoli

Isabella del Balzo, moglie di Federico, a causa dell’invasione francese, il 24 febbraio 1495 lascia Andria, dove risiedeva abitualmente, e dopo varie soste si trasferisce nel capoluogo salentino sotto la custodia del viceré di Terra d’Otranto Luigi Paladini. Vi rimane sino all’11 maggio 1497, quando intraprende il viaggio per raggiungere prima Barletta, dove soggiorna al momento dell’incoronazione di Federico, e poi proseguire per Napoli dove fa il suo ingresso il 15 ottobre 1497.

Ferrari menziona l’incoronazione di Isabella in Lecce in due diverse parti del volume:

 

Libro Primo, a proposito dei Duchi di Calabria pagine 52 e 53:

… D. Federico fatto successore di quello Regno per la morte del Re Ferrandino suo Nipote senza figliuoli, e per essere stato da colui instituito erede universale al suo testamento dell’anno 1448; perocchè essendo egli stato coronato in Capua dal Cardinal Francesco Borgia cugino di Papa Alessandro VI. l’anno medesimo a 10 di Agosto giorno dedicato alla festa di S. Lorenzo, ordinò che fusse dopo lui coronata alla Città di Lecce la sua moglie Isabella del Balzo figliuola del Principe Altamura Pirro, si come fu poi fatto a 29. di settembre giorno della festa di S. Michel Angelo dell’istesso anno 1448, ed alla medesima solennità fu per ordine del Re suo Padre intitolato, e coronato del cierchio Ducale il suo primogenito D. Ferrante d’Aragona, e gridato con gran fausto Duca di Calabria d’anni otto, nato alla medesima Città di Lecce a 25 del mese di luglio a 21 ora 1491 il giovedì, il quale prima si nominava Marchese di Bisceglie, ed a quella doppia solennità l’Eccellentissimo Predicatore del Verbo divino fra ROBERTO da Lecce, detto da’ Sagri Teologi Roberto Liciense vi fece una dottissima orazione…

 

Terzo Libro. XV Quistione ed Ultima, pagine 811 e 812:

… il suo Zio D. Federico instituito proerede al suo testamento, dal governo di Iapigia, dove steva attendendo all’assedio di Taranto, occupato da Francesi, volendosi coronare da mano di Francesco Cardinal Borgia, mandato legato a Latere da Papa Alessandro, tosto che intese che quel Cardinale era gionto in Capua mandò Gioviano Pontano a fermarlo là, e tutto l’apparato necessario a quell’atto per farlo là, contutto che i Napoletani n’avessero molto esclamato; onde ordinò alla sua moglie D. Isabella del Balzo, che mandasse in Lecce col comune figliuolo primogenito, detto D. Ferdinando di Aragona, Marchese di Bisceglie, ad aspettar il Legato, che coronato che avesse lui, l’anderebbe a coronare. Cosi coronato che fu a 10. di Agosto giorno di S. Lorenzo in presenza di quasi tutti li Magnati del Regno all’Arcivescovado di quella Città, andò in Lecce il Cardinale, e nel giorno della nativita della gloriosa Madre Vergine di Cristo, ch’è alle 8 di Settembre la coronò alla cappella di S. Croce monistero dei monaci Celestini in presenza di tutti li Baroni Pugliesi, ed impose al figliuolo il nome, e’l titolo di Duca di Calabria …

 

Si notano alcune differenze tra i due brani: nel Primo Libro il giorno dell’incoronazione di Isabella sarebbe stato il 29 settembre 1497, data anticipata all’8 dello stesso mese nel Terzo Libro. È indicata, inoltre, la data sbagliata di nascita del giovane Ferrante, nato ad Andria il 15 dicembre 1488 e non a Lecce il 25 luglio 1491. Fra Roberto Caracciolo, presente all’incoronazione nel Primo Libro, in realtà muore il 6 maggio 1495. Nulla è dato sapere, infine, sulle ultime volontà di Ferrandino datate al 1448 (anno di nascita di Alfonso II) a favore dello zio Federico. Forse Ferrari fa riferimento al testamento di Alfonso, rogato il 27 gennaio 1495, con il quale escludeva dalla successione la figlia Isabella, duchessa di Milano.

Mettendo a confronto le fonti citate si riscontra che non c’è nulla di vero nel racconto del Ferrari: l’unica realtà è che Isabella fu acclamata regina dai leccesi al suo rientro da Carpignano a Lecce. Non fu Francesco Borgia[8], bensì Cesare a incoronare Federico a Capua il 10 agosto, quando Isabella era a Barletta, e dopo la cerimonia, il legato del Papa tornò a Napoli, prima di rientrare a Roma[9]. Nel Balzino, inoltre, non si fa alcun cenno ad altri prelati presenti in Puglia ai tempi dell’incoronazione. Di Francesco Borgia, cugino di Alessandro VI, all’epoca vescovo di Teano, non si fa alcun cenno nel Balzino.

Si ripercorre ora il calendario degli avvenimenti, così come sono stati riportati dalle fonti.

 

Dagli Annali di Antonello Coniger. 24 marzo 1496. Arrivo di Isabella a Lecce[10]:

Die 24. Marcij venne in Lecce per stanciare la Serenissima Isabella de Baucio Mollierem del signor Don Federico de Aragonia incieme cum li figlioli, & Conte dove fu receputa cum grande honore.

 

Dal IV libro dello Balzino. Luglio 1495. Arrivo di Isabella a Lecce[11]:

Stando con questo, la cità leccese / lo princepe de gracia supplicarno / che quella princepessa e lo marchese / mandar volesse in Lecce ad abitarno. / Quello signor gentil ce lo concese, / unde a gran gracia tutti el reputarno; / e così el prince ad Isabella scrisse / che a Lecce a starse cum figlioli gisse.

 

Dai Giornali di Giuliano Passero. 7 ottobre 1496. Muore Ferrandino e Federico è proclamato re[12]:

Lo venerdì alli 7. di ottubro 1496. alle 11. hore lo Sacratissimo, et ben amato Re transio da questo Mondo santo dolcemente…

Lo popolo napolitano stava in gran travaglio non sapendo quello si dovevano fare per fare nuovo Re perche non ce erano figli de lo morto Re Ferrante II. che per questo si fece ordinatione, che havesse a cavalcare la Regina mogliere del d. Re morto; & dopoi si fece un altro consiglio, & determinato, che se mandasse per l’Illustrissimo don Federico d’Aragona quello che in scientia non trova paro: ma non fi di bisogno mandare per lui perche già era in camino et veneva dall’impresa di Gaieta.

In questo medesimo iorno ciò è alli 7. di ottubro 1496. lo signore don Federico d’Aragona se appresentai avante Napoli con circa 20. galere bene e in ordine, & ionto che fo desmontai allo muolo grande, & loco fu receputo da tutti li baruni del regno, & anco da tutti li Eletti di Napoli tanto dalli Jentil’uomini, quanto dallo puopolo, & presentarole le chiavi di Napoli, & dissero; venite signore nostro, & pigliate possessione del regno poiche fortuna ci ha privato de si alto signore e te accettamo come a suo vero frate, & e suo vero herede, & suo successore, & così accettato multo cortesemente, & con gran pianto li ringratiò, & così montò a cavallo con tutti li signuri jenitl’huomini, & napolitani, & così cavalcai per tutta la terra con gran copia de suoni, & trombette, ma / allegrezza poco perche stavano tutti male contenti della morte de si nobile signore, & per questo non potevano pigliare alcuno piacere, et cavalcato, che fo se ne tornai allo castello nuovo, & la reposai con gran pianto pensando alla morte di suo nepote;

 

Dagli Annali di Antonello Coniger. 5 ottobre. Muore Ferrandino[13]:

Die 5. di Ottobre 15. Inditionis fo morto lo Serenissimo S. Re Ferrante secondo casa de Aragona de età d’anni venti due de fore de Napoli sencia herede, qual fo portato in Napoli morto con gran pianti sotterrato in San Domenico.

Napolitani vedendosi senza Re, & essere divisi li Cetatini delli Jentil’homini chi gridava Francia Francia, chi Spangha Spangha e chi Federico Federico, & tutto Napoli era in arme, el Serenissimo Principe di Salerno subito venne in Napoli, & culla sua prudencia pacificò Napolitani, & Fe invocare per Re Federico de Aragona cum consentimento de legato che era in Napoli de Papa Alessandro sesto, e dell’Ambasciator dell’Imperatore de Romani Maximo, e lo imbasciatore della signoria de Veneccia, e del Duca di Milano, quale invocando Re Ferdinando mandaro per esso, che non era in Napoli Antonello de S. Severino.

 

Dagli Annali di Antonello Coniger. 7 ottobre. Federico entra a Napoli[14]:

Die 7. 8bre Re Federico entrò in Napoli & cavalcò come he Re facendo a Napolitani & a tutto el Regno infinite gratie.

 

Dagli Annali di Antonello Coniger. 12 ottobre. Isabella rientra a Lecce da Carpignano[15]:

Die 12 8bre in Lecce havendose saputa la nova della Morte di Re Ferrante omne uno grande, & picciolo, Mascoli, e femine senza intendere altro gridavano viva viva Re Federico, & e quasi tutto Lecce andò a pilliare la Regina da Carpignano ci dimorava, dove se ne tornò in Lecce cum gran triumfo, fece gratie come he Regina.

 

Dal IV libro dello Balzino. 12 ottobre 1496. Muore Ferdinando II mentre Isabella è in visita a Carpignano e Federico è acclamato nuovo re[16]:

(U)n di fra l’altri, li venne in fantasia / de voler(e) visitare lo suo stato / e con ornata e bella compagnia, / da Carpignano il ebbe accomenzato; / dove ne andäo / una lunedia, / (a) li dudece de ottobro ben notato, / ne’ milli quattrocento novantasei, / che ‘l ciel monstrò sue posse e tutti dei.

Circa due ore opo’ fo arrivata, / venne una nova: «Re Ferrando, è morto!». / La princepessa stava assai turbata, / pigliandone dolore e disconforto, / per dubio ancor(a) de qualche novitate, / che ‘l cose ancor non erano al suo posto. / A meza notte venne / un correro / Cum lettre a lei mandate de lo vero.

Eran lettre del signor Berardino / De Baucio, qual da Napuli scrivia / Como, piacendo a lo voler divino, / morto era Re Ferrando quella dia, / de flusso e rescaldato, lo mischino, / per le fatighe sustinuto avia / de dì, de notte, ognor con tanto ingegno, / per recup(e)rar na volta questo Regno; /

certificando ce, morto Re Ferrante, / tutt’i baroni con signor del Regno / (i)nvocarno Don Fedrico in quello stante / Per loro re pacifico e benegno; / e che spacciarno subito un fante / (a)l princepe in Gaieta, senza retegno, / a farli intender questa bona nova, / che a farlo re, ognun ben se ce trova.

 

Dal IV libro dello Balzino. 13 ottobre 1496. Isabella ritorna a Lecce ed è acclamata regina, dopo qualche giorno le arriva la lettera del marito che la mette al corrente dei fatti e le annuncia di aver investito il figlio Ferrante del ducato di Calabria. Nei giorni successivi Isabella riceve i tributi di baroni e autorità locali[17]:

Gran dispiacer n’ebbe e cordïale / de questa morte Isabella regina, / considerando ce a sto mundo frale / la natura tal produce e ‘l ciel distina; / videndo po’ che contristar non vale, / pensò de retornar l’altra matina; / e così pöi lo sequente giorno / in Lecce con baroni fe’ ritorno /

Fo receputa in Lecce per regina / Con gran trïunfo e con onor assai; / ciascun regracia la pietà divina / ché più meritamo, lei ce fae. / Chi «Ferro», chi «Federico», chi «Regina», / fino a lo cielo li clamor se dae, / et «Isabella», «Duca» con «Ferrante» / gridare se sentea per tutte cante.…

In pochi dì Fedrichetto arrivao, / mandato da lo novo re Fedrico, / e lettre a la regina assai portao, / narrando el fatto sì como era gito, / (e) como tutt’i baroni lo invocao / Per loro fermo re e signor antico, / (e) como per Napul cavalcao per segno / che de Sicilia ottenuto ha lo Regno.

A ciò che se intendesse, lo scrivea / che regina Isabella sua consorte, / e locotenente general la facea / del tutto el Regno in sì benigna sorte; / e Don Ferrando publicato avea / per Duca di Calabria con gran corte, / e vicario general pronunciato; / (u)nde reputa ciascun esser beato.

Ora tornamo a li baron liccesi, / ch’ognuno tal novelle desïava, / e avendole per ferme e chiare intese, / ciascuno a la regina el pie’ basava. / Cità, castelle tutte del paese, / el simil far per sindici mandava, / per modo tal che durao vinti giorni / ch’in Lecce venea in frotta como stormi.

 

Dal IV libro dello Balzino. maggio 1497. Federico comunica a Isabella che deve partire da Lecce per andare a Barletta[18]:

Lettere venne in questo a la regina, / c’in tutto ben in ordine se metta, / ché a la secunda lettra faza stima / andar a far la stancïa in Barletta; / perché Sua Maiestà llà se avicina, / in pochi giorni per vider se aspetta. / Questa tal nova fo a la corte grata / (e) più a la regina che l’ha desïata.

A li undece de magio fo arrivato / lo signor Galëotto e la mogliere, / a la regina da lo re mandato, / per posser a la partenza providere, / como quel che ne era prattico e dotato / d’ogni virtù repieno e de sapere, / facendo tutto quanto / ordinare / che a li vintidui potesser cavalcare.

 

Dagli Annali di Antonello Coniger. 1497. Isabella parte da Lecce[19]:

1497. Regina Isabella de Bautio se partette de Lecce per andare in Napoli, dove tutti li Baruni, & Jentil’huomini di di Lecce, & lo Viscopo li fera compagnia per sieni a Barletta ad spese de ditti Baruni, & Jentil’homini.

 

Dal IV libro dello Balzino. 24 maggio 1497. Isabella parte da Lecce[20].

Quando a lo punto per partire forno, / tutto om montò a cavallo in compagnia; / per ditto de quellor che li contorno, / più de mille cavalli cum lei gia, / e per tre miglia fòr l’accompagnorno / cum soni de trombette e melodia / de pifari e flaùti; e in omne canto / del suo partir se facëa gran pianto.

 

Dal III Libro della Storia civile della fedelissima città di Capua di Francesco Granata. Papa Alessandro VI invierà il figlio cardinale Cesare Borgia per l’incoronazione[21]:

Or’ amando teneramente Federico la Città di Capua, volle in essa coronarsi Re di Napoli, essendogli stata mandata la corona del Reame per mezzo di Cesare Borgia, Legato Apostolico di Alessandro VI., chiamato il Cardinal di Valenza.

 

Dal VI libro dello Balzino. Mentre è a Barletta Isabella è messa a conoscenza dell’incoronazione[22]:

Appresso venne nova gracïosa / Che se apparecchia el re per coronarse / Cum festa grande, nobil e suntuosa; / (i)n Capua deliberava omnino farse, / ché per la
peste in Napul non è cosa / per tanta gente avea a retrovarse; / (e) fra pochi dì lo legato verria, / el cardinal de Valencia saria.

Venea omne dì lettre da’ cortesani / De li apparati grandi se facia; / le pompe tanto grande in forge strane, / che nol videndo non se crederia; / reputando tutte l’altre esserno vane, / più bella che tal far(e)se non poria; / de che la regina avea assai allegreza / audir(e) del marito tanta adorneza.

 

Dai Giornali di Giuliano Passero. 10 agosto 1497. Incoronazione di Federico a Capua[23]:

Alli 10. di Agusto 1497. in dì santo Laurenzo se fece la festa della incoronatione dello signore Re Federico I. di Aragona a Capua, dove ce fo fatta grandissima festa, & con gran cirimonie dove se viddero de molti baroni dello Riame adobbati ddi broccato & gioie, & de adornezza

 

Dal III Libro della Storia civile della fedelissima città di Capua di Francesco Granata. 10 agosto 1497. Incoronazione di Federico a Capua[24]:

… già seguì tal coronazione in Capua nella Cattedrale il giorno decimo d’Agosto 1497. di Giovedì su l’ora 17. circa dieci mesi, e tre giorni dopo la morte di Ferdinando II. Vi fu gran pompa ed apparato, essendo decorata la funzione dall’intervento d’un numero grande di Prelati, di tutti i Principi, che si ritrovarono in Regno, dell’Arcivescovo di Cosenza, allora Segretario del Papa

 

Dal VI libro dello Balzino. 10 agosto 1497. Incoronazione di Federico a Capua[25]:

Or venne po’ la nova tanto grata / De la felice sua coronacione, / como a dece de augusto fo celebrata / cum gran trïunfo, assai demostracione. / Dal Signor Re e da molti fo avvisata / la pompa che ià fe’ omne barone, / de broccati, rizi, sete e panni de oro, / catene, collane et altro ricco decoro.



[1] Cfr. I.A. Ferrari, Apologia paradossica della città di Lecce (1576-1586 c.a), Lecce 1728 (https://archive.org/details/apologiaparadoss00ferr). La precedente edizione del testo è stata pubblicata a cura di Alessandro Laporta (cfr. A. Laporta, Introduzione, a I.A. Ferrari, Apologia paradossica della città di Lecce (1576-1586 c.a), Lecce 1707 (riedito a cura e con introduzione di A. Laporta, Cavallino 1997).

[2] Domenico De Angelis, ad esempio, nelle sue note sulla vita di Ferrari pubblicate nel 1710, a proposito di quest’opera scrive: “Paradossica Apologia, la quale quanto prima dovrà uscire alla luce, essendosene di già impressa la maggior parte per opera, e diligenza dell’eruditissima Accademia degli Spioni, avendo Giusto Palma onoratissimo gentil’uomo Leccese, e Consolo della medesima, uomo anch’egli quanto saggio, ed erudito, altrettanto amante dell’onore, e della buona fama della Patria, preso la lodevol cura di farla stampare, e per mezzo della diligente attenzione di D. Lazzaro Greco, anch’egli Accademico, di farla riscontrare colle migliori, e più fedeli copie, che ne correvano, riducendola al senso del suo proprio originale, il quale si è trovato in moltissime parti, lacero, guasto, ed alterato, per lo poco intendimento di quei, che vi avevan fatto sopra parecchie aggiunte, discordanti dalla Cronologia de’ tempi, e dalla verità di quella storia; e particolarmente per l’imperizia, e per l’avidità de’ poco accorti, ed ambiziosi annotatori, alcuni de’ quali indotti forse da strabbocchevole desiderio d’ingrandir troppo la fama della loro famiglia, e d’innalzare i fatti degli Avi loro, si studiarono poco felicemente, di accrescerla di notizie stravagantissime, e lontane dalla mente dello Scrittore dell’Opera” (cfr. D. De Angelis, Le vite de’ letterati salentini, I, Firenze 1710, pp. 123-135: p. 130).

[3] E’ esemplificativo, in tal senso, il titolo integrale dell’opera: Apologia paradossica, di M. Jacopo Antonio Ferrari, giureconsulto, e Patrizio leccese divisitata in tre libri nella quale si dimostra la precedenza, che deve avere l’antichissima e fedelissima Città di Lecce né Parlamenti Generali del Regno e come debba essere preposta, non solo alle Città di Capua, e di Cosenza, ma a tutte le Città del Regno, eccetto Napoli.

[4] Cfr. M. Marti (a cura di), Opere (cod. per F 27), Lecce 1997.

[5] Si riporta la copia delle quattrocentesche Cronache di Antonello Coniger trascritte da Aurelio Pelliccia (A. Pelliccia, Raccolta di varie croniche, diarj, ed altri opuscoli, cosi italiani, come latini appartenenti alla storia del Regno di Napoli, Tomo V, Napoli 1782, pp. 5-54) (http://books.google.it/books?id=RhxAAAAAcAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false).

[6] Cfr. G. Passero, Giornali, a cura di M. M. Vecchioni, Napoli 1785 (http://books.google.it/books?id=OBute-976hIC&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false).

[7]Cfr. F. Granata, Storia civile della fedelissima città di Capua, Libro III, II vol., Napoli 1752 (http://books.google.it/books?id=vKE5PJJ8doIC&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false).

[8] Forse Ferrari fu tratto in inganno dal fatto che partecipò all’incoronazione di Federico il segretario di Alessandro VI e vescovo di Cosenza, Bartolomeo Florido, a cui è succeduto nella diocesi nel 1499 Francesco Borgia.

[9] “… lo signore Re se incoronai, & incoronato che fo se ne tornai in Napoli con lo Cardinale legato, che era venuto ad incoronarlo, & in Napoli se reposaro circa dui iorni, & dopoi se ne andaro in Sorriento, dove stavano le due Regine vedue madre, e figlia, & lo signore Re ce andai insieme con lo sopradetto legato, dove foro benignamente receputi, & la reposaro dui giorni & poi montaro sopra quattro galere, e tornaro in Napoli, & lo detto legato stette cinque iorni in Napoli dopoi cercai licenza allo signore Re Federico per tornare in Roma, & lo signore Re li fece un ricco dono & isso con la sua gente se ne tornai in Roma” (G. Passero, op. cit., p. 115).

[10] A. Pelliccia, op. cit., p. 37.

[11] M. Marti (a cura di), op. cit., p. 126.

[12] G. Passero, op. cit., pp. 108 e 110-11.

[13] A. Pelliccia, op. cit., p. 39.

[14] Ibidem.

[15] Ivi, p. 40.

[16] M. Marti (a cura di), op. cit., pp. 132-33.

[17] Ivi, pp. 133-34.

[18] Ivi, pp. 138. Il Galeotto inviato da Federico è Galetto Carafa, accompagnato dalla moglie Vittoria Cantelmo, cugina di Isabella. In nota Marti precisa che la data di partenza fu il 24 maggio (cfr. Ivi, p. 327).

[19] A. Pelliccia, op. cit., p. 41.

[20] M. Marti (a cura di), op. cit., p. 145.

[21] F. Granata, op. cit., p. 163.

[22] M. Marti (a cura di), op. cit., p. 217.

[23] G. Passero, op. cit., p. 115.

[24] F. Granata, op. cit., p. 163.

[25] M. Marti (a cura di), op. cit., p. 217.

Minervino di Lecce. Le Tavole di San Giuseppe

Le Tavole di San Giuseppe: una tradizione ancora viva a Minervino di Lecce

di Mino Presicce e Loredana Cocola De Matteis

ph Loredana Cocola De Matteis (tutti i diritti riservati)

Nella tradizione religiosa San Giuseppe sposo di Maria, è il santo tutelare della casa e della famiglia.

Un’antica tradizione salentina vuole che il 19 marzo le famiglie benestanti facessero il “banchetto di San Giuseppe” (la taula ti San Giseppu) al quale venivano invitate le famiglie bisognose.

Con questa usanza il popolo suscitava e manteneva nel cuore degli uomini il dovere della carità e del rispetto per gli umili.

Nel corso degli anni in alcuni paesi, forse perché è cambiato il legame sociale e il rapporto con gli altri, questa tradizione è andata un po’ scomparendo; in altri piccoli centri, invece, questa usanza è ancora viva e le famiglie devote a san Giuseppe la preparano tutti gli anni in segno di ringraziamento delle

Lecce. A tutela dell’area archeologica ex caserma Massa

lecce piazza duomo

di Gianni Ferraris

 

Il Comitato per la tutela dell’area archeologica ex caserma Massa, al quale aderiscono moltissimi enti e  associazioni fra cui: ADOC,Fondazione Mario Perrotta, Italia Nostra, Movimento Valori e Rinnovamento, Storia Patria, ARCI, Fondo Verri, Manni Editore, Telerama, si è riunito all’Open Space venerdì 28 febbraio.

Assemblea molto partecipata, posti in piedi. Dopo l’introduzione di Giovanni Seclì, che ha fatto la cronistoria dei progetti che qualcuno ha chiamato “culturicidio”, ponendo una domanda semplice: «Dopo l’abbattimento dell’ex convento poi diventato caserma nel 1971, vogliamo proseguire a distruggere fondamenta e reperti?» Perché proprio di questo si tratta, proseguire a cancellare pezzi di storia in nome e per conto del voler convogliare in centro il traffico nei 500 posti auto che si verranno a creare in un parcheggio sotterraneo sottostante la galleria commerciale. In un periodo in cui abbondano i cartelli “affittasi” sulle vetrine di ex negozi chiusi da una crisi mostruosa, Lecce si premura di far costruire altri negozi, nuovi nuovi, appaltando il tutto ad un’impresa privata, si chiama proget financing (non so quale sia il nome in salentino). A questo forse contribuiscano anche alcune deroghe della Regione Puglia. Il piano paesaggistico   in origine prevedeva l’impedimento a modifiche sostanziali su siti archeologici.

E sul comportamento della Regione ci sarebbe da discutere, lo stesso pare stia succedendo a Cisternino, per la famigerata “strada dei colli” che scavalca il piano paesaggistico con un sottinteso (?) placet di Bari.

E, sostiene Seclì, si scavalca anche il PUG (Piano Urbanistico Generale) che prevede la salvaguardia del patrimonio archeologico.

Ci si chiede se il sito sia archeologicamente rilevante o no. In particolare non si sa che fine abbiano fatto le indagini conoscitive promosse dall’amministrazione Salvemini. Sono sparite? Perse? Nascoste? Si sa per certo che la soprintendenza nel l971 diede parere contrario alla demolizione,  ininfluente, con tutta evidenza.

A sentire gli interventi la quasi totalità dei partecipanti all’assemblea era contro il progetto, tutti tranne il Prof. D’andria che, in un lungo intervento ha detto due cose fondamentali:

  • ·  Abbiamo fatto scavi, trovato reperti, catalogato e fotografato il tutto e ne  abbiamo fatto un libro.
  • · Oggi non c’è più nulla di rilevante.

Secondo questa teoria si può costruire anche un grattacielo e i comitati sono, in pratica, dei rompipalle. E poi, ha detto D’Andria rivolgendosi ad un altro signore che denunciava il progetto come invasivo «Lei dov’era nel ’71 quando abbattevano il Convento?». Quel signore aveva qualche anno in meno di me, nel ’71 avevamo tutti altri interessi. Evidentemente secondo D’Andria, chi in quegli anni non ha protestato, ora non ha alcun diritto a farlo, indipendentemente dall’età anagrafica. Bizzarro veramente.

E quello del Professore è stato un ottimo assist per l’assessore Messuti che ha detto «ci fosse stata presenza di un sito di rilevanza archeologica ci saremmo fermati»  ed ha proseguito dicendo che prima quella piazzetta era una schifezza immonda, a lavori ultimati si rivaluterà anche con una piazza, ideale congiungimento fra il centro storico e quello commerciale. Non ci ha detto l’assessore quali amministrazioni hanno governato e consentito una schifezza immonda nel centro di Lecce per lunghissimi anni.

Chi scrive vive a Lecce da soli sei anni, quindi non c’ero nel ’71 (con buona pace del Prof. D’Andria), e se ci fossi stato avrei avuto altra sensibilità, a vent’anni mi occupavo d’altro, forse questioni ormonali, forse ideali, non ricordo.  Dopo i primi sei mesi spesi a girare in una città stupenda con lo sguardo in alto a vedere le meraviglie  del centro storico, ho dovuto, ahimè, abbassare il naso a guardare cosa succede sotto il barocco. Ho visto Piazza Sant’Oronzo che è in buona parte un parcheggio quasi incontrollato, ho visto edifici storici di proprietà pubblica nel degrado più assoluto, ho visto che non esiste un piano traffico.  Ed è proprio quest’ultimo punto il più qualificante per l’intervento in Piazza Schipa, senza un piano traffico che senso ha costruire un parcheggio per 500 auto in pieno centro? Quale altro interesse se non quello di attrarre altro traffico ed altre auto in una città già intasata? I parcheggi di scambio, come richiamato dal Prof. Pankievich, i bus navetta per liberare e pedonalizzare il centro storico, sono nei progetti o meno? In sostanza, le amministrazione negli ultimi vent’anni hanno vagamente ipotizzato qualcosa di diverso dal caos? Qualcuno, nel corso dell’assemblea, ha sibilato anche interessi di altra natura, ma si tratta di illazioni. D’altra parte la filosofia che guida l’amministrazione in queste scelte si è palesata nella ristrutturazione di Piazza Partigiani, è di questi ultimi giorni la notizia che le piste ciclabili verranno sacrificate per aumentare i parcheggi auto. Con buona pace della città sostenibile.

Sembra quasi che il problema di Lecce sia Lecce stessa. Troppo bella e troppo delicata, e con troppi interessi più o meno sottesi.

 

La Terra d’Otranto ieri e oggi (8/14): LECCE

di Armando Polito

Il toponimo

La forma più antica è greca, cioè Λουπίαι (leggi Lupìai), ed è attestata in un frammento della Vita di Cesare di Nicola Damasceno (I secolo a. C.): Cesare [Ottaviano] salpò con le navi che aveva a portata di mano mentre era ancora in corso pericolosissimamente l’ inverno e, attraversato il mare Ionio, raggiunse il più vicino promontorio della Calabria dove nulla di chiaro era stato annunziato agli abitanti sulle ultime novità da Roma [l’uccisione di Giulio  Cesare]. Sbarcato dunque lì, proseguì a piedi verso Lecce.1

Λουπίαι continua in Strabone (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Geographia, VI, 3, 6: Si è parlato sufficientemente delle piccole città sulla costa; nell’interno si trovano Rudie, Lecce …2

La forma latina esatta trascrizione della greca è Lùpiae, la cui attestazione più antica è in Pomponio Mela (I secolo d. C.), Chorographia, II, 66: … in Calabria Brundisium, Valetium, Lupiae … (… in Calabria Brindisi, Valesio, Lecce …).

In Giulio Capitolino, uno dei sei storici della Historia Augusta (compilazione del IV secolo d. C.), ricorre la forma Lòpiae3.

In Tolomeo (II secolo d. C.), Geographia, II, 12 ricorre la forma Λουππίαι (leggi Luppìai).

Tutte le forme fin qui riportate sono di numero plurale.

La trascrizione latina al singolare della variante tolemaica si ha nella Tabula Peutingeriana (copia del XIII secolo  di un originale del IV secolo d. C.), VIII,  7, dove compare Luppia (da leggere Lùppia), evidenziato in rosso nell’immagine sottostante.

 

Nella Cosmographia dell’Anonimo Ravennate (VII secolo d. C.) ricorre il singolare Lùpia in IV, 31 e il plurale  Lupiae in V, 1.

Nei Geographica, di Guidone (XII secolo d. C.) ricorre in 28 Lictia4 e in 71 Liccia5.

Questa forma antica che cronologicamente è la più vicina appare come la madre di Lecce e consente di tracciare la seguente probabile trafila:  Λουπίαι (Nicola Damasceno)>Lùpiae (Pomponio Mela)>Liccia [Guidone,  con passaggi –u->-i– e –ppi->-cci– come in sacciu (io so) dal latino sapio]>*Liccie (recupero dell’originario numero plurale)]>Lecce.

Per completare questa sezione va detto che Lupia venne associato a lupa da Iacopo Antonio Ferrari (XVI secolo) che in Apologia paradossica,  Mazzei, Lecce, 1702 (cito dalla seconda edizione, stessi editore e luogo, uscita nel  1728, pagg. 253-255) così scrive: Che dunque la Città di Lecce sia, Signor Eccelso, stata una delle tre stazioni d’Italia, noi ne crediamo d’averlo assai ben provato con quel testimonio di C. Plinio, che ‘l disse più chiaro dell’altre6, a cui noi ci aggiugneremo il conghietural giudizio delle sue antichissime insegne della lupa fosca posta sotto l’ombra d’una gran quercia verde carca di ghiande d’oro in campo bianco, animal imperioso, e non soggiacente, dedicato dalla cieca antichità a Marte, e così parimente lo arbore della quercia, per esser durissima, di lunga vita, e che non fa punto stima del furor de’ venti, portatale questa insegna dalli suoi antichi Triumviri nel vessillo, con cui condussero la sua Colonia de’ Cittadini Romani, secondo l’antico costume Romano, e lasciatala per sua perpetua insegna; conciossiecchè i Romani, quando mandavano le lor Colonie o de’ lor propri Cittafini, o de’ Sotj loro del nome latino eliggevano prima i loro Triumviri cioè tre commissarj, i quali eseguendo il mandato d’un consiglio de’ diece uomini, a chi era del Senato, o dalla plebe Romana questa partenza per una antica legge data, riferita da Cicerone in tal sentenza: Decem viri quae municipia, quasque colonias velint, ducant colonos, quos velint, et eis agros dividant quibus in locis velint. Che al volgar dice: I Decemviri tutti quei municipij, e tutte quelle Colonie, che a loro piacerà, le conducano, li Coloni che vorranno, e loro spartino li terreni, che vorranno, andavano dove erano da questi mandati alli territorj descritti propri del popolo Romano, e vi conducevano quei poveri Cittadini Romani, overo i di loro compagni del nome latino, ed a quei designavano le nove Città per abitazioni, e spartivano per iugeri, cioè per tumoli, o moggi di terra i loro territorj, acciocchè con quei avessero essi potuto, ed i loro figlioli vivere, e campare; e perché soleva essere a loro frequente l’uso dei vessilli, con cui conducevano le Colonie, mentre alcune volte portavano in quelli dipinto un Leone, altre volte un Dragone, e spesso un Tauro, alla nostra Città vi portarono la Lupa dipinta sotto quella quercia, fosse per rendersi conforme al nome della Città, che LUPIA era quella, e la quercia per dimostrare con quel gieroglifico di quella, e di questa che la natura della nostra Città sia imperiosa, e che più presto elle comandi all’altre  Città che obbedisca altrui, per essere natuuralmente inchinata al mestiere dell’arme, e per l’albero, che quanto più si cerca di sbatterlo con tagliarli li rami, tanto più ingrandisce, e fassi ricco di rami, di fronde, e di frutta. Ed ecco il testimonio infallibile, che Lecce fu Colonia de’ Romani, di quella marmorea iscrizione ritrovata in Napoli , la quale la portò il Galateo alla sua Iapigia, e che ora sta a Santa Maria della Libera7.

Antonio De Ferrariis detto il Galateo nel De situ Iapygiae pubblicato la prima volta a Basilea per i tipi di Perna nel 1558: Solum pingue et frugum omnium ferax, unde fortasse Lupiae, ab eo quod est LIPARON8, id est pinguae, dictae sunt (Il suolo è pingue e ricco di ogni frutto, donde forse fu detta Lupiae dal fatto che è fertile, cioè pingue). Senza scomodare LIPARON, che comporterebbe la spiegazione non facile dell’evoluzione fonetica, è strano che l’umanista di Galatone non abbia pensato direttamente al primitivo λίπος.

Ci fu poi chi pensò bene di arcaicizzare la congettura del Ferrari a meno di 150 anni dalla sua formulazione, molto probabilmente partendo dall’idea (ancora oggi comune a molti pseudostudiosi …) che più antico è più bello; solo che bisogna provarlo, almeno citando uno straccio di fonte e senza confondere le idee al lettore sprovveduto o semplicemente troppo fiducioso . Ecco cosa Luigi Tasselli (1630-1694) scrive in Antichità di Leuca, II, XV, Eredi di Pietro Micheli, Lecce, 1693, pag. 240:se io volessi scrivere, chi fu il vero, e germano fondatore di questa Illustrissima Città, mi arriva in questo Pomponio Mela, Mario Massimo suo commentatore, Giulio Capitolino, Eutropio, e Antonio Galateo de situ Iapygiae, che mi accertano essere stata fondata e Lecce, e Rugge da Malennio Re 107 anni prima della guerra di Troia in quel luogo dove si vede9; e perché nel luogo disegnato s’incontrò disgratiatamente Malennio Re con una Lupa stesa sotto una Quercia, quindi si fu, che le diede per sua impresa una Quercia con di sotto una Lupa, Lupas, Lypias, Lopias, Lupium, Lyspiam, Lypiam e Aletium10 ancora, hebbe su quei principii a chiamarsi Lecce; la quale poi da Licio Idomeneo fu amplificata; onde n’hebbe ancora il titolo di quasi Fondatore.

La lupa si avviava ad essere una fissa perché venne ripresa dal dottissimo Alessio Simmaco Mazzocchi che in Commentariorum in Regii Herculanensis Musei aeneas tabulas Heracleenses pars I, Gessari, Napoli, 1754, pag. 524, partendo dall’affermazione di Pausania (II secolo d. C.) secondo la quale il nome più antico di Lecce era Sibari11, realizza una cucitura, di cui non sarebbe capace il più disinvolto dei sarti, solo sulla base di alcune assonanze:  Scitum est Lupum Hebraice Zeeb, sive contracte Zeb vocari. Usitatum est autem ferarum animantium vocabulis addi  Bar, hoc est Agri sive Saltus aut Silvae. In Paraphrasi Chald. Psalmi L. 10 Thor bar est Taurus saltuum sive taurus silvestris, de quo ibidem subjicitur: Qui depascit unoquoque die montes mille. Pari ratione Zeb-bar sive (lenita scilicet Z in pronuntiatione) Sebbar erit lupus saltuum. Tyrrhenis autem (qui aevo antiquissimo tota Italia dominabantur) nulla amicior vocalis quam U fuit. Itaque ex Sebar fecere Συβαρ, Sybar. Cetera vocabulo addita ad Graecae terminationis modulum pertinet (È noto che in ebraico lupo si dice zeeb o, in forma contratta, zeb. Si usa poi aggiungere ai nomi degli animali bar , cioè campi o balze o selve. Nella parafrasi di un salmo caldeo alla line 10 thor bar equivale a toro delle balze o toro selvatico, intorno al quale ivi è aggiunto: Quello che in ciascun giorno pascola in mille monti. Per un simile motivo Zeb-bar oppure, lenita Z nella pronuncia, Sebbar corrisponderà a lupo delle balze. Ai Tirreni poi che da età antichissima dominavano in tutta l’Italia, nessuna vocale fu più gradita della u. E così da Sebar fecero Συβαρ, Sybar. Le restanti lettere sono pertinenti al modello della terminazione greca).

Riassumo quanto fin qui detto dal Mazzocchi: da un orientale Zeb-bar si sarebbe sviluppato prima il tirrenico Subar che in greco sarebbe diventato Σύβαρις (leggi Siùbaris). Riassumo ora per brevità pure la conclusione lasciandola al giudizio del lettore: nel passaggio dal mondo greco a quello romano sarebbe stata operata una sorta di traduzione del primo originario componente,  favorita dal fatto che in greco lupo è λύκος e in latino lupus; e così si sarebbe passati da Sibari a Lecce, sempre terra di lupi.

Chiudo questa parte con la segnalazione, mio malgrado, del link  http://www.iltaccoditalia.info/nws/?p=11431 dove il lettore potrà trovare nel periodo conclusivo del post un esempio eloquente di quanti danni possa fare col trascorrere del tempo una notizia campata in aria e maldestramente manipolata, lascio giudicare al lettore se in buona o in mala fede.

Di buon grado, invece, segnalo l’ottimo lavoro di Giovanna Falco; il lettore troverà le tre parti in cui esso si articola in

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/05/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/07/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta-seconda-parte/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/17/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta-terza-ed-ultima-parte/

Ed ora la parola passa al Pacichelli.

Pacichelli  (A), pagg. 169-173

 

Pacichelli (B, anno 1682 e 1684; C, anno 1686)

Qui et a Lecce a’ preti si dà titol di papa: per esempio papa Francesco, e così ciascun del suo nome, forsi alludendo alle lor comodità e benefici, mentre son ricchi almen di circa a dugento ducati di rendite.

Più avanti nella stessa provincia, scendendo per poche miglia in terra dal mare, ove torna meglio in acconcio, andai a vedere la bellissima e real città di Lecce, ne’ Salentini, fondata da Malennio, re loro, ed accresciuta da Littio Idomeneo, conforme stima il Padre Antonio Beatillo Giesuita nella Vita di Sant’Irene, e il Padre De Anna in quella del venerabile Padre Bernardino Realino. Più a lungo però scrivon il Galateo, con le antichità della provincia De situ Japigiae, e l’Infantino in 4 nella Lecce sacra. Ivi la fede si radicò per le gloriose operazioni di Sant’Oronzio, suo cittadino, oggi gran protettore, e Fortunato, di lui fratello, allievi di San Giusto, un de‟ discepoli del Signore, e Vescovi successivamente. Ha ella tre miglia di giro, con vie larghe e ben lastricate, giardini, fontane, fabriche nobili della pieta, che si cava nel suo fertile territorio, ch’è dolce e si lavora a guisa di legno con pialla. Non sa invidiar Napoli nello splendore e magnificenza delle chiese e de’ chiostri di tutti gli ordini, col sontuoso collegio della Compagnia dedicato alla Circoncisione, e il tempio vaghissimo de’ Teatini a Sant’Irene protettrice, con sette monasteri di Suore, tre spedali e varie confraternite. La Catedrale, col titolo della Vergine Assunta e piazza avanti, è stata rinovata nel 1658 dal Vescovo Monsignor Luigi Pappacoda, in forma sì nobile e vasta, con le cappelle ricche di marmi, gli epitafi delle quali, con quel della fronte, si trascrivon dal Abate Francesco De Magistris In Statu Rerum Memorab. Neap. I, numero 43, foglio 29, che non cede ad altre di questo dominio. La piazza grande ha il Seggio chiuso, di ferro, fontana e piramide, con la statua di Sant’Oronzio, sendo sparse le botteghe de’ negozianti. Poco discosto è il castello con fosso, ponte e presidio spagnuolo, assai valido. Han concetto le sue belle coperte di bombace per la state. Stimasi la più cospicua e più popolata città del reame, ove soggiornavan quantità di nobili e ricche fameglie, con molto lusso e con galanteria verso de’ forestieri, numerandosi a 3300 i fuochi. Vi risiede il Preside col suo tribunale, il Vescovo gode vasta giurisdizione in ventisette castelli, de’ quali Squinzano si appressa ad ottocento case, e Campiano a mille, in clima abondante e salubre. È munita ancor con la fossa, e ben regolate mura con varie torri.

Volle vedermi cavalcare il medico, ed io, ringraziatolo, me gli offersi, sollecitando per nove miglia di aggradevoli oliveti e di qualche minor casale l’arrivo a Lecce, scoverta nella torre quattro miglia avanti, quasi con maestoso invito, ma superiore alla fama che ne corre. Alle 21 ora, entrato in questa metropoli della Provincia di Otranto, fei cercar dell’Abate Don Scipione de Raho, cui recava lettere da Taranto. E mentre nel venerdì, alla funzion della Buona Morte, presi la benedizzione a caso da’ Padri della Compagnia, lo rinvenne il mio cameriere ne’ Teatini. Egli non permise che in alcun chiostro io mi fermassi, conforme l’avea fatto richiedere, ma mi volle e condusse subito in sua casa, che ha forma di palazzo, chiamando l’unico suo nipote, ritornato dalla Laurea Legale di Roma, e mi offerse cioccolata, o vin fresco, o acqua e conserve, mostrandomi (con intendimento discreto) le altre comodità. Gustai del vin rosso con due biscottini e, perché il cavallo poco prima e in pianura mi era caduto addosso, mi fei fare una chiarata, non permettendo ch’ei chiamasse chirurgo, sì come volea. Si cenò per tempo, seco solamente, in quella stessa stanza terrena, del pesce tonno, apparecchiato in varie guise con sollecitudine, dandomi luogo da giacere con libertà, e col camerieri nella contigua. Fattami rader la barba la mattina e trovandomi alleggierito nella gamba (ch’era la destra), uscii seco in carrozza. Guardammo l’interiore la mattina e la sera la parte di fuori, accorciando io la dimora mentre si riscaldava la stagione. Di due miglia e mezo si misura il giro di questa città, con quattro porte, buona cortina di mura e castello, inchiudendo non più di nove mil’anime, tutte civili verso il forastiero, diminuite dopo il contagio e la mortalità del 1679, con fameglie antiche e riguardevoli, alcuni Baroni però che col feudo di pochi carlini, altri col solo dottorato, han luogo nel Magistrato supremo. Vi ha trecento carrozze, mantenute con poca spesa. Le fabriche son di pietra bianca, che nasce là, si lavora con pialla e riceve impression di figure col coltello, della quale vidi curiose gelosie. Non si alzan molto a cagion del peso, che fa cadere spesso le mura ed i volti. Son provvedute di giardini di agrumi quasi tutte, e di cisterne per l‟acqua, sendo questo liquore in molti pozzi salmastro e in varie sorgenti profonde caldissimo, e scarseggiandosi di neve, che vien da Martina, 20 miglia lontano, a prezzo talvolta di un carlino il rotolo. Ogni chiesa ha la facciata, ed alcune bellissima, di pietra con le statue e cornici alla romana. Quella di Santa Irene, protettrice della città, offiziata da’ Padri Teatini, è maestosa, con le cappelle sfondate, in una delle quali presso la porta tre tele di San carlo Borromeo e, nella croce alla sinistra, San Gaetano, dipinti a Parma da un loro laico, ha un cornicione largo, ma il tetto desidera il volto o ‘l soffitto. Nell’abitazione una picciola libreria senza rarità. Vasto è il collegio de’ Pagri Giesuiti, con la fronte di grata apparenza, ma dentro è sconcio ne‟ dormitori, non piacendo che alcuni camerini nuovi, i passeggi ne’ chiostri da basso con la stanza cangiata in cappella dal Venerando Padre Realino da Carpi, sepolto ivi non si sa dove, presso alla sagrestia, restando finita di corpo grande la chiesa, nella piazza della quale il palazzo di buon’aspetto del fratello dell’Abate Cristalli di Nardò, già crocifero di Papa Alessandro VII. Bellissimo è il monastero e magnifica, forsi più di tutte, la chiesa di Santa Croce de’ Celestini, vicino alle mura, che vidi coperta di setini, col trono dell’Abate per la festa del Santo lor fondatore. Osservai quattro parochiali, una delle quali vaghissima nella maggior piazza, che ha la statua, e questa di marmo, dell’Imperador Carlo V, una fonte artifiziale con quella del Re di Spagna Carlo II, e una colonna trasferita da Brindisi, e già ivi consegrata ad Ercole, diminuita, però, con la statua di rame di Sant’Oronzo, valutata 300 ducati, benché tutta la spesa di questa mole e sua trasportazione arrivi a ventimila. Ne’ quadri più nobili del piedestallo sono incise le inscrizzioni, che riferisco. E ultimamente, nell’anno 1684, in tempo del Signor sindico Domenico Stabile, che vi cooperò non poco e ne ritiene dal Signor Costantino Bonvicino dedicata, con altre quattro statue de’ protettori non ancora intagliate, né fuse a gli angoli della base, e de’ balaustri, l’idea. Così, dunque, da un lato:

COLUMNAM HANC, QUAM BRUNDUSINA

CIVITAS SUAM AB ERCULE OSTENTANS

ORIGINEM PROFANO OLIM RITU IN SUA

EREXERAT INSIGNIA, RELIGIOSO TANDEM

CULTU DIVO SUBIECIT ORONTIO, UT

LAPIDES ILLI QUI FERARUM DOMITOREM

EXPRESSERANT, CELAMINE, VOTO, AEREQ;

LUPIENSIUM EXCULTO, TRUCULENTIORIS

PESTILENTIAE MONSTRI TRIUMPHATORE

POSTERIS CONSIGNARENT

 

E dall’altro:

SISTE AD HANC METAM FAMAE

AUGUSTUM QUONDAM ROMANI FASTUS,

NUNC ELIMINATAE LUIS TROPHAEUM

COLUMNAM VIDES, POTIORI NUNC HERCULI

D. ORONTIO SACRAE. NON PLUS ULTRA

INSCRIBIT ORONTIUS SCAGLIONE, PATRITIUS

NON SINE NUMINE PRIMUS, HUTUSCE

NOMINIS PATRIAE PATER. STATUA

AB ALTERA BASI. ILLAM CUM STATUA

EREXIT. ANNO DOMINI SALU. MDCLXXXIV

 

Si denominan le accennate parrocchiali il Vescovado, Santa Maria della Porta (che ha una Vergine devotissima), Santa Maria della Grazia in piazza, e Santa Maria della Luce.

Sette sono i chiostri delle donne, oltre la Clausura delle Convertite, e dodeci degli uomini, ciascun de’ quali osservai e spezialmente la cappella ne’ Conventuali, o stanza bassa, vicina al giardino, abitata da San Francesco, e la memoria di lui in marmo, con un albero di melangoli che piantò.

In Sant’Angelo de gli Agostiniani l’infermaria e la cappella del Giugno, autor del bel libro degli epigrammi che intitola Centum Veneres, mancato nel marzo dell’anno corrente 1686, soggetto che fioriva in amendue le Academie di questa città, cioè a dire ne’ Trasformati, che han per simbolo Dafne, e negli Spioni, che portan per impresa il cannocchiale con le parole Scrutabor Naturalia, e spiegano materie meteorologiche. Di lui si legge nel chiostro così:

D.O.M.

VENERAB. D. AUGUSTINI FRATRES

HUIC MOLI AEGROTANTIUM INFIRMANTI

SI QUI HYGEAE AUT MACHAO ARTE EGERENT

NOSOCOMIUM AERE SIBI SUFFECTO

A IO: BAPT. IUNIO I.C. LYCIEN. PATRITIO

PRO EIUS ARAE DEIPARAE AC SANCT. DICATAE

CENSU, DOTEQ; COLLATA

PACTO MISSARUM PROVENTU

IUNIOR. FAMIL. PIETAT. ERGO

SUPPOSUERE ANNO DOMINI M.D.C. LXXXII.

 

Nel destro lato della chiesa, la seconda cappella da lui dedicata alla Reina del Carmelo esponea fronte un’aquila con doppia corona su le due faccie coronate con un diadema, sotto la quale Pietas et Iustitia, et appresso così:

D.O.M.

AETER. NUM.

DIU TANTUM UT SAPERET PRORSUSQ. DEDISC. HUMANA

CASURA AETHE. SUB SOLE UNIVERSA

AEVITER UBI SINE DEO NIHIL

ALCYON VEL MAGNI NEUTIQ. DIES

RELIGI. ITAQ. IPSE MERITO PERAM. UNUS COLEN. UNA

GENS HIC IUNIA

AEDIC. HANC SACR. OB PIET. EXTRUCT. SCITEQ. ERECTAM

PEC. SANE SUA INNOC. AT TAM PARTA.

FOR. TAM. ADUOC. QUAM IN MAGIST. MUN

FID. QUIP. IN CULP. PROFESS. HAUD ELOQUENT.

AVERRUNC. EXTERNOR. AFFECTIB.

OPTAT. SUPPLEXQ. LIT. EXORAT.

ANNO DOM. MDCLXXVII.

 

Dentro la cappella, ch’è molto vaga e divota, si legge a destra in un marmo:

QUOUSQUE TREMESCES VIATOR?

MORTALES ETENIM AEQUE OMNES

DIU SANE VIXIT QUI BENE. QUI MALE, NEC VIXIT DIU

VIRTUTE TANTUM VIVITUR. SUA QUISA; MORITUR

MORTE.

IUNIORUM TAMEN, EN HIC OSSUA, EN HIC CINERES

INEVITABILI HUMANAM IN SORTEM EDICTO

OMNIUM CUI PRORSUS INTEREST PARENDUM

NATUS ES? NIL NISI MORIENDUM RESTAT.

NULLI NAMQ. DETUR MISSIO. MIGRANDUM OMNINO

TIBI HINC SAPIS NON IMMEMOR AT SIBI

SUISQ. IO. BAP. IUNIUS I.V.C. LYCIENS. PATRITIUS

HOC QUIDEM VIVENS PROSPEXIT SEPULCHRO

ANNO SAL. HUM. M. DC. LXXVII.

 

A sinistra in questa forma:

DEO UNI AC TRINO

CARMELITARUM DEIPARAE COELITIBUS UNA

SOCIATIS

NOMINE NON IMPARIBUS. DISPARIBUS MINUS

VIRTUTE

INULTA UTERQ; ADEO EXECRATUS EST FLAGITIA

MINOR UT ALTER FIT CAPITE. EX FORO ALTER

EX TORRIS

UNIUS ITAQ, AEMULATUS EXEMPLAR

ELIMINATIS ALTERIUS NEC. MORIBUS

PERTICOSAM QUO ABIGERET. TUNICATAM QUO

INDUER. QUIETEM

FORENSI HAUD EXOCULATUS PULVERE

CAUSAR. VELUT MILES CAUSIDIC. PROTINUS

EXESSIT. ABSTI. ARENA

HINC SACELLUM HOC. DIC. DOT. IO. BAPT. IUNIUS

I.C. LYC. PATRITIUS

SUI SUORUMQ, PIETATIS ITEMQ; RELIGIONIS

TESTIM.

A.R.H.M. MDC. LXXVII

 

Nel pavimento, poi, che cuopre il sepolcro:

ACCOLAE CIVES ADVENAE

OSSUA EN HIC TAND. UNA ET CINERES

PATRITIAE IUNIOR. LYC. FAMILIAE

QUORUM TOT SANE VIVORUM

SCITUS UBIQ; QUISQ; EMICUIT. LIT. AMUSUS NEMO

ADEO QUOD PRAETER VIRTUTEM

NEMINEM SIBI MERITO SCRIPSIT HAEREDEM

LITARUNT AT UT CAETERIS.

GRAPHIARIO IURIS ERGO HOC HUMANUM LAPIDE

SUA ETENIM QUEMQ; VICISSIM OPPRIMIT DIES

QUORS. TERRA ET PULU NUNC SUPERBITIS AD VANA?

NOSTRO QUAM NIL SUMUS QUISQ; VESTRUM EDISCAT

EXEMPLO

DEO VIVENDUM DECUSQ; NAM CUIQ; SUUM.

POSTERITAS DUBIO PROCUL REPENDET, ET

AETERNITAS

AN. SAL. HUM. MDCLXV.

 

In fine, di raro vidi al di dentro la casa oggi nobilitata, che dicon già fosse di Sant’Oronzo. Passai quindi a veder fuori, dopo desinare e preso riposo, il magnifico monastero de’ Padri Olivetani, col chiostro nobilissimo, giardino, massarie e feudi uniti, un de’ quali frutta solamente carlini, foresteria da prencipi, bellissimo quarto dell’Abate, poco anzi Procuratore in Napoli, che volle accompagnarmi e farmi vedere il vago e da lui ripolito tempio, con cupola e torre alta, con le statue a di [sic] altari in tre picciole navi, e la sepoltura di Ascanio Grandi poeta, gli antenati del quale servirono in primo luogo nella Segreteria del Conte Principe Tancredi. Avanti la sua facciata, son costituite di fabrica botteghe in gran numero per la fiera, che si disputa nel Regal Consiglio con la città di Bitonto. Posseggon que’ Monaci la torre o ’l giardino del sudetto Tancredi. Passai dopo al convento e alla bella chiesa de gli Scalzi di Sant’Agostino: ha quella per nome il tempio, con vago e vasto chiostro de’ Riformati di San Francesco in numero di 60 ben trattenuti, che mi mostrarono una spina insanguinata del Signore, un pezzo del Santo Legno della Croce, donato ad un de’ loro frati dalla Principessa Donna Olimpia Panfili, et un chiodo assai grosso con la punta tagliata, che sembrava nuovo, del medesimo nostro Redentore, costumato ad infondersi nell’acqua per divozion de gl’infermi, non però datasi a me questa a gustare per la poltroneria di un laico sagrestano, il tutto custodito in una croce di argento fra le supellettili della sagrestia. Al Lazzaretto, governato dalla città, ove osservai alcuni sucidi lebbrosi, da me non mai più veduti. A San Giacomo, chiesa allegra de’ Riformati di San Pietro di Alcantara, che sono venti et hanno bellissime tele a gli altari. Ameno e vasto è il lor giardino con una grotta dedicata oggi al Santo e alla sua statua, già piena di terra, la quale vuotandosi tre anni sono, scoverse, forsi non senza presagio de’ sinistri avvenimenti del Turco nella Pannonia e Peloponneso, piccioli e galanti specchi, quasi mosaici nelle mura, e fra essi nel volto, in buon carattere maiuscolo, nel petto di un’aquila e sovra una cometa, queste parole:

CUM FONTE, ET ANTRO DOMINUS FRUETUR

OTTOMANI SUPERBIA OCCIDET

Dicono che vi fosse una fonte, vivendo l’accennato Conte Tancredi, vicina ad una chiesetta vecchia, e molti bell’ingegni han preso quinci a poetare della prossima distruzzione della tirannia de’ musulmani. Io, quantunque in Napoli avessi giudicato spurio et imaginario questo concetto, lo conobbi per legitimo, deducendosi dal tempo, che si vede esser lontano dalla memoria, e da’ registri anche de’ nostri vecchi. Qui, fra gli alberi, è un delizioso passeggio di carrozze la sera, e fra tre strade una vaga fontana a forza di argani. V’incontrai fra molti il Preside, pure in carrozza, con un de gli Auditori, in questa residenza, della provincia di Otranto, e due Alabardieri dietro. I Cappuccini, al numero di 50, m’introdussero nel lor convento, su l’ora dell’Ave Maria, ch’è il primo della provincia, a veder la speziaria, l’infermaria e la biblioteca. Lasciai un miglio fuori i Domenicani nel lor convento col noviziato e chiesa grande, offiziata da venti Padri, restandone un altro dentro. E non entrai nell‟accennato castello fabricato da Carlo V, che passò in città per la porta chiamata Reale. Ma chi vuol saper più, legga la Lecce Sagra del Signor Francesco Bozi, patrizio, e attenda in breve la Lecce Moderna di Don Giulio Cesare Infantino, curato di Santa Maria della Luce. Doleasi il Signor Abate de Raho che io non volessi dimorar seco la domenica, e di non aver pronta qualche galanteria da donarmi, sì come sarebbe stato un de’ forzierini, o scrittori di pelle figurata e dorata nelle coverte o tabacchiere di paglia istoriate, che da 25 carlini son discese al valor di un tarì. Pur donommi un paio di guanti di Roma e alcune confitture, e volea per lo rinfresco far lavorar un pastone. Mi fé veder l’abito e il medaglione dell‟Ordine della Milizia Cristiana dell’Immacolata Concezzione, fondato in tempo e co’ privilegi di Papa Urbano Ottavo, conforme al bollario, non ammesso da que’ censori che supponeano tali esenzioni diminuisser in sommo il regal vassallaggio. Portommi nel quarto superior della casa a vedere i ritratti al vivo e in piedi de’ suoi genitori, cioè del Signor Mario de Raho, nobile antico, che, senza curarsi di que’ seggi, riseder volle in Lecce, ed era vestito col robbone di quella milizia. Egli, con dispensa pontificia, vi professò e fu promosso al sacerdozio, restando viva la Signora Andriana Ricci, sua consorte, in quello stesso quarto, disgionta da lui, che soggiornava di sotto, avendo ella votato castità perpetua nelle mani di Monsignor Girolamo de Coris, Vescovo di Nardò, ginocchiata avanti di lui e del suo intiero capitolo, con le mani giunte. Qualche volta si parlavano, e mangiavano insieme per la Pasqua.

Osservai dalle sue stanze (non curando riposarmi per profittar nel discorso) in quattro aspetti vaghissimi, molte città, fino il campanil di Lecce, che costa quindeci mila ducati.

Pervenni a Lecce in tre altre. Ivi fu la mia pausa, fino alla metà del giorno seguente, in casa del compitissimo Abate Don Scipione de Raho. Con esso lui tornai a visitar vari amici, spiccando fra loro la cortesia e la bellezza nelle donne. Mostrommi egli di nuovo il soffitto nella chiesa Madrice, e la cappella del Santissimo Crocefisso, col sepolcro composto di meravigliosi lavori di quella delicata pietra, per memoria e per cenno di Monsignor Vescovo Pignatelli. Seco io andai a rallegrarmene, scusandolo della restituzion della visita, con gradir le più benigne offerte, mentre mi raccontò gli sconcerti de’ suoi Diocesani, armati di centinaia di scoppette per resister al Sagro Sinodo convocato, e m’invitò alla bella funzione della prima pietra alla chiesa delle Monache di Santa Chiara.

 

 

Pacichelli, mappa

 

immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta da  http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b9/Lecce_from_the_air.jpg
immagine tratta da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b9/Lecce_from_the_air.jpg

A Duomo e Vescovato (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Puglia_Lecce1_tango7174.jpg)

B    Regio Castello/Castello di Carlo V (mappa/http://www.mondimedievali.net/castelli/puglia/lecce/lecce.htm)

C   Piazza, Colonna con S. Oronzio, statua di Carlo V a cav., e fontana con altra statua del Re/Piazza s. Oronzo (mappa/adattamento da http://farm3.staticflickr.com/2427/3556658537_7380b5809a_o.jpg)

Da notare nel dettaglio della mappa le due statue equestri: la prima dell’imperatore Carlo V, la seconda, con fontana, di Carlo II (Nostro Signore è detto nella didascalia e Carlo II morì nel 1700, il che dovrebbe render certa la presenza delle due statue nella piazza almeno fino alla metà del XVIII secolo). Memoria di una fontana ancora più antica e funzionante ad energia animale (e agli animali in questione, come si vedrà, non si faceva mancare il biscottino …) è nelle Cronache di M. Antonello Coniger (vissuto tra il XV ed il XV secolo; cito dall’edizione apparsa in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò ristampate ed annotate da Michele Tafuri, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1851, v. II, pag. 512):

1498 … In questo anno ne la Cetà de Lecce uno ammaistrò dui cani de manera, che soli tiravano acqua a la fontana de la Piazza de Lecce in abondancia, ben vero l’huomo le dava le Calette.                                                                                                                                                                                                                                                                  

11

 

D   Seggio/Sedile (mappa/http://mw2.google.com/mw-panoramio/photos/medium/5332140.jpg)

 

E  S. Irene (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Lecce_Chiesa_di_Sant%27Irene_dei_Teatini.jpg)

 

F  Colleggiata de’ Gesuiti/Palazzo di giustizia (mappa/immagine tratta da http://www.arte.it/foto/500×375/9e/5114-038.jpg)

 

G  Mo di S. Croce/Palazzo dei Celestini/S. Croce  (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Basilica_di_Santa_Croce_e_Celestini_Lecce.jpg)

H  Sp(eta)le della Trinità/S. Nicola (mappa/immagine tratta ed adattata da Google Maps)

I  Porta Reale/Porta Napoli (mappa/immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Porta_Napoli_a_Lecce.jpg)

 

K Porta di Rugge/Porta Rudiae (mappa/immagine tratta da http://www.isoladipazze.net/images/lecce_portarudiae.jpg)

Stemma di Lecce (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Lecce-Stemma.png)

D’argento alla lupa passante di nero, attraversante il fusto di un albero di leccio di verde, sradicato e ghiandifero d’oro (D.P.R. 20 aprile 1942)

Da notare la diversa direzione di marcia della lupa. Lo stemma, comunque, sembra il frutto di un’ambiguità glottologica, dal momento che l’etimo, di cui si è parlato, di Lupiae da lupa, tenendo conto della variante è foneticamente sovrapponibile a quello da leccio. Quest’ultima proposta, comunque, a mio avviso, dev’essere considerata come paretimologica, propiziata, cioè dalla sovrapposizione popolare, probabilmente antica, di lezza/lizza nome dialettale del leccio: infatti, tenendo presente che leccio è derivato dal latino ìlìceu(m)=della quercia, aggettivo neutro da ilex=quercia, la congruenza fonetica di quest’ultimo con la forma latina di partenza Lupiae mi appare di problematica dimostrazione. Ad ogni modo:  è evidente come nella creazione dello stemma l’autorità presunta o reale del Ferrari prima  e del Tasselli poi abbia avuto un peso determinante.

 

Prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

Seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

Terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-314-brindisi/

Quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/09/la-terra-dotranto-ieri-414-carpignano/

Quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/14/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-514-castellaneta/

Sesta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/20/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-614-castro/

Settima partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-714-laterza/

____________

1 Fragmenta historicorum Graecorum, Didot, Parigi, 1849, v. III, pag. 436: Καῖσαρ δ’ἀνήχθη τοῖς  ἐπιτυχοῦσι πλοίος, χειμνῶος ἔτι ὄντος σφαλερώτατα, καὶ διαβαλὼν τὸν Ἰόιον πόντον, ἴσχει τῆς Καλαβρίας τὴν ἔγγιστα ἄκραν, ἔνθα οὐδέν πω σαφὲς διήγγελτο τοῖς  ἐνοικοῦσι τοῦ ἐν Ρὠμῃ νεωτερισμοῠ. Ἐκβὰς οὖν ταύτῃ πεζὸς ὥδευεν ἐπὶ Λουπίας. Λουπίας è accusativo di Λουπίαι.

2  Τὰ μὲν οὖν ἐν τῷ παράπλῳ πολίχνια εἴρηται. ἐν δὲ τῇ μεσογαίᾳ Ῥοδίαι τέ εἰσι καὶ Λουπίαι

3 Vita di Marco Aurelio Antonino (I, 8): Cuius familia in originem recurrens a Numa probatur sanguinem trahere ut Marius Maximus docet; item a rege Sallentino Malemnio, Dasummi filio, qui Lopias condidit (Si accetta che la sua [di M. Antonino] famiglia andando a ritroso nell’origine traesse il sangue da Numa, come insegna Mario Massimo; parimenti dal re salentino Malennio, figlio di Dasummo, che fondò Lecce]). Lopias è accusativo di Lopiae.

4 Dehinc urbs Lictia Idomenei regis … (Poi la città Lecce del re Idomeneo …). Peccato che nella Mappa di Soleto la posizione geografica non coincide con quella dell’attuale Lecce, perché il ΛΙΚ (leggi LIK) evidenziato in rosso nell’immagine sottostante sarebbe stato l’abbreviazione perfetta di Lictia.

 

5 … Brundisium, Liccia, Ruge, Ydrontus, Minervum … [ …Brindisi, Lecce, Otranto, Castro (?) …].

6 Qui il Ferrari non so se volutamente o meno  si lascia prendere la mano dagli intenti apologetici e confonde Lecce con Alezio, con una forzatura che potrebbe pure essere accettabile se fosse corroborata (ma così non è) dalla  tradizione manoscritta.  Ecco il brano originale di Plinio (Naturalis historia, III, 11): Oppida per continentem a Tarento Uria, cui cognomen ib Apulam Messapiae, Aletium, in ora vero Senum, Callipolis, quae nunc est Anxa, LXXV a Taranto, inde XXXIII promuntorium quod Acran Iapygiam vocant, quo longissime in maria excurrit Italia. Ab eo Basta oppidum et Hydruntum … (Città interne [a partire] da Taranto: Oria detta di Messapia per l’omonima apula, Alezio; sulla costa invero Seno, Gallipoli, che ora è Anxa, a 75 miglia da Taranto, quindi a 33 miglia il promontorio che chiamano  estremità iapige, dove l’Italia si protende più lontano nel mare. Da esso la città di Vaste e Otranto …).

7 Ecco il testo dell’iscrizione che fu rinvenuta a Pozzuoli (CIL, X, 1795):

 

M(arco) Bassaeo M(arci) f(ilio) Pal(atina) / Axio / patr(ono) col(oniae) cur(atori) r(ei) p(ublicae) IIvir(o) mu/nif(ico) proc(uratori) Aug(usti) viae Ost(iensis) et Camp(anae) / trib(uno) mil(itum) leg(ionis) XIII Gem(inae) proc(uratori) reg(ionis) Cala/bric(ae) omnibus honorib(us) Capuae func(to) / patr(ono) col(oniae) Lupiensium patr(ono) municipi(i) / Hudrentinor(um) universus ordo municip(um) / ob rem publ(icam) bene ac fideliter gestam / hic primus et solus victores Campani/ae preti(i)s et aestim(atione) paria gladiat(orum) edidit / l(ocus) d(atus) d(ecreto) d(ecurionum)

Traduzione: A Marco Basseo Axio, figlio di Marco, della (tribù) Palatina, patrono della colonia, curatore dello stato, duumviro generoso, procuratore di Augusto per la via Ostiense e Campana, tribuno militare della XIII legione Gemina, procuratore della regione calabrese, con tutti gli onori designato a Capua patrono della colonia dei Leccesi, patrono del municipio degli Otrantini, tutto l’ordine dei concittadini per il potere pubblico bene e fedelmente esercitato. Qui primo e solo. I Vincitori. Con l’apprezzamento e la stima della Campania allestì gli spettacoli dei gladiatori. Il luogo fu dato per decreto dei decurioni.

A Lupiensium, genitivo plurale, corrisponde un nominativo plurale Lupienses, a sua volta forma sostantivata di un aggettivo Lupiensis/Lupiense. Tenendo presente che Athenienses deriva da Athenae va da sé che Lupienses suppone una derivazione da Lupiae attraverso un  originario *Lupiienses con la naturale contrazione delle due vocali simili.

A propositi di etnici va ricordato che un Lyppiensie  e un Lyppiensis (che suppongono un Lyppia o un Lyppiae) sono presenti, rispettivamente,  nella prima redazione (IV secolo d. C.) e nella  seconda (IV-V secolo d. C.) del  Liber coloniarum (in F. Blume, K. Lachman e A. Rudorff, Die Römische Feldmesser, Reimer, Berlino, 1848, pagg. 211 e 262).

8 È la trascrizione del greco λιπαρόν (leggi liparòn) neutro dell’aggettivo col significato di grasso, ricco. La voce, a sua volta, è derivata dal sostantivo λίπος (leggi lipos)=grasso (dal quale in italiano il segmento lipo– che entra in molti composti, nonché, con lo stesso significato,  il salentino lippu/llippu).

9 Fin qui andiamo bene; però, tutto ciò che segue, come il lettore sarebbe indotto a credere, non è da ascrivere a nessuno degli autori appena citati ma è pura invenzione (in assenza di riferimento a qualsiasi straccio di fonte, magari orale, sono obbligato a pensarlo) del Tasselli.

10 La serie toponomastica è tratta quasi tal quale dal De situ Japygiae del Galateo dove si legge: Urbem hanc alii Lupias, alii Lypias, alii Lopias, alii Lupium, alii Lispiam, alii Lypiam, alii Aletium, alii Licium, alii Lictium a Lictio Idomeneo, alii Liceam.

La visita nei sotterranei del castello Carlo V di Lecce

pianta del Castello Carlo v di lecce, da google www.castellolecce.unile.it

 

di Maria Grazia Presicce

 

Emozione pura stamane: ho visitato i sotterranei del Castello Carlo V a Lecce!

Sono rimasta davvero senza parole e, mentre scrivo, ho ancora negli occhi l’ incanto dei luoghi e nel cuore un fervore che ancora perdura.

Mi è parso d’iniziare un viaggio in un sogno dove non conosci sequenza, né il dipanar della trama.

Conoscevo il Castello, le meraviglie dei luoghi racchiusi, lo splendore delle sue sale ma…non conoscevo il suo “grembo”.

Già l’ingresso dal lungo “budello” scosceso mi catturava  e riempiva di stupore i miei occhi. Procedevo   pian piano e lasciavo che il mio sguardo accarezzasse la pietra ruvida delle pareti e quella volta plasmata di tufi che invitava all’ obliquo cammino.

inizi lavori della parte ancora spolta, ph maria grazia presicce

la discesa per i cavalli,  Sotterranei, Castello Carlo V, Lecce,ph maria grazia presicce

Giunta alla fine della discesa, vieni accolta ed avvolta da un’ intima nicchia oviforme (Silos) nella roccia scavata. La voglia di entrare e accovacciarmi nel mezzo, m’ha fatto tornare piccina piccina,  era come, rientrare bambina nel grembo materno. Sensazione sublime. Più lo guardavo quell’incavo, più m’attraeva e m’invitava a sostare.

Parte di Silos scavato nella roccia situato  di fronte alla discesa nei sotterranei del Castello Carlo V di Lecce, ph maria grazia presicce

Il Silos alla fine della discesa

 

 

Quanta magia m’attorniava in quello spazio ristretto e ritornavo al passato di quell’alveo ricolmo di semi, forziere di cibo per gli umani, o le bestie?

Mi riscuoto e m’avanzo e dal budello poi sbuco nel ventre segreto di questo Castello che sovrasta su Lecce. Lo sguardo s’espande, si smarrisce su una volta che è cielo soltanto di candida pietra. Sorpresa mi blocco, un pugno nello stomaco avverto, rimango sconcertata, poi estasiata, non m’aspettavo uno spettacolo tale!

rampa di scala scavata nella roccia. sotterranei, ph maria grazia presicce Castello Carlo V di Lecce

Sulle alte pareti, la pietra ruvida e bianca si staglia a blocchi, roccia viva incisa da mani esperte, maestre di arte  e di vita. Levato lo sguardo, lo scenario si dilata su una volta uniforme a botte, cesellata da ritagli di pietra. Un mosaico armonico di canditi toni, intersecati da strisce d’avorio. Che capolavoro hanno saputo creare le mani industriose di tanta umile gente!

itinerario per la visita nei sotterranei del  Castello Carlo V di Lecce, ph maria grazia presicce

particolare arcate, Sotterranei Castello Carlo V di Lecce

Là un arco, di qua una campata, una feritoia nel muro s’insinua, un camino, una scala a gradoni intagliata nella roccia scoscesa, un pilastro poggiato su uno spuntone roccioso, una vasca, una cisterna e chissà quanto ancora è celato nella terra non ancora rimossa tra queste mura possenti. Sono frutto di idee, di maestria, di rigore, di lavoro solerte di mani e di menti queste opere d’arte racchiuse e segrete per tanto, nel florido ventre di questo Castello.

particolare di arcate nei sotterranei del castaello Carlo   V di lecce, ph maria grazia presicce

Tacita, ho continuato ad andare seguendo il percorso; il silenzio invade e consola, mi pareva di vedere intorno la vita di un tempo: lì un cavallo s’abbevera  vicino alla vasca, più in là un altro rumina, c’è quello di finimenti bardato  che mangia la biada nel sacco al collo legato, un altro lento  sgranocchia la biada nella sua mangiatoia. C’è gente che va, gente che viene tra la puzza di sterco, il tanfo di chiuso, di fumo, l’odore di biada. Di certo quaggiù, a quei tempi, la vita doveva essere più facile per le bestie , ché per gli umani  costretti a restare almeno per accudire e pulire; sicuramente,  per tanti, queste mura imponenti, però, saranno state anche giaciglio su cui riposare le membra dopo duro lavoro. Il resto, in questo Castello, è ancora mistero che solo il tempo aiuterà a svelare!

 

Lecce non immoli al traffico e al cemento le testimonianze archeologiche della sua storia

lecce piazza duomo

Riceviamo l’appello per evitare la distruzione degli scavi di Piazza Schipa. L’idea dei promotori è di evitare una grande speculazione edilizia su uno dei luoghi storici della vittà. Va bene la ricollocazione della bella tettoia liberty e la restituzione alla stessa di un ruolo economico e sociale, ma ciò che non va è la costruzione lì del centro commerciale e soprattutto il parcheggio multipiano interrato che distruggerebbe totalmente il sito.

Si sottoscrive mandando una mail con nome cognome e titolo a: forum.ambientesalute.lecce@gmail.com

Lecce “capitale europea della cultura” non  immoli al traffico e al cemento le  testimonianze archeologiche della sua storia

 

Ministro Beni culturali

Sindaco di Lecce

Direttore regionale Beni Culturali

Sovrintendente Beni architettonici – Lecce

Sovrintendente Beni  archeologici- Taranto

Pc. Prefetto Lecce

Presidente Provincia Lecce

 

Gli scavi archeologici in piazza Tito Schipa  a Lecce sono uno spaccato unico della storia  medievale  e rinascimentale della città.  Essi potrebbero  evidenziare   ulteriori testimonianze ancora più antiche.

Il progetto, insostenibile e obsoleto, di un centro commerciale con megaparcheggio interrato nella stessa area,  minaccia la loro conservazione e  ne impedirà la fruibilità pubblica; oltre a incrementare il traffico e l’inquinamento nel centro della città e a danneggiare le piccole attività commerciali del quartiere.

Un Parco archeologico e verde cittadino :

è l’intervento necessario per salvaguardare  e valorizzare tale area, adiacente alla cripta di S. Lucia (unica a Lecce), al Castello Carlo V, ai teatri Apollo e Politeama;  in essa  ricollocare la tettoia Liberty,  quale punto di riferimento sociale e commerciale. Nell’ insieme possono costituire un unitario e articolato percorso storico  e architettonico, a  tutela  anche di quello circostante.

A tal fine  chiediamo  al Comune  di:

reperire un area  alternativa per il centro commerciale del tutto inopportuno  a ridosso del centro storico, rivedendo radicalmente  la datata e incerta  convenzione  con la ditta:  alla luce di quanto emerso dagli scavi, della  necessità di sottoporre  il progetto alla VIA  nonchè di ottenere improbabili  nulla osta dalle Sovrintendenze, responsabilmente impegnate a tutela dell’area;

promuovere ulteriori scavi archeologici che probabilmente  retrodateranno l’importanza storica dell’area:

garantire  comunque la  tutela e  la fruibilità  completa del sito (come prescrive la Direzione ai Beni culturali).

Il Comune di Lecce lo deve alla cultura e alla storia della città:

a risarcimento  della  barbara distruzione del convento rinascimentale, subita 40 anni fa per la folle scelta dell’amministrazione.

Lecce deve meritare concretamente  il titolo di “capitale europea della cultura”: tutelando  e valorizzando  le sue testimonianze!

 

ADOC, Ass.M. Perrotta,  Forum ambiente e salute, Italia nostra, Mov. Valori e rinnovamento,  Società di storia patria –  LECCE   –  promotori del COMITATO TUTELA AREA ARCHEOLOGICA  EX MASSA

 

Prime adesioni:  Dott. Mario Fiorella; proff. Liliana Giardino, Cosimo Pagliara, archeologi;  Dott. Salvatore  Bianco archeologo, Prof. Antonio Costantini, storico del paesaggio; prof. Arrigo Colombo, filosofo; Gianni Cremonesini  ass. Ndronico; Giovanna Falco ,storica; Prof. Antonio Greco, gia sindaco Veglie; Oronzo Invitto, studioso del territorio;  prof. Salvatore Colazzo, preside  Scienze formazione,  proff. Luigi De Bellis,  Salvatore De Masi, Eugenio Imbriani, Fernando Fiorentino,Guglielmo F. Davanzati, Giovanni Invitto, Bruno Pellegrino,  Mario Signore,   Woitek. Pankievicz, ,  Mario Spedicato,  univ. Salento; Astragali teatro.

 

 

per adesioni tel 0832 493673, 347 5599703, 392 8172087

6 gennaio, non solo Befana materiale

epifania2

di Rocco Boccadamo

 

Sin da domenica 5, giorno della vigilia, ho puntualmente avvertito intorno a me l’atmosfera caratteristica e, in certo senso, unica, della ricorrenza: insistiti concerti di discorsi, immagini e manifestazioni su calze e doni, con la classica vecchietta a cavallo della scopa.

In aggiunta, anche questo è ormai un rito, le anticipazioni promozionali sull’evento, in programma nella serata del 6, relativo all’estrazione dei premi della Lotteria Italia, fra cui il primo pari a ben 5 milioni d’euro.

Tuttavia, nonostante siffatto coinvolgimento, all’improvviso, mi sono sentito preso da un pensiero e da una riflessione, se si vuole banali, che, però, non mi hanno lasciato più.

In sostanza, ho osservato, anzi ho maturato la convinzione, che per me, ragazzo di ieri, mentre appaiono lontanissime le calze della Befana gonfie di doni, invero frammisti, sovente, a pietre di nero carbone, adesso il regalo più bello e la Befana maggiormente gradita e preferita m’arrivano direttamente nelle mani ogni giorno, con naturalezza, semplicità e serenità, compiendo un gesto semplice e umile, ossia nell’atto di ritirare dal negozio alimentare sotto casa, al corrispettivo di un euro, gli sparuti etti di pane fresco da consumare a tavola.

E, ancora, mi son domandato: “In fondo, che cosa c’è di più gustoso e appagante di una fetta o di un tozzo di pane fragrante? Quali altri cibi succulenti e/o dolciumi invitanti si pongono alla pari, giustappunto, del pane?”.

chiesa greca

Dopodiché, nella mattinata del 6, ho deciso e proposto a mia moglie, anche in questo caso all’improvviso, di andare ad ascoltar Messa non in un tempio comune, bensì in una Chiesa particolare, ossia a dire in quella di S. Niccolò dei Greci, correntemente nota come Chiesa greca, nel centro storico di Lecce, dove ha sede una minuscola parrocchia, dedicata a San Nicola di Mira, in cui si pratica il rito cattolico greco bizantino. Parroco pro tempore è il proto presbitero Nik Pace.

L’istituzione religiosa in parola è gerarchicamente incardinata nella diocesi, o meglio eparchia, di Lungro, in Calabria, avente giurisdizione su una ventina di altre parrocchie stabilite nei paesi della zona, vera e propria piccola enclave di popolazioni di origine albanese: i loro antenati, svariati secoli addietro, fuggirono dalla terra natia per motivi politici e religiosi.

Le più nutrite comunità arbereshe in Italia si trovano, com’è noto, giustappunto, in provincia di Cosenza, in prossimità del Parco e dei rilievi del Pollino e in Sicilia, nei pressi di Palermo, con centro principale a Piana degli Albanesi, pure sede di diocesi cattolica di rito greco bizantino.

Composta e graziosa è la facciata della Chiesa greca di Lecce e ancora più attraente l’interno, con la caratteristica galleria di icone, sulle quali primeggiano le immagini del Creatore, della Madonna e di S. Nicola.

All’inizio della celebrazione, è stato proclamato che, secondo il rito greco bizantino, si festeggiava non soltanto l‘Epifania – Teofania di Nostro Signore, detta anche Festa delle Luci, ma pure Il Battesimo di Gesù nel Giordano, evento che, in base al rito cattolico romano, si svolge, invece, nella prima domenica dopo l’Epifania.

teofania

Il rito, nella seconda parte, ha compreso la Grande Benedizione (in greco, Mègas Aghiasmnòs) delle acque, con il gesto dell’immersione della croce nell’acqua benedetta contenuta in un apposito artistico recipiente, sovrastato da un serto di fiori e tre candele; acqua da utilizzarsi per la benedizione delle case delle singole famiglie della parrocchia.

Di particolare intensità, verso la fine, la lettura di alcune profezie; in particolare, nel contesto di un brano riconducibile a Isaia, ho sentito declamare, dal ministrante, questa frase: “ Perché spendete il denaro per ciò che non è pane?”.

Nell’udire ciò, per la mia sensibilità, è successo come se si fosse affacciata un’eccezionale, inspiegabile e misteriosa coincidenza in rapporto al pensiero e alla riflessione venutimi in mente, ben prima e fuori da ogni sospetto, a proposito del significato e valore del pane acquistato per il fabbisogno familiare.

Non ci sarebbe potuto essere un dono più bello, da parte di una Befana, nella mia stagione dei capelli bianchi.

Antonio Verrio pittore tra Italia, Francia e Inghilterra

Antonio Verrio pittore tra Italia, Francia e Inghilterra

L’avventuroso matrimonio del giovane artista leccese: due interessanti documenti

 

di Fabio Antonio Grasso

 autoritratto

 

Antonio Verrio è un nome che risuona non poco nella sale del palazzo reale di Windsor così come in alcuni edifici di Tolosa (e non solo) in Francia. E’ un pittore di peso nella storia dell’Arte dell’Italia meridionale ed europea. Sugli inizi della sua attività artistica poco o nulla è noto. Sappiamo molto dei suoi ultimi anni e dell’anno della sua morte, il 1707. Non si conosce, invece, con esattezza né l’anno nè il luogo della sua nascita (1636, 1639 o 1634?, Napoli o Lecce?), quasi nulla dei suoi primi anni di vita; ipotizzata ma non ancora dimostrata la sua presenza a Roma.

In un documento recentemente ritrovato in Francia egli si dichiarerebbe nato a Napoli (DE GIORGI R., “Couleur, couleur!”. Antonio Verrio: un pittore in Europa tra Seicento e Settecento, Firenze:Edifir, 2009, p. 45). Non è noto al momento se sia stata fatta una ricerca nell’archivio della chiesa napoletana indicata, san Giovanni Maggiore. Certo è invece che la ricerca condotta da più studiosi sugli atti di battesimo relativi agli anni Trenta del Seicento (epoca presunta della nascita) custoditi presso l’archivio storico diocesano di Lecce sembra non avere trovato notizie a supporto di un’altra ipotesi: quella di Lecce come città natale dell’artista. Andrebbe detto, però, e non sembra sia stato segnalato dagli stessi storici, che nell’archivio appena citato manca il volume dei battezzati relativo al 1634, motivo per cui non si può escludere, in questa fase della ricerca e fino a che non verrà eseguita la verifica scaturita dal documento francese, che la nascita del pittore possa essere avvenuta anche a Lecce e proprio in quest’anno archivisticamente mancante. Il percorso di ricerca è tracciato, non rimane che seguirlo.

Diventano particolarmente interessanti a questo proposito due testimonianze presenti in un fascicolo (ACA Le, Fondo Matrimoni e Stati Liberi, Busta 20, fasc. 2271, a.1681) sul cui ulteriore contenuto si ritornerà a breve.

 

 

Fig.1. Lecce, chiesa del Gesù, Beniamino accusato del furto della coppa d'argento
Fig.1. Lecce, chiesa del Gesù, Beniamino accusato del furto della coppa d’argento

****

Il 28 novembre 1681 il clerico Celso Trezza di cinquantatre anni, a Lecce da trentadue, afferma sotto giuramento: “ […] dicho io conoscei per molti anni Antonio Verrio / perche costui fu clerico e diverse volte quando io / ero caporale in questa Curte à tempo di / Monsignor Pappacoda venne carcerato in queste carceri. […]”, e poi poco oltre continua “[…] Sono molti anni che manca da Lecce si / disse che andò in Roma, e che poi fusse / passato avanti […] lo conobbi molti anni per clerico e doppo si casò / con una giovane di chi non so il nome / (ma) // era sorella di Pompeo, e di Giovanni Giacomo Tornese / di Lecce.”

“In quale luogo fu celebrato il matrimonio?”, chiede l’interrogante. Celso Trezza risponde: “Questo lo carcerammo una notte dentro / la casa di detta sorella de Tornesi, che habitava / verso la strada dell’Arco di Prato e lo / condussimo carcerato in queste carceri vescovali ma perche poi / disse che la volea per moglie il matrimonio / tra di loro mi ricordo che si celebro sopra / lo corrituro di questo Palazzo dove venne la detta / giovane, e si fè per ordine di detto Monsignor Vescovo. […]”.

Lo stesso giorno presta la sua dichiarazione anche un altro testimone il cinquantottenne leccese Carlo Guarino. Alla domanda se conoscesse A. Verrio risponde: “[…] Io ho conosciuto Antonio Verrio figlio del Pittore / che si chiamava Giovanni (a) perché eramo / paesani, e con occasione di esso era clerico ed io / son stato molto tempo cursore di questa Curte / alcune volte lo carcerammo in queste carceri. / […] Sono molti anni che partì da Lecce / dicono, che andò in Roma, e poi fusse / passato in Francia. / […] questo Antonio si casò con una / giovane di chi non mi ricordo il / nome, ma era sorella di Pompeo, e // e di Giovanni Giacomo Tornese di questa città. / […] detto Antonio allora era clerico che havea da / quindici anni e più, et hebbimo l’avviso, / che stava in casa di detta Tornese, io con / clerico Celso Trezza allhora capurale di questa / Curte, et altri nostri compagni li diedimo l’assalto / in casa di detta giovane che habitava in una / casa verso l’Arco di Prato, e lo trovammo in / detta casa, e là lo carcerammo, e lo portammo / carcerato in queste carceri vescovali, e stando carcerato per ultimo / disse, che la volea per moglie e de facto il / matrimonio tra lui, e detta giovine si celebrò / sopra il currituro di questo Palazzo avanti alle / dette carceri, e questo è quanto passa. […]”.

 

 

****

 

Nel fascicolo contenente queste due testimonianze segue poi un’altra dichiarazione, quella prestata da Lorenzo Dedas di Casarano il 27 novembre del 1681. Questi si trova in carcere perché querelato da una donna di Scorrano, tale Giuditta Stradiotti,“[…] per causa che io (dice il dichiarante, ndr) la conobbi carnalmente […]”. Tale ultima dichiarazione (riportata qui in modo estremamente sintetico) non sembra avere relazione alcuna con le due testimonianze precedenti dello stesso fascicolo e Antonio Verrio. Verrebbe da pensare a un errore “di unione” delle prime carte alle seconde, la pratica infatti è identificabile con il nome del terzo dichiarante e della Stradiotti. Se dovessimo ragionare per analogia con quanto si vede nelle altre pratiche simili dello stesso fondo archivistico si potrebbe pure pensare che le carte di cui ci occupiamo siano la parte di una sorta di “processo” relativo all’accertamento di Stato Libero proprio del pittore. La loro parzialità consente di avanzare diverse ipotesi ma di non accettarne nessuna con certezza. Si ricordi, inoltre, a questo proposito, che le due prime testimonianze risalgono al 1681 e non possono essere quindi parte della documentazione (non reperibile) per il già noto matrimonio del pittore (avvenuto nel 1655 circa) con Massenzia Tornese. Non può escludersi, a questo punto, ma è solo una delle ipotesi, che tali carte siano quanto rimane della documentazione relativa a un secondo matrimonio del pittore. Altra questione lasciata aperta, a giudicare da quanto affermato dalla più recente e autorevole storiografia, è quella legata al padre, Giovanni. Questi, segnalato durante la stesura di un atto notarile (AS Lecce, Protocolli notarili, BRUNETTA D. M., not. in Lecce, atto del 5 ottobre 1630, cc. 238v – 243) in qualità di testimone, è identificato senza titoli professionali come : “Joannes de Verrio de Neapoli Litij commorans” ovvero è napoletano e vivente a Lecce. Il rogito è utile anche perché attesta che egli era nel capoluogo salentino (non è noto se con la sua famiglia o meno) già nel 1630. Giovanni è presente, ancora sempre senza titolo professionale, anche in altri documenti fra cui un altro rogito (AS Lecce, Protocolli notarili, CAROPPO G., not. in Lecce, atto del 4 novembre 1651, cc. 134 – 136v) riguardante il figlio Giuseppe (non è indicato in tale documento ma è noto che di professione era pittore) e la moglie di quest’ultimo, Lucrezia Bibba. Ammesso che sia vero quanto dichiarato dai documenti, Giovanni oltre ad essere avvocato e giureconsulto (documento francese) fu anche pittore (testimonianza di Carlo Guarino) così come lo era l’altro figlio Giuseppe. Antonio Verrio, in sintesi, proveniva da una famiglia di pittori, andò a Roma ed ebbe una adolescenza turbolenta se è vero che fu più volte carcerato.

probabile autoritratto di Antonio Verrio da giovane, particolare della fig 1
probabile autoritratto di Antonio Verrio da giovane, particolare della fig 1

Un probabile suo autoritratto, non distante dall’epoca dei fatti narrati in questi documenti, potrebbe essere il giovane vestito di rosso in un dipinto presso la chiesa leccese del Gesù (FIGG. 1-2). Della sua vicenda d’artista una cosa colpisce in particolare: l’allora vescovo di Lecce, padre nobile del Barocco leccese, mons. L. Pappacoda forse non comprese l’alto valore artistico di questo giovane, almeno non tanto da trattenerlo a Lecce con commissioni. Forse fu per il passato turbolento di A. Verrio, certo è che andando via da Lecce questo pittore fece la sua fortuna.

 

 

Lecce, chiesa santa Irene, altare di santo Stefano
Lecce, chiesa santa Irene, altare di santo Stefano

****

A Lecce A. Verrio rimase pochi anni. Afferente alla sua prima produzione è il dipinto raffigurante il martirio di santo Stefano collocato nell’altare omonimo datato 1662 (entrando nella chiesa di santa Irene è il primo a sinistra). In quest’opera il martire è al centro, con lo sguardo rivolto al cielo dove uno stuolo di angeli in circolo genera una singolare e coinvolgente scena luminosa allusiva della santità cui conduce il martirio stesso. Tutto attorno al martire quattro figure di cui due pronte a scagliare le pietre della lapidazione, un altro intento a raccogliere da terra un sasso e infine un soldato di spalle. La scena è evidentemente un frammisto di crudezza e serafica tranquillità. Nella chiesa del Gesù sono due dipinti collocati nei corti bracci del transetto, in quello di sinistra è l’opera dal titolo “Beniamino accusato del furto della coppa d’argento”, nel transetto destro, l’altro dipinto ha per titolo: “Giuseppe si fa riconoscere dai fratelli”. La drammaticità del “martirio di santo Stefano” cede il passo in questi due ultimi dipinti del Gesù a una narrazione più contenuta nei toni, sembra di fatto, soprattutto la seconda opera, una fotografia istantanea dell’evento dove il pittore sembra cogliere di sorpresa i personaggi della scena (ambientata in uno spazio interno, a tratti irreale, sul cui fondo si apre un arco e quindi il cielo). Nel primo dei due dipinti, le figure appaiono tutte a favore di camera, come si direbbe oggi, ovvero tutti hanno il volto verso l’esterno del quadro e l’osservatore del dipinto. Ancora a Lecce dello stesso autore potrebbe essere (la critica non è concorde) il dipinto raffigurante la Strage degli Innocenti collocato in un altare sotto lo stesso titolo nella chiesa di santa Maria degli Angeli. Quest’opera dal macabro sapore è un continuo e drammatico aggrovigliarsi dei corpi dei bambini trucidati e dagli assassini mandati da Erode. Nell’opera dal titolo “San Francesco Saverio appare al Beato Marcello Mastrilli” (Lecce, Pinacoteca Provinciale “Giuseppe Palmieri”) il tono diventa più soffuso e intimista, le fonti di luce principali sono l’uomo disteso nel letto e l’aureola del Santo che gli è al fianco. Il resto è dominato da tinte scure da cui emergono i volti degli altri personaggi perché illuminati dalla luce di alcune candele e da quella della santità. La presenza a Lecce di Antonio Verrio è segnalata assieme a Giovanni Andrea Coppola nella realizzazione della tela dal titolo “San Giusto converte Sant’Oronzo” collocata nell’altare di san Giusto in Cattedrale. Come detto, A. Verrio lasciò Lecce per andare a Roma, Firenze, quindi in Francia e infine l’Inghilterrra dove dipinse molti degli ambienti della celebre residenza reale di Windsor.

 

 

 

 

 

 

La prima testimonianza

 

 

Die 28 novembris 1681 Lycij in Curia Episcopali coram Rev. (…) / Clericus Celsus Trezza de T(e)rra Paludis Lycij degens / ab annis triginta duorum filius qm Josephi aetatis suae / annorum quinquaginta trium in circa ut dixit …[prosegue formula di rito del giuramento]

(…) An ipse testis cognoverit, et cognoscat Antonium / Verrio de Lycio et qua occasione. / Respondit. Signore dicho io conoscei per molti anni Antonio Verrio / perche costui fu clerico e diverse volte quando io / ero caporale in questa Curte à tempo di / Monsignor Pappacoda venne carcerato in queste carceri / (…) Ubi ad praesens deg(at). / Respondit. Sono molti anni che manca da Lecce si / disse che andò in Roma, e che poi fusse / passato avanti. / (…) An sciat dictum Antonium remansisse clericum vel / in matrimonium se collocasse, cum qua ubi, et / quando. / Respondit. Lo conobbi molti anni per clerico e doppo si casò / con una giovane di chi non so il nome / (ma) // era sorella di Pompeo, e di Giovanni Giacomo Tornese / di Lecce. / (…) In quo loco fuerit celebratum matrimonium / predictum. / Respondit. Questo lo carcerammo una notte dentro / la casa di detta sorella de Tornesi, che habitava / verso la strada dell’Arco di Prato e lo / condussimo carcerato in queste carceri vescovali ma perche poi / disse che la volea per moglie il matrimonio / tra di loro mi ricordo che si celebro sopra / lo corrit(u)ro di questo Palazzo dove venne la detta / giovane, e si fè por ordine di detto Monsignor Vescovo. / (…) De contestibus. / Respondit. Ci fu Carlo Guarino servente di questa Corte / et altri nostri compagni. / …[formula conclusiva di rito della testimonianza giurata seguita dalla firma del testimone]

 

 

 

 

La seconda testimonianza

 

Eodem die (ibidem civitate) eodem / Carolus Guarino de Lycio filius Josephi aetatis / suae annorum quinquaginta octo circiter ut dixit …[prosegue formula di rito del giuramento]

(…) An ipse testis cognoverit, et cognoscat Antonio Verrio / de Lycio, à quanto tempore et qua occasione. / Respondit. Io ho conosciuto Antonio Verrio figlio del Pittore / che si chiamava Giovanni (a) perche eramo / paesani, et in occasione di esso era clerico et io / son stato molto tempo cursore di questa Curte / alcune volte lo carcerammo in queste carceri. / .. Ubi ad praesens degat. / Respondit. Sono molti anni che partì da Lecce / dicono, che andò in Roma, e poi fusse / passato in Francia. / (…) An dictus Antonius quandoque habuerit / uxorem. / Respondit. Signor si questo Antonio si casò con una / giovane di chi non mi racordo il / nome, ma era sorella di Pompeo, e // di Giovanni Giacomo Tornese di questa città. / (…) Ubi fuerit celebratum matrimonium (predictum) / Respondit. Detto Antonio allhora era clerico che havea da / quindici anni e più, et hebbimo l’avviso, / che stava in casa di detta Tornese, io con / clerico Celso Trezza allhora capurale di questa / Curte, et altri nostri compagni li diedimo l’assalto / in casa di detta giovane che habitava in una / casa verso l’Arco di Prato, e lo trovammo in / detta casa e là lo carcerammo, e lo portammo / carcerato in queste carceri vescovali, e stando carcerato per ultimo / disse, che la volea per moglie e de facto il / matrimonio tra lui e detta giovine si celebrò / sopra il corrituro di questo Palazzo avanti alle / dette carceri, e questo è quanto passa. / (…) De contestibus / Respondit. Lo detto Celso et altri nostri compagni. / …[formula conclusiva di rito della testimonianza giurata seguita dalla firma del testimone]

 

 

 

fabiograssofg@libero.it

 

La spesa di Orlando e “li duci te li signori”

pasta reale

di Rocco Boccadamo

 

Nel piccolo esercizio con l’insegna “Alimentari e altro”, al paesello, l’amico Orlando, classe 1927, agricoltore in servizio attivo e, a tal fine, quotidianamente in sella al suo vecchio scooter oppure al volante del suo motocarro Ape, ha stamani ordinato un misto di mortadella, prosciutto e provola, per complessivi duecento grammi di peso.

Non c’è che dire, nella semplicità e in economia, buongusto a tavola.

°   °   °

convento

Nella capitale del Barocco, esiste da secoli un monastero di suore, già rigorosamente di clausura, adesso un po’ meno. Dette religiose, oltre ad attendere alle pie pratiche di riflessione, meditazione e servizio liturgico, si interessano, per antica usanza, della produzione artigianale di dolci in pasta di mandorla, in gergo dialettale definiti “duci te li signori”.

Invero, non v’è leccese o salentino che non conosca o, quanto meno, non  abbia sentito parlare delle specialità preparate fra le mura del convento, leccornie che, negli ultimi decenni, sono arrivate a farsi apprezzare anche fuori regione, in particolar modo nel nord Italia, e pure all’estero. Piccola nota al riguardo, le suore, su richiesta, si occupano finanche della spedizione, per posta o via corriere, dei loro dolci.

Un segmento preponderante dell’attività in questione è rappresentato dai generi preparati nelle cucine del monastero in prossimità del Natale e della Pasqua, rispettivamente sotto forma di pesci e di agnellini, con confezioni che vanno dai cinquecento grammi ai due chili e mezzo: su ciascun involucro, l’indicazione chiara degli ingredienti, ossia zucchero, mandorle, acqua e marmellata di pera.

Questo delle monache, è fuor di dubbio un prodotto molto ambito e che si distingue nettamente rispetto alle specialità similari che si trovano nei bar e nelle pasticcerie. Si dice che ciò dipenda da una ricetta di lavorazione segretissima, mai uscita fuori dalle mura del monastero e quindi, a tutt’oggi, detenuta e adoperata dalle suore in assoluta esclusiva.

pasta di mandorla

Chi scrive è un acquirente assiduo e puntuale di pesci e agnellini in pasta di mandorle – che è solito far pervenire, in occasione delle feste, a una serie di familiari, parenti e amici – e, insieme, un estimatore delle monache che li fabbricano. Altro piccolo e affascinante particolare, il ritiro delle confezioni acquistate avviene esclusivamente tramite una ruota, sì, proprio una bussola ruotante, così da non intaccare il regime di clausura dei soggetti che vendono, con l’immancabile accompagnamento dell’invito della suora, di volta in volta addetta, a mettere i soldi corrispondenti al conto all’interno della medesima ruota.

Sennonché, quest’anno, nel corrente periodo prenatalizio, in seno al tradizionale e consolidato quadro, si è registrata una novità, che, di primo acchito, sembrerebbe non trascendentale, mentre, oggettivamente, è assai indicativa.

In sostanza, in confronto ai listini del Natale 2012 e della Pasqua 2013, il prezzo dei “sacri” dolci in pasta di mandorle è aumentato del dieci per cento, passando da venti a ventidue euro al chilogrammo; una bella botta, anche tenendo conto dell’inflazione.

Accanto alla lievitazione oltre misura del corrispettivo da pagare, è emersa la novità costituita dall’emissione, per la prima volta, dello scontrino fiscale. E, però, la concomitanza fra l’intervento sul listino e lo stacco del dovuto scontrino con lampante diretta ricaduta sull’acquirente, la dice lunga.

Chissà che cosa osserverebbe al riguardo Papa Francesco, il quale, a quanto letto sulla stampa, conversando con il proprio Monsignore Elemosiniere, ha con candore affermato che, personalmente, nelle tasche non ha mai neppure cinque euro.

Forse, nella fattispecie, il Pontefice non sarebbe portato a complimentarsi con le suore di clausura leccesi.

Candidatura di Lecce a capitale della cultura 2019

lecce piazza duomo

di Gianni Ferraris

C’è stato dibattito sulla candidatura di Lecce a capitale della cultura 2019. Detrattori, sostenitori, indifferenti e via dicendo. In tutto questo parlare la città ha superato il primo step, nel 2014 ci sarà la sentenza definitiva. Forse è prematuro parlarne, tuttavia non è tempo perso, potremmo sintetizzare la discussione sul comprendere se la scelta è da rigettare tout court perchè arriva dalla maggioranza al governo della città, oppure se pensare al tutto come un’opportunità.

Partiamo dalla considerazione che Lecce, al di là e oltre il suo valore aggiunto che richiama turisti nonostante scelte urbanistiche e politiche che sembrano volerla penalizzare, (cito le colate di plastica bianca in Piazza Sant’Oronzo, la mancanza di piste ciclabili, la mancata pedonalizzazione, una viabilità indecorosa per una città d’arte, parcheggi ovunque fin quasi sotto la colonna del Santo, marciapiedi in circonvallazione dove un passeggino non passa perchè sono troppo stretti, allagamenti nelle strade ad ogni temporale, ad esempio via Oberdan, provate a passarci a piedi durante un temporale, arriverete a casa bagnati fradici), e via dicendo.

Troppe cose non funzionano nella città che è fra le più belle d’Europa. Questo detto rimangono i numeri citati nell’articolo di Quotidiano di Puglia (http://www.quotidianodipuglia.it/lecce/capitale_della_cultura_per_lecce_progetti_da_210_milioni_e_4700_posti_di_lavoro/notizie/360607.shtml).

Son di un’importanza immensa per una città ed una provincia che soffrono una crisi epocale, cascate di quattrini da investire e di possibili posti di lavoro. Non è poco veramente!  Inutile dire che il ruolo della politica è assolutamente essenziale ed inevitabile, e quello dell’amministrazione imprescindibile, allora come ci si pone criticamente verso questa opportunità?

Se le cose funzionassero come democrazia prevede e come intelligenza chiederebbe, ci si siederebbe attorno ad un tavolo, maggioranza, opposizione, associazioni culturali e del territorio, univesrsità ecc. e si farebbe il punto della situazione, si discuterebbe sul come fare una commissione  senza maggioranze precostituite, ma per competenze, una sorta di giunta esecutiva ed un consiglio “di amministrazione” che controlli nella più ampia trasparenza gli appalti, le scelte, le nomine, le assunzioni. Il tutto facendo sì che non si possa dire che tizio è stato assunto perchè cugino di caio e con un pacchettino di voti per sempronio.

Soprattutto, visto che si tratta di fare opere imponenti ed importanti, la commissione deve controllare che ogni mattone, ogni albero piantato, ogni piccolissima opera, dovrà avere una ricaduta futura per la città tutta. Magari recuperare invece di costruire, magari valorizzare anzichè abbattere.

Mi torna in mente la sfavillante Torino di Italia ’61, nel centenario dell’unità il capoluogo piemontese fece opere faraoniche, da palazzo Vela alla monorotaia e via dicendo. Un intero quartiere trasformato per quell’anno di festeggiamenti, miliardi spesi. Dopo il ’61 e per vent’anni tutto iniziò a decadere, inutilizzato, salvo poi utilizzarlo in buona parte per altri scopi. Questo non si deve ripetere assolutamente.

La programmazione e la progettazione debbono essere al servizio della città e della provincia negli anni a venire. Questo e altri saranno i termini della discussione, e da qui occorre partire per comprendere se lasciar fare tutto quanto ad una parte sola osservando da fuori e criticando, oppure rendendosi protagonisti del combiamento (perchè di questo si tratta). Una bella scommessa ed un modo di lanciare non una sfida, piuttosto l’opportunità di cambiare il modo di concepire la politica stessa, l’amministrazione.

Vediamo chi dirà no. Penso che lasciar fare dicendo che sono cose che non ci riguardano potrebbe essere un boomerang  se quesi quattrini verranno spesi male, dati in mano ai soliti noti, senza controlli sulla legalità e sulle spese, sono però pubblici, di tutti. In sostanza, Lecce è in ballo, se vincerà l’ultimo giro di danza si può avere l’opportunità di chiedere e pretendere una giusta collaborazione paritaria, o lasciar fare, offrendo ad altri la possibilità di progettare il futuro di tutti. Chi rinuncia a questa opportunità o la respinge, si assumerà tutte le responsabilità del caso.

Chissà forse sono sono pensieri in libertà, utopia, però ci si può pensare.

L’inno alla leccesità: Arcu te Pratu

Foto 6 Arco di Prato
Nel 1938 viene invece pubblicato l’inno alla leccesità: Arcu te Pratu (Corallo-Corallo). Il brano, scritto da Menotti Corallo e musicato dal fratello Gino, era cantato dal “Trio leccese”.
Sul finire degli anni Settanta fu Gino Ingrosso, col Gruppo Liscio del Salento (che annoverava nelle sue fila Annabella, Ciccio Perla e Luigi De Gaetano, in arte Ginone, recentemente scomparso) ad inciderlo come brano d’apertura dell’album “Le più belle canzoni leccesi”.
Il merito del maestro Ingrosso fu anche quello di scriverne la musica, dato che lo spartito originale non era disponibile. Fu anche cavallo di battaglia di Bruno Petrachi, grandissimo interprete della canzone leccese.
Queste ultime più recenti versioni, tuttavia, riprendevano tre o al massimo quattro delle undici strofe che originariamente costituivano Arcu te Pratu e che, nel complesso, forniscono un fresco e gustoso quadretto di una Lecce che, nei primi decenni del Novecento, doveva essere più viva di quanto si potrebbe immaginare.
Ecco dunque la descrizione dei caffé all’aperto, stracolmi di persone che discutono degli argomenti più vari e che “Cu lingua a serpente / Te tagghianu tutta la gente / E pe’ ogn’unu ca passa, / Ca trase o ca esse / Nna fila te cuerni ni tesse”; si parla anche dei costumi delle ragazze che sono “Tutte ngraziate / gentili, sapute, ngarbate” e delle loro madri che, pur di trovare un buon partito per la figlia, sono disposte a sopportare i numerosi corteggiatori.
E ancora, avanti, si evidenzia quel cambiamento radicale, dal punto di vista non solo sociale ma anche urbanistico, che il Capoluogo subiva “Cu tantu rreuetu / Palazzi menati / Patruni e nquilini sfrattati / Te iti surgere a bbuelu / Ddu menu te criti / Casedhe te tufi e pariti” e poi della “mezza colonna” posta fuori Porta Rudiae.
Ma Corallo canta anche dell’arguzia dei leccesi e della loro capacità di riuscire a prendere col sorriso anche le situazioni più gravi, come del caso di quel pover’uomo che, trovandosi senza soldi e con la casa sotto sequestro, pensò bene di sostituire la mobilia con dei blocchi di pietra, facendo rimanere a bocca aperta l’esattore.
(da http://sataterra.blogspot.it)

Lecce nella ‘short-list’ delle candidate italiane a Capitale europea della Cultura 2019

lecce piazza duomo

Tra le sei città italiane candidate a  Capitale Europea della Cultura 2019 vi è anche Lecce, oltre a Cagliari,  Matera, Perugia-Assisi, Ravenna e Siena. Sono state scelte dalla giuria europea, presieduta da Steve Green, e comunicate dal Ministero dei Beni Culturali e del Turismo.

“La giuria europea, presieduta da Steve Green e composta da membri italiani e stranieri, scelti e concordati con la Commissione Europea – si legge nella nota diffusa dal Mibact – al termine delle audizioni, quale momento conclusivo della valutazione intrapresa dopo il 20 settembre 2013, data ultima di consegna dei dossier di candidatura, ha annunciato la redazione di un testo di preselezione delle città che concorreranno all’ultima fase dell’Azione comunitaria “Capitale Europea della Cultura”.

Come scrive la Commissaria europea per l’istruzione e la cultura, Androulla Vassiliou, la sola nomination “può arrecare alle città interessate importanti benefici a livello culturale, economico e sociale, a condizione che la loro offerta sia inserita in una strategia di sviluppo a lungo termine basata sulla cultura”.

La giuria tornerà a riunirsi nell’ultimo trimestre del 2014, per valutare i progetti modificati delle città preselezionate, sulla base delle raccomandazioni che saranno formulate dalla giuria stessa.

 

Basilica_di_Santa_Croce_e_Celestini_Lecce

lecce piazza duomo

I dipinti di Paolo De Matteis (1662-1728) nella cappella del Seminario di Lecce*

tanisi

di Stefano Tanisi

 

 

Del pittore giordanesco Paolo De Matteis (1662-1728) negli ultimi anni sono state proposte nuove attribuzioni che hanno così ampliato il già significativo catalogo[1]. Le opere del pittore presenti nel Salento sono collocabili tutte nell’arco di un trentennio: tra 1696 e il 1726[2].

A Lecce sull’altare maggiore della cappella dell’antico palazzo del Seminario è collocato il noto dipinto di Paolo De Matteis del 1696 raffigurante San Gregorio Nazianzeno, patrono del Seminario. Sulla nuvola al centro si legge l’ampia firma del pittore e la data “Paulus de Matteis 1696”[3].

Il santo taumaturgo, assiso su nubi, è raffigurato in abiti vescovili, con la mano destra sostiene il pastorale mentre la sinistra è appoggiata su di un libro aperto retto da un angelo. Il suo volto barbuto è diretto verso l’osservatore. Circondano il santo gli angeli, di cui uno al centro regge la palma del martirio.

A sinistra da quello maggiore è l’altare di san Vincenzo levita e martire, il quale fu voluto – da come si ricava dall’epigrafe nel fastigio – dall’ecclesiastico “Vincentius Antonius Capotius” nel 1705. Lo stesso prelato ha probabilmente commissionato il coevo dipinto della Vergine col Bambino e san Vincenzo diacono (fig. 1) inserito al centro dell’altare. Questo dipinto è stato riferito al De Matteis dal De Simone e poi confermato dal Galante, il quale, scriveva nel 1985:

 

“Considerato il suo stato di conservazione, sembra difficile confermare senza riserve al pittore la Vergine appare a S. Vincenzo Diacono che si trova nella cappella del Seminario a Lecce e che portava un riferimento al pittore già nella guida del De Simone. E tuttavia il dipinto, stranamente trascurato negli interventi più recenti, mostra ancora nelle parti integre la sua qualità e la sua vicinanza ai modi del De Matteis nei caratteri così decisi, quali i colori chiari, delicati e luminosi, la composizione in diagonale simile a quella della Madonna del Rosario della chiesa Matrice di Grottaglie – si veda il tipico angioletto nell’angolo in basso – alla quale sembra prossima per il risentito marattismo che si legge nella definizione più decisa delle forme e nella più insistita ricerca della bellezza delle fisionomie. Né è da sottovalutare la circostanza che proprio per l’altare maggiore della stessa cappella sia stato fatto il già citato S. Gregorio Nazianzeno[4].

 

Nel 2008 il dipinto è stato infine attribuito al pittore Giovanni Battista Lama (1673 – dopo 1748)[5].

Il recente restauro (2011) ha fatto finalmente riemergere l’autografo del pittore, sciogliendo finalmente i dubbi sull’autore e l’epoca di esecuzione: in basso al centro, sul gradino, compare la firma “Paulus de Matteis F[ecit] 1705” (fig. 2).

In alto, troviamo la Vergine seduta su nuvole con il suo sguardo rivolto a sinistra verso san Vincenzo. Essa stringe nelle sue braccia il Bambino intento a consegnare la palma del martire al santo. Ai piedi di Maria la falce di luna e il serpente che tiene tra le fauci la mela del peccato. Il santo, vestito con una lunga dalmatica, è inginocchiato a sinistra su di un gradino. Vicino le sue ginocchia le catene che lo hanno imprigionato, mentre alle spalle, si affaccia un soldato che varcata la porta resta sorpreso in seguito alla visione miracolosa. In alto, tra le nubi, angeli osservano la scena. In basso a destra chiude la composizione un angelo seduto su di un gradino che rivolge lo sguardo verso l’osservatore. La luce che proviene da sinistra mette in risalto l’incrocio di sguardi tra San Vincenzo, la Vergine e il Bambino.

A queste opere leccesi[6] va accostato il dipinto della Madonna di Costantinopoli e i santi Giuseppe e Carlo Borromeo conservato nella chiesa dell’Addolorata di Maglie[7], che mostra chiari riferimenti alla pittura del De Matteis: ritroviamo, infatti, le solite tonalità calde e contrastate, i dolci e delicati volti dei personaggi come quello del Bambino e gli angeli dai tipici riccioluti e biondi capelli.

Pubblicato su Il delfino e la mezzaluna n°2


* Il presente lavoro integra i miei precedenti contributi: Il pittore delle nuvole. I dipinti di Paolo de Matteis (1662-1728) nella Cappella del Seminario di Lecce, in “Il Paese Nuovo”, Anno XX, Numero 18, 22 gennaio 2012, p. 23; Paolo de Matteis e i due dipinti del seminario, in “L’Ora del Salento”, Anno XXII, Numero 27, 14 luglio 2012, p. 4.

[1] Cfr. G. Mongelli, Paolo De Matteis in Puglia, in Ricerche sul Sei-Settecento in Puglia, dirette da L. Mortari, Fasano 1980, pp. 105-136; Paolo De Matteis a Guardia Sanframondi, Catalogo della mostra, Guardia Sanframondi 15 luglio-15 settembre 1989, a cura di F. Creta – A. M. Romano, S. Nicola la Strada 1995;

[2] Cfr. G. Mongelli, Paolo De Matteis in Puglia, cit.

[3] Il dipinto è stato assegnato al De Matteis in M. Paone (a cura di), Lecce Città Chiesa, Galatina, 1974, tav. XL.

[4] L. Galante – R. Poso, Questioni Artistiche Pugliesi, Galatina 1985, p. 14.

[5] Cfr. Aa.Vv., Lecce: Antico Seminario, Lecce 2008, p. 44.

[6] Nel Museo Diocesano di Lecce è conservato il dipinto del Riposo nella fuga in Egitto, proveniente dalla chiesa conventuale dei Carmelitani, attribuito al De Matteis nel 1985 dal Galante (cfr. L. Galante – R. Poso, Questioni Artistiche Pugliesi, cit, p. 15-16 e fig. 9) e confermato dalla Barbone nel 1995 (cfr. N. Barbone Pugliese, Scheda n. 57, in Il Barocco a Lecce e nel Salento, Catalogo della mostra, Lecce Museo Provinciale 8 aprile-30 agosto 1995, a cura di A. Cassiano, Roma 1995, p. 72). Come è stato giustamente notato dal Vetrugno, tale dipinto è invece firmato e datato “A. Diego Rodriges f. 1716” (cfr. P. A. Vetrugno, Un’aggiunta all’attività di Paolo De Matteis nel Salento, in Scholae patrum. Per i cento anni del Liceo “P. Colonna” di Galatina, Galatina 1999, pp. 3341-344), pertanto va ripensata la paternità dell’opera. Da notare, inoltre, che un dipinto dalla simile composizione è esposto nella sede della Soprintendenza per i Beni Artistici di Bari presso S. Francesco della Scarpa.

[7] Cfr. S. Tanisi, Il dipinto della Madonna di Costantinopoli di Paolo De Matteis nella chiesa dell’Addolorata in Maglie, in “Spicilegia Sallentina”, n° 6, 2009, pp. 65-68.

Lecce capitale della cultura europea?

lecce piazza duomo

di Maria Grazia Presicce

 

Ultimamente leccesi “illustri” riterrebbero che Lecce sia pronta a divenire, addirittura, Capitale della cultura europea. Insigni signori s’ingegnano intorno a questo progetto, esaminano ed elaborano considerando prima di tutto il fattore economico, ipotizzando il flusso di denaro che potrebbe derivare da  quest’eventualità!

Naturalmente, troppo impegnati a pianificare, omettono di guardarsi intorno e valutare  le “abiezioni” del nostro territorio che, il più delle volte, gridano vendetta agli occhi di chi lo “ammira”! Indaffarati ad architettare trascurano di esaminare questo suolo spesso bistrattato da chi lo vive e sorvolano le reali urgenze di questo Salento che avrebbe bisogno, prima di tutto, della cultura del rispetto di chi lo abita e lo vive quotidianamente, per poi trasformarsi anche in  rinomato luogo di cultura.

degrado

Mi domando come può, Lecce, diventare Capitale di Cultura europea se i bordi delle sue strade sono raccolte di rifiuti a cielo aperto di “coltura d’immondizia” di ogni sorta, i rondò discariche di vetri multicolori svuotati e scaraventati senza ritegno dagli “acculturati” di bevande di ogni tipo, le strade dissestate e mancanti di segnaletica appropriata, e aiuole cosparse da involucri, carte e buste variopinte, per non parlare dei bidoni traboccanti, il più delle volte vuoti, incorniciati da sacchi e sacchetti di sporcizia che i “pulitazzi” per non  avvertire gli olezzi sollevando il coperchio, depositano incuranti della cultura più elementare: il rispetto della “cultura” della natura.

degrado a lecce

Per non parlare della barbarie di chi imbratta e scrive sui  muri, di chi porta a spasso il proprio cane e abbandona gli escrementi maleodoranti in qualsiasi posto, di chi getta mozziconi ed altro dai finestrini delle auto. Mi direte che anche quella è “cultura”: cultura del non rispetto delle cose e delle persone, dico io. Ma questo, è solo un mio parere  e  conta poco.

Capitale della cultura europea: e dove la mettiamo la maleducazione e il non rispetto di chi è costretto a subire gli schiamazzi, spesso notturni o l’abbaiare, i gemiti dei cani a qualunque ora? O di chi si reca in spiaggia, magari in un parco, per trovare tranquillità ed è invece tartassato e obbligato a patire la musica ad altissimo volume di un chiosco improvvisato? Anche quella è “cultura”?

Lecce città di cultura europea: ma non vi sembra che per diventare CITTA’ di CULTURA, Lecce deve prima divenire Città del rispetto delle norme e del rispetto per il territorio?

Non basta scrivere articoli, non basta riempirsi la bocca di paroloni per far bella figura e troneggiare su podi invisibili; il nostro territorio ha prima di tutto bisogno della “CULTURA DEL FARE” di ogni cittadino che si ritiene civile, cominciando ad avere cura del suolo nel proprio ambito e per ambito non intendo l’interno del nostro “abitacolo”, ma l’esterno, senza fare appello sempre allo stato o al comune di appartenenza, nascondendoci dietro al fatto che paghiamo le tasse. Non perdiamo di dignità pulendo o raccogliendo le cartacce o altro che troviamo sul marciapiede davanti alla nostra dimora!

Se ogni leccese o salentino cominciasse a rispettare la CULTURA del proprio spazio e l’osservanza delle regole, il nostro habitat muterebbe aspetto e solo allora potremmo con soddisfazione auspicare ad una Lecce Capitale della Cultura, della  VERA CULTURA e non solo di quella scritta e conservata nelle biblioteche e nei Musei.

Variazioni azzoliniane sul tema dell’Angelo Custode

di Marino Caringella

 

 

Lecce, Chiesa di Sant'Irene, Giovan Bernardo Azzolino, Angelo Custode, olio su tela (cm.280x160), foto Sovrintendenza B.S.A.E. di Puglia
Lecce, Chiesa di Sant’Irene, Giovan Bernardo Azzolino, Angelo Custode, olio su tela (cm.280×160), foto Sovrintendenza B.S.A.E. di Puglia

Tra i culti approvati dalla Chiesa della Controriforma quello dell’Angelo Custode vide la propria ufficializzazione nel 1608, con l’autorizzazione da parte della Congregazione dei Riti alla diffusione dell’ Officium Angeli custodis dei cardinali Roberto Bellarmino e Ludovico De Torres, e l’introduzione di uffici e messe dedicate al divino compagno e confidente. Quattro anni dopo, le prediche del gesuita Francesco Maria Albertini “fatte nella Chiesa della Casa professa di Napoli” confluivano nel Trattato dell’Angelo Custode, in cui si sviluppavano le raccomandazioni a venerare gli angeli e ad affidarsi al loro sostegno nelle faccende spirituali e secolari[1]. Tali concetti erano già stati espressi da Francesco di Sales nell’Introduction à la vie dévote (1608), in cui il santo vescovo di Ginevra ricordava, tra le altre cose, come il gesuita Petrus Faber, percorrendo “le rudi montagne savoiarde” in cui aveva attecchito il protestantesimo, fosse “quasi fisicamente” protetto dagli angeli negli “attacchi degli eretici”, e che le celesti creature lo aiutassero “a fecondare molte anime dalla dottrina della salvezza”. Ben si comprende, dunque, come il dilemma del fanciullino sperduto “come il giovane Tobia, quando s’incamminò a Rages”, diventi il simbolo dell’anima incerta nella scelta tra cielo e inferno, e che l’iconografia dell’Arcangelo Raffaele che indica la via del paradiso possa essere letta in chiave di ammonimento a seguire, lungo il sentiero della vita, l’ortodossia degli insegnamenti della Chiesa cattolica e a rifuggire ogni pericolosa tentazione protestante.

Sebbene inizialmente diffuso in ambito gesuita, il culto non poteva rimanere estraneo all’ordine dei Chierici Regolari Teatini, fondato assieme a san Gaetano di Thiene da quel Gian Piero Carafa che, salito al soglio di Pietro col nome di Paolo IV, avrebbe imposto il suo programma di riforma e lotta contro gli eretici. Si giustifica così la presenza dei due dipinti gemelli dell’Angelo Custode issati nelle chiese teatine di Napoli (Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone) e di Lecce (Sant’Irene), entrambi opera di Giovan Bernardino Azzolino (Cefalù, 1582? – Napoli, 1645) e databili al terzo decennio del Seicento[2].

Il tema dell’Angelo Custode sarà più volte ripreso dal pittore siciliano anche per la committenza francescana, per esempio in uno degli elementi del polittico di Manfredonia[3] e, come parte di un insieme più complesso, nell’inedita Madonna delle Grazie rinvenuta da chi scrive nella chiesa dei santi Martino e Lucia di Apricena, ma proveniente dalla locale chiesa dei Cappuccini, dove era addossata “sulla parete, in fondo, della più grande delle due navate”[4]. La tela rappresenta una commistione di temi iconografici, primo fra tutti quello della Virgo lactans, il cui latte è di ristoro per le anime dei purganti e fonte della grazia che ricade sui santi che si affollano ai suoi piedi[5]. A questo tema principale si uniscono quelli della Regina Angelorum, cui allude il turbinio di angioletti che circondano la Vergine incoronata, e della Immacolata, cui si riferiscono la palma, il ramoscello d’olivo, il serto di rose e gigli che recano i due angeli maggiori[6].

La parte mediana della tela è invece occupata dai difensori delle anime contro le insidie diaboliche: i due arcangeli, Michele, titolare dell’omonima Provincia Minoritica in cui insiste il convento apricenese, ritratto come guerriero e psicopompo, e, per l’appunto, Raffaele, nelle vesti dell’Angelo Custode che indica al fanciullo la via del cielo.

In posizione leggermente più rilevata è la figura del san Giuseppe il cui culto, diffuso tra i Francescani da Pietro d’Alcantara, fu sancito definitivamente da papa Gregorio XV nel 1623. Qui è raffigurato come un vegliardo che con una mano regge il bastone fiorito, simbolo di verginità, con l’altra indica in basso, ritratti di tre quarti, i santi Francesco d’Assisi, Bonaventura da Bagnoregio, in abito cappuccino, mozzetta cardinalizia e libro in mano, e Maria Maddalena, coi capelli sciolti e il vasetto dell’unguento, suo principale attributo iconografico. Sullo sfondo, un breve lacerto di paesaggio montano che verso l’alto lascia il posto ai densi nimbi su cui poggia il gruppo della Vergine col Bambino, circondato da un affastellamento di putti e testine cherubiche.

L’opera, che per le traversie cui andò incontro l’edificio primigenio da cui proviene è databile alla metà degli anni trenta del Seicento, è stata restituita dalla scheda della Soprintendenza a un generico ambito meridionale (OA 1600036159) e da Di Iorio alla cerchia di Andrea Vaccaro[7], quando invece rappresenta una crestomazia di temi ed elementi formali riferibili all’ Azzolino. Vi si rinvengono entrambi i filoni sottesi alla sua poetica: quello devozionale e controriformato, di marca prettamente manieristica, con le sue immagini commoventi e bamboleggianti[8], e quello naturalistico che si esplica attraverso una predilezione per i fondi scuri, gli effetti luministici e la diligente resa anatomica dei modelli rappresentati[9]. Tanti i confronti che si potrebbero istaurare con altre opere del siciliano, per esempio la Madonna e Santi della parrocchiale di Montefalcone del Sannio[10] o la Madonna del Carmine e Santi, a quanto mi risulta inedita, nella chiesa di Sant’Onofrio a Casacalenda[11]. Con entrambe il quadro apricenese condivide l’impostazione della parte superiore della tela, le fisionomie di alcuni angeli e santi, e alcune soluzioni compositive come quella dei cherubini reggicorona e delle testine angeliche ritratte a lume di candela.

Ritornando all’iconografia dell’Angelo Custode, alla quale attinge l’artista siciliano per il quadro ai Teatini di Lecce e per il particolare di quello apricenese, essa è quella ben collaudata ai piedi del Vesuvio tanto nell’ambito della scultura – si pensi alla molteplicità di Angeli Custodi usciti in quegli anni dalla bottega di Stellato e sparsi nelle chiese del Viceregno[12] – tanto in quello della pittura, con alcuni pregevoli numeri di Borghese, Sellitto, Vitale e Pacecco De Rosa. Ma è al pittore di Montemurro e al suo chiaroscurare “che tornisce le forme e vi infonde consistenza plastica” che si dovrà guardare, nonostante sia oramai superata la soglia degli anni ’30, per trovare un riferimento stilistico dei due quadri. Sulla scia di quanto già opinato dal Pugliese, è possibile, infatti, istaurare confronti tra i due fanciulli azzoliniani col putto della Santa Cecilia di Capodimonte, o col Tobiolo (o animula, che dir si voglia) nell’Angelo Custode di ubicazione ignota[13], sebbene il quadro salentino abbandoni i catramosi fondi sellittiani “che corrodono i contorni e risucchiano intere parti di figure”[14] a favore di un ampio paesaggio di sfondo, in un avvicinamento alla tendenza classicista, “quasi accademizzante”, solo accennata nella Santa Cecilia di Sellitto e che è invece più convinta nell’Azzolino più maturo[15], tanto da lambire “le correnti del purismo secentesco che fanno capo al Sassoferrato e al primo Cozza”[16]. Tale avvicinamento, che farà spesso confondere i testi più avanzati del siciliano con oleografie ottocentesche[17], è forse il motivo per cui una non sufficientemente aggiornata scheda ministeriale (OA 1600117773) dati ancora il dipinto leccese al XIX secolo, restituendolo a un non meglio precisato ambito salentino.

Pubblcato su “Il defino e la mezzaluna” n°2


[1] P. Pirri, voce Albertini Francesco Maria, in Dizionario Biografico degli Italiani I, Roma 1968, pp. 725-726.

[2] V. Pugliese Pittura napoletana in Puglia I, in Seicento napoletano. Arte, costume e ambiente, a cura di R. Pane, Milano 1984, p. 214; P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606. L’ultima maniera, Napoli 1991, p. 318 nota 42.

 

[3] N. Barbone Pugliese, A. Simonetti, Giovan Berardino Azzolino: inediti napoletani del Seicento a Manfredonia, in Angeli stemmi confraternite arte, a cura di M. Pasculli Ferrara, D. Donofrio Del Vecchio, Fasano 2007, pp. 435-443.

[4] N.Pitta, Apricena. Appunti di storia paesana con disegni dell’autore e con prefazione di Michele Vocino, Vasto 1921, p.112. L’opera è citata, seppur con l’improprio titolo di Madonna del Carmine, nell’inventario dei beni stilato nel 1811 a seguito della soppressione napoleonica (Archivio di Stato di Foggia, Amministrazione Interna, F. 145, f. 126)

[5] F. Strazzullo, L’iconogrqfia della “Madonna delle Grazie tra il ‘400 ed il ‘600, Napoli 1968.

[6] Il riferimento alla Tota pulchra si giustifica con la dedicazione della chiesa conventuale alla SS. Concezione, che mutò in Madonna delle Grazie subito dopo il terremoto del 1627 quando l’edificio cappuccino, che aveva subito dei notevoli danni strutturali, fu riedificato secondo il corrente gusto barocco. Si spiega così anche la presenza della chiave dorata nella mano di uno dei due angeli a cospetto di Maria, simbolo della presa di possesso del rinnovato tempio da parte del nuovo nume tutelare.

[7] E. Di Iorio, I Cappuccini della religiosa provincia di Foggia o di S. Angelo in Puglia (1530-1986), Tomo I-II, Campobasso 1986, pp.145-147.

[8] P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606. L’ultima maniera, Napoli 1991, p. 311.

[9] V. Pugliese,  cit., pp. 213, 214.

[10] P. Leone de Castris, La pittura del Cinquecento nell’Italia meridionale, in La pittura in Italia. Il Cinquecento, Milano 1987, p. 510.

[11] Non intendo approfittare ulteriormente dell’ospitalità di Marcello Gaballo, che ringrazio, per approfondire la trattazione di questa tela che esula dai confini pugliesi, quando già il quadro apricenese esulava da quelli salentini. Sarà altra la sede per farlo. Ringrazio anche Alessandro Colombo per avermi procurato una fotografia del dipinto molisano.

[12] P. Leone de Castris, Angelo Custode, in Sculture di età barocca tra Terra d’Otranto, Napoli e Spagna, catalogo della mostra (Lecce 2007), a cura di R. Casciaro e A. Cassiano, Roma 2007, pp. 160-161.

[13] V. Pugliese,  cit., p. 215.

[14] Ibidem, p.214

[15] F. Ferrante, Giovan Bernardino Azzolino tra tardomanierismo e protocaravaggismo. Nuovi contributi e inediti, in Scritti di storia dell’arte in onore di Raffaello Causa, Napoli 1988, p.139.

[16] R. Lattuada, Un nuovo dipinto di Giovan Bernardino Azzolino, in “Kronos, n.13, 2009, p. 149.

[17] P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606. L’ultima maniera, Napoli 1991, p. 311

Il monumentale palazzo Giaconìa in Lecce

testo e foto di Paolo Cavone

 

Nel 1546 il monsignore leccese Angelo Giaconìa, vescovo di Castro (1530-1563), iniziò la costruzione di un palazzo signorile in Lecce,  nei pressi della chiesa di S. Maria degli Angeli e del convento dei Padri Minimi S. Francesco di Paola.

 

Palazzo Giaconìa
Palazzo Giaconìa

 

Il palazzo ha un lunghissimo prospetto con due portoni simili ed ha avuto sicuramente più fasi di costruzione attuate in tempi successivi in relazione ai diversi proprietari che si sono succeduti, ed occupò l’area urbana creatasi dallo sviluppo ed ampliamento delle mura e coeva fondazione del Castello di Carlo V ad opera di Gian Giacomo dell’Acaya nel 1539.

2-porta-2
Una delle due porte del Palazzo Giaconìa

Successivamente il palazzo fu acquistato dall’allora Sindaco di Lecce, Vittorio De’ Prioli che si insediò nel 1593; già allora un ampio impluvium dava nel lungo giardino retrostante con: colonne, bassorilievi, iscrizioni, statue, e quant’altro di antico il prelato raccolse in scavi praticati a Lecce,  Rudiae e Salàpia. Di tutto questo oggi rimane ben poco: un maestoso albero di alloro alto 20 mt, vestigia di un folto laureto e di un bassorilievo in pietra leccese: “Il Duello e il trionfo di David”, attribuiti a Gabriele Riccardi, cui è assegnato anche l’intero edificio.

 

“Il duello e il trionfo di David” sul gigante Golia, bassorilievo del Riccardi.
“Il duello e il trionfo di David” sul gigante Golia, bassorilievo del Riccardi.

 

La formella relativa al trionfo di David, presenta delle analogie con quelle dell’altare di S.Francesco di Paola in Santa Croce. Sull’architrave di una porta murata, nell’atrio d’ingresso, è incisa una frase, di cui sono leggibili le parole: “MIHI OPPIDU CARCER ET SOLITUDO”. Nessuna traccia di un secondo bassorilievo, citato in letteratura, con il “David che scrive”.

I giardini sono limitati dalle mura della città sulla cui sommità trova posto un pergolato in ferro battuto che si poggia su colonne seicentesche.

 

Giardino e lato interno delle mura di Lecce
Giardino e lato interno delle mura di Lecce

 

Dopo la morte del De’ Prioli (1623), gli eredi alienarono l’edificio ai Carignani duchi di Novoli, che vi si stabilirono abitandolo insieme ad altri nobili. Se il De’ Prioli aveva eseguito alcune opere murarie nella parte interna, per arricchire e sistemare, in particolare, il giardino dove vi sono tutt’ora alcune balaustre del 1600, i Carignani completarono la costruzione nell’ala sinistra.

 

Finestre nel cortile del Palazzo Giaconìa
Finestre nel cortile del Palazzo Giaconìa

 

Il piccolo portale dell’attuale cappella su Piazzetta De Summa e le edicole finestrate appartengono, invece, ai primi decenni del XX secolo.

I due doccioni in pietra leccese che si trovano su prospetti, indicano, con il

cornicione terminale, le altezze originali dell’edificio.

 

Uno dei due doccioni del prospetto.
Uno dei due doccioni del prospetto.

 

Nel 1780 i Carignani vendettero il palazzo ai fratelli Michele e Alessandro Y Royo, Duchi di Taurisano, che ritoccarono i portali apportandovi i loro stemmi in marmo bianco, dividendolo , in pratica, in due palazzi. L’abitazione signorile dei Lopez Y Royo si sviluppava al primo piano. All’inizio dell’ottocento, con l’occupazione francese, divenne dimora di alcuni generali delle milizie. Nel 1817 il duca Antonio Lopez Y Royo, figlio primogenito di Michele, che non aveva figli, lo donò al fratello germano Cav. Bartolomeo. Il palazzo si frazionava ulteriormente con gli eredi dei casati: Tresca e Castriota Scanderberg e solo una parte di questo rimaneva ai Lopez Y Royo.

Con decreto prefettizio del 1927 una parte del palazzo passò all’Istituto dei Ciechi, oggi sede dell’Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti.

 

Bibliografia

1)      A. FOSCARINI, Lecce d’altri tempi, in “Iapigia”, Anno VI, Fasc. IV

2)      N. VACCA, Ruderi e Monumenti nella penisola Salentina,  LECCE 1932

Una passeggiata a Lecce di fine Seicento. L’abate Giovan Battista Pacichelli descrive la città (seconda parte)

La veduta di Il Regno di Napoli in prospettiva è tratta da http://www.vecchiaprovinciadilecce.it/
La veduta di Il Regno di Napoli in prospettiva è tratta da http://www.vecchiaprovinciadilecce.it/

di Giovanna Falco

 

Gli appunti contenuti nelle varie opere di Pacichelli sono dettati dal gusto e della curiosità e danno la sensazione a chi li legge di tornare in dietro nel tempo e di percorrere insieme con lui le vie della città e del suo circondario.

Venerdì 17 maggio 1686[i], Pacichelli giunge da Campi a Lecce, «scoverta nella torre quattro miglia avanti, quasi con maestoso invito, ma superiore alla fama che ne corre»[ii], cioè dalla stessa direzione da dove è stata ritratta la veduta pubblicata in Il Regno di Napoli in prospettiva.

«Alle 21 hora» entra «in questa Metropoli della Provincia di Otranto»[iii] in groppa a un cavallo affittato da un soldato ad Altamura: un animale «di buono, e grande aspetto, mà vitioso nell’inciampare ad ogni passo»[iv], tant’è vero che poco prima di entrare a Lecce, gli era caduto addosso[v]. È accompagnato dal suo «Cameriero, accoppiandosi meco per guida à piedi un tale Bello Tonno (sopranomi de’ frequenti ad Altamura) applicato ò correr co’ dispacci per le Provincie»[vi].

Pacichelli si reca presso la chiesa dei Gesuiti ad assistere alla funzione della Buona Morte, quindi incontra l’abate Scipione De Raho che «non permise, che in alcun Chiostro io mi fermassi» e lo «condusse subito in sua casa, che hà forma di palazzo»[vii] in corte dei Malipieri[viii].

Il mattino seguente i due abati escono per visitare la città, ma è improbabile che il loro itinerario sia coinciso con il succedersi dell’esposizione dei luoghi indicati nella lettera del 1686 e in Il Regno di Napoli in prospettiva.

Chiesa del Gesù
Chiesa del Gesù

La prima chiesa a essere illustrata è quella dedicata alla protettrice Sant’Irene, officiata dai padri Teatini, «maestosa, con le cappelle sfondate»[ix], circondata da un largo cornicione, «mà il tetto desidera il volto o’l soffitto»[x].

Nella chiesa Pacichelli si sofferma ad ammirare «presso la porta trè tele di S. Carlo Borromeo, e nella Croce alla sinistra S. Gaetano, dipinti à Parma da un loro Laico»[xi], affermazione che contrasta con l’attribuzione delle quattro tele e con l’ubicazione dell’altare di San Gaetano, situato nel transetto destro della chiesa, di cui Infantino aveva trascritto il testo della lapide in onore del Santo, datata 1630[xii]. Infantino, inoltre, aveva specificato: «habitano in questa Casa per ordinario quaranta Padri»[xiii], mentre Pacichelli accenna solo alla «mediocre Biblioteca»[xiv].

Il «sontuoso Collegio della Compagnia dedicato alla Circoncisione»[xv], ha la facciata che «par che superi quella del Collegio Romano»[xvi]. Pacichelli lo ritiene «sconcio ne’ Dormitori»[xvii], reputati invece nel 1703 «commodi, con le Camere, con Chiostri à basso per passeggiarvi, ove han luogo le vaste Scuole, e la stanza cangiata in Cappella del P. Realino, sepolto ivi, non si sa dove»[xviii], «presso alla Sagrestia, restando finita di corpo grande la Chiesa»[xix], con, descrive Infantino, «bella, signoril, & ampia prospettiva» che si affaccia su una piazza, realizzata dopo aver «buttato à terra un gran Palagio, che stava incontro»[xx].

Il Duomo
Il Duomo

In piazza Duomo, Pacichelli osserva il palazzo vescovile, «veramente Cardinalizio»[xxi], la cui facciata, realizzata dal vescovo Scipione Spina, era stata descritta da Infantino come «una bella Galleria con bellissimo ordine di colonne à torno à torno, con balaustri à basso, e sopra»[xxii]. Pacichelli descrive il «novello tempio», rinnovato «nel 1658 dal Vescovo Monsignor Luigi Pappacoda in forma sì nobil’e vasta, con le cappelle ricche di marmi»[xxiii], tra queste ammira quella «molto vasta di S. Oronzio Vescovo Protettore»[xxiv], e nel 1687, oltre al soffitto, quella del «SS. Crocefisso col sepolcro composto di meravigliosi lavori di quella delicata pietra, per memoria, e per cenno di Monsig. Vesc. Pignatelli»[xxv]. Scende anche nel soccorpo che «apparisce ornato dal fù Monsignor Vescovo Luigi Pappacoda ivi sepolto»[xxvi], ma già «maravigliosamente abbellito», ai tempi di Infantino grazie alle «elemosine raccolte per Gio. Griffoli nobile Senese all’hora Vicario»[xxvii].

5 Basilcia di Santa Croce

Pacichelli reputa «magnifica forsi più di tutte la Chiesa di Santa Croce de’ Celestini vicino alle mura»[xxviii], che «spicca per la facciata nobilissima del Gran Tempio, e per l’architettura del Monistero; v’è in essa frà l’altre un’antica Cappella della Nobil Famiglia Sementi, con un miracoloso Quadro de’ Santi Benedetto, e Mauro, essendo tutta la chiesa adorna di nobili pitture, ed intagli»[xxix]. A proposito di questo altare Infantino aveva scritto: «la Cappella di San Benedetto, sotto la cui regola militano i Padri Celestini, Altar privilegiato de’ Sementi», «è hoggi del Dottor Francesco Maria Seme(n)ti, figliuolo di Gio: Lorenzo, e fratello di Donato Antonio, e Leonardo, di buona memoria, il primo Dottor in Teologia, & in legge, & il secondo Dottor di leggi»[xxx], probabilmente è lo stesso Donato Antonio cui è dedicata la veduta di Lecce di Il Regno di Napoli in prospettiva.

Riguardo alle quattro parrocchiali, istituite nel 1628 dal Visitatore Apostolico Andrea Perbenedetti[xxxi], oltre a quella già illustrata del Vescovado, Pacichelli accenna alla chiesa di Santa Maria della Luce, e menziona quella Santa Maria della Porta, che «hà un’Immagine dispensatrice di Grazie»[xxxii], «che hora si vede dentro quei indorati cancelli di pietra Leccese, fabricata da diverse carità, e limosine»[xxxiii] così come si apprende da Infantino, e la chiesa di Santa Maria della Grazia, di cui Infantino decantò l’ «intempiatura di sì bei lavori, che non credo si trovi simile in tutto quanto il Regno»[xxxiv], e Pacichelli definì «vaghissima nella maggior piazza»[xxxv].

La piazza era stata descritta da Infantino «molto spatiosa, ampia, lastricata, e bella, e circondata anche da ricchi fondachi, portici, e botteghe»[xxxvi], arricchita dalla fontana «con la Lupa insegne della Città»[xxxvii] (ubicata nel 1686 fuori porta San Biagio), dal «superbissimo Seggio di sontuose fabriche di diversi lavori», al quale «s’ascende magnificame(n)te per molti gradi, e su questi vi è una balaustra di ferro alta, e di bel lavoro attorno», sormontato da un «bellissimo Orologio con due statue di pietra Leccese, che sostengono la Campana»[xxxviii] e «all’incontro è il Tribunale della Regia Bagliva»[xxxix]. Dentro alcune botteghe, annotava ancora Infantino, «si veggono le reliquie di antichissimi edificij, detti volgarmente i borlaschi, machina superbissima in forma di Teatro, simili à gli antichi Teatri Romani»[xl]. Nel 1684 Pacichelli aveva sbrigativamente accennato: «la piazza grande hà il Seggio chiuso di ferro, fontana, e piramide, con la statua di Sant’Orontio, sendo sparse le botteghe de’ Negotianti»[xli], mentre nel 1686 oltre a citare la «Statua, e questa di marmo, dell’Imperador Carlo V una fonte artifitiale con quella del Rè di Spagna Carlo II», si sofferma sulla «colonna trasferita da Brindisi, e già ivi consegrata ad Hercole, diminuita però, con la Statua di rame di S. Oronzo valutata 300 ducati, benche tutta la spesa di questa mole, e sua trasportazione arrivi à ventimila. Ne’ quadri più nobili del piedistallo sono incise le Inscrittioni» e «nell’anno 1684 in tempo del Signor Sindico Domenico Stabile che vi cooperò non poco, e ne ritiene dal Signor Costantino Bonvicino dedicata, con altre quattro Statue de’ Protettori non ancora intagliate né fuse à gli angoli della base, e de’ balaustri, l’idea»[xlii]. Pacichelli trascrive nel 1686 il testo di due epigrafi[xliii] e un altro nel 1703[xliv], quando la statua del santo è descritta in bronzo e si legge che il popolo: «per haver dimostrata la presentanea protezzione nel 91 e 92 nel Contaggio della prossima Provincia di Bari, v’impresse nella faccia della base questo Epigrafe; semper Protexi, et Protegam, havendo sempre la sua Patria di Grazie, e di Miracoli arricchita»[xlv].

Chiesa di Santa Maria delle Grazie
Chiesa di Santa Maria delle Grazie

Della chiesa di San Francesco della Scarpa dei Conventuali, Pacichelli menziona la «stanza bassa vicina al Giardino, habitata da S. Francesco»[xlvi], quando, così come riferì Infantino, il santo oltre a mandare a Lecce i suoi frati, «volle con la sua propria persona anche honorarla, nel ritorno ch’egli fece da Soria»[xlvii]. Pacichelli puntualizza, così come si evince anche dalla lettura di Lecce sacra, che la cappella fu «migliorata in un Sagro Oratorio»[xlviii]. Nel giardino l’abate nota l’«Arancio piantato da P. S. Francesco»[xlix], il cui frutto, aveva precisato Infantino «mangiato dagli Infermi con fede, ben spesso si guariscono»[l].

Pacichelli osserva nel complesso monastico di «S. Angelo de gli Agostiniani l’Infermaria e la cappella del Giugno»[li], dove era stato sepolto Giovan Battista Giugni, morto a marzo dello stesso anno, cui era stata dedicata una lapide nel chiostro, di cui riporta il testo. Giugni aveva fiorito «in amendue le Academie di questa Città»[lii], cioè quella dei Trasformati e quella degli Spioni. Pacichelli descrive accuratamente la cappella di questa famiglia, ubicata «nel destro lato della Chiesa, la seconda cappella da lui dedicata alla Reina del Carmelo»[liii], trascrivendo i testi incisi su quattro lapidi. Non fa testo la descrizione di Infantino, perché la chiesa fu ricostruita nel 1663.

«In fine di rado vidi al di dentro, la casa hoggi nobilitata, che dicon già fosse di Sant’Oronzo»[liv]: il palazzo dei Perrone (nell’omonima via), che «furono quelli che si fecero ritenere discendenti da S. Oronzo Protettore di Lecce e che inventarono la leggenda dell’Angelo col tortano cui prestò fede il buon Padre Pio Milesio»[lv].

(CONTINUA)

prima parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/05/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta/

terza ed ultima parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/17/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta-terza-ed-ultima-parte/


[i] La data si desume dalla circostanza che Pacichelli trova la chiesa di Santa Croce «coperta di setini, col Trono dell’Abate per la festa del Santo lor fondatore». La festività di San Pietro Celestino ricorre il 19 maggio, che nel 1686 cadeva di domenica (M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 162).

[ii] Ivi, p. 158. Nel 1686 Pacichelli afferma che la torre campanaria del duomo «costa quindeci mila ducati» (Ivi, p. 185), mentre nel 1703 è «valutata 15 m. scudi » (G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit., p. 169).

[iii] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit.,p. 159.

[iv] Ivi, p. 142.

[v] Cfr. Ivi, p. 159

[vi] Ivi, p. 142.

[vii] Ivi, p. 159.

[viii] Nel 1631 il palazzo ricadeva nell’isola delli Condò della parrocchia di Santa Maria de la Porta, e vi abitavano Mario de Raho con la moglie Andriana Riccio, Leonardo Riccio e una schiava (Cfr. lo Status animarum civitatis Litii 1631, manoscritto conservato presso l’Archivio Vescovile di Lecce).

[ix] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit.,p. 160.

[x] Ibidem.

[xi] Ibidem.

[xii] Cfr. G.C. Infantino, op. cit., p. 35.

[xiii] Ivi, p. 33.

[xiv] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 169. Ritenuta senza rarità nel 1686.

[xv] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 116.

[xvi] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 169.

[xvii] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 160.

[xviii] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 169.

[xix] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 160.

[xx] G.C. Infantino, op. cit., p. 170.

[xxi] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 169.

[xxii] G.C. Infantino, op. cit., p. 10.

[xxiii] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 116. «Gli epitafi» delle cappelle, «con quel della fronte si trascrivon dal Ab. Franc. De Magistris in Statu Rerum Memorab. Neap. I, num. 43, fol. 29 che non cede ad altre di questo Dominio» (Ibidem).

[xxiv] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 169.

[xxv] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 222.

[xxvi] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit., p. 169.

[xxvii] G.C. Infantino, op. cit., p. 7.

[xxviii] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 162

[xxix] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit., pp. 169-70.

[xxx] G.C. Infantino, op. cit., p. 120.

[xxxi] Cfr. F. De Luca, La visita apostolica di Andrea Perbenedetti nella città e diocesi di Lecce, in «Kronos: periodico del DBAS Dipartimento Beni Arte e Storia», n. 8, 2005, pp. 31-68

[xxxii] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 170.

[xxxiii] G.C. Infantino, op. cit., p. 71.

[xxxiv] G.C. Infantino, op. cit., p. 109.

[xxxv] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 162.

[xxxvi] [xxxvi] G.C. Infantino, op. cit., p. 111.

[xxxvii] Ibidem.

[xxxviii] Ivi, p. 112.

[xxxix] Ivi, p. 113.

[xl] Ivi, pp. 111-12.

[xli]  M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., 117.

[xlii] Ivi, pp. 162-163.

[xliii] «Così, dunque, da un alto: columnam hanc, quam brundusina / civitas suam ab ercule ostentans / originem profano olim ritu in sua / erexerat  insignia, religioso tandem / cultu divo subiecit orontio, ut / lapides illi qui ferarum domitorem / expresserant, celamine, voto, aereq; / lupiensium exculto, truculentioris / pestilentiae monstri triumphatore / posteris consignarent. E dall’altro: siste ad hanc metam famae / augustum quondam romani fastus, / nunc eliminatae luis trophaeum / columnam vides, potiori nunc herculi / d. orontio sacrae. non plus ultra / inscribit Orontius Scaglione, patritius / non sine numine primus, hutusce / nominis patriae pater. statua / ab altera basi. illam cum statua / erexit. anno domini salu. mdclxxxiv» (Ivi, p. 163). Il primo testo è inciso alla base della colonna sul lato prospiciente l’anfiteatro, il secondo è sul lato di fronte al Sedile.

[xliv]«in un de’ lati il presente attestato, D. Orontio Protochristiano, Prothopraesuli, Prothomartyri Liciensi ab averuncatam à Patriae solo totaque Salentina Regione pestilentiam in anno MDCLVI Italiam provinciatim desolantem Columnam hanc Clerus Ordo Populisque Lyciensis erexit ut in Columna ad suor um munim Divus ipse excubaret Orontius, habexentique posteri perenne Urbis devictissimae pro tanto beneficio monimentum» (G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 170). Il testo è ancora leggibile alla base della colonna, sul lato addossato all’edicola di giornali.

[xlv] Ibidem.

[xlvi] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 164.

[xlvii] G.C. Infantino, op. cit., p. 47.

[xlviii] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 170.

[xlix] Ibidem.

[l] G.C. Infantino, op. cit., p. 80.

[li] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 164.

[lii] Ibidem.

[liii] Ivi, p. 165. L’altare dovrebbe essere quello ora dedicato alla Madonna del Rosario.

[liv] Ivi, p. 167.

[lv] A. Foscarini, Lecce d’altri tempi. Ricordi di vecchie isole, cappelle e denominazioni stradali (contributo per la topografia leccese), in “Iapigia”, a. VI, 1935, pp. 425-451: p. 430.

Una passeggiata a Lecce di fine Seicento. L’abate Giovan Battista Pacichelli descrive la città (parte prima)

La veduta di Il Regno di Napoli in prospettiva è tratta da http://www.vecchiaprovinciadilecce.it/
La veduta di Il Regno di Napoli in prospettiva è tratta da http://www.vecchiaprovinciadilecce.it/

 

di Giovanna Falco

 

Il Regno di Napoli in prospettiva dell’abate Giovan Battista Pacichelli[i], pubblicato postumo nel 1703[ii], è noto per lo più per le vedute prospettiche delle città che lo corredano e per le tavole delle dodici provincie che formavano il regno[iii]. L’opera si basa su lettere inviate dall’abate ad amici e conoscenti durante i suoi viaggi, pubblicate nel 1685 e nel 1691, in Memorie de’ viaggi per l’Europa Christiana e in Memorie novelle de’ viaggi per l’Europa cristiana[iv].

Le notizie su Lecce, riportate nella Parte seconda di Il Regno di Napoli in prospettiva, nel capitolo dedicato alla settima provincia del Regno di Napoli, cioè Della Japigia o Terra d’Otranto[v], sono state raccolte dall’autore durante tre viaggi compiuti nel 1684, nel 1686 e l’anno successivo e raccolte nelle Memorie anzidette[vi].

Nella primavera del 1684 Pacichelli è a bordo di una feluca e, «scendendo per poche miglia in terra dal mare, ove torna meglio in acconcio»[vii], probabilmente sbarca a San Cataldo: «porto picciolo, verso scirocco, sette miglia da Lecce, col Castello guardato da’ Soldati Italiani e dal Castellano del Rè Cattolico, nominato Porto di San Cataldo, perché in esso approdò quel Santo»[viii]. Nel 1686 l’abate, giunto da Campi a cavallo, si sofferma più a lungo nella descrizione di Lecce: visita la mattina i luoghi all’interno delle mura e il pomeriggio quelli all’esterno. Nel maggio 1687 entra in città dalla via di Lequile e dedica gran parte delle circa ventiquattro ore ivi trascorse «a visitar vari Amici, spiccando frà loro la Cortesia, e la Bellezza nelle Donne» e a intrattenersi con il vescovo Michele Pignatelli, che «raccontò gli sconcerti de’ suoi Diocesani, armati di centinaia di scoppette per resister al sagro Sinodo convocato» e lo invita «alla bella funzione della prima pietra alla Chiesa delle Monache di Santa Chiara»[ix].

Le notizie riportate da Pacichelli, ritenuto da Cosimo Damiano Fonseca un poligrafo «con una spiccata tendenza alla versatilità alla curiosità, al gusto della notazione erudita, senza eccessive pretese di rigore filologico, di verifiche puntuali, di vaglio critico»[x], sono da verificare, così come si evince in particolar modo quando indica le fonti da cui ha tratto le notizie storiche di Lecce. Nel 1684, ad esempio, cita correttamente «l’Infantino in 4 nella Lecce Sacra»[xi], ma nel 1686 si confonde e scrive: «chi vuol saper più, legga la Lecce Sagra del Sig. Francesco Bozi Patritio, e attenda in breve la Lecce Moderna di D. Giulio Cesare Infantino Curato di S. Maria della Luce»[xii], errore riportato anche in Il Regno di Napoli in prospettiva, dove menziona alcuni storici che hanno dissertato sulle antichità di Lecce[xiii]. In alcune note è palpabile l’arguzia che caratterizza l’autore, sia quando si sofferma a descrivere particolari anche superflui, come ad esempio l’abbigliamento di Scipione De Raho quando si accomiatò da lui, accompagnandolo «fuori dalle porte in berrettino, e pianelle»[xiv], sia quando illustra gli usi e costumi dell’epoca.

Sta di fatto che le sue annotazioni, nonostante alcuni refusi e inesattezze (alcuni evidenziati, altri da evidenziare, mettendoli a confronto con studi recenti), sono fondamentali perché descrivono la città a fine Seicento, in particolar modo se si mettono a confronto con Lecce sacra di Infantino, opera pubblicata una cinquantina di anni prima.

Lecce. Palazzo De Raho
Lecce. Palazzo De Raho

Lecce ha le «muraglie sostenute da Torri, Fosse, Cortina, e fortificazioni alla moderna con quantità di Baloardi, e Castello inespugnabile», con le «quattro Porte magnifiche, cioè a dire la Regale, o di S. Giusto, di S. Oronzo, di S. Biagio, e di S. Martino»[xv]. La città ha «trè miglia di giro, con vie larghe, e ben lastricate, giardini, fontane, fabriche nobili della pietra, che si cava nel suo fertile territorio, ch’è dolce e si lavora à guisa di legno con pialla. Non sà invidiar Napoli nello splendore, e magnificenza delle Chiese e de’ Chiostri di tutti gli Ordini»[xvi]. Già Infantino aveva rilevato che Lecce «vien stimata un picciol Napoli»[xvii].

«Le fabriche», dunque, «son di pietra bianca, che nasce là, si lavora con pialla, e riceve impression di figure col coltello, della quale vidi curiose Gelosie. Non si alzan molto, a cagion del peso, che fà cadere spesso le mura ed i Volti»[xviii].

La città è dotata di «trecento Carrozze, mantenute con poca spesa»[xix] (concetto ribadito anche nel 1703) e l’approvvigionamento idrico è dovuto a cisterne e pozzi[xx]. Tra i prodotti manifatturieri sono menzionati le «le belle coperte di bombace per la state»[xxi], i «Forzierini, ò Scrittori di pelle figurata, e dorata nelle coverte» e le «Tabacchiere di paglia historiate, che da 25 carlini son discese al valor di un tarì»[xxii].

La popolazione: «stimasi la più cospicua, e più popolata città del Reame, ove soggiornavan quantità di Nobili e ricche Fameglie, con molto lusso, e con galanteria verso de’ Forestieri, numerandosi à 3300 i fuochi»[xxiii] (declassata a una «delle più popolate del Regno»[xxiv] nel 1703), «inchiudendo non più di nove mil’anime, tutte civili verso il Forastiero, diminuite dopo il contagio, e la mortalità del 1679, con Fameglie antiche e riguardevoli; alcuni Baroni però che col Feudo di pochi carlini, altri col solo Dottorato, han luogo nel Magistrato supremo»[xxv]. Dopo avere affermato che Lecce è stata «Patria di gloriosi Eroi, così in Santità, come in Lettere, & armi»[xxvi], Pacichelli dedica tre pagine di Il Regno di Napoli in prospettiva a personaggi illustri leccesi ed elenca un gran numero di famiglie nobili[xxvii], così come aveva fatto Infantino quando aveva illustrato la chiesa di Santa Maria dei Veterani[xxviii].

Lecce. Chiesa di Sant'Irene, stemma di Lecce
Lecce. Chiesa di Sant’Irene, stemma di Lecce

A Lecce, oltre a risiedere il Preside con il suo Tribunale e il Vescovo che «gode vasta giurisditione in ventisette castelli»[xxix], secondo Pacichelli sono presenti «sette monasteri di Suore, trè spedali, e varie confraternite»[xxx], «la Clausura delle Convertite, e dodeci degli huomini»[xxxi]. Tra i monasteri femminili (tutti già fondati tranne quello delle Alcantarine), nel 1703 l’abate cita quello delle domenicane dei Chietrì[xxxii] e di «Santa Maria Nuova»[xxxiii] e, come si è già detto, nel 1687 quello di Santa Chiara. Non fa alcuna menzione al «refugio di povere verginelle»[xxxiv] di San Leonardo, né può citare il Conservatorio di Sant’Anna fondato in seguito. Si sofferma solo su dieci delle dodici case religiose maschili da lui indicate, accennando solo al domenicano San Giovanni Battista dei padri Predicatori e all’agostiniano Santa Maria di Ognibene (non ancora fondato all’epoca di Infantino). Non include nelle sue dissertazioni, però, i conventi dei Carmelitani (Santa Teresa e Santa Maria del Carmine), dei Fatebenefratelli (San Giovanni di Dio), dei Paolotti (Santa Maria degli Angeli), dei Minori Osservanti (Sant’Antonio da Padova), degli Osservanti (Santa Maria dell’Idria) e dei Cappuccini di Santa Maria di Rugge.

(CONTINUA)

seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/07/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta-seconda-parte/

terza ed ultima parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/17/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta-terza-ed-ultima-parte/

 


[i] Giovan Battista Pacichelli (1641-1695) Dottore in Diritto Civile e Canonico e laureato in Teologia, ricoprì l’incarico di Uditore Generale presso la Nunziatura Apostolica di Colonia, da dove intraprese numerosi viaggi in Europa. Ritornato in Italia e resosi conto di non poter fare carriera presso la corte del Papa, si recò a Parma, dove svolse le funzioni di Consigliere del duca Ranuccio II Farnese e di Uditore Civile della Città e dello Stato. Trasferitosi a Napoli, in seguito, nel 1683, rivestì l’incarico di Ablegatus del duca di Parma, da qui intraprese numerosi viaggi in Italia meridionale. Le notizie sulla vita di Giovanni Battista Pacichelli sono tratte dalle opere di Cosimo Damiano Fonseca, Michele Paone ed Eleonora Carriero (cfr. C.D. Fonseca L’Abate Giovanni Battista Pacichelli (1641-1695), in C.D. Fonseca (a cura di), Puglia di ieri. Il Regno di Napoli in prospettiva dell’Abate Gio: Battista Pacichelli, Bari s.d., M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi dell’abate Pacichelli (1680-7), Galatina 1993, E. Carriero (a cura di), Giovanni Battista Pacichelli. Memorie dei viaggi per la Puglia (1682-1687), Edizioni digitali del CISVA 2010).

[ii] Il titolo completo dell’opera è Il Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci provincie, / In cui si descrivono la sua Metropoli Fidelissima Città di Napoli, e le cose più notabili, e curiose, e doni così di natura, come d’arte di essa: e le sue centoquarantotto Città, e tutte quelle Terre, delle quali se ne sono havute le notitie: con le loro vedute diligentemente scolpite in Rame, conforme si ritrovano al presente, oltre il Regno intiero, e le dodeci Provincie distinte in Carte Geografiche, / Con le loro Origini, Antichità, Arcivescovati, Vescovati, Chiese, Collegii, Monisterii, Ospidali, Edificii famosi, Palazzi, Castelli, Fortezze, Laghi, Fiumi, Monti, Vettovaglie, Nobiltà, Huomini Illustri in Lettere, Armi, e Santità, Corpi, e Reliquie de’ Santi, / E tutto ciò, che di più raro, e pretioso si ritrova, coll’ultima Numeratione de Fuochi, e Regii pagamenti: con la memoria di tutti i suoi Regnanti dalla Declinatione dell’Imperio Romano, e di tutti quei Signori, che l’han governato. / Con i Nomi de’ Pontefici, e Cardinali, che sono nati in esso; Catalogo de’ sette Officii del Regno, e serie de’ Successori, e di tutti i Titolati di esso, col reassunto delle Leggi, Costitutioni, e Prammatiche, sotto le quali si governa. / Con l’Indice delle Provincie, Città, Terre, Famiglie Nobili del Regno, e quelle di tutta Italia. / Opera postuma divisa in tre parti dell’Abate Gio: Battista Pacichelli / Parte seconda / Consecrata all’Illustriss. Et Eccellentiss. Sig. il Sig. / D. Francesco Caracciolo Conte di Bucino Primogenito dell’Eccellenntiss. Sig. Duca di Martina, & c. / In Napoli. Nella Stamperia di Dom. Ant. Parrino 1703.

[iii]Nella lettera «Al Sig. Michele Luigi Mutii publico Stampatore in Napoli. / Consulta, e Giudizio per la stampa del REGNO DI NAPOLI IN PROSPETTIVA, Opera fresca dell’Autore», inviata da Portici il primo settembre 1691, Pacichelli scrive: «Sua è la cura di promuovere i disegni delle Città e Terre, e di fargli scolpir nel rame, dopo i già incisi delle Provincie: resta à me la sol’operatione, hormai compiuta, nello schiccherarne della sostanza» (G. Pacichelli, Lettere familiari, istoriche, & erudite, tratte dalle memorie recondite dell’abate d. Gio. Battista Pacichelli in occasione de’ suoi studj, viaggi, e ministeri, Napoli 1695, 2 voll., vol. I, pp. 188-9) I dodici “incisi delle Provincie” cui allude l’abate, sono una rielaborazione semplificata di quelle di Francesco Cassiano de Silva, pubblicate nell’Atlante di Antonio Bulifon del 1692 (Cfr. C.D. Fonseca L’Abate Giovanni Battista Pacichelli (1641-1695) cit.) . Riguardo alla veduta prospettica di Lecce non si conosce l’autore. Non può essere Cassiano de Silva perché la veduta prospettica da lui eseguita è differente (cfr. Il delfino e la mezzaluna. Studi della Fondazione Terra d’Otranto, Periodico della Fondazione Terra d’Otranto – luglio 2012, anno I, n. I, p. 90).

[iv] Cfr. G.B. Pacichelli, Memorie de’ Viaggi per l’Europa Christiana scritte à Diversi in occasion de’ suoi Ministeri, 5 vol., Napoli 1685 e  Memorie novelle de’ Viaggi per l’Europa Christiana comprese in varie lettere scritte, ricevute, ò raccolte dall’Abbate Gio: Battista Pacichelli in occasion de’ suoi Studi, e Ministeri, 2 vol., Napoli 1691. Le due opere sono suddivise in singoli capitoli (ognuno per Stato visitato), accompagnati da una lettera dedicatoria ad amici e conoscenti.  La cospicua corrispondenza dell’abate è stata poi raccolta nelle Lettere familiari (Cfr. G.B. Pacichelli, Lettere familiari cit.).

[v] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit., pp. 150-191, e in particolare pp. 167-173. L’incisione in rame della veduta di Lecce è pubblicata tra le pagine 166 e 167.

[vi] La prima è tratta dalle Memorie de’ Viaggi per l’Europa Christiana e precisamente la LXXXIV «Naviagatione dilettevol’ e divota della costa di Amalfi, in Calabria, ed a Brindisi» scritta da Ostuni il 10 aprile 1684 e indirizzata a  monsignor Giacomo de Angelis (Memorie de’ Viaggi, IV, pp. 360-377). Le altre due lettere sono pubblicate nelle Memorie novelle de’ Viaggi per l’Europa Christiana, scritte rispettivamente da Pacichelli da Napoli il 25 ottobre 1686 e indirizzata all’abate Francesco Battistini «Tornando in Puglia, vede il Bello di Capo d’Otranto, Basilicata e Principato Inferiore» (Memorie novelle de’ Viaggi, II, pp. 141-153) e da Altamura il 28 maggio 1687 e indirizzata a padre Tommaso di Costanzo «Pellegrinaggio alla Madonna di Leuca, esponendo le Provincie di Otranto e Lecce» (Memorie novelle de’ Viaggi, II, pp. 154-179) (cfr. C.D. Fonseca L’Abate Giovanni Battista Pacichelli (1641-1695) cit., E. Carriero (a cura di), op. cit.). I viaggi pugliesi sono stati pubblicati anche da Michele Paone, da cui sono stati tratti gli stralci riportati nel testo (Cfr. M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit.).

[vii] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 115.

[viii]G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit.,p. 171.

[ix] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 222.

[x] C.D. Fonseca L’Abate Giovanni Battista Pacichelli (1641-1695) cit.

[xi] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 115. Cfr. G.C. Infantino, Lecce sacra, Lecce 1634 (ed. anast. a cura e con introduzione di P. De Leo, Bologna 1979.

[xii] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 170. In nota Paone rileva l’errore e chiarisce che Carlo Bozzi (e non Francesco) nel 1672 diede alle stampe l’opera agiografica I Primi Martiri di Lecce (Cfr. Ibidem, n. 174).

[xiii] Cfr. G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit, p. 168. Pacichelli Accenna alla storia di Lecce dalla fondazione all’epoca normanna e cita, oltre Bozzi e Infantino, il “Galatea”, Marciano, il “Volterrano”, Giulio Capitolino, Plinio, Antonello Coniger, Antonio Beatillo, P. de Anna (Cfr. Ivi, pp. 167-68).

[xiv] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 176.

[xv] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit, p. 168.

[xvi] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., pp. 115-16. Nel 1686 il giro delle mura diventa di due miglia e mezzo, per tornare di tre miglia nel 1703.

[xvii] G.C. Infantino, op. cit., p. 3.

[xviii] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 160.

[xix] Ibidem.

[xx] Cfr. Ibidem. Anche nel 1703 Pacichelli si sofferma a parlare dei pozzi e cisterne (cfr. G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 169).

[xxi] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 117.

[xxii] Ivi, p. 170.

[xxiii] Ivi, p. 117.

[xxiv] G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit., p. 168.

[xxv] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p. 159. Descrizione simile a quella riportata nel 1703 (Cfr. G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 168).

[xxvi] Ivi, p. 171.

[xxvii] Cfr. Ivi, pp. 171-173

[xxviii] Cfr. G.C. Infantino, op. cit., pp. 126-168.

[xxix] M. Paone (a cura di), I viaggi pugliesi… cit., p 118.

[xxx] Ivi, p. 116.

[xxxi] Ivi, p. 164.

[xxxii] «Peregrina Creti fondò il Convento di S. Maria della Visitazione, detta volgarmente de’ Chieti di Vergini Claustrali, & Educande, e vi si legge su la Porta vecchia del Monistero questa Inscrizzione, Diva Mariae Sacram Edem, cui se devovit Peregrina de Criti Vestalis pia propiis sumptibus erexit pro sua, suorumque salute 1505. Kalend. Julii» (G.B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva… cit. p. 173).

[xxxiii] Ivi, p. 167. Lo cita a proposito del «Marmo colà scoverto nelle fondamenta del Chiostro» trascrivendo due righe del testo riportato anche da Infantino, ma integralmente (Cfr. G.C. Infantino, op. cit., p. 89).

[xxxiv] Ivi, p. 85.

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!