Supersano. Chiara Ferrazzi, una storia di gusto, di sapori e di qualità che continua

SUPERSANO bio

          

Interno dello stabilimento Ferrazzi
Interno dello stabilimento Ferrazzi

di Maria Antonietta Bondanese

Supersano bio”, un logo vivace. I colori del cielo, della terra, dei frutti, del sole, evocati da un marchio in cui sono sottesi passato e presente.

Dolce e salato, creme, passate e patè, confezionati secondo i princìpi dell’odierna agricoltura biologica, fanno bella mostra di sé nei vasetti della recente produzione estiva. Una soddisfazione per Chiara Ferrazzi, nel cui sguardo aperto e vibrante brilla la luce di un’intelligenza operosa. Innovare nella tradizione. Una sfida da portare avanti, partendo, ancora una volta, da Supersano.

Come quando gli antenati, Attilio e Luigi Ferrazzi (nonno ‘Gino’), approdarono in questo lembo di Meridione, provenendo da La Spezia, dove si erano stabiliti dalla natìa Busto Arsizio. I ‘milanesi’, così li appellarono in paese in un misto, penso, di incredulità e ammirazione (‘milanese’ era anche, nel parlar comune della gente, un complemento di luogo riferito ai due, si’ che, ad esempio, ‘andare al…, fermarsi a…, lavorare da…’, ecc., era come dire:’ andare allo stabilimento Ferrazzi, fermarsi allo stabilimento Ferrazzi, lavorare dai Ferrazzi’, ecc.). Incredulità, almeno iniziale, che uomini venuti dal Nord davvero potessero amare questa terra: remoti non erano i tempi del furore, della rabbia del Sud di fronte a un Risorgimento ‘mancato’ e della brutale repressione da parte dello stato ‘piemontese’ neo-unitario.

Sequela dei traini carichi di uva
Sequela dei traini carichi di uva

 

Ammirazione, per quella straordinaria vitalità imprenditrice che rompeva gli schemi del proprietario terriero guardingo e sospettoso del nuovo. In verità, nel territorio in cui i fratelli Ferrazzi impiantarono l’A.G.F., la loro azienda vinicola, si andava scrivendo proprio allora una diversa storia produttiva e l’industria cominciava ad affermarsi in un contesto da sempre rurale.

Tra fine ‘800 e inizi ‘900, infatti, in Terra d’Otranto venivano costruiti centinaia di stabilimenti con i criteri dell’enologia più aggiornata, offrendo un quadro che modifica la visione di un Mezzogiorno tutto arretrato, fuori dai flussi della modernità e restituisce l’immagine di un’economia articolata, lontana da banali semplificazioni. Da un capo all’altro di Terra d’Otranto era un fiorire di innovazioni tecniche accanto ad abilità lavorative antiche, per rendere sempre più competitivi gli impianti enologici. Basti pensare, tra Brindisi e Gallipoli, all’azienda vitivinicola ‘Leone de Castris’ a Salice Salentino o a quella di ‘Adolfo Colosso’ ad Ugento.

Interno dello stabilimento : spazio ‘pesa’
Interno dello stabilimento : spazio ‘pesa’

 

In questo fervore di inizi s’inserisce il decollo dell’Azienda A.G.F. a Supersano, dove Gino Ferrazzi, imprenditore oculato e competente, oltreché perito agrario, esercitò anche la carica di sindaco, negli anni difficili del primo conflitto mondiale, dal 6 agosto 1914 al 13 marzo 1916 e, in seguito, per i primi sei mesi del 1919, in un’ Italia scossa dalla ‘vittoria mutilata’. Un impegno politico, il suo, intriso di ideali liberali e patriottici, da cui l’adesione alla Loggia ‘Liberi e coscienti’ di Lecce, che si batteva per un nuovo ordine di cose. Accanto a Gino, la moglie Anna Montale che, dal 1911 al 1921, risiedette a Supersano, mentre la famiglia cresceva con l’arrivo dei figli Maria, Flavio ed Italo. Intensa continuava la spola tra Supersano e La Spezia, città di transito e commercializzazione del prodotto salentino, dove i Ferrazzi si associarono a Naef e Longhi, per fondare nel 1924 una banca, che ha prosperato fino al 1967.

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Scomparsi Attilio nel 1936 e Gino nel settembre 1940, l’A.G.F. prosegue l’attività nel secondo dopoguerra con la seconda generazione, Franco, Italo e Flavio. Quest’ultimo, giovane ufficiale e agronomo, sposa Giovanna Ercolini nel 1949, dopo essere tornato indenne dalla campagna d’Africa e dalla dura prigionia inglese in India. (Al pensiero di tante traversìe subite da papà Flavio, lo sguardo di Chiara si fa assorto, mentre la sua voce si spezza nel ricordo…).

Dopo le ferite della guerra, la requisizione della casa di La Spezia da parte tedesca e la sua distruzione da parte americana, bisogna tornare a vivere.

I supersanesi, ‘don Pippi Carrozzini’, l’amministratore, e i fattori Michele Nutricato, ‘Ucciu’ Elia, Egidio Visconti, hanno seguito l’azienda durante la crisi bellica, mentre ‘mèsciu Virgiliu’ Stradiotti (figlio di Michele e fratello delle fornaie Vata e Maria) ha curato la tenuta delle macchine; Antonio De Pascali (‘Ntoni guardia) fungeva da guardiano e Mario Vinciguerra da autista dell’azienda; ora tutto è pronto per la nuova stagione della ricostruzione, che l’Italia intera intraprende dalle macerie dei bombardamenti.

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Una lunga, maestosa teoria di cavalli e carretti, con grandi tini di uve fragranti, si snoda dalla contrada di Bosco Belvedere, per il corso Vittorio Emanuele, fino al palmento di casa Ferrazzi. Nel pieno della campagna, una lunghissima fila di traini carichi di botti, sosta rispettando il turno di scarico. E’ la vendemmia 1953, impressa negli ‘storici’ fotogrammi della pellicola super 8, che narra l’evento festoso, la felice fatica di uomini, donne, ragazzi e anziani di Supersano, sorridenti all’occhio inconsueto della sorprendente cinepresa. In primo piano tanti lavoranti in bianche maniche di camicia, coppole e cappelli, biciclette, ‘tine di caricamento’, traìni, camion e una gloriosa ‘giardinetta’. Immagini color del tempo, volti ed espressioni di un’epoca aspra, di sacrifici, ma non avara di coraggio e ardita nelle speranze.

Casa Ferrazzi e palmenti verso la fine degli anni venti
Casa Ferrazzi e palmenti verso la fine degli anni venti

 

Audacia che ritrovo in Chiara Ferrazzi. Una vita spesa nella scuola, imprenditrice ora per amore della terra salentina, passione di cui ha ‘contagiato’ anche Giano, l’affabile ed arguto consorte con i meravigliosi figli, Mattia, Camilla e Francesca. Il binomio ‘La Spezia-Supersano’, visibile ancora nella targa imbrunita all’ingresso dell’A.G.F., rifiorisce dal 2009 nell’azienda ‘Supersano bio’, con la fruttuosa presenza dell’agronomo-artista Antonio Giaccari, autore della rinascenza dell’azienda agricola e creatore del marchio ‘Supersanobio’.

Ho voluto trovare qualcosa –dice Chiara- che mi legasse di più al paese”. Quasi soggiorno obbligato nelle calde estati degli anni ’70, per lei è divenuto oggi un luogo del cuore, della memoria (nel Camposanto ai piedi della Coelimanna, ha voluto trovare ultimo riposo l’amato fratello Fabrizio), ma anche di un rinnovato slancio verso il futuro.

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Ripresa la spola tra La Spezia e Supersano, Chiara impronta il suo management ai criteri dell’agricoltura biologica: “benessere, equità, precauzione, ecologia”: quattro pilastri che garantiscono ‘il rispetto per la salute dell’uomo e dell’ambiente, unito alla volontà di riscoprire e recuperare le tradizioni tecniche agro-alimentari salentine’. Scritto in ariose broschure, lo si può leggere anche nel sito www.supersanobio, dove un apposito link rinvia ad altre aziende di Supersano attive nell’agriturismo e nell’alberghiero.

Fare sistema, entrare in una logica integrata dei vari settori, alimentare una rete di rapporti sul territorio, è necessario di fronte al mercato globale di oggi. Chiara ne ha una visione precisa, come netta è stata la sua scelta per una produzione ecosostenibile, cui non è estranea, credo, anche la sua sensibilità per l’arte e per il bello, di cui si fa entusiasta promotrice.

Un mondo di bianco, di silenzio, di pietra si offriva infatti nell’estate 2013 al visitatore della mostra ‘Sophia’, allestita da Antonio Giaccari, all’interno del patio di casa Ferrazzi. Ideale prosieguo delle precedenti mostre di Giaccari a Poggiardo e Soleto, intitolate ‘Philìa’.

Lavoranti alla vendemmia
Lavoranti alla vendemmia

 

E’ “un percorso infinito di conoscenza che troviamo nelle sue bianche sculture, dall’aspetto umile…”, ha scritto Chiara, indicando la non esauribilità per l’artista, ma anche per ognuno di noi, della ricerca di consapevolezza, di ‘sophìa’. Una tensione al meglio che Chiara esprime nella cura quotidiana per un prodotto di qualità. Proposto in fiere locali e nazionali (‘Agroalimentare’ 2011 a La Spezia; ‘Cibus’ 2012 a Parma), il marchio ‘Supersano bio’ è tra i migliori ambasciatori dell’eccellenza gastronomica e dell’ospitalità della piccola ma accogliente Supersano.

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Distillerie, alcool e liquori nel Salento

di Massimo Vaglio

Un elemento che contraddistingue e caratterizza molti paesi del Salento, è la presenza di antiche, svettanti ciminiere color sughero. Nella quasi totalità dei casi si tratta dei monumentali camini delle gloriose distillerie che hanno operato in questa subregione sino agli ultimi decenni del secolo scorso.

Osservando l’imponenza e la qualità artistica e architettonica di molti di questi opifici, non ci vuole molto per capire che si trattava, di un’attività industriale particolarmente importante ed opulenta.  Enormi, erano infatti le masse di prodotti e sottoprodotti agricoli locali a basso costo, suscettibili di distillazione; basti pensare, che verso la fine degli anni “20 del secolo scorso, nel solo Salento leccese la produzione di uve da vino sfiorava i tre milioni di quintali, dato da cui si deduce un volume di circa seicentomila quintali di vinacce e un notevole quantitativo di altri scarti della vinificazione. Se a queste di aggiungono la non meglio quantificabile, ma certamente significativa, produzione di carrube e le migliaia di quintali di fichi secchi di scarto prodotti negli stessi anni, dagli oltre ventimila ettari di ficheti specializzati e dalle altre centinaia di migliaia di alberi di fico sparsi per tutta la Provincia, ci rendiamo conto  di quanto questa industria fosse economicamente rilevante.

Verso la fine dell’800 la tecnologia per la distillazione dell’alcool, aveva fatto grandi passi avanti ed è in questo periodo che, anche in seguito all’aumento della produzione vinicola vengono impiantati in Puglia, i primi stabilimenti industriali. Nel 1890 se ne contano 186, dei quali, 50  nella sola provincia di Lecce con 79 alambicchi, 7 dei quali, innovativi alambicchi a vapore, per una produzione complessiva annua di circa 13.000 q.li di spiriti. Di lì a poco, sarebbero scomparsi gli stabilimenti più piccoli, e alla fine degli anni “20 si sarebbero contate ben 40 grandi distillerie, molte delle quali, però non avrebbero, però resistito alla terribile crisi economica del “29. Il settore,  si avviava però, verso un lento, progressivo ridimensionamento, comunque negli anni “60, in provincia, operavano ancora una ventina di solide industrie di distillazione, ma nel 1980, anche molte di queste avevano chiuso definitivamente i battenti.

Ottima la qualità dell’alcool prodotto nel Salento, che, non a caso, alimentava primarie aziende nazionali, quali: la Stock, la Buton, la Sarti etc. Molti, sono inoltre i nomi di imprenditori rimasti indelebilmente impressi nella storia, nella memoria collettiva non solo locale, e negli albi d’onore delle Camere di Commercio e delle Esposizioni Internazionali di molti paesi europei.

Fra questi Luigi Capozza e il figlio Luigi, titolari di una grande distilleria con annessa fabbrica di liquori a Casarano. Il Cavaliere Ambrogio Piccioli, con distilleria e innovativa raffineria di alcool e fabbrica di liquori a Tuglie. Sempre a Tuglie, Pompeo Imperiale e figlio. A Lecce, operava la distilleria Carmelo Pistillo, poi rilevata dall’imprenditore Giacomo Costa e infine demolita per far posto all’Hotel Tiziano. Sempre a Lecce, l’imprenditore neretino Gregorio Falconieri, ai primi del secolo scorso, aveva impiantato una distilleria presso l’ex convento di San Domenico extra moenia, sulla via per San Pietro in Lama, ove aveva iniziato la fortunata produzione dell’Amaro San Domenico, stabilimento che in seguito sarebbe stato rilevato dal Consorzio Agrario Provinciale di Lecce, che ha continuato questa produzione sino ad un recente passato. La ditta F.lli De Bonis, a San Cesario di Lecce, produttrice di tutta una gamma di apprezzati liquori, quali: il Malibrand, l’Anice Crystal Forte, l’Elixir Jamaica, la Sambuca… che ha cessato l’attività nel 2003, alla morte dell’ultimo depositario, Gino De Bonis.

Qualche anno prima, nel 1999, sempre a San Cesario di Lecce, aveva chiuso i battenti un’altra importantissima azienda, la ditta De Giorgi, che aveva operato nel Salento con ben tre distinte, grandi distillerie (a Squinzano, San Pietro Vernotico e San Cesario di Lecce), i cui prodotti, in 90 anni di attività avevano conquistato notorietà anche internazionale ed un ricco e prestigioso medagliere, mitica, l’Anisetta, prodotta sin dal 1919 e, alla quale, nel 1920 venne concesso, da Vittorio Emanuele III il brevetto di fornitore della Real Casa. Altra ditta salentina ad essere insignita con lo stesso ambito riconoscimento fu la Ditta Leone di Nardò, fondata ne 1896 da Gregorio Leone e rilanciata dal figlio adottivo Salvatore Napoli Leone,  scienziato e inventore di grande talento, che ampliando con formule esclusive la gamma delle referenze prodotte, portò la ditta Leone ad essere una delle più accreditate a livello nazionale.  Per non far torto alla memoria di alcuno, precisiamo che, per ragione di spazio, quelle citate sono solo alcune delle premiate ditte salentine.

Negli ultimi decenni la prestigiosa tradizione liquoristica salentina ha rischiato quasi di sparire, ma è stata recentemente ripresa e viene portata avanti,  da alcune giovani dinamiche aziende, che in diversi casi hanno rilevato alcuni storici brand, ma vive anche in molte famiglie, che spesso si tramandano di generazione in generazione l’affascinante arte dei liquori fatti in casa.

Libri/ Genio in Terra d’Otranto. Salvatore Napoli Leone (1905-1980)

Personaggio finora poco noto nel panorama salentino, Salvatore Napoli Leone di Nardò fu un personaggio eclettico e fortemente operoso nel corso del Novecento, che si interessò di non pochi aspetti economico-strutturali legati allo sviluppo produttivo di Nardò e della Provincia di Lecce.

Numerose le imprese avviate da Salvatore (Totò per gli amici) nel settore manifatturiero, commerciale e pubblicitario; quest’ultimo, peraltro, in tempi assolutamente pioneristici.

Buona parte dell’attività inventiva e industriosa di Napoli Leone è raccolta nelle pagine del presente volume; in esse i lettori troveranno gran parte della storia del Neretino, oltre ad un ampio apparato iconografico che illustra quanto vasto sia stato l’operato di quest’uomo considerato  «un vulcano in continua eruzione: chimico, esperto in cemento armato, industriale in più settori: inchiostri, cosmesi, pasticceria, torrefazione caffè (era suo il più noto Gran Bar Pasticceria di Nardò), coni gelati, editorìa, tipografia, bibite, vini e

Un geniale figlio di Terra d’Otranto: Salvatore Napoli Leone (1905-1980)

di Pier Paolo Tarsi

Il travaglio inquieto che caratterizzò costantemente l’intensa vita di Salvatore Napoli Leone sembra contrassegnare persino il passaggio incidentato del suo ricordo nelle pagine più interessanti della nostra storia recente, meta fino ad oggi impedita e tuttavia spettante di diritto ad una così eccezionale figura.

I tentativi di consegnare alla memoria collettiva quanto qui è finalmente raccolto, narrato e rigorosamente documentato furono in ogni caso vari, al punto che possiamo tracciare una sintetica storia delle tentate biografie del Nostro.

Fu per iniziare egli stesso, negli ultimi anni della sua esistenza, il primo a cimentarsi vanamente con il difficile compito di una simile narrazione; successivamente toccò a Maria Teresa Napoli misurarsi con il tentativo di tramandare la complessa esistenza del padre e provare a illustrarne gli ingegnosi frutti.

Quell’unica figlia del Nostro non riuscì però mai ad andare oltre qualche pagina: non le giovarono infatti un profondo affetto filiale e una salda cultura ad arginare il prorompere delle emozioni e l’impeto dei ricordi che sopraggiungevano a fermare la sua penna ogni volta che si accingeva a consegnare la vita operosa ma sfortunata del padre alla scrittura, operazione che avrebbe implicato una distanza emotiva che le era naturalmente negata.

Tenacemente convinta, ad ogni modo, della rilevanza e della necessità di quel compito mai potuto portare a termine, Maria Teresa consegnò alle sue ultime volontà terrene il desiderio postumo della realizzazione, per opera altrui, di un’attenta e documentata biografia del padre. Tale volontà fu dunque raccolta dagli eredi della donna, i quali, nel fermo proposito di onorare il suo

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