Congedo dalla bella estate salentina, sui passi di Luca

di Rocco Boccadamo

 

Pur avendo dovuto attendere a lungo, praticamente fino a metà settembre, la caduta di un po’ di pioggia salutare, arrivando, a un certo punto, addirittura a sospirarla e agognarla da mattina a sera, qui, nel Basso Salento, l’andamento eccezionalmente favorevole sotto il profilo climatico, costante per l’intera bella stagione, è stato, nel complesso, deciso motivo di gioia, godimento, appagamento e soddisfazione.

Per di più, circostanza che, a esser precisi, si ripete sovente se non proprio tutti gli anni, accompagnato da un gradito e piacevole prolungamento. Ancona tre giorni fa, si registravano, infatti, massime vicine ai trenta gradi, onde quiete, in alto neppure l’ombra di una nube, in molti, non solo turisti del Nord Italia e/o stranieri ma anche residenti, facevano o prendevano i bagni. Insomma, si sono appena assaporati i primi segni, profumi e colori dell’autunno, a cominciare dall’aria divenuta frizzantina e, però, nella parte mediana della giornata, rimasta tiepida e gradevole.

Ad ogni modo, cielo e mare ancora adesso incantevoli.

Oggi pomeriggio, limitando la durata del riposino, ho voluto, come dire, accostarmi a tanto splendore naturale e immergermi nell’accattivante situazione attraverso una tranquilla e lunga passeggiata, che, davvero, mi ha rigenerato.

Sia per il rosario d’impatti e di visioni del momento, sia grazie alla suggestione, affacciatasi durante tutto il percorso, di una serie di ricordi, soprattutto antichi ovvero risalenti alla mia infanzia o adolescenza o esordiente giovinezza e, tuttavia, nitidi e pronti a delinearsi e stagliarsi nella mente e davanti agli occhi del ragazzo di ieri, come se afferissero a episodi, voci e volti del presente

Prima sequenza attrattiva dell’uscita, a poche centinaia di metri dalla mia villetta del mare, l’incontro, segnato da un vero e proprio saluto ideale, con i due carrubi giganti del fondo denominato “Mastefine, da me frequentato già ai tempi delle Elementari insieme con il mio compagno di classe Vittorio, i cui genitori, all’epoca, conducevano detto appezzamento di terreno in regime di mezzadria.

Poi, anche da più grandicello, quando erano i miei zii Nina e Guglielmo a coltivarvi una partita di tabacco e io ogni tanto andavo a trovarli; dopodiché, seduto a terra insieme con loro in un grande capannone rustico a tutt’oggi esistente, li aiutavo a infilare in un lungo ago, in dialetto cuceddra, le grandi foglie verdi raccolte nelle prime ore del mattino e ammucchiate sul pavimento.

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Poco più avanti,

Si ponga attenzione al termine, anzi citato, di mezzadria, il cui significato, secondo il dizionario, è il seguente: “Contratto agrario, in base al quale un proprietario o affittuario terriero (concedente) assegna al socio – colono un podere idoneo alla produzione agricola, già dotato di abitazione per la residenza stabile del coltivatore (ricevente) e della sua famiglia virgola, di entità proporzionata alla misura del suolo da coltivare; il colono s’impegna a lavorarlo e partecipa con i familiari alle spese di gestione e agli utili nella misura del 50%.”

Il principio della divisione paritaria di oneri e utili ha subito cambiamenti, nel tempo, col variare della forza contrattuale delle parti contraenti.

Nel corso di queste note, la parola mezzadria sarà ripresa ancora, accanto ad altre esemplificazioni di vita contadina e lavori nei campi, alla luce delle quali emergeranno sostanziali differenze, da caso a caso, in seno al rapporto, non solo interpersonale ma anche, e specialmente, in termini economici, tra “padroni” e mezzadri.

Cioè a dire, la bilancia sul tema non oscilla affatto con movimenti sempre uguali, in talune situazioni vengono fuori sparuti rivoli d’umanità, in altre, invece, atteggiamenti e comportamenti di severità e rigore se non d’intransigenza meramente egoistica, beninteso con oneri vie più pesanti a carico della parte debole.

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Poco più avanti di ”Mastefine”, ecco il canalone dell’Acquaviva, così detto giacché va a terminare e sboccare giustappunto nell’omonima affascinante rada.

Alcuni decenni fa, il camminamento è stato in parte intaccato per effetto dell’edificazione, sulla sponda a nord-ovest, di un villaggio turistico residenziale, ma, ciononostante, continua a raccogliere buona parte dell’acqua piovana che cade sul territorio di Marittima, dando luogo, quando le precipitazioni sono intense e si protraggono, a rumorosi gorghi.

La vegetazione è sopravvissuta in maniera e misura accettabili: a dominare, mirti, querce e numerosissimi arbusti di ailanto.

Quando la direttrice viaria Marittima – litoranea consisteva in un tratturo sconnesso e ricoperto da brecciolino, il canalone era una vera e propria pietra miliare, anche come punto di riferimento rispetto alle confinanti e/o attigue piccole proprietà contadine, talora arricchite da costruzioni in pietra, che, durante le stagioni dei raccolti, fungevano da abitazioni per molte famiglie paesane, le quali non si potevano permettere il lusso di perdere tempo in spostamenti quotidiani di andata e ritorno fra la casa del paese e la campagna.

Detti, frazionati poderi recano, tutti indistintamente, la medesima denominazione di “Oscule”, in riferimento al non distante bosco dell’Acquaviva; fra i compaesani proprietari, vengono alla mente Luca (sul suo terreno insisteva una graziosa pajara in pietra viva, con, accanto, un bel mandorlo, Cosimo ‘ u surge e Cirinu ‘u tatameu.

Il canalone segnava, e tuttora segna, pure l’inizio di un particolare comprensorio terriero –  rocce frammiste a risicati quadrati di terra – con la caratteristica del graduale, progressivo rialzamento dell’area, alla stregua di sua trasformazione in collinette, procedendo in direzione Nord Est, estensione identificata, forse da secoli, con l’appellativo “Acquareddre” (piccole acque).

Ovunque, di qua e di là, come, del resto, nella generalità delle campagne salentine e, mette conto di rimarcare, specialmente del Capo di Leuca, templi di fatica e sudore e, tuttavia, arene di lotta per il sostentamento dei nuclei famigliari, altrimenti non assicurabile, in particolare nei periodi non coperti dalle migrazioni temporanee nel Brindisino, nel Tarantino o in Basilicata, per lavori negli stabilimenti vinicoli, nei frantoi e relativi alla coltivazione del tabacco.

L’imbocco del canalone, sino ad alcuni decenni passati, aveva un nome dialettale ben preciso, “musatura” (imboccatura),  come per sottolineare che, in quel punto,  si passava dal tratto viario ad uso di traini e carri, a un attraversamento possibile esclusivamente a piedi e badando a non incorrere in scivolate e cadute fra una grossa pietra e l’altra, oppure nella fitta rete di arbusti affiancati e intrigati; come, purtroppo, in occasione di una camminata in direzione dell’Acquaviva, capitò a me, quando avevo intorno ai dieci  anni, col risultato di una non grave ma vistosa ferita sulla fronte e, ciononostante, lo strenuo rifiuto a tutto campo del piccolo ma discoletto malcapitato di farsi accompagnare dal medico condotto del paese, per la paura, o meglio il terrore, di qualche punto di sutura che   il sanitario avrebbe verosimilmente deciso di applicare.

Rammenta e mi riferisce il mio caro amico contadino Toto, ottantasettenne ma attivissimo che, spesso, nei pomeriggi o nelle giornate in cui non c’era scuola, era mandato nel fondo delle “Pezze” per badare a una mandria di vacche. Sostando in quella postazione, gli succedeva di notare innumerevoli scene di fatica che si svolgevano nelle proprietà agricole per opera di compaesani, sforzi fisici immani ma che, allora, erano la regola, fra cui, dice Toto, il trasferimento a spalla dei covoni di cereali, cinque alla volta se si trattava di adulti, tre se si trattava di ragazzini, falciati nelle campagne soprastanti o che si succedevano dietro alle “Acquareddre”, carico da portare fino alla strada percorribile dal traino, che si fermava proprio alla “musatura” del canalone.

Fra dette sequenze, ve n’è una riguardante un ragazzo di quattordici/quindici anni, il quale  poi, divenuto maggiorenne e arruolatosi  nella Polizia  di Stato, è andato a vivere a più di mille chilometri di distanza da Marittima.

Ritorna ogni anno, una o più volte, l’ormai anziano pensionato già con gli alamari e, nelle rimpatriate con i compaesani, non gli sfugge mai il ricordo delle sue dure e pericolose scarpinate (anche se non è proprio giusto chiamarle così, in quanto, di fatto, si andava sempre scalzi) per salire e scendere dalle “Acquareddre”’, con il padre che lo caricava dei suoi tre covoni di cereali.  A causa dei frequenti inciampi contro qualche sasso o roccia, precisa il buon uomo, sebbene siano passati più di sessant’anni dai fatti, porta con sé ancora le tracce di qualche unghia dei piedi saltata o “scoppulata”, come i dice da noi, e mai perfettamente ricresciuta e riformatasi.

Luca, mio gemello di cognome in quanto primo cugino del mio nonno paterno Cosimo (al pari di Donato ‘u culiniuru, Costantino e Toto ‘u pulinu e di un certo Caianu), era un uomo dotato di grande giovialità, il classico amicone, anche se gravato, come, del resto, tutti, dal peso del lavoro sulla terra rossa e, in più, condizionato pure da un grave difetto o imperfezione nel camminare, non so se dipendente da un motivo congenito o dai postumi di qualche infortunio o caduta non curati adeguatamente.

In altri termini, Luca, nel compiere i passi, non sollevava ritmicamente i piedi, ma li trascinava sul terreno: ciò, innanzitutto, gli costava più fatica rispetto alle altre persone, inoltre quel contatto permanente col terreno lo esponeva al rischio d’inciampi e di farsi, conseguentemente, male.

Ma, Luca, non faceva notare il suo handicap, praticamente se ne scordava oppure ci rideva sopra.

Grande affetto e rispetto, analogamente a quanto avveniva nei tempi andati fra tutti i cugini, legava Luca a nonno Cosimo e pure i rispettivi figli erano un tutt’uno tra loro, si trattavano, come si diceva all’epoca, si rivolgevano gli uni agli altri non appellandosi per  nome di battesimo, bensì con l’attributo “parente” o “cucinu” (cugino).

A conferma della vicinanza fra i suddetti, mi viene in mente che mio zio R., militare in Marina di stanza a La Maddalena,  fu informato con una lettera dalla nonna Consiglia che il secondo cugino P., innamorato di una giovane compaesana molto avvenente ma un po’ chiacchierata, nei limiti e sul metro dei costumi di quegli anni, aveva fatto la classica fuitina. A tale notizia, zio R. rispose con un suo commento, anch’esso comprensibile solo se lo si rapporta alla mentalità dominante in tali lontane stagioni: “Male ha fatto, P., a compiere questo passo, chissà come potranno andare a finire le cose”. Per la verità, l’unione tra quella coppia prosegui assai bene, anche se, purtroppo, alla signora, della quale mi sfila davanti agli occhi il bellissimo volto, toccò il destino di congedarsi dal coniuge prematuramente.

Gran parte dei terreni dell’agro marittimese erano di proprietà di tre/quattro famiglie benestanti, fra loro imparentate, portanti il nomignolo di ”Scianni” di origine e etimologia incerta.  Guarda caso, anche un particolare genere di pesci delle nostre parti, di dimensioni piccole ma saporito per la zuppa, di color rosa, marrone e rosso, è noto con il nome di “scianni”, esattamente come i citati possidenti; si distingue, tale specie ittica, per la rapidità e l’ingordigia con cui insegue gli ami e la derivante relativa facilità a catturarla.

Forse, un pesce un po’ fesso o bonaccione, si potrebbe dire.

I ricchi compaesani “Scianni”, in genere, non erano avari, né avidi, né approfittatori, quando concedevano le loro proprietà a mezzadria chiedevano ciò che gli spettava, senza però essere opprimenti o ossessivi nei confronti dei poveri coloni.

Mi relaziona sempre l’amico Toto, il quale ne sa ben più di me, sia per l’età anagrafica, sia per essersi trovato nella situazione di mezzadro, che era sufficiente ricordarsi dei padroni “Scianni”, farsi vedere, portar loro ogni tanto qualche primizia e, successivamente, tutto il resto rimaneva nella libera discrezione, buonsenso e onestà del mezzadro.

Non tutti i padroni, purtroppo, erano così, basti un esempio. La famiglia di nonno Cosimo, quando i figli, fra cui zio R., erano in piena salute e forza,  conduceva a mezzadria una zona nel feudo di “Capriglia” e vi coltivava tabacco, nella misura autorizzata dal Monopolio.

Ai margini dei relativi filari, i miei parenti avevano messo a dimora, come si soleva fare da parte di tutti i mezzadri e come ci ricorda molto bene lo scrittore ortellese Giorgio Cretì nei suoi racconti e romanzi, alcune piante di pomodoro, per coglierne qualche  frutto con cui condire una “frisella”, nell’evenienza di una sera in cui, per porre al riparo il tabacco in via di essiccazione, qualcuno della famiglia si fosse dovuto fermare a Capriglia.

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Nella circostanza in questione, il “concedente” fece bruscamente notare ai miei parenti che il contratto con loro prevedeva esclusivamente la coltivazione del tabacco e nient’altro, dicendo, senza mezzi termini, che quelle piante di pomodoro non andavano bene, non rientravano negli accordi.

Ovviamente, mio nonno e gli zii spiegarono le loro buone ragioni, ma non vi fu verso; di lì a qualche giorno, il padrone ritorno a “Capriglia” e sradicò tutte le piante di pomodoro.

L’anno successivo, lasciata “Capriglia”, il nonno e gli zii avevano seminato grano  in un fondo di un altro proprietario.

Arrivato il tempo della mietitura e del raccolto, il “padrone” di “Capriglia” di cui prima, si offrì, come faceva con tutti i compaesani al fine di accaparrarsi la paglia che utilizzava come mangime per gli animali, di trasportare col suo traino la messe dal luogo di produzione ad un suo terreno su cui insisteva un’aia agricola.

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La trebbiatura, allora, aveva luogo con il supporto di un cavallo, che trascinava a lungo, all’interno dell’aia, grossi pesi fatti di pietre con cui si sbriciolavano le spighe, e di operai addetti alla “jentulatura”, i quali, sollevando in alto la messe sbriciolata servendosi di forconi di legno e grazie al vento, separavano il grano della paglia e dalla pula.

Alla notizia della fissazione dell’appuntamento sull’aia per il giorno dopo, zio R. si tenne libero, rinunciando ad andare a giornata e perdendo, quindi, il relativo salario. Giunti con i covoni sul sito della trebbiatura, nonno Cosimo e i figli s’accorsero però che avrebbero dovuto fare i conti con un ritardo, essendo appena iniziata la lavorazione di un’altra partita di frumento.

A quel punto, zio R. si lamentò con il padrone dell’aia, il quale, invero, non gli diede molto peso e, anzi, visto che doveva attendere il turno della sua messe, lo invitò ad aiutare gli altri. Ma zio R. , memore del comportamento tenuto dall’ uomo a Capriglia” e della fine da lui  fatta fare alle piante di pomodoro, gli rinfaccio il tutto, facendogli  fare una brutta figura, scornandolo davanti al gruppo di operai presenti.

Ritornando alla mia passeggiata, oltrepassate le “Acquareddre”, costeggio il fondo “Boschetto”, già detto “di Chiaro” (ora è del Comune), che, di primo acchito, mi riconduce a una gita scolastica, coprente l’orario delle lezioni in quarta elementare, col maestro Alfredo, il quale, nell’occasione, aveva invitato alla scampagnata la fidanzata Uccia, accompagnata a sua volta dalla sorella Sara.

La scolaresca, in grembiule nero e colletto bianco, era molto attenta alle spiegazioni dell’insegnante su flora e fauna tipiche del nostro territorio; tra un’illustrazione e l’altra, sì arrivò a incrociare e toccare con mano alcune piante di asparagi; in un baleno, ne fu raccolto un bel mazzetto per il bravo maestro.

La discesa mi sta facendo oramai approssimare alla litoranea Castro – Tricase, esattamente all’altezza della rada “Acquaviva”, quando sfioro un altro tassello di ricordi, nelle sembianze di un carrubo sotto il quale, nei pomeriggi delle festività marittimesi di San Vitale e della Madonna di Costantinopoli, mi portavo a piedi o in bicicletta, per alcune ore, facendo i compiti scritti e orali per l’indomani.

Nota similare sullo spartito dei ricordi, l’infilata di alberi di querce subito dopo il ponte sul canalone dell’Acquaviva, lì prossimo allo sbocco in mare, che, nel giugno di cinquantacinque anni addietro, scelsi come luogo di studio per la preparazione agli esami di Stato.

Facevo avanti e indietro sino al tramonto, i contadini che si trovavano a passare mi guardavano, per un attimo, meravigliati, ma immediatamente dopo mi gratificavano con un cordiale “Ciao,Rocco”.

Per concludere, l’Acquaviva, oggi, se ne sta magnificamente sola con se stessa, nel suo stupendo fascino naturale; con l’eccezione, solamente, di una figura d’uomo seduta sul limitare di una delle grotte, ora con gradevoli e civettuoli infissi color azzurro, poste alla sommità dell’insenatura. Locali in atto utilizzati come depositi, in precedenza ricoveri per il riposo notturno di sparuti pescatori, particolarmente di Consiglio B.  proprietario del mitico e inconfondibile gozzo in legno “San Vitale”, rimasto di stanza, per decenni,  nella rada.

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Ultimissima notazione, fra l’Acquaviva e Castro, che si scorge a Nord Est, sotto la carezza di un soleggiato meriggio, si forma un quadro di naturale beltà che, a mio avviso, non ha eguali; nulla, proprio nulla da invidiare alle località turistiche italiane maggiormente celebrate, ossia Portofino, Positano, Sorrento e Taormina.

 

Le varie fasi della lavorazione del tabacco

Na chiantazione te tabaccu già fiurutu. Se ccuìja prima lu frunzone (le fòie cchiù basce) e, a manu manu, la quarta, la terza, la seconda, la prima e la primiceddha, ca era la cchiù china te crassu e perciò la mèju ccodda: ca pisava te cchiùi e tenìa cchiù valore.

di Irene Mancini

Didascalie in vernacolo salentino di Alfredo Romano

Le fasi della lavorazione del tabacco richiedono cure scrupolose, abilità ed esperienza non indifferenti, oltre che una gran fatica. I lavori preparatori del terreno, detti comunemente coltivi[1], sono di tre tipi. Il primo viene eseguito subito dopo la prima pioggia autunnale e prima della caduta delle grandi piogge: pressappoco tra la seconda quindicina di ottobre e la prima di novembre. Le radici del perustitza arrivano ordinariamente alla profondità di 25 cm e quindi è sufficiente una profondità lavorativa di 30-35 cm.

La terra viene rivoltata con l’aratro, allo scopo di farla ‘maturare’ sotto l’azione degli agenti atmosferici. Con l’aratura si riesce a sterilizzare il terreno mettendo allo scoperto molte larve, uova di insetti, germi di piante parassitarie e semi di erbacce che vengono distrutti dal freddo e dal gelo. Inoltre molte piante spontanee vengono divelte e muoiono.

Il secondo coltivo viene eseguito sul finire dell’inverno, non più con l’aratro, ma con l’impiego della fresatrice, alla profondità di 20-22 cm, a seconda della natura del terreno: più superficiale per i terreni un po’ sciolti, più profondo per quelli compatti. In questo modo si ottiene il completo spappolamento delle particelle terrose.

Il terzo coltivo, molto superficiale, consiste nel pianeggiare la superficie del terreno alla distanza di 7-8 giorni dal trapianto delle piantine estirpate dai semenzai. Insieme con la fresa, viene impiegato anche l’erpice; nel caso di piccole superfici, invece, è più indicata la zappa. Con quest’ultimo lavoro si ripulisce il terreno dalle erbacce, andando a costituire uno strato superficiale polverulento che va a proteggere gli strati inferiori, impedendo l’evaporazione dell’acqua. Il perustitza entra nelle normali rotazioni agrarie, ma non può aprire il ciclo perché le abbondanti concimazioni che di norma vengono date al terreno che dovrà ospitare la pianta che apre la rotazione, nuocerebbero alla bontà del prodotto. È bene evitare che il perustitza segua una coltura miglioratrice perché troverebbe il terreno eccessivamente ricco di principi azotati; da qui l’utilità di far seguire alla coltura di rinnovo una pianta depauperante, come il grano, capace di utilizzare la fertilità eccessiva lasciata dalla pianta miglioratrice. Quindi: coltura da rinnovo – pianta depauperante (grano) – perustitza.

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La prima volta che si coltiva il perustitza in un terreno, non si ha un buon rendimento: lo si ottiene man mano negli anni successivi. In alcune aziende, perciò, la coltivazione del perustitza viene ripetuta sul medesimo terreno per più anni consecutivi. Naturalmente si deve cercare di non incorrere nella stanchezza del terreno a tutto scapito della qualità.

Per quel che riguarda la concimazione, gli elementi minerali su cui si deve orientare la scelta per ottenere buoni risultati sono il fosforo e il potassio, escludendo l’azoto, di cui è sufficiente la quantità presente nel terreno.

tabacco3La stabulatura è la migliore concimazione conosciuta per il perustitza. Essa consiste nel fare stazionare le pecore sul terreno da investire a tabacco durante i mesi invernali e per un breve periodo di tempo. In media è necessaria la permanenza per circa 24 ore (almeno due notti di seguito) di una pecora per metro quadrato.

L’epoca della semina è strettamente legata all’andamento stagionale ed all’epoca del trapianto. Il periodo è quello di febbraio-marzo, per poter eseguire il trapianto a maggio. Si tenga presente che occorrono 12/15 giorni per la germinazione (comparsa delle prime due foglioline), altri 8/10 giorni per la fase di crocetta (prime quattro foglioline), ed ulteriori 30/35 giorni per ottenere le piantine pronte per il trapianto.

Il semenzaio deve trovarsi al riparo dai venti freddi, quindi va formato in vicinanza di muri, abitazioni coloniche, siepi, ecc. In mancanza di queste protezioni si creano ripari artificiali. L’esposizione soleggiata al riparo dai venti freddi è condizione indispensabile per la buona riuscita del semenzaio, in quanto per la germinazione del seme è necessaria una temperatura di almeno 6/8 C° e durante tale periodo non devono verificarsi sbalzi di temperatura molto accentuati. Nella scelta dell’ubicazione del semenzaio è necessario tener presente la disponibilità di acqua occorrente per le annaffiature.

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Le aiuole sono larghe 1 m. e lunghe 20/25 m., separate da sentieri di 50/60 cm. Il terreno al quale si affida il seme deve essere sciolto e soffice, fertile, ricco di materiale organico e che assolutamente non faccia crosta quando s’innaffia. Il terreno che forma il letto di semina deve essere immune da insetti e da germi di parassiti. È utile disinfestarlo 15 giorni prima della semina. È inoltre necessario che la superficie delle aiuole sia assolutamente orizzontale, per evitare che il seme con gli innaffiamenti se ne discenda verso la parte più bassa.

Il semenzaio deve essere coperto per favorire la germinazione, proteggere le piantine dal freddo, dalle gelate e dall’azione battente della pioggia. La migliore copertura, adoperata dai coltivatori della zona, è la garza, che meglio di ogni altra copertura assolve al compito di creare le condizioni ottimali di illuminazione, areazione ed umidità.

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Il seme del perustitza è di dimensione minuta; per avere le piantine sane e robuste è necessario che in un metro quadrato di semenzaio ve ne siano qualche migliaio. Per poter distribuire  uniformemente il seme, è bene mescolarlo con cenere ed eseguire la semina a spaglio oppure con un setaccio. La semina si esegue in giornate calme, senza vento e soleggiate, altrimenti cenere e semi facilmente vengono trasportati dal vento, e si ha così una semina disforme. Dopo aver seminato si comprime leggermente la superficie del semenzaio in modo da far aderire il seme al terriccio; questa operazione viene eseguita delicatamente con il dorso della zappa. Dopo la semina il semenzaio viene leggermente innaffiato.

Il semenzaio deve essere oggetto di cure assidue, continue ed incessanti. Fino a che non si è avuta la completa germinazione del seme, il semenzaio viene coperto e mantenuto costantemente umido, affinché ai semi in germinazione non manchi l’acqua che è l’elemento più importante di questa delicata fase. All’inizio si praticano ogni giorno delle innaffiate con acqua non fredda, a meno che il tempo non sia piovoso o umido. Si ridurranno man mano che le piantine crescono. Lo stesso verrà fatto per la copertura, iniziando a sollevare la garza sul tardi nei giorni soleggiati, aumentando la durata fino ad abituare le piantine allo scoperto, anche di notte. È necessario tenere il semenzaio pulito da qualunque erba spontanea che tenda ad usurpare alle piantine di tabacco spazio, luce, calore e nutrimento.

Purtroppo i semenzai vanno quasi sempre soggetti ad attacchi di taluni insetti (le chiocciole o lumache, il grillotalpa, le formiche, i colomboli, detti comunemente pulci di terra) e malattie di natura batterica (la ‘lupa’ o ‘bruciatura dei semenzai’, il ‘marciume radicale’, e la ‘peronospora’).

Li tiraletti misi a llu sole cu ssìcca lu tabaccu.

La grandine, tra le meteore, è quella che maggiormente pregiudica il risultato finale della coltivazione del tabacco. I danni che essa produce non sono costanti, ma variano a seconda dell’intensità di caduta dei chicchi, della loro grandezza e se cadono da soli o frammisti a pioggia. Tutto ciò incide notevolmente sulla gravità del danno, che in alcuni casi può perfino portare alla distruzione completa della coltivazione se la stagione risulta molto avanzata..

L’epoca del trapianto è in relazione all’andamento stagionale (a Civita si effettuava generalmente entro il mese di maggio). Il tempo necessario per il trapianto deve essere di 10/12 giorni. Il terreno viene preventivamente squadrato: si traccia un primo allineamento di base parallelo a una strada poderale o ad altra linea regolare, tenendo sempre conto dell’orientamento che si vuole dare ai solchi (da Ovest verso Est per consentire alle piantine di autombreggiarsi durante la caldissima estate). E poi si scavano i solchetti larghi 15 cm e profondi 10 cm. La distanza di trapianto, 20 cm tra una piantina e l’altra, va scrupolosamente rispettata[2] (in ogni caso, i coltivatori salentini avevano l’abitudine di mantenere le distanze quanto più possibile ravvicinate, perché sapevano, per esperienza, che in tal modo si ottenevano prodotti con foglie di modeste dimensioni, più fini e con contenuto di nicotina più basso). Le piantine si ritengono adatte ad essere trapiantate quando hanno emesso circa 6-8 foglioline ed hanno raggiunto un’altezza di 8-10 centimetri.

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Bisogna avere l’accortezza di scartare le piantine sfilate, deboli o malate, e servirsi soltanto di quelle robuste di colore verde cupo. Appena estirpate, le piantine vanno collocate in ceste o cassette a gabbia, bene accostate le une alle altre, tutte dallo stesso verso, senza comprimerle e si ricoprono con un panno di tela umido. Le piantine vanno estirpate nel numero sufficiente per il trapianto che si effettua nella giornata, tenendo presente che, se rimane qualche piantina inutilizzata, non può essere utilizzata per il giorno successivo. L’operazione vera e propria di messa a dimora manuale delle piantine (oggi si adopera la trapiantatrice) si praticava adoperando l’antico e noioso cavicchio, che obbligava i coltivatori a lavorare continuamente con la schiena piegata. Con il cavicchio si praticavano dei fori equidistanti entro cui si infilavano le piantine. Contemporaneamente, con lo stesso cavicchio, si procedeva ad una leggera compressione del terreno. L’ora più adatta per il trapianto (ieri e oggi) è il tardo pomeriggio, per consentire alle piantine, nel loro primo giorno di vita extra-semenzale, di beneficiare della fresca rugiada della notte.

Pe ogni tiralettu te tabaccu siccu se facìanu do chiuppi te dece nserte l’unu. Li chiuppi poi sse ppendìanu susu la volta te lu macazzinu. A ottobre se scindìanu li chiuppi e se ccunsàvanu intra le casce spettandu lu Monupoliu ca ll’ìa rritirare e valutare.

Le cure colturali sono: i rimpiazzi, ossia la sostituzione delle piantine che non hanno attecchito; la sarchiatura, per mantenere smosso e polverulento il terreno, per impedire il disperdimento dell’acqua per evaporazione e per distruggere le erbe infestanti; lo sfrondamento, ossia l’eliminazione delle foglie basilari, per favorire lo sviluppo vegetativo della pianta.

La cimatura, come l’irrigazione, sono vietate, perché si otterrebbe una foglia meno grassa, e perciò, una volta secca, meno consistente, priva delle sue qualità organolettiche e, ai fini del peso, non conveniente neanche per la vendita.

Per la fase di lavoro dei semenzai non erano necessarie molte braccia. Nel caso di famiglie stagionali era il capofamiglia che migrava per primo, nel mese di febbraio, dalla sua terra d’origine a Civita Castellana. Ma in primavera, generalmente a maggio, per la fase del trapianto, sopraggiungeva l’intera famiglia, dal momento che mettere a dimora 100 mila piante per ettaro non era uno scherzo, così come l’irrigazione per ogni singola pianta e la continua sarchiatura.

Le cristiane stìanu ssettate ore su ore cu nfìlanu tabaccu cu la cuceddha e lle mane chine te crassu ca… mancu li cani!

La raccolta inizia quando la foglia ha raggiunto il suo massimo sviluppo e la maggiore ricchezza di sostanze elaborate. Essa va effettuata al giusto grado di maturazione. Questa avviene uniformemente per corone dal basso verso l’alto ed a intervalli di circa 8-10 giorni (prima maturano le foglie basali, poi le mediane ed infine quelle apicali). Di conseguenza anche la raccolta segue questo ordine. Va effettuata, inoltre, sempre a foglia asciutta, quindi possibilmente nelle prime ore del mattino, quando la rugiada si è prosciugata: ne deriverebbe altrimenti un danno per il tabacco nella fase di essiccamento. Nella zona di Civita Castellana la fase di raccolta aveva inizio verso la fine del mese di giugno e si protraeva fino alla prima quindicina di settembre. Allorché cade la pioggia, viene sospesa per due-tre giorni, per dar modo alle piante di asciugarsi completamente. Il perustitza, inoltre, non va raccolto durante le ore di sole, quando le foglie s’ammosciano sulla pianta e non si presterebbero per l’infilzamento, né per una proficua essiccazione. Le foglie appena raccolte vengono sistemate una accanto all’altra con la pagina superiore rivolta sempre da un lato, in ceste o cassette, e trasportate nei locali di cura, dove vengono scaricate e sistemate, ad un solo strato, su teli.

Se prèscianu ‘ste cristiane. E nfilàvanu tabaccu sempre le fèmmane e puru li vagnuni, ca li masculi tenìanu addhu te fare.

L’infilzamento viene effettuato usando aghi schiacciati di acciaio della lunghezza di 20-25 cm. Le foglie vengono infilzate una ad una alla base della costola e tutte nello stesso senso. Si tiene l’ago con la mano sinistra e con l’altra si fanno scorrere le foglie. Quando l’ago è pieno di foglie, queste si fanno scorrere sullo spago. Le filze pronte si sistemano sugli appositi telai, che possono essere orizzontali oppure obliqui. Quelli in uso nel Viterbese erano orizzontali ed erano composti da quattro longheroni formanti un rettangolo di metri 2×1, tenuto sospeso da terra da quattro piedi alti 50 cm. Sui due longheroni lunghi venivano applicati dei chiodini a testa piatta che servivano per attaccare le filze all’estremità. Per ogni telaio venivano applicati quaranta chiodini, venti per lato, per cui ogni telaio conteneva 20 filze. Il numero delle persone occorrenti per l’infilzamento era direttamente proporzionale alla quantità di tabacco raccolto; in ogni caso è necessario tener presente che le foglie venivano infilzate fresche, appena colte, quindi la raccolta veniva regolata in modo tale che alla fine della giornata lavorativa non restasse tabacco da infilzare.

E quandu se ttaccàvanu vinti corde te tabaccu pe’ ogni tiralettu, tuccàa llu cacci a llu sole. Matonna mia quantu pisava lu tabaccu ncora verde! Ca te spezzai le razze e puru le spaddhe.

Il processo di cura, per il perustitza, comprende tre fasi: l’ingiallimento e la fissazione del colore; l’essiccazione dei lembi fogliari; l’essiccazione della costola. L’ingiallimento si ottiene tenendo le foglie lontane dal sole e talvolta, in locali all’oscuro. Durante la seconda e terza fase, i telai vengono esposti all’aria e al sole, riparati dai venti dominanti, sistemati su superfici dure, lastricati di cemento, di pietra o terreni battuti, perché si è constatato che le superfici imbiancate accelerano il disseccamento per il calore riflesso nella parte inferiore delle filze. I telai vengono ritirati nei locali di cura durante la notte, perché siano protetti dalle piogge, nebbie e dalle frequenti rugiade che danneggerebbero il prodotto, macchiandolo, e con marcescenza delle costole e delle nervature. La durata media della cura, con andamento stagionale normale, è di 15/20 giorni. Dopodiché, di primo mattino, si staccano delicatamente le filze dai telai, si riuniscono dall’estremità degli spaghi formando dei cumuli di 20 filze, chiamati, in gergo salentino chiuppi. Questi, appena formati, si sistemano nei locali di custodia appendendoli con degli uncini ai fili di ferro preventivamente tesi.

tabacchine1

Nell’appendere i chiuppi bisogna attenersi rigorosamente all’ordine di raccolta. La foglia di tabacco, dopo la cura, tende ad assorbire una certa quantità di umidità dall’ambiente. Pertanto per la buona conservazione del tabacco curato è necessario che esso venga custodito in locali che rispondano ai principali requisiti tecnici per poter conservare il prodotto all’asciutto e possibilmente alla penombra. Nell’adoperare locali già esistenti, è necessario che il coltivatore eviti di adibire contemporaneamente il locale a diversi usi, perché il tabacco ha la proprietà di assorbire facilmente gli odori, pertanto le foglie possono essere facilmente deprezzate perché puzzolenti di stalla o di altri odori poco gradevoli.

Per tutti i mesi estivi l’intera famiglia, composta in media da cinque persone, era tutti i giorni sui campi dall’alba al tramonto. Si lavorava spesso 16 ore al giorno e per le donne ancora di più, dal momento che la sera per loro iniziava il lavoro di casalinghe.

La stagione lavorativa si concludeva a fine settembre circa, quando le famiglie stagionali potevano tornare nel Salento; restavano soltanto i capifamiglia, fino a ottobre-novembre, per presenziare alla fase di vendita del tabacco. Nella prima decade di ottobre, e, in ogni caso, dopo le prime piogge autunnali, si provvedeva a rimuovere i chiuppi appesi per sistemarli in apposite casse, foderate di carta all’interno, che poi venivano consegnate, per la vendita, ai Magazzini Generali di lavorazione della foglia secca. Nella provincia viterbese c’erano sono tre diversi tipi di consegna: a ballotti provvisori, a casse o gabbie, e a chiuppi, cioè al vero stato sciolto.

Sempre li tiraletti a llu sole, ca eranu cuai ci li pijàva l’acqua te lu cielu. Ca ci se bagnava lu tabaccu, venìa tuttu farfaratu e nnu mbalìa gnenzi.

All’epoca opportuna, che normalmente si aggirava dall’inizio di ottobre alla fine di dicembre, il prodotto allo stato secco veniva venduto alla ditta concessionaria per conto della quale il coltivatore aveva effettuato la coltivazione. Solo allora avrebbe percepito i soldi che gli spettavano e avrebbe potuto stabilire i termini del contratto per l’anno successivo. La determinazione del valore del tabacco veniva concordata tra il coltivatore e l’acquirente, i quali si facevano rappresentare dai periti di loro fiducia. Si trattava di una comune contrattazione tra privati, che aveva come base per l’apprezzamento un prezzo preventivamente stabilito dalle tariffe del Monopolio riferite a delle precise caratteristiche merceologiche. Il valore che veniva determinato in perizia era variabilissimo, strettamente legato alle qualità intrinseche (combustibilità, sapore, forza e aroma) ed estrinseche (colore, ampiezza della foglia, attenuazione delle nervature e integrità) che il prodotto presentava all’atto della vendita.

Con il guadagno dell’annata, il capofamiglia stagionale, prima di raggiungere la sua famiglia nel Salento, avrebbe intanto provveduto a saldare tutti i debiti che aveva accumulato presso i bottegai civitonici e anche presso il padrone della terra.

Tratto da: Irene Mancini, I Leccesi a Civita Castellana: storie di emigrazione e di tabacco. Civita Castellana, Edizioni Biblioteca Comunale, 2008.

Bibliografia.
– Giancane F., La coltivazione del tabacco Perustitza nella Provincia di Viterbo. Viterbo, Quatrini, 1969.
– Barletta R., Tabacco tabbaccari e tabacchine nel Salento. Fasano, Schiena, 1994.

_______________

[1] Coltivo: lett. terreno coltivato.

[2] Era rispettata soprattutto al tempo in cui si produceva tabacco a Civita, per non incorrere nelle penalità amministrative previste dal regolamento sulle coltivazioni del Monopolio di Stato.

N.B. Le immagini delle varietà di tabacco Perustitsa, Ezegovina e Xanthi JaKa erano le più diffuse nel Salento.

Le varie fasi della lavorazione del tabacco

Na chiantazione te tabaccu già fiurutu. Se ccuìja prima lu frunzone (le fòie cchiù basce) e, a manu manu, la quarta, la terza, la seconda, la prima e la primiceddha, ca era la cchiù china te crassu e perciò la mèju ccodda: ca pisava te cchiùi e tenìa cchiù valore.

di Irene Mancini

Didascalie in vernacolo salentino di Alfredo Romano

Le fasi della lavorazione del tabacco richiedono cure scrupolose, abilità ed esperienza non indifferenti, oltre che una gran fatica. I lavori preparatori del terreno, detti comunemente coltivi[1], sono di tre tipi. Il primo viene eseguito subito dopo la prima pioggia autunnale e prima della caduta delle grandi piogge: pressappoco tra la seconda quindicina di ottobre e la prima di novembre. Le radici del perustitza arrivano ordinariamente alla profondità di 25 cm e quindi è sufficiente una profondità lavorativa di 30-35 cm.

La terra viene rivoltata con l’aratro, allo scopo di farla ‘maturare’ sotto l’azione degli agenti atmosferici. Con l’aratura si riesce a sterilizzare il terreno mettendo allo scoperto molte larve, uova di insetti, germi di piante parassitarie e semi di erbacce che vengono distrutti dal freddo e dal gelo. Inoltre molte piante spontanee vengono divelte e muoiono.

Il secondo coltivo viene eseguito sul finire dell’inverno, non più con l’aratro, ma con l’impiego della fresatrice, alla profondità di 20-22 cm, a seconda della natura del terreno: più superficiale per i terreni un po’ sciolti, più profondo per quelli compatti. In questo modo si ottiene il completo spappolamento delle particelle terrose.

Il terzo coltivo, molto superficiale, consiste nel pianeggiare la superficie del terreno alla distanza di 7-8 giorni dal trapianto delle piantine estirpate dai semenzai. Insieme con la fresa, viene impiegato anche l’erpice; nel caso di piccole superfici, invece, è più indicata la zappa. Con quest’ultimo lavoro si ripulisce il terreno dalle erbacce, andando a costituire uno strato superficiale polverulento che va a proteggere gli strati inferiori, impedendo l’evaporazione dell’acqua. Il perustitza entra nelle normali rotazioni agrarie, ma non può aprire il ciclo perché le abbondanti concimazioni che di norma vengono date al terreno che dovrà ospitare la pianta che apre la rotazione, nuocerebbero alla bontà del prodotto. È bene evitare che il perustitza segua una coltura miglioratrice perché troverebbe il terreno eccessivamente ricco di principi azotati; da qui l’utilità di far seguire alla coltura di rinnovo una pianta depauperante, come il grano, capace di utilizzare la fertilità eccessiva lasciata dalla pianta miglioratrice. Quindi: coltura da rinnovo – pianta depauperante (grano) – perustitza.

tabacco21

La prima volta che si coltiva il perustitza in un terreno, non si ha un buon rendimento: lo si ottiene man mano negli anni successivi. In alcune aziende, perciò, la coltivazione del perustitza viene ripetuta sul medesimo terreno per più anni consecutivi. Naturalmente si deve cercare di non incorrere nella stanchezza del terreno a tutto scapito della qualità.

Per quel che riguarda la concimazione, gli elementi minerali su cui si deve orientare la scelta per ottenere buoni risultati sono il fosforo e il potassio, escludendo l’azoto, di cui è sufficiente la quantità presente nel terreno.

tabacco3La stabulatura è la migliore concimazione conosciuta per il perustitza. Essa consiste nel fare stazionare le pecore sul terreno da investire a tabacco durante i mesi invernali e per un breve periodo di tempo. In media è necessaria la permanenza per circa 24 ore (almeno due notti di seguito) di una pecora per metro quadrato.

L’epoca della semina è strettamente legata all’andamento stagionale ed all’epoca del trapianto. Il periodo è quello di febbraio-marzo, per poter eseguire il trapianto a maggio. Si tenga presente che occorrono 12/15 giorni per la germinazione (comparsa delle prime due foglioline), altri 8/10 giorni per la fase di crocetta (prime quattro foglioline), ed ulteriori 30/35 giorni per ottenere le piantine pronte per il trapianto.

Il semenzaio deve trovarsi al riparo dai venti freddi, quindi va formato in vicinanza di muri, abitazioni coloniche, siepi, ecc. In mancanza di queste protezioni si creano ripari artificiali. L’esposizione soleggiata al riparo dai venti freddi è condizione indispensabile per la buona riuscita del semenzaio, in quanto per la germinazione del seme è necessaria una temperatura di almeno 6/8 C° e durante tale periodo non devono verificarsi sbalzi di temperatura molto accentuati. Nella scelta dell’ubicazione del semenzaio è necessario tener presente la disponibilità di acqua occorrente per le annaffiature.

tabacco2

Le aiuole sono larghe 1 m. e lunghe 20/25 m., separate da sentieri di 50/60 cm. Il terreno al quale si affida il seme deve essere sciolto e soffice, fertile, ricco di materiale organico e che assolutamente non faccia crosta quando s’innaffia. Il terreno che forma il letto di semina deve essere immune da insetti e da germi di parassiti. È utile disinfestarlo 15 giorni prima della semina. È inoltre necessario che la superficie delle aiuole sia assolutamente orizzontale, per evitare che il seme con gli innaffiamenti se ne discenda verso la parte più bassa.

Il semenzaio deve essere coperto per favorire la germinazione, proteggere le piantine dal freddo, dalle gelate e dall’azione battente della pioggia. La migliore copertura, adoperata dai coltivatori della zona, è la garza, che meglio di ogni altra copertura assolve al compito di creare le condizioni ottimali di illuminazione, areazione ed umidità.

tabacco-al-sole

Il seme del perustitza è di dimensione minuta; per avere le piantine sane e robuste è necessario che in un metro quadrato di semenzaio ve ne siano qualche migliaio. Per poter distribuire  uniformemente il seme, è bene mescolarlo con cenere ed eseguire la semina a spaglio oppure con un setaccio. La semina si esegue in giornate calme, senza vento e soleggiate, altrimenti cenere e semi facilmente vengono trasportati dal vento, e si ha così una semina disforme. Dopo aver seminato si comprime leggermente la superficie del semenzaio in modo da far aderire il seme al terriccio; questa operazione viene eseguita delicatamente con il dorso della zappa. Dopo la semina il semenzaio viene leggermente innaffiato.

Il semenzaio deve essere oggetto di cure assidue, continue ed incessanti. Fino a che non si è avuta la completa germinazione del seme, il semenzaio viene coperto e mantenuto costantemente umido, affinché ai semi in germinazione non manchi l’acqua che è l’elemento più importante di questa delicata fase. All’inizio si praticano ogni giorno delle innaffiate con acqua non fredda, a meno che il tempo non sia piovoso o umido. Si ridurranno man mano che le piantine crescono. Lo stesso verrà fatto per la copertura, iniziando a sollevare la garza sul tardi nei giorni soleggiati, aumentando la durata fino ad abituare le piantine allo scoperto, anche di notte. È necessario tenere il semenzaio pulito da qualunque erba spontanea che tenda ad usurpare alle piantine di tabacco spazio, luce, calore e nutrimento.

Purtroppo i semenzai vanno quasi sempre soggetti ad attacchi di taluni insetti (le chiocciole o lumache, il grillotalpa, le formiche, i colomboli, detti comunemente pulci di terra) e malattie di natura batterica (la ‘lupa’ o ‘bruciatura dei semenzai’, il ‘marciume radicale’, e la ‘peronospora’).

Li tiraletti misi a llu sole cu ssìcca lu tabaccu.

La grandine, tra le meteore, è quella che maggiormente pregiudica il risultato finale della coltivazione del tabacco. I danni che essa produce non sono costanti, ma variano a seconda dell’intensità di caduta dei chicchi, della loro grandezza e se cadono da soli o frammisti a pioggia. Tutto ciò incide notevolmente sulla gravità del danno, che in alcuni casi può perfino portare alla distruzione completa della coltivazione se la stagione risulta molto avanzata..

L’epoca del trapianto è in relazione all’andamento stagionale (a Civita si effettuava generalmente entro il mese di maggio). Il tempo necessario per il trapianto deve essere di 10/12 giorni. Il terreno viene preventivamente squadrato: si traccia un primo allineamento di base parallelo a una strada poderale o ad altra linea regolare, tenendo sempre conto dell’orientamento che si vuole dare ai solchi (da Ovest verso Est per consentire alle piantine di autombreggiarsi durante la caldissima estate). E poi si scavano i solchetti larghi 15 cm e profondi 10 cm. La distanza di trapianto, 20 cm tra una piantina e l’altra, va scrupolosamente rispettata[2] (in ogni caso, i coltivatori salentini avevano l’abitudine di mantenere le distanze quanto più possibile ravvicinate, perché sapevano, per esperienza, che in tal modo si ottenevano prodotti con foglie di modeste dimensioni, più fini e con contenuto di nicotina più basso). Le piantine si ritengono adatte ad essere trapiantate quando hanno emesso circa 6-8 foglioline ed hanno raggiunto un’altezza di 8-10 centimetri.

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Bisogna avere l’accortezza di scartare le piantine sfilate, deboli o malate, e servirsi soltanto di quelle robuste di colore verde cupo. Appena estirpate, le piantine vanno collocate in ceste o cassette a gabbia, bene accostate le une alle altre, tutte dallo stesso verso, senza comprimerle e si ricoprono con un panno di tela umido. Le piantine vanno estirpate nel numero sufficiente per il trapianto che si effettua nella giornata, tenendo presente che, se rimane qualche piantina inutilizzata, non può essere utilizzata per il giorno successivo. L’operazione vera e propria di messa a dimora manuale delle piantine (oggi si adopera la trapiantatrice) si praticava adoperando l’antico e noioso cavicchio, che obbligava i coltivatori a lavorare continuamente con la schiena piegata. Con il cavicchio si praticavano dei fori equidistanti entro cui si infilavano le piantine. Contemporaneamente, con lo stesso cavicchio, si procedeva ad una leggera compressione del terreno. L’ora più adatta per il trapianto (ieri e oggi) è il tardo pomeriggio, per consentire alle piantine, nel loro primo giorno di vita extra-semenzale, di beneficiare della fresca rugiada della notte.

Pe ogni tiralettu te tabaccu siccu se facìanu do chiuppi te dece nserte l’unu. Li chiuppi poi sse ppendìanu susu la volta te lu macazzinu. A ottobre se scindìanu li chiuppi e se ccunsàvanu intra le casce spettandu lu Monupoliu ca ll’ìa rritirare e valutare.

Le cure colturali sono: i rimpiazzi, ossia la sostituzione delle piantine che non hanno attecchito; la sarchiatura, per mantenere smosso e polverulento il terreno, per impedire il disperdimento dell’acqua per evaporazione e per distruggere le erbe infestanti; lo sfrondamento, ossia l’eliminazione delle foglie basilari, per favorire lo sviluppo vegetativo della pianta.

La cimatura, come l’irrigazione, sono vietate, perché si otterrebbe una foglia meno grassa, e perciò, una volta secca, meno consistente, priva delle sue qualità organolettiche e, ai fini del peso, non conveniente neanche per la vendita.

Per la fase di lavoro dei semenzai non erano necessarie molte braccia. Nel caso di famiglie stagionali era il capofamiglia che migrava per primo, nel mese di febbraio, dalla sua terra d’origine a Civita Castellana. Ma in primavera, generalmente a maggio, per la fase del trapianto, sopraggiungeva l’intera famiglia, dal momento che mettere a dimora 100 mila piante per ettaro non era uno scherzo, così come l’irrigazione per ogni singola pianta e la continua sarchiatura.

Le cristiane stìanu ssettate ore su ore cu nfìlanu tabaccu cu la cuceddha e lle mane chine te crassu ca… mancu li cani!

La raccolta inizia quando la foglia ha raggiunto il suo massimo sviluppo e la maggiore ricchezza di sostanze elaborate. Essa va effettuata al giusto grado di maturazione. Questa avviene uniformemente per corone dal basso verso l’alto ed a intervalli di circa 8-10 giorni (prima maturano le foglie basali, poi le mediane ed infine quelle apicali). Di conseguenza anche la raccolta segue questo ordine. Va effettuata, inoltre, sempre a foglia asciutta, quindi possibilmente nelle prime ore del mattino, quando la rugiada si è prosciugata: ne deriverebbe altrimenti un danno per il tabacco nella fase di essiccamento. Nella zona di Civita Castellana la fase di raccolta aveva inizio verso la fine del mese di giugno e si protraeva fino alla prima quindicina di settembre. Allorché cade la pioggia, viene sospesa per due-tre giorni, per dar modo alle piante di asciugarsi completamente. Il perustitza, inoltre, non va raccolto durante le ore di sole, quando le foglie s’ammosciano sulla pianta e non si presterebbero per l’infilzamento, né per una proficua essiccazione. Le foglie appena raccolte vengono sistemate una accanto all’altra con la pagina superiore rivolta sempre da un lato, in ceste o cassette, e trasportate nei locali di cura, dove vengono scaricate e sistemate, ad un solo strato, su teli.

Se prèscianu ‘ste cristiane. E nfilàvanu tabaccu sempre le fèmmane e puru li vagnuni, ca li masculi tenìanu addhu te fare.

L’infilzamento viene effettuato usando aghi schiacciati di acciaio della lunghezza di 20-25 cm. Le foglie vengono infilzate una ad una alla base della costola e tutte nello stesso senso. Si tiene l’ago con la mano sinistra e con l’altra si fanno scorrere le foglie. Quando l’ago è pieno di foglie, queste si fanno scorrere sullo spago. Le filze pronte si sistemano sugli appositi telai, che possono essere orizzontali oppure obliqui. Quelli in uso nel Viterbese erano orizzontali ed erano composti da quattro longheroni formanti un rettangolo di metri 2×1, tenuto sospeso da terra da quattro piedi alti 50 cm. Sui due longheroni lunghi venivano applicati dei chiodini a testa piatta che servivano per attaccare le filze all’estremità. Per ogni telaio venivano applicati quaranta chiodini, venti per lato, per cui ogni telaio conteneva 20 filze. Il numero delle persone occorrenti per l’infilzamento era direttamente proporzionale alla quantità di tabacco raccolto; in ogni caso è necessario tener presente che le foglie venivano infilzate fresche, appena colte, quindi la raccolta veniva regolata in modo tale che alla fine della giornata lavorativa non restasse tabacco da infilzare.

E quandu se ttaccàvanu vinti corde te tabaccu pe’ ogni tiralettu, tuccàa llu cacci a llu sole. Matonna mia quantu pisava lu tabaccu ncora verde! Ca te spezzai le razze e puru le spaddhe.

Il processo di cura, per il perustitza, comprende tre fasi: l’ingiallimento e la fissazione del colore; l’essiccazione dei lembi fogliari; l’essiccazione della costola. L’ingiallimento si ottiene tenendo le foglie lontane dal sole e talvolta, in locali all’oscuro. Durante la seconda e terza fase, i telai vengono esposti all’aria e al sole, riparati dai venti dominanti, sistemati su superfici dure, lastricati di cemento, di pietra o terreni battuti, perché si è constatato che le superfici imbiancate accelerano il disseccamento per il calore riflesso nella parte inferiore delle filze. I telai vengono ritirati nei locali di cura durante la notte, perché siano protetti dalle piogge, nebbie e dalle frequenti rugiade che danneggerebbero il prodotto, macchiandolo, e con marcescenza delle costole e delle nervature. La durata media della cura, con andamento stagionale normale, è di 15/20 giorni. Dopodiché, di primo mattino, si staccano delicatamente le filze dai telai, si riuniscono dall’estremità degli spaghi formando dei cumuli di 20 filze, chiamati, in gergo salentino chiuppi. Questi, appena formati, si sistemano nei locali di custodia appendendoli con degli uncini ai fili di ferro preventivamente tesi.

tabacchine1

Nell’appendere i chiuppi bisogna attenersi rigorosamente all’ordine di raccolta. La foglia di tabacco, dopo la cura, tende ad assorbire una certa quantità di umidità dall’ambiente. Pertanto per la buona conservazione del tabacco curato è necessario che esso venga custodito in locali che rispondano ai principali requisiti tecnici per poter conservare il prodotto all’asciutto e possibilmente alla penombra. Nell’adoperare locali già esistenti, è necessario che il coltivatore eviti di adibire contemporaneamente il locale a diversi usi, perché il tabacco ha la proprietà di assorbire facilmente gli odori, pertanto le foglie possono essere facilmente deprezzate perché puzzolenti di stalla o di altri odori poco gradevoli.

Per tutti i mesi estivi l’intera famiglia, composta in media da cinque persone, era tutti i giorni sui campi dall’alba al tramonto. Si lavorava spesso 16 ore al giorno e per le donne ancora di più, dal momento che la sera per loro iniziava il lavoro di casalinghe.

La stagione lavorativa si concludeva a fine settembre circa, quando le famiglie stagionali potevano tornare nel Salento; restavano soltanto i capifamiglia, fino a ottobre-novembre, per presenziare alla fase di vendita del tabacco. Nella prima decade di ottobre, e, in ogni caso, dopo le prime piogge autunnali, si provvedeva a rimuovere i chiuppi appesi per sistemarli in apposite casse, foderate di carta all’interno, che poi venivano consegnate, per la vendita, ai Magazzini Generali di lavorazione della foglia secca. Nella provincia viterbese c’erano sono tre diversi tipi di consegna: a ballotti provvisori, a casse o gabbie, e a chiuppi, cioè al vero stato sciolto.

Sempre li tiraletti a llu sole, ca eranu cuai ci li pijàva l’acqua te lu cielu. Ca ci se bagnava lu tabaccu, venìa tuttu farfaratu e nnu mbalìa gnenzi.

All’epoca opportuna, che normalmente si aggirava dall’inizio di ottobre alla fine di dicembre, il prodotto allo stato secco veniva venduto alla ditta concessionaria per conto della quale il coltivatore aveva effettuato la coltivazione. Solo allora avrebbe percepito i soldi che gli spettavano e avrebbe potuto stabilire i termini del contratto per l’anno successivo. La determinazione del valore del tabacco veniva concordata tra il coltivatore e l’acquirente, i quali si facevano rappresentare dai periti di loro fiducia. Si trattava di una comune contrattazione tra privati, che aveva come base per l’apprezzamento un prezzo preventivamente stabilito dalle tariffe del Monopolio riferite a delle precise caratteristiche merceologiche. Il valore che veniva determinato in perizia era variabilissimo, strettamente legato alle qualità intrinseche (combustibilità, sapore, forza e aroma) ed estrinseche (colore, ampiezza della foglia, attenuazione delle nervature e integrità) che il prodotto presentava all’atto della vendita.

Con il guadagno dell’annata, il capofamiglia stagionale, prima di raggiungere la sua famiglia nel Salento, avrebbe intanto provveduto a saldare tutti i debiti che aveva accumulato presso i bottegai civitonici e anche presso il padrone della terra.

Tratto da: Irene Mancini, I Leccesi a Civita Castellana: storie di emigrazione e di tabacco. Civita Castellana, Edizioni Biblioteca Comunale, 2008.

Bibliografia.
– Giancane F., La coltivazione del tabacco Perustitza nella Provincia di Viterbo. Viterbo, Quatrini, 1969.
– Barletta R., Tabacco tabbaccari e tabacchine nel Salento. Fasano, Schiena, 1994.

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[1] Coltivo: lett. terreno coltivato.

[2] Era rispettata soprattutto al tempo in cui si produceva tabacco a Civita, per non incorrere nelle penalità amministrative previste dal regolamento sulle coltivazioni del Monopolio di Stato.

N.B. Le immagini delle varietà di tabacco Perustitsa, Ezegovina e Xanthi JaKa erano le più diffuse nel Salento.

Il caporale biondo della Manifattura Tabacchi

di Rocco Boccadamo

Al mio paese, poco più di duemila anime, sino alla metà del secolo scorso esistevano ben tre opifici per la lavorazione delle foglie di tabacco già fatte essiccare sotto i raggi del sole, in dialetto “magazzini”, dove, in determinati periodi stagionali, trovavano occupazione alcune centinaia di donne.

Ciò, giacché le piantagioni dalle strette e lunghe foglie di color verde costituivano, per antica tradizione, una delle principali colture e fonti di risorse della zona.

L’ingresso d’ogni magazzino era presidiato dal “caporale”, l’unica figura maschile presente, avente il compito di vigilare che le operaie, all’uscita, non si portassero appresso, per destinarli ai familiari fumatori, quantitativi ancorché piccoli di quelle foglie, da ritirarsi rigorosamente ed esclusivamente da parte dei Monopoli di Stato: non a caso, si parlava di contrabbando.

Fra i caporali in servizio intorno al 1950, c’era un giovane proveniente da un paese vicino, alto, capelli biondi, incarnato roseo; poverino, aveva solo un braccio, non so se mutilato di guerra o sul lavoro. La sua figura, forse anche per via della menomazione fisica, colpiva particolarmente l’attenzione dell’autore di queste righe, allora ragazzo delle elementari. Nei decenni successivi, le vicende della mia esistenza hanno assunto un po’ i connotati di un “magazzino” ambulante, in giro per l’Italia, fino al traguardo della pensione e al ritorno nel Salento. Di conseguenza, per un lunghissimo periodo, non ho più avuto modo di rivedere il caporale, né di avere sue notizie.

Qualche giorno addietro, però, è avvenuto il miracolo: uscendo da un bar nella piazza di un paese vicino alla mia Marittima e prima di risalire in macchina,

Irene Mancini intervista Alfredo Romano sull’emigrazione salentina a Civita Castellana. TERZA PARTE.

di Irene Mancini
So che venivano impiegati anche i ragazzi nella lavorazione del tabacco, lei che ricordo ha?

“La maggior parte delle famiglie aveva figli piccoli. Di ragazzini che infilzavano tabacco e che aiutavano i grandi anche sul campo raccogliendo i mazzi raccolti, ne ho visti a iosa. Ma chi aveva 12 anni circa già lavorava come un adulto. Io, ‘fortunato’, ho cominciato a 16, Eugenio, mio fratello più piccolo, a 11; Aldo e Angelo a 12. Il primo ricordo (la cosa mi fa ancora tenerezza) è quello di certe mattine quando ci svegliava la pioggia. Eravamotalmente ragazzi che, quando al risveglio sentivamo la pioggia per noi era una festa: quella mattina non si sarebbe raccolto il tabacco, perché bagnato. Un dono poter dormire qualche ora in più. Eravamo proprio incoscienti noi ragazzi, perché in testa ai nostri desideri c’era sempre la pioggia a ogni risveglio. E un anno venne la grandine che spazzò via tutto il tabacco alto e rigoglioso. Mio padre e mia madre piangevano, noi ragazzi, invece, di nascosto, a fregarci le mani per la gioia, ignari e felici. Alzarsi ogni mattina prima dell’alba era dura. Mio padre si svegliava ch’era ancora buio e si recava a perlustrare la striscia di terra per la raccolta, quella con le foglie di tabacco più mature. La pianta veniva sfogliata dal basso in alto; per ogni pianta si sfogliavano 6-7 foglie; tutto il campo veniva mediamente passato 6 volte. Le foglie, a seconda della loro altezza, avevano un nome: frunzone quelle più basse, poi, salendo, quarta, terza, seconda, prima e primiceddha. Le prime raccolte ci costringevano a stare più chini. Per sopportare il piegamento, s’appoggiava l’avambraccio sinistro sulla coscia sinistra dell’anca, che così reggeva il peso del corpo. Nel punto d’appoggio si formava un vero e proprio callo. Con l’ultima raccolta, prima e primiceddha, finalmente si raccoglieva stando in piedi e sembrava quasi una passeggiata; così veniva anche più facile parlare e cantare, avendo come colonna sonora il monotono ticchettio delle foglie sfrondate. Si raccoglieva la mattina fino alle 10, quindi si tornava a casa con una fame da lupi. Quelle fette di pane leggermente bagnate e condite con olio, pomodoro, origano, sale e spicchi di cipolla, erano la nostra colazione. E anche se oggi sono passato a colazioni più ‘civili’ come latte e biscotti, il sapore di quel pane e pomodoro non è stato ancora superato”.

Ma la scuola?

“Mio fratello Aldo, il secondo, quando è arrivato a Civita aveva appena preso la licenza media. Lui avrebbe voluto continuare, ma non gli fu possibile. Ancora

Le operaie tabacchine di Tiggiano e lo sciopero generale del 1961

Le Operaie Tabacchine di Tiggiano

e lo Sciopero Generale del 1961

La memoria delle operaie tabacchine di Tiggiano, della loro condizione lavorativa, delle loro lotte ed in particolare dello sciopero generale tenuto per 28 giorni nel gennaio – febbraio del 1961, importante avvenimento storico senza precedenti nella storia del paese, contro i licenziamenti e la chiusura del Magazzino, la fabbrica di tabacco, raccolta in un libro che sarà presentato

Sabato 12 febbraio 2011, h. 19.00

TIGGIANO – piazza Castello

(Sala Conferenze del Municipio)

La Manifattura Tabacchi di Lecce

 
 
 

Dopo 200 anni rischia di scomparire la Manifattura Tabacchi del Salento leccese


di Antonio Bruno


Nel 1812 viene istituita per speciale privilegio la Manifattura Tabacchi del Salento Leccese che lavorava dagli 11 ai 12 mila quintali di foglia di tabacco che veniva prodotta nei migliori terreni di 24 Comuni del Salento leccese. Oggi è la British American Tabacco l’erede di quell’opificio che è l’azienda anglo-americana unica in Italia a produrre tabacco e confezionare sigarette: le Ms, annuncia lo stop della produzione nel Salento.

In questa nota alcune considerazioni sulla distruzione della coltivazione del Tabacco del Salento leccese.
 

Fìmmene, fìmmene ca sciati allu tabaccu

(Donne, Donne che andate a lavorare nei campi di tabacco)

‘nde sciati dhoi e ne turnati a quattru

(quando andate siete due e dopo ritornate in quattro)

ci bu la dice cu chiantati lu tabaccu

(chi è che vi dice di piantare il tabacco)

la ditta nu bu dae li taraletti

(la ditta non vi da i telai su cui mettere le foglie per l’essiccazione)

ca poi li sordi bu li benedicu

(benedico i vostri soldi)

bu ‘nde cattati nuci de Natale

(con cui comprare le noci a Natale)

te dicu sempre cu nu chianti lu tabaccu

(te lo dico sempre di non piantare il tabacco)

lu sule è forte e te lu sicca tuttu

(il sole è forte e lo fa seccare)

sigaraie (da http://digilander.libero.it/arup/folclore.html)

Ricordate le nostre mamme o nonne che ci raccontavano del lavoro che facevano nelle “Fabbriche del Tabacco”? A San Cesario del Salento leccese di queste fabbriche ce n’erano parecchie anche se adesso non ce ne sono più da decenni. E cosa dire dei nostri nonni, sino ai nostri padri e fratelli che hanno coltivato il tabacco nel Salento leccese sino a qualche anno fa? Era estate quando si lavorava il tabacco e il sole salentino ardeva le campagne e la pelle delle donne e degli uomini che lavoravano in campagna. Giuseppe Abatianni di San Cesario del Salento leccese rimane turbato quando scopre che il tabacco, anche se non si coltiva più, produce il premio agli agricoltori, un premio in soldi! Mi chiede che ne facciano di quei soldi, mi chiede se li investono nelle campagne, io gli rispondo che non so… Giuseppe Abatianni è uno dei 500 dipendenti della British American Tabacco, l’azienda anglo-americana, l’unica in Italia a produrre tabacco e confezionare sigarette (le Ms), Giuseppe Abatianni mi racconta delle manifestazioni che sta facendo perché ha il suo posto di lavoro a rischio. Le cronache di questi giorni raccontano degli incontri tra azienda e sindacati per trovare soluzioni alternative allo stop della produzione annunciato nel Salento.

La tabacchicoltura del Salento leccese degli anni 2000 era ridotta ai margini tanto che nel 2006 rappresentava lo 0,36% dei 157.720 ettari coltivati. Nel 2006 dal tabacco venivano poco più di mezzo milione di Euro ovvero lo 0,2% dei 281 milioni di Euro che rappresentavano la Produzione lorda vendibile ottenuta dall’agricoltura del Salento leccese.
Eppure sino al 1996 si coltivavano 5.180 ettari di tabacco ed i 5.500 ettari di tabacco davano lavoro a 30 mila braccianti agricoli che lavoravano per 1 milione e 600 mila giornate agricole con 172 miliardi delle vecchie lire tra salari e contributi e con una produzione di tabacco di 14mila Tonnellate.

Ma non finisce qui, nella fase successiva della trasformazione c’erano 11mila addetti con 220mila giornate lavorative e 25 miliardi di lire tra compensi e contributi.

Nel 2004 dopo le varie crisi cancellano posti di lavoro e redditi mettendo al tappeto l’agricoltura del Salento leccese e, in questo 2010, appena sei anni dopo, rischia di accadere la stessa cosa per la Manifattura Tabacchi di Lecce.

Era l’anno 1561 quando il Cardinale Prospero Pubblicola di Santa Croce (1513-1589), Nunzio Apostolico in Portogallo, al ritorno da una missione diplomatica presso la Corte di Lisbona, portò i semi di tabacco in dono al Papa Pio IV che li fece coltivare dai monaci Cistercensi nei dintorni di Roma.
Proprio per questo motivo la coltivazione del Tabacco nel Salento leccese fu affidata per lungo tempo ai frati mendicanti. Nel 1800 la “polvere leccese” è considerata alla pari della “Siviglia di Spagna” come un prodotto di gran lusso che riesce a penetrare prepotentemente nelle Corti dei Re di tutto il Mondo, insomma il Tabacco del Salento leccese diviene un bene raffinato e costosissimo. Nel 1810 la coltivazione e il commercio del Tabacco diviene una “privativa di Stato” e per questo motivo subisce nel Salento leccese una temporanea contrazione: la quantità di prodotto si riduce perché vengono introdotte razze esotiche per la coltivazione. Nel 1812 viene istituita per speciale privilegio la Manifattura di Lecce che lavora dagli 11 ai 12 mila quintali di foglia di tabacco che viene prodotta nei migliori terreni di 24 Comuni del Salento leccese. E’ nel 1870 – 75 che la produzione riprende a crescere in quantità e in qualità. Infatti con l’unificazione del Regno d’Italia, nel 1870 c’è un nuovo orientamento dell’attività di produzione agricola determinato dalla maggiore sicurezza delle campagne e dai più facili mezzi di comunicazione. In quegli anni c’è anche un allargamento del mercato e un’ampia applicazione del contratto ventinovennale (di 29 anni) di “Colonia a miglioria” che si rivelò uno strumento formidabile per valorizzare terreni marginali e poco produttivi in quanto coniugava il vantaggio di nessun costo per il proprietario con un equo compenso per il lavoro del conduttore del fondo.

Sono passati appena cinque anni dal 2005 dalla nascita del Programma dell’Unione Europea denominato Coalta ovvero Colture alternative al Tabacco che aveva l’obiettivo di favorire la riconversione della tabacchicoltura del Salento leccese attraverso l’introduzione delle coltivazioni del Farro, l’artemisia, il muglolo (un cavolo del Salento leccese), l’asparago e le patate e ricordo vennero avviati campi sperimentali a Monteroni del Salento leccese nell’Azienda Agricola dell’Istituto sperimentale tabacchi e a Sternatia e Maglie sempre nel Salento leccese.

Dal 2006 c’è il disaccoppiamento totale che ha provocato l’abbandono in massa della coltivazione del tabacco e i titoli storici maturati dai tabacchicoltori non sono stati più investiti nella coltura e nessuno in questi anni ha registrato investimenti di questi capitali nell’agricoltura del Salento leccese.

Abbiamo perso tutti! Più di 40 mila tra braccianti e addetti alla trasformazione non guadagnano più e non spendono più i quasi 200 miliardi di vecchie lire ovvero i 100 milioni di euro. Un danno enorme per l’Economia di questo territorio perché i 100 milioni di Euro sono spariti e nessuno è riuscito a cavarli da qualche altra “coltura del Salento leccese”. Adesso anche la Manifattura dei Tabacchi del Salento leccese, l’ultimo baluardo costituto quasi 200 anni fa, nel 1812 , rischia di scomparire. Il Tabacco, la “polvere leccese” il prodotto di gran lusso del Salento leccese ovvero la “Ferrari” del Tabacco non è che uno sbiadito ricordo lontano, il Tabacco del Salento leccese è l’ennesima vittima della mancanza di una politica in grado di competere in questo tempo della globalizzazione! Abbiamo un compito nuovo, siamo chiamati a un’ impresa entusiasmante: c’è da ricostruire l’agricoltura del Salento leccese perchè di quella che è stata l’economia agricola rimangono solo macerie.


Bibliografia

Vincenzo Rutigliano: Puglia, dal Tabacco nasce il farro Sole 24 ore del 1 febbraio 2007

Valentina Marzo: Produzione «Ms» in Romania La vertenza diventa nazionale Corriere della sera del 9 settembre 2010

Bat: fumata nera in Regione, si attende il vertice di venerdì a Roma – Il Paese Nuovo

L’Agricoltura Salentina, Lecce Giugno 1935.

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