Visioni per il Salento

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di Ferdinando Boero

 

Sono d’accordo con Valerio Elia, con la sua analisi sulla situazione economica del Salento pubblicata da Quotidiano venerdì scorso.

Ha ragione. La politica dei beni culturali, per esempio, si prefigge di trovare soldi per restaurare pregevoli edifici ma poi non si riesce a trovare il modo di utilizzarli, di valorizzarli. Ci sono i contenitori ma mancano i contenuti. La tattica del restauro di tutto quanto è pregevole nel nostro territorio non può essere perseguita senza una strategia di utilizzazione. Non si può avere come obiettivo l’ottenimento dei fondi per il restauro, ma poi non sapere che fare di quel che si è restaurato. Nei bandi, forse, bisognerebbe chiedere anche questo. Ve lo restauriamo, ma poi che ne fate? Una sorta di piano industriale. Veramente, anche se ho detto che sono d’accordo, poi qualche disaccordo ce l’ho.

L’industria ha devastato il nostro territorio e la nostra salute (non credo ci sia bisogno di spiegarlo) e ci sono state anche diverse avventure finite male (con fondi pubblici) per incrementare lo sviluppo tecnologico. Vogliamo parlare del Pastis di Brindisi?
Alla base di tutto, comunque, deve stare la salute e il benessere degli umani e degli ecosistemi. Le due cose vanno assieme. Se si programmano industrie e non si tiene conto dei costi ambientali e umani, non si fa buona industria. Guadagna qualcuno ma ci perdono tutti. E se cerchiamo di riparare i danni ci accorgiamo che i guadagni dell’industria non bastano per riparare i danni che ha fatto.

L’innovazione deve essere il caposaldo del nostro agire. Il modo con cui abbiamo concepito l’industria sino ad ora è semplicemente sbagliato. Si guadagna a breve termine e si perde a lungo termine. Il lungo termine è arrivato, e vediamo che il nostro sistema industriale è in crisi. Anche perché conviene chiudere le industrie qui e portarle dove la salute umana e l’ambiente sono tenuti in zero considerazione. Per me innovazione significa progettare industria inserita in modo armonico nell’ambiente, significa che accanto agli ingegneri e gli economisti devono lavorare gli ecologi e i medici. Lo so, se si fa così non si è competitivi, e conviene andare in Cina, dove i costi ambientali non sono contabilizzati (ma stanno iniziando a farlo, perché sono diventati insostenibili).

Se al PIL si contrapponesse la valutazione del degrado ambientale e umano vedremmo che i valori cambiano radicalmente. Questi costi vanno internalizzati.

La mia paura, per quel che riguarda l’occupazione derivante dal turismo, è che molti di quei posti di lavoro sono in nero, e non finiscono nelle statistiche. Ma non ho le prove per dirlo. D’altronde tutte le analisi di qualunque istituto economico ci dicono che la percentuale del sommerso è enorme, in Italia. E che l’evasione fiscale ci vede quasi primi al mondo. Assieme alla corruzione. In qualcosa primeggiamo!

L’analisi di Elia, mi pare, trascura poi l’agroalimentare o, comunque, lo considera poco. Ho visto recentemente un documentario d’epoca dove si faceva vedere, in tono trionfalistico, lo sradicamento degli olivi nel tarantino, lo smantellamento dei muretti a secco, e la costruzione della più grande acciaieria d’Europa. I braccianti diventano operai! E poi, assieme alle loro famiglie, si beccano il cancro. E anche quelli che non fanno gli operai o i tecnici, subiscono lo stesso rischio.

Certo, quei braccianti non devono restare tali. Ma ora sono sostituiti dagli schiavi neri, nessun problema! Il bene primario, quello che non può essere rimpiazzato da nulla, è quello che mangiamo e beviamo. Produrre buoni alimenti ha un interesse strategico superiore a quello di produrre buoni aeroplani. Senza aerei viviamo, ma senza mangiare si muore. Bisogna innovare anche in questo campo, come abbiamo fatto passando dal vinaccio da taglio a vini sublimi. Ma poi non possiamo avvelenare le falde, o riempire l’ambiente di pesticidi. Innovazione, oggi, significa prima di tutto armonia con la natura, qualunque sia l’impresa che si vuol portare avanti. Per una città che si candida, assieme a Brindisi (e io ci vorrei vedere anche Taranto), a Capitale Europea della Cultura questa evoluzione culturale dovrebbe essere un obiettivo strategico. Nel Bid Book c’è, ma siamo pronti a perseguire queste visioni? Temo di no. Ma questo è il bello della sfida, no? Magari lo diventeremo. Il potenziale c’è. Ma dobbiamo eliminare una palla al piede della nostra cultura: la furbizia. Accaparrarsi i fondi europei per opere che poi saranno abbandonate è frutto di furbizia, ma significa anche mancanza di visione.

Prima o poi queste mancanze si pagano. E i furbi si rivelano essere dei fessi. O meglio, i furbi fanno i soldi, ma poi il territorio ne esce impoverito. Sono arrivati tantissimi soldi, qui. Eppure ci lamentiamo della povertà (poveri ma belli, dice il Bid Book di Lecce). Dove sono andati a finire? In tasca ai furbi. E i fessi non se ne accorgono, oppure sperano di poter essere a loro volta furbi. Non si va lontano con questa cultura. I risultati si vedono.

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 30 settembre 2013]

per gentile concessione dell’Autore

Io, clandestino, ho denunciato i miei sfruttatori

 Io, clandestino, ho denunciato i miei sfruttatori, fate come me

Andrea Gabellone*

ph Woodi Forlano

Mohammad, matematico pakistano, è fuggito dal Pakistan per evitare un matrimonio combinato. Ora sfida chi lo ha ingannato e lo ha fatto venire in Italia di nascosto, facendosi pagare 11 mila euro. Ha dovuto pagare per avere un contratto (fasullo) per aggirare la legge, ha trovato un lavoro (vero) ma con stipendi di fame. Ora ha deciso di denunciare tutto, per esasperazione e forse anche per dignità. E invita chi è nelle sue condizioni a fare lo stesso.

«Quel che accade attorno all’immigrazione, in Italia, è tutto un grande giro illegale di affari. Sono a disposizione della legge italiana per raccontare quello che ho vissuto: un sistema criminale che rovina la vita di migliaia di persone».

Quello di Muhammad Farooq, 28 anni, matematico pachistano,clandestino nel nostro paese, è un urlo disperato, ma fiero. Nonostante le minacce che pendono sulla sua incolumità e su quella della sua famiglia, è determinato a raccontare quello che gli è accaduto: «La mia vita, così com’è oggi, non va in nessuna direzione. Non ho paura né dei trafficanti né della polizia. Comunque, non potrebbe andare peggio di così. Denuncio questa situazione soprattutto per evitare che tante altre persone commettano gli errori che ho commesso io».

Quando Muhammad comincia a raccontare le sua storia, sembra di vivere un déjà vu. Le sue parole descrivono situazioni simili, anche nei dettagli apparentemente più insignificanti, a quelle di migliaia di altri migranti come lui. Se non si scappa da una guerra, si scappa dalla povertà. Quasi sempre, più che all’inseguimento di un sogno, alla ricerca di un benessere tanto evocato, quanto sconosciuto.

ph Woodi Forlano

Muhammad ci tiene a raccontare il suo viaggio verso l’Italia, perché quel viaggio ha cambiato per sempre la sua vita. Partire da Gujranwala – nella provincia del Punjab – per attraversare l’Iran,la Grecia e il Mar Adriatico gli è costato 11 mila euro. Il prezzo di una vacanza di lusso in crociera. Lui ha

Qui dove si vive (e muore) di lavoro nero

di Alessio Palumbo

Nei giorni scorsi si è verificata l’ennesima tragedia sul lavoro. Il crollo dell’opificio di Barletta ha nuovamente suscitato accesi dibattiti sul lavoro nero e sulla fame di occupazione “a tutti i costi” diffusa nel sud. Come al solito, la cronaca ha tirato la volata a discussioni, polemiche e riflessioni che, nella classe politica nazionale e nell’opinione pubblica, dovrebbero rappresentare dei punti fissi e non spunti occasionali di pensiero ed azione. Il problema del lavoro nero e di tutti i rischi ad esso legati (precarietà, condizioni di vita e lavorative al limite della sostenibilità, etc.) non nasce di certo col crollo dell’opificio di Barletta.

A livello mondiale, nel corso degli anni ’90, i processi di “deregolamentarizzazione” e “flessibilizzazione” hanno avuto un incremento di tipo esponenziale. Sono nate nuove forme contrattuali deboli, adatte al clima di incertezza economica. Si è assistito ad uno sgretolamento del welfare state e al ritorno di forme lavorative e socio-economiche tipiche del capitalismo selvaggio. L’Italia, ovviamente, non è stata estranea a tali fenomeni.

Nel nostro paese, la prima finanziaria ad occuparsi di “nero” è stata quella del 1998 (governo Prodi). Le nuove norme in materia prevedevano una serie di benefici in cambio della regolarizzazione dei lavoratori con un contemporaneo mantenimento dei livelli di occupazione. Vennero migliorati i metodi ispettivi ed inasprite le pene per chiunque avesse fatto ricorso a forme di lavoro irregolari. Furono inoltre creati appositi comitati governativi, commissioni parlamentari, ma soprattutto furono coinvolte le autorità locali. L’applicazione di tali politiche favorì l’emersione dal nero di circa 400.00 lavoratori nel Mezzogiorno d’Italia.

La fase dei governi di centro-destra comportò una diversa forma di intervento, basata più che sulla repressione e gli incentivi all’emersione, sul ricorso a politiche di agevolazione fiscale. Tuttavia, i nuovi aumenti dei tassi di economia sommersa  hanno dimostrato come tali politiche siano state insufficienti, incidendo solo sulle forme di lavoro irregolare ben strutturate e non sui casi di sottoremunerazione e lavoro nero in imprese parzialmente regolari.

Focalizzando come al solito la nostra attenzione sul piano locale, possiamo affermare che la provincia di Lecce, da anni, è inserita in quella che Giovanni Bianco definisce  “la diabolica tradizione […] di controllare la società nelle sue espressioni di consenso politico attraverso le regalie finanziarie di vitalizi senza corresponsione di obblighi. [Una tradizione] che ha generato una cultura dell’opportunismo individuale e della assenza di regole sociali, di servilismo al potere, come unica possibilità di promozione sociale e di benessere” (G. Bianco, Il lavoro e le imprese in nero, Roma, Carocci, 2002,  p. 177). Naturalmente le origini del lavoro nero vanno ben oltre questa cultura dell’opportunismo: squilibri nord-sud, elevata fiscalità, scarsa flessibilità del fattore lavoro, inefficienza dei sistemi burocratici ed infrastrutturali, riduzione dell’attività ispettiva, decentramento produttivo e smembramento industriale, incidenza della criminalità nell’economia e negli appalti, ritardo della cultura industriale di determinate aree…, sono tutti fattori favorevoli alla diffusione di un’economia sommersa.

Anche nel Salento l’impresa in nero si è imposta come il fulcro dell’economia locale. Riduzione dei costi di avviamento e del lavoro, maggiore controllo e sfruttamento della manodopera, minori spese di produzione: sono queste le principali caratteristiche di un mondo economico invisibile, esente da garanzie per i lavoratori, privo di doveri nei confronti dello stato e della comunità, oramai radicato nella “cultura” locale.

Parlando di “cultura”, si vuole sottolineare come una tradizione di lavoro, forzatamente orientata al mondo del sommerso, esista da tempo nel Salento, come nel resto del meridione. Negli anni ’50 e ’60, l’emigrazione verso il nord Italia (verso imprese a base fordista, fortemente controllate da sindacati) e lo sviluppo, sul piano nazionale, di estese politiche di welfare state, avevano fortemente ridotto il ricorso a questo tipo di occupazioni. Nel Nord perdurava soprattutto come seconda occupazione, mentre nel sud rimaneva legato all’arretratezza industriale ed all’esistenza di forze illegali. Dagli anni ’70, la crisi economica e le sue conseguenze costituirono un terreno fertile per una rinnovata crescita del fenomeno. Ritornò in auge una prassi imprenditoriale finalizzata al completo sfruttamento dei fattori produttivi. Una prassi tuttora diffusa, ma difficilmente rilevabile con dati precisi.

Come accennato precedentemente, la gran parte degli analisti economici ha registrato, dal 2003 ad oggi, una nuova fase di eccezionale ripresa del lavoro nero soprattutto nel sud Italia (e quindi anche nel Salento). In Italia la percentuale di economia illegale nei confronti del PIL si aggira attorno al 26,2%, con una quota dei partecipanti all’economia sommersa (rispetto alla forza lavoro ufficiale) che oscilla, da regione a regione, tra il 30 ed il 48%.

Al sud la percentuale di lavoro in nero supera spesso il 50% (nel comparto agroalimentare si arriva al 95%). Nell’industria pugliese si contano irregolari nell’ordine del 35,3%. Cifre  impressionanti, che diventano ancor più rimarchevoli se si considera, all’interno della stessa Puglia, alcuni distretti economici (come Bari, Brindisi e, per il Salento, Lecce-Casarano) con dei tassi di economia sommersa che superano, in settori quali l’edilizia e la produzione di vestiario, abbondantemente il 50%. Agricoltura e servizi riscontrano dei tassi ancora più alti, ma difficili da definire precisamente, anche da specifici studi di settore.

Le linee di massima sono complessivamente sconvolgenti e rilasciano l’immagine di un’economia priva di qualsiasi controllo e del tutto deregolamentata. Come al solito, però, l’opinione pubblica riscopre tutto ciò solo all’indomani di un evento luttuoso, per poi ricadere in un nuovo oblio, nella “mediatica” attesa dell’ennesima tragedia del lavoro.

Ivan non lavora più nei campi di Nardò

di Gianni Ferraris

Ivan non lavora più nei campi di Nardò, è fuggito via.  Lui ha 26 anni, è arrivato dal Camerun per studiare  ingegneria al Politecnico di Torino, in estate invece scende al sud, in Salento a raccogliere angurie e pomodori per mantenersi gli studi. A Nardò sono decenni che i lavoratori neri fanno i braccianti nei campi. Da due anni, alla buon’ora, il comune, spinto dai sindacati, in primo luogo dalla CGIL, ha messo in piedi un campo di accoglienza fatto di tende blu. Non troppo vicino al paese, in realtà.  Passare vicino alla masseria Boncuri mette angoscia, li vedi a decine sciamare per strada verso il supermercato lontano, sotto il sole, quando non sono nei campi oppure muoversi per andarew chissà dove. Al sindaco di Nardò, Marcello Risi    non risulta quel che invece è noto ai ragazzi del campo e ai sindacati, Boncuri è sovrappopolato. Almeno 350 persone contro le 200 previste.  Inoltre, per quant origuarda la mancanza di acqua calda dice:  “ci stiamo lavorando, in settimana la faremo arrivare” solo che siamo in agosto, la stagione sta finendo, è da giugno che le cose stanno così.   Prima di andarsene, i negretti,  potranno farsi una doccia tiepida, forse.  E poi c’è la sciagura più infame, il caporalato che decide chi  dovrà lavorare, li porta nei campi e a fine giornata intasca 5 euro per il trasporto e altri per il lavoro procurato. Fatto sta che 12 ore sotto al sole a schiena piegata fruttano ai ragazzi non più di 20 euro. I proprietari delle terre non ne sanno nulla (?), per loro è tutto regolare.  I caporali sembrano cosa altra, diversa, lontana dai loro campi pieni di immigrati portati dai caporali.  E non sono bianchi i kapò,  macchè, sono scelti fra loro, i neri. Criminali ce ne sono di ogni colore. Le scorse settimane però qualcosa è mutato, Ivan si è messo alla testa dei suoi amici ed è diventato leader. Per la prima volta uno sciopero dei braccianti contro i caporali. Le loro t-shirt avevano una scritta: ingaggiami contro il lavoro nero. Hanno fatto un composto casino, sono arrivati dal prefetto di Lecce, sono stati ricevuti, hanno parlato.  Anche il PD, dopo lungo sonno provocato dal caldo, ha fatto, tramite la deputata Bellanova, una interrogazione parlamentare.  Ivan la sera prima della manifestazione pacifica davanti alla prefettura venne minacciato di morte dai caporali. Oggi, grazie a lui e ai suoi amici, esiste anche in Italia una legge contro il caporalato.  Però la notte fra l’11 e il 12 agosto Ivan ha dovuto fuggire. Dal tempo dello sciopero non trovava più lavoro e altre minacce proseguivano.   

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