La lazzalora (il lazzeruolo/la lazzeruola)

di Armando Polito

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L’esemplare della foto (a destra; l’albero più grande, al centro, è un mandorlo anche lui molto vecchio e a sinistra è visibile un piccolo lazzeruolo collegato, credo, con la pianta madre) avrà almeno 150 anni, perché quando io ero ragazzino aveva le stesse dimensioni e quest’albero, dopo i primi anni di vita, ha una crescita molto lenta. Come si nota dalla foto, quest’anno, purtroppo, i frutti, che sarebbero già dovuti essere prossimi a maturazione, li vedrò col binocolo …

Questo, invece, è suo figlio, nato a poca distanza forse con l’aiuto del vento, a meno che non sia stato qualche uccello a depositarne, dopo averlo ingerito, magari chissà dove, il seme cuncardatu1.

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Il frutto può essere, come il mio, giallo (la foto è dell’anno scorso) ma anche rosso. Assomiglia ad una piccola mela, ha un gusto che ricorda nello stesso tempo quello di quest’ultima e della nespola, con tendenza ad un aspro, almeno per me, gradevole.

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Ecco la scheda del nostro albero di oggi:

nome scientifico: Crataegus azarolus L.

nomi italiani: azzeruolo, azeruolo, azzaruolo, lazzeruolo lazzaruolo, lazzaloro

nome dialettale: lazzalora

famiglia: Rosaceae

Passo alle etimologie.

Crataegus è formazione latina moderna, trascrizione del greco classico κράταιγος (leggi cràtaigos)=biancospino. A sua volta κράταιγος  è composto da κρατύς= (leggi cratiùs)=forte e αἴξ (leggi àix)=capra, con probabile allusione al fatto che le sue spine terrebbero lontane perfino le capre. È, perciò, errato quanto si legge in Acta plantarum2 che comunque, per me, resta sito di sicuro riferimento per indagini di botanica: dal greco “κρaταιός krataiós” forte, duro, gagliardo.

Circa i rapporti tra la nostra pianta e il biancospino basta guardare le foto che seguono (nella prima il fiore del lazzeruolo, nella seconda quello del biancospino). Non a caso il lazzeruolo s’innesta agevolmente proprio sul biancospino.

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Azarolus è anch’essa formazione latina moderna, trascrizione dell’arabo المشملة شجرة (leggi al zoruron)=nespola.

Azzeruolo, azeruolo e azzaruolo sono tutti dallo spagnolo acerolo (a sua volta trascrizione della voce araba prima ricordata); lazzeruolo, lazzaruolo e lazzaloro derivano dai precedenti per errata concrezione dell’articolo (l’azzeruolo>lazzeruolo).

Lazzalora (unica voce per l’albero e per il frutto) ha seguito la stessa trafila della voce italiana con in più la metatesi tra –r– e –l.

Rosaceae è forma aggettivale da rosa=rosa.

Per ogni altra notizia di carattere botanico e non si rinvia alle pagine 251-254 del Manuale del frutticoltore italiano di Marcellino e Giuseppe Roda, Paravia, Torino, 1881 (leggibile e scaricabile da http://archive.org/details/manualedelfrutt00rodagoog)

Il testo è datato, ma esauriente; l’unica cosa che non condivido è l’affermazione relativa alla facilità di riproduzione per seme (di cui parlerò più avanti, se così fosse a quest’ora avrei un bosco di lazzeruoli …) e la modesta deperibilità del frutto (per esperienza diretta posso affermare che, raccolto maturo, dopo 24 ore è già inacidito ed immangiabile; comunque, a parte il fatto che l’abuso non è dannoso, se ne può sempre fare una marmellata dal gusto delicato e inconfondibile o conservarlo sotto spirito).

Questa volta, poiché, come il nome indurrebbe a pensare, l’introduzione della pianta in Italia dovrebbe essere avvenuta in tempi relativamente recenti e poiché nessuna delle piante il cui ricordo potrebbe esserci stato tramandato, pur con nome diverso, dagli autori latini e greci, sembra identificabile con la nostra, non mi rimane che presentare alcuni autori in cui l’umile lazzeruolo diventa degno di essere celebrato.

Viene nominato quasi di sfuggita e confuso tra le altre piante (comunque, con tante piante che ci sono poteva andargli peggio …) da Giambattista Casti (XVIII secolo) in I tre Giulj, o sieno sonetti sopra l’importunità d’un creditore, di tre Giulj, Stamperia di Ghelen, Vienna, s. d., pag. 56, (sonetto LII, 1-4) : Quando il Sol più cocenti, e dritti in giù/vibra i raggi d’Apollo alla metà,/la Cicala or fu un nespolo, ed or fu/un sorbo, o un lazzeruol stridendo sta.

Non gli va meglio nemmeno con Giovanni Pascoli (XIX-XX secolo) che in Poemi italici, Paolo Ucello, V, 7-11 così scrive: Oh! non voglio un podere in Cafaggiolo,/come Donato: ma un cantuccio d’orto/sì, con un pero, un melo, un  azzeruolo/ch’egli è pur, credo, il singolar conforto/un capodaglio per chi l’ha piantato!

Lo stesso autore in Canti di Castelvecchio, Il nido di “Farlotti”, 13-16: Io non credeva, fuori che in sogno,/fossero altrove gigli e giaggioli,/e il dolce odore del catalogno/e gli agri pomi de’  lazzeruol.

Le cose vanno un po’ meglio con una poesia in dialetto siciliano di Nino Martoglio (1870-1921) tratta dalla sua raccolta Centone uscita a Catania per i tipi di Giannotta nel 1948.

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La ciliegia e la fragola, che in riferimento alle labbra sono canoniche nella similitudine, qui risultano soppiantate dalla lazzeruola, ma sicuramente il poeta si riferisce alla varietà rossastra, anche se questa è più acidula di quella gialla.

Con i prosatori le cose non cambiano: Carlo Levi, Il giardino delle cose (1956): … Davanti agli occhi, di là della panchina tra gli ireos e della pianta di cachi, prima del cancello rosso che dava sulle praterie dei lavandai, c’era un rialzo del terreno, che si usava chiamare “la Montagnola”; e appariva davvero, a quegli sguardi, come una montagna, con i suoi sentieri, le sue rocce, le sue foreste di ribes, di azzeruole e di viti, e in cima al monte si levava un giovane pioppo, approdo dei passeri, che aveva la stessa età del bambino, ma cresceva assai più presto di lui, ed era ormai un gigante di mille braccia …

Forse l’autore al quale il lazzeruolo dev’essere più grato è, però, Tonino Guerra, che ci ha lasciato poco più di un anno fa. Non vorrei che fosse ricordato più per lo spot pubblicitario dell’UNIEURO8 che per i suoi meriti letterari o per l’orto dei frutti dimenticati realizzato per sua volontà a Pennabilli (in provincia di Rimini), in un fazzoletto di terra dell’ex convento dei Frati Missionari: Ho pensato che fosse necessario un museo dei sapori, per non dimenticare il gusto di quelle piante che stavano addosso alle vecchie case contadine e che oggi sono scomparse, come il biricoccolo o l’azzeruolo. L’Orto dei frutti dimenticati è un piccolo museo dei sapori per farci toccare il passato.

immagine tratta da http://www.toninoguerra.org/image/orto_ingresso.jpg
immagine tratta da http://www.toninoguerra.org/image/orto_ingresso.jpg

E, dopo aver visto come l’arte possa coniugarsi, libera dalle spire del consumismo e del profitto (quasi sicuramente un tronista come testimonial all’UNIEURO  sarebbe costato di più …), con  il concreto, chiuderemo con un tuffo nel passato, cioè con una poesia non solo più datata ma ispirata pure ad un genere letterario che ebbe i suoi campioni antichi in Esopo per il mondo greco e in Fedro per quello latino.

Di G. B. Roberti, Favole Esopiane, XLIX, Giacinto De Bonis, Napoli, 1777, pagine. 92-93, ecco a voi (ormai nemmeno al festival di Sanremo presentano così …)

Il lazzeruolo e il melogranato

Un lazzeruol superbo
per la sua vaga prole
di rosee lazzaruole
sul declinar di ottobre
al giuggiolo, ed al sorbo,
al nespilo, e al cotogno
faceva scarso onore:
e nel suo bel colore
tanto si confidava,
che avria ancor tenuto in poco pregio
il visciolo, il marasco, ed il ciliegio.
Dunque ancora insultò al coronato
e pio melogranato:
ma il melograno accorto
nella notte vegnente
apri quà e là la sua scorza tegnente
facendola gittar lunghi crepacci;
onde apparvero i suoi sì rubinosi
grani, ch’erano ascosi.
Come fu il lume chiaro
tutte le piante si congratularo;
e recò sol quel giorno
al lazzeruolo altier invidia e scorno.
Colui che gonfio troppo fasto mena
Trova al fin chi il suo orgoglio abbassa e infrena.

E col melograno vi do appuntamento a breve.

____________

1 Il vocabolo è assente nel vocabolario del Rohlfs ma non mi è difficile, una volta tanto, spiegarne l’etimologia. Per fare più presto dico che, se esistesse, il corrispondente italiano sarebbe concaldato. È l’effetto della permanenza del seme (ve ne sono tre in ogni frutto) nell’apparato digerente dell’uccello. Il calore, almeno teoricamente, dovrebbe indebolire il guscio e favorire la germinazione. Ricordo che in passato i  contadini sfruttavano il calore del camino per far spirunare [qui il corrispondente italiano, speronare, esiste, ma la voce dialettale è usata non nel senso attivo riferito al colpo dello sperone (cioè nel senso di  stimolare) ma in quello fattitivo di far uscire lo sperone, cioè il germoglio), dopo averli deposti in uno straccio umido, i semi, per esempio, del cocomero. C’è da dire, però, che il guscio del seme del lazzeruolo è durissimo e credo che nemmeno un uccello affetto da stitichezza prolungata sarebbe in grado di indebolirlo. La riproduzione della pianta per seme, perciò, è un evento piuttosto raro. Ricordo a tal proposito che in occasione di una mia visita ad una fiera di Galatina (sto parlando di vent’anni fa) un botanico mi disse che erano riusciti a superare la difficoltà tenendo per un certo periodo di tempo i semi in un certo acido. Aveva un nome e cognome questo botanico? Certo, ma non me lo disse (né io glielo chiesi), come nulla mi disse (neppure questo glielo chiesi) del tempo e dell’acido.

2 http://www.actaplantarum.org/acta/etimologia.php?n=c&o=1&p=3

3 Femminile di nicu, che potrebbe essere dal greco μικός (leggi micòs) variante di μικρός (leggi micròs)=piccolo.

4 La voce è usata comunemente in riferimento ad animali; qui, però, anche se riferito a persona, essa grazie al contesto, lungi dall’essere dispregiativa, assume una connotazione teneramente affettuosa.

5 Firriò tunna alla lettera sarebbe procedette tonda. Per firriari Michele Paqualino nel suo Vocabolario siciliano etimologico italiano e latino, Dalla stamperia Reale, Palermo, 1785, v. I, pag. 138) propone la derivazione dal latino ferre=portare o dalla preposizione greca περί (leggi perì)=intorno.

6 Deverbale da sciauràri con lenizione e scomparsa di s-. Sciaurari è da un latino *exaurare (nel latino medioevale è attestato solo il participio passato exauratus), dal latino classico ex=fuori da e aura=soffio.

7 Dal latino medioevale appilàre=ostruire, composto da ad=presso e pilare=piantare, premere; nel latino classico con lo stesso significato (ma con la preposizione ob=di fronte, invece di ad) era in uso oppilare.

8 http://www.youtube.com/watch?v=qjkTWcmvEKM

 

 

 

Addio al calaprìcu e compagni


 di Armando Polito

In un’epoca in cui l’ingegneria genetica promette mirabilie e, con particolare riferimento al mondo vegetale, già serve sulle nostre tavole frutta e verdura di forma e sapore (?) inusitati, può sembrare da inguaribile nostalgico del tempo che fu dedicare quattro righe ad un umilissimo arbusto un tempo molto diffuso dalle nostre parti: il calaprìcu, cioè il pero selvatico. La voce ancora oggi è usata per sottolineare il sapore amaro di un cibo o il carattere scontroso di una persona, anche se la metafora a breve scomparirà seguendo in questo il destino dell’arbusto.

È per me paradossale e scandaloso che a parole si sottolinei l’importanza della biodiversità e che contemporaneamente non si muova un dito per salvare specie animali e vegetali in pericolo di estinzione e che, anzi, per motivazioni egoisticamente ed esclusivamente economiche (qualcuno ha persino la spudoratezza di affermare che le modificazioni genetiche applicate all’agricoltura risolveranno il problema della fame nel mondo!) si sovrapponga incoscientemente e presuntuosamente alla biodiversità progettata,  realizzata e collaudata nei millenni dalla natura e parzialmente turbata dall’uomo con l’antichissima tecnica dell’innesto, quella ideata, sempre dall’uomo, in questi ultimi anni e immessa sul mercato senza, a mio avviso, le dovute garanzie che solo un controllo prolungato nel tempo può dare.

È triste consolarsi col passato, ma tant’è! Plinio il Vecchio (23-79 d. C.) nella Naturalis historia (17, XIV, 75) ci ha lasciato sul tema quanto segue; non so, anche su altri temi, purtroppo, cosa lasceremo noi…:

Tubures melius inseruntur in pruno silvestri et malo cotoneo et in calàbrice. Ea est spina silvestris; quaecumque optime et myxas recipit; utiliter et sorbos.

(I lazzeruoli si innestano meglio sul susino selvatico, sul melo cotogno e sul calaprico. Questa è una pianta spinosa selvatica; accoglie ottimamente ogni specie e i susini; con buoni risultati anche i sorbi).

E tre secoli dopo Palladio Rutilio Tauro Emiliano (Agricultura, X, 14) ribadiva:

Mense ianuario ultimo vel februario tuburum surculus mirabiliter proficit cydonio insitus. Inseritur autem melis omnibus et piris et prunis et calabrici melius trunco fisso quam cortice.

(Alla fine di gennaio o di febbraio la gemma dei lazzeruoli attecchisce mirabilmente innestata sul melo cotogno. Si innesta inoltre su tutti i meli, peri, susini e sul calaprico meglio a spacco che a corteccia).

Ma il funerale dei portainnesti antichi vede, oltre al calaprìcu, il piràscinu (altra specie di pero selvatico, il cui nome è da piru+lo stesso suffisso dispregiativo di nannàscina, purpàscina, etc. etc.; un latino piràginus è attestato molto tardi e precisamente nello statuto di Atena (Sa) che è anteriore al 1475), la maràngia [direttamente dall’arabo narang, dal persiano narany , probabilmente dal sanscrito nagaranja=frutto degli elefanti, mentre in italiano si è sviluppato arancio con caduta di n– per deglutinazione in seguito a fusione con l’articolo (un narangio>un arangio>arancio); solo in epoca relativamente recente, per probabile importazione da Gallipoli e incrocio con mara=amara, la voce si è specializzata ad indicare la varietà amara] e il tèrmite (specie di olivo selvatico); la voce è  direttamente dal latino tèrmite(m)=ramoscello, con specializzazione del significato; i  nostri  oliveti secolari ed  ultrasecolari con il loro irregolare sesto d’impianto provano la pratica antica  di  innestare   in pieno  campo  olivastri  (tièrmiti) spuntati qua e là nei campi e nella macchia e, con la loro maggiore resistenza alle malattie rispetto ad esemplari frutto di tecniche colturali più recenti, confermano ciò che già il poeta latino Orazio (I° secolo a. C.) aveva celebrato nei versi 41-48 del 16° epodo: Nos manet Oceanus circumvagus: arva beata/petamus, arva divites et insulas,/reddit ubi cererem tellus inarata quotannis/et imputata floret usque vinea,/germinat et numquam fallentis termes olivae/suamque pulla ficus ornat arborem,/mella cava manant ex ilice, montibus altis/levis crepante lympha desilit pede (Ci attende l’Oceano che tutto abbraccia: di campi beati/andiamo in cerca, di campi ricchi e di isole/dove la terra ogni anno senza esssre arata dà le messi/ e la vite senza essere potata rifiorisce sempre/ e il ramo dell’olivo che mai inganna germoglia/e il giovane fico orna il suo albero,/il miele stilla dal cavo leccio, dall’alto dei monti/scende giù con la sua corrente fragorosa l’acqua leggera).

Termes è connesso col greco terma=meta, limite e con i latini termo, termen e tèrminus=linea di confine, a riprova questa volta del fatto che un tempo dei rami segnavano il confine di un campo,  proprio come avrebbero fatto per secoli nelle nostre campagne le piante di olivo (chisùre). E Tèrminus per i Latini era il dio dei confini.

Al di là della contestualizzazione storica (l’abbandono della terra natia verso lidi che sembrano una sorta di paradiso è visto da Orazio come unico rimedio al clima di distruzione e morte indotto dalle guerre civili), dove cercheremo rifugio noi dopo aver violentato anche l’Amazzonia? Sembra una vendetta della storia e pure dell’etimologia quando si pensa che il greco terma, prima citato, deriva dal verbo tèiro (in latino tèrere, dal cui participio passato tritum sono nati i nostri trito, tritare e triturare) che significa logorare, indebolire. I Greci erano partiti da questo concetto di sfinimento e morte per dar vita a quello di conclusione, confine; poi i Latini, a parte i già nominati termo, termen, tèrminus e Tèrminus avevano mantenuto l’originario significato negativo oltre che nel verbo tèrere anche in tarmes/termes=tarma (dalla variante termes la nostra tèrmite o termìte, il temibile insetto). E noi? Noi, in pochi decenni, siamo stati capaci solo di percorrere il cammino inverso…

E io sono stato solo in grado di partorire queste poche, inutili osservazioni e questi miserabili, altrettanto inutili versi (?)…

Lu tèrmite

                                                                                  

Quantu tièmpu è ppassàtu ti ddhu ggiùrnu!                  

Simènte eri, ti ceddhu cuncardàta1;                              

ti lu sole poi sott’a llu furnu                                          

la vita chiànu chiànu è spuntàta.

                                                                                        

Picchi acqua ‘ggiàna2 intr’a ‘stu maru cuèzzu,            

stuèrtu e ttanti bbuchi intr’a lla scorza,                        

ti stòria antìca tu sî ormai ‘nu stuèzzu                          

e ddi natùra la proa ti la forza.

                                                                                       
Ma quarche ccosa strana mo sta ssiènti:                      
                                       

l’acqua non è cchiù queddha e mmancu l’aria,            

troppu ti pressa càngianu li tièmpi,                                                                            

lu sangu ‘ndi mbilèna addha malària.                                                                      


E ppàssari, ciciàrre  e ssaccufàe
3                                                                 

sempre menu ti fannu cumpagnìa,                                       

irdulèddhe e ccardìlli cchiù no ‘nd’hae                         

e sta tti pìgghia la malincunìa.

                                                                                       
Piensi ca no ppuè ffare mancu figghi                            

e la simènte tua a ‘n terra minàta                                 

sai ggià ti sicùru ca ttra ppicchi                                    

è mmuffìta, morta e ppoi squagghiàta.

                         

L’olivastro

 

Quanto tempo è passato da quel giorno!

Seme eri, riscaldato dal ventre di un uccello;

del sole poi sotto il calore

la vita piano piano è spuntata.

 

Poca acqua piovana dentro questa roccia amara,               

storto e con tanti buchi nella corteccia,

di storia antica tu sei ormai un pezzo

e la prova della forza della natura.

 

Ma qualche cosa strana stai ora sentendo: 

l’acqua non è quella di una volta e nemmeno l’aria,

troppo in fretta cambiano i tempi,

il sangue ci avvelena una diversa malaria.

 

E passeri, cinciallegre e rigogoli

sempre meno ti fanno compagnia,

verdoline e cardellini non ci son più

e ti sta prendendo la malinconia.

 

Pensi che non puoi fare nemmeno figli

e il seme tuo a terra abbandonato

sai già di sicuro che tra poco

sarà ammuffito, morto e poi disfatto.

_______

1 Il calore del ventre dell’uccello che ha inghiottito il seme favorisce, dopo la sua eliminazione, l’attecchimento; cuncardàre corrisponderebbe ad un inusitato italiano concaldare.

2 Da *foggiàna, acqua che si raccoglie nella fòggia (fossa), con aferesi di fo-.

3 Dal greco siukòfagos=mangiatore di fichi.

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