Omaggio a Carmelo Bene, nel decennale della morte

di Paolo Rausa

Attore, regista e scrittore, Carmelo Bene, un uomo che ha trasformato ogni messa in scena possibile, è nato a Campi Salentina in provincia di Lecce il 1° settembre 1937. A dieci anni dalla scomparsa lo ricordiamo con le parole del Marco Giusti, voce fuori campo nella trasmissione televisiva “Bene! Bravo!”: “Un giovanotto magro, nervoso, spiritato, venuto dalle Puglie per inventare a Roma un suo personalissimo teatro. Si chiama Carmelo Bene. Non ha ancora trent’anni. Ha già scritto il romanzo Nostra Signora dei Turchi. Ha diretto come attore, autore e regista, una decina di spettacoli. Dieci spettacoli, dieci polemiche clamorose. È un istrione? Oppure: è un genio? È un mistificatore? Su questi giudizi il pubblico e la critica si interrogano…” Siamo tra il 1965 e il 1966. Nel 1967 Carmelo Bene inizia la sua esperienza da regista cinematografico, arrivando l’anno successivo a vincere il Leone d’Argento al Festival di Venezia con quello che viene considerato il suo capolavoro: Nostra Signora dei Turchi. Nel 1981, con la Lectura Dantis dalla Torre degli Asinelli di

Scienza e scienziati salentini tra Seicento e Novecento


di Livio Ruggiero

La tradizione scientifica salentina, in buona parte messa in ombra da quella umanistica e dal barocco, è ricca di una lunga serie di personaggi, da Archita da Taranto, grande matematico del IV secolo a. C., a Ennio De Giorgi, uno dei più grandi matematici del Novecento. La vita e le opere della maggior parte di essi sono cadute inesorabilmente nell’oblio e solo di alcuni si è salvato il ricordo del nome nella toponomastica stradale. Eppure la loro attività è stata di grande importanza e spesso di rilievo internazionale, come quella del medico Giorgio Baglivi, dalmata ma salentino di adozione, dei naturalisti Oronzo Gabriele Costa e Salvatore Trinchese, del fisiologo Filippo Bottazzi, candidato al Nobel.

 

Alcuni hanno dotato Lecce di strutture scientifiche e tecnologiche d’avanguardia, anch’esse cadute nel dimenticatoio e scomparse dal panorama cittadino, come l’Orto Botanico realizzato da Pasquale Manni, la rete di orologi pubblici sincronizzati elettricamente ideata da Giuseppe Candido, sacerdote e vescovo, e l’Osservatorio Meteorologico e la Rete Termopluviometrica realizzati e gestiti, per oltre quarant’anni, con grande passione da Cosimo De Giorgi.

A ciò si aggiungano fatti di rilievo come i primi esperimenti di illuminazione elettrica condotti dal gesuita P. Nicola Miozzi, l’istituzione dell’Istituto Tecnico “O. G. Costa” e la realizzazione del tram elettrico Lecce-S.Cataldo, all’epoca il più lungo d’Italia.

In ambito universitario si sta cercando di recuperare questo ricco patrimonio, ma è l’intera comunità salentina che ne deve riprendere coscienza per salvare quanto rimane.

 

abstract del saggio pubblicato integralmente su Spicilegia Sallentina n°5

Libri/ Genio in Terra d’Otranto. Salvatore Napoli Leone (1905-1980)

Personaggio finora poco noto nel panorama salentino, Salvatore Napoli Leone di Nardò fu un personaggio eclettico e fortemente operoso nel corso del Novecento, che si interessò di non pochi aspetti economico-strutturali legati allo sviluppo produttivo di Nardò e della Provincia di Lecce.

Numerose le imprese avviate da Salvatore (Totò per gli amici) nel settore manifatturiero, commerciale e pubblicitario; quest’ultimo, peraltro, in tempi assolutamente pioneristici.

Buona parte dell’attività inventiva e industriosa di Napoli Leone è raccolta nelle pagine del presente volume; in esse i lettori troveranno gran parte della storia del Neretino, oltre ad un ampio apparato iconografico che illustra quanto vasto sia stato l’operato di quest’uomo considerato  «un vulcano in continua eruzione: chimico, esperto in cemento armato, industriale in più settori: inchiostri, cosmesi, pasticceria, torrefazione caffè (era suo il più noto Gran Bar Pasticceria di Nardò), coni gelati, editorìa, tipografia, bibite, vini e

Un geniale figlio di Terra d’Otranto: Salvatore Napoli Leone (1905-1980)

di Pier Paolo Tarsi

Il travaglio inquieto che caratterizzò costantemente l’intensa vita di Salvatore Napoli Leone sembra contrassegnare persino il passaggio incidentato del suo ricordo nelle pagine più interessanti della nostra storia recente, meta fino ad oggi impedita e tuttavia spettante di diritto ad una così eccezionale figura.

I tentativi di consegnare alla memoria collettiva quanto qui è finalmente raccolto, narrato e rigorosamente documentato furono in ogni caso vari, al punto che possiamo tracciare una sintetica storia delle tentate biografie del Nostro.

Fu per iniziare egli stesso, negli ultimi anni della sua esistenza, il primo a cimentarsi vanamente con il difficile compito di una simile narrazione; successivamente toccò a Maria Teresa Napoli misurarsi con il tentativo di tramandare la complessa esistenza del padre e provare a illustrarne gli ingegnosi frutti.

Quell’unica figlia del Nostro non riuscì però mai ad andare oltre qualche pagina: non le giovarono infatti un profondo affetto filiale e una salda cultura ad arginare il prorompere delle emozioni e l’impeto dei ricordi che sopraggiungevano a fermare la sua penna ogni volta che si accingeva a consegnare la vita operosa ma sfortunata del padre alla scrittura, operazione che avrebbe implicato una distanza emotiva che le era naturalmente negata.

Tenacemente convinta, ad ogni modo, della rilevanza e della necessità di quel compito mai potuto portare a termine, Maria Teresa consegnò alle sue ultime volontà terrene il desiderio postumo della realizzazione, per opera altrui, di un’attenta e documentata biografia del padre. Tale volontà fu dunque raccolta dagli eredi della donna, i quali, nel fermo proposito di onorare il suo

Uno scrittore e la sua storia: Michele Saponaro

di Paolo Vincenti

Con Michele Saponaro cinquant’anni dopo  (Congedo editore), vengono pubblicati gli Atti del Convegno Internazionale di Studi tenutosi a San Cesario di Lecce e Lecce il 25 e 26 marzo 2010, per le cure di Antonio Lucio Giannone. Questo volume costituisce il punto d’arrivo di una intensa attività di ricerche sulla figura e le opere di questo importante letterato figlio della nostra terra salentina, brillantemente condotte da alcuni studiosi pugliesi fra i quali, in primis il professor Giannone, ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Lecce, al quale va ascritto il merito di aver dato l’imprimatur a questo fiorire di studi sulla figura del letterato sancesarino.

Michele Saponaro (San Cesario 1885-Milano 1959), conosciuto anche con lo pseudonimo di  “Libero Ausonio”, autore di numerosi romanzi, raccolte di novelle e biografie di uomini illustri , collaborava come giornalista con le più importanti testate nazionali, quali “Il Corriere della Sera”, “La Stampa”, “Il Giornale d’Italia”, ecc. Dopo la sua morte, però, nessuno più si interessò di lui, ad eccezione di Michele Tondo che, nel 1983, curò una ristampa del suo romanzo “Adolescenza” (Congedo Editore) e, a partire dal 2000, del già citato Giannone, con una serie di iniziative e scritti che sarebbe qui troppo lungo riportare. L’ultima pubblicazione degna di nota era stata “Uno scrittore e la sua terra. Omaggio a Michele Saponaro” (Manni Editore), a cura di A.L. Giannone, un agile opuscolo, voluto dal Comune di San Cesario, nel 2008. Già allora,

Luigi Corvaglia (Melissano, 1892 – Roma, 1966) non solo letterato

Luigi Corvaglia: non solo letterato

Impegno sociale e fedeltà agli ideali repubblicani caratterizzarono la vita dell’autore di Finibusterre

 

di Fernando Scozzi

“Prigioniero del compito”. Luigi Corvaglia nella sua biblioteca di Melissano

Di Luigi Corvaglia (Melissano, 1892 – Roma, 1966) si conoscono le opere filosofiche e letterarie, lo spirito critico e l’ardore polemico; ben pochi conoscono, invece, il suo impegno sociale che si manifestò non solo nell’attività di amministratore comunale, ma anche in quella  di imprenditore.

Fin dal 1910, studente universitario del primo anno di Giurisprudenza, si iscrisse al P.R.I. rimanendo fedele per tutta la vita all’Idea mazziniana di Giustizia e Libertà. (1) Rivendicò i diritti della comunità melissanese spesso sacrificati alle esigenze del Comune capoluogo e agli interessi di pochi notabili locali.  Nel suo opuscolo Melissano (edito nel 1910) Luigi Corvaglia invitò i concittadini all’unità: Unitevi figli del popolo, emancipate la frazione elevandola a Comune indipendente.  Auspicò l’associazione dei  lavoratori nei rischi e nei vantaggi della proprietà terriera; chiese ai contadini di mandare  i propri figli a scuola, tutti i figli, sopportando anche la miseria, poiché nella evoluzione progressiva della società, li renderete capaci di seguire il progresso universale. Accusò il sindaco di Casarano di aver privato la frazione di servizi pubblici indispensabili: per due anni, o Signori, Melissano è rimasta senza guardie, senza custode pel cimitero, senza spazzino e perfino senza levatrice.

 In realtà, le critiche di Luigi Corvaglia non erano dirette all’amministrazione comunale, ma all’avv. Felice Panico (assessore delegato della frazione) il cui potere economico pervadeva la società melissanese e impediva l’affermazione di una classe di professionisti che intendeva guidare lo sviluppo della comunità melissanese.

In occasione delle elezioni politiche del 1915, Luigi Corvaglia si schierò con Nicola Marcucci ed avversò il deputato uscente Antonio De Viti De Marco perché – scrisse in un manifesto –  il Collegio esige che sia liberato dall’incubo che  l’opprime: l’ambizione, il disprezzo verso gli umili, il favoritismo agli alti eunuchi del privilegio.(2)

Con una serie di fogli pose all’attenzione degli amministratori comunali e soprattutto dei suoi concittadini (dei quali auspicava la redenzione umana e civile) le esigenze della Comunità melissanese, evidenziando la necessità dell’approvvigionamento idrico dell’abitato, l’importanza del piano regolatore, della pubblica illuminazione, della viabilità urbana e rurale. Nel 1920, di fronte alla volontà dell’amministrazione comunale di impegnare le risorse finanziarie in tutt’altra direzione, Luigi Corvaglia propose un referendum  per conoscere se prima di erogare il denaro pubblico in opere voluttuarie non convenga, per per senso di dignità e di igiene, provvedere alle esigenze più urgenti e sistemare le vie interne, rese per l’abbandono impraticabili. Se non convenga di più dare al paese il suo accesso logico alla stazione ferroviaria, ordinando lo sviluppo delle vie che di giorno in giorno si sviluppano senza nesso e sistema. Se prima delle opere sciagurate progettate dal Comune di Casarano, giovi un edificio scolastico e lo sanno i figli dei poveri ed i poveri insegnanti, che marciscono d’inverno e soffocano d’estate, in abituri miserabili. (3)

In vendita. Dopo la morte della figlia, Maria, la casa di Luigi Corvaglia è in vendita; che fine farà il materiale bibliografico e documentario dell’autore di Finibusterre?

Dopo la grande guerra, alla quale partecipò con il grado di tenente,  si impegnò per l’autonomia della frazione e quando nel 1923 Melissano divenne Comune, fu nominato assessore. Era l’occasione per far recuperare al paese il tempo perduto in secoli di dipendenza amministrativa;  invece, 

Libri/ Giulio Cesare Vanini da Taurisano filosofo europeo

De Paola Francesco, Giulio Cesare Vanini da Taurisano filosofo europeo, con nuovi documenti e testimonianze; introduzione di Giovanni Dotoli, Fasano (Brindisi), Schena Editore, 1998.

Impostato su basi scientifiche e privo di ogni intento di provinciale celebrazione, questo libro, diffuso ormai in numerose biblioteche europee ed americane, offre la più completa biografia su Vanini, con documenti tratti dall’Archivio di Stato e Biblioteca Nazionale di Napoli; Archivio di Stato, Fondazione Giorgio Cini e Biblioteca Marciana di Venezia; Archivio di Stato e Archivio Arcivescovile di Padova; la Biblioteca del British Museum, il Public Record Office, la Lambeth Palace Library, la Mercers’ Company Library e la National Gallery di Londra; l’Archivio General de Simancas e la Biblioteca Nazionale di Madrid; la Bibliothèque Nationale di Parigi e il suo Département de Manuscrits; gli Archives Nationales di Parigi; l’Archivio Segreto Vaticano e la Biblioteca Vaticana di Roma; gli Archives Départementales de la Haute-Garonne di Tolosa; le Bibliothèques de la Ville de Toulouse; la Bibliothèque de Mr. Cousin alla Sorbonne di Parigi.

Uno dei più affascinanti e misteriosi esponenti del tardo Rinascimento italiano, l’ex frate carmelitano napoletano, Giulio Cesare Vanini, trova in questo libro molte spiegazioni su alcuni dei momenti cruciali della sua esistenza.

La vita di Vanini è stata accuratamente esplorata in quegli che la storiografia su di lui indica come i momenti cruciali della sua esistenza:
– la sua formazione umana e culturale (di origine napoletana o padovana ?);

– i motivi del suo allontanamento dal convento di Padova, dove egli avrebbe dovuto conseguire la laurea in Sacra Teologia;
– le ragioni e le modalità della sua precipitosa fuga in Inghilterra;
– descrizione di alcuni episodi relativi alla permanenza nella sede arcivescovile di Lambeth, ospite dell’arcivescovo Abbot, Primate d’Inghilterra;
– le modalità e la fuga dall’Inghilterra e il ritorno nel mondo cattolico, viste attraverso i dispacci di quattro diplomazie diverse e parallele (quella inglese, spagnola, vaticana e della Repubblica Veneta);
– le ragioni del mancato rientro in Italia, i suoi problemi con l’Inquisizione romana e la scelta di rimanere in Francia;
– le circostanze che condussero alla pubblicazione delle sue due opere e il suo contributo al Libertinismo francese;
– la sua permanenza in Francia, le sue amicizie, le cause che condussero alla sua rovina e alla morte atroce sul rogo a Tolosa e lo svolgersi di quei tragici eventi;
– i motivi che lo portarono ad assurgere al ruolo di martire e di portatore in Europa di un pensiero anticattolico, ma anche di nuove ed importanti intuizioni scientifiche.
I risultati e le conclusioni finali mostrano molti aspetti sconosciuti della sua tormentata esistenza, ma mettono anche in evidenza i grandi meriti di questo pensatore, che esportò in alcun paesi d’Europa le più brillanti acquisizioni della cultura rinascimentale italiana.
Le fasi finali della sua vita in Parigi e in Tolosa, la sua tragica morte sul rogo, i suoi seguaci, i suoi amici e i suoi nemici, lo strano processo davanti al Parlamento di Tolosa, la sua posizione nei riguardi del Libertinismo francese, tutto è accuratamente descritto per quegli studiosi che volessero ricercare le matrici culturali del passaggio dal Medioevo al Rinascimento e al Razionalismo attraverso l’approccio ad una delle più brillanti figure del periodo.

La memoria narrata: invito all’opera di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

di Pier Paolo Tarsi

 

Vogliamo gettare un tassello facente parte di un ben più ampio progetto di ricerca e studio iniziato altrove da chi scrive[1]. Tale progetto, qui solo annunciato al lettore al fine di solleticarne l’interesse e il coinvolgimento, consiste nella riscoperta e nella rivalutazione dell’imponente opera letteraria, artistica ed etnologica di Giulietta Livraghi Verdesca Zain.

Donna dall’ingegno poliedrico, giornalista, studiosa, pregevole scrittrice, scultrice e artista varia e versatile, nota in vita per lo più come poetessa e antropologa, la Verdesca Zain nasce a Salice Salentino il 17 dicembre del 1931, discendente di una nobile casata di Copertino. In quest’ultimo paese, ove muore il 10 novembre 2007, la Nostra trascorre tutta la sua esistenza con l’eccezione di una parentesi di anni a cavallo tra il 1962 e il 1971, operosamente vissuti a Roma. Nella capitale, ove la Livraghi si lega presto al futuro compagno di una vita intera – il poeta calabrese Nino Pensabene, conosciuto negli ambienti colti -, grazie ad una vena poetica stimata da tutti i più attenti intellettuali dell’epoca, la sua grandiosa personalità emerge rapidamente e si impone come un punto di riferimento dei cenacoli letterari di rilievo. Oltre che per la sua prolifica attività di critica letteraria e critica d’arte, in quegli anni infatti la Livraghi si distingue anche – se non in primo luogo – per le pubblicazioni di alcune raccolte di sue poesie che le fanno guadagnare numerosi e importanti premi nazionali, a testimonianza del riconosciuto valore dei suoi versi. Non è tuttavia solo per la levatura delle numerose opere che suscitano l’ammirazione generale che la Nostra si mette in luce: nei medesimi anni, insieme al marito, i due danno corso parallelamente ad una intensa attività organizzativa che li vede in breve assurgere al ruolo di animatori di primo piano della vita culturale romana e nazionale. Nella città eterna, essi fondano e dirigono importanti riviste quali “La Prora. Periodico Internazionale d’Arte e Cultura” e “Il Nuovo Eon. Periodico Internazionale di Letteratura, Filosofia, Scienze, Arti”, organo quest’ultimo dell’Accademia Internazionale di Lettere, Scienze ed Arti “Pacem in terris”, ente presieduto dalla Livraghi stessa, destinato ad elevarsi rapidamente a cenacolo di riferimento dell’intellighenzia migliore. Assorbita dall’intreccio fitto di impegni a cui tali attività culturali la legano in quegli anni di animata vita romana, la Livraghi fa in seguito ritorno a Copertino per dedicarsi qui interamente – con il necessario distacco dagli oneri mondani e sociali – ad un vasto studio etnologico, finalizzato al «completamento di un quadro panoramico della civiltà contadina del Salento»[2]: una impresa immane quest’ultima, condotta in solitudine quasi eremitica, con slancio febbrile ed estrema lucidità sino al talamo della morte, sino agli ultimi aliti di una vita che, ormai demolita da una estenuante lotta combattuta con ardore contro una lunga e grave malattia, veniva trattenuta solo dalle amorevoli cure del compagno «con le unghie, come ultimo riverbero di un tramonto»[3].

Il risultato di questi anni di duro e poderoso lavoro antropologico, dedito con passione e amore intellettuale alla terra natia, consiste in un immenso lascito di scritti che va ben al di là di quanto emerso attraverso la pubblicazione di una magistrale opera etnologica della Nostra, “Tre Santi e una campagna. Culti magico-religiosi nel Salento fine Ottocento”, edita da Laterza nel 1994 e salutata dagli antropologi di professione come un capolavoro massimo[4], cui si accompagnano ulteriori piccoli stralci editi, comparsi sul quotidiano “La Gazzetta del Mezzogiorno” nel corso degli ultimi anni di vita della Verdesca Zain. Tali materiali, seppur di importanza fondamentale per la conoscenza del Salento e pertanto meritevoli di essere riportati oggi – e per sempre – all’attenzione del pubblico e degli studiosi, costituiscono tuttavia sparuti frammenti di un ben più ampio e “panoramico” progetto, condotto dalla Livraghi nell’arco di una vita di comunione e condivisione intellettuale e spirituale con il compagno, all’insegna di un’esistenza consacrata interamente alla conoscenza della civiltà tradizionale salentina. Una grande opera è dunque questa, da preservare e studiare come una delle più grandi eredità della nostra storia, come un bene sommo della nostra terra e della nostra tradizione.

Nel lavoro complessivamente preso della Livraghi vi è infatti non solo un monumento mai innalzato che è a nostro avviso tempo di edificare, ma vi è, per quanto ora qui nello specifico interessa evidenziare, una sorgente densissima di restituzione di un immenso patrimonio etnologico- linguistico da tutelare, al quale è doveroso – moralmente prima che intellettualmente – rifarsi nell’ambito di ogni sforzo di seria e continuata indagine storico-antropologica sul Salento.

Di tale florida e vivida sorgente, siamo ben lieti di donare un piccolo assaggio al lettore di Specilegia attraverso la mediazione di un brano inedito dell’autrice, da chi scrive scelto faticosamente tra i tanti di egual valore. Ciò al fine di offrire un saggio della forza evocativa della penna della Nostra, capace di punteggiare liricamente persino la descrizione saggistica e antropologica relativa a un mondo salentino descritto ad intreccio tanto nelle sue consuetudini originarie e nel suo antico immaginario simbolico, quanto nelle sue intricate dinamiche sociali tra poveri contadini e signori della terra: un mondo ormai estinto, il quale, fortunatamente, ci viene tramandato in molte sue dimensioni dalla memoria narrante di colei che non si dovrà più esitare a definire la più grande antropologa del Salento. Al nome della Livraghi Verdesca Zain, dimenticato da molti ed oggi in pratica estraneo ai più, spetta infatti, ne siamo certi, un posto d’altissimo rilievo nella storia della cultura italiana del Novecento – non solo salentina – e un posto d’onore, in particolare, nella storia dell’antropologia.

per gentile concess. di Nino Pensabene

A questo mancato tributo a una studiosa che a questa terra e alla memoria della sua civiltà contadina ha donato i frutti migliori del proprio genio versatile, ci auguriamo di contribuire a porre rimedio anche attraverso le pagine di questa bella rivista, oramai sempre più incarnazione di un punto di riferimento autorevole della vita culturale meridionale e non.

Le ragioni di tale tributo, teniamo a puntualizzare, non sono da rintracciare solo nei meriti in sé dell’autrice e della sua penna, quanto piuttosto nel valore complessivo che l’opera di conservazione di un patrimonio etnologico-linguistico assume nel contesto del processo contemporaneo di globalizzazione planetaria che ci coinvolge in prima persona. Nel mondo attuale, infatti, vediamo risorgere ovunque spinte localistiche compensative dei movimenti di omogeneizzazione insiti nella mondializzazione, pressioni che possono pericolosamente degenerare in consolatorie chiusure nei confronti delle altre culture e favorire arroccamenti in astratte mitizzazioni identitarie (quali, per esempio, il popolo padano, il popolo salentino ecc): tali effetti costituiscono delle difese della psiche collettiva che sorgono, paradossalmente, proprio laddove labile e frammentaria risulta la conoscenza del proprio passato, impedendo pertanto uno sviluppo sereno e creativo di un futuro storico consapevolmente interconnesso con la continuità del proprio mondo originario e, proprio per tale ragione, pacatamente aperto e disponibile all’incontro fecondo e costruttivo con l’altro, con il diverso.

In coerenza con quanto detto sopra, ci pare opportuno infine lasciare spazio alla voce diretta della Livraghi, senza frapporre ulteriori nostri interventi, ponendo così termine a queste nostre note, con l’augurio che le stesse risuonino per tutti come un invito alla rilettura e alla scoperta dei lavori che abbiamo indicato e, in generale, dei vari contributi dell’ingegno di questa coterranea.

Lu crucifissu ti lu asu (scritto inedito di Giulietta Livraghi Verdesca Zain)[*]

 Lu crucifissu ti lu asu (il crocefisso del bacio), per il suo stare fra le mani dei defunti durante le veglie funebri, non doveva essere usato come simbolo di culto, veniva ritenuto sconsacrato, motivo per cui, le poche famiglie ricche di un paese, potendosi permettere più crocifissi, ne tenevano uno apposito; e siccome apparenza voleva non fosse soltanto un simbolo religioso ma anche un elemento decorativo della salma, era un crocefisso importante, se non addirittura prezioso. Destinato a essere trasmesso di generazione in generazione, doveva poter rappresentare nel tempo il decoro delle casata, e non di rado  – ritenendolo soggetto a diritti dinastici – veniva citato nei capitoli testamentari, devoluto quasi sempre al primogenito.

Col passare degli anni e il sommarsi delle morti, il prestigio di quel crocefisso aumentava, tanto che si arrivava a fregiarlo di un nome particolare, affibbiandogli quello del trapassato più illustre: in qualche famiglia poteva essere “Il crocefisso di nonno Giovanni”, in qualche altra quello del bisnonno Giuseppe, in qualche altre ancora “Il crocefisso dello zio monsignore”. Un dato di fatto che aveva sempre irritato, e qualche volta mandato in bestia, le vecchie cameriere: per loro, figlie del popolo, alle cui usanze rimanevano vincolate per rapporto viscerale, quell’indicazione suonava bastarda, se non blasfema, giacché ritenevano inaccettabile l’idea di sovrapporre alla totalità di Cristo la riduzione di un possesso espresso attraverso il nome di un mortale, sia pure passato alla storia come illustre. Per loro, come per tutti i loro simili, quello era e doveva rimanere crucifissu ti lu asu, anche se, a rifletterci bene, avevano torto: i crocifissi mortuari delle famiglie nobili non potevano incarnare sino in fondo quella simbologia, giacché, data la differente sistemazione delle salme, nessun bacio poteva sfiorarli. La nobiltà veniva identificata, sia pure in modo allusivo, in un perenne rapporto di altezze, e se la vita aveva le sue lotte di gradino, anche la morte doveva sottostare alla regola dei rialzi. I catafalchi che si approntavano erano dei veri e propri monumenti, non facilmente raggiungibili nella loro sovrapposizione di piani: due per le donne, ma non meno di tre per i maschi, ai quali anche da morti spettava il riconoscimento di una supremazia adombrata nel mito del loro seme. E più il personaggio era stato importante, più la castellana (il catafalco) doveva essere alta.

i coniugi Pensabene e Livraghi Verdesca Zain

Posta al vertice e in posizione un po’ inclinata per consentirne la visibilità, la salma incuteva una  certa soggezione, rafforzata dai damaschi – rossi o giallo oro – che in ricchi drappeggi scendevano sino a terra: un’ulteriore barriera che fermava a timorosa distanza i visitatori più umili, che mai e poi mai si sarebbero permessi di accostare a quelle stoffe preziose i loro piedi sporchi di terra, anche se, per la circostanza, infilati nelle scarpe della festa.

Una circoscrizione capace di gelare il cuore dei semplici e apparire, pur nell’esuberante presenza della ricchezza, come l’estrema penitenza di un modo di essere, forse il volto più duro della morte, giacché anticipava il silenzio della pietra.

La morte dei poveri era una cosa ben diversa, e anche se urlava come una belva aveva volto e fiato umani. Le salme, adagiate basse sulla matthrabbanca (madia – tavolo), non erano isole irraggiungibili, ma lembi di carne mantenuta umida da lacrime e aliti. Nelle loro mani il crocefisso non era soltanto l’asta della misericordia che promette perdono, ma la radice sublimata di un credo trascendentale che, sovrapponendosi al momento temporale del trapasso, stabiliva una convivenza quasi sacrale fra il ricordo dei viventi e l’essenza purificata dei trapassati.

Le persone in visita di lutto vedevano in quel crocefisso il tramite insostituibile dei loro sentimenti, ossia il filo conduttore di un dialogo che intendevano stabilire con l’aldilà: baciandolo erano sicure di ottenere da Dio il permesso di affidare all’anima della salma in esposizione saluti e messaggi da portare alle anime dei loro cari. Un vero e proprio ufficio postale, anomalo nella sua equivalenza di fede, ma tragicamente reale nello sfogo delle pene individuali: appelli di aiuto, richieste di consiglio, sollecitazione di sogni rivelatori, comunicazioni di mutamenti drammatici, o notizie rassicurative per l’anima partita in travaglio.

un’opera grafica dell’artista

Una ridda di voci che trovava la sua espressione più colorita negli interventi delle donne, sempre prime ad accorrere sui luoghi del dolore: convinte che una rappresentazione visiva dei loro affanni servisse a rendere più efficaci le parole, e quindi a meglio esprimere i loro sentimenti, non esitavano a strapparsi i capelli, a graffiarsi il viso, o comunque ad agitare le mani in una mimica di disperazione che sembrava racchiudere l’essenza stessa del dolore.

Scansioni da tragedia che toccavano il vertice quando, con un incedere assorto da statua dell’Addolorata, si faceva largo una giovane vedova seguita dal grappolo dei suoi orfani. Sulla bocca dell’innocenza, morte e miseria trovavano commistione in un unico boccone amaro, e non a torto il coro delle donne si dava a chiedere: “Pane!… Pane!… Pane!…”. Un’invocazione che di proposito si faceva echeggiare forte, poiché, oltre a essere una preghiera rivolta al Cielo, intendeva imporsi come appello rivolto ai vivi: un grido che nasceva sì in nome della pietà, ma che, sfruttando l’impunibilità del momento, vibrava come rabbiosa pietrata sui portoni dei ricchi, rappresentando, sia pure in modo coatto, un fermento di ribellione sociale.

Più silenzioso, forse più struggente, il pellegrinaggio dei vecchi. Entravano nelle case in lutto in punta di piedi, rigirando fra le mani la coppola nera come fossero intenti a raggomitolare i fili di un’esistenza che l’età tarda confinava nell’amarezza dei consuntivi. Fasciati da una solitudine visibile come un’amputazione, si presentavano con timidezza, quasi che l’essere ancora vivi fosse un torto da farsi perdonare, ma il loro faticoso curvarsi sul crocefisso acquistava il significato di un’espiazione collettiva, una mortificazione antica che non era soltanto loro, ma stillava l’amaro di un’infinità di radici, forse nate nell‘alba del mondo.

Anche la loro voce aveva sapore di lontananza, mentre sussurravano parole spezzettate dalla commozione: si rivolgevano all’anima della moglie (non aveva importanza se morta un giorno o dieci anni prima) per farle sapere che la vita senza di lei non aveva senso, ch’erano stanchi e aspettavano la sua chiamata. Un monologo che invariabilmente finiva col franare in una vera e propria commemorazione, tirando in campo le virtù di quell’anima benedetta che tanto aveva lavorato e sofferto nel portare avanti una famiglia. Dilatazione della memoria che trasferiva nel mito una verità vissuta e che le donne presenti ricevevano come indiretto tributo alle loro funzioni di spose e di madri. Sentendosene investite, come protagoniste di un ruolo che misconosciuto in vita trovava giusto apprezzamento solo dopo la morte, non lasciavano passare inosservato quel momento di esaltazione e intervenivano a coro per rafforzare i termini della valutazione femminile.

Mentre il vecchio chiedeva angosciato: “Cce rrestu a ffare sobbra lla facce ti stu munnu ci m’à lassatu sulu… sulu comu fugghiazza allu jèntu?!…” (“Che resto a fare sulla faccia di questo mondo se mi hai lasciato solo… solo come foglia al vento?!…”), loro, rivolgendosi alla defunta in questione, che per essere già, presumibilmente, in Paradiso, chiamavano “Benett’ánima ti rázzia”(“Anima benedetta per grazia”), incalzavano: “Facennulu cattíu l’a fattu orfanu!…” (“Facendolo vedovo, lo hai fatto orfano!…”); e giostrando sul tono della pietà, furbamente inserivano, forse a monito di qualche marito presente, un proverbio scelto a loro emblema: “Casa senza fèmmina ete terra senza acqua”. Una definizione lapidaria della loro indispensabilità, e i cui termini di comparazione si agganciavano a due simboli (terra – acqua} ritenuti sacri da tutta la popolazione salentina.

Del resto erano sempre le donne a essere le vere protagoniste delle veglie funebri; e la loro presenza, così come la loro continua intromissione nella sottolineatura dei messaggi, sapeva di padronanza, come se presiedere agli uffici della morte fosse un loro naturale diritto, derivato dal fatto che erano loro, donne, a partorire la vita. Solo nel messaggio ti la perdunanza (di richiesta di perdono) non osavano intervenire, anzi se ne tiravano fuori in modo visibile, stringendosi contro le pareti della stanza e creando lo stacco di un vuoto fra loro, il postulante e il crocefisso.

La persona che, a cancellazione di un odio o rimorso, andava a chiedere perdono a un’anima offesa in vita e con la quale non era riuscita a rappacificarsi prima della morte, non doveva avvalersi di interventi estranei: il suo era un particolare caso di coscienza, e sebbene la confessione veniva fatta a voce alta, doveva pur sempre rimanere un atto di umiliazione personale, senza interferenze e patrocini terreni. Aspettavano perciò che il messaggio fosse concluso, prima di tornare ai loro posti e riprendere la cadenza mimata dei lamenti. Solo qualche vecchia, a chiusura della parentesi, quasi offrendosi a testimone di un patto di pace, si permetteva di dare un bacio supplementare al crocefisso, mormorando un “così sia” ch’era affermazione ma anche implorazione. Una libertà che si poteva prendere solo in nome dell’età avanzata, vista come scaturigine di particolari diritti e di altrettanti particolari doveri.

Uno dei doveri delle vecchie era proprio quello di procurare il crocefisso del bacio, ed era un compito che eseguivano con scrupolo, convinte di potere così suffragare tutte le anime sante del purgatorio. Non potendo i poveri permettersi un crocefisso da dedicare alla morte, erano loro ad andare a chiederlo in prestito alle famiglie ricche, e affinché l’atto di carità fosse più valevole, usavano rivolgersi alla famiglia meno amica, o per lo meno andare a bussare alla casa più lontana.

Avvolte nello scialle nero, che per l’occasione di lutto indossavano alla monacale, facendolo aderire basso sulla fronte e fermandolo attorno al viso come un soggolo, si presentavano ai portoni signorili con l’atteggiamento umile di chi si riconosce in bisogno, ma nello stesso tempo con lo sguardo fiero di chi sa che la sua richiesta non può, per cause maggiori, essere respinta.

Il crocefisso del bacio, infatti, non si negava mai, e non soltanto per il rispetto che si aveva verso la morte, ma per la paura di attirare, con quel diniego, la disgrazia nella propria casa.

A Cristu nicatu sècuta muèrtu chiantu” (“Alla negazione di un crocefisso segue il pianto per un morto in famiglia”), stabiliva un detto popolare; e giacché ai signori dispiaceva prestare il crocefisso dei propri morti, ne tenevano un altro esclusivamente dedicato alle richieste del popolo. Di legno, quasi sempre chiaro, era caratteristico per il Cristo di rame che, mantenuto lucido dal ripetuto strofinio di labbra, aveva barbagli strani, quasi sprazzi sanguigni. Avvolto in un quadrato di tela nera, lo si teneva a portata di mano, chiuso in qualche stipetto della sala d’ingresso dove c’erano anche un fascio di candele e una scorta di pezzuole di lino, oggetti anche questi di continue richieste.

Quello di famiglia, al contrario, essendo un oggetto che ci si augurava non dovesse servire mai, si conservava in uno dei nascondigli più segreti della casa, e sebbene venisse intenzionalmente dimenticato, al momento opportuno il più giovane della famiglia sapeva sempre dove trovarlo. Pur nella confusione o smarrimento che quelle tristi circostanze potevano generare, nessuno scordava i suoi compiti, anzi ognuno se ne faceva uno scrupolo nell’osservarli, ansioso di rispettare le tradizioni, ma forse più che altro rassicurato da una successione di regole che potevano avere valore scaramantico. A prelevare quel crocefisso doveva infatti essere il più giovane, e doveva farlo a tempo giusto, cioè quando la salma era già composta sobbr’a lla castellana e la fiamma dei quattro candelotti aveva già scavato la sua buca nella cera.

Sollecitato dai parenti, che gli tenevano dietro in processione, il ragazzo si avviava commosso a compiere la sua missione, anche se l’importanza e la responsabilità di quel gesto erano tanto grandi da non consentire spazio alle emozioni. Prima di prendere il crocefisso doveva segnarsi devotamente tre volte e attendere a che le donne gli appendessero al braccio, a mo’ di manipolo sacro, un asciugamano usato in occasione di un battesimo: uno di quegli asciugamani di lino che ogni famiglia ricca approntava per le nascite, contrassegnandoli con delle crocette ricamate a sfilato un angioletto eseguito a filè[†]. Esibiti con gioia al fonte battesimale, quei lini tornavano a galla nell’ora del dolore, e, sebbene in forma più dimessa, la loro presenza risultava altrettanto importante, giacché voleva significare che l’offerta di quel crocefisso veniva fatta in nome di un’innocenza non ancora in debito con la morte.

Il concetto di un’esistenza da scompitare col travaglio della fine scattava dopo, a veglia funebre conclusa, cioè quando, immediatamente prima dei funerali, il crocefisso doveva essere tolto dalle mani del morto. Un compito che spettava al più anziano della famiglia, il quale si sentiva in dovere di autoindicarsi come il più stanco della vita, facendo valere il rispetto per quella legge di naturali successioni che la morte non doveva assolutamente incrinare con mietiture fuori stagione.


[1] Ci sia concesso di rimandare il lettore al nostro “Per un’antropologia linguistica della memoria narrata. Invito alla riscoperta dell’opera etnologica di Giulietta Livraghi Verdesca Zain. ”, in corso di pubblicazione.
[2] LIVRAGHI VERDESCA ZAIN G., Tre Santi e una campagna. Culti magico-religiosi nel Salento fine Ottocento, Laterza, Bari 1994, p. XI

[3] L’immagine è tratta da una poesia inedita della Verdesca Zain, “Otranto: visita alla cappella dei Martiri”, ove leggiamo: «tu – Nino – poeta eremita / che moduli i giorni / in levigate consonanze d’amore / io / particella di un fiato / che trattieni con le unghie / come ultimo riverbero di un tramonto».

[4] In particolare si vedano le seguenti recensioni Cfr. BRONZINI G.B., Giulietta Livraghi Verdesca Zain, Tre santi e una campagna, in Bollettino storico della Basilicata, n. 10, 1994, pp. 337-342; IMBRIANI E., Giulietta Livraghi Verdesca Zain, Tre santi e una campagna, in Miscellanea storico salentina «Giovanni Cingolani», IV, 1995, pp.145-151; IMBRIANI E., Giulietta Livraghi Verdesca Zain, Tre santi e una campagna, in LARES Rivista trimestrale di studi demoetnoantropologici, Anno LXI, n. 4, ottobre-dicembre 1995, pp. 632-4.


[*] Per meglio comprendere la differenza di vedute nonché di usi che correva tra ricchi e poveri a proposito della morte, leggere della stessa autrice, Tre Santi e una campagna. Culti magico-religiosi nel Salento fine Ottocento, Laterza, Bari 1994, Cap. “Li manure ti Santu Itu”, pp. 119-129.
pubblicato su Spicilegia Sallentina n°6

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