Verso levante. Un secolo di poesia pugliese (1943-2013)

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di Alessandra Peluso

La poesia ha una verità estrinseca, è cromatica, si eleva al caleidoscopio della vita con l’umana bellezza di chi la scrive, ne parla, la comunica magari davanti ad un caffè proprio come era solito fare il nostro Antonio L. Verri (Caprarica di Lecce, 1949-1993).

Sulla scia indicata dal Verri, oggi si offre a testimonianza Verso levante. Un secolo di poesia pugliese (1943-2013), l’antologia poetica curata da Salvatore Francesco Lattarulo (Stilo Editore).

È un prezioso libello da leggere, contemplare, amare, da diffondere e poi custodire gelosamente. La cura di Salvatore Francesco Lattarulo è di grandissimo valore perché crede che la poesia abbia un senso, un significato che deve essere diffuso ovunque, deve insinuarsi e raggiungere le zone più impervie e imperscrutabili della mente umana.

«Tutti devono saperne di poesia», sembra un imperativo categorico che Lattarulo pone; tutti devono conoscere, indistintamente dall’amare o odiare, ma conoscere i propri poeti e – la terra pugliese – di poeti ne ha da invidiare. Così come è necessario sapere della loro storia che è insita nel “Dna” del territorio pugliese.

A cominciare da Antonio L. Verri che nel corso della sua vita dedica la stessa alla poesia in un altalenarsi sfuggente e quasi simbiotico, un’esigenza parlare di poesia per il poeta di Caprarica non certo roba di «poetine e poetini» come diceva lui. Non è una questione provinciale.

Da Marino Piazzolla, Luigi Fallacara, a Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, a Girolamo Comi descritto come «figura-ponte che permette di collegare le due zone contigue della Puglia, l’idruntina e la barese, in un itinerario che qui si snoda a rovescio rispetto all’ordine sequenziale degli autori antologizzati del volume, procedendo dal Capo al Gargano, dal mare alla montagna». (p. 25).

Verso levante è un pullulare di poeti che hanno tessuto le trame della storia della poesia pugliese, terra che si affaccia dove sorge il sole, a Levante appunto, che abbraccia i paesi del Mediterraneo caldi, solari, solitari, deliranti, discordanti in un ritmo contraddittorio eppur meraviglioso. Come polline hanno seminato i loro versi i nostri padri della poesia pugliese fino a generare figli desiderosi, ingordi di poesia come Lino Angiuli, Emilio Coco, Salvatore Toma, Antonio L. Verri: «Aspetto il pane quotidiano / delle tue parole / nate dal canto delle rose. / Aspetto il sussurro della tua voce / dall’intrico di chiome d’ulivi». (Grazia Stella Elia, p. 93). E ancora: «Quatti quatti / come randagi gatti / con due versi in tasca / frangemmo il muro / della notte / e del dolore». (Daniele Giancane, p. 123).

Poeti che hanno cantato la vita in poesia, per necessità, per mestiere – come afferma Rina Durante – con fatica hanno cercato di raccontare la verità di tutti e hanno raggiunto il loro scopo egregiamente, forse purtroppo di questa bontà somma non sono stati ripagati da tutti gli italiani allo stesso modo.

C’è tuttavia chi ancora oggi fortunatamente parla di poesia, la fa, la vive come si propone di fare con un progetto ambizioso e rischioso, probabile soggetto-oggetto di critiche insulse e pregiudi- zievoli, come spesso accade in terra pugliese, Lattarulo con questa antologia poetica dà voce a padri, figli e nipoti, permettendo di vivere e rivivere la Poesia con la P maiuscola.

Il lettore non può saltare alcun verso, né può permettersi di leggere scorrendo rapidamente, rischierebbe di soffocare, sì, perché i versi qui riportati comprendono tre generazioni di poeti dal nord della Puglia sino al lembo più a sud, il Salento, e impongono una doverosa attenzione, meditazione, contemplazione del verso, per far sì che si possa sentire l’odore della poesia, godersela, calarsi in versi vissuti sofferti, raccontati con fatica.

«Torniamo a casa stinti dall’inedia. / Nel cavo di una sedia. / Attorno al cavo cranio / un fascio di particolare compone / un tronco senza nome. Il corpo estraneo». (Enzo Mansueto, p. 173). Mentre «La gente s’ammazza / per la strada senza motivo. / Mi restano 4 gomme da masticare che si trasformano nella mia / bocca / in serpenti dalle bizzarre circonferenze». (Stefano Donno, p. 185).

E questo è solo un assaggio che dà il senso di come l’intera antologia poetica Verso levante. Un secolo di poesia pugliese (1943-2013), a cura di Salvatore Francesco Lattarulo sia da non perdere perché ognuno di noi possa conoscere la poesia delle nostre generazioni, possa tutelarla e trasmetterla orgogliosamente alle future con la stessa intensità, amore e sofferenza che è stata scritta e vissuta dagli uomini-poeti.

 

  • pubblicato su “Il filo di Aracne”

Notizie inedite su Matteo Tafuri (1492-1584). Nuove rivelazioni da un manoscritto seicentesco

M. Toma, Matteo Tafuri. Olio su tavola. Proprietà L. Galante
M. Toma, Matteo Tafuri. Olio su tavola.
Proprietà L. Galante

 

di Luigi Galante*

In una pagina famosa della sua Galatina letterata, pubblicata nel 1709, Alessandro Tommaso Arcudi dà una notizia, e tutti la ricordiamo, su Matteo Tafuri; ed è una notizia tanto celebre, quanto, come sempre per il Tafuri, controversa. Cosa scrive Arcudi? Egli ricorda “Conservavasi nella mia casa (degli Arcudi) la sua (di Gio. Tommaso Cavazza) Calvarie; insieme con quella del tanto nominato, e famoso al mondo Matteo Tafuro di Soleto, ma nell’anno 1672 a tempo ch’io facevo l’anno del noviziato, la vedova mia madre per alcuni timori e scrupoli feminili, fecele ambedue secretamente gettare nel publico cimiterio: non sapendo di che grand’uomini erano quelle, e di che bella memoria alla nostra casa”[1].

Molti studiosi si sono interrogati sul significato di questa ambigua parola: ‘calvarie’, perché quello che sembra il significato del termine più vicino al tempo in cui Arcudi viveva è indubbiamente ‘teschio’. Però certamente è sempre sembrato in qualche modo preoccupante che in una casa privata si conservassero dei teschi anche se appartenuti ad uomini illustri del passato; senza poi voler considerare la difficile compatibilità di questa conservazione con le regole della religione cattolica della quale Arcudi, dotto domenicano, era severo custode. Sicché è del tutto comprensibile che alcuni studiosi abbiano interpretato la parola ‘calvarie’ in modo diverso, ed abbiano sostenuto, non senza argomentazioni e riscontri, che il significato reale intendesse alludere invece a studi o scritti. Questa è stata l’opinione di esperti accreditati del mondo tafuriano e, a tacere di altri, ricordo il compianto Prof. Giovanni Papuli e la sua allieva Luana Rizzo[2]. Soltanto Luigi Manni, tra gli studiosi recenti, ha sostenuto con forte determinazione che per ‘calvarie’ non poteva che intendersi il teschio.[3]

Come stanno davvero le cose? Ancora una volta il dilemma è svelato da una inedita pagina del Galatinese Pietro Cavoti (1819/1890) che ci dà,oltre a questa rivelazione, una serie di sconosciuti particolari sulla sepoltura del Tafuri e, incredibile a dirsi, anche sulle vicende successive delle sue spoglie mortali. Facciamogli allora comunicare le notizie preziose che egli nelle sue peregrinazioni per la provincia, lesse in un antico manoscritto della famiglia Carrozzini, che oggi è probabilmente perduto, ma che nel 1884 si conservava a Soleto presso il canonico Giuseppe Manca il quale lo mise cortesemente a disposizione del Cavoti.

Ricordo dei fatti storici di Soleto da un manoscritto della Fam. Carrozzini. Matteo Tafuro morì il dì 18 novembre 1584, fu seppellito nella cappella di S. Lorenzo delli Tafuri a mano destra sotto l’immagine della Madonna con Nostro Signore. Furono tolte le ossa del filosofo di Soleto per volontà della Famiglia Carrozzini e deposte nel Monastero di S. Nicola in Soleto dentro una cassetta di legno con l’arme dei Tafuro. Vollero donare il teschio di questo insigne, alla famiglia Arcudi di Galatina. Alcuni frammenti dei suoi abiti consumati dal tempo e dai vermi, conservansi come reliquie da questa onorabile famiglia Carrozzini di Soleto. Notizie avute dal canonico Manca di Soleto. Conservasi detto manoscritto in casa sua. Mi mostrò il manoscritto per una mia visita il dì 26 ottobre 1884 per l’acquisto di alcune monete antiche trovate nell’agro di Soleto[4].

L’inclinazione del Manca a collezionare ed acquistare monete antiche, è confermata da una lettera dell’anno successivo, che il canonico scrive a Cavoti:  “Mio amatissimo Pietro. Ho visto le nove monete; pare appartengono al numero delle sessantatrè trovate qui. Sono greche e buone.… Se per vostro conto volete farne l’acquisto di qualcuna, preferite quella di Velia, cioè l’unica in cui si trovansi un leone, oppure qualcuna di Napoli scegliendola tra quelle che portano il bue a faccia umana barbato, le altre scartatele tutte, ma cercate di dar la preferenza a quella di Velia, che potreste pagarla £ 1:50 non più. Qui si son trovate molte altre, e nell’istesso luogo; basta ne parleremo. Vostro affezionatissimo amico e sempre Giuseppe canonico Manca[5].

Insomma, grazie al cimelio che Pietro Cavoti ci ha consegnato, e che è una ennesima riprova di quanto prezioso sia lo studio delle sue carte superstiti nel Museo galatinese, possiamo oggi dire non solo che Luigi Manni ha avuto, a sua tempo, la giusta intuizione, ma possiamo anche conoscere con esattezza il luogo della sepoltura originaria del Tafuri ; (cioè nella chiesa S. di Lorenzo dei Tafuri, e successivamente in S Nicola, oggi scomparse) e così combinando queste notizie con quelle di Arcudi , possiamo anche definire il destino finale del teschio tafuriano. C’è poi tra le cose da notare una data di morte: quella del 18 novembre 1584, che è a me pare, perfettamente bencredibile, perché contraddice, è vero, quella tradizionale divulgata da Girolamo Marciano (al 13 giugno 1582), ma è perfettamente compatibile con i dubbi di quanti hanno notato che nelle opere di Gian Michele Marziano (1583) e di Francesco Scarpa (1584), il Tafuri sembra essere considerato vivente[6].

Non mi parrebbe completo chiudere questo articolo, se non ricordassi anche il contributo iconografico importantissimo che Cavoti ha dato alla scuola tafuriana, non solo copiando da vari luoghi, e conservando per noi le immagini che io ho edito di Matteo Tafuri, ma anche quelle, sempre edite da me, di Sergio Stiso, suo predecessore, e dei suoi allievi, Cavazza, Scarpa e forse Lorenzo Mongiò. Perciò mi pare opportuno pubblicare qui due immagini cavotiane di altri due uomini legati forse al mondo tafuriano, e cioè quella di Giovan Paolo Vernaleone junior e di Stefano Corimba.

Infine aggiungo a complemento del ritratto molto importante del Galateo che ho pubblicato mesi fa insieme a quelli del Galatino,[7] anche il disegno cavotiano di un famoso amico galatinese del Galateo, Girolamo Ingenuo, che Cavoti copiò in casa della famiglia Tanza, da un originale che tutto lascia supporre essere perduto. Ma nelle carte cavotiane c’è di più: un ritratto di G.B. del Tufo8, che è poi il destinatario del famoso pronostico tafuriano che attende ancora di essere edito.

 

[1] A. T. Arcudi, Galatina Letterata (ristampa anastatica), Aradeo, 1993, pag. 49

[2] L. Rizzo, Umanesimo e rinascimento in terra d’Otranto: il platonismo di Matteo Tafuri, Galatina, 2000, pag 121

[3] L. Manni, La guglia L’astrologo La macara, Galatina, 2004, AGP, pag 113

[4] Il documento cavotiano è conservato presso il Museo Civico di Galatina, come tutti i ritratti riportati in queste pagine, comprese quelle nel saggio del Prof. G. Vallone, eccetto l’immagine tratta dal ms. Vat. lat. 6046. Essi sono di esclusiva proprietà del Comune di Galatina-Museo Cavoti. Per la riproduzione parziale o integrale delle immagini qui riprodotte, è vietata qualunque riproduzione senza autorizzazione scritta al Comune di Galatina, nonchè la richiesta di citazione dell’autore. Ringrazio l’Assessore alla Cultura di Galatina Prof.ssa Daniela Vantaggiato, che mi ha autorizzato alla pubblicazione.

[5] Lettera scritta dal canonico Manca di Soleto al Cavoti l’8 ottobre 1885. Cfr. L. Galante, Pietro Cavoti. I tesori ritrovati, , Galatina, 2007, EdiPan, pag. 76.

[6] G. Vallone, Restauri Salentini, in BSTO, Galatina, 1-1991 nota 14, pag. 155.

[7] L. Galante, Iconografia del Galatino, in Studi Salentini, LXXXV/2009-2010, pp. 75-88.

8  “Per un approfondimento sulla famiglia del Tufo vedi, L.  Manni La guglia L’astrologo La macara, Galatina, 2004, AGP,”

 

Pubblicato su “Il Filo di Aracne”.

Non essendo in possesso di autorizzazioni alla pubblicazione non abbiamo potuto riproporre le tavole citate nel testo

Viaggio nel Salento. Le torri costiere

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Torre Colimena

 

di Mauro De Sica*

Per la sua posizione geografica strategicamente importante, il Salento è stato da sempre considerato la principale porta verso l’Oriente e dall’Oriente. Infatti, nel corso dei secoli, il territorio salentino è stato terra di transito per l’Italia settentrionale e l’Europa, ma anche viceversa. Non si dimentichi che alcuni contingenti delle varie crociate partivano dai porti di Brindisi e Otranto.

Il continuo flusso di genti non si è mai interrotto, prova ne sia che dal 1992 sino a primi anni del 2000 i salentini hanno assistito, quasi impotenti, a sbarchi considerevoli di albanesi in cerca di lavoro. Oggi quel flusso di migranti, come tutti sanno, si è spostato a Lampedusa, Siracusa, Crotone ed altre località meridionali.

Va anche ricordato che il Salento ha subito nel corso dei secoli numerose invasioni e scorrerie da parte di pirati albanesi, turchi, saraceni, mori ecc.,che saccheggiavano le popolazioni rivierasche (soprattutto nel basso Adriatico), portando via monili d’oro e d’argento, preziosi arredi e quant’altro avesse un certo valore.Venivano catturati giovani aitanti per essere venduti come schiavi nei mercati orientali o anche destinati al “remo” delle galee. Nel caso in cui i rapiti appartenessero a famiglie facoltose, per il loro riscatto era richiesta una consistente somma di denaro.

Per ovviare alle continue scorribande, molte popolazioni preferirono abbandonare i villaggi costieri e rifugiarsi nell’entroterra a 5-6 chilometri di distanza dal mare, dove un attacco saraceno sarebbe stato meno probabile. Ovviamente i sovrani delle varie epoche, allarmati dalla grave situazione, tentarono in ogni modo di arginare il fenomeno piratesco, ergendo rudimentali costruzioni di avvistamento, poste in luoghi sopraelevati rispetto alle marine, per segnalare con fuochi, fumi o suoni acuti l’imminente pericolo. Le costruzioni erano situate a non molta distanza tra di loro per consentire in breve tempo la comunicazione visiva o acustica dell’avvistamento di imbarcazioni piratesche. I primi ad edificare costruzioni di riparo e di sorveglianza furono i Romani, senza però ottenere grandi risultati. Anche durante la dominazione bizantina, normanna, sveva, angioina e aragonese furono costruite diverse torri, prevalentemente a pianta quadrata, con basamento a scarpa e terrazza sommitale demarcata da merlature con delle feritoie sulle pareti.

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Torre Squillace

 

L’organizzazione difensiva di queste costruzioni si dimostrò spesse volte inadeguata nei confronti delle incursioni di pirati, che erano diventati un vero incubo per le popolazioni salentine rivierasche.

All’inizio del XVI secolo le torri assunsero una forma generalmente a pianta circolare, con basamento a scarpa e con l’ingresso sopraelevato, accessibile mediante una rampa di scale munita di ponte levatoio. Questo sistema, molto più sicuro dei precedenti, garantiva una certa protezione al personale che vi abitava.

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Torre Puntapenne – Brindisi

Grazie alle tante nuove costruzioni e grazie agli espropri delle torri private, fu finalmente ultimata la lunga catena di torri costiere nel basso Adriatico e nello Ionio salentino. La guarnigione di ciascuna torre fu affidata a militari spagnoli, molto esperti in materia di avvistamenti e di resistenza ai saccheggi.

Alla fine del ’500 in tutto il Regno di Napoli si contavano ben 400 torri, rispettivamente disposte a distanza variabile dai due ai cinque chilometri e distribuite con adeguati criteri logistici lungo la costa.

Nel Salento troviamo circa 80 tra torri di avvistamento e fortini costieri, alcuni dei quali sono giunti quasi intatti sino ai giorni nostri, molti altri invece non sono riusciti a sopravvivere al tempo e all’incuria dell’uomo, altri ancora sono addirittura scomparsi. Va comunque osservato che il disfacimento di alcune torri è da attribuire soprattutto alla trascuratezza delle varie municipalità d’appartenenza, le quali, oltre ad utilizzare materiali di scarsa qualità nella loro costruzione, non provvedevano ad eseguire i periodici lavori di manutenzione e di consolidamento. Come dire che, anche a quelle epoche, la corruzione nella realizzazione e nella gestione di importanti opere pubbliche era viva e si faceva sentire.

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Torre Suda
  • pubblicato su “Il Filo di Aracne”

Il Risorgimento italiano. La sottomissione e l’umiliazione dei meridionali

Piccoli patrioti, di Gioacchino Toma
Piccoli patrioti, di Gioacchino Toma

 

di Rino Duma*

Il plebiscito-farsa

Dopo l’ingresso trionfale di Garibaldi a Napoli, l’annessione del Meridione al Regno di Sardegna fu legittimata istituendo un plebiscito-farsa per ottenere dagli stati europei il loro beneplacito, ammantando ogni cosa con una veste di legalità. Il 21 ottobre 1860,il popolo duo-siciliano fu chiamato ad esprimere il proprio parere sull’annessione al Regno di Sardegna. Come era nelle previsioni, gli elettori si dichiararono favorevoli a larghissima maggioranza, legalizzando in tal modo il passaggio della sovranità dai Borbone ai Savoia.Ad onor del vero, al plebiscito partecipò solo il 19% della popolazione attiva, rappresentato esclusivamente dalle classi sociali agiate, soprattutto borghesi, buona parte delle quali era di stampo liberale. Nonostante ciò gli elettori furono costretti ad esprimere il voto palesemente, deponendo la scheda in una delle due urne, contrassegnate dal “sì” e dal “no”. Solo poche migliaia di persone, fedeli alla loro terra e al sovrano deposto, ebbero il coraggio di dissentire, ma furono irrise, minacciate e, in alcuni casi, picchiate e uccise.C’èda aggiungere che furono in molti, garibaldini compresi, a votare più volte, specialmente nelle grandi città. La stragrande maggioranza della popolazione, però, quella che aveva un reddito molto basso, quella abituata a curvare la schiena per dodici ore al giornonei campi, nelle industrie, nei cantieri, nei porti,quella popolazione, cheaveva a cuore re Francesco, venneinopinatamente esclusa dal voto.

Il plebiscito, insomma, fu un volgare e meschino imbroglio, degno solo della peggiore “mafia”, quella dei “colletti bianchi”, della quale i piemontesidell’epoca furono i precursori, lasciando un solco ben profondo dentro cui i futuri governi si mossero non sempre nell’interesse del popolo e delle parti sociali più bisognevoli.

Con l’unificazione dell’Italia, i governanti di Torino pianificarono scientificamente il declassamento della società civile del Sud.

 

La destabilizzazione di uno stato-moderno

Impossessatisi proditoriamentedel potere, i piemontesi cambiarono di colpo i connotati all’ordinamento giuridico, fiscale, economico, istituzionale, sociale e, soprattutto, di vita del Meridione. Furono immediatamente rimossi i magistrati di ogni livellogiudiziario, tranne quelli di comprovata fede piemontese, i questori, gli intendenti e i sovraintendenti, i prefetti, i comandanti di importanti presidi militari, i direttori dei maggiori uffici statali. I principali personaggi della vita pubblica d’un tempo furono sostituiti da funzionari piemontesi o lombardi. I sindaci furono catechizzati ad adoperarsi pro bono pacis e a sedare in ogni modo e con ogni mezzo le varie contestazioni locali, pena l’esclusione da eventuali sussidi nazionali.

Il sistema fiscale borbonico esonerava dal pagamento dell’imposta sul reddito le classi sociali meno abbienti, mentre prevedeva per quelle più agiate il pagamento di un unico tributo per singolofuoco(nucleo familiare). Tale sistema fu sostituito da un focaticoche colpiva tutte fasce reddituali, anche quelle più basse, che erano tassate in base al numero dei componenti di ognifuoco e in proporzione al reddito prodotto.

Furono istituite le famose ed inique tasse sul macinato e sul sale, che non tutti i cittadini riuscivano a sopportare. Furono creati ex novo balzelli, gabelle, dazi e piccole imposte che tartassavano in continuazionela vita quotidianaad ogni livello.

L’aspetto, però, che, più d’ogni altro, determinò una protesta di grande e grave portata fu l’istituzione della leva militare obbligatoria di cinque anni. Vale la pena ricordare che con i Borbone il servizio militare non era obbligatorio, bensì volontario. Questa inaspettata imposizione comportò un improvviso calo della manodopera nelle campagne, nelle officine e nelle industrie, che, per buona parte, furono costrette a ridimensionare sensibilmente la produzione. Ciò determinò, nel giro di poco tempo, un calo consistente della florida economia agraria ed industriale del Mezzogiorno.

Pian piano andò aumentando tra i giovani la contestazione ed ilrifiuto di prestare l’iniquo servizio di leva. Molti di loro subirono gravi processi penali e l’incarcerazione nelle fredde prigioni di Fenestrelle, nell’alto Piemonte, nelle quali, in precedenza,erano finiti i soldati borbonici che si erano rifiutati di passare nei ranghi dell’esercito italiano. L’unica possibilità per i renitenti era rappresentata dalla latitanza nei boschi, dove in tanti impugnarono lo schioppo e diventarono “briganti”,non per derubare ma per difendere la loro terra dallo straniero, come più tardi fecero i “partigiani” contro i tedeschi a tutela del suolo patrio.

 

Il fenomeno del brigantaggio

Già mezz’anno dopo l’Unità d’Italia, in diverse zone del Meridione, iniziarono a costituirsi bande armate di giovani renitenti, contadini e manovali senza lavoro con l’unico intento di riportare sul trono re Francesco di Borbone. Le prime schermaglie videro quasi sempre prevalere le bande brigantesche, che attaccavano drappelli di carabinieri in perlustrazione,tendendo loro degli agguati, per poi ritirarsi repentinamente nei boschi. I militari italiani subirono pesanti perdite, tanto che il governo centrale fu costretto ad adottare nuove strategie, rafforzando i servizi di pattugliamento e richiamando nel Meridione un esercito di centomila soldati. Fu inoltre approvato in Parlamento il disegno di legge del deputato abruzzese, Giuseppe Pica, che prevedeva condanne capitali nei confronti dei renitenti alla leva, di coloro che fornivano armi, viveri ed ogni sorta di aiuto ai briganti. La lotta si inasprì a tal punto da culminare con la distruzione di interi paesi, dei quali ricordiamo Casalduni e Pontelandolfo. L’ordine impartito dal famigerato gen. Enrico Cialdini ai suoi soldati fu quello di “non lasciare pietra su pietra”. Furono compiuti atti di estrema e inaudita violenza: i maschi fucilati, i bambini e i vecchi sgozzati, alcune donne, quelle belle tanto per intenderci, violentate a più riprese e, a spregio, infilzate con la baionetta nella vagina. Si vantò dell’impresa il crudele generale, esaltando le gesta dei suoi soldati e definendo i meridionali con una frase che rappresenta il razzismo più becero ed umiliante che nessuna pacificazione futura potrà mai cancellare.

Questa è Affrica(sic), altro che Italia!… I beduini, a riscontro con questi cafoni, sono latte e miele!”.

 

L’aggressione al sistema monetario

Abbiamo avuto modo di ricordare in altre sedi che la grande ricchezza monetaria borbonica, secondo quanto dimostrato in Parlamento dal Presidente del Consiglio dei Ministri, Francesco Saverio Nitti, ammontava a 443,2 milioni di lire-oro (si badi che ogni lire-oro pesava ben 4,5 grammi di oro e che oggi il suo valore equivarrebbe a non meno di 170 €). Se si prova a moltiplicare i milioni di lire-oro per il valore dellasingola lira si ottiene il considerevole importo di oltre 75 miliardi di euro. Chi scrive è dell’avviso, però, che non si trattava di lire-oro, ma di ducati d’oro, ognuno dei quali pesava 19,109 grammi e valeva intorno a 700 euro. Se ora proviamo a rimoltiplicare per questo nuovo valore, ci troviamo di fronte all’iperbolico importo di oltre 300 miliardi di euro! Comunque sia il fiume di denaro servì a coprire una minima porzione dell’enorme debito pubblico piemontese. La rimanenteparte, che ammontava a ben 120 milioni di lire-oro, fu equamente distribuita a tutti i cittadini del neo stato unitario.

Nel Meridione d’Italia, al posto del ducato, fu introdotta la lira-oro, che rimase in circolazione solo per pochi anni; in seguito fu sostituita da quella cartacea, che subì ripetutamente una continua svalutazione.

 

L’aggressione al sistema economico

Anche il sistemaeconomico subì un violento attacco. Agli inizi del 1863, l’immenso stabilimento metallurgico di Pietrarsa fu concesso in affitto, per 30 anni, alla modica somma di 45.000 lire, all’imprenditore Iacopo Bozza, vendutosi anima e corpo al nuovo governo.Per incrementare i profitti, il nuovo padrone ridusse drasticamente i posti di lavoro e la paga oraria, mentre aumentò le ore lavorative giornaliere per ogni operaio. Tali iniqui provvedimenti determinarono, come logica conseguenza,l’indizione di scioperi, da cui sfociarono gravi disordini repressi nel sangue. Il 6 agosto 1863 una carica di bersaglieri provocòla morte di 7 operai e il ferimento di 20.In seguito l’industria si riprese, ma mantenne dimensioni ed ambiti alquanto modesti.

Anche i grandi stabilimenti siderurgici di Mongiana in Calabria conobbero la stessa sorte. L’acciaio calabrese era il migliore in Europa, tanto da far invidia agli stessi inglesi, che se ne approvvigionavano in continuazione. Subito dopo l’Unità d’Italia, il governo italiano preferì ridimensionare gli efficienti stabilimenti della “Ruhr calabrese”, per favorire lo sviluppo di altre industrie del settore sorte nel nord. Gli stabilimenti calabresi, insieme alle vicineminiere di limonite (minerale di ferro), furono svenduti all’imprenditore calabrese Achille Fazzari, che tentò in ogni modo di riattivarli, impegnando tutte le sue risorse finanziarie ed assumendo ben duemila operai. Dopo alcuni anni di sacrifici e in mancanza di aiuti governativi, fu costretto a ridimensionare di molto l’attività, sino a chiuderla definitivamente.

Un consistente ridimensionamento subirono i cantieri navali di Castellammare di Stabia, le grandi cartiere campane, il setificio di San Leucio e i numerosi opifici dell’indotto. Lo stesso porto di Napoli, un tempo affollato di bastimenti e piroscafi commerciali, in entrata e in uscita, conobbe una crisi lenta ed inesorabile.

Furono in tante le maestranze, insieme ai moderni macchinari, ad essere trasferiti nelle industrie del nord. Furono in tante le opere d’arte trafugate dai palazzi reali e nobiliari per arredare quelli del nord e, perfino, i loro musei.

Tra i tanti provvedimenti scellerati adottati dal nuovo governo sono da ricordare l’incentivazione riservata ad aziende settentrionali ad investire nelle industrie e nel commercio del Sud, la privatizzazione del settore industriale pubblico, l’eliminazione dei dazi borbonici sull’importazione, che comportò il crollo del commercio internazionale ed interno. Scelte inopportune che determinarono il drastico ridimensionamento della produzione, la chiusura di diverse fabbriche e il conseguente licenziamento di migliaia di lavoratori.

In pochi anni, insomma, la grande economia del Sud fu costretta ad inginocchiarsi e a conoscere l’onta dell’umiliazione e della povertà.

Allo smisurato e incolmabile danno, seguì un’atroce e meschina beffa. Uno strisciante ed ignobile terrorismo psicologico s’insinuò nella coscienza della gente del Sud, che arrivò perfino a gratificare i loro stessi persecutori, considerandoli ed acclamandoli alla stregua di salvatori e benefattori. Attraverso la sistematica falsificazione della verità storica fu esaltato il mito risorgimentale. I giornali, le riviste, i romanzi, le commedie, i racconti, le canzoni, le opere letterarie e musicali, e, soprattutto, i libri di storia rappresentarono gli strumenti che fecero, apparire “vero” il “falso” storico. E ci riuscirono.

 

L’emigrazione

Dal 1863 in poi iniziarono i “viaggi della speranza”. Molti meridionali, per far fronte alla povertà e ai seri problemi ad essa collegati, decisero di abbandonare il loro paese e partire “per terre assaje luntane”, nella speranza di trovare un lavoro e una vita più dignitosa. Con un carico di poche valigie, interi nuclei familiari s’imbarcarono su bastimenti, vecchi e fatiscenti, verso “la Mèrica”, tutti ammassati in coperta, alla stregua di animali, per giorni, per mesi, privi di un ben che minimo supporto igienico, con due pasti quotidiani poco energetici, con una latrina comune situata in una zona non molto riservata del ponte, con un paio di infermieri che facevano da medici, con gli occhi protesi sempre all’orizzonte alla ricerca spasmodica della terraferma, che forse li avrebbe riportate a nuova vita.

Alcuni piroscafi affondarono a seguito di violente tempeste, ad altri non fu concesso di attraccare in porto perché a bordo vi era un’epidemia di colera o di tifo, altri ebbero la fortuna di approdare e di scaricare il prezioso “oro umano”, comprato a basso prezzo da mercanti senza cuore. Furono in molte le famiglie a patire le stesse sofferenze italiche. La gente si arrabattava alla meglio, viveva in squallide stamberghe prive delle essenziali condizioni di vita, mangiava cibo di scarsa qualità e si copriva con luridi stracci. Solo in pochi ebbero la fortuna di affermarsi e di costruirsi una vita adeguata alle loro aspettative.

In cinquant’anni di emigrazione, ben 10 milioni di italiani abbandonarono la loro patria. Di questi, la maggior parte erano meridionali, veneti e friulani, una modesta parte di altre regioni, anche del Piemonte. Solo nel 1915 la partenza verso le Americhe s’arrestò come d’incanto. I giovani, però, partirono ugualmente verso un destino ancora più crudele del migrante, partirono per la “Grande Guerra” per essere utilizzati come “munizioni” da mitraglia e palle da cannone contro gli Austriaci, a difesa di interessi e privilegi dei “Savoia”, che portarono,in settant’anni di regno, miseria e lutti alla maggior parte degli italiani. Poi, terminata la guerra, l’emigrazione riprese intensa sino alla fine degli anni ’60… e furono in tutto 14 milioni di disperati, sparsi in tutto il mondo.

Conclusione

Gentili lettori, la storia che vi ho raccontato non è affatto una storia inventata, né tantomeno una storia di parte, bensì una storia realmente accaduta e che mai alcun libro di scuola ha inteso ricordare e tramandare alle giovani e fuorviate generazioni di oggi.

Ora che avete letto i miei brevi scritti, vi invito a soffermarvi per qualche minuto, a meditare e a trarre le dovute riflessioni. Fatelo senza dare ascolto all’ingannevole richiamo che viene dalla vostra diversa appartenenza territoriale, politica, religiosa, sociale. Se lo ritenete opportuno, andate a consultare un buon libro di storia, oppure fate delle ricerche approfondite su Wikipedia. Vi accorgerete che le mie affermazioni non sono dettate da ragioni faziose, ma sono sacrosante e rispondono al vero. Perciò, continuate a meditare e, se potete, calatevi per qualche attimo nei panni di quella poveragente del Meridione che all’improvviso si trovò a subire l’occupazione straniera e a vivere un dramma epocale.

Fatelo – vi prego – anche se vi costerà molta fatica e susciterà in alcuni di voi rammarico, rincrescimento e rabbia. Solo in questo modo potrete capire quanto ebbero a soffrire le genti del sud e quanto ancora si facciano sentire, a distanza di 150 anni di Unità,alcunediscriminazioni sociali tra le varie genti italiche. Dispiace dirlo, ma oggi siamo molto distanti dal considerarci “Fratelli d’Italia”. Ciò nonostante “W l’Italia!”.

*Pubblicato su  “Il filo di Aracne”

Aldo Bello, giornalista e poeta galatinese

da www.galatina.it
da www.galatina.it

 

di Maurizio Nocera

Galatina, la città che gli aveva dato i natali il 7 settembre 1937, ha perduto (Roma, 2 dicembre 2011) uno dei suoi più grandi figli, non minore ad altri illustri personaggi che la Città ha sempre vantato di avere visto nascere.

Aldo Bello è stato giornalista, inviato speciale, economista, storico, meridionalista, saggista, direttore di testate televisive e di diversi altri giornali, poeta. Chi avesse l’interesse di conoscerlo meglio è sufficiente andare in internet e, cliccando sulla rivista «Apulia», con facilità si accorgerà di quanto ampio sia stato il suo contributo critico letterario alla varia umanità. Ma il suo massimo contributo di saggista economico e letterario l’ha dato al Salento attraverso la fondazione e la direzione per oltre tre decenni della rivista della Banca Popolare Pugliese, meglio conosciuta come «SudPuglia», poi «Apulia». Questa rivista nacque nel 1974 con la testata «Rassegna della Banca Agricola Popolare di Matino e Lecce»; successivamente (1983) la testata divenne «SudPuglia», infine, settembre 1994, «Apulia». La rivista oggi, con la morte del suo fondatore e direttore, ha chiuso definitivamente le sue pubblicazioni dopo quarant’anni di ininterrotta attività.

Aldo Bello, oltre che giornalista, ha scritto diversi libri. Ne cito qui qualcuno: Terzo Sud (1968), un saggio dedicato all’annosa questione meridionale; Poeti del Sud (1973), una raccolta importante delle più interessanti voci poetiche del Meridione d’Italia; La mattanza (finalista per la narrativa – opera prima – al Viareggio 1973); Le lune e Riobò (1978); L’idea armata (1983), una riflessione dall’interno dei gruppi eversivi dell’ultra sinistra; Amare contee, un viaggio in Puglia (premio Ciaia-Martina Franca, 1985), un ritratto della regione ricavato attraverso le voci dei più importanti personaggi; Economia e civiltà di Terra d’Otranto. Dal Consorsio Agrario di Matino alla Banca Popolare Sud Puglia (1988); Passo d’Oriente (1992), dove sono registrate le esperienze di viaggio e di guerre nel Medio Oriente; Il salice e l’imam. Califfi Oriente e Occidente del Ground Zero (2002), dove è possibile leggere la realtà contraddittoria interculturale Occidente/Oriente, del dopo Ground Zero. Sul fronte della narrativa, si è cimentato inizialmente con la forma del racconto breve (Il sole muore, del 1973, poi riedito con revisioni ed integrazioni come Le lune e riobò già ciato); in seguito, con il romanzo La Mattanza, anch’esso già citato.

Alcuni (quasi tutti) di questi libri, Aldo me li ha donati quando con dediche quando semplicemente brevi manu. E tra di essi ce ne sono due ai quali sono molto legato. Mi riferisco a Poeti del Sud, del 1973, e Amare contee, un viaggio in Puglia, del 1985.

Poeti del Sud è un ampia antologia che Aldo Bello curò con la passione letteraria di un poeta perché, per me, pur’egli è stato tale, anzi uno dei più fini. Tanto per citare i salentini che fanno parte del lungo elenco dei 73 antologizzati, cito: Salvatore Bello (Galatina), Vittorio Bodini (Lecce), Raffaele Carrieri (Taranto), Girolamo Comi (Lucugnano), Nicola G. De Donno (Maglie), Enzo Miglietta (Novoli), Donato Moro (Galatina), Enzo Panareo (Lecce), Vittorio Pagano (Lecce), Albino Pierro (Taranto), Lucio Romano (Galatina).

Nella sua lunga premessa, Bello, dopo avere analizzato le origini e le peculiarità della poesia di altre regioni meridionali, a proposito di quella pugliese, scrive: «Con la Puglia il discorso sulla poesia meridionale si può ampliare notevolmente: Di per sé, questa regione, appiattita su mari che furono campo d’azione di mercanti, colonizzatori, fuggiaschi, bucanieri e predatori, divenne dapprima terra di conquista, e successivamente ponte di passaggio di vari popoli./ Le civiltà e le culture, dunque, si sovrapposero fin dai tempi più antichi, lasciando inconfondibili testimonianze storiche, artistiche, linguistiche, condizionando pensieri, usi e costumi, strutture urbanistiche, concezioni di vita e di lavoro. Valga su tutti l’esempio del Salento, isola d’anima greca e di cultura varia (più greco-bizantina a sud, più spagnolesca al centro, con residui linguistici anche francesi. […] In questo quadro, la poesia pugliese si illumina variamente, si sente più aperta agli influssi europei, classici e moderni, ne assimila con immediatezza le poetiche, penetrandole e rivivendole autonomamente» (p. XI).

Del secondo libro a me caro, Amare Contee. Un viaggio in Puglia, del 1985, c’è da sottolineare il fatto che anche in questo caso si tratta di un viaggio del curatore attraverso una serie di interviste a personaggi che hanno fatto la storia della regione, alcuni dei quali sono: Giuseppe Giacovazzo, Ennio Bonea, Brizio Montinaro, Lionello Mandorino, Mino delle Site, Maria Corti, Mario Marti, Donato Valli, Oreste Macrì, Nicola G. De Donno, Ennio De Giorgi, Emilio Greco, Carmelo Bene, Renzo Arbore, Domenico Modugno.

Nella sua introduzione, Aldo Bello, a chiusura di una lunga riflessione sulle radici e le alterne vicende non di una regione ma almeno di tre Puglie, scrive: «Se mai un aggettivo si attagliò a tutte le Puglie, è amaro. Attribuito a contea (l’uno e l’altra di memoria bodiniana [ancora un poeta]) e volto al plurale, dà il titolo a questi incontri […] che cosa avrei risposto io, se per avventura fossi stato dall’altra parte dell’intervista. Avrei parlato di me e delle mie vicende e cose, come tutti gli spiriti attori, o degli altri e delle loro storie, come tutti gli spiriti osservatori? Un notevole sforzo di mimesi, di identificazione, intanto, ha richiesto questo stare di fronte, di volta in volta, a personaggi di cultura, sensibilità, vocazioni varie e anche in contrasto: sempre disponibili, spesso sorpresi, mai reticenti. Nessuna mediazione nei giudizi formali e di merito. […] Ma, infine, che cosa avrei risposto io? “Ora so che cosa mi portavo in giro per il mondo: questa luce”, mi diceva un amico pittore assente dalla Puglia da vent’anni, ritornato per poco e per caso. La stessa luce che aveva meravigliato Tecchi. Quella che “forma le forme”, secondo Calò. La luce che ispirò Pitagora e Archita. Ecco di chi avrei parlato: di coloro che vivono dentro questa luce che scolpisce da sé, e dà chiarezza di pensiero e lealtà di comportamento. Se non altro, per smentire – ancora una volta – la divina insolenza di Dante, il quale volle “bugiardo ciascun pugliese”. E non sapeva, il gran fuggiasco, che in una pianura schiacciata da (in) questa luce sono verità anche le più levantine bugie, il progetto più onirico, la vita più propositiva o più dissipata, le storie più vere o più fantastiche. Ulisse non conobbe queste Puglie. La sua odissea – che, come tutti i nostòi, meritò Itaca come castigo di chi non aveva scoperto l’ultima verità – manca di un capitolo. O di uno splendido intermezzo» (p. 39).

Aldo Bello è un grande Galatinese che sarà difficile dimenticare. Per questo, mi piace ricordarlo qui nel suo sodalizio con i poeti salentini, in particolare con Antonio L. Verri, del quale quest’anno cade il ventesimo anniversario della morte (9 maggio 1993). Aldo ebbe un sincero e profondo rapporto amicale col poeta di Caprarica di Lecce, rapporto che si evince dalla lettura di una sua lettera del 25 ottobre 1996, in risposta all’invio della bozza del mio poemetto Antonio! Antonio. O dell’amicizia che, per la prima volta, vide la luce nel 1998. Mi permetto di sottoporla alla rivista «Il Filo di Aracne» e a chi ha voglia di leggerla:

«Carissimo Maurizio,/ e tre! In ventiquattrore Antonio Verri è riemerso tre volte. Ieri sera ho trovato fra le mie carte il racconto di una sua visita al convento dei cistercensi di Martano, e subito dopo un saggio di Nicola Carducci sulla sua opera; stasera trovo la tua lettera con le bozze che ho letto e riletto, ti prego di credermi, con un nodo alla gola. Antonio c’è tutto: con la testa e col cuore. Con la voce. Col suo modo di essere e di fare. Bisogna essergli (stato) molto amico, profondamente e assolutamente amico, per scrivere quel che hai scritto tu; per svelare con tanta naturalezza di poesia e disperazione di sentimenti i segreti di un sodalizio totale, qual è stato il vostro. Trovo splendidi tanti tuoi “passaggi”, le invenzioni che vorrei definire (altrimenti, perché tante affinità e tanta contiguità?) “verriane”, la testimonianza composita in sé, e la memoria che si fa nostalgia tanto più dolorosa e lacerante quanto più dai virgolettati emergono versi e frasi che conoscemmo appena nati nei Belli-Luogni di Lecce, di Castro, di Galatina, di Matino, ora – devo confessare – un poco deserti, schivi: per la paura che assale di pensarsi ormai soli definitivamente defraudati./ “Impossibile dimenticare.| Meglio fuggire…” scrivi. Fuggire? Non facciamoci illusioni. Antonio non ci ha lasciato tracce, segni superficiali sulla pelle; ma solchi abissali. Ha spostato la nostra meridiana sulla sua ora, sul suo ritmo del tempo, sui suoi orizzonti inquieti. Prima di essere Assenza, ferita insanabile nella carne. Quale tu impudicamente (e per questo di più t’ammiro) esibisci al mondo bue. Che non capirà mai. Ti ringrazio per questi fogli, per gli scenari che vi ricrei, per i climi e le atmosfere che intensamente disegni, e dentro i quali mi ritrovo del tutto, fermo a quell’alba di maggio, quando Antonio Errico urlò più volte al telefono il nome di Antonio, senza riuscire a dirmi altro. Il nostro “Signore dalle ali spiegate” era “volato via”. Ora è lo stesso sgomento di allora. La stessa domanda senza risposta. La stessa ragione: la nave Castro è colata a picco nel cielo irto di vecchi stupidi ulivi addormentati. Mi spiace per quest’estate. Ti avrei visto molto volentieri…/ D’altra parte, come puoi immaginare, ho perso i contatti con molti amici, dopo quella notte-alba. Antonio aggregava, sollecitava, scopriva. Mi ha sorpreso non poco la tua descrizione della sua stanchezza. Era il moto perpetuo, il suo sistema neuronico era sempre vibrante, faceva fibrillare anche tutti noi. Una parentesi irripetibile…/ Intanto, ti abbraccio caramente./ Aldo».

Pubblicato su “Il filo di Aracne”

Nicola De Donno: la poesia dalla mente al cuore

de donno nicola

di Giuseppe Magnolo

Nicola De Donno, una delle voci più importanti nel panorama della poesia salentina. Il poeta magliese è venuto a mancare il 7 marzo 2004 all’età di 84 anni. La circostanza ci sollecita a ricordarne la grande umanità, la vasta cultura, e soprattutto l’alto valore della sua produzione in versi, che si distingue per ampiezza di temi, qualità formale, profondità di sentire.

Laureato in filosofia alla Scuola Normale di Pisa, De Donno fu docente e preside nei licei. Sensibile alle tematiche sociali e assertore convinto del valore della cultura salentina, volle promuoverla rimanendo ancorato alle proprie origini anche in ambito professionale oltre che linguistico-culturale. Assai importanti i suoi contributi all’innovazione scolastica, che a partire dagli anni settanta del secolo scorso videro il liceo “Capece” protagonista di primo piano a livello nazionale nella sperimentazione di nuovi indirizzi di studi e metodologie didattiche. Importanti anche i suoi contributi connessi all’esperienza di Tempo d’Oggi e alla “Società di Storia Patria per la Puglia”.

La poesia di Nicola De Donno è fortemente caratterizzata dalla sua scelta di usare il dialetto salentino, anzi magliese, volendo egli con ciò mantenere salde le proprie radici non solo con il suo ambiente originario ma anche riguardo al codice linguistico, di esso ritenuto componente essenziale. Lungi dall’intendere l’espressione dialettale come una forma limitativa di provincialismo culturale, De Donno la riteneva una logica conseguenza del particolarismo regionale che sempre ha contraddistinto la storia italiana, attribuendole una funzione assolutamente positiva, che può consentire alla cultura nazionale di accogliere e rispecchiare una pluralità di lingue e culture diverse. Il dialetto è quindi da lui considerato come la lingua degli affetti autentici, della spontaneità sincera, rispetto alla lingua nazionale destinata ad esprimere contenuti puramente utilitaristici, istituzionali o di scambio, che sono agli antipodi della poesia.

Sul piano tematico i connotati fondamentali della ricerca poetica ed esistenziale di Nicola De Donno muovono inizialmente da un tormentato agnosticismo, in cui ragione e senso producono un impeto di ribellione contro le miserie e i mali del cosiddetto vivere civile, mentre l’impulso verso la trascendenza, costantemente avvertito con lacerante delusione, impatta contro gli usi strumentali a cui essa si presta attraverso le figure di ordini gerarchici primariamente rivolti a sancire privilegi e collusioni con l’establishment. Pertanto l’esperienza del mondo reale è progressivamente pervasa dall’ombra di una sofferenza individuale che sfocia in un pessimismo cosmico, tale da non lasciare alcuno spazio alla rassegnata accettazione dello status quo se non nel presupposto che la morte sia l’esito naturale di tutte le cose, l’unica certezza su cui la coscienza possa fondare la possibilità di apprezzare la vita per quello che essa veramente è, lungi da illusioni ingannevoli.

Questo senso di delusione e di risentimento nella produzione poetica di De Donno è contraddistinto nelle raccolte iniziali da spirito prevalentemente satirico, rivolto ad aspetti e a circostanze occasionali propri dell’ambiente salentino di appartenenza, come si può constatare nei componimenti di Crònache e Paràbbule (1972) e Paese (1979). Successivamente la riflessione si orienta verso una più ampia prospettiva storico-sociale, riferita a vicende sia di taglio personale, come l’esperienza della seconda guerra mondiale e la campagna di Russia (La guerra guerra, 1987), che di rievocazione storica, in particolare la presa di Otranto da parte dei Turchi nel 1480 (La guerra de Uṭrantu, 1988). Queste opere presentano un comune legame nella tendenza dell’autore a considerare la storia dal punto di vista degli umili, che sono sempre la parte perdente in ogni conflitto.

Nella fase poetica più avanzata l’ispirazione assume toni più intimi e personali, focalizzandosi soprattutto su temi esistenziali: lo scorrere del tempo, il mutare delle stagioni, la perdita degli affetti (Mumenti e ṭrumenti, 1986). Il confronto con l’idea della morte e ciò che può sopravviverle, la riflessione sul senso della vita, ed infine la ricerca di uno spiraglio verso la fede pervadono le ultime raccolte (Lu senzu de la vita, 1992; Palore, 1999; Filosufannu?Cu lle vite la vita, 2001).

Considerando le strutture poetiche adoperate da De Donno, è facile constatare come anche per questo versante egli intendesse muoversi nell’alveo della tradizione letteraria, che per lui rappresentava non solo un indispensabile legame con il passato, ma anche una forma di autoimposta disciplina che da un lato tutelasse l’estro creativo da impulsi troppo dirompenti, e dall’altro preservasse un senso di rispetto verso il lettore e le sue possibilità di comprensione del prodotto artistico. Queste ragioni sono alla base delle sue scelte per quanto attiene alle forme adottate, in particolare la sua marcata preferenza per una struttura poetica breve e pregnante come il sonetto.

È comunque significativo il fatto che nei componimenti delle ultime raccolte il senso della rinunzia verso le sollecitazioni dell’esistenza fisica si rispecchi spesso nell’abbandono della consueta compostezza metrica in favore di una estrema stringatezza di linguaggio, con una tecnica di marcato sfrondamento.

Nella convinzione che la formulazione di un giudizio generale sulla poesia di qualunque autore sia meno rilevante rispetto alla necessità di rendere chiaramente percepibile per il lettore le qualità peculiari da cui esso scaturisce, riteniamo opportuno far parlare i testi, seppur con l’essenzialità richiesta da un saggio breve. A tal fine riportiamo tre sonetti, che pur nella diversità tematica che li distingue, possono ben rendere sia l’intensità dei sentimenti dell’autore che la sua efficacia espressiva. Il primo componimento è classificabile come poesia visiva. Esordisce con immagini riferite alla realtà naturale, per poi creare delle corrispondenze di carattere concettuale con lo stato d’animo del poeta nell’approssimarsi della fine, e chiudere sulla metafora della luce destinata a spegnersi come la vita:

Duce sta primavera nuvembrina

       calleggia rari susu ll’onde chiare

       fiuri de scome càndite. Ṭraspare

       jundu allu fundu d’alica zzurrina.

E lluntanu me porta all’àuṭru mare

ca me mareggia an fundu, e mme nturcina

ṭrumenti su llu gnenti e lla scatina

de l’otaluri cucchi a llu nfucare.

       Puru, tardìa sta primavera è ssia

       ca m’àe lluciuta n’arba ggià sparuta

       -quannu? – a llu gnenti. E sse arba è dde bbuscìa

e ccasciu, nu m’è mmara sta catuta

fantasticannume luce. Poi, sia

se lampu sia de lampa ca se stuta.

(“Tardìa sta primavera”[1])

Il secondo sonetto rievoca il ricordo straziante del figlio Luigi, morto a metà del suo cammino di vita per un male inguaribile, che lo ha strappato ai suoi cari, impedendogli di realizzare il suo sogno di farsi frate francescano dopo aver abbracciato la fede in Cristo:

Cce auṭru nc’ete ca te pozzu dare

se nu nnu fiuru ca nu giova a gnenti

se nu nna tomba ca mancu la senti

e nnu ricordu ca s’à scancellare

   mpena jeu me scancellu? Né autrimenti

   tie urmài de mie tieni cosa a cercare.

   Tra la morte e la vita nc’è nnu mare

   ca màncane llu varchi bastimenti.

E però morti e vivi pari gnenti

suntu, e lu gnenti è tuttu: morti e vivi,

e celu e terra, e llegrità e ṭrumenti.

   Ma quasisìa nu nc’è, chiantu cultivi

   alla chiccara mea, minu simenti

   e spettu … cu tte rrivu e cu mme rrivi.

(“Spettu”[2])

Il terzo sonetto è dedicato dal poeta alla moglie Maria, la compagna di una vita cosparsa di molte asperità, ma sostenuta dall’affetto. Sicuramente è da considerare una delle più belle poesie d’amore che mai siano state scritte, un componimento in cui la forza di questo sentimento si riafferma a dispetto del tempo che passa:

Tu si’ la ggioventù ca se n’è sciuta

annu dopu annu senza mai nne lassa,

senza lla tocca lu tiempu ca mmassa

ràppuli e rrèume e llentu ne ṭramuta.

   Vita de osci duce comu pàssula

   de l’ua de jeri a ll’ànima. Sparuta

   ogne ddurezza de pena patuta,

   ogne nnùticu llenta e sse smatassa.

A ffiancu a ffiancu l’imu caminata

sta via ca sale e scinne de la vita,

e mmo nu mmanca mutu a lla fermata.

   Tènite pronta, vèstite de sita

   comusìa ntorna ca è lla prima fiata

   e cca è ll’amore, sempre, ca ne nvita.

(“Vestite de sita”[3])

L’amore vince la forza dissolutrice del tempo, che pure assiepa rughe e acciacchi senza sminuirne il vigore. L’amore nel tempo matura, come l’uva lasciata a seccare sul grappolo che diventa sempre più dolce, e attenua le pene patite sciogliendo con l’affetto ogni nodo di pianto. L’amore condiviso scandisce ogni tappa del lungo cammino della vita e permette di compiere serenamente anche il passo estremo della morte, che diventa un evento gioioso a cui presentarsi col vestito della festa. L’amore, soltanto l’amore, riunisce in un unico anelito l’umano e il divino, il tempo e l’eternità.

La parabola dell’evoluzione poetica di Nicola De Donno si sviluppa in sintonia con il suo percorso di vita, con una traiettoria in cui la mente e il cuore sono contrapposti ai due poli estremi. Partendo da premesse logico-sensoriali, egli ha dapprima posto la ragione a fondamento del suo giudizio sulla realtà e sugli obiettivi poeticamente perseguiti. Nella maturità gli impulsi contrastivi del poeta hanno ceduto, lasciando il campo al sentimento, che gli ha permesso di aggrapparsi alla religione degli affetti. Nella rassegnata accettazione della propria limitatezza egli ha infine trovato un approdo verso la fede ed una spontaneità di confessione intima che sostanzia la sua voce poetica, toccando le corde più profonde dell’umano sentire.

 

[1] NICOLA DE DONNO, Palore, Milano, Scheiwiller, 1999, p. 59. [Dolce questa primavera novembrina / tiene a galla sulle onde chiare radi / fiori di spume candide. Traspare / un ondeggiare sul fondo di alga azzurrina. // E lontano mi porta all’altro mare / che mi mareggia nel profondo, e mi attorciglia / rodimenti sul niente e lo scatenarsi / dei vortici prossimi all’affogare. // Pure, questa tardiva primavera è come / se mi abbia accesa un’alba già sparita / – quando? – nel niente. E se è alba bugiarda // e cado, non mi è amara questa caduta / fantasticandomi luce. Poi, non importa / se sia lampo di lampa che si spegne.]

[2] Ibid., p. 66. [Che altro c’è che ti posso dare / se non un fiore che non giova a niente, / se non una tomba che neanche la senti / e un ricordo che si ha da cancellare // appena io mi cancellerò? Né altrimenti / tu ormai hai qualcosa da cercare a me. / Tra la morte e la vita c’è un mare / che mancano bastimenti per varcarlo. // E però morti e vivi uguali niente / sono, e il niente è tutto: morti e vivi , / e cielo e terra, e allegria e tormenti. // Ma come se non ci fosse, pianto coltivazioni / nel mio orticello, getto semi / e aspetto… che io ti raggiunga e tu mi raggiunga.]

[3] NICOLA DE DONNO, Mumenti e ṭrumenti, Lecce, Manni ed., 1986, p. 60. [Tu sei la gioventù che se n’è andata / anno dopo anno senza mai lasciarci, / senza che la toccasse il tempo che accumula / rughe e reumatismi e lento ci trasforma. // Vita di oggi dolce come chicco seccato / dell’uva di ieri all’anima. Sparita / ogni durezza di pena patita, / ogni nodo si allenta e si scioglie. // A fianco a fianco l’abbiamo percorsa / questa via della vita che sale e scende, / e ora non manca molto alla fermata. // Tieniti pronta, vestiti di seta, / come se fosse di nuovo la prima volta / e fosse l’amore, sempre, che ci invita.]

 

Ricordi dei tempi di guerra. Gli sfollati del ‘43

camion-ambulanza1

di Emilio Rubino

 

Col termine sfollati venivano indicati, durante la seconda guerra mondiale, i profughi, cioè tutti coloro che, per il verificarsi di eventi bellici, erano costretti ad abbandonare la propria casa o, addirittura, la propria patria per andare in luoghi lontani, risparmiati dalla furia della guerra. Si trattava di gente, di famiglie distrutte, senza ormai alcun bene, che, o volontariamente o d’autorità, erano costrette a trasferirsi altrove.

Dopo l’invasione anglo-americana del 1943, Nardò ospitò enormi masse di sfollati che furono collocate dalle autorità di occupazione nelle tantissime abitazioni requisite, sparse nel suo immenso feudo, in modo particolare ai Massarei, alle Cenate Vecchie e Nuove, a Mondonuovo, a Santa Maria al Bagno e a Santa Caterina. Si trattava prevalentemente di ebrei di varie nazionalità, come serbi, rumeni, polacchi, greci, ecc., sfuggiti alle persecuzioni dei nazifascisti. Rimasero nostri ospiti sino alla fine della guerra; dopodiché poterono tornare nei luoghi di origine o nella biblica terra promessa d’Israele, dove fu fondato il nuovo Stato. Furono decine di migliaia gli stranieri confinati nelle nostre terre, i quali si portarono dietro l’incubo e l’angoscia di aver perduto nella loro patria, oltre che i beni, anche molti dei loro congiunti.

I profughi erano assistiti dalle truppe inglesi, che si avvalevano anche di soldati di colore. Ovunque vi erano servizi comuni di vettovagliamento e di sussistenza. Per tale motivo abbondavano le cucine da campo, i carri-botte per la distribuzione di acqua potabile, i camion per il trasporto di pane, di indumenti e quanto altro necessario. Vi era un continuo via vai di mezzi motorizzati di ogni specie scortati dalle forze armate, che si incrociavano lungo le strade polverose delle nostre contrade. Insomma era stato costituito un immenso campo profughi.

Recarsi da Nardò verso la sua marina era tutto un susseguirsi di case, ville e villette situate in piccoli appezzamenti, quasi sempre circondate da parchi pieni di verde e, lungo le coste, agglomerati urbani e case sparse che si affacciano sull’azzurro dello Ionio. Contrade che ci sono state sempre care e che in quegli anni di guerra furono spesso rifugio di neritini per paura che Nardò fosse colpita dalle bombe o quant’altro.

Poi, con l’arrivo delle truppe di liberazione, dovemmo subire il peso delle decisioni del vincitore: evacuare ogni casa e metterla a disposizione degli stranieri travolti da quella guerra. Guerra che, in verità, anche noi italiani avevamo concorso a scatenare, andando a rompere le scatole (fosse stato solo quello!) proprio a quella gente che ora la faceva da padrone.

Per la verità dobbiamo pur dire che questa “invasione” fu molto salutare per tutti i neritini. La guerra ci aveva ridotti alla miseria e alla fame più nera, che neppure il contrabbando era capace di alleviare. Contrabbando che era alimentato, in particolare, da alcuni proprietari terrieri, i quali, in barba all’ammasso obbligatorio, nascondevano i sacchi di grano, di orzo, di avena, di legumi e i grossi recipienti di olio e di vino, addirittura murandoli in casa o in campagna, per poi venderne piccole quantità per volta a prezzi da strozzini al popolo affamato.

Mancava di tutto e quel poco che il mercato poteva offrire, come indumenti e generi di prima necessità, era sempre insufficiente. Il razionamento, poi, non garantiva neppure il minimo necessario. Ogni alimento o bene di prima necessità era razionato dalle autorità cittadine e, per poter usufruire della quota personale giornaliera di zucchero, olio, latte e pane si doveva esibire la tessera e disporsi in una fila interminabile sotto la pioggia o il sole cocente.

Di pane, ad esempio, ogni cittadino poteva avere 150 grammi al giorno. Era miseria vera, ancor di più acuita da un’insaziabile fame, una fame che cresceva maledettamente sempre di più e che era avvertita in particolar modo dai bambini e dagli anziani. Era una fame senza fine, alla quale non si poteva resistere. E noi, a piedi, come in una processione, andavamo a trovare gli sfollati, casa per casa, villa per villa, a chiedere di venderci del pane e tutto ciò che si poteva mangiare.

Quello che gli ebrei ci vendevano era il pane più buono e più profumato del mondo, un pane benedetto, che mangiavamo con gli occhi, prima ancora di addentarlo con la bocca; pezzi di pane grossi come ruote di traino, bianco come la neve, soffice come gommapiuma: era la manna che gli ebrei dopo millenni si erano portati dietro!

E poi scatolette di carne, legumi, riso, ecc., coperte per confezionare cappotti e stoffe per indumenti e vestiti. Ma tutto doveva esser fatto in poco tempo e con la massima attenzione, perché da un momento all’altro potevano piombare i Carabinieri, se non addirittura la Military Police inglese, per toglierti quello che era stato comprato, rischiando addirittura di finire in prigione, se si era recidivi.

In tali condizioni di estremo bisogno, guardavamo con ammirazione questi stranieri ed avevamo invidia del loro benessere, senza però comprendere il loro grande dramma.

Erano tempi d’oro per i contrabbandieri di ogni risma. C’erano non pochi neritini (quelli più furbi e senza alcuno scrupolo), che si erano messi al servizio degli inglesi o degli americani, accettando di ricoprire perfino lavori molto umili, come veri e propri sguatteri. In tal modo riuscivano, di riffa o di raffa, a ricavare un mucchio di soldi, a procacciarsi della cioccolata, scatolette di carne che distribuivano con parsimonia ad amici stretti e a parenti, ma che vendevano ad estranei a caro prezzo. Facevano anche essi gli stranieri: in pratica emulavano gli americani. E degli americani avevano i vestiti, copiavano il loro modo di fare, scimmiottandoli in tutto, anche nel linguaggio: “Okay… Come on… Tank you!”. Avrebbero potuto girare un film, alla stessa stregua di quello interpretato qualche anno dopo da Alberto Sordi, con una lieve differenza nel titolo “Americani a Nardò”.

Con le truppe di liberazione si fraternizzò immediatamente. D’altra parte il neritino è tutto cuore, assai fraterno ed amichevole, facile nelle relazioni umane.

Ed io, da ragazzino, ricordo che si stava bene anche con i soldati germanici, i primi stranieri che avevo conosciuto in vita mia. Insieme ai soldati tedeschi di sera cantavamo, seduti sul ponte di San Cosimo e nel buio più totale, la famosissima canzone Lily Marlen, al suono di una armonica.

Poi i tedeschi divennero nostri nemici e ci buttarono nelle camere a gas e nei forni crematori, mentre gli inglesi, che in precedenza ci avevano bombardato giorno e notte, diventarono nostri amici. Quanto sono buffi e strani gli uomini: prima si abbracciano e poi s’ammazzano!

Il comando generale degli inglesi era nella dimora più bella delle Cenate Nuove, la villa Lezzi, mentre come spiaggia frequentavano la baia di Porto Selvaggio. A Nardò-centro vi era un loro distaccamento nei pressi del Castello, ove ora c’è la sede “La Fondiaria”.

Ricordo un episodio molto caratteristico, che non dimenticherò mai. Un biondo e segaligno soldato inglese, che frequentava spesso il Cine-Teatro Comunale, era solito “familiarizzare” un po’ troppo con i ragazzi, verso i quali… allungava le mani, ricevendone ingiurie e improperi. Una sera, però, andarono oltre, rompendogli addosso una sedia.

Anche con gli sfollati, accomunati nella stessa grande tragedia della guerra, ci fu subito fraternizzazione, tant’è che alcuni giovani ebrei ebbero a frequentare le scuole pubbliche della nostra Città.

Poi, quando finalmente il conflitto bellico ebbe termine, i profughi tornarono nelle loro rispettive patrie.

Una cosa è certa. Ancor oggi noi ricordiamo il loro volto, anche se un po’ vago e sfumato. Anche essi, nonostante l’incedere dei tempi, non avranno sicuramente dimenticato quell’antica ospitalità, quella solidarietà ed amore, che concedemmo loro a piene mani.

Si sa che l’amore è presente soltanto nella casa dei poveri. Oggi forse avremmo senz’altro familiarizzato con loro, ma non più di tanto.

 

Pubblicato su Il filo di Aracne

Arte| Dal segno all’impegno: l’evoluzione artistica di Giovanni Russo

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Fig. 1 – Le mendicanti di Bucarest (olio su tela cm 140 x 90)

 

di Giuseppe Magnolo

Le qualità artistiche in qualunque individuo hanno sempre qualcosa di innato, che risponde ad esigenze vocazionali e al tempo stesso crea potenzialità particolari in ambiti corrispondenti alle diverse forme di espressione artistica (visiva, uditiva, cinetica, ecc.). Al tempo stesso l’arte è mestiere, sviluppo di osservazione, capacità di concettualizzare, affinamento di competenze, di abilità relazionali, di prospettive storico-culturali. Le spinte motivazionali verso l’arte possono risiedere tanto in esigenze pratiche (economiche, funzionali, migliorative dell’esistente), quanto teorico-concettuali (astrazione dalla realtà, evasione, rievocazione, idealizzazione). Nello sviluppo dell’itinerario di una personalità artistica i diversi aspetti sopra delineati sono poi soggetti a mutamenti, adattamenti, conversioni, trasformazioni più o meno radicali, che sono conseguenti all’esperienza vissuta, al contesto esistenziale, alle proiezioni fantastiche che ciascun artista riesce a mettere in atto.

Quanto detto vale anche a definire la personalità di Giovanni Russo[1], uomo di formazione tecnico-pratica, ma dotato anche di spiccata sensibilità umanistico-letteraria, coltivata secondo scelte personali attentamente mirate a corroborare le sue convinzioni sia etiche che estetiche. L’ambito dei suoi interessi va dallo studio e la valorizzazione del patrimonio naturalistico alla difesa dell’ambiente, dallo sviluppo urbanistico alla tutela di manufatti e reperti che documentano la storia passata, dalla produzione letteraria in versi e prosa narrativa alla ricerca storica. La sua produzione artistica copre un periodo più che trentennale, ed è stata realizzata prevalentemente in forma grafico-pittorica, con importanti esperienze nella scultura, nella ceramica, nella lavorazione del legno e dei metalli, spesso utilizzando vecchi utensili che vengono assemblati e artisticamente riportati a nuova vita.

Fig. 2 – Il giardino delle farfalle (tecnica mista su lino cm 140 x 90)
Fig. 2 – Il giardino delle farfalle (tecnica mista su lino cm 140 x 90)

 

L’espressione artistica per Giovanni Russo rappresenta, come avviene per molti artisti, un ambito di esperienza contraddistinto dal gusto personale di assaporare pienamente la libertà individuale senza vincoli o condizionamenti di alcun genere, presupposto indispensabile per creare, esprimere emozioni, esaltare le potenzialità e il valore della memoria, ma anche per discriminare, censurare, contrapporsi con veemenza. Sia che il supporto espressivo sia rappresentato da una tela (pittura), da un foglio di carta (poesia, narrativa), dalla terracotta da incidere o plasmare, oppure dall’impiego di vecchi utensili dismessi per ricomporli artisticamente, l’esperienza di per sé è sempre concepita come un agone in cui scendere con risolutezza per affermare la propria capacità di visione legata a principi e valori sia estetici che morali che meritano di essere esplicitati, divulgati, difesi a spada tratta.

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L’operaio ILVA (tecnica mista)

É evidente che il tentativo di dare una definizione sintetica del segno dell’arte che si ritiene distintivo di un autore non è affatto semplice, rammentando anche che esso è costituito tanto dai motivi ispiratori che lo connotano quanto dalla forma che esso viene ad assumere, dal linguaggio che lo distingue, dall’efficacia con cui viene ad essere proposto. La scienza semiotica studia il significato e le implicazioni dei segni, che non sono rappresentati soltanto dal linguaggio più o meno formalizzato, ma anche da tante altre forme espressive come quella figurativa, cromatica, simbolica, mimico-gestuale, sino alle forme totemiche o antropologico-comportamentali. Mutuando i criteri della semiologia per riferirli al caso in questione, è possibile affermare che il segno distintivo delle opere di Giovanni Russo, scaturito da una volontà impellente di palesarsi con spontaneità ed immediatezza, consiste essenzialmente nell’uso di un tratto formale marcato e prevalentemente geometrico (forse di matrice cubista), che si manifesta in modo netto e spesso spigoloso, sostenuto da un cromatismo acceso ed esuberante, tendente ad un forte impatto visivo. E’ in un secondo momento che i contenuti logico-narrativi delle diverse opere rivelano aspetti di un’umanità intensa, avvertita con sofferenza, volta a trasmettere un afflato solidaristico, o anche un aspro disappunto, senza veli o parvenze di accomodamento. La riflessione su questi aspetti di problematicità contenutistica e le ragioni che li sottendono finiscono quindi con lo spostare la reazione dell’osservatore dal piano formale a quello emotivo-concettuale. Ed è proprio su questo terreno che occorre operare un ulteriore approfondimento.

Si ritiene solitamente che uno dei crismi dell’arte risieda nella capacità dell’opera di fare breccia nella sensibilità percettiva dell’osservatore. Seguendo tale criterio si può constatare come sia difficile rimanere indifferenti di fronte al motivo tematico della maternità come espresso ne “Le mendicanti di Bucarest” (fig. 1), o quello della femminilità maliarda e allusivamente simbolica rappresentata nel “Giardino delle farfalle” (fig. 2). Altrettanto efficace risulta il tema ancestrale del capro espiatorio e l’appello alla pietà presente ne “La cacciata della pecora vecchia”, così come il senso di sfibrante sconfitta che traspare dalla composta mestizia dell’ “Operaio ILVA” (fig. 4), ormai ridotto a pura maschera priva di identità, oppure la stoica tenacia adombrata nell’arrancare solitario de “La vecchia e la capra” (fig. 5).

Fig. 5 – La vecchia e la capra (ulivo e acciaio cm 130)
Fig. 5 – La vecchia e la capra
(ulivo e acciaio cm 130)

 

La spinta emotiva così evidente in queste opere ci apre la strada per evidenziare l’altro elemento connotativo che a nostro avviso impronta le opere di Giovanni Russo, quello dell’artista impegnato che, partendo da presupposti di carattere culturale ed estetico, intende anche assolvere ad una funzione civile considerata inscindibile dalla fruizione artistica. Tale aspetto si è venuto progressivamente consolidando nel tempo sia sotto l’influsso di alcuni modelli eccellenti di riferimento elettivo (Picasso, Garcia Marquez, Dante), sia come effetto della riflessione conseguente alla ricerca storico-documentale sul recente passato, mediante la quale l’autore ha potuto constatare come sia stata messa a repentaglio la possibilità di sopravvivenza di individui o gruppi sociali (i minatori, gli emigranti, le operaie tabacchine), e persino di interi popoli (le vittime dell’olocausto).

Il passo successivo sul piano artistico è stata la decisione di mettere da parte qualunque abbandono contemplativo per addentrarsi risolutamente nei sentieri dell’impegno socio-umanitario, adempiendo a ciò che l’autore ritiene come una missione particolare affidata all’arte. Di fatto egli si è attribuito un compito di denuncia inderogabile rispetto a colpe e devianze storicamente acclarate, che per lui ancora costituiscono un umiliante e intollerabile fardello di prevaricazione e violenza esercitata dall’uomo su altri esseri umani considerati deboli o socialmente inferiori: gli svantaggiati, le donne, i bambini. É qui che l’arte viene a caricarsi di una responsabilità enorme, di un respiro collettivo ed epico, che nelle sue forme estreme arriva a postulare una sorta di anatema universale, che sembra provenire dalle cupe atmosfere dell’Inferno dantesco.

 

Volendo esemplificare quanto detto, soffermiamoci per un momento sul tema dell’olocausto come è configurato nell’opera “Altalene deserte” (fig. 6), in cui l’iscrizione superiore riproduce quella che sul cancello di ingresso al campo di sterminio di Auschwitz accoglieva gli ebrei al loro arrivo, e che ora funge da supporto a tre altalene vuote. Nella sua muta semplicità quest’opera coniuga il tema dell’olocausto, espresso dalla menzogna più grande della storia (“arbeit macht frei”), con quello ancora attuale della violenza sui minori, così efficacemente adombrato nella loro assenza (le altalene rimaste vuote). L’inevitabile effetto di angoscioso disagio prodotto sull’osservatore risponde pienamente alle intenzioni dell’artista, forse anche superandole.

Fig. 6 – Altalene deserte (ulivo e acciaio cm 80 x 45)
Fig. 6 – Altalene deserte (ulivo e acciaio cm 80 x 45)

 

La stessa intensità espressiva si può trovare in “ACAIT” (fig. 7), un dipinto fra i più recenti, che fa parte di una trilogia ispirata dal ricordo di un triste episodio verificatosi a Tricase verso la metà degli anni trenta del secolo scorso, una insurrezione di protesta da parte di operaie impiegate in una fabbrica locale per la lavorazione del tabacco, circostanza in cui si registrarono cinque vittime, tra cui un adolescente accidentalmente coinvolto nei tafferugli[2]. Indubbiamente la concezione strutturale di quest’opera richiama Guernica di Picasso, sia nell’intento di rappresentare il momento successivo all’esplosione di violenza, che nello stile esecutivo ed in alcune tonalità di colore. Ma occorre anche sottolineare alcune differenze importanti (oltre alle dimensioni) rispetto al maestro spagnolo. Innanzitutto il fatto che Picasso operasse nell’imminenza della forte impressione generata dall’effetto distruttivo prodotto dal bombardamento sulla città spagnola corrisponde alla sua finalità di rendere visivamente lo sconquasso raccapricciante della realtà rappresentata. Invece la visione storicamente prospettica di Giovanni Russo lo induce ad una reazione a posteriori, che propende maggiormente verso l’elaborazione di un’immagine concepita quasi come un monumento alla memoria. Ma il dato più significativo attiene alla presenza umana in quest’opera di Russo, e va individuato nell’evidenza esclusiva che egli conferisce alla figura femminile, sia come vittima designata di un ingranaggio sociale perverso, che come madre superstite destinata al pianto e alla sofferenza.

Fig. 7 – ACAIT (olio su tela cm 140 x 140)
Fig. 7 – ACAIT (olio su tela cm 140 x 140)

 

L’idea dell’artista come uomo votato all’impegno sociale non è affatto nuova. Sul piano culturale ha definito intere fasi storiche dal punto di vista sia artistico che letterario. É accaduto nel secondo Ottocento con il naturalismo e il verismo, ma anche nel periodo tra le due guerre mondiali, durante il quale molti intellettuali impegnati si sono schierati apertamente a difesa di questa o quella ideologia. Dobbiamo dunque dedurne un nostalgico desiderio di ritorno ad idee del passato, con cui l’arte pura, ossia scevra da finalità in qualche modo strumentali, ha poco a che fare? Ebbene può anche darsi che talvolta l’artista scada nel moralismo, e che la sua espressione assuma un connotato predicatorio privo del necessario distacco contemplativo. L’importante è non ridurre la concezione dell’arte ad una angusta funzione di tramite, a mero elemento di supporto per intenti rivendicativi, in quanto il suo ambito principale risiede nella sfera estetica ed emozionale. Se grazie a ciò essa riesce anche a conseguire degli effetti significativi sul piano etico, questo non può che accrescerne il valore. Ma Giovanni Russo è ben consapevole che, priva dei suoi requisiti fondamentali, l’arte non può essere più che opera di dignitoso artigianato.

 

[1] Giovanni Russo vive ed opera a Sogliano Cavour. Diplomato geometra, è responsabile dell’ufficio municipale di Sogliano per lo sviluppo urbanistico. Professionalmente si occupa di restauro e di progettazione nell’ambito dell’edilizia sia pubblica che privata. Oltre agli interessi artistico-letterari, importanti sono anche le sue iniziative a difesa dell’ambiente e del paesaggio urbano.

La sua produzione artistica più recente è stata esposta al pubblico nell’agosto 2013, in una mostra personale allestita a Corigliano d’Otranto nel castello De’ Monti, con la presentazione introduttiva di Giovanni Giangreco.

[2] La rivolta di Tricase avvenne il 15 maggio 1935. ACAIT era il nome dell’azienda di tabacchi che minacciava il trasferimento, con il rischio di perdita del lavoro per molti dipendenti, prevalentemente donne. Cinque persone, tra cui Pietro Panarese di 15 anni, furono uccise dalle forze dell’ordine durante la manifestazione di protesta.

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A Castro (Le), la caseddra delle “mie” Frasciule

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di Rocco Boccadamo

Nel centro abitato di Castro, la splendida e apprezzata “Perla del Salento”, esiste, adesso, un cartello di segnaletica stradale indicante Via Frasciule, nella omonima zona di espansione edilizia, fra civili case popolari e edifici di tipo residenziale.

L’area in questione si trova alla periferia della cittadina, esattamente accanto a un comprensorio di verde pubblico, ricco di lecci, macchia mediterranea e altre interessanti specie di flora, denominato Parco delle querce, e però, lungo l’arco di secoli, già conosciuto con un appellativo differente, ovvero Bosco Scarra o Bosco dello Scarra.

Nel 2013, ci troviamo, dunque, nell’ambito di un agglomerato abitativo, mentre, fino ad alcuni decenni addietro, si aveva di fronte semplicemente un fondo rurale, in mezzo ad altri terreni agricoli, adiacente al comprensorio del bosco sopra indicato, che, sebbene rimaneggiato, è tuttora presente.

Tuttavia, si ha l’espressa intenzione di dedicare queste righe non già alla situazione attuale, bensì alla mappa, consistenza e destinazione precedenti del sito in discorso; del resto, dell’habitat dei tempi lontani, ancorché risalente alla sua primissima fanciullezza, dai due ai quattro anni d’età, l’osservatore di strada che scrive serba un ricordo vivo e nitido.

Con riferimento a quel posto, l’immagine passata conteneva niente più che il fondo agricolo delle Frasciule, accatastato come seminativo, ricco di piante di fico, con l’aggiunta poi di qualche albero di carrubo e adibito anche alla coltivazione di ortaggi.

Ne era proprietario, un signore originario di Marittima, anche se, da adulto, aveva scelto di trasferirsi a Lecce, facente parte di una famiglia signorile del paesello, tale don Gustavo Russi. Per completezza di logistica, v’è da aggiungere che, durante la stagione dei bagni, il predetto benestante se ne veniva in villeggiatura a Castro, dove possedeva una villa in zona Grotta del Conte.

Negli anni quaranta, all’incirca intorno alla fine della seconda guerra mondiale, nonno Cosimo, capo di una famiglia numerosa con moglie e sei figli a carico, prese a mezzadria, da don Gustavo, l’anzidetto appezzamento delle Frasciule, conducendolo direttamente per svariate stagioni.

Sul terreno insisteva anche una casetta in pietra, che, fortunatamente, è sopravvissuta e si può scorgere tuttora, sia pure circondata, in parte, dalle palazzine recentemente realizzate lì intorno.

Una casetta (caseddra) spartana, tipica e simbolo della civiltà contadina, dotata di un’apertura d’accesso sul frontespizio, senza ovviamente alcun infisso o porta in legno o in altro materiale, sovrastata da una finestrella a forma triangolare, finalizzata, insieme con un altro finestrino quadrato situato al centro della parete posteriore, all’aerazione dell’ambiente interno. Caratteristica carina, una scaletta, parimenti in pietra, appoggiata a una parete esterna, per montare, dal terreno, sino alla copertura del manufatto.

Nel periodo estivo, in cui si concentravano diversi raccolti agricoli, ossia a dire patate, grano, orzo, legumi, lupini, fichi, carrube, fichi d’india ecc., nonno Cosimo, unitamente al suo nucleo familiare, si trasferiva stabilmente alle Frasciule, attendendo ai lavori, consumando i pasti e rimanendo, infine, a dormire: tutti insieme, nella ricordata casetta. Per letti, semplici stuoie aperte sul pavimento e, in ogni caso, vale la pena di rimarcarlo, dopo le lunghe ore di fatica, il riposo alle membra e il sonno ristoratore non tardavano a venire.

Le Frasciule rappresentavano, in certo qual modo, la base principale per lo svolgimento, da parte della famiglia di nonno Cosimo, dell’attività agricola nel suo complesso, nel senso che anche i raccolti di altri terreni, di proprietà o condotti a mezzadria, ad esempio i fichi maturati nel Bosco dell’Acquaviva e contenuti in capienti panieri di canne e vimini, erano trasportati sulle spalle, ovviamente a piedi, sino alle Frasciule, per essere ivi spaccati e essiccati al sole su appositi cannizzi.

Per la verità, i giovani di casa Boccadamo, talora, si lamentavano con il proprio genitore per tali lunghi tragitti con pesanti carichi addosso.

In quegli ormai lontani anni, dal 1943 al 1945, succedeva di tanto in tanto che lo scrivente, classe 1941, fosse temporaneamente affidato ai nonni paterni Cosimo e Consiglia e relativi zii, così che trascorreva con loro alcuni periodi nel fondo e nella casetta delle Frasciule.

Per coprire i quasi due chilometri di strada fra il rione natio dell’Ariacorte e, giustappunto, la provvisoria dimora, il bambino non ce la faceva o, perlomeno, dava ad intendere di non essere in grado di camminare a piedi e, di conseguenza, doveva intervenire la buona volontà e la pazienza del giovane zio Vitale, il quale si caricava Rocco sulle spalle.

Nonostante tale provvidenziale venuta in soccorso, rimaneva, per il piccolo, un altro problema: egli aveva un terrore matto della morte, dei defunti e di tutti i riferimenti e ambienti correlati, compreso il cimitero del paese, caratterizzato da alti cipressi. Purtroppo, per recarsi dall’Ariacorte alle Frasciule, era inevitabile percorrere la strada comunale sterrata Marittima – Castro, si doveva passare per forza accanto al camposanto, cosicché succedeva immancabilmente che Rocco, non appena intravedeva da lontano detti cipressi, serrasse gli occhi e si avvinghiasse al collo dello zio Vitale tenendo il capo abbassato, per ritornare poi ad aprirsi dall’isolamento e a guardarsi intorno solo quando si rendeva conto che il cimitero era stato superato e si trovava ormai lontano alle spalle.

Scorrevano serene e interessanti le giornate del piccolo ospite alle Frasciule: caccia alle lucertole o ai grilli, costruzione di rudimentali dischi con le pale di fico d’India, scalate sugli alberi da frutta per abbondanti assaggi, qualche puntata spericolata sino alla parte posteriore del fondo, dove si trovava una vasca di raccolta di acque piovane utilizzate a scopi irrigui.

Il “pilune” (grande pila), presentava all’interno, semi immerse nell’acqua, alcune grosse pietre ed era il regno incontrastato di famiglie di rane, oltre che, a volte, abitacolo di qualche biscia, in particolar modo di un rettile innocuo proprio di queste zone, il biacco, di colore nero intenso che solo ad apparire, faceva scappare a gambe levate il giovanissimo esploratore.

Alle Frasciule, si susseguivano e/o prendevano corpo una serie di abitudini rimaste impresse nella mente, come le levate all’alba di nonno Cosimo al fine di raccogliere le primizie di frutta e ortaggi che recava in dono e omaggio al proprietario del terreno don Gustavo, in villeggiatura nella vicina Castro: così si usava fare allora.

 

Ancora, per consumare i pasti preparati dalla nonna Consiglia nella quadara in rame rossa, non esistevano per niente le posate e per attingere il cibo dal grande piatto comune si faceva ricorso ai gambi di cipolla, opportunamente sagomati alla base in funzione di cucchiaio o di forchetta a seconda del tipo di minestra del giorno.

Bello e tonificante, come già accennato, era il dormire nella casetta delle Frasciule, adagiati alla meno peggio sul duro pavimento e, in qualche evenienza, con la compagnia di ospiti non proprio graditi, sotto forma di un topolino, una lucertola o una “sacara”, altra varietà di rettile presente da queste parti fra i vecchi muri o le pietraie, che, sebbene non velenoso, causa nei bambini forte apprensione e paura.

Durante la permanenza alle Frasciule, capitava anche che, a Castro, si celebrasse la festa della Madonna del Rosario, o Madonna mmenzu mmare, con la caratteristica processione di barche, rito a cui il piccolo Rocco non mancava di assistere accompagnato dai parenti.

Tempi lontani, abitudini tramontate e scomparse e tuttavia rimaste scolpite, giacché hanno segnato in maniera davvero profonda e incisiva la loro epoca. Ci penso, ogni volta che passo dalla zona delle Frasciule, ora centro abitato. Scendendo da Marittima, il terreno era preceduto da un fondo comprendente una piccola casa di villeggiatura, detta il Casino, su due piani, delimitata da colonne in pietra tinteggiate di rosa, al pari della costruzione. Ci sono ancora, pressoché intatte, le colonne, mentre l’edificio si presenta in gran parte crollato e stinto.

Nel Casino si recava ad abitare, in estate, una signora di buona famiglia di Castro, donna Chiarina, la quale, rammento, aveva una figlia, Cecilia, non vedente dalla nascita.

Con il trascorrere degli anni, venendo sempre maggiormente meno la sue capacità fisiche, soprattutto quelle visive e in mancanza dei figli che potessero aiutarlo, perché avevano messo su famiglia, il nonno Cosimo abbandonò la conduzione a mezzadria delle Frasciule e così cessò anche il trasporto delle panare di fichi dal Bosco dell’Acquaviva.

Nel ruolo di nonno Cosimo subentrò un suo nipote, il quale, in seguito diventò proprietario del fondo, acquistandolo da don Gustavo. Fattosi a sua volta anziano, le Frasciule andarono, quindi, al maggiore dei suoi figli. Quest’ultimo, agli inizi, non era molto soddisfatto del cespite pervenutogli in eredità, ma poi, inaspettatamente, è stato per così dire ripagato all’atto dell’esproprio dell’area delle Frasciule per opera del Comune di Castro, in vista della realizzazione del complesso abitativo.

Difatti, in tale sede, gli sono stati dati in permuta alcuni appartamenti che assicurano alla sua famiglia un’apprezzabile rendita.

Gli anni dei temporanei soggiorni del piccolo Rocco alle Frasciule, precedettero di poco una fase assai importante nell’ottica della modernizzazione e dello sviluppo di Castro, all’epoca facente parte, insieme all’altra frazione di Marittima, del comune di Diso.

Il richiamo va esattamente all’amministrazione, dal 1946 al 1951, con alla guida il sindaco Agostino Nuzzo, ancora adesso ricordato.

Il predetto primo cittadino si rese promotore d’importanti e primarie opere per il miglior sviluppo e la crescita di Castro, fra cui l’ampliamento di piazza Dante, la costruzione del ponte che collega il Canalone al Porto Vecchio, della rotonda belvedere, realizzazioni attuate con piglio attraverso Cantieri di lavoro, nonostante le proteste e le reazioni di alcuni signorotti, a Castro unicamente per la villeggiatura, titolari di benessere e privilegi esclusivi, contrapposti alla povertà della gente in genere, i quali, verosimilmente, vuoti Gattopardi del Basso Salento, miravano più che altro a conservare la propria posizione.

Provvidenziale, dunque, l’azione di quegli amministratori pubblici che puntarono esclusivamente al bene della comunità e a prospettive di crescita diffusa.

 

Pubblicato su Il filo di Aracne

Dalle Ceneri a Pasqua. Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

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Il Salento delle leggende

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

 

di Antonio Mele ‘Melanton’

 

 

Quando muoiono le leggende finiscono i sogni.

Quando finiscono i sogni, finisce ogni grandezza.

 

Un uomo con i piedi per terra e la testa fra le nuvole.

Questo, forse, potrebbe essere l’ideale dell’uomo moderno. Col suo impegno quotidiano, la fatica e la gioia di costruire, ma anche il librarsi verso il desiderio e l’immaginazione: un volo irresistibile oltre le case e il tempo,cogliendo l’esistente e il fantastico, il passato e il futuribile.

Una coperta di stelle. I giochi bambini. I volti amati. E di nuovo viaggiare. Percorrendo solchi di terra rossa. O passando dentro spighe alte di grano. Tra profumi di vendemmia e dolci di festa. Tra amori forse dimenticati o mai perduti. Amori solidi, eterni come ulivi. Favole con Orchi e Fate che sorridono e rilasciano dolci paure. Strade infinite che portano a giorni nuovi o a orizzonti irraggiungibili. Sortilegi. Poesie.

Tutta la vita del mondo, infine, si compone di realtà e incantamenti, di sogno e di mistero, di cronache possibili e improbabili, di storie che non sono storia, e pure destinate a durare oltre la storia.

Ma bisogna essere forti, per questo fatale cammino. Ma ci vuole anche amore: l’intenzione-invenzione sentimentale pura e assoluta, il nudo saper sentire, partecipare, condividere emozioni. Pensando, sognando, lasciandosi portare via…

Siamo noi.

Il mito esiste perché esistono gli uomini. Angeli caduti e risorti. Forse figli prediletti della natura. Specie complessa e indefinibile, alla quale ben si addice il concetto d’infinito, sapendo tenere sempreviva, nonostante le proprie ferine contraddizioni, la scintilla della bellezza della vita.

 

«È scurutu lu Carniàle / cu purpette e maccarruni, / mo’ me tocca l’acqua e sale / e nu crottu de pampasciùni».

Dal mercoledì delle Ceneri, subito dopo Carnevale, e fino alla domenica di Pasqua, per antica tradizione, iniziata nel II secolo d.C., corre il periodo di Quaresima: quaranta giorni (quadragesima) che in tempi non lontani, e molto più sentitamente rispetto ad oggi, erano caratterizzati da una serie di rituali – tra il religioso e il pagano – che si tramandavano rigorosamente di generazione in generazione.

L’astinenza alimentare, per esempio. Che non era soltanto dalle carni. Oltre ad esse, per tutto il periodo, non si doveva consumare neanche un uovo, né latte, né i suoi derivati. Altrimenti, se ccambarava(cioè si cadeva in peccato, mangiando di grasso).

Sicché, nel periodo quaresimale, pranzo e cena erano costituiti da patate, legumi,e verdure di ogni genere (mùgnuli, zzanguni, cicore creste, raccolte di solito direttamente nelle campagne), compresi gli immancabili e sempre gustosi pampasciuni in agrodolce. Abbondanza, si direbbe. Invece le varietà del menu quaresimale venivano consumate in pasti assai frugali. «Pocu, masapuritu», era il motto.

Ai pampasciuni si lega una curiosa leggenda, che narra di un naviglio carico di pellegrini, proveniente dalle coste a nord dell’Adriatico e diretto a Otranto, che per un improvviso fortunale ai primi giorni di marzo rovinò sul litorale solitario delle Cesine.

Feriti e affamati, i naufraghi supplicarono la Madonna Addolorata, per un intervento miracoloso, che non si fece attendere. Dilì a poco, infatti, sul posto giunse una capretta con una campanellina al collo che, facendosi seguire, accompagnò il gruppo dei malcapitati fino al villaggio di Acaya, nei pressi di Vernole, dove furono accolti erifocillati dai paesani con i gustosi lampascioni di cui quel territorio era, ed è, ricchissimo.

Tanto che ancora oggi, il primo venerdì di marzo, Acaya dedica ai suoi preziosi cipollotti una sagra molto importante, con fantasiosi e geniali cimenti gastronomici, che nel tempo hanno portato a raccogliere più di cento ricette sul modo di preparare questo prodotto tipicamente salentino. E la stessa Madonna Addolorata, per quel giorno, diventa la Madonna te li Pampasciuni. Onore al merito.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne

Leggende salentine. Giulio Antonio Acquaviva e l’eccidio di Otranto

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stemma degli Acquaviva

di Melanton*

Ricordate questo nome: Giulio Antonio Acquaviva, conte di Conversano, luogotenente del re di Napoli Alfonso d’Aragona, nobile di lignaggio e di cuore, cavaliere senza macchia e senza paura, abile spadaccino, gentiluomo degno dei più elevati onori, intrepido fino ed oltre la morte.Egli visse in tempi di avventura ed eroismo rimasti insuperabili, quando l’onore e il coraggio erano esemplari. Tempi di uomini ardimentosi, che hanno scritto pagine di storia, e con le loro eroiche imprese, anche di leggenda.

Nato nel 1428 ad Atri, in Abruzzo, Giulio Antonio divenne duca di Conversano sposando nel 1456 Caterina Orsini del Balzo, figlia naturale di Giovanni Antonio, principe di Taranto. Accorse volontariamente sotto i bastioni di Otranto in quella fatidica tragica estate del 1480, quando i Turchi, comandati dal feroce Gedik Ahmet Pascià, invasero la nobile città dalle cento torri, caposaldo orientale della Cristianità, con il conseguente eccidio degli Ottocento Martiri, e fu ancora protagonista l’anno dopo, nelle varie battaglie per la sua liberazione.

In uno di questi scontri (anche se la storia parla di un’imboscata), il conte Acquaviva difese la vita e l’onore di tanti cristiani inermi, battendosi come cento soldati tra i boati e i fumi delle artiglierie turchesche, nel disordinato clamore di donne, bambini e vecchi terrorizzati, e orrendi cumuli di caduti e macerie.

Improvvisamente, un colpo netto di scimitarra gli mozzò il capo.

Ma Giulio Antonio Acquaviva non cadde per terra. Pur senza testa, molti lo videro combattere ancora contro gli invasori. Finché il suo fido destriero, dileguandosi nella campagna, lo condusse in un’ultima corsa, fermandosi nel cortile del Castello di Sternatia, quartier generale delle truppe aragonesi.

Qui l’eroico conte stramazzò al suolo per sempre. O forse no.

In certi suggestivi momenti della notte agostana, lungo il profilo delle mura di Otranto, chi ha buona vista e cuore romantico, ancora oggi, infatti, dopo più di cinque secoli, può intravedere,quasi come un’ombra, un cavaliere senza testa che percorre rapido il cielo, galoppando in silenzio verso il mistero.

 

* Pubblicato su Il Filo di Aracne

Anche la scapece ha la sua leggenda

scapece-gallipolina

di Melanton*

A proposito di gastronomia. Una leggenda – che avrebbe anche qualche fondamento storico – vuole che l’inventore della scapece, orgoglio della tradizione gastronomica gallipolina, sia addirittura Marco Gavio Apicio, il più celebre gastronomo dell’antica Roma, il quale ne parla anche nel suo libro De coquinaria.

Pare che un giorno, nonostante la gran fama (e forse, proprio per questo), l’imperatore Tiberio in persona avesse messo in dubbio le decantate prodezze ai fornelli del massimo mago della cucina di Roma. Così, in segno di sfida, gli inviò un canestro di piccoli pesci azzurri (vope, sarde, alici, pupiddhi, provenienti dal golfo di Taranto, e particolarmente dal mare di Gallipoli), che aveva appena ricevuto in dono, invitando Apicio a preparare una pietanza, degna d’essere gustata come una vera specialità. Al confronto con spigole, orate, dentici, saraghi o scorfani, quei pesciolini erano davvero insignificanti, ma Apicio non si scompose. Chiese soltanto un po’ di tempo, che l’imperatore naturalmente gli concesse, fissando la scadenza in un più che ragionevole lasso di cento giorni.

Per 99 giorni Apicio scomparve letteralmente dalla scena: nessuno lo vide più, né seppe dove viveva, lavorava o dormiva. Al centesimo giorno, accompagnato da un inserviente vestito di blu, che portava a spalla una larga tinozza di legno, il grande cuoco incontrò l’imperatore. Fece allora deporre la tina su un tavolo, e con movenze quasi di prestigiatore, levando il tovagliolo dalla bocca del recipiente, scoprì una superficie granulosa e compatta color giallo oro, da cui si effondeva un profumo intenso e attraente. «Questo – disse, porgendo una scodella di quel misterioso prodotto all’imperatore – è il nuovo cibo di Apicio!» (in latino: “esca Apicii“, da cui deriverebbe, per l’appunto, il nome “scapece“).

Inutile descrivere i grandi onori che l’imperatore Tiberio tributò ad Apicio dopo aver assaggiato quella deliziosa prelibatezza, creata (in gran segreto) facendo friggere il pesce, marinandolo poi in mollica di pane, insaporendolo con aceto, e cospargendolo di zafferano. Una ricetta che, a dirla tutta, Apicio pare l’abbia avuta da quell’ignoto inserviente vestito di blu, che era proprio un marinaio gallipolino, avvezzo a mangiare al suo paese quel genere di pietanza, altrove sconosciuta.

 

* Pubblicato su Il Filo di Aracne

 

Un libro di Pietro Cavoti per un ministro delle Finanze

Pietro Cavoti

 

PREGIATO LIBRO DI PIETRO CAVOTI DI GALATINA CON LA MEDAGLIA E LA PERGAMENA IN ONORE DI AGOSTINO MAGLIANI, MINISTRO DELLE FINANZE DEL REGNO D’ITALIA*

di Maurizio Nocera

Andando per mercatini antiquari di Terra d’Otranto, non è raro, e comunque capita, di trovare preziosità bibliofiliche, che ti aiutano poi a comprendere la natura e la storia dei luoghi dove sei nato e vivi. Si tratta spesso di libri, i cui contenuti, una volta letti, ti fanno riemergere dal passato personaggi, storie e saperi ormai sopiti dal tempo e dalla dimenticanza. È quanto mi è accaduto in uno dei mercatini antiquari della domenica di ogni fine mese a Lecce, dove, tempo fa, mi capitò di trovare un libro che dal titolo della copertina nulla faceva trasparire del suo prezioso contenuto. Tuttavia, anche la coperta di questo libro mostrava un certo interesse bibliofilico, nel senso che si tratta di un volume in 8° grande, con coperta rigida rivestita di carta pergamenata, il cui calice indicativo recita così: MEDAGLIA/ offerta/ DALLA PROVINCIA DI TERRA D’OTRANTO/ A S. E./ AGOSTINO MAGLIANI/ G[iuseppe] Spacciante // MDCCCXXXIII.

Aldilà dell’indicazione del nome del tipografo, appunto G. Spacciante, rinomato stampatore leccese dell’Ottocento che, dopo diverse vicissitudini, divenne infine l’Editrice Salentina di Galatina, le indicazioni di copertina nulla dicono a proposito dell’autore. Quindi, per sapere qualcosa in più, cosa che sempre faccio quando mi capita per le mani un libro, sono andato al frontespizio, dove ho letto: MEDAGLIA/ offerta/ DALLA PROVINCIA DI TERRA D’OTRANTO/ A S. E./ AGOSTINO MAGLIANI/ Senatore del Regno/ Ministro delle Finanze// Cenni del Cav. Prof. Pietro CAVOTI// Tipo-Litografia Salentina Spacciante – Lecce.

Ecco scoperto un’interessante indicazione che mi immediatamente mi ha fatto decidere l’acquisto del volume. Sicuramente deve trattarsi di un unicum perché, molto probabilmente, accompagnava la succitata Medaglia. Francamente non riesco a capire come mai un volume così prezioso sia stato scorporato dal quadro eseguito dal Cavoti e che accompagnava la Medaglia, finendo così sulla bancarella di un antiquario di chincaglieria e prodotti affini.

Comunque, come scrivo poco sopra, si tratta di un libro curato da Pietro Cavoti (Galatina, 1819-1890) del quale, associandolo all’altro patriota galatinese Nicola Bardoscia, il compianto Antonio Antonaci scrive: «Il Cavoti era imparentato per vie diverse, con antiche casate galatinesi, […] Il contributo dato dal Cavoti e dal Bardoscia all’ideale unitario fu, non solo per Galatina ma anche per l’intero Salento, di grande efficacia, anche se di dimensioni diverse: più romantico e per certi aspetti audace e passionale, quello del Cavati, un tipo dalla fantasia accesa e dalle tendenze contraddittorie fino a sembrare talvolta strane, come accade nel mondo degli artisti […] Il Cavoti […] fu il tramite fisso di collegamento tra i patrioti galatinesi e quelli di Lecce. Fu segretario del Circolo patriottico comunale di Galatina, fondato subito dopo quello di Lecce» (v. A. Antonaci, Galatina Storia & Arte, Panico, Galatina 1999, pp. 605-6).

Ma di Pietro Cavoti abbiamo ancora qualche altra notizia fornitaci dall’enciclopedia libera Wikipedia, che riporta quanto segue: «è stato un artista, pittore e studioso dell’arte italiano. Compì i primi studi al Real Collegio dei Gesuiti a Lecce. […] Insegnò francese, disegno e calligrafia nel Collegio degli Scolopi, divenuto poi Liceo Convitto Colonna [Galatina], attuale sede del museo a lui dedicato./ Artista e ricercatore attento, fu nominato dal Ministro della Pubblica Istruzione nella commissione incaricata di censire e classificare i monumenti italiani, al fine di indicare quelli da considerare monumenti nazionali. Il suo lavoro iniziò dalla provincia di Lecce e precisamente dalla Chiesa di Santa Cristina a Galatina e della Chiesetta di Santo Stefano a Soleto. Furono questi gli anni del suo soggiorno fiorentino, durato 15 anni, dal 1861 al 1876, fino a quando le sue condizioni di salute non lo indussero a ritornare a Galatina./ Fu amico di Atto Vannucci, che gli affidò l’illustrazione della sua Storia dell’Italia Antica./ Nel 1876, tornato a Galatina dalla sua esperienza fiorentina, accettò l’incarico, affidatogli da Sigismondo Castromediano, di presidente della Commissione conservativa dei monumenti di Terra d’Otranto e di Ispettore dei monumenti.Ricevette l’incarico di rilevare gli affreschi del Palazzo Marchesale di Sternatia e di effettuare lo studio dell’edificio arcaico detto Le Cento Pietre di Patù. […] Scrisse inoltre alcuni saggi, tra cui si ricorda Saggio di lavori nelle pietre denominate carparo e pietra leccese delle rocce salentine./ Gran parte dei suoi lavori è conservata nel museo civico di Galatina a lui intitolato».

Ma adesso, vediamo com’è fatto questo libro, curato e per tre quarti scritto da Pietro Cavoti. Il frontespizio è un capolavoro d’arte tipografica con arabeschi e un disegnino dorato in cui cinque puttini lavorano in un ambiente tipografico (interessante la cassettiera con i caratteri mobili e il seicentesco torchio in legno); la carta è pergamenata; i caratteri usati sono gli aldini; gli incipit dei capitoli hanno testatine e grandi lettere iniziali colorate con foglia d’oro; due pagine fuori testo custodite da una carta sottile tipo velina, in una v’è la riproduzione della Medaglia, nell’altra la fotografia della Pergamena d’Indirizzo al Ministro delle Finanze Agostino Magliani; in tutto si tratta pp. 4 bianche + 37 + 5 bianche.

Qui di seguito viene riportato uno dei testi in esso presenti.

 

Pietro Cavoti

Copertina: MEDAGLIA/ offerta/ DALLA PROVINCIA DI TERRA D’OTRANTO/ A S. E./ AGOSTINO MAGLIANI/ G[iuseppe] Spacciante // MDCCCXXXIII.

Frontespizio: MEDAGLIA/ offerta/ DALLA PROVINCIA DI TERRA D’OTRANTO/ A S. E./ AGOSTINO MAGLIANI/ Senatore del Regno/ Ministro delle Finanze// Cenni del Cav. Prof. Pietro CAVOTI// Tipo-Litografia Salentina Spacciante – Lecce.

 

Testi

Il Consiglio Provinciale di Terra d’Otranto volle, con unanime e spontanea cortesia, affidarmi l’incarico della Medaglia d’oro e dell’Indirizzo in pergamena, che, per sua speciale deliberazione del 1882, stabiliva doversi offerire al Ministro delle Finanze, AGOSTINO MAGLIANI, fautore di un contratto di mutuo colla Cassa dei depositi e prestiti, necessario ad agevolare, per l tempo e pel dispendio, la costruzione delle strade ferrate da Taranto a Brindisi, e da Zollino a Gallipoli, dalle quali s’impromette gran bene la Provincia e la nostra gran patria.

L’opera mia fu accolta con somma benevolenza; e con espressioni assai cortesi fui chiamato a pubblicare questi brevi cenni intorno alla mia idea ed al lavoro dei valenti esecutori. Io corrispondo con animo pronto e volenteroso a sì cortese invito, perché fu ispirato dall’amore del luogo natio, e perché, quale che siasi questo mio tenue lavoro, spero che servirà d’incoraggiamento ai giovani, mostrando che la loro Lecce, culta e gentile, smentisce l’antico, amaro e scoraggiante proverbio: Nemo Profeta in Patria.

Adunque verrò esponendo quale sia stato il mio studio per accordare l’idea colla forma, in modo che le onoranze della mia patria al celebre Ministro AGOSTINO MAGLIANI fossero quali si convengono alla dignità di chi le offre ed alla virtù dell’uomo cui spettano; poiché il suo sapere e i suoi fatti pel governo Italiano lo rendono degno di essere annoverato fra i pochi sommi, che in Italia hanno dato vigore a quella scienza, che cerca la ricchezza e la potenza de’ popoli, ed esige aumento e gloria da noi, ora che siamo liberati dal flagello delle male Signorie.

 

MEDAGLIA D’ORO AD AGOSTINO MAGLIANI

E. Maccagnani Mod. – G. Vagnetti Inc. in Roma.

Rovescio: La statua dell’Italia, con al fianco il leone con scudo crociato, che stringe la mano alla Provincia di Lecce con al suo fianco lo scudo col delfino. Sullo sfondo il treno con locomotiva sulla strada ferrata): «ALTERIUS ALTERA POSCIT OPEM – MCXXXII». Prof. P. Cavoti Int. – E. Maccagnami Mod. – G. Vagnetti Inc.

 

CONCETTO DELLA MEDAGLIA

Se il trovare l’epigrafi, i motti, le imprese e le medaglie è cosa difficile per se stessa, certamente cresce molto la difficoltà quando è sterile l’argomento. Ognuno vede quanto poco si porga alla plastica (specialmente per la numismatica) un contratto di mutuo: pur nondimeno è questo appunto il tema della nostra Medaglia.

Sarebbe stato ovvio e facilissimo il trattarlo, ponendo nel diritto l’effigie del celebre Ministro, e nel rovescio una breve iscrizione, che dicesse quello ch’egli aveva operato a pro della Provincia salentina: ma in tal modo si sarebbe ricorso alla epigrafia, quando era pregio dell’opera esprimere il fatto con una rappresentazione, come si conviene ad una medaglia. Imperciocché questo piccolo monumento, essendo di sua natura scultorio, è necessario che parli colla massima sobrietà e chiarezza per mezzo della imagine, alla quale l’epigrafe non deve servire ad altro che a determinare quello, che non si può col linguaggio della figura.

Meditando e rimeditando, trovai che in questo caso la Medaglia non doveva essere soltanto onoraria, ma altresì commemorativa. Primo, perché così la richiedeva un fatto di tanta importanza nella storia commerciale della Provincia salentina: fatto che tornerà a vantaggio della nostra gran patria comune. Secondo, perché così si eleva al suo giusto grado l’onore meritato dall’illustre Economista, imperciocché il suo nome, associato a quello di una Provincia, non resterà racchiuso entro i limiti personali e fra i ricordi di famiglia; ma si estenderà quanto la sfera del progresso contemporaneo delle provincie d’Italia. Terzo finalmente (e questo è più importante) perché questa Medaglia dirà ai nostri nepoti, che quando l’Italia riguadagnò fra le altre nazioni il suo posto d’onore, da tanti anni perduto, i reggitori di questa Provincia seppero, coi loro saggi provvedimenti, stendere queste strade ferrate sul suo terreno, posto come anello di congiunzione tra l’Oriente e l’Occidente, e così resero più comodi i commerci fra i due mondi, nell’epoca appunto in cui tutti i popoli si affaticavano a stringersi la mano, anche divisi dalle regioni più lontane.

Guardato da questo punto un tema sì sterile a primo sguardo, mi parve poi sì poetico e fecondo, che, studiandolo nella sua pienezza, vidi bentosto la necessità di premerne il sugo, e andai cercando un concetto che, coi mezzi della numismatica, si manifestasse chiaramente.

Quel concetto mi suggerì la leggenda del diritto, e quella del rovescio colla sua allegoria; m’ispirò l’indirizzo in pergamena, e mi fece immaginare la decorazione, che lo contorna. Cosicché tutto il mio tema altro non è che una sola idea incarnata in triplice forma, tradotta in triplice linguaggio. Si concentra nella Medaglia e nelle sue leggende col laconismo numismatico ed epigrafico; si sviluppa nell’Indirizzo colla libertà della prosa; e finalmente viene illustrato nel suo contorno colle iscrizioni, coi simboli e colle allegorie.

Ecco il concetto della Medaglia.

Nel suo diritto, intorno al ritratto del rinomato MAGLIANI, scrissi: AUGUSTINUS MAGLIANIUS D[‘]ECONOMIAE STUDIIS INSIGNIS; perché cola leggenda volli accennare intorno alla fisonomia il profilo, per così dire, della mente dell’uomo, nel quale l’Italia ha trovato il Ministro, che presiede alle Finanze col diritto, che gli viene dal suo valore nella scienza.

Ad esprimere nel rovescio il fatto, in cui egli ci fu sì vantaggiosamente fautore, e che ha per noi e per l’Italia quella importanza, che di sopra abbiamo accennato, mi parve che la forma più vivace sarebbe una rappresentazione allegorica. Per ciò disegnai la maestosa ed augusta figura dell’Italia, che abbraccia la nostra Provincia, e le stringe la mano, conducendola su di una strada ferrata, che va a perdersi nell’orizzonte della scena, in cui si vedono locomotive correnti in varie direzioni. La nostra Provincia pone il piede su di una delle due rotaie, e sull’altra ha posto il corno della prosperità e dell’abbondanza. Sul capo delle due donne splende la Stella d’Italia, e su di essa s’inarca la leggenda: ALTERIUS ALTERA POSCIT OPEM [Una sostiene all’altra].

Le due rotaie, passanti dinanzi ad una colonnetta miliaria, di forma moderna, presentano i loro estremi ricurvi in su, come si vedono al termine delle strade ferrate, per indicare con ciò in quale della Penisola stia la Provincia salentina. Sulla colonnetta si legge il numero di chilometri della distanza di Lecce dal mare.

 

PERGAMENA

INDIRIZZO

All’idea, così rappresentata nella Medaglia, mi pare che possa servire di sviluppo la prosa dell’Indirizzo, come alle parole dell’Indirizzo servono d’illustrazione i simboli, i motti e le iscrizioni del suo contorno. Ecco le sue parole:

AD AGOSTINO MAGLIANI

Senatore del Regno d’Italia e Ministro delle Finanze

L’Italia, già fatta nazione, si affretta, colle altre sorelle, alla grande opera della civiltà universale. Quindi è per noi sacro dovere il tramandare ai nostri figliuoli, come ammaestramenti di famiglia, i nomi degli illustri contemporanei, e specialmente di quelli che, con sapienza civile, seppero dare norma al nostro riordinamento, serbandosi intemerati in questa epoca, che per l’Italia è transito alla sua vita nuova.

Fra i nomi di questi sta scritto il vostro, o Signore; lo richiede la storia della Economia e delle Finanze; e la nostra Provincia vuole imprimerlo in una Medaglia, affinché resti come stampato in una pagina d’oro.

Voi sapeste riordinare secondo la giustizia sociale i tributi, e promuoveste i progressi della Nazionale Economia. Voi manteneste il credito Italiano in questa epoca fortunosa. Voi liberaste il Popolo dalla odiosa imposta sui cereali. Voi deste opera all’abolizione del Corso Forzoso. Voi, guardando sempre alla prosperità della nostra gran patria comune, faceste sì che la provincia idruntina avesse più presto, e con facile dispendio, le strade ferrate che saranno ravvivatrici di quella prosperità civile che da lunga età languiva, malgrado i doni che ne fece Iddio.

Se Taranto gioverà meglio all’Italia pei bisogni della guerra; se Lecce e Gallipoli feconderanno meglio di prima studii e i commerci della pace; se brindisi ed Otranto stenderanno più agevolmente di prima le nostre braccia all’Oriente ed all’Occidente coi paralleli delle strade ferrate e col mare; e se questi beni della Provincia messapica torneranno a vantaggio della nostra intera nazione, tocca a Voi, o Signore, il vanto di avervi efficacemente operato. E quando sorgerà il tardo, ma giusto giudizio della Storia, i nostri nepoti sapranno che mentre il Ministro della Istruzione Pubblica era intento a cavare dalla loro tomba le eloquenti reliquie della nostra antica cultura tarentina, il Ministro delle Fnanze, l’Illustre Economista AGOSTINO MAGLIANI, si adoperava a facilitare i mezzi, affinché potessimo renderci di quella degni eredi e continuatori.

Di tanta importanza è il fatto che Voi sì generosamente compiste, o Signore, e la nostra Provincia vuol tramandarlo ai posteri come un’altra fra le corone del merito civile vi tributa l’Italia.

Lecce 1882

 

Il Presidente del Consiglio Provinciale

GAETANO BRUNETTI

del fu Francesco

 

 

In queste parole vedesi chiaro che l’odierno stato d’Italia è il fondo, su cui si accennano i fatti principali del Ministro per la prosperità della nazione risorta. Fra quelli si annovera la sua cooperazione per le già dette strade ferrate, ch’è la giusta orazione di queste onoranze. Ecco la decorazione allusiva che lo contorna.

Nei quattro angoli della cornice, di gusto barocco, i quattro capoluoghi della Provincia di Terra d’Otranto sono indicati dai loro rispettivi stemmi, tenuti da genietti a gruppo, tra quali alcuni fanno svolazzare cartelle con leggende esprimenti i pregi caratteristici di ciascun luogo, sì morali come storici e geografici, ed anche la loro destinazione secondo il nuovo ordinamento della nostra nazione.

Lecce ha sulla sua targa il lupo passante da destra a sinistra sotto l’albero di leccio, e la sua leggenda Artes Ingenuae et Iura rammenta i suoi studii antichi e fiorenti tuttora.

Gallipoli ha il gallo che tiene colle zampe la storica divisa Fideliter excubat; e i suoi pregi geografici e morali sono compresi nell’ampio significato della scritta Terrae marisque dives.

Brindisi ha sulla sua impresa il massacro sormontato da due colonne coronate all’antica. La sua leggenda definisce il suo sito, dalla natura e dalla nazione fatto porto di molta importanza pei commerci fra l’Oriente e l’Occidente; Statio tutissima nautis.

La gloriosa ed antica Taranto ha in capo allo scudo la conchiglia intercalata col nome Taras, e il il corpo dell’impresa è il Taras sul delfino. La scritta Armamentarium Italicun accenna il suo nuovo destino, che ci desta le sue memorie di guerra nel mondo romano.

Gli spazi della cornice, che si avvicinano a questi gruppi, sono adorne di cose allusive alle rispettive leggende.

Pensando che i due stati supremi a cui si riduce la vita dei popoli sono la Pace e la Guerra (domi belliqua) collocai ne’ due centri dei lati verticali di questa cornice i due simulacri della Pace e della Guerra: la prima fra le parole di Silio Italico:

Pax optima rerum

Quas homini novisse datum…

… Pax custodire salutem

Et cives acquare potest

 

la seconda fra quelle di Epaminonda riferite da Plutarco:

Pax Bello paratur, nec tam eam tueri licet nisi cives… ad Bellum instructi.

 

Nel lato superiore è fissata da due borchette la pergamena coll’Indirizzo contornato da meandri d’oro, e adorno del piccolo mezzobusto dell’Italia miniato nell’iniziale.

Questa pagina è alquanto accartocciata nei due angoli del lato inferiore, sicché scuopre due paesi lontani in basso del quadro sul quale scende. In uno, le piramidi e le pagode indicano l’Oriente; nell’altro il Campidoglio e il Vaticano rappresentano l’Italia nelle due grandi epoche della sua storia. Fra queste due scene intercedono campagne, ponti e mare, e corrono locomotive e battelli.

Nel centro di questo lato siedono due putti tenendo lo stemma della città di Otranto, che dà il nome a tutta la Provincia; la quale cole nuove strade ferrate avvicinerà più comodamente di prima Alessandria d’Egitto a Roma. La leggenda di questa parte è:

Distantia jungunt.

Finalmente il quarto lato superiore, che chiude il quadro, ha nel centro un piccolo monumento, in cui vedesi in bassorilievo il ritratto del rinomato Ministro, ed intorno tre genietti che mostrano i fatti principali della sua vita pubblica, scritti in cartelle: la Quistione della Moneta, l’Abolizione della tassa sui cereali, l’Abolizione del Corso Forzoso. Sul piccolo imbasamento vi è questa epigrafe in lettere di oro:

AUGUSTINUS . MAGLIANIUS

Aerarii . Italici

Serbator . et . Auctor

MDCCCLXXXII

 

La composizione di questo gruppo è tratta dalle parole dell’Indirizzo, che sono queste:

«Di tanta importanza è il fatto che voi sì generosamente compiste, o Signore, e la nostra Provincia vuole tramandarlo ai posteri, come un’altra fra le corone del merito civile che vi tributa l’Italia.»

 

Quindi vedesi la Provincia di Terra d’Otranto, che pone una ghirlanda d’alloro sul ritratto del Ministro, il quale, secondo l’epigrafe, rammenterà nella storia un’era prosperevole delle finanze del Regno d’Italia.

Su questo lato della cornice, ch’è il principale, vi è la scritta dedicatoria:

Sunt heic suae praemia laudi.

 

Mi pare conveniente che la cornice di legno, che racchiude il quadro, non fosse un ornamento senza significato, e per gli angoli mi giovai del delfino che morde la mezzaluna, e che, posto sui pali di rosso e d’oro, è lo stemma della Provincia.

 

ESECUZIONE

Posciacché ebbi determinata l’idea e la forma, pensai che le opere d’arte, quando giungono ai nepoti, manifestano la mente degli avi non solo, ma anche il grado della loro cultura; imperciocché parlano (a chi sappia bene intendere) direttamente per mezzo della rappresentazione, e con vivacità maggiore nel loro linguaggio estetico, ed anche coi mezzi tecnici, senza bisogno di alcuna parola, absque ulla literarum nota. Quindi cercai, per quanto mi fu possibile, che l’esecuzione fosse tutta lavoro del paese che l’offriva; affinché come pianta indigena mostrasse quale fosse la nostra natural disposizione, e quale lo stato di cultura quando si fecero queste memorie. E però, giovandomi dell’assoluta libertà, che cortesemente mi era data per compiere l’incarico, mi parve giusto e bello scegliere giovani leccesi; tanto più che ben sapeva come dell’opera loro mi sarei giovato con felice affetto.

È vero che quanto io richiedeva era ben poco a mostrare tutto il loro valore; ma tanto bastava al mio intento: varcare i limiti sarebbe stato per lo meno inopportuna abbondanza.

 

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Eugenio Maccagnani, già conosciuto in Italia per opere premiate e di grandi proporzioni, modellò la Medaglia colla grandiosità scultoria, che anche in piccolo ti fa vedere il colossale; ciò ch’è mirabile pregio della glittica e della cultura.

Questo valente giovine, per lunghi e severi studii fra i tesori antichi di Roma, sa giovarsi della forma greca, sicché ne veste l’idea senza sforzo e senza pedanteria. Lo Spartaco, il Mirmillone, l’Aspasia, il Primo Bagno sono opere sue che ciò provano abbastanza.

Nella Medaglia al Ministro MAGLIANI egli ci fa vedere come la stessa mano, che tratta il mazzuolo e la gradina nei monumenti colossali, sappia pure maneggiare la stecca delicata per modellare le piccole forme di una medaglia e di una gemma.

Egli ha ritratto il MAGLIANI colla massima somiglianza, ricercando con sommo giudizio tutti quei minuti e vivaci particolari, di cui si compiace il naturalismo; ma conservando sempre la larghezza della forma scultoria: e ciò non riesce facile a chi non sia nato col sentimento della scultura.

 

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Egli è facile intendere che quando l’opera dello scultore vien trasportata nelle piccole proporzioni del conio dall’incisore, deve subire tutti i pericoli di un testo che passi alla traduzione. Se l’incisore non è artista capace, d’interpretare bene il modello può avvenire che, malgrado la somma diligenza del suo lavoro, faccia sì che lo scultore non vi riconosca più l’opera sua.

Il calco del Maccagnani fu inciso da Giovanni Vagnetti artista degno della sua Firenze. Se fosse mestieri rilevare un ignoto, mi basterebbe apporre qui il catalogo delle medaglie da lui eseguite per celebrare uomini e fatti memorandi della nostra storia: ma il Vagnetti è omai noto abbastanza. A noi occorre dire che il tipi del Ministro MAGLIANI è stato inciso da lui con giusta lode per altre simili onoranze. Ecco perché egli ha saputo capire ogni piano ed ogni piccola modellatura del bassorilievo dello scultore, sicché l’opera sua ha tutto quel pregio che noi qui accenniamo di volo, perché senza la Medaglia non può gustarsi cola sola fotografia.

Sono lieto di avere avuto fra i miei concittadini un distinto valentuomo della mia direttissima Firenze; ma mi duole che l’arte d’incidere le medaglie non si trovi fra noi; e vorrei che sorgesse alcuno ben disposto a coltivare questo ramo dell’arte scultoria severo e difficile quanto necessario ai lumi della storia; cosicché queste mie parole restassero a provare che, quando la nostra Provincia coniava la prima medaglia commemorativa, cominciava allora a coltivarsi quest’arte da tanta età spenta fa noi, dopo i conii bellissimi delle antiche medaglie Tarentine.

 

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L’ornamento della pergamena cercai che avesse un carattere ricco ma serio, e lo volli monocromo, eccetto nei festoncini dei fiori, procurando l’effetto nel giuoco dei piani e della luce. A questo si porge benissimo il barocco elegante della decorazione della nostra architettura del secolo XVII; ed io mi attenni a quel gusto, anche per dare con ciò il tipo dell’arte nostrana.

Questa parte fu da me affidata al signor Pietro De Simone, giovine anch’esso, e leccese come il Maccagnani.

Il De Simone pittore, miniatore e calligrafo ha molto lavorato in Roma per distinte ed onorevoli commissioni. Egli condusse questa pergamena con quel grado di esecuzione che si richiedeva, secondo quel ch’egli ha appreso da pregevoli modelli, lasciando, cioè, quel tormentoso meccanismo che talora raffredda e distrugge l’effetto per la noiosa lisciatura. Che il De Simone abbia ciò fatto con lodevole accorgimento, si vede bene, osservando che, dove l’arte lo richiedeva, egli è stato minuto e diligente miniatore.

Merita lode anche la sua fermezza di mano, e la nitidezza del carattere; che io scelsi di forma latina, come è nei codici del buon secolo, perché la leggiera eleganza, e le bizzarrie e la destrezza di mano nei ghirigori della calligrafia moderna male si addirebbero alla serietà dell’Indirizzo ed alla severa maestà della lingua latina delle epigrafi che accompagnano le figure.

 

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L’intaglio della cornice è lavoro del signor Giuseppe De Cupertinis, anch’esso leccese, giovine distinto con premii riportati per opere d’intaglio in legno. Egli è il primo che fa risorgere fra noi quest’arte decorativa, già spenta coi nostri arcavoli, che ci hanno lasciato pregevoli lavori qua e là in alcune chiese ed in qualche antica mobilia. Quel poco che finora ha fatto qui il De Cupertinis ne assicura ch’egli impianta la sua scuola con prosperi auspicii. Così possano i ricchi persuadersi del sapiente consiglio del Venosino:

Nullus argento color est avaris

Abdito terris, inimice lamnae

… nisi temperato

Splendeat usu;

 

e intendano una volta che l’uso più bello, e più nobile dell’argento è quello che giova ad incoraggiare le arti e le industrie del proprio paese.

 

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Queste mie schiette e libere parole ai valenti giovani, che condussero con tanto amore questo lavoro, valgano ad argomento dell’affetto con cui la loro patria corrisponde a quelli che seppero attuare gloriosamente le speranze che le fecero concepire nei loro primo anni.

Intanto io vorrei che ciò fosse grato anche a tutti gli altri loro confratelli d’animo e d’ingegno eletto, dai quali si spera che sieno ravvivate, a seconda dei nostri tempi, non solo le Arti del Bello, ma altresì tutti i rami delle arti fabbrili, che solo da quelle possono ricevere grazia, bellezza, e quindi aumento di valore.

Così la cura e il dispendio della nostra Provincia, adoperati a facilitare colle strade ferrate il commercio dei nostri lavori, non saranno sprecati per un popolo infingardo, che non sappia offrire altro che i prodotti del suo terreno, fecondo non tanto per opera dell’uomo quanto per sua natura.

Grave danno e somma vergogna sarebbe certamente se i mezzi commerciali che andiamo procurando, invece di servire ad un florido scambio delle nostre opere industriale cin quelle de’ nostri vicini, non servissero ad altro che a renderci più facile il viaggio per pagare, quale tributo della nostra ignoranza, il prezzo dei prodotti dell’altrui cultura, restando noi sempreppiù oppressi dalla ignavia e dalla sonnolenza.

Pensiamo che se noi Italiani fummo forti e longanimi nel cospirare; se fummo coraggiosi e fieri nel combattere, e riconquistammo l’indipendenza politica, non però abbiamo fin  qui riguadagnato la nostra antica indipendenza dalle arti, e dalle industrie dello straniero. Pur troppo siamo ancor scoperti da questo lato agli assalti di quelle: assalti assai più funesti delle armi, perché non uccidono di un colpo solo, ma fanno morire nella fame, dopo averci fatto lungamente agonizzare nella corruzione.

Intanto gli è certo che oggigiorno il progredire ci costa assai meno di quel che ci costava prima; imperciocché la nostra attività non è più rannicchiata e costretta entro la cerchia di una città o di una provincia, come quando ci univa la comune sventura.

In quello stato miserando divisi, spogliati, collo straniero sul collo, e costretti a diuturne umiliazioni, eravamo quasi per perdere ogni speranza di far bene e perfino la coscienza del nostro ingegno. Ma ora lo sviluppo delle nostre forze morali non ha nessuno impedimento. Al regno che premiava gl’ingegni coll’esilio, col carcere, colla ghigliottina, è succeduta la Patria che si adopera sollecita con ogni studio a favorirli.

Quindi è che per non vi ha più scusa, e siamo responsabili in faccia all’Italia, come l’Italia alla presenza delle altre nazioni.

Ed a me pare che la responsabilità di noi Italiani moderni abbia questo di proprio: ch’essa è tanto più grande in confronto di quella degli altri popoli, quanto sono più gloriose in confronto delle altrui le nostre antiche tradizioni. Se gli altri rivolgono lo sguardo al loor passato possono sempre vantarsi di avere progredito riguardo ai primi passi del loro incivilimento; ma noi non potremo mai vantarci di camminare avanti se prima non saremo tornati quelli che fummo quando gli altri si affaticavano a raggiungere la nostra cultura.

Ma speriamo ed operiamo fermamente. Egli è certo che non è spento in noi «il fondamento che natura pone». Egli è certo che vi è la libertà della stampa, e che si vanno sempreppiù stendendo ed incrociandosi per tutto il Bel Paese le fila de’ telegrafi e le rotaie delle strade ferrate.

 

* pubblicato su Il Filo di Aracne

Echi della battaglia di Lepanto (1571) a Galatina e a Soleto

turchi a otranto

MAMMA LI TURCHI

Echi della battaglia di Lepanto (1571) a Galatina e a Soleto*

di Luigi Manni

 

Nel 1480, il turco Gedik Achmet, pascià di Valona, con la sua armata prese e saccheggiò Otranto, decapitando gran parte della popolazione e uccidendo in cattedrale, vestito dei paramenti vescovili, l’arcivescovo, il galatinese Stefano Agricoli, “vero” martire di Otranto[1]. Nel 1571, esattamente novant’anni dopo, il grido “mamma li turchi” – presago di nuovi lutti e nuove carneficine – lacerò le contrade di Terra d’Otranto.

Com’è noto, l’afflitta Christianità, da molti giorni prima dello scontro tra la santa Unione (la Lega cristiana) e l’inimico comune (i Turchi), avvenuto il 7 ottobre nelle vicinanze del porto fortificato turco di Lepanto, su invito del papa Pio V e dei vescovi delle varie diocesi, s’era raccolta in preghiera ad invocare la protezione della Vergine (e naturalmente un esito vittorioso) con il cosiddetto Officiolo della Madonna[2]. Questo l’editto del vescovo di Castro Luca Antonio Resta, vicario di Otranto, e la dichiarazione dell’arciprete di Galatina Giovan Pietro Marciano: Il di 14 d’ottob(re) 1571 il p(rese)nte Editto del R(everendissi)mo Mons(ign)or di Castro Vic(ari)o G(e)n(e)rale d’Otranto (assente l’arcivescovo Pietro Antonio de Capua) fu p(rese)ntato a me D. Giovan Pietro Marciano Arciprete di Sampietro Galatina, al q(ua)l io havendo in me ubidito da molti giorni et mesi, et conformatomi agli ordini di Sua Santità, al p(rese)nte m’offero di farlo osservare nella chiesa et clerici nostri, et q(ua)nto all’Officiolo della Madonna dai laici et da coloro che non sono obbligatj alla recitazione di detto officio[3]. Lo stesso giorno, il protopapas di Soleto Nicola Viva rilascia identica dichiarazione, ma aggiunge che nella terra de Solito no(n) ce siano pre(i)ti latini, no(n) monasterij et la matrice eccl(esi)a n(os)t(r)a con suj sacerdoti son tutti greci[4]. A Soleto, quindi, l’Officiolo della Madonna era recitato in greco.

Molto importante risulta, poi, la cronaca cinquecentesca del galatinese Pietro Antonio Foniati[5], che, pur necessitando di qualche emendamento, ci fa sapere che i galatinesi avevano la possibilità di seguire, passo dopo passo, tutta l’impresa di Lepanto: Don Giovanni d’Austria, fratello bastardo del Re (figlio naturale di CarloV e fratello di Filippo II), intrò in Napoli a 9 d’agusto 1571 a nezza ora de notte, con assai cavalieri, con gran pompa, et onore. Poi viene segnalato il passaggio della flotta cristiana nel mare Adriatico: L’armata de tutta la Cristianità, cioè del re Filippo, del papa e dei Venetiani, passò a 25 di settembre 1571 per Levanta da circa 232 galere. Lo generale era Don Giovanni d’Austria. Era nella galera de Don Giovanni uno stendardo datogl ida papa Pio V, il quale nella battaglia stette arborato (issato) et non ebbe una botta. Erano nelle galere nove galiazze, et venticinque navi portavano tutto lo fiore della cristianità.

Il giorno della vittoria della flotta cristiana contro i Turchi, non fu un giorno fausto per la chiesa collegiata di Galatina: Adì 7 ottobro fu domenica 1571, avendo ditto vespro li latini (cioè recitata l’ora canonica verso il tramonto), essendo li preiti alli pezzoli (seduti su dei sedili di pietra) della chiesa madre, cascò uno trono et gettò lo gallo; et ammazzato l’archipreite (notizia inesatta, perché Giovan Pietro Marciano avrà vita lunga) et entrò perfì mezzo alla chiesa.

Ricordiamo che il 14 ottore 1571, giorno delle dichiarazioni rese dagli arcipreti Marciano e Viva, non si sapeva ancora nulla sull’esito della battaglia, che sarà noto a Galatina il 20 ottobre 1571: Adì venti del ditto, fu sabbato, arrivò una galea che portava [nova de] una moltitudine de galere de l’inimico turco; portava nova (portava la notizia) come con la battaglia fatta a capo Ducato, l’altezza di Don Giovanni (d’Austria), con tutta l’armata Cristiana, prese 170 galere di nemici, con mortalità de trenta millia turchi, et prese assai vivi. L’Occiali (Occhiali Kilig Alì, ammiraglio dell’armata turca) fuggette con trenta galere. Delli nostri morsero (morirono) tre millia, et cinque millia vivi feriti. La guerra fu di matina, durò sei ore, furono presi due figlioli di Alì, generali de li Turchi, il quale fu ammazzato. Vivi furo liberati 12 millia schiavi cristiani. Questo successe adì 7 d’ottobre 1571. Dopo la vittoria della flotta cristiana, molti pittori rappresentarono la Vergine , dapprima chiamata Nostra Signora della Vittoria, festeggiata appunto il 7 ottobre, giorno della battaglia di Lepanto, poi come Madonna del Rosario, nella festa trasferita da Gregorio XIII alla prima domenica di ottobre.

Esemplare, in questo senso, per i richiami alla sconfitta inflitta ai Turchi dall’Europa cristiana, appare la bellissima cinquecentesca tela della Madonna del Rosario, custodita nella matrice di Soleto, che merita un esame dettagliato. La tela, la cui impostazione è ripresa da una stampa dell’incisore lorenese Nicolas Beatrizet, è stata realizzata a mio avviso, tenendo conto anche delle biografie dei personaggi rappresentati, tra il 1572 e il 1576 e si pone, nella storia dell’iconografia rosariana, tra le prime manifestazioni dell’arte pugliese, collocabile “nell’ambito del tardo manierismo meridionale di fine secolo”[6]. Attribuita al noto pittore galatinese Lavinio Zappa, e non Zoppo[7], tra la sequela dei quindici Misteri che affianca i margini superiori, presenta in alto, circondata da angeli che offrono rose e altri musicanti con viole e liuti, una Vergine coronata e il Bambino mentre distribuiscono i rosari a S. Domenico e a S. Caterina da Siena. In basso a sinistra sono raffigurati i protagonisti e i personaggi legati alla vittoria di Lepanto: in primo piano il re di Spagna Filippo II, affiancato dal papa Pio V, con alle spalle il cardinale Borromeo; verso l’alto l’arciprete NicolaViva; l’arcivescovo di Otranto Pietro Antonio de Capua e, con il berretto rosso di doctorparisiensis, il filosofo, matematico, medico e astrologo soletano Matteo Tafuri, forse committente dell’opera. A destra, sotto l’immagine di S. Caterina, figura probabilmente Eleonora, sorella di Carlo V e, affiancata, sicuramente la regina Anna d’Austria, che indossano la caratteristica gorgiera rigida “a lattuga”. In basso, una giovane schiava turca mostra il rosario e il Vangelo. La schiava, iconologicamente inserita in un contesto di trionfo della cristianità, rappresenta in maniera emblematica l’immagine dell’infedele sottratta ab infami sectamaumethana e recuperata ad fidemnostramsacrosantamcatholicamromanam[8]. Insomma una schiava liberata e convertita.

Filippo II, tre volte vedovo, poco prima della rappresentazione della tela del Rosario, aveva sposato la nipote Anna d’Austria, segnando così l’inizio dei matrimoni endogamici, che portarono alla fine della casa d’Austria, per via dell’eccessiva consanguineità; Eleonora fu regina due volte, di Portogallo e di Francia; Pio V (Michele Ghislieri) e Carlo Borromeo diventeranno santi; Nicola Viva, penultimo arciprete di rito greco di Soleto, oscuro delatore del concittadino Matteo Tafuri, in punto di morte raccomanderà l’anima sua alla maestà de Iddio, lo quale abbia misericordia de quella; l’arcivescovo di Otranto Pietro Antonio de Capua era stato inquisito dal Tribunale dell’Inquisizione e stessa sorte aveva subito l’eretico Matteo Tafuri, che fu “carcerato et confinato in Roma et tormentato per herisia mesi quindecimortalemente”. Tanti personaggi così diversi, inconciliabili tra loro, ma tutti inginocchiati ad implorare la Vergine. Sic transit gloria mundi.

 

[1] G. VALLONE, Mito e verità di Stefano Agricoli arcivescovo e martire di Otranto (1480), in “ArchivumHistoriae”, 29, Romae 1991, app. III, p. 308.

[2] ADO (Archivio Diocesano di Otranto), Fondo atti visita di Pietro Antonio de Capua, 1567, c. 18 r.

[3]Ibidem.Per l’arciprete di Galatina, cfr. V. LIGORI, Famiglie e parentele nei registri parrocchiali galatinesi delCinquecento, in “BSTO” (Bollettino Storico di Terra d’Otranto), 7-1997, p. 68 e nt. 22, 113.

[4] Ibidem. Per l’arciprete di rito greco di Soleto, cfr. L. MANNI, Tracce testamentarie e biografiche di Nicola Viva eAntonio Arcudi, ultimi arcipreti greci di Soleto, in “BSTO”, 14-2005. Pp. 52-61.

[5]   F. GIOVANNI VACCA, Un’inedita cronaca galatinese del Cinquecento, in “Urbs Galatina”, n. u., (a cura dell’Amministrazione Comunale di Galatina), Galatina 1992, pp. 22-4.

[6]Per tela, cfr. L. MANNI, La chiesa Maria SS. Assunta di Soleto, in (a cura di P. ROSSETTI), Maria SS.ma Assunta Soleto, Galatina 2011, pp. 81-3; sulla stampa del Beatrizet, cfr. (a cura di C. GELAO), Confraternite arte e devozione in Pugliadal Quattrocento al Settecento, Napoli 1994, pp.222-4, 239-40.

[7]   Cfr., sull’argomento, L. MANNI, Lavinio Zappa, Matteo Tafuri e la tela del Rosario, in (dello stesso autore), Dallaguglia di Raimondello alla magia di messer Matteo, Galatina 1997, pp. 120-2.

[8]   La citazione è tratta da APS (Archivio Parrocchiale di Soleto), Liber mortuorum, atto del 13 ottobre 1725, in cui risulta sepolto nella matrice il corpo di un tal Sthephanus, uno schiavo ottomano catturato e poi venduto a Soleto tra il 1670 e il 1680, per il quale cfr. L. MANNI, Sthephanus(1650-1725): uno schiavo turco ottomano etc., in “Lu Cutrubbu”, 1990, pp. 61-2.

 

* pubblicato su Il filo di Aracne

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Leggende salentine. Virgilio, un mago?

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di Melanton

È noto che il Salento – e particolarmente Brindisi (dove giunse da un viaggio in Grecia, e si fermò fino alla morte, avvenuta il 21 settembre del 19 a.C.) – ha ospitato per un periodo più o meno lungo il grande poeta latino Publio Virgilio Marone. Non tutti, però, sanno che l’autore dell’Eneide, delle Bucoliche e delle Georgiche, aveva fama d’essere un mago.  A lui, infatti, furono attribuite varie imprese prodigiose, tanto che la nomea del “Mago Virgilio” si diffuse ben presto in tutta la Puglia, e nell’intero Regno di Napoli. E per secoli, fin quasi ai nostri tempi, allorché un’opera destava meraviglia e stupore per la sua grandiosità, si diceva: «L’have fatta lu Macu Virgiliu!».

Così avvenne appunto a Taranto con la famosa fontana di Piazza Mercato, alimentata da un colossale acquedotto che passava sopra il ponte di pietra di Porta Napoli: tutto il popolo era convinto che fosse opera de lu Macu Virgiliu, che con tale impresa (compiuta, peraltro, in una sola notte!), aveva finalmente vinto la sfida con le Streghe per il dominio sulla città.

Di questo preciso evento, e delle magiche capacità di Virgilio, dà precisa testimonianza in un suo saggio anche il filologo romano Domenico Comparetti (1835-1927), citando peraltro il seguente “sincero e grazioso canto d’amore, udito dalla bocca di una contadina, in un picciol villaggio presso Lecce”: «Diu, ci tanissi l’arte de Vargillu: / nnanti le porte toi nducìa lu mare / ca de li pisci me facìa pupillu, / mmienzu le reti toi enìa ‘ncappare ; / ca di l’acelli me facìa cardillu, / mmienzu lu piettu tou lu nitu a fare; / e sutta l’umbra de li to’ capilli /enìa de menzugiurnu a rrepusare». Ah, l’amore, l’amore…

 

Pubblicato su Il filo di Aracne

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

Il Salento delle leggende

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

 

Salento-Popolare

di Antonio Mele ‘Melanton’

 

 

Quando muoiono le leggende finiscono i sogni.

Quando finiscono i sogni, finisce ogni grandezza.

 

Forse dovremmo essere un po’ più orgogliosi delle nostre città.

E amarle per il loro giusto verso. Con fierezza moderna, evoluta, proiettata al domani.

Amarle, intanto, e onorarle, come la terra dei nostri padri. Delle nostre radici sentimentali e civili, guardando ad esse come a un patrimonio da sviluppare e trasmettere. Tanto più se la nostra patria, piccola o grande che sia, possiede oggettivi riscontri di arte e di storia.

La nostra terra, il Salento leccese, terra di memorie e futuro, è una madre di cento figli.

Per ricomporre l’originaria Terra d’Otranto, al già vivace comprensorio dei 97 comuni d’oggi andrebbero aggiunti quelli delle province di Brindisi e Taranto, nonché dell’area della provincia di Matera, che vi faceva parte integrante fino al 1663.

Il territorio attuale, negli ultimi lustri,e pur con qualche inevitabile improvvisazione elimitazione, è diventato un polo di richiamo irresistibile, un crogiuolo d’idee, un laboratorio di progetti.

Il Salento, infine, per nostra fortuna, non è del tutto uniforme: è, anzi, un mosaico di tessere variopinte. Ha i colori di Lecce e di Galatina, di Maglie e di Nardò, di Gallipoli e di Ugento, di Calimera e di Soleto. Ha vestigia antichissime, monumenti sacri e civili di rilevanza nazionale, una propria Università, gloriosi licei, biblioteche, musei, circoli e fermenti culturali. Le vaste distese di ulivi, di vigne, di frutteti e di fiori sono racchiuse tra le albe di Otranto e i tramonti di Gallipoli. Con piazze vivaci di mercati e di festa. E una corona di torri che dal mare Adriatico e dallo Jonio degradano, congiungendosi come una collana, verso l’estremo lembo di Santa Maria di Leuca de FinibusTerrae. Ai confini del mondo.

Geografia che si fa storia. E storia che diventa leggenda.

 

I confini tra il tempo reale e quello fantastico sono sempre difficilmente distinguibili. Come, e ancor più, quelli che si accavallano tra religione e superstizione, tra sacro e profano.

Quanto meno insolita, a tale proposito, per i suoi possibili risvolti a sorpresa, appare l’antichissima processione di San Pietro in Bevagna, legata a un rituale propiziatorio della pioggia, che si celebra tuttora a Manduria, in ricordo dei tempi in cui s’invocava con particolare devozione l’intervento del Santo perché debellasse ogni prolungato stato di siccità, pregiudizievole per i raccolti, del tutto fondamentali per l’economia locale.

Succedeva, allora, che i contadini portassero in processione, dalla chiesetta della frazione di San Pietro in Bevagna fino alla Chiesa Matrice di Manduria, l’immagine sacra dell’Apostolo, al quale si rivolgevano con preghiere, canti, suppliche, e penitenze d’ogni genere, portando sulle spalle grossi rami e tronconi d’albero. Oggi, infatti, è denominata “la processione degli alberi”.

Durante quest’atto di penitenza collettiva, si declamano altresì alcune litanie popolari, spesso improvvisate e comunque estranee alla liturgia ufficiale ecclesiastica. Una fra le più note recita: «Santu Pietru binidittu, / ca a lu desertu stai, / tantu bene ti òzzi Cristu / ca ti tanò li chiài: / tànni a nui lu Paradisu, / tu ca n’hai la potestai!» (San Pietro benedetto, / che nel deserto stai, / tanto bene ti volle Cristo / che ti donò le chiavi: / dai a noi il Paradiso, / tu che ne hai la potestà).

Fino a qualche decennio addietro, quando il rapporto tra il popolo dei fedeli e il Santo era, per così dire, più familiare e diretto, se la pioggia tardava a cadere, non si andava tanto per il sottile, e si metteva San Pietro… in castigo! I contadini ne sistemavano l’immagine fuori dalla Chiesa, e si rivolgevano ad essa con espressioni neanche tanto velate d’insulto o di minaccia, talora perfino aspre e dure, finché la pioggia non tornava ad irrorare i campi. E finalmente avveniva la riappacificazione.

Una leggenda nella leggenda riguarda l’arrivo dell’Apostolo sul litorale di Bevagna. Nel viaggio verso Roma, egli trovò riparo in questi lidi dopo il naufragio della sua piccola imbarcazione, e stanco e assetato si diresse verso una fonte che aveva intravisto non lontano. Accanto alla fonte si ergeva la statua di un dio pagano (forse Zeus, secondo la tradizione più diffusa), al che San Pietro si fece il segno della croce, e immediatamente la statua si frantumò ai suoi piedi. La gente che assistette al prodigio si strinse allora attorno al Santo, acclamandolo e convertendosi al Cristianesimo.

Un’ultima curiosità, che con San Pietro non c’entra ma con Manduria sì.

La bella città di origine messapica, capitale del famoso vino Primitivo, è fra le poche al mondo – insieme a Oria – che festeggia solennemente i Santi Medici.

Qualcuno obietterà che i Santi Medici sono festeggiati in molti altri paesi dell’Italia e del mondo. Dove sarebbe, quindi, questa presunta ‘esclusività’?

Ecco spiegato l’arcano. Tutti (o quasi) sappiamo che i Santi Medici sono i due fratelli gemelli Cosma e Damiano. Ma quanti sanno che, accanto a loro, ci sono altri tre fratelli, medici anche loro, e anche loro martiri esanti? Si chiamano Antimo, Euprepio e Leonzio. E Manduria – come Oria – li festeggia tutti e cinque insieme.

 

Fra i tanti Santi onorati nel Salento c’è il Poverello d’Assisi, protagonista anch’egli di una leggenda.

Si narra che San Francesco, mentre ritornava da un suo pellegrinaggio in Palestina, decise di fermarsi a Lecce per dare vita ad una nuova comunità religiosa. Si mise quindi a predicare, e in breve tempo radunò molti confratelli, vivendo di carità.

Ci fu un giorno, in cui ebbe molti problemi a raccogliere cibo sufficiente per tutti. Aveva già bussato ad ogni porta, ma il ricavato era ancora del tutto scarso. Per ultimo, bussò alla porta di un vecchio contadino, povero anche lui, che viveva da solo in una casupola appena fuori città. «Sono addolorato, ma non ho da mangiare neanche per me: non ho neppure una briciola di pane raffermo…», disse il vecchio a San Francesco, e richiuse la porta.

Per nulla turbato, il Santo bussò ancora. E il vecchio gli riaprì: «Fratello, mi dispiace…», replicò, «…ma neanche l’albero di arancio che ho in fondo al giardino, che è l’unica mia risorsa, quest’anno ha dato frutti!”.

San Francesco chiese allora di essere accompagnato in giardino. Si fece il segno della croce e si avviarono.

Quando vi furono giunti, il vecchio contadino rimase ammutolito dalla sorpresa, e s’inginocchiò, e pregò, piangendo dalla gioia e dalla commozione: l’albero era infatti miracolosamente stracarico di arance, e in tale abbondanza da sembrare perfino più grande! E tutto quel ben di Dio, raccolto in ampie ceste, non solo bastò per sfamare i fratelli di San Francesco e il contadino stesso, ma furono anche donate a tutti i vicini di casa.

Nessuno sa indicare il luogo esatto, ma a Lecce sono in molti a dire che l’arancio benedetto di San Francesco cresce ancora rigoglioso per sfamare i poveri, e ha foglie con virtù terapeutiche, che guariscono da molti mali.

 

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Pasquale Cafaro. Una prestigiosa carriera alla corte di Re Ferdinando delle due Sicilie

Valente musicista galatinese

Pasquale Cafaro

Una prestigiosa carriera alla corte di Re Ferdinando delle due Sicilie

pasquale-cafaro

di Rosanna Verter

Per poter acquistar nome in un più vasto spazio, che non era il suol natio molti giovani del sud dovevano recarsi in uno dei Conservatori di Napoli, capitale del Regno delle due Sicilie, per studiare musica o per completare gli studi. Perché San Pietro in Galatina varcasse i confini del Regno, ci pensò la musica di Pasquale Cafaro, il cui nome viaggia tra i personaggi più eminenti del Settecento, quali ad esempio: Giuseppe Mercadante, Giovanni Paisiello, Niccolò Piccinni e Leonardo Leo, che fu anche suo maestro. Inoltre il Cafaro si colloca a pari livello deimaggiori compositori settecenteschi napoletani di musica sacra, come Domenico Cimarosa, Giovan Battista Pergolesi e Francesco Durante.

Dai registri di battesimo conservati nell’archivio della nostra Matrice, che ho potuto consultare grazie alla collaborazione di don Antonio, è emerso che Francesco Pietro Paschale (il nostro Pasquale) nacque il 1° febbraio 1708 da Giuseppe e Isabella Bardaro e fu battezzato a dì 5 dal Reverendo parroco Don Giuseppe Tommasi. Risulta inoltre che compare fu Andrea Galluccio e comare Domenica De Pietro. Pertanto le varie supposizioni sulla reale data esatta della sua nascita credo siano definitivamente sfatate. Altra nota da chiarire è che il nostro compositore non è il Caffariello, come molti studiosi sostengono, ma è solo e soltanto Pasquale Cafaro.

Ad onor di cronaca il cosiddetto Caffariello è Gaetano Majorano, mezzo soprano evirato, nato a Bitonto nel 1710 e morto a Napoli nel 1783. Forse la contemporaneità dei due può aver ingenerato questa confusione, perché il maestro scopritore del Majorano fu tal Cafaro (Domenico e non Pasquale), cosicché Gaetano prese, per riconoscenza, il soprannome di Caffariello.

Dal Catasto onciario (1754 A.S.L.) di San Pietro in Galatina, alla carta 599, si legge che la famiglia d’origine, oltre a possedere diverse proprietà, avevaintitolata a suo nome una contrada e in più alcuni familiari erano anche ecclesiastici, come ad esempio il reverendo don Felice, Pascale maestro di cappella, cioè il nostro; Angela, sorella, che era monaca ed infine il reverendo don Giovanni Angelo Cafaro, che era uno zio. Si legge, infine: “Felice abita in casa propria. Possiede un pezzo di terra con orto uno e mezzo di vigna a santo Sebastiano; un pezzo di terra con orte 4 di vigna e orte 4 di terra seminatoria allo Inchianà; una casa affittata”. Questo spiega, forse, perché tra le opere del Cafaro domina la musica sacra.

Prima ancora di essere l’esimio compositore, Pasquale era stato indirizzato dai genitori agli studi del diritto, o, secondo alcuni studiosi, allo studio delle scienze. Dopo essersi laureato (la laurea era un ornamento prestigioso per tutta la casata), poiché egli non era predisposto per le aule forensi e sentendo in sé la passione per la musica, il 16 dicembre del 1735, davanti al notaio Giovanni Tufarelli, dichiarava di avere diciotto anni e si impegnava a pagare docati dodici per l’ammissione come figliuolo alunno al Conservatorio di S. Maria della Pietà dei Torchini e si impegnava a servire, come musico, per cinque anni tanto nella Chiesa del Conservatorio, quanto in tutte le altre missioni, e processioni che si fanno per dentro e fuori Napoli…

È da precisare che il termine Conservatorio, nel XIV e XV secolo, non era ciò che oggi si intende, cioè il luogo dove si insegna la musica nelle sue varie branche, ma era semplicemente un istituto di beneficenza, dove i trovatelli, i poveri o gli orfani venivano “conservati” negli asili, ospizi, orfanotrofi e coloro che avevano la predisposizione venivano avviati,oltre che all’istruzione primaria, alla cultura musicale.

In seguito furono ammessi altri allievi e così questi istituti benefici si trasformarono in vere e proprie scuole musicali. Celebri i quattro Istituti di Napoli: il Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo, quello di Santa Maria di Loreto, della Pietà dei Torchini e di Sant’Onofrio. Nel 1808, per ordine di Gioacchino Murat, furono tutti e quattro riuniti sotto il nome di Collegio Reale di Musica, oggi chiamato Real Conservatorio di San Pietro a Majella, punta di diamante del mondo musicale.

Ammesso, quindi, al conservatorio con o senza le pressioni del marchese Odierna, protettore del giovane galatinese, iniziò a seguire le lezioni di due pugliesi: Nicola Fago (di Taranto) e di Leonardo Leo (di San Vito degli Schiavi, oggi dei Normanni) che lo istruì nell’armonia e nel contrappunto per addestrarlo nell’arte di suonare a quattro parti, la quale da pochi fra tanti, che han nome di maestri, al dì d’oggi è posseduta.

Pasquale rimase in quel conservatorio anche dopo la scadenza del suo contratto per migliorarsi nella scienza armonica. Il 37enne compositore, dopo un decennio di studio immane, ritornò dal suo amico marchese e pubblicò l’oratorio Il figliol prodigo ravveduto, (1745) su libretto di Giovanni De Benedictis, di carattere prettamente liturgico. Successo incontrastato ebbe con il melodramma Ipermestra, esecuzione avvenuta al S. Carlo nel 1751.

Il 20 gennaio del 1756, sempre al Real Teatro, viene rappresentato il suo secondo melodramma La disfatta di Dario,su libretto di Carlo Morbilli, duca di Sant’Angelo, un nobile con aspirazioni letterarie, che riceve una lusinghiera accoglienza. Lo spettacolo richiese un allestimento sfarzoso ed accurato tanto che l’anno dopo venne rappresentato L’incendio di Troia, che fu un solenne fiasco. L’impresario, per soddisfare il pubblico desiderio, senza arrecaredanno al buon nome del Maestro, rimise in scena La disfatta di Dario, rappresentata anche al Teatro della Pergola di Firenze.

Dopo questi successi, oltre ai i nobili napoletani, tedeschi ed inglesi fecero a gara per averlo come insegnante di canto e di composizione. La sua fama cresceva di giorno in giorno tanto che nel 1759 venne chiamato per l’insegnamento di composizione nello stesso conservatorio che lo aveva avuto studente.

Lo stesso anno Girolamo Abos (compositore maltese di melodrammi), secondo maestro di cappella del conservatorio, rinunciò all’incarico, cosicché i governatori dell’istituto si riunirono in sessione plenaria l’11 luglio per scegliere il successore. Poiché nel Signor Pasquale Cafaro…concorreva somma perizia nell’arte della Musica, bontà di costumi, e carità nell’insegnarla alli figlioli del Regio Conservatorio lo nominarono, con lo stipendio di ducati cinque, successore dell’Abos. Quindi egli fu successore di Abos e non di Leo, (deceduto nel frattempo) come molti sostengono. Pasquale iniziò una brillante carriera al fianco di Lorenzo Fago, grande esperto di arte polifonica. Due anni dopo la Giunta del San Carlo, dovendo portare in scena l’Andromeda di Antonio Sacchini, chiese al Cafaro di assistere alle prove per giudicare il carente organico dell’orchestra.

Esperto uomo di teatro, nel 1763fu chiamato a dirigere negli anni Il trionfo di Clelia e Issipile di Adolfo Hasse, Armida e Didone di Traetta.  Nel luglio del 1765il Duca di York, giunse a Napoli e l’impresario del San Carlo incaricò il Cafaro di comporre una nuova opera per l’occasione. Nacque così Isacco su testo del Metastasio e due mesi dopo la giunta del teatro stipulò un contratto con il nostro per la stagione operistica e il 20 gennaio andò in scena Arianna e Teseo, ossia il Minotauro, melodramma in tre atti su libretto del poeta della corte di Vienna, Pietro Pariati. Il successo forse fu dovuto, più che alla musica, alle imponenti scenografie.

La sua fama varcò i confini del regno e il Cafaro chiese una licenza dal Conservatorio per recarsi a Torino, dove compose per il RegioTeatro il Creso,opera seria in tre atti su libretto di Giovanni Pizzi, rappresentata nel gennaio 1768. Il maestro napoletano, e non galatinese, riscosse un caloroso successo, ma gli impegni al Conservatorio lo costrinsero a rientrare nella sua Napoli. L’alto livello artistico e la fama di esperto compositore più quotato del momento gli aprirono le porte, nel 1768, del Palazzo Reale. Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, sedicenne sposa di Ferdinando IV, aveva tra le sue doti quella per le discipline musicali e, pertanto, il Re lo nominò, oltre che maestro soprannumerario della Real Cappella Borbonica (20 ducati mensili e non annui), maestro della Regina di suono (cembalo) e canto. Allieva che, per nulla appesantita dalla diciotto gravidanze, seguì sempre con impegno le lezioni del maestro galatinese. Intelligente e autoritariala figlia di Maria Teresa d’Austria apprezzava e stimava il maestro per la sua correttezza e per la bontà d’animo. Il Cafaro le dedicò lo Stabat Mater a quattro voci ed ebbe talmente successo da sostenere il confronto con il capolavoro del Pergolesi.

I tanti impegni di Pasquale (era divenuto già un affermato compositore di melodrammi) andarono a discapito degli allievi del conservatorio della Pietà dei Turchini. Egli dovette seguire la Regina nei suoi spostamenti, pertanto cominciò a rinviare le lezioni e si fece sostituire da uno dei suoi migliori allievi, quel G. Giacomo Tritto, di Altamura, successore del grande Pergolesi. I governatori del Pio Loco, avevano deciso di licenziarlo, ma l’intervento del Re fece sì che il Cafaro mantenesse l’incarico, sino alla morte, di uno dei più prestigiosi conservatori del regno.

In quegli anni, ogni 12 gennaio, in occasione del compleanno di sua Maestà, furono eseguite numerose Cantate a tre o quattro voci e per queste composizioni ricevette dei compensi notevoli, se confrontati con i suoi stipendi di Maestro. Tra gli interpreti delle Cantate troviamo quel Gaetano Majorano (Caffariello),il soprano beniamino del pubblico sancarliano, che si distingue per la sua consueta bravura.

Siamo nel gennaio del 1769 quando al San Carlo fu rappresentata l’Olimpiade, l’opera più importante di Pasquale che esprime ormai la matura personalità del nostro compositore, su libretto di Pietro Metastasio. Il successo fu tanto e tale che venne replicata per ben tre volte nella Reggia di Caserta, alla presenza dei Reali.

Qualche mese dopo l’imperatore Giuseppe II, durante una visita nella capitale, sentì cantare la sorella M. Carolina e volle conoscere il suo maestro. Con lui tenne discorso sopra vari punti della scienza armonica ed il nostro gli rispose con erudizione e dottrina. L’imperatore disse alla sorella che doveva essere ben contenta di avere a maestro un uomo così degno ed istruito.

L’anno dopo, il 13 agosto, egli curò l’allestimento di Antigono, del Metastasio, per onorare i diciotto anni della regale alunna. Nel dicembre del 1771, alla morte di G.De Majo e grazie alla stima della regina, Pasquale fu nominato, senza concorso, Primo Maestro della Real Cappella.

Nei suoi ultimi anni di vita, nonostante si disinteressasse del teatro, fu incaricato, in sostituzione di Bach, dalla giunta dei Teatri di Napoli, dal 1774 e sino alla morte, di presiedere le piazze degli strumenti addetti all’orchestra del Regio Teatro San Carlo, non avendo trovato persona più esperta ed onorata di lui, tanto che l’ultima consulta porta la sua firma un anno prima della morte.Il suo desiderio era quello di  rimanere nel ricordo dei posteri come compositore di musica sacra, la cui umiltà lo spinse a rispondere a Padre Giovan Battista Martini, (frate francescano compositore di musica sacra) che gli chiedeva un suo ritratto per collocarlo, nel conservatorio di Bologna, tra i gli insigni maestri, con una lettera datata 22 giugno 1779: “Di quel che Vostra Paternità Illustrissima e Reverendissima mi comanda riguardo al mio ritratto io per dirLe del vero mi arrossisco di stare tra questi ritratti di tanti valentuomini… ma non ho potuto fare a meno di non ubbidirla. Perlochè ho dato subito il recapito per darlo affare, e terminato che sarà si spedirà a Bologna”.

Il buon Pasquale si fece dipingere nell’atto di comporre un Gloria Patri scritto a Canone Infinito. Oggi quel quadro è nel Civico Museo Bibliografico Musicale di Bologna. Per quarantatré anni, egli diresse, fino alla morte, nella chiesa di San Pietro a Majella, le celebrazioni in onore di Sant’Oronzo, santo patrono della colonia leccese che viveva a Napoli.

Il pio Maestro si spegneva a Napoli il 23 (o 25) ottobre (settembre per altri) 1787, nella sua casa del Rione di Santa Maria di Ognibene, per una cancrena che gli si formò in pochi giorni da ostinata incuria, contro cui furono inutili i rimedi dell’arte salutare…

Altri invece lo vogliono morto di attacco apoplettico dietro un rimprovero della sua alunna Maria Carolina, per un anello di gran valore smarrito, che poi venne riportato fuori da un bacile della di lei toletta…

Il nostro umile e modesto concittadino di grandi virtù morali fu sepolto, dopo le solenni onoranze funebri, a cui parteciparono tutti i più grandi musicisti napoletani, nella Chiesa di Montesanto, nella Cappella di Santa Cecilia, presso l’altare alla cui erezione aveva contribuito economicamente, accanto alla tomba di Leo e del grande Scarlatti. Nella cappella, dedicata alla patrona dei musicisti, avevano l’onore di essere seppelliti solo i più illustri e veramente pii artisti.

Ai funerali furono eseguite opere del Maestro e brani liturgici scritti per l’occasione dagli alunni di quel Conservatorio che lo avevano avuto alunno e docente.

Tutte le sue composizioni profane e teatrali furono lasciate al suo amico Don Nicola Bosco, mentre alla Real Cappella le composizioni sacre; i suoi augustisovrani le fecero eseguire, in suo ricordo, per molti anni dopo la sua morte. Degno successore del maestro galatinese, con il compito di sovrintendere all’Orchestra del San Carlo, fu Giovanni Paisiello.

Ora mi chiedo che cosa Galatina abbia fatto in suo onore e ricordo,se non l’intitolazione di una breve strada adiacente la chiesa dei domenicani. Una rivalutazione del suo lavoro fu fatta dal maestro Luigi Adolfo Galluccio, in arte Galladol, all’indomani della seconda guerra mondiale, anch’egli studente di giurisprudenza a Napoli ed allievo del conservatorio di San Pietro a Majella.

Tanti spartiti del Cafaro sono conservati nella sua casa di Vico del Carmine, gelosamente custoditi dagli eredi. Il professore Bruno Massaro ha intitolato a lui il suo centro musicale e l’allora sindaco Beniamino de Maria, convinto del valore educativo della musica, lo volle ricordare conun concorso nazionale per giovani pianisti.

La sua grande personalità, inserita nella migliore tradizione della scuola napoletana,è in attesa, quindi, di essere rivalutata perché egli fu persona dignitosa e certamente non priva d’estro. Le sue composizioni e i suoi manoscritti sono conservati negli archivi e nelle biblioteche di tutta Europa a perenne ricordo del suo nome e della città che gli diede i natali.

 

(pubblicato su Il filo di Aracne)

La donna nella saggezza popolare salentina

La donna nella saggezza popolare

LU DITTERIU

Il popolo, quando parla, sentenzia

di Piero Vinsper

Unde abii redeo: torno al punto di partenza, cioè riprendo a parlare dei ditteri galatinesi, di quei proverbi che riguardano le donne e mettono in luce le loro virtù, i loro pregi e soprattutto i loro difetti.

D’altra parte

Nuddhra lingua aggiu ‘mparatu

de nuddhra sacciu nienti

ma viddhra de lu tata

sta mi scioca ‘nthr’alli dienti

Non ho imparato nessuna lingua, di nessuna so niente, ma quella di mio padre, in dialetto, mi sta giocando e ballando in bocca tra i denti.

Fèmmana culimpizzata né pe mujere né pe cagnata

Bisogna stare alla larga, ammonisce il popolo, da donne dal sedere a punta, perché oltre ad essere maliziose, sono seminatrici di zizzanie e di calunnie.

Pe’ na bbona maritata né socra né cagnata

La suocera e la cognata spesso sono artefici del cattivo andamento in un matrimonio. Loro peccano di egoismo e non tollerano la presenza di una donna estranea, che considerano come un’intrusa nella loro casa. Perciò è necessario evitarle, rinunciando ad una compagnia, che, quasi sempre, è equivoca.

Fèmmana ca lu susu si pitta è segnu ca lu sotta ffitta

Un tempo si riteneva che la donna la quale si imbellettava il viso e passava il rossetto sulle labbra fosse una donna di malaffare e desse in affitto parte del suo corpo. Immaginate voi se, oggigiorno, avesse riscontro questo proverbio. In che mondo vivremmo?

Signore de li signuri, quante cose sapisti fare! Alla fèmmana la cunucchia, allu masculu lu mmargiale

Mio buon Padre, quante cose hai saputo fare tu! Hai donato alla donna la conocchia per torcere la lana e poi filarla, all’uomo il manico della zappa per dissodare il terreno. Fuor di metafora lascio ai lettori qualsiasi altra interpretazione di questo ditteriu.

L’ommu cu lla pala e la fèmmana cu lla cucchiara

Spesso succede che in una famiglia si invertano le parti: l’uomo vuol vestire la gonnella e la donna pretende di infilare i pantaloni. E’ un controsenso, dice il popolo. Lasciamo le cose come stanno. L’uomo è nato per lavorare e dare sostentamento alla famiglia, la donna è nata per fare la massaia e per attendere alle faccende e alle cure domestiche.

Donna onurata nunn esse mai de lu talaru

Il telaio è una delle più importanti e più assidue occupazioni della donna. Il popolo da questa occupazione fa risaltare l’onestà della donna. Infatti colei che ci tiene al suo onore, che vuol essere rispettata, non fa la pettegola con le altre donne, non prende parte a certi discorsi: bada solo ai fatti suoi. La sua famiglia è tutto, il lavoro è la sua unica occupazione.

Na fèmmana e ‘na pàpara paranu ‘na chiazza

L’oca, quando starnazza, fa un chiasso infernale. Il popolo la mette insieme con la donna; la donna, infatti, per indole, è chiacchierona e troppo loquace. Quindi, unendo l’una all’altra, esse hanno la forza di creare da sole tutto quel chiasso, fastidiosissimo, che tu puoi sentire in piazza nei giorni di mercato.

La fèmmana nasuta ede puntusa, pittècula e cannaruta

Un naso grosso, lungo, appuntito, un naso aquilino deturpa la bellezza del corpo di una donna. Però per rivalsa questa donna, dice il popolo, è puntigliosa, pettegola e golosa.

Fèmmane e sarde su’ bbone quando su’ piccicche

Le donne giovani e le sardine sono molto appetibili e appetitose, mentre la fèmmana de quarant’anni, mènala a mare cu tutti li panni. Questa è una vera cattiveria verso il gentil sesso; ma un tempo, quando la donna raggiungeva quest’età, incominciava a percorrere la parabola discendente verso il tramonto della vita. Le cause erano molteplici: mettere al mondo figli e allevarli, badare alle faccende domestiche, lavorare nei campi, tessere al telaio, scarso nutrimento. Ecco perché invecchiavano precocemente. Però buttarla a mare con tutti panni, in modo che perisca più presto, sarebbe un’infamia!

Fèmmana curta, maliziusa tutta.

Non so perché il popolo si ostini a concentrare tutta la malizia su una donna di bassa statura. Forse vuol compensare la scarsa altezza con una dose abbondante di malizia? Ma se già le donne, in generale, son tutte maliziose, tanto che un altro proverbio recita: la fèmmana la sape cchiù longa de lu diàvvulu! Quest’ultimo potrebbe anche rappresentare un elogio per la donna se si rapportasse alla virtù della prudenza, di cui, è bene confessarlo, spesso le donne sono abbastanza fornite. Si tentano tanti mezzi, anche segretamente, per commettere qualche marachella all’insaputa della donna; ma lei è tanta brava a investigare, è tanta brava a darsi da fare, che scopre tutti gli altarini, viene a conoscenza di tutto e il maschio si trova impigliato nella rete come un pesce, proprio nel momento in cui pensava di averla fatta franca.

Donna bbeddhra e pulita senza dote se mmarita

La bellezza e la pulizia sono le due meravigliose attrattive di una donna. Sia l’una che l’altra sprigionano un fascino e un profumo inebriante, che conquistano i cuori. Non ha importanza se la donna sia povera: essere bella e pulita vale più della ricchezza di questo mondo. I suoi genitori non le hanno dato nulla in dote per il matrimonio? Pazienza! La bellezza, la semplicità, i nobili sentimenti bastano e avanzano.

Né fèmmana né tela a lluce de candela

Non si può esaminare alla flebile luce di una candela la qualità e il colore di una tela; puoi constatarne la consistenza e la fortezza, mai il colore. Lo stesso dicasi di colui che, al buio del tumulto di una passione, voglia giudicare una donna. E la passione per la donna ha tale potenza sul cuore dell’uomo da accecarlo fino all’aberrazione nei suoi giudizi, che meglio si potrebbero definire capricci. Volesse il cielo che i giovani, prima di apprestarsi al matrimonio, studiassero attentamente questo proverbio! Auguro loro, soltanto che li guidi non la pallida e smorta candela della passione ma la vivida luce della ragione.

In conclusione dedico quest’ultimo ditteriu alle donne: La fèmmana ede comu la menta: quantu cchiù la friculi cchiù ndora.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne

 

Giuseppe Libertini, uno dei più attivi personaggi del Risorgimento salentino

libertini

di Maurizio Nocera

 

Si è celebrato il 140° anno della morte di Giuseppe Libertini, noto personaggio del Risorgimento salentino, insieme a Sigismondo Castromediano, Bonaventura Mazzarella, Epaminonda Valentino, Antonietta de Pace ed altri illustri uomini di stampo liberale.

Giuseppe nacque a Lecce il 2 aprile 1823 da Luigi, ricco proprietario terriero, e da Francesca Perrone. Sin da studente si distinse per i suoi pensieri libertari che gli costarono gridate e punizioni a scuola. Ultimati gli studi inferiori, rimase per qualche tempo nella sua città natale ed ebbe modo di conoscere, frequentando il caffè Persico e la legatoria Bortone, alcuni noti esponenti liberali leccesi, come il medico Gennaro Simini, Gaetano Madaro, Pasquale Persico, Salvatore Stampacchia, Domenico Lazzaretti, Epaminonda Valentino, Carlo D’Arpe e Bonaventura Forleo. In questi luoghi, in verità non molto sicuri, i liberali leccesi discutevano della politica asfittica dei Borbone e dei fermenti liberali provenienti da varie nazioni europee, in particolar modo dalla Gran Bretagna e dalla Francia. Si leggevano e si commentavano i proclami e le epistole di Giuseppe Mazzini, che, erano per buona parte condivise.

Nel 1844 il giovane liberale si trasferì a Napoli e frequentò, senza grande profitto, le lezioni di Economia all’Università. Data la sua intensa attività politica, uscì fuori corso e finì per abbandonare gli studi.  Dopo aver conosciuto il De Sanctis, lo Spaventa e il d’Ayala, Giuseppe compose un dramma a sfondo patriottico, ma le autorità non gli concessero la diffusione e la rappresentazione teatrale. Tornato a Lecce nel 1847, Giuseppe riprese i contatti con gli esponenti del liberalismo salentino.

A fine gennaio 1848, Re Ferdinando II concesse finalmente la tanto invocata Costituzione. In ogni parte del Meridione furono organizzate in pompa magna feste in onore del grandioso evento. A Lecce fu proprio Giuseppe a promuovere l’iniziativa il 21 febbraio in Piazza Sant’Oronzo, che per l’occasione era gremita da una marea festosa di salentini. Ma le promesse del Re, però, per buona parte furono osteggiate dai nobili e dai vari funzionari dell’amministrazione statale. La situazione cominciò a degenerare e i rapporti tra costituzionalisti liberali e i monarchici andarono sempre più inasprendosi. Ciò nonostante, furono indette le elezioni per la costituzione della Camera dei Deputati. Il clima era teso in tutto il Regno perché si temevano eventuali brogli elettorali. Infatti fu proprio Giuseppe uno dei firmatari della protesta presentata al ministero dell’Interno contro alcune irregolarità riscontrate nelle votazioni da parte di alcuni ufficiali della Guardia Nazionale.

libertini1

Il clima si fece rovente ed incerto. Il Re tentennava ed era mal disposto a concedere alcune riforme costituzionali ai deputati liberali. Per questo motivo Giuseppe, insieme a Bonaventura Mazzarella, Achille Dell’Antoglietta, Antonietta de Pace ed altri liberali, si recò nella capitale a seguire da vicino l’incerta evoluzione del momento.

All’alba del 15 maggio 1848, non avendo il Re concesso quanto richiesto dai deputati, scoppiò la scintilla della rivoluzione. Le vie intorno al Palazzo Reale furono sbarrate da barricate erette dai liberali, soprattutto in via Toledo e via S. Brigida. La sommossa durò alcune ore, ma i rivoltosi, inferiori per numero e per armamento, furono costretti ad abbandonare le postazioni e a darsi alla fuga. Le guardie svizzere, in modo particolare, si macchiarono di orrendi delitti nei confronti anche della gente inerme. Alla fine rimasero sul terreno i corpi senza vita di quasi mille persone. Giuseppe e i suoi compagni, che avevano combattuto con estremo coraggio sulle barricate, rimasero fortemente scossi da simili efferatezze e giurarono vendetta.

Rientrati a Lecce, i salentini non intesero perdere l’appena nata Costituzione e fondarono immediatamente il Circolo Patriottico provinciale, al fine di tutelare l’ordine pubblico e difendere le libertà conquistate. A presidente fu eletto Bonaventura Mazzarella, mentre a segretario Sigismondo Castromediano. Giuseppe fu tra i promotori, insieme ad altri influenti cittadini salentini

Il 12 giugno dal circolo partì un atto di Protesta (da alcuni storici l’atto è attribuito allo stesso Libertini e, forse anche, a Carlo D’Arpe e Pasquale Persico) in cui si dichiarava “illegittima, incompatibile, vergognosa la dominazione di Ferdinando II” e si affermava il diritto della nazione di affidare il governo a un comitato provvisorio.

Il 25 giugno 1848, insieme con Giuseppe Simini, Libertini prese parte, come delegato della città di Lecce, all’adunanza convocata dal Circolo costituzionale lucano per promuovere una sorta di federazione fra la Lucania e le province di Salerno, Foggia, Bari e Lecce.

Alla fine della seduta fu redatto un Memorandum (anche questo è attribuito al Libertini), in cui si invocava il mantenimento del regime costituzionale e s’insisteva su un’interpretazione progressiva e dinamica della costituzione. Dopo un infruttuoso peregrinare in alcune province della Calabria e della Lucania, Giuseppe tornò a Lecce, dove organizzò una dimostrazione popolare (15 agosto 1848) in favore della repubblica democratica. Il tentativo non determinò alcun effetto positivo, anzi fu l’inizio della fine. Le truppe borboniche entrarono a Lecce ed arrestarono alcuni noti esponenti liberali salentini, tra cui Sigismondo Castromediano e Epaminonda Valentino. Quest’ultimo morrà di crepacuore nelle fredde prigioni leccesi, dopo qualche mese di detenzione.

Giuseppe fuggì e venne ospitato da alcuni amici, che rischiarono di grosso.

Tornato a Napoli, visse in clandestinità, finché il 16 novembre 1849 fu arrestato e rinchiuso nel carcere di Potenza con l’accusa di “cospirazione per distruggere o cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli altri abitanti del Regno ad armarsi contro l’Autorità Reale, in maggio, giugno e luglio 1848“.

Venne processato dalla Gran Corte speciale di Potenza e difeso efficacemente dall’avvocato Bodini, tanto che fu assolto. Il successivo e fortuito rinvenimento di documenti compromettenti portò tuttavia a un nuovo processo per cospirazione (febbraio – marzo 1854), che si concluse con la condanna a sei anni di reclusione, commutati in seguito nella pena del confino.

Relegato nell’isola di Ventotene, Giuseppe diede vita in maniera fortunosa e rocambolesca a un lungo carteggio con il vecchio amico Silvio Spaventa (allora detenuto, insieme con Carlo Poerio, nella vicina isola di Santo Stefano) al quale scriveva una volta la settimana sui fatti che accadevano a Napoli e nel Regno. A sua volta lo Spaventa gli forniva altre importanti notizie.

Ottenuta la grazia nel 1856 e fatto ritorno a Lecce, il Giuseppe non tardò a prendere contatto con il comitato napoletano, di ascendenza mazziniana, guidato da G. Fanelli e L. Dragone. Ebbe così modo di svolgere un ruolo importante nella spedizione di Carlo Pisacane a Sapri. Anzi, fu proprio il Libertini a farsi carico di garantire l’appoggio da parte delle province del Salento e della Basilicata, assicurando che “al momento dell’azione diecimila e forse più saranno in campo“. Però gli eventi si svolsero in altro modo e Giuseppe non poté mantener fede alla promessa. La polizia borbonica trovò addosso al Pisacane l’epistola del Libertini, nella quale il nostro esprimeva il pieno appoggio alla causa comune di liberare il Meridione dai Borbone.

Giuseppe fu costretto a fuggire e a rifugiarsi a Corfù (settembre 1857) sotto il falso nome di Enrico Barrè.

Prima di andar via, stipulò un compromesso con il fratello Vincenzo, il quale assunse l’impegno di inviargli 40 ducati al mese, impegno che non fu sempre onorato. Infatti, nei mesi di esilio greco, per poter sopravvivere Giuseppe si barcamenò tra mille difficoltà finanziarie.

Nel marzo 1858, si trasferì a Malta, e qui Nicola Fabrizi, dopo averlo spronato a scrivere un opuscolo sulla situazione politica nel Sud d’Italia, lo spinse ad andare a Londra per incontrare Giuseppe Mazzini. Giunto in Inghilterra nel luglio del 1858, incontrò l’eroe genovese, che lo nominò redattore del periodico Pensiero e azione. Nel primo numero (settembre 1858), Libertini pubblicò l’articolo “I nostri a Salerno”, in cui si scagliava contro i giudici che avevano condannato alla pena capitale i superstiti della spedizione di Sapri.

Molto efficace fu anche un blocco di articoli, pubblicati tra febbraio e marzo 1859, sull’imminente conflitto dei Franco-Piemontesi contro l’Austria.

Nell’agosto 1859, Giuseppe Libertini, insieme a Rosolino Pilo e Alberto Mario, fece finalmente ritorno in Italia, con l’obiettivo di suscitare un movimento rivoluzionario insurrezionale nel Mezzogiorno, ma senza ottenere alcun esito. Il nostro fu costretto a rientrare in Inghilterra in quanto la sua presenza in Italia era a forte rischio. Nell’isola rimase per poco tempo, dopo le buone notizie che giungevano dall’Italia sul felice progetto di Garibaldi. Nell’agosto 1860 si trasferì a Napoli, stavolta da uomo libero, poiché Re Francesco II gli aveva concesso l’amnistia, cancellandogli la condanna all’ergastolo, inflittagli dalla Corte speciale di Salerno per i fatti di Sapri.

Agendo di concerto con Garibaldi, Giuseppe organizzò e coordinò diversi gruppi d’azione insurrezionali in Puglia, Basilicata e Calabria, in appoggio alle truppe garibaldine. In seguito, costituì con G. Pisanelli (settembre 1860) il Comitato unitario nazionale, che s’interessò, dopo la fuga di Francesco II a Gaeta, di governare per poche ore Napoli sino all’arrivo di Garibaldi (7 settembre 1860). Il dittatore, per ricompensa, gli affidò la conduzione del Banco di Napoli. Il nostro, però, rifiutò senza troppo pensare, asserendo che il suo impegno era dettato esclusivamente dall’amor patrio.

Qualche mese dopo, fondò insieme a Ricciardi, Nicotera ed altri, l’Associazione Unitaria Italiana, i cui fondamenti programmatici erano l’Unità nazionale e Roma capitale, da conseguire mediante l’azione rivoluzionaria e non quella diplomatica. Anche questo intento fallì miseramente e, addirittura, Giuseppe fu arrestato, ma dopo pochi giorni fu rimesso in libertà.

Il 27 gennaio 1861 Libertini venne eletto deputato al Parlamento nazionale per il collegio di Massafra. Si schierò con la sinistra, ma non prese mai parte attiva ai lavori, anche perché limitato da una leggera balbuzie. Nei primi anni successivi, Giuseppe riversò il suo interesse all’azione extraparlamentare.

Fu uno dei più abili ed efficaci organizzatori dell’impresa garibaldina di Aspromonte (agosto 1862), che, però, non sortì l’effetto sperato. Accettò il ruolo di intermediario nei rapporti segreti intercorsi nel 1863-64 fra Mazzini e Vittorio Emanuele II, in vista di una possibile azione per la liberazione del Veneto, ma anche questo impegno non conseguì alcun effetto positivo. Per questo motivo, Giuseppe rassegnò le dimissioni da deputato e si ritirò a Lecce insieme alla moglie Eugenia Basso.

Da quel momento abbandonò poco per volta la politica, interessandosi di fatti prettamente provinciali.

Nel 1864 fondò la loggia massonica “Mario Pagano” e ne diventò il Gran Maestro Venerabile. Da questo momento in poi s’impegnò con ogni energia a diffondere l’importanza della massoneria in Terra d’Otranto e riuscì a creare una rete articolata di logge massoniche, tanto che nella pubblicistica locale si cominciò a parlare, sempre più convintamente, di “Terzo partito” repubblicano, dopo quello liberale moderato e quello dei neri, filoborbonico e clericale.

A partire dal 1868 Libertini e i suoi incontrarono la durissima opposizione del prefetto Antonio Winspeare, inviato in provincia proprio per combattere il suo potere o quanto meno sminuirlo. Ma invano.

All’inizio degli anni settanta Libertini, un po’ malandato e svuotato d’ogni entusiasmo, soprattutto per la morte del suo caro Mazzini, si chiuse in se stesso e in un silenzio che lo accompagnò sino alla morte, che lo colse all’età di soli 51 anni. Tutti i leccesi si strinsero attorno alla sua bara in un corteo di migliaia di persone, a testimonianza dell’amore e della stima a lui riservata. Attestazioni che arrivarono non solo da parte di amici, ma anche di coloro che gli furono i rivali politici più accesi.

Oggi il grande risorgimentista è ricordato a Lecce con un monumento, eretto nella piazza a lui intitolata, sita alle spalle del castello Carlo V. Anche altri paesi salentini gli hanno dedicato strade e piazze.

La radice massonica da lui costituita e, soprattutto, fatta crescere e sviluppare oggi conta sul territorio varie diramazioni.

 

Devo molte di queste notizie al libro di Mario De Marco (discendente del Libertini per parte di madre) intitolato Giuseppe Libertini. Patriota e Fondatore delle Logge Massoniche in Terra d’Otranto/ Testi e Documenti (Lecce, Edizioni del Grifo, 2009, pp. 704)

 

Pubblicato su “Il filo di Aracne”

Brigantaggio meridionale. Quintino Vènneri detto “Macchiorru”

Un pericoloso brigante che agiva nel Basso Salento tra il 1861 e il 1865

QUINTINO VENNERI

detto “Macchiorru”1

Insieme con una masnada di delinquenti depredava masserie, rapinava ricchi possidenti, irrideva le autorità che avevano accettato supinamente la monarchia dei Savoia.

di Rino Duma

Premessa

Subito dopo la proclamazione dell’unità d’Italia, in quasi tutti i paesi dell’ex-Regno delle Due Sicilie, si verificarono sanguinose insurrezioni di cittadini fedeli a re Francesco II di Borbone. Nella maggior parte dei casi era il deposto monarca a sobillare e finanziare il brigantaggio per screditare il nuovo governo, rovesciarlo e riappropriarsi del potere.

Anche nel basso Salento si riscontrarono sommosse e scaramucce tra le forze militari e le bande di briganti, che tennero in scacco intere popolazioni, seminando ovunque terrore e morte per diversi anni (1861-65).

Guai a parlar bene e in luogo pubblico dei Savoia: l’imprudente di turno avrebbe corso il rischio di essere malmenato o, peggio ancora, ammazzato dai briganti. Per tale motivo nessuno osava esprimere parole di dileggio contro il vecchio regime o, ancor di più, esaltare il nuovo. Il terrore di una possibile rappresaglia era sempre sovrano e scattava inesorabilmente nei confronti di chiunque. I paesi, che nel basso Salento furono maggiormente colpiti da tali fenomeni malavitosi, erano Poggiardo, Spongano, Ortelle e Diso sul versante adriatico, mentre Melissano, Felline, Alliste, Racale e soprattutto Taviano su quello ionico. In alcuni casi i malviventi occupavano le sedi municipali, bruciavano i ritratti dei sovrani e il tricolore, abbattevano gli stemmi reali e distruggevano archivi e suppellettili di stato. Dopo ogni sortita, i briganti si rifugiavano nelle intricate macchie delle Serre salentine, dove era quasi impossibile scovarli. Per di più questi uomini godevano del pieno sostegno dei contadini, che offrivano loro rifornimenti, riparo e, soprattutto, mantenevano un silenzio omertoso. Il comandante del presidio militare di Terra d’Otranto, Marchetti, interrogato dalla commissione parlamentare sul brigantaggio, dichiarò di non aver mai ottenuto informazioni da chicchessia, neppure dietro pagamento, come se si volesse giustificare di non aver mai catturato un brigante.

un dipinto di Gioacchino Toma
un dipinto di Gioacchino Toma

Il brigante Quintino Vènneri

A parziale differenza dei banditi lucani e dell’alto Salento, che sposarono la causa brigantesca per motivi esclusivamente politici, il nostro Quintino Vènneri imbracciò lo schioppo, insieme con altri malavitosi, soprattutto per procacciarsi da vivere. Il violento personaggio faceva razzie nelle case dei signorotti di stampo chiaramente liberale, ma, alla bisogna, non mancava di colpire benestanti di credo borbonico.

Quintino Ippazio Vènneri nacque ad Alliste il 20 ottobre 1836 da Leonardo e da Raffaela Manni. Di carattere vivace ed estroverso, mal sopportava le ingiustizie e le prepotenze di certa gente; ciò nonostante era sempre rispettoso delle regole ed era un buon lavoratore. La sua condotta morale era ineccepibile, così come quella politica, sempre fedele al governo borbonico. Nel 1859 si arruolò come recluta, prendendo poi parte alla famosa e decisiva battaglia del Volturno, che segnò l’inizio della disfatta borbonica. Alla fine di quell’anno se ne tornò sbandato e molto sfiduciato nella sua Alliste, mantenendo sempre integra la condotta morale.

Con il trascorrere dei giorni si sviluppò nel Salento una reazione sempre più aspra nei confronti dei piemontesi vincitori, rei di aver completamente sovvertito ogni aspetto della vita economica e sociale. Dalla fine del 1860 in poi Quintino abbandonò l’irreprensibile stato sociale di buon cittadino, che nulla più gli assicurava, per darsi al brigantaggio insieme con altri reietti della zona e procacciarsi lo stretto necessario per sbarcare il lunario. Proseguì in questa scellerata vita banditesca sino a quando il 7 aprile 1861 venne arrestato per reiterate rapine e maltrattamenti nei confronti di alcuni possidenti della zona. Durante il periodo detentivo, molto duro e mal sopportato, Quintino giurò di vendicarsi di coloro che lo avevano accusato e di combattere con ogni mezzo l’arroganza e la sopraffazione delle famiglie più abbienti, colpevoli, secondo il suo convincimento, di aver sottratto alla povera gente ogni mezzo di sostentamento. Ritornato in libertà vigilata, l’uomo andò via dal paese per ritornarvi verso la fine del 1862.

Datosi alla macchia, il Vènneri organizzò una banda di briganti, che via via s’ingrossò sino a raggiungere ben 24 elementi, tra cui spiccavano i nomi di Vincenzo Barbaro di Villapicciotti (Alezio) detto Pipirussu, Barsonofrio Cantoro di Melissano, Ippazio Ferrari di Casarano, Ippazio Gianfreda di Alezio detto Pecuraru, Giuseppe Piccinno di Supersano detto Mangiafarina, Angelo Ferrara detto Mustazza, Antonio Sansò detto Ghetta eGiuseppe Tremolizzo (questi tre ultimi di Villapicciotti). Vènneri compì diverse azioni delittuose, la prima delle quali fu quella sferrata alla caserma della Guardia Nazionale di Ràcale, come avvertimento e dimostrazione di forza della sua banda. Seguirono altre numerose schermaglie tra i briganti, sempre più organizzati e baldanzosi, e le forze dell’ordine, che nella maggior parte dei casi subivano attacchi improvvisi e di breve durata. I malviventi, dopo ogni assalto e dopo aver fatto veloce razzia di armi, polvere da sparo e soldi, si rifugiavano precipitosamente nella sicura boscaglia, coperti dai contadini.

La più grave delle azioni delittuose della ormai famigerata banda fu senz’altro quella perpetrata in danno a don Marino Manco, sacerdote di Melissano, il quale fu impietosamente e barbaramente ammazzato in pieno centro cittadino alle due e un quarto di pomeriggio. I motivi principali che indussero i briganti ad accanirsi contro il prete erano riconducibili soprattutto a rancori personali, ma non mancavano quelli di natura politica. Infatti pare che don Marino, in occasione dell’omelia domenicale, avesse inveito aspramente contro i briganti, accusandoli di continue ruberie nel circondario. A conclusione della stessa, il sacerdote invitava i cittadini a denunciarli alle autorità, qualora fossero a conoscenza di eventuali notizie.

Leggendo gli atti processuali del tribunale, emerge chiaramente il succedersi dei fatti contestati al Vènneri.

Alle tre di notte del 24 giugno 1863, un nutrito gruppo di briganti entrò in Melissano alla spicciolata, senza farsi notare. Arrivati nei pressi della piazza, la masnada di malviventi si divise in due gruppi: il primo si attestò nei paraggi della stazione dei carabinieri, a solo scopo di sorveglianza, mentre il secondo si diresse verso la casa del sacerdote. Giuntovi, il Vènneri bussò più volte alla porta.

Apri, don Marino, sono un messo di Gallipoli e vi porto un plico del sottogovernatore” – disse il bandito con voce rassicurante.

Don Marino, data la tarda ora, rifiutò di aprire la porta.

Perché mai un commesso dovrebbe portare un dispaccio a quest’ora di notte?… Tornatene in pace da dove sei venuto!” – gli ribatté con voce tremula il prete.

I briganti, piuttosto innervositi, iniziarono a battere con violenza con il calcio dei fucili tanto da sfondare quasi la porta.

Apri, carogna fottuta, altrimenti farai una brutta fine!” – replicarono quelli.

Il sacerdote, per non complicare ancor di più la già grave situazione, a malincuore preferì cedere all’imposizione, nella speranza che i malviventi si sarebbero accontentati delle poche monete d’oro in suo possesso, di vestiario e di cibarie.

Dopo averlo più volte strattonato, Quintino Vènneri pretese da don Marino mille ducati in cambio della sua vita e di quella della perpetua. Non ricevendo una risposta adeguata, i briganti misero sossopra l’intera canonica, impadronendosi di 170 monete da dodici carlini l’una, di due fucili «alla fulminante», di due orologi d’argento, di tredici camicie, di dieci fazzoletti da donna, di tre rotoli di polvere da sparo, di numerose forchette e cucchiai di ferro stagnato e di alcuni candelieri.

Brutto assassino che sei, ai carabinieri dài da mangiare a volontà e a noi non vuoi dar nulla!” – inveì duramente uno dei briganti.

Non contenti del bottino rimediato, costrinsero il prete a recarsi in casa di alcuni conoscenti per farsi dare delle piastre d’oro, tenendo in ostaggio la perpetua e scortando il prete a debita distanza.

Solo allora don Marino fu liberato, ma dietro giuramento di non denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine, pena la sua stessa vita. Come ultimo atto di prepotenza, i briganti distrussero gli stemmi italiani e i tricolori del Municipio e del Corpo di Guardia.

All’indomani, don Marino, scordandosi del giuramento, si recò alla stazione dei carabinieri di Casarano a presentare regolare denuncia, dichiarando di aver riconosciuto il bandito Barsonofrio Cantoro, che era suo compaesano.

Il poverino, però, così facendo, sottoscrisse la condanna a morte.

Le forze dell’ordine iniziarono immediatamente le indagini. A seguito di varie ispezioni, i carabinieri rinvennero in casa dei genitori del brigante, in Alliste, una consistente somma di denaro. Alla richiesta di dare spiegazioni, il fratello di Quintino rispose asserendo che si trattava del ricavato della vendita di orzo, avena e paglia. I carabinieri non credettero alle giustificazioni dell’uomo, per cui lo arrestarono conducendolo dapprima nel carcere di Ugento, per poi trasferirlo nelle prigioni del capoluogo.

Appresa da sua madre la notizia dell’arresto, Quintino Vénneri montò immediatamente in sella e con altri sei malfattori si diresse a Melissano per fare giustizia sommaria.

Don Marino, che mai avrebbe pensato ad una sortita dei briganti in pieno giorno2, usava dopo ogni pranzo fare una rigenerante passeggiata per le strade del paese. Transitando per la piazza principale, si ritrovò di fronte sette persone malintenzionate e con il volto coperto.

“Buongiorno, don Marino, siamo venuti a farti il regalo, come d’altronde t’avevamo promesso!” – sentenziò Ippazio Prete, il quale gli puntò contro il fucile, sparando per primo contro il pover’uomo. Gli altri lo seguirono in rapida successione. In seguito il cadavere fu sgozzato con la punta di una baionetta e fatto rotolare più volte nella polvere.

Il grave fatto di sangue risuonò per tutto il Salento per diverso tempo. Al Vènneri fu data caccia spietata, sin quando non fu arrestato. Ma, dopo poco tempo, riuscì ad evadere, grazie ad un carabiniere amico (?), e a nascondersi nella macchia salentina più folta. Ma non vi rimase per molto tempo, perché, riallacciati i rapporti con alcuni compagni superstiti, ritornò più che mai a delinquere.

Alla testa di un corposo gruppo di malviventi e travestito da militare, Quintino Vènneri bussò una sera al corpo della Guardia Nazionale di Ràcale, asserendo di dover consegnare due detenuti. Aperta la porta, i briganti disarmarono i militari, sequestrando polvere da sparo, tre pistole, alcune sciabole e cinque fucili, per poi darsi precipitosamente alla fuga.

Il brigante continuò per altri due anni nell’azione malavitosa, ma ormai il cerchio gli si stava stringendo attorno. Venne infatti ucciso il 24 luglio 1866 in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine. Gli fu trovato, stretto tra le mani, il fucile di cui andava tanto fiero. Il suo cadavere, posto su di un carro scoperto, fu fatto sfilare per le vie di Ruffano, Casarano, Melissano, Taviano ed infine Alliste, dove fu esposto in piazza per un giorno intero, come avvertimento per gli abitanti.

Furono in pochi a piangerlo, ma il suo nome vaga ancora per le vie di quegli ameni paesi del basso Salento e, se si presta attenzione, si ode ancora il suo grido: Viva Francesco II, abbasso i liberali, viva i piccinni3 nostri!.

1 “Macchiorru” – Il nome sta ad indicare Melchiorre

2 Nota – Il prete, per paura che i briganti lo cogliessero nel sonno, preferiva asserragliarsi di notte in cantina.

3 Nota – …Viva i piccinni nostri – Vuol significare “viva i nostri compagni (di lotta)”.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne

Galatina e la fabbrica dei sogni

casa di piacere

di  Pippi Onesimo

 

La postazione della Casa della Rusetta era oltremodo strategica: nascosta con discrezione nella immediata periferia del Centro Antico, offriva la massima riservatezza e poteva essere raggiunta da tutti con estrema facilità, specialmente dai forestieri.

La palazzina sonnecchia, ancora oggi, sorniona, complice e colpevolmente collusa nel vicolo buio e breve, come un sospiro, di Vico Vecchio e domina dall’alto, rilassata in un dolce abbandono, la piccola, discreta e delicata Chiesa delle Anime, situata poco distante a piè del pendio.

In questo squarcio, che si delimita fra Piazza Vecchia, vico Vecchio e il tratto finale di via Vignola, il sacro e il profano, nello spazio di pochi metri, trovavano qui, come non mai, il loro curioso e stridente punto d’incontro.

Chissà quanti clienti diurni, dopo il misfatto consumato nelle alcove della Rusetta, colti da una tumultuosa e angosciante crisi di mistico pentimento, saranno entrati con furtiva circospezione nella Chiesetta, tenendo lo sguardo basso e scurnusu!

Lì, piegati su un rigido inginocchiatoio, avranno biascicato qualche ipocrita ave Maria, senza avere il coraggio di incrociare i volti disperati delle anime imploranti nelle fiamme del peccato, che con pregnante espressione e vivida suggestione Serafino Elmo ha rappresentato nella sua tela, che  sovrasta l’Altare Maggiore.

I clienti notturni, che non potevano trovarla aperta, forse saranno stati costretti a ritornarvi la mattina successiva per un segreto lavaggio di coscienza, recitando un veloce, conciso, frettoloso, superficiale  mea culpa… di circostanza.

E chissà quanti altri, forse la maggioranza, senza attacchi di crisi spirituali e senza rigurgiti di lancinante misticismo, si saranno allontanati a passo veloce da Vico Vecchio, sgattaiolando lungo il muro di cinta del giardino de lu Spitale vecchiu, mentre sdrucciolavano goffamente fra i bàsoli consunti, disselciati e sconnessi di Vico Lucerna.

Acceleravano certamente il passo, perché preoccupati per gli sguardi irritanti dei curiosi e degli impiccioni, ruddhra (semenzaio), che a Galatina, più che altrove, allora come oggi, cresceva sempre vivida e rigogliosa.

Vico Lucerna, che si snoda attraverso una stradina buia, nervosa, angusta e silenziosa, vive squarciato dal vandalismo, umiliato dall’incuria, offeso dall’abbandono, violentato dalla sporcizia, ma, ancor di più, ferito dalla disincantata disattenzione della Pubblica Amministrazione.

Da poco, qualcuno ha intrapreso, fortunatamente, interventi di restauro su abitazioni private e  forse restituirà in parte a quel Vico il suo meritato decoro.

Esso sfiora delicatamente tutt’intorno, con complice discrezione e in leggera pendenza, le spalle della Chiesa, per sfociare infine, smussando via Mezio, su Piazzetta Lillo.

Come via di fuga era l’ideale per i forestieri, che avevano parcheggiato le proprie auto sotto l’antico acero, che cresce da molti anni, altezzosamente maestoso, ad Est della Piazzetta.

Solo da poco, un vento particolarmente furioso e devastante, facendo presa con facilità nella sua chioma folta e imponente, lo ha reciso a metà.

Il tronco superstite, con insospettata, prepotente e rigogliosa vitalità, ha ripreso di nuovo a germogliare, adornandosi con una folta, verde, imponente corona di rami e di foglie, sufficiente a restituirgli tutta la sua maestosità perduta.

Quella vecchia, antica dimora della Rusetta conserva tutti i segreti di quel mestiere, sia nello squallore del fitto silenzio polveroso delle sue stanze, sia nella memoria storica di quei pochi clienti ancora in vita che, pur avanti con gli anni, hanno nostalgia, più ché di quei luoghi, …della loro svanita giovinezza.

E attraverso la loro memoria, annebbiata ma non completamente compromessa dagli anni, sembra ancora di intravedere, di fronte alla porta d’ingresso, un bancone in legno di noce con la sua porta laterale battente, lievemente spostato verso destra, sul quale erano impilati i gettoni di rame (le marchette), che i clienti ritiravano previo pagamento del prezzo dovuto.

Il bancone era sormontato con evidente strategica esposizione da una vistosa targa di bronzo.

Si trattava del tariffario, o prezzario (come si usava dire con espressione meno raffinata, ma che evidenziava in modo nudo e crudo tutto il… prezzo dell’affare), sul quale con eloquente e chiara grafia erano impresse tutte le tariffe e le condizioni delle prestazioni offerte.

Il salottino, posizionato quasi a ridosso della scala e accanto al bancone della maitresse, era arredato con un sofà damascato e con alcune poltroncine in finta pelle.

La porta-finestra, che da destra si affacciava su Piazza Vecchia con le persiane rigorosamente socchiuse, come prescritto (donde l’espressione  “case chiuse“ ), era protetta con prudenza e discrezione da una tenda a due ante color grigio, che si muoveva rigonfiandosi con ritmi sinuosi ad ogni pur piccolo e impercettibile frusciare di vento.

E sicuramente quelle stanze e i ricordi, che in esse aleggiano come fantasmi, sono la testimonianza più accreditata e attendibile di tante battaglie, combattute con appuntamenti segreti, con tradimenti e infedeltà coniugali.

Sono state certamente battaglie sempre affrontate e vissute nella illusione di un momento d’amore, consumato in pochi attimi, comunque voluto e cercato, anche se svilito e snaturato dal gesto mercenario che lo accompagnava.

Forse in tanti hanno sperato di poter, qui, gustare l’illusione della purezza di un affetto mai corrisposto, o  compensare a pagamento la delusione di un sentimento mai sbocciato, di un rapporto mai allacciato, di un incontro mai avuto, di un sogno mai iniziato, perché  infranto sul nascere a notte fonda, o di un fallimento annunciato già all’alba della vita.

E proprio per questo la Fabbrica dei Sogni della Rusetta non è mai venuta meno al suo scopo e non ha mai tradito nessuno, specialmente gli illusi e i sognatori.

Ora, quella palazzina è interessata ad un progetto di consolidamento statico e… conservativo non solo della struttura edilizia ormai pericolante, ma anche con documentata certezza di un pezzo (pur se modestissimo ed infinitesimale!) di storia galatinese.

Essa rappresenta, ancora oggi, la tenace testimonianza di un passato sicuramente frivolo, ma dagli indiscutibili contenuti umani e sociali, radicati con forza nel folclore e nel costume del paese.

Quella “casa“ raggiunse il suo massimo fulgore a cavallo della seconda guerra mondiale e morì, “ingloriosamente“ con largo anticipo, ancor prima che la legge Merlin, condita di ipocrisia e falso pudore, eliminasse tutte le “case chiuse”, per trasformarle poi in case… aperte, anche se clandestine e fuorilegge.

Dopo la signorile professionalità, lo stile e la discrezione, quasi surreale, della Rusetta, subentrò a Galatina lo squallore… del fai da te col  pericolo del diffondersi delle malattie veneree, che un efficiente ambulatorio medico, istituito allora come servizio pubblico su via XX Settembre, cercava di contrastare, o quanto meno contenere.

Infatti predominava l’improvvisazione, la superficialità con l’esercizio solitario e incontrollato, ma scandalosamente abusivo, di quell’arte in anguste catapecchie o improvvisate alcove, o in fatiscenti ammezzati, come quello che rimase in attività per alcuni anni nel piazzale Grotti, vicino al vecchio (tutt’ora esistente) frantoio Bardoscia, anche se faceva eccezione qualche signorile Palazzo al centro del paese.

Quella Legge infatti fallì clamorosamente il suo scopo, perchè  riversò, inevitabilmente e con determinata irresponsabilità, tutto quel misero e patetico lavoro sui marciapiedi e lungo le strade semibuie.

Al di là delle sue implicazioni umane e sociali e dei suoi risvolti infarciti da puerili e falsi moralismi, quella attività aveva almeno la garanzia dell’igiene e della sicurezza per i controlli igienici e sanitari cui veniva sottoposta.

Oggi purtroppo, come nell’arco degli ultimi sessant’anni, quel lavoro, che comunque violenta il corpo e abbrutisce irreversibilmente l’anima delle addette ai lavori e dei loro clienti, si svolge, oltre che in case clandestine, anche all’aperto, alla luce del sole, lungo le strade provinciali o intercomunali, o al complice buio della notte nelle periferie delle città in modo più volgare e più atrocemente disumano.

Ormai, con l’apertura delle frontiere nella Comunità Europea e con l’invasione dei disperati extracomunitari, quella attività si è trasformata in tratta delle schiave e degli schiavi, gestita dalle mafie locali ed internazionali, dove operano feroci aguzzini e spietati profittatori.

E il degrado umano e sociale che ne deriva e che offende la coscienza civile, ha toccato il fondo ed è destinato a diventare inarrestabile, se non si interviene con una legge saggia, intelligente e opportunamente equilibrata.

Problema che non si risolve, è certo, con le grottesche e risibili misure di contrasto, che hanno i loro censurabili risvolti di discutibile legittimità, assunte da certi sprovveduti e goffi Sindaci, non solo leghisti.

Iniziative che sembrano (ma forse lo sono veramente) solo folclore, spettacolo, passerella, demagogia e propaganda elettorale!

 

(pubblicato su Il filo di Aracne)

Le leggende e i racconti delle festività natalizie

Il Salento delle leggende.

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

 

di Antonio Mele ‘Melanton’

 

Quando muoiono le leggende finiscono i sogni.

Quando finiscono i sogni, finisce ogni grandezza.

 

Per quanto la civiltà moderna abbia modificato, e molto spesso stravolto, e finanche saccheggiato o disperso alcuni antichi valori della nostra tradizione, almeno uno – di solido fondamento laico, oltre che religioso – resiste inossidabilmente a qualsivoglia ingerenza e violazione: la festa di Natale.

Accanto alle celebrazioni che in tutto il mondo contrassegnano di vera gioia la ricorrenza di questo magico periodo dell’anno, il Natale riesce ad aggregare affetti, a sciogliere rancori, a renderci più disponibili verso il prossimo, e a tornare infine bambini, recuperando per un momento quella loro stessa innocenza, e quel senso di attesa, sorpresa, e gioiosa trepidazione, che nessuno di noi dovrebbe mai del tutto dimenticare.

La vera felicità – della quale di rado avvertiamo pienamente il senso – è spesso nascosta nelle cose semplici, nelle piccole emozioni di momenti quotidiani: nella bellezza di uno sguardo, di un profumo, di una canzone, di un sorriso. Senza per questo trascurare di obbedire ai doveri che la vita c’impone.

C’è un famoso racconto di Paulo Coelho, che parla di un mercante che mandò il figlio ad apprendere il segreto della felicità dal più saggio di tutti gli uomini. Il saggio – che viveva in una lussuosa dimora con saloni arricchiti da specchi ed arazzi, e giardini meravigliosi, e biblioteche ricolme di dipinti ed antiche pergamene, e tavole sontuosamente imbandite – mandò il ragazzo a farsi un lungo giro nel palazzo, tenendo però in mano un cucchiaino con dentro due gocce d’olio, che non doveva far cadere. Il giovane tornò dopo un paio d’ore, e il saggio gli chiese se aveva ammirato le bellezze incontrate nel suo cammino. «No», rispose quello, giustificandosi che aveva prestato massima attenzione alle due gocce d’olio, perché non cadessero dal cucchiaino. Allora il saggio lo invitò a rifare il giro del palazzo, e al suo ritorno gli fece la stessa domanda. «Sì», rispose il ragazzo, «questa volta ho ammirato proprio tutto». Ma il saggio gli fece notare che aveva rovesciato e perduto le due gocce d’olio. E gli spiegò allora che il segreto della felicità consiste nel guardare e godere di tutte le meraviglie del mondo, senza tuttavia dimenticare le due gocce d’olio nel cucchiaino…

 

Le leggende e i racconti delle festività natalizie e di fine-inizio anno s’incrociano spesso tra loro, e si somigliano un po’, al di là di latitudini diverse e lontane.

Come, ad esempio, una leggenda russa che parla di una Vecchia Signora, chiamata Babushka (che altri non è se non la nostra Befana), la quale, durante la Notte Santa, per via della neve e del gelo che avevano reso inagibili le strade, non riuscì a recarsi in visita alla Grotta dov’era nato Gesù Bambino. Dovette perciò rimandare l’incontro, e il giorno dopo, a cavallo di una scopa (per evitare di restare bloccata), giunse nel sacro luogo carica di doni, ma non trovò più nessuno.

Fu così che, da allora, subito dopo la ricorrenza del Santo Natale, la Vecchia Signora viaggia a cavallo di una scopa, con un sacco pieno di regali, che distribuisce a tutti i bimbi buoni, sperando che fra loro ci sia anche Gesù Bambino.

Tra leggenda e tradizione è la consuetudine tutta salentina che vuole che nel cenone di San Silvestro, aspettando il nuovo anno, si debbano consumare, come buon augurio, tredici pietanze diverse, fra cui non possono assolutamente mancare le pìttule cu lu cottu.

Sempre all’ultimo dell’anno, a Gallipoli si spara lu Pupu: in tutti i quartieri della città jonica si fa a gara a costruire con la cartapesta un ‘personaggio’ pittoresco che rappresenta l’Anno Vecchio, il quale a mezzanotte in punto viene bruciato, con grande frastuono di canti, balli, fuochi artificiali, e fiumi si spumante, tra la gente scesa per le strade. Chi non ha mai veduto questo spettacolo assolutamente straordinario di festa collettiva, non perda l’occasione di parteciparvi il prossimo 31 dicembre. Con i nostri Auguri!

 

23. Anche la storia del Presepio ha l’aria un po’ della leggenda, pur potendo contare sulla testimonianza storica degli evangelisti Luca e Matteo, che per primi descrissero la Natività, e su quella di San Francesco, che nel 1223, come vuole la tradizione, allestì il primo Presepio fra le aspre alture di Greccio, oggi in provincia di Rieti.

Nel Salento non mancano, durante le festività di fine anno, i Presepi viventi (a Gallipoli come a Casarano, Tricase, Calimera, Presicce, Collepasso, Sanarica, Galatone, Torrepaduli, Noha, per citarne soltanto qualcuno), e perfino un suggestivo “Presepe rupestre” – detto anche “dei pupi bianchi”), visitabile peraltro tutto l’anno, allestito sulle serre di Alliste, con numerose statue a grandezza naturale realizzate dallo scultore Luigi Sicuro.

Come Napoli, anche Lecce vanta un’antica scuola ‘presepistica’: i creatori cartapestai salentini – fra i quali merita una citazione d’onore il più longevo e attivo maestro in quest’arte, Antonio Malecore – ci hanno lasciato opere indimenticabili, che fin dal Cinque e Seicento fanno bella mostra di sé in alcune nostre Chiese e Cattedrali, come quello in pietra dipinta – opera del 1530 di Stefano da Putignano – che si può ammirare nella Chiesa del Carmine a Grottaglie.

 

24. Di buon augurio è anche la leggenda di Rossofiore o della Stella di Natale, molto suggestiva, anche se poco conosciuta, ambientata nelle contrade tra Sogliano e Cutrofiano. In casa nostra ce la raccontava la zia Carmeluccia, che per lunghi anni è vissuta proprio in quelle campagne, nel fondo denominato Colamaria, dove anche noi, da Galatina, negli anni Cinquanta, andavamo a villeggiare dall’inizio di settembre al periodo della vendemmia, trattenendoci qualche volta anche fino a “Santu Martinu”…

Pare che, nella notte dei secoli, quel territorio appartenesse al principe guerriero Raguccio, il quale aveva un figlio di nome Larenzio, naturalmente giovane, bello, forte e intelligente come lo sono tutti i principi delle leggende. Un giorno d’inverno, poco prima di Natale, andando a caccia nei boschi, Larenzio incappò in una stupenda cerva dal candido manto, che riuscì ad abbattere con un ben assestato dardo. Neanche aveva mosso il primo passo per avvicinarsi alla preda, che egli sentì levarsi da dietro un cespuglio grida e disperati lamenti, e subito dopo vide apparire una bellissima fanciulla, con un fiore rosso a forma di stella tra i capelli, che gli si gettò ai piedi, supplicandolo: «Aiutatemi, mio Signore! Voi avete ucciso la Cerva Bianca del Mago Nanni, della quale proprio io ero la guardiana, ed ora il Mago Nanni mi punirà terribilmente, traendomi come sua schiava…».

Ed ecco, infatti, che dalle alture innevate appare il Mago Nanni: alto, vestito di nero, con barba ispida e lunghe zanne, che stringe in mano una bacchetta magica da cui escono fiamme spaventose: «Tu, Rossofiore – urla alla giovane donna, e facendo tremare perfino gli alberi del bosco – hai mancato al tuo dovere di guardiana della sacra Cerva, e verrai ora con me nel mondo delle tenebre!». E difatti, ad un colpo della bacchetta, Rossofiore si trasforma in una nuvola di fumo, e subito dopo anche il Mago scompare nell’aria.

Innamorato più che mai della fanciulla, il principe Larenzio sembrò allora uscire pazzo, e si mise a cercare dovunque per trovare traccia del terribile Mago e di Rossofiore, avventurandosi perfino verso le scogliere di Otranto e Castro, e perlustrando tutto il Capo di Leuca, e ogni grotta, ogni selva, ma senza successo. Passarono così i giorni e le notti, fino al primo giorno di primavera, quand’egli, giungendo stremato in un altro fittissimo bosco, si riposò finalmente sotto una grande quercia.

Nel sonno, mentre i profumi della primavera addolcivano l’aria, gli apparve un fiore scarlatto, a forma di stella, che sembrava brillare sulla cima di un albero tutto attorcigliato e ricolmo di spine. Ma il principe Larenzio non stava sognando: quella specie di rovo gigantesco era proprio davanti a lui, e quel fiore purpureo gli riportava in mente la sua bella innamorata. Così, senza indugio, e con la forza della disperazione, cominciò a dare potenti colpi di spada alla base di quell’albero contorto e mostruoso, finché esso si piegò in due, abbattendosi al suolo in una nuvola di polvere e trasformandosi per incanto in una bella e dolce fanciulla, che era per l’appunto l’amata Rossofiore.

Inutile aggiungere che i due giovani si sposarono con grande festa di nobili e di popolo, ebbero molti figli, e vissero a lungo felici e contenti.

Con buona pace del tenebroso Mago Nanni e di tutti i Cattivi come lui, destinati – almeno nelle favole – a pagare il fio delle loro malefatte, scomparendo per sempre nel nulla.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

DI MICHELE SAPONARO …E DELLA SUA TERRA D’ORIGINE

di Maurizio Nocera

Michele_Saponaro
«Michele Saponaro – afferma Antonio Lucio Giannone, ordinario di Letteratura italiana contemporanea presso la Facoltà di Lettere  e Filosofia dell’Università del Salento, dalle cui pubblicazioni trarrò molte delle notizie sullo scrittore contenute in questo scritto – è stato uno degli scrittori di maggior successo in Italia nella prima metà del Novecento”.

I suoi libri sono stati pubblicati dagli editori più importanti del secolo passato e venivano  continuamente ristampati, ottenendo sempre un grande favore presso il pubblico dei lettori. La sua firma compariva sui principali quotidiani e su riviste prestigiose. Per oltre mezzo secolo insomma Saponaro è stato al centro della società letteraria italiana.

[…] Direi che Saponaro merita di essere letto ancora oggi perché aveva doti di autentico scrittore, al di là dell’immagine di narratore “di consumo”, che proprio il convegno [di San Cesario, marzo 2010] ha definitivamente rifiutato» (v. G. Virgilio, “Lo scrittore ritrovato”, in «il Paese nuovo», 1 aprile 2010, p. 6).

Questo giudizio su Michele Saponaro, espresso in occasione del Convegno di studi nel Cinquantenario della morte dello scrittore, tenuto a San Cesario di Lecce il 25-26 marzo 2010, è del massimo esperto in Salento sulla vita e l’opera del sancesariano. Effettivamente la produzione letteraria di Michele Saponaro, che scrisse e pubblicò anche con lo pseudonimo di Libero Ausonio, è stata vastissima, oserei dire impressionante: molti i romanzi, le biografie romanzate, i reportage, i saggi, le opere teatrali, gli articoli, e tra le tante anche delle liriche, raccolte postume in un libro del 1963. Si calcola che abbia pubblicato 42 titoli, molti dei quali con la casa editrice Mondadori, ma pubblicò anche con altri editori, tra cui Bideri di Napoli, Amalia Bontempelli di Roma, Puccini di Ancona, Vitagliano e Ceschina di Milano, sicuramente con altri ancora. Ecco perché, a guardare la sua imponente produzione scrittoria, sembra di trovarsi davanti a un autore che abbia svolto gran parte della vita scrivendo. L’amore per la letteratura e la scrittura sicuramente gli venne dalla continua frequentazione degli ambienti dei libri (biblioteche e librerie) e dalle redazioni di prestigiosi giornali e riviste. È risaputo che lo scrittore fu inizialmente impiegato bibliotecario a Catania e, successivamente, a Brera; fu redattore e giornaliste di testate come «La Tavola Rotonda» (1906-9), sulla quale pubblicò il “Manifesto del Futurismo” (14 febbraio 1909), quando ancora questo importante documento non era stato pubblicato dal quotidiano parigino «Le Figaro»; fu direttore della «Rivista d’Italia» (1918-20), giornalista di «Sera» (1924-8), «Corriere della Sera», «Stampa», «Giornale d’Italia», «Resto del Carlino», «La Gazzetta del Popolo», «Nuova Antologia», «Rassegna Contemporanea». Importante fu anche la sua partecipazione, come collaboratore (1908-9), alla rivista «Poesia», dove conobbe e frequentò Filippo Tommaso Maria Marinetti.

Come si vede, si tratta di una molteplice attività letteraria, che egli svolse per buona parte dei suoi 74 anni di vita e che, indiscutibilmente, è un dato che lo pone fra i più importanti scrittori della prima metà del Novecento.

Michele Saponaro era nato a San Cesario di Lecce il 2 gennaio 1885 e morì a Milano il 28 ottobre 1959.  Si era laureato in Giurisprudenza all’Università di Napoli nel 1906 ma, senza ombra di dubbio, il suo primo e più grande amore fu scrivere e, infinitamente, gli piacque stare nel mondo dei libri.

Col suo vero nome e, prima ancora, con lo pseudonimo di Libero Ausonio, firmò alcuni libri di un indubbio successo editoriale, quali: “Novelle del verde” (Napoli 1908) con prefazione di Luigi Capuana; “Rosalocci” (Ancona 1912); “La vigilia” (Roma 1914); “Il peccato” (Milano 1919); “Amore di terra lontana” (Milano 1920); “La perla e i porci” (Milano 1920); “Le ninfe e i satiri” (Milano 1920); “La casa senza sole” (Milano 1920); “Nostra madre” (Milano 1920); “Fiorella” (Milano 1920); “L’idillio del figliol prodigo” (Milano 1921); “L’altra sorella” (Milano 1923); “Un uomo: l’adolescenza” (Milano 1924-25); ripubblicato col titolo “Adolescenza” (Galatina 1983) a cura di Michele Tondo; “Inquietudini” (Milano 1926); “Un uomo: la giovinezza” (Milano 1926-27); “La bella risvegliata” (Milano 1928); “Io e mia moglie” (Milano 1928, 1929, 1930); “Paolo e Francesca” (Milano 1930); “Avventure provinciali” (Milano 1931); “Zia Matilde” (Milano 1934); “La città felice” (Milano 1934); “Bionda Maria” (Milano 1936); “Il cerchio magico” (Milano 1939); “Prima del volo” (Milano 1940); “L’ultima ninfa non è morta” (Milano 1948); “Racconti e ricordi” (Torino 1957/8); “Il romanzo di Bettina” (Milano 1959).

Importante la sua produzione di commedie e tragedie: “Mammina” (Milano 1912, premio naz. Sonzogno); “Sogno” (1922); “Filippo” (Milano 1954); “Andromaca” (Milano 1957); “Antigone” (Milano 1958).

Come importante fu anche la sua produzione di biografie di grandi personaggi della storia: “Vita amorosa di Ugo Foscolo” (Milano 1939); “Carducci” (Milano 1940); “Leopardi” (Milano 1941); “Mazzini” (Milano 1943-4, due tomi); “Michelangelo” (Milano 1947); “Gesù” (Milano 1949); “I discepoli” (Milano 1952, 1954).

Sua è la firma della prima guida Touring “Attraverso l’Italia. Puglia” (Torino 1937). Dall’editore Ceschina di Milano, fu pubblicato postumo il suo “Diario 1949-1959” (Milano 1962), che dà la dimensione vera dello scrittore e delle sue sconfinate relazioni letterarie.
Intensa fu la sua corrispondenza con gli autori più noti in quel momento in Italia, come Luigi Capuana, Benedetto Croce, Salvatore Di Giacomo, Giovanni Gentile, Arnaldo Momigliano, Eugenio Montale, Ada Negri, Luigi Pirandello, Giovanni Verga e altri.

I suoi numerosi carteggi li sta studiando il prof. Antonio Lucio Giannone sulla base del «prezioso Archivio dello scrittore, donato dai figli Giovanni e Silvia attraverso la mediazione di Tondo, […all’Università del Salento e conservato] presso la Biblioteca del Dipartimento di Filologia, linguistica e letteratura».

Michele Saponaro non disdegnò la politica e il fare politico, svolti sempre in un ambito democratico repubblicano e socialdemocratico (ad una delle legislatura degli anni ’50, fu candidato per il partito di Giuseppe Saragat), attento ai movimenti culturali e, quando fu il tempo dannato del fascismo, non si appiattì sulle problematiche del regime. Anzi, fu uno dei firmatari del Manifesto antifascista di Benedetto Croce. Certo fu uno scrittore amato soprattutto dalla piccola e medio borghesia illuminata prevalentemente del nord Italia, ma egli, da buon figlio del Meridione, non si fece influenzare dai costumi e dai modi di vita di quella classe, anche se non li escluse del tutto ma, al contrario, fu invece lui ad iniettare in essa molti dei sentimenti e della condizione psicologica della gente del Sud. Per questo Saponaro viene spesso indicato come l’autore di romanzi e novelle, al cui interno i personaggi sono indagati dal punto di vista esistenziale con un’attenzione quasi sempre autobiografica, che poi noi sappiamo qual era la sua condizione di figlio del Sud.

«Per il gusto naturalistico, per la tematica fortemente ancorata alla terra d’origine – scrive A. L. Giannone – i testi sono vicini ai maestri del verismo, Verga e Deledda; per il linguaggio letterariamente sostenuto paiono risentire dell’influenza di Carducci e D’Annunzio. […] Ci sono vari aspetti dell’attività […] dello scrittore che meritano di essere riscoperti. Ce ne sono almeno tre principali e altri secondari. Innanzitutto ovviamente c’è l’aspetto del narratore. Saponaro è autore di numerosi romanzi e racconti che rientrano quasi tutti […] nella categoria della narrativa d’intrattenimento, [… tuttavia] anche questa produzione di carattere più commerciale presenta notevoli motivi di interesse perché permette di conoscere concezioni, valori, ideali che si sono affermati nella società italiana, o in determinati gruppi sociali, in un preciso momento storico. […] Ma soprattutto occorre individuare il nucleo più genuino e valido della sua opera e verificarne la tenuta ai nostri giorni, perché Saponaro ebbe anche indubbie qualità letterarie che si rivelano, in modo particolare, in certi romanzi a sfondo autobiografico, nei quali è costantemente presente il motivo della terra d’origine.

Sulla tesi della sua terra d’origine come personaggio principale delle opere di Michele Saponaro, Giannone ritornerà ancora rispondendo ad una domanda dell’intervistatrice Serafino: «Il ricordo del Salento riecheggia sempre nella scrittura di Saponaro sin dal suo primo romanzo “Vigilia”, del 1914. […] A Saponaro si deve il merito di aver inserito, per la prima volta, il Salento nella geografia letteraria del Novecento» (v. Pamela Serafino, “Michele Saponaro, un raffinato narratore”, in «EspressoSud», settembre 2010, p. 27).

È una tesi questa confermata recentemente anche dallo studioso Ginò Pisanò che dello scrittore-poeta, rileggendo la sua ode “Su lo Jonio” (canto per Gallipoli), scrive: «Correva l’anno 1906 quando un giovane poeta salentino, ormai lontano dalla sua terra, la rievocava in versi sospesi fra dolente nostalgia e vitalistica coscienza» (v. G. Pisanò, “Gallipoli in un’ode barbara di Michele Saponaro”, in «Anxa news» (settembre-ottobre 2010, p. 11). Pisanò coglie bene il senso profondo dell’operare letterario di Michele Saponaro, soprattutto per quanto riguarda la sua poesia. Ecco perché, qui, mi piace chiudere proprio con un riferimento al suo libro “Poesie” (Laterza, Bari 1963), introdotto dalla bellissima presentazione di Mario Sansone e Michele Tondo, due suoi meritevoli amici, che scrivono: «Questi versi […] ripropongono i temi di affetto, di memoria, di disincanto che appaiono nella sua narrativa: un gusto autobiografico che si scioglie lentamente dalle tentazioni del moralismo e dell’ironia o di certa satira un po’ indispettita, per salire ad un timbro idillico, originale nella dosatura del sentire e del colore: un patire quieto ed accettato, ma con una sua dignità e forza, un idillismo che, se mai, trova il suo limite nelle pretese reattive e pungenti, non nell’invocato oblio della vita e delle sue responsabilità» (p. 5).

Un gusto autobiografico spesso dolente e vibrante come si effonde dalla seguente lirica: «Terra dammi le tue linfe,/ perché il mio corpo riviva/ nei tronchi, nelle radici,/ nei rinascenti germogli/ della foresta profonda./ Ecco, disteso nel solco,/ la fronte rivolta al cielo,/ sento il mio peso carnale/ solversi nella natura./ Cielo, dammi le tue ali,/ perché il mio cuore riviva/ nelle nuvole, nei venti,/ e nelle innumeri stelle/ del firmamento infinito.// (novembre 1946)» (p. 35).

 

pubblicato su Il Filo di Aracne

 

Fuoco, luce, racconto, energia nel percorso artistico di Orlando Sparaventi

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di Antonio Mele ‘Melanton’

 

Vado in Terronia a vedere com’è”, disse un bel po’ d’anni fa alla moglie Lella, che gli aveva già dato due bambini, il giovanotto di belle speranze Orlando Sparaventi da Urbino, patria dell’immenso Raffaello, e città d’arte fra le più seducenti d’Italia. Insegnava già da qualche tempo a Pesaro, dove s’era formato nel prestigioso Laboratorio di Franco Bucci, ma nel sud del Sud, a Parabita, in Terra d’Otranto, quasi ai confini del mondo, c’era bisogno di un maestro che istruisse e svelasse i segreti della tecnica ingegnosa e non facile degli smalti su metallo, e per la specifica sezione nel locale Istituto d’Arte gli era stato per l’appunto proposto tale incarico.

Quella cattedra sarà mia”, deve aver pensato il giovane e prode Orlando, “ma è meglio partire da solo, poi si vedrà”. E infatti s’è visto fin da subito: è stato, verso Parabita e il Salento, un innamoramento immediato e fatale, tuttora di forte impeto e vivacità. Così, ha di lì a poco chiamato “in Terronia” il resto della famiglia, e questo piccolo privilegiato paradiso è diventato una scelta gioiosa, un destino, una nuova amabile patria.

Qui, e da qui, nella sua grande casa sulle alture poco fuori paese, immersa tra ulivi e alberi da frutto, e protesa in un panorama palpitante che spazia fino alle marine di Gallipoli, Orlando Sparaventi ha costruito e costruisce passionalmente le sue magie, dando un senso d’arte e di vita alla materia, traducendola in fuoco, luce, racconto, energia.

Era da tempo che volevo incontrare da vicino quest’artista davvero speciale, che nel suo carismatico magistero, e dentro le sue feconde ispirazioni, racchiude ricerche tecniche molteplici e intense: di artigiano, di artefice, di pittore, scultore, modellatore, creatore di  arredi sacri, e filigrane, e gioielli, e soprattutto “smaltista”. Fra i più autorevoli in Europa (i suoi seminari nel Museo di Himmerod, in Germania, sono frequentati da professionisti già affermati, su prenotazioni di largo anticipo), e fra i pochi in grado di padroneggiare ed esaltare la complessa tecnica del cloisonnè, dello champlevè e soprattutto dello “smalto cattedrale”, tecnica raffinatissima consistente nel riempimento di un reticolo con smalti trasparenti, per ottenere appunto l’effetto delle vetrate delle cattedrali.

Sparaventi avevo avuto modo di conoscerlo una prima volta in occasione di una bella collettiva al castello De’ Monti di Corigliano d’Otranto, qualche anno addietro, su invito del cortese professore Luigi Mangia, promotore di quell’incontro, al quale parteciparono numerosi e valenti artisti salentini. Ma fu quello un incontro fugace, ancorché molto coinvolgente.

Ora, accompagnato da mia moglie Teresa, l’occasione si è rinnovata, e posso finalmente appagarmi del suo affabile e fascinoso discorrere sull’arte.

Orlando, per la verità, non parla molto. Per lui parlano gli occhi, talora pieni di divertita ironia. E ancor più le mani. Mai ferme, come se modellassero anche l’aria. Non che gesticoli, tutt’altro: il suo aplomb è sempre misurato e perfetto. Ma le mani di Sparaventi si capisce subito che sono dinamiche, sensibili, irrefrenabili, piene di vitalità, pronte a plasmare e a carezzare la forma inerte per darle vita e respiro.

sparaventi

Dalla nostra conversazione emerge anche un certo suo ‘caratterino’, che lo porta ad essere sempre fin troppo severo ed esigente con se stesso, capace di distruggere – come ci ricorda la signora Lella, anche lei esperta d’arte – intere produzioni di opere di non completa soddisfazione.

Di tanto in tanto si alza, e con passo felpato sparisce per ricomparire con nuove magnificenze. Con un certo orgoglio ci conduce infine nel giardino, dov’è allocato il forno per le cotture degli smalti, fra i più grandi in assoluto per questo genere di produzione: “Qui prendono vita le mie opere più impegnative, che possono avere misure straordinarie, pressoché uniche”, dice con un sorriso di giusto compiacimento.

Ma al di là della dimensione – che pure, in questo ambito specifico ha un suo non piccolo valore – gli smalti di Sparaventi (su oro, argento, rame e altri metalli) sono un autentico inno alla bellezza.

Astratto e figurativo, classico e moderno, si integrano e convivono armoniosamente, e il segno dell’arte pura è riconoscibile in ogni piccolo tocco o dettaglio, che da soli o tutti insieme spiegano meglio i ‘quattro elementi’ di cui parlavo, fondamentali, credo, per una lettura completa del variegato percorso artistico del maestro: il fuoco, da cui l’opera è contraddistinta, sancita, impressionata; la luce, che dall’opera stessa viene trasmessa in cangianti moltiplicazioni di visioni anche fantastiche; il racconto, che è la narrazione sostanzialmente tecnica, che l’autore stesso ci partecipa ed invita a condividere; l’energia, come trasferimento totale delle percezioni tra il maestro e l’osservatore, che rappresenta di fatto l’esaudimento conclusivo di piacere e di gioia, vale a dire una delle precipue finalità dell’arte.

Questa, peraltro, è arte di solida ‘fisicità’, che riverbera grazia e sentimento, proprio perché vivificata dalle mani e dal cuore dell’artefice: un’opera che rimane comunque pregna di una magica poetica e seduzione extrasensoriale.

È un uomo che parla poco, Orlando Sparaventi. Che non ama la luce dei riflettori. Eppure, avverti il suo spirito fanciullesco e la sua anima artistica  quando ti mostra qualcosa che ha creato con particolare entusiasmo, lasciando allora la parola alla semplice sapienza stilistica, che emerge con vigore dai suoi manufatti.

È un artista completo. Istintivamente sorpreso e invaghito del suo stesso talento, ma senza alcun narcisismo di maniera. Consapevole, al contrario, di questo dono naturale, ed anche della sua appassionante “missione” che instancabilmente conduce – a Parabita e altrove – con gruppi di giovani altrettanto rapiti dall’incanto creativo, ai quali insegna e trasferisce i suoi prodigi di sognatore.

Torneremo a parlare di questo maestro straordinario, concreto e ideale, venuto nella nostra terra per innamorarsene. Segno anche questo che le vie dell’arte, come quelle della vita, sono un meraviglioso, splendido, umanissimo mistero.

Fedele Salacino, De princibbiu finca ‘ll’urtimu

domenico modugno
da “Come eravamo”

di Piero Vinsper

 

Per far quadrare il cerchio circa l’opera di Fedele Salacino, alias Cino de Portaluce, mancava  la conoscenza della sua prima pubblicazione. Ed eccola qua: trattasi di un libricino dalla copertina giallognola, contenente trenta sonetti, dal titolo De princibbiu finca ‘ll’urtimu, stampato per i tipi della tipografia Vergine di Galatina. Sono sonetti di contenuto amoroso, che tracciano giorno per giorno l’evolversi del corteggiamento dell’innamorato verso la donna amata.

Non si può stabilire l’anno della pubblicazione, perché non è riportato sul libretto. Però è certo che è avvenuta post nuptias con la tabella Giulia, come si evince dalla dedica dell’opera:

A Ciccillo, Narduccio, Paoluccio

Pietro e Antoniuccio

Totò, Donato e Beppino

Amicissimi

Questo libretto dedica

Fedele Salacino.

A Nina poi, Clorinda e Mariannina

Cetta, Concetta, Amelia e Rosalina

l’autore

Offre il libretto

Un saponetto

Una scatola di cipria

Una bottiglia di vainiglia

Un abbiglionè tanto gentile

per le civili feste

del trent’otto aprile

Chè se non fosse ammogliato

Oh che peccato

Oh che dolore

Offrirebbe

Un cento venti grammi del su’ core.

Già qui traspare un certo senso d’ironia che, continua, con malinconia, nella prefazione Tanto per intenderci:

il seguente libretto ch’è incompleto, è stato scritto soltanto con l’intenzione di pregustare e più o meno imitare la infinita canzone dilettevolissima del nostro popolo antico di Galatina. L’accoglimento che questa mia prima tiratura riceverà dal pubblico, deciderà s’io potrò rischiarmi a condurre il lettore verso la fine.

Intanto, avverto, che parecchie persone, l’opinione delle quali mi è di grande rincrescimento, m’ànno fatto osservare che per nulla i miei sonetti sembrano scritti in vernacolo. Del resto io ò la speranza che o, a ragione, o a torto delle dette persone, i lettori vorranno essermi compiacenti, giacché anche ad avere scritto corbellerie, ò lavorato, almeno undici giorni.

Chi siano stati i suoi denigratori non c’è dato di sapere; di sicuro sono state delle persone dalle idee politiche diametralmente opposte a quelle del nostro. D’altra parte il Salacino era un maestro di scuola elementare e non si può tacciarlo di non saper scrivere in dialetto. E poi il dialetto è la lingua dell’anima: ognuno può esprimersi come meglio crede, come meglio può, scevro da qualsiasi regola o canone che i buontemponi, figli di un’intellighentia nevrotica, bigotta e codina in seguito hanno stabilito.

E ancora, il Salacino frequentava i salotti dei De Marianis, delle D’Amico, delle Caputo e non lo si può considerare uno sprovveduto.

Putenza de la terra!.. C’è aggiu vistu?

E’ lu sole? la stella matutina?

È quiddha donna c’ave amatu Cristu?

è Santa Chiara? è Santa Rosulina?

 

Ma, ce mmaniera.. ma, ce modu è quistu?

Com’ede ca se trova a Galatina?

Le sante ‘n terra? Nu ssacciu ‘rrasistu

tocca ‘dumandu cinca se cumbina.

 

Nunni! nunni! iti vistu la madonna?

Iti vu’ visti santa Mmatalena?

Nun diciti ca ‘st’anima se sonna

 

Ca mi faciti probbiamente pena!

La vitti: iddh’era cuantu ‘na culonna

e rispiandia comu ‘na sirena!

E’ questo un inno alla bellezza della sua dona. E’ il sole, è la stella mattutina! E’ la donna che ha amato Cristo? Ma com’è che si trova a Galatina? E’ possibile che le sante stiano sulla terra? E’ necessario che lo chieda a chi ha più esperienza di me. Signori, signori, avete visto la Madonna? Avete visto la Maddalena? Non dite che stia sognando, perché mi fareste proprio pena! Io l’ho vista! Era alta e dritta come una colonna e risplendeva di luce come una sirena.

Il termine nunnu (gr. nunòs, nonnòs) significa padrino. Nel nostro dialetto, però, vale persona di cui non si conosce il nome; spesso accade anche che nunnu assuma un significato di riverenza, di ossequio e di rispetto verso persone anziane.

Lucisce finalmente la sciurnata

Me ddisciatu, me zzumpu de lu jettu,

me vestu ‘llampu e prestu ‘na marciata

sotta ‘la soa fanescia va’ mme mettu.

 

Ma la fanescia s’ave spalancata:

La beddha tene ‘mmanu nu sicchettu

e ‘ndacqua, queta queta, ‘nzuccarata,

li fiuri ‘ssuti tutti a ‘nu vasettu.

 

Azzu la capu, la cuardu ‘ncantatu;

me fazzu de curaggiu e, ccu ‘nna voce

ca ‘stenti ‘ssiu, li dissi frasturnatu:

 

Beddha, l’amore to’ tuttu me coce!

Menami ‘nu carrofalu nfiammatu,

nu giju biancu e nnu me lassi ‘n croce!..

Subito si fa giorno, mi sveglio e salto giù dal letto, mi vesto in un attimo e lesto lesto va ad appostarmi sotto la sua finestra. La finestra si è spalancata. La mia bella ha in mano un secchiello e innaffia calma e felice i fiori spuntati tutti in un piccolo vaso. Sollevo in alto la testa, la guardo estasiato, prendo coraggio e, con voce flebile, le dico frastornato: bella, l’amore che nutro nei tuoi confronti mi sta distruggendo. Buttami un garofano pieno del tuo amore, un giglio bianco in modo che non soffra più.

Si ppacciu tu, si stoticu o si mminchia!

cusì mi disse quiddhu lazzarone

e tu, razza de carne can u bbinchia,

a ddhu ‘a’ ‘mparatu tanta ducazzione?

 

cusì respundu tostu a ddhu pissinchia

ca crassu crassu comu caratone.

E’ de jeri ca fazzu trinchia trinchia;

cce bbai cercandu tu qua ‘stu puntone?

 

Nu spiccia de cantare sta canzone

la nervatura è già troppu stirata.

Me tiru ‘rretu e ccu nnu mustazzone

 

lu fazzu ‘sse sturtija a ‘na vutata

Azzu la capu pe’ combinazione:

ma la fanescia è tutta renzzarrata!

Sei pazzo, sei lunatico o sei stupido? Così mi rimbrottò quel lazzarone. E tu, specie di carne che non sazia, dove hai appreso sì grande educazione? Così rispondo fermamente a quel “vescica piena d’acqua”, che è grasso grasso come una grande botte. E’ da ieri che ti sto sopportando con molta pazienza; cosa stai cercando tu a quest’angolo di strada? Non finisce di dire questo e già i miei nervi sono a fior di pelle. Tiro un passo indietro e con un bel cazzotto lo faccio contorcere per terra in un baleno. Per caso sollevo lo sguardo in alto, ma la finestra (della mia bella) è chiusa.

Il Rohlfs fa derivare stòticu dall’unione delle radici di due aggettivi latini: st[ultus + idi]oticus; razza de carne ca nu bbinchia è la classica espressione galatinese che viene rivolta a persona insignificante, meschina. Pissinchia, invece, risulta formato da vissica o pissica più la terza persona del presente indicativo del verbo ‘nchire. Abbiamo in questo caso un termine latino e un termine greco: vesica o vessica + enchèo, verso nella vescica, riempio la vescica. E il riempire la vescica era un gioco da ragazzi. Si prendeva un pezzo di camera d’aria di bicicletta, si annodava un’estremità e si poneva l’altra al rubinetto di una fontanina, la famosa vedova, tenendola ben stretta in modo che non fuoriuscisse l’acqua. Man mano che si riempiva, la camera d’aria si dilatava e assumeva la forma di una grossa zucca. Bisognava, però, stare attenti a non vincere l’elasticità della gomma, altrimenti scoppiava. Il culmine del gioco era quando si lanciava in alto la vissica che, cadendo a terra, se schiattava, bagnando quei ragazzini sprovveduti che si erano avvicinati troppo al punto di caduta.

Seguono tre altri sonetti che sono un continuum del precedente, con i quali è spiegato il motivo della zuffa tra i due contendenti, il perché si erano frapposte delle persone che avevano invitato alla calma. Allora il giovane Salacino torna a casa, chiude la porta in modo che non entri nessuno, prende pinna, carta e calamaru e scrive una lettera alla sua ragazza.

Idulo del mio core, anima mia,

ti scrivo queste pocu mie palore

per farvi de sapere ca moria

se de lei nu ‘n’ia ‘vutu quello fiore

 

Tu non poi mai sapere cce llecria

provao ‘llora lo povero mio core,

ce comportu, ce gioia ca sentia

Tu siete la madonna dell’amore!

 

Io per te schiatto, crepo e moro,

per te lo mondo sta mi pare bello!

Lei è la mia vita, é tutto il mio trisoro!

 

I nanzi a te mi faccio un asinello

sino alla tomba con totto il mio coro!..

Un bagio del tuo servitore. Friello.

E qui traspare l’ironia, un’ironia tanto sottile che mi fa pensare ai suoi denigratori. Loro non sanno esprimersi in italiano, mescolano italiano e dialetto, suscitando l’ilarità di chi li ascolta, ed allora come possono giudicare se uno sappia scrivere bene o male in dialetto?

Poi l’innamorato, spossato dal suo grande amore, si distende sul letto, s’addormenta e sogna. Sogna ‘nu campu cupertu de fiuri… d’ogne specie e dde tutti li culuri…, ‘na funtanella d’acqua… e la beddha cc na vesta tutta seta ci cu llu sicchiu d’oro… venia cu ppija l’acqua, queta queta… La ragazza riempie il secchio e gli dice: vivi ‘st’acqua se ‘more ssta tte ‘sseta: bevi quest’acqua se l’amore ti arde la gola! E lui beve, beve a perdifiato, ma la sete lo attanaglia. Ogni sorso gli fa gonfiare il cuore. La sua bella lo guarda, ride ed esclama: “non bere più! È troppo il bene che mi vuoi!”, e incomincia a coprirlo di baci. Vitti ‘na cosa vianca ‘n celu ssire, ‘ntisi ‘nu sonu comu d’armunia, ‘nu presciu, ‘nu cuntentu, ‘nu ridire, la bbeddha mia ca ‘ll’aria sta ssalia.

Si sveglia di soprassalto e il sogno svanisce; con il palpito in cuore, pian piano, senza far rumore, prende la chitarra, socchiude la porta ed esce fuori all’aperto.

Mo’ ci ssta ddormi tie, tu beddha mia

mo’ ci se code bella la nuttata,

‘sta ccantu sulu mie, ‘mmienzu lla via,

de li bellizzi toi la serinata.

 

Beddha, beddha, la pace toa ccu ssia,

apri mo’ ddha fanescia ca ‘nzerrata

ca sta mmi vene la malinconia,

ca sta mmi sentu l’arma ndolurata.

 

Bella la luna de ‘stu masciu novu

a ‘n celu campaniscia ca ‘nnu ‘ncantu

Tie sula mmanchi, beddha, a ‘stu ritrovu.

 

Nu ffare cc uni vegna mo’ lu chiantu!

Ppe llu trumentu sulu ca sta pprovu,

sscarrassa la fanescia toa surtantu!

 Pubblicato da Il Filo di Aracne.

Usque ad limen suspexit: la poesia di Eugenio Giustizieri

calliope

di  Giuseppe Magnolo

Sulla natura e gli esiti imprevedibili della poesia si potrebbe discettare a lungo. In Kubla Khan, stupendo frammento poetico scritto nel 1797 da S.T. Coleridge, l’idea della pulsione poetica è resa  metaforicamente mediante l’immagine dell’acqua che scorre passando per stadi diversi: dapprima sorgente spontanea, poi torrente a cielo aperto, quindi fiume sotterraneo inarrestabile che travolge rocce e scava in profondità, fino a riemergere come enorme corso d’acqua che va a sfociare e si confonde con l’immensità dell’oceano. Lo stato d’animo che genera il sentire poetico ha molto di imponderabile. Possiamo semplicemente dire che esiste (quando realmente esiste), e talvolta ha la fortuna di associarsi a mezzi espressivi che riescono a dargli voce in modo più o meno comprensibile e condiviso. Anche le modalità di tale condivisione sono eterogenee: volute ma anche imposte, a volte ricercate dall’autore ma non altrettanto dal pubblico, o al contrario eluse dal primo e desiderate dai lettori. In tempi come quelli attuali, in cui qualcuno arriva a negare l’importanza della cultura e dell’arte, non è superfluo ricordare che forse nulla quanto la poesia riesce ad esprimere compiutamente le idee e i sentimenti più sublimi che l’animo umano possa concepire.

La poesia di Eugenio Giustizieri[1] costituisce una voce di assoluto rilievo nella realtà culturale salentina. In qualche modo essa può configurarsi come un vero e proprio caso letterario che richiama precedenti illustri, come la raccolta dei sonetti di Shakespeare, che non ha pari in lingua inglese anche se fu da lui distribuita in copie manoscritte soltanto tra pochi amici intimi, oppure le poesie di Emily Dickinson, unanimemente ritenuta una delle più alte voci della poesia americana dell’800, la quale in vita pubblicò solo qualcuno dei suoi numerosi componimenti inviandolo a riviste letterarie a diffusione alquanto limitata. Sostanzialmente analoga è stata la vicenda poetica di E. Giustizieri, che dopo aver esordito con la raccolta giovanile Fogli di Vetro (1978) ha sempre continuato ad avvertire il fascino irresistibile della poesia, astenendosi però dal dare veste editoriale ai suoi componimenti, tranne che in forma di sporadici contributi in riviste letterarie disposte ad accoglierli, oppure inviandone qualcuno in modo assai riservato a pochi amici e conoscenti considerati ‘addetti ai lavori’. Complessivamente egli ci ha lasciato un corpus di ben 127 componimenti (presumibilmente in gran parte inediti), che provvidenzialmente poco prima della sua scomparsa egli ha fatto pervenire in copia informatizzata al direttore di questa rivista, a cui devo sia la conoscenza dell’opera completa che l’esortazione a scriverne su queste colonne.

L’itinerario poetico di Giustizieri si configura come parte di una più ampia ricerca estetica ed esistenziale che abbraccia varie forme espressive, specie in ambito figurativo (pittura, scultura, architettura), che egli affrontava sia sotto l’aspetto creativo che come critico finemente percettivo. Ma è la duplice natura della poesia, da un lato emozionale e dall’altro logico-concettuale, che in qualche modo lo ha indotto a mettere pienamente a nudo la sua vena intimista, nostalgica e tristemente ripiegata su sé stessa, che lo conduceva ad un ineludibile fatalismo, ad una visione sconsolata della vita derivante essenzialmente da un contrasto lacerante tra l’aspirazione classica al bello e al vero in funzione etico-contemplativa e la consapevolezza romantica dei limiti imposti sia alla ricerca individuale di assoluto che alla sua valenza in senso spazio-temporale.

In uno dei suoi scritti di critica estetica così egli si esprimeva a proposito delle finalità dell’arte: ”L’anelito alla poesia della forma non può restare vuoto, deve racchiudere un codice interpretativo, deve rappresentare un esempio di morale con tutto il bagaglio di tormenti e di ferite, dovute alla profondità dei temi trattati”. Se proviamo ad invertire i termini iniziali leggendo “forma della poesia” possiamo trovare in questa affermazione il suo stesso credo poetico, che essenzialmente include tre elementi fondamentali: una concezione dell’esperienza poetica come aspirazione alla perfezione formale secondo una prospettiva estetizzante che conduce al culto della bellezza sublimando il vissuto individuale e collettivo; la precondizione di un fondamento etico che sorregge la ricerca poetica, da intendersi non come banale moralismo bensì come profondità ed autenticità assoluta di sentimenti che possono conferire valore universale all’espressione artistica; infine l’accettazione di un inevitabile bagaglio di sofferenza a cui il destino del poeta sembra fatalmente legato. Fortunatamente questa conclusione pessimistica non preclude esiti finali di pacata arrendevolezza di fronte ai propri limiti, per giungere ad una volontà di rassegnazione, forse anche ad una possibilità di fiduciosa speranza.

I motivi tematici presenti nella sua produzione poetica sono inscindibili da una costante proiezione in senso intimista, che lo portava alla riflessione e all’ascolto interiore, generando una necessità impellente di isolarsi temporaneamente dal mondo per guardarsi dentro. Dialogando con sé stesso egli ha potuto cogliere sentimenti ed emozioni connessi allo scorrere del tempo e delle stagioni (Attesa, Né qui né altrove, Due nomi, Voglio essere voce, La spiaggia, Aspettando l’alba), e ai rimpianti generati dalla memoria (Nostalgia del fuoco, Stagione, Come prima, Profilo, Mutazioni, Ricordami, Tessere, Messaggio).

Assai intenso risulta anche il legame con la terra-madre attraverso l’eco che ne dilata i confini (Parole strette, Labili confini, Dopo l’allegria, A Sud di Lecce, Paesaggio, Il mio paese, Quadri di fumo, L’ulivo, Appunti, Adesso, La mia terra). Questo rapporto tuttavia a volte diventa complesso e problematico, come nella lirica  Non porgo più la mano, in cui esso è percepito come intollerabile e asfittica segregazione (La luna danza aspra / nella luce che taglia / con lame di fiele / questo paese senza mura).

In molte poesie emergono le pulsioni affettive dell’anima, e tuttavia l’eros propende non tanto verso il richiamo dei sensi, quanto invece verso un recupero sommesso dei momenti magici che hanno scandito il rapporto amoroso. Lo si constata in poesie assai intense come I nostri anni, Viene, Rimani così, Parlo di te, Filo di rosario, Fuochi, Ritratto, Sino a ieri, Da stella a stella, Legàmi. Su questo tema può essere esemplificativo Petalo di rosa, un componimento che riesce a rendere con grazia e lievità estrema un empito di passionalità scandito dal ritmo di un breve fraseggio, condensando il suo messaggio nel secondo verso che risulta un endecasillabo perfetto:

Graziosa, piccola, fragile

tu allarghi gli orizzonti del mio mare.

Liberi vuoti di una vita,

mescoli sfumature alle viole,

anche solo parole

fra l’ansia e il tuo amore.

Altrove l’amore assume valenza universale, diventa agàpe, desiderio di umana simpatia, bisogno di fratellanza, afflato solidale alla condivisione come unica àncora che può in qualche modo attenuare l’incombere di una sorte avversa (Diamoci la mano, Diario del silenzio, Turchese, Dalla terra). Né manca in alcuni componimenti un profondo anelito religioso, che spesso rimane in bilico tra speranza e smarrimento (Scorrere, Il silenzio, Passo d’addio, Il cancello del cielo, Ad occhi aperti, Lo specchio dei colori), ma talvolta fa affiorare echi della pietas virgiliana nel suo docile inchinarsi ai segni del destino (Verrà il tempo, Minima, Frammenti d’anima, Azimut, So di amarti) .

Mentre sotto l’aspetto esistenziale e gnoseologico il sentire di Giustizieri richiama per molti versi la visione di Leopardi, sul piano stilistico e formale la sua poesia evidenzia una attenta messa a frutto della lezione ermetica non solo nel preferire una assai contenuta articolazione espressiva, ma anche e soprattutto nel rivelare una concezione suggestivo-evocativa della parola rispetto ad un uso discorsivo o descrittivo del linguaggio poetico. Ogni componimento obbedisce ad una sapiente architettura (sic!), a cominciare dal titolo, sempre concepito in funzione dinamico-propulsiva o persino contrastiva rispetto al testo, ma anche per quanto concerne la versificazione, gli effetti timbrico-fonetici, l’uso delle assonanze, alcune correlazioni di natura ossimorica (e.g. parole strette, destino deserto, tela di pietra, assordante vuoto, gioia arrugginita, bianco dolore), la punteggiatura, fino alla chiusa che anziché definire e completare il margine semantico dell’evento poetico, tende invece a creare come degli spazi vuoti, dando spesso al lettore la sensazione di esser proiettato sul ciglio di un dirupo oltre il quale non si può discernere.

Chi è il destinatario di questa poesia? La domanda non è oziosa, non soltanto in considerazione di quanto già rilevato sulla mancata pubblicazione della raccolta, ma anche per un motivo più sostanziale costituito dal fatto che chi scrive ha spesso in mente sia un interlocutore (reale o fittizio) che rappresenta quasi una controparte in ogni singolo componimento, come anche un potenziale lettore che può diventare compartecipe dell’esperienza del poeta. Le dramatis personae idealmente presenti nella raccolta sono varie: l’alter ego del poeta, la realtà naturale, la donna amata, l’uomo-fratello, l’assoluto universale, Dio-padre. In primis è a loro che la voce del poeta è diretta, ma egli è anche fiducioso che vi siano delle anime gemelle che possono ascoltare, comprendere, forse anche condividere i suoi sentimenti.

Le componenti sul piano metaforico del discorso poetico di Giustizieri sono congruenti con il tessuto concettuale ed emotivo su cui vengono ad innestarsi, talvolta in funzione di pura analogia, ma non di rado caricate anche di una valenza simbolica che ne giustifica anche la reiterazione con significative varianti contestuali. Si tratta in prevalenza di elementi naturali, floreali, oppure paesaggistici. Ad esempio il petalo di rosa nella poesia omonima simboleggia il volto dell’amore, il gelsomino allude alla linfa vitale (Da una stanza all’altra), come il geranio all’energia (Sull’acqua), il vento diventa simbolo della forza propulsiva della natura, la nuvola  è metafora della libertà nella solitudine, la luce sprigiona il senso del divino, la stella  è l’emblema della speranza. E’ proprio grazie a questi referenti che si possono comprendere fasi e mutazioni del divenire esistenziale dell’autore. Si pensi alla metafora cangiante della stella che tenta di scendere sulla terra, ma subito risale smarrita e preferisce tornare nel firmamento (Solo), immagine che altrove diventa due stelle ‘perdute nella tristezza’ ad indicare la visione spenta che si presenta ai suoi occhi (Scritto sull’acqua), mentre nell’ultimo componimento troviamo un “campo di stelle” che punteggia la volta celeste prefigurando l’essenza del divino.

Come era inevitabile, l’evoluzione finale dell’itinerario poetico del Giustizieri ha risentito della prova terribile a cui egli è stato sottoposto sul piano fisico, psicologico ed esistenziale. Negli ultimi componimenti si constata quanto profondamente i colpi della sorte avversa si riverberino sul suo modo d’essere, condizionando anche il processo creativo che conduce alla poesia. Infatti si può affermare che la vena di tristezza che è presente sin dall’inizio della raccolta non è generalmente tale da precludere al poeta la possibilità di assaporare la vita nei momenti di abbandono e stoica rassegnazione,  mantenendo in qualche modo un canale aperto di empatia ed interlocuzione con un potenziale lettore. Tuttavia avvicinandosi alle poesie più tardive si avverte un fatale incupirsi degli orizzonti dell’autore, sicché la poesia stessa ad un certo punto diventa documento personale del proprio calvario, quasi negazione di sé stessa, dato che non esiste appiglio di sorta che salvi dalla disperazione (Non Tendo più la mano, Non ho eredità, Non aspetto nessuno). E così l’assurdità del vivere invade il pensiero cosciente, rendendo il linguaggio teso e talvolta impenetrabile a qualsiasi tentativo di analisi razionale. Soltanto gli ultimi componimenti (Eco d’amore, Luce, Ti riconosco) rivelano un riconquistato equilibrio comunicativo, come effetto di un progressivo distacco dalla realtà per raggiungere uno stato di sospensione che prelude alla trascendenza. A queste differenti condizioni psicologiche corrisponde una sempre più accentuata essenzializzazione del linguaggio, come è evidente in Campo di stelle che chiude la raccolta:

Ogni mattina

il cuore batte

dietro un campo

di stelle.

La parola poetica si fa disadorna, quasi priva di determinanti ed aggettivazione, sino a diventare phanopoeia, segno intelligibile che tende ad un effetto di evocazione-astrazione usque ad limen, fino ed oltre il confine della realtà sensibile, verso una condizione puramente visionaria. Vi sono nella raccolta di Giustizieri alcuni momenti di rilievo assoluto, in cui la facoltà creativa della poesia riesce veramente ad assumere valenza universale, dando al lettore la magica sensazione di trovare nella voce del poeta l’espressione di sentimenti che appartengono a tutti, ma solo pochi sanno esternare e comunicare in modo indelebile. Uno di tali momenti si può certamente trovare nella lirica Poesia, che nella sua icastica brevità quasi rappresenta il testamento artistico dell’autore, e che ha dato spunto per il titolo del presente saggio:

Ti sentirò fuoco

fino al sole

e  per gioco

consumerò la vita

già domani,

trovando parole

cadute

sul tuo confine,

dove più m’arrendo

e mi perdo

irraggiungibile.

 

(G.M., novembre 2010)

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne

 


[1] Eugenio Giustizieri, nato a Sannicola (LE) nel 1957, è venuto tristemente a mancare a maggio del 2010 a soli 53 anni, a causa di un male che in breve tempo non gli ha dato scampo. Era architetto libero professionista, docente di storia dell’Arte, critico, specialista dell’arte italiana del ‘900. Per scelta è vissuto sempre nella sua terra d’origine. Sia in ambito artistico che letterario egli ha ottenuto significativi riconoscimenti in Italia e all’estero. Sue opere figurano in collezioni pubbliche e private in Europa e in America.

Gli ambasciatori dell’amore

 

Da "Il mio Sud"
Da “Il mio Sud”

di Emilio Rubino

I menestrelli sono stati nel medioevo i primi ambasciatori d’amore, esibendosi sotto la finestra della “corteggiata” con musiche e canti melodiosi e struggenti.

Ma cosa succedeva nella nostra Nardò negli ultimi due secoli?

In tema d’amore, i “messaggeri” o gli “ambasciatori” (da non confondere con i “traminzani”, con coloro, cioè, che s’interessano di combinare fidanzamenti o matrimoni), assumono un ruolo di primaria importanza, sicché nel solco della tradizione erotico-folklorisitca della nostra gente si è venuto a creare un vero sostrato culturale sinora tramandatoci solo oralmente dai tempi antichi sino ai nostri giorni.

Gli ambasciatori dell’amore sono tanti e tanti, quanti la fantasia dei cuori innamorati ne abbia potuto immaginare attraverso i secoli passati. Gli è perché quel dolce sentimento che tutti chiamiamo “amore”, quand’è sincero, quand’è vero, vive di palpiti, di ansie e di timori, soprattutto al suo nascere. Il vero innamorato è, perciò, timido in partenza, perché non sa se il suo amore verrà corrisposto, se il suo sogno potrà divenire realtà. La persona innamorata, il cui cuore sogna, soffre, piange, trema e si strugge, si è sempre affidata ad un “messaggero” per far giungere all’essere amato i suoi richiami d’amore.

Anche in un contesto sociale poco raffinato o addirittura rozzo, come quello popolare, l’uomo che ama è riuscito sempre ad ingentilire i propri richiami e messaggi d’amore, scegliendo pensieri e sospiri teneri, languidi, sensibili. Si è servito, allora, delle immagini e delle entità più belle, come il vento, le onde del mare, il sole, le stelle, una rondine e quant’altro potesse servirgli per esternare i propri sentimenti.

Sentite che passionalità, che dolcezza e squisitezza ma anche che inventiva di pensiero sono presenti nel canto d’amore di un giovane spasimante!

Sole, quandu ti parti cu tti ndi vai,

salutame la beddhra mia addhò la truei

e ci gh’è notte e no’ la troverai,

sole, ti poggi sulla casa sua.

L’innamorato, poiché crede che la sua amata abbia bisogno d’amore e di calore, invoca il sole e lo prega di fermarsi sulla sua casa per trasmetterle, tramite i caldi raggi, i fremiti ardenti del suo cuore.

Tutto ciò a dimostrazione che, nel passato, l’amore, specialmente nell’ambiente popolare, era spesso considerato irraggiungibile, se non addirittura impossibile; proprio per questo l’innamorato, nella sua povertà materiale ma anche nella sua grandezza spirituale, pensava che, servendosi dei vari elementi della natura, potesse conquistare la sua desiderata. Ci sono canti d’amore, che pur conservando una semplicità primitiva nella loro fattura, presentano un contenuto di sublime e, forse, impareggiabile sentimentalità.

Nel lontano passato, quando ancora i mezzi di comunicazione erano molto limitati e non si poteva disporre del telefono o, meglio ancora, del cellulare, quando ancora imperversava sovrano l’analfabetismo e quindi non si potevano neanche scrivere semplici lettere d’amore, l’innamorato doveva affidarsi esclusivamente alla sua immaginazione e creatività, il più delle volte impensabili e suggestive.

Beh!… sentite con quale sentimentalità e con quanta commozione un innamorato si serve delle stelle per inviare alla sua bella amata alcune dolci parole.

Oh, steddhe, steddhe ca luciti ‘n celu,

catiti a una una e chianu chianu,

sobbra ‘lli musi ti la beddhra mia,

purtàtile li ‘asi ti la bocca mia,

tutti li ‘asi ca nu’ lli pozzu tare.

Vi era chi, seduto su uno scoglio solitario, si accontentava di lamentarsi malinconicamente in un modo molto originale.

Cu lli undi ti lu mare

‘ulia tti mandu

totte li pene ti lu core mia

cu bèsciu ci capisci ca ndi mueru

cu bèsciu ci capisci lu bene mia.

Naturalmente, sono sempre immagini care e struggenti quelle che costruisce la fantasia dell’innamorato, come quella di affidare ad una rondinella un messaggio d’amore per la sua amata. Messaggio che è scritto con una penna asportata alla stessa rondinella e conservato sotto una sua ala per non rovinarsi.

Oh, lindineddha ci spacchi lu mare

‘ieni quantu ti ticu ‘na palora,

quantu tti tiru ‘na penna ti l’ale

pi’ scrivere ‘na lettra allu mia amore.

La puerti bella bella sotta ‘ll’ale

cu no’ ssi cuasta ddhru scrittu d’amore,

e quandu ‘rrivi addhà no’ lli la tare

ci no’ tti mòscia l’arma e lu sua core.

Topu musciatu l’arma e poi lu core

questa è la lettra ci bene li ‘ole.

Tille cu ssi la ponga ‘n capitale,

cu ssi la legga quante fiate ‘ole.

Qualche altra volta la fantasia dell’innamorato raggiunge vette meno alte, anche se poi, in verità, non viene meno l’afflato poetico, come quando si affidano le speranze del cuore addirittura ad una…

Pòlice, biatu te, quantu pussieti,

quante pussibilità pussieterai,

ca sobbra la beddhra mia faci cce bbuei:

muèzzichi, suchi e nno’ tti binchi mai.

Ti preu, pi’ ll’anima ti li muerti tua,

cu mmi puerti ‘na fiata quandi vai.

Ma ti ‘na cosa sola mi tispiace:

quantu è crudele la morte ca tu faci!

E così, in una civiltà contadina, povera di mezzi e di cultura, anche una piccola pulce diventa, nell’immaginario dell’innamorato, un parassita utile, in quanto considerato un messaggero d’amore, anche se poi – e dispiace tanto – fa quasi sempre una brutta e misera fine.

Oggi, purtroppo, tutto è cambiato in peggio: quella grande sentimentalità d’un tempo ha lasciato via via il posto ad una materialità di “amorosi sensi”, che non fa più sussultare il cuore ma “infiamma” soltanto gli impulsi focosi della sessualità. Troppo poco per parlare di… amore.

 

Pubblicato su Il filo di Aracne

La vita sociale a Galatina nell’immediato dopoguerra

Articolo tratto da “Cronache Galatinesi anni ’20-‘40”

La vita sociale a Galatina

nell’immediato dopoguerra

Uno spaccato di vita che in pochi ricordano e che è giusto consegnare ai giovani lettori

centro storico di Galatina
centro storico di Galatina

 

di Carlo Caggia

 

La vita sociale dei contadini si svolgeva (oltre che in Piazza San Pietro, la sera, per trovare “la giornata”) nelle cantine, con solenni bevute di vino e giochi di carte napoletane, tra cui primeggiava il cosiddetto “padrone”.

L’aria, in quei locali, era irrespirabile a causa del fumo acre delle sigarette fatte con cartine che avvolgevano un trinciato di tabacco non lavorato. I più… ricchi fumavano le “Popolari”, le “Indigena”, le “Milit” o addirittura le “Africa”, non certamente le “Serraglio”, le “Principe di Piemonte”, le “Macedonia” o le “Eva”, queste ultime leggerissime e riservate alle poche donne fumatrici del tempo.

Cantine rinomate erano “lu Mùscia”, “l’Ossu”, “lu Rasceddhra”, tutte situate nel centro storico.

Vi era poi una accorsata casa di tolleranza, “la Rosetta”, in Piazza Vecchia, mentre in veri e propri tuguri c’erano prostitute che operavano in proprio.

Artigiani e operai – il ceto medio in genere – avevano come punto di riferimento il Bar Sammartino in Piazza San Pietro; il Bar Càfaro in Via Pietro Siciliani e il Gran Caffè di Gino Sabella, all’inizio di Via Stazione, (o meglio di Corso Re d’Italia – ndr), luogo di ritrovo tradizionale per studenti e professori, data la contiguità con il Liceo Classico “Colonna”.

Il ceto medio-alto conveniva nel Circolo “Savoia” o “Cittadino” o “dei Signori”, di fronte alla Torre dell’Orologio (attualmente è la sede del Corpo di Polizia Urbana – ndr). Essere ammessi a quel circolo, nella mentalità piccolo-borghese del tempo, aveva valenza di una investitura e di promozione del proprio status-symbol.

Nell’immediato dopoguerra, quando le lauree cominciarono a diffondersi tra i figli degli operai, la corsa all’ammissione al Circolo era vissuta dagli aspiranti con veri e propri patemi d’animo. Il vecchio notabilato guardava sempre con sufficienza e con fastidio a questi parvenus.

Il Carnevale era molto sentito sia come tradizione galatinese (le sfilate alla “Via dell’Orologio” – con lancio di “candellini” (sic) – erano state sempre affollatissime) sia come senso di liberazione dopo i tristi anni della guerra, della fame, dell’autarchia, dell’oscuramento e del coprifuoco.

Ne nacquero in gran quantità. Si ballava nel Teatro Tartaro e nella Sala Lillo[1] ma anche nella Camera del Lavoro, nella Società Operaia, in locali improvvisati (Gallo Rosso, Sirenetta, Sala Azzurra[2]…). Le feste più esclusive erano quelle che si svolgevano nel Circolo dei Signori, con il selezionato pubblico delle famiglie dei soci. Il popolino (tabacchine, cameriere, sartine, contadine…) poteva accedere solo dopo mezzanotte e si stordiva per gli stucchi dorati, i grandi specchi, gli sfavillanti lampadari di Murano.

Riprende anche la vita culturale. In questo periodo vedono la luce un periodico – “La voce di Galatina” – diretto dal prof. Giuseppe Virgilio, nonché due valide riviste culturali, “Antico e Nuovo”, diretto dal prof. Enzo Esposito, e il “Saggiatore”, diretto dal poeta Giuseppe Lucio Notaro.

Sugli schermi del cine-teatro Tartaro e della Sala Lillo si proiettano film prevalentemente americani, con attori come Paul Muni (Uragano all’alba); Lucille Ball e George Murphy (Marinai allegri); Mirna Loy e William Powell (Ti amo ancora); Glend Miller (Serenata a Vallechiara). Le attrici italiane che vanno per la maggiore sono Alida Valli e Clara Calamai.

La famigliare “Gazzetta del Mezzogiorno” fa la pubblicità al “Citrato Espresso San Pellegrino”, alla “Lotteria dei Milioni” (primo premio 25 milioni), alla C.I.T. (pullman per Roma, Napoli, Milano), al ricostituente “Ischirogeno”, alle caldaie “Breda”, all’”Idrolitina”, all’”Amarena Fabbri”, al “Rabarbaro Zucca”.

In cronaca, quotidiani rastrellamenti di “segnorine” (sic) e relativa pubblicazione dei nomi, nonché frantoi e mulini per violazione delle leggi annonarie.

 

 

pubblicato su Il Filo di Aracne

[1] Notizia storica – Ai giovani lettori si fa presente che la Sala Lillo era ubicata al piano terra di Palazzo Orsini, esattamente dove oggi si tengono i consigli comunali.

[2] Notizia storica – Si ignora l’ubicazione delle rispettive sedi.

L’agnomen, il soprannome, ovvero la ‘ngiuria nel Salento

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di Piero Vinsper

 

Per risalire all’origine del soprannome bisogna andare indietro nel tempo. Nell’antica Roma i cittadini liberi perlopiù avevano il praenomen, il nomen e il cognomen.

Il praenomen corrispondeva, per così dire, al nostro nome di battesimo; il nomen indicava la gens, complesso di più famiglie, legate tra loro da comunanza di nome, origine, costumanze (specialmente religiose); il cognomen indicava la famiglia.

Le donne, invece, erano indicate solamente con il nome della gens: Julia, Cornelia, Caecilia, Octavia. Frequentemente era fra i Romani l’uso dell’adozione; colui che era adottato prendeva il nome dal padre adottivo, ma vi aggiungeva, trasformandolo in aggettivo terminante in anus, il nome della gens dalla quale proveniva. Così Ottavio, colui che sarebbe diventato il primo imperatore di Roma con il titolo di Augustus, essendo adottato da Gaio Giulio Cesare, si chiamò Gaius Julius Caesar Octavianus.

Però spesso accadeva che, al praenomen, nomen e cognomen, vi si aggiungeva l’agnomen, il soprannome, ovvero sia la ‘ngiuria. Così abbiamo Quintus Fabius Maximus Allobrogicus: Allobrogico per la vittoria riportata sugli Allobrogi nel 121 a.C.; Quintus Fabius Maximus Vernucosus Cunctator: Vernucoso perché aveva un’escrescenza carnosa sulle labbra, Temporeggiatore per la tattica usata in battaglia contro il nemico; Publius Cornelius Scipio Africanus: Africano per aver sbaragliato l’esercito dei Cartaginesi, comandato da Annibale, a Naraggara, presso Zama, ponendo fine alla seconda guerra punica; Publius Cornelius Scipio Nasica Serapion: Nasica, nasuto, dal naso sottile e adunco; Serapione, perché governatore dell’isola di Cipro.

Questi pochi esempi, ce ne stanno moltissimi, ci fanno capire come siano nati i soprannomi. L’agnomen è occasionale; nasce, presso il popolo, spontaneo e con arguzia; basta un semplice motivo, un atteggiamento diverso dall’uso comune, il non pronunciare bene una parola, l’avere una deformazione fisica, l’esercitare un mestiere, il coltivare alcuni determinati prodotti della terra, il proporsi in modo imperioso, il mostrarsi in maniera eccentrica e via di seguito.

Però spesso succede che certi cognomi, rispetto ad altri, siano predominanti, ed è difficile individuare la persona e quindi si ricorre alla ‘ngiuria.

Prendiamo a esempio i cognomi Congedo e Tundo.

Di Congedoabbiamo i Barchi, i Cacaove, i Fuggeddhra, gli Ùrsula, ‘u Purpetta, i Panta, i Parà, i Tatài, ‘u Sciancatu, i Minnella, i Runzettu, gli Scalureddhra, gli ‘Ndurroddhru.

Dei Tundo abbiamo: Piruzzu, Saresci, Cerasa, Rre, Turinu, Lasi, Pìchenu, Stortu, Cicchieddhri, Turicchiu, Lardu, Runzone.

E noi dal soprannome possiamo individuare, in maniera molto più sicura, le persone o la famiglia che hanno questo cognome.

Vero è che la ‘ngiuria sta quasi scomparendo, però ho potuto constatare personalmente che i giovani d’oggi hanno l’abitudine di chiamarsi per soprannome e questo mi torna a conforto, perché, consciamente o inconsciamente, mantengono in vita certe tradizioni popolari.

D’altra parte la ‘ngiuria non è da considerarsi come un termine spregiativo, anzi ci arricchisce di un bagaglio culturale, che ci apre una finestra di fronte a una realtà a volte nuda e cruda, ma spesso vera.

Ci sono soprannomi che si riferiscono ad animali: musu de paducchiu, paparotti, passaricchiu, pecureddhra, macacu, muscia, vorpe, miciu, vovana, ciola, caddhrineddhra, puddhrascia, taragnula, rèpule, sarda, cane rugnusu.

Altri ai numerali: thrìdici pili, tthre ccujiuni, tthre cculi, vintottu, tthre pidocchi, threnta carrini, vinticinquanni, tthre rane, tthre mazze, sette misi, thria, tthre nziddhre, quatthru rane, capidieci, threnta pili.

Spesso, come ho detto prima, i nomignoli richiamano dei difetti fisici: anca de giocculata, capiviancu, Cia zzoppa, Vata bbòmbana, manimuzza, picculinu, pappallollu, mbrìcate, nciarfetta, stortu, de le longhe, spinnatu, vàsciu, picozzu.

Le ‘ngiurie si rifanno a verdure, ortaggi e frutta: pastinaca, pasulu, padateddhra, tarece, don Sinapu, cucuzza, mmalavasia, cerasa, piricocu.

Però, quel che a me più interessa in questo contesto è analizzare i soprannomi che derivano dall’esercizio di arti e mestieri.

Chi esercitava un mestiere si portava dietro la croce del lavoro che svolgeva quotidianamente. Ed ecco le ‘ngiurie: pasteddhra, pescialuru, pethrujaru, peparussaru, portatavuti, pospararu, funaru, ‘mpajaseggie, mmulaforbici, vardaru, vindioju, vuttaru, sacristanu, scarparieddhru, settamattuni, caddararu, coppularu, casciaru, ccattabbindi, ccidiporci, cconzambrelli, cornularu, craparu, ferraru, fischiularu, fucaru, furnaru, fusaru, nuceddhraru, biccheraru, zzoccatore, quarnimentaru, nnettacumuni, cconzalimbi, giustacòfani.

Pasteddhra è il soprannome dato a una persona che spendeva la maggior parte della giornata a fare la pasta fatta in casa: maccheroni di grano, minchiarieddhri, maccheroncini con farina d’orzo e grano, e orecchiette. Vendeva questi prodotti a osterie e ristoranti o a persone che li richiedevano. Però lo spettacolo più interessante non era il vederla sfaccendare nel temperare la farina, ma guardare tutta una serie di compensati coperti da panni bianche di bucato e pieni di maccheroni e orecchiette, avvolti con tulle bianco, messi su una lunga balconata a essiccare, tanto da assomigliare a file di pannelli solari che, ohimè, deturpano da un po’ di tempo a questa parte il paesaggio del nostro Salento.

Chi andava in giro con la bicicletta, collegata dietro al portabagagli una latta di olio o di petrolio, era ‘u pethrujaru o lu viendioju. E ‘u pethrujaru per antonomasia era Cici Navone, esponente del PSIUP, quello, giusto per intenderci, che in un comizio elettorale se ne uscì con la frase “le breccioline che vanghino e venghino dalla via di Soleto”; uomo onesto e giusto che con la sua semplicità avrebbe voluto portare la classe operaia in Paradiso.

Ccidiporci, invece, è la ‘ngiuria data a una famiglia che possedeva delle botteghe idonee allo spaccio e alla vendita delle carni. Quelle sì che erano delle persone molto abili nel selezionare le parti delle carni, così come i Patutu, che sono stati bravi, scrupolosi e ottimi macellai.

Un discorso a parte merita Mesciu ‘Ntoni ferraru. Notaro di cognome, era molto esperto a ferrare i cavalli e a eseguire lavori in ferro battuto. Aveva, questi, un altro soprannome: fra giorni. Volete sapere perché? A chi gli chiedeva quando doveva passare a ritirare il lavoro ordinato, lui con una calma olimpica rispondeva sempre: fra giorni! E ciò ci riporta ai personaggi romani succitati che avevano anche doppio agnomen.

Pochi forse ricordano Mesciu ‘Ntoni vardaru e Mesciu ‘Esciu quarnimentaru. Dal mestiere esercitato avevano ereditato il soprannome. Per maggiore chiarezza espositiva devo aggiungere che c’è una bella differenza tra vardaru e quarnimentaru. Il primo è colui che fabbrica le selle, il secondo è chi, invece, s’interessa dei finimenti (briglie, cavezze ecc.) degli animali da soma.

Molti calcavano le piazze salentine durante i giorni di mercato per vendere i loro prodotti: ‘u coppularu, ‘u fusaru, ‘u fumaru, ‘u bicchieraru, ‘u fischiularu.

Caricavano tutte le loro mercanzie su lli sciarabba (chair à banc) e andavano a presentare i loro prodotti, coppole e cappelli, fusi, funi, zzuche, bicchieri, fìschiuli a possibili acquirenti.

Un tempo l’arte del fischiularu era fiorente a Galatina e procurava un sia pur lauto guadagno. Tu potevi osservare questi maestri lungo Via Luce, Via Gallipoli, Via Grotti a preparare i loro prodotti. A una estremità della via veniva situata una ruota; lungo la via, disteso per terra, il materiale che doveva essere intrecciato. Man mano che il maestro, indietreggiando, intrecciava le corde, l’operaio addetto alla ruota la faceva girare in modo che la corda, lu ‘nzartu, la zzuca, venisse raccolta con la dovuta torsione. Di qui nacque il vecchio adagio “Ve de retu a rretu comu lu Zzuccaru”. Anzi a noi bambini, che non ci comportavamo, a volte, bene, poiché avevamo commesso qualche marachella o che non avevamo voglia di studiare, i nostri genitori ci dicevano “Mo’ te mandu cu ggiri la rota de lu zzucaru”, che vuol significare “ti mando a fare un lavoro duro e dispendioso di forze per farti mettere giudizio”.

Caddararu era la ‘ngiuria appioppata a chi si occupava a riparare le pentole di rame: cazzalore, farsure, caddarotti e bbadelle varie. E questa persona sostituiva e aggiustava i manici sconnessi di questi utensili, batteva il rame se il recipiente presentava qualche gobba. Però la cosa più difficile era quando il recipiente presentava qualche foro. Allora subentrava la maestria de lu caddararu. Prendeva prima una pallina di rame e la batteva con un martello sino a renderla in una lamella molto sottile. Poi, resa incandescente su una forgia la parte da riparare, vi applicava quella lamella di rame e la batteva con tanta forza sino a che non si amalgamava il tutto otturando i buchi. Per rendere l’idea era come se si applicasse a una camera d’aria di gomma, forata, una pezza tip top. E da questo lavoro è scaturito presso il popolo il modo di dire: “Batti culettu ca la rame è ddoppia”.

Uno che volesse affilare forbici e coltelli si affidava allu mmulaforbici, che esercitava la “professione” in Via Cavazza, qui a Galatina, sull’entrata posteriore di Palazzo Tondi-Vignola di Via Garibaldi, laddove c’è una rientranza, rispetto alla via, di circa un metro e mezzo. Qui adagiava il suo “trabiccolo”, ossia la sua “macchina da lavoro”, consistente in una specie di scanno in legno a forma di tronco di piramide, alla cui destra era fissata una ruota, che, tramite una cinghia collegata agli ingranaggi di una piccola mola, premendo con il piede su di un pedale di legno posto alla base dello scanno, girava mettendo in movimento la mola. Sulla mola pendeva, a debita distanza, una minuta lattina di rame piena d’acqua, che, a seconda delle circostanze, gocciolava da un beccuccio sulla mola diminuendo così l’attrito con gli oggetti che dovevano essere affilati.

Un’altra figura caratteristica era quella persona che aveva il nomignolo di cconzambrelli. Andare in giro per il paese prestando la sua opera ad aggiustare gli ombrelli. Non si era ancora arrivati all’epoca dell’usa e getta e acquistare, allora, un ombrello nuovo significava togliere un pezzo di pane dalla bocca dei propri figli. I ferri del mestiere erano pochi: una tenaglia, una pinza, dei pezzi di ferro filato, alcuni raggi di cerchi di bicicletta, un martello, una forbice, tutti ben riposti in un piccolo contenitore di legno a forma di parallelepipedo che veniva portato a tracolla tramite una cinghia. Era un mestiere povero, che aiutava, in certi frangenti a sbarcare il lunario.

Ci sono poi delle ‘ngiurie di origine prettamente greca, come di derivazione greca sono molti cognomi galatinesi. A tempo debito ne parleremo; ora ne citerò un paio proprio per stuzzicare la curiosità di voi lettore: Nnai (gr. nai, sì) e Criu (gr. cryos, freddo).

 

Sull’argomento si veda anche, dello stesso Autore:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/23/cognomi-e-soprannomi-di-origine-greca/

 

 

Giovanna Scaramella Barone. Nella bufera

“NELLA BUFERA”

 di GIOVANNA SCARAMELLA BARONE

 

di Carmen De Stasio

 

“L’autrice del libro, Giovanna Scaramella Barone, non è una neofita, ma una cultrice della parola, che ha coniugato, con fluida espressione linguistica, un nucleo romanzato di biografia e storia, irresistibile nella collocazione nazionale e riconoscibile a quanti di storia patria conoscono abbastanza per comprendere ed apprezzare il cuore di eventi che hanno toccato la popolazione investita dalla bufera della Seconda Guerra Mondiale.

L’autrice ha penetrato la quotidianità di quella guerra, ne ha tracciato un percorso sintetico e complesso e ne ha forgiato un’idea illuminante non solo sul terreno di battaglia in sé, ma invadendo il tessuto di individui muti, di quanti hanno composto tasselli essenziali, pur restando ai margini e mai divenendo protagonisti assoluti nel vulcanico mondo di situazioni minime.

L’acume nel trattare gli accadimenti inseriti in una cornice storica, che s’intreccia pesantemente e veicola e le microstorie che la compongono, si rivela con un linguaggio impregnato di semplicità nella sequenza dei fatti, che innescano una danza con il vissuto interiore, per dar vita ad un movimento contorto fatto di luce ed ombre, di domande mute e di risposte mai evase non per mera comodità o decoro, piuttosto perché risposte non ce sono. non si può dare una risposta all’atrocità della guerra, che altro non è che la bugia perpetrata dai potenti per giustificare la sete di potere, o meglio, di comando. Gli altri, coloro che agiscono, sembrano muoversi come pedine, agitarsi come marionette incantate, e subiscono il sortilegio di destini assurdamente scritti  per loro. L’autrice propone una storia scomoda per l’alimento che nutre l’intera trama.

Una storia di partigianeria umana, oltre la guerra, dove non ci sono volti o gesti truci a tutti i costi perché così deve essere il vero eroe. Piuttosto a vincere  è il linguaggio dell’umanità e della conoscenza. Riuscire a giocare con concetti che esaltano la grandeur dell’uomo in progressione esistenziale, dell’uomo pensante  in incessante discussione  è atto eroico, giacchè nega l’assolutismo degli ideali e trasmette l’assioma di equità e giustizia. Tra quei personaggi in cerca di recupero della dignità italica contro un nemico oscuro e disperatamente violento – non pochi i riferimenti alle sofferenze testimoniate da schegge di comparse che appaiono e scompaiono sulla scena del libro – Serena sembra trovare una situazione di sollievo ai dubbi sulla propria dimensione.

Come una commedia umana il libro si tinge di rocambolesche trasformazioni di scena. la vita non prevede linearità – sarebbe semplicistico e non è così. E allora, nell’atmosfera di lotta, di pianificazione, il primo zoom evidenzia vagheggiamenti amorosi e situazioni di cuore nel circuito amicale e di complicità nella meta comune. Assente, invece, la descrizione fisica fine a se stessa: i personaggi vengono descritti attraverso le loro azioni ed espressioni linguistiche immediate e rotonde in concordanza con la situazione, la riflessione e l’ambientazione stessa.

Che si tratti di personaggi colti è distinguibile soprattutto con l’ingresso sulla scena di Georg, il ferito ufficiale della Wehrmacht, al quale, per intercessione – ma è davvero così? – di Serena, viene risparmiata la fucilazione. In lui il gruppo dei partigiani vede l’atrocità del lager, gli esperimenti, le uccisioni di massa, bambini lanciati in aria sotto lo sguardo di madri inermi e di tutto il coacervo di efferatezze indicibili. Vede il pianto senza tregua di un padre che si nutre nascondendosi allo sguardo pietoso e affamato dei figli. Che è nel torto e, di rimando, chi è il portabandiera di giustizia? La domanda impietosa e avvelenata lascia un giudizio in sospensione.

Con l’intervento di Georg la storia acquisisce una nuova dimensione di comunicazione e circolarità: qualcosa accomuna il gruppo ed è l’amore per la conoscenza, vera protagonista che esalta l’insieme degli accadimenti.

E’ il senso di fede, l’esistenza di un Dio. Esistono situazioni in cui la pianificazione sembrerebbe creare già in sé un precedente, un pregiudizio. Invece no. Serena s’innamora. E s’innamora di Georg, il nemico. Ma Georg è null’altro che un uomo che, come egli afferma, è nato in un terreno di fertile obbedienza e di ordine, cui il suo popolo è stato storicamente abituato, acculturato, direzionato. L’uomo nella divisa non è il cattivo, ma un teutonico di stirpe fiera della propria cultura, così come l’autrice riporta con riferimenti espressi in maniera esemplare ed armoniosa, proponendone l’argomentazione con energia avulsa da didascalismi boriosi e noiosi.

Il passaggio dalla descrizione esterna di situazioni quotidiane, sebbene con toni non sempre concilianti, espone il lettore alle fasi di conversazione tra persone che si ritrovano intorno ad un ipotetico desco e conversano, e dalla parola emerge la verità, preludio alla conclusione.

L’opera compone una serie di situazioni che affermano ed asseriscono una sintesi di tutto e di contrari, secondo la sequela della esistenza umana.

Notevole la puntuale ricerca del dettaglio storico, che concede ulteriore veridicità  illuminante alla cornice  raccontata. Un tratto di vita vissuto da una donna e rapidamente giocato da altri protagonisti.

Una storia di rivendicazione femminile? Piuttosto coglierei l’aspetto della visibilità del nuovo ordine la cui voce diventa atto eroico in sé , che veicola una storia trasmessa con il tono dei semplici,”soggetti alla sofferenza di ogni tempo”.

La “Spina” del vescovo

Una torbida vicenda neritina di tanti secoli fa

LA “SPINA” DEL VESCOVO

Anche nei periodi più bui, la giustizia, seppure tra tanti stenti, ha fatto il suo corso

 

di Emilio Rubino

 vescovo

Qualche volta, quando l’animo umano è tormentato da una forte emozione o dal dolore per una spiacevole traversia, si usa dire che quell’evento “ci ha punto il cuore”.

Cos’è che può provocarci una sensazione così intensa, se non una “spina”?

Di spine ci sono tante, tutte pungenti, tutte dolorose e mai piacevoli.

Ci sono “spine incarnite”, che, in alcuni casi, sono difficili da estrarre, perché penetrate troppo in fondo; ci sono “spine velenose”, che, oltre a provocare un forte dolore, possono, se non estratte immediatamente, determinare una necrosi della parte interessata; ci sono, inoltre, “spine di riccio o di rosa”, e, a voler essere un po’ spiritosi, “spine… elettriche”, anche se, considerato il tempo in cui si svolgono i fatti che stiamo per raccontare, non ve ne erano.

Per non arrovellare più di tanto il cervello dei nostri incuriositi lettori, dobbiamo puntualizzare che la “spina”, di cui stiamo per parlare, è tutta particolare: è una “spina” dolce, una “spina” che, nel lontano XVI secolo, fece girar la testa al vescovo di Nardò, Giacomo Antonio Acquaviva, figlio del turpe e cattivo Signore della città, chiamato spregevolmente dal popolino con l’appellativo di “Guercio di Puglia”.

Giacomo Antonio Acquaviva non era un sacerdote, eppure ne fu investito. Tanto ottenne per potenza di casta, da indurre il Pontefice, Papa Leone X a elevarlo al soglio vescovile di Nardò il 25 febbraio 1521.

Insediatosi nel sontuoso palazzo adiacente alla Cattedrale, il nuovo vescovo si circondò di un nugolo di giovani fedeli. Tutti si amavano come se fossero “Fratelli di Cristo” ma, in quel palazzo, chi si atteggiava a vero Cristo era soltanto lui, il Vescovo, giovane fra giovani, pieno di vitalità, aitante e bello come nostro Signore Gesù.

Nelle segrete stanze di quel palazzo una Spina… punse il giovane Vescovo, ma non fu una spina che provocava dolore, bensì una spina dolce, bella, piacevole, cara e affettuosa, che fece impazzire il vescovo Acquaviva tanto intensamente da farlo suo, per sempre.

Il lettore non si scandalizzi più di tanto. Quella era l’epoca in cui gli “strappi alle regole” erano all’ordine del giorno e che, in un certo qual modo, potevano essere anche tollerati. Di storie di preti e di prelati, che abbandonavano la giovanile vocazione per la Santa Madre Chiesa e si rifugiavano tra le calde braccia di qualche “pia donna” in estasi, ve ne erano a “buzzeffe”, come si usava dire a quel tempo.

Vi è una lunga serie di storie boccaccesche accadute nella nostra beneamata Italia. Sarebbe quasi impossibile enumerarle: forse non basterebbero le pagine di un corposo quaderno. Perciò, limitiamoci a richiamare qualche avventura galante accaduta a Nardò. Qui, di certo, non mancarono “piccanti fatterelli”, anche di una certa importanza, che fecero assurgere, ai… disonori della cronaca, la nostra sonnacchiosa città.

Fu una “torbida tresca” quella stabilitasi tra un ecclesiastico neritino e un’avvenente fanciulla, e, ancora più sporca, fu quella di un giovane sacerdote, che, in barba al voto di castità e al giuramento di fedeltà a Dio e alla Chiesa, si “fidanzò” ufficialmente con una ragazza gallipolina. La storia d’amore tra i due “innocenti fidanzati” fu breve e finì malamente con pugni e calci nel sedere del giovane prete, allorquando i fratelli della ragazza, venuti a Nardò per le usuali informazioni sul fidanzato della sorella, appresero dalla gente che il futuro cognato, più di un “buon giovane”, era un… “buon sacerdote”.

Ma torniamo alla… Spina del nostro vescovo. Come narrano le cronache del tempo e don Emilio Mazzarella ne “La Sede Vescovile di Nardò”, Giacomo Antonio Acquaviva non fu l’unico prelato nella sua famiglia. Altri suoi fratelli furono in seguito “ordinati” vescovi: esattamente Giovanni Battista a Nardò e Giovanni Antonio a Lecce e poi ad Alessano. Evidentemente quella degli Acquaviva doveva essere famiglia molto pia, pura e predisposta al voto di… castità. Sembrava per davvero una “sacra famiglia”.

Il nostro Giacomo Antonio fu nominato vescovo a seguito della (misteriosa) rinuncia del vescovo in carica, e resse la diocesi neritina per ben undici anni sino al 1532, quando, all’improvviso, fu punto dalla… Spina.

Chi fosse costei e come nacque e si sviluppò la strana “love story”, non lo sappiamo, anche perché nulla di scritto ci è stato tramandato. Tutto è stato “trascinato” di bocca in bocca, attraverso cinque secoli, sino ad arrivare intatto e incorrotto alle nostre orecchie.

Figlio di Belisario Acquaviva, umanista ma truce tiranno, come la gran parte dei suoi antecessori e successori, una volta appresa la tresca del figlio-vescovo, ordinò che nulla trapelasse in giro e che tutto si fermasse nell’interno della famiglia. Chiunque avesse osato divulgare, anche tra i più intimi conoscenti, un minimo di quella brutta storia, avrebbe pagato con la vita.

Ed intanto il nostro Giacomo Antonio continuava nella sfacciata e peccaminosa vita tra le ovattate e tranquille stanze dell’Episcopio con la sua dolce Spina, che, guarda guarda si chiamava Giovanna Spina, donna splendida e avvenente.

Però, nonostante gli inflessibili ordini del duca Belisario, nei salotti neritini e tra il volgo non potevano non diffondersi le sconcertanti notizie, solo che erano sussurrate ai conoscenti fidati, dopo aver dato un attento sguardo tutt’intorno per essere sicuri di non essere ascoltati e visti.

La storia tra i due era troppo affascinante da tenerla nascosta: rappresentava un vero e proprio gossip, come quello che si protrae oggi tra uomini illustri e… tante belle ragazze. Per tale ragione, prima con qualche incertezza, e poi sempre più velocemente la notizia dilagò in ogni parte del feudo, sollevando ben presto un grosso vespaio.

La “love story” tra il prelato e la bella Giovanna Spina s’era diffusa a macchia d’olio nell’intero Salento, cosicché le autorità, sia ecclesiastiche sia politiche, non poterono non intervenire.

La rabbia del duca Belisario era tanta e tale da indurlo persino a negare il saluto all’ingeneroso e imprudente figlio. La storia finì di fronte alla Reale Corte che, per non emettere provvedimenti drastici nei confronti dell’infedele vescovo, consigliò il padre a convincerlo alla rinuncia del prestigioso incarico ecclesiastico. Per non perdere l’amore per la sua Giovanna, che intanto continuava a pungere come non mai, Giacomo Antonio preferì abbandonare l’abito vescovile.

Sebbene fosse intervenuta la forzata rinuncia, lo bocche pettegole e lo scandalo andarono via via montando, come le onde in un mare sempre più infuriato. Per tale motivo i due amanti furono costretti ad abbandonare Nardò e a rifugiarsi a Napoli, dove, Giacomo Antonio morì dopo qualche anno, lasciando la diletta e giovane moglie sola, senza figli e in compagnia dei dolci ricordi legati alle insonni e piccanti notti d’amore.

Tutto ciò, però, non impedì al duca Belisario di far nominare, appena quattro anni dopo, suo figlio Giovanni Battista, di appena ventisette anni di età, alla prestigiosa poltrona di vescovo di Nardò. La cerimonia fu tenuta solennemente nella Cattedrale 22 maggio 1536. Anche in questo caso la nuova ordinazione avvenne a seguito della rinuncia (misteriosa) del vescovo in carica. Sulla scorta dell’esempio fraterno, Giovanni Battista si guardò bene dal tradire i sacramenti e il giuramento di castità. In pratica, condusse una vera e castigata vita da… vescovo.

Ancora una volta la giustizia aveva trionfato, seppure tra tante forzature!

Racconti. L’allegra famigliola

asino

di Emilio Rubino

 

Antonio, un buon padre di famiglia, tutto casa e lavoro, una mattina, approfittando della splendida giornata, decise di portare in campagna anche il figliolo, di appena sei anni, e l’avvenente moglie, oltre che l’asina.

Per educazione ricevuta e per gentilezza d’animo, Antonio fece accomodare la moglie in groppa all’asina, mentre lui e suo figlio procedettero a piedi. Per arrivare nel loro piccolo podere, situato al di là della città, dovevano attraversare tutta Nardò. Tutto ciò faceva immenso piacere all’uomo, poiché avrebbe messo in mostra le bellezze corporali della moglie.

Messisi in cammino, dopo pochi metri un gruppetto di persone commentò il simpatico quadretto familiare.

Ecco la madama!… il povero marito, vecchio e zoppo com’è, procede a piedi insieme a quella piccola creatura, mentre lei… lei, la madama, se ne sta in groppa all’asina!” – sentenziò uno di loro.

Forse hanno ragione, Carmelina…” – rispose il marito, dondolando la testa – “…Sarebbe opportuno che sull’asina salissi io”.

Così fu fatto.

Svoltando l’angolo di una strada il povero Antonio fu investito dalle dure parole di un contadino, fermo sull’uscio di casa.

Che vergogna!…” – disse quello – “…Moglie e figlio a piedi, mentre lui comodamente sull’asina!”.

Ha ragione… ha ragione!….” – pensò il marito, che scese immediatamente dall’asina, facendo montare in groppa il figlio – “…Ora nessuno avrà da dire nulla!”.

Ma le cose non stavano affatto bene.

Più in là, i tre notarono un altro gruppo di uomini, intenti a parlottare tra loro.

Che figlio ingrato!…” – dissero tutti all’unisono – “…I poveri genitori a piedi, mentre lui se la gode sull’asina!”.

Non ci avevo pensato!…” – ribatté il povero Antonio – “…Saliamo noi in groppa all’asina e Domenico ci segue a piedi”.

Dopo appena cento metri, la famigliola s’imbatté in gruppo di allegre comari.

Guardate… guardate che spettacolo indegno!…” – disse una di loro – “…Quel povero fanciullo lasciato a piedi mentre loro due in groppa all’asina!… E’ una vera indecenza!”.

Senti, Antonio, facciamo salire anche Domenico!…” – consigliò giustamente Carmelina – “…In questo modo nessuno avrà di che lagnarsi”.

Giusto, dici bene, moglie mia!” – assentì Antonio.

E così fu fatto.

Arrivati in piazza, i tre furono subito investiti da diversi rimproveri e scherni da parte delle tante persone presenti.

Che gran farabutti quei tre!…” – si sentiva dire da più parti – “…Povera bestia, che faticaccia!… Sebbene sia magra e vecchia, deve sopportare il peso di quei tre poltroni!”.

Siete senza cuore!” – urlò un altro, all’indirizzo dei tre.

Chiamiamo i carabinieri, non è possibile assistere a una sconcezza del genere!” – prospettò un altro.

Sì, chiamiamo i carabinieri, in modo che facciano una contravvenzione per eccessivo sfruttamento di animale!”.

O Madonna santissima!…” – esclamò Antonio, stanco ormai di ricevere predicozzi da più persone – “…Forse la migliore soluzione è quella di procedere tutti e tre a piedi. In effetti, l’asina è vecchia e, se continuiamo a starci in groppa, potrebbe crepare da un momento all’altro!”.

Sicuri di non essere più fatti oggetto di derisione, i tre s’incamminarono a passo svelto verso la periferia della città. Nelle vicinanze di una chiesa incontrarono un folto gruppo di persone che, alla vista della famigliola, si lasciarono andare a commenti poco gentili.

Guardate quanto sono stupidi quei tre!…” – ebbe a dire uno dei tanti con tono canzonatorio – “…L’asina se la spassa tranquillamente, mentre loro arrancano per strada!”.

Forse è la loro… dama da compagnia!” –  aggiunse un altro.

Mi sa tanto che la vogliono risparmiare in vista del Natale e del… Presepe!” – brontolò con molto sarcasmo un altro ancora – “…Lui fa da S. Giuseppe, lei da Madonna, il figliolo da Bambinello, l’asina c’è… Peccato, manca solo il bue, altrimenti il presepe sarebbe già pronto!”.

Dopo tante invettive, i tre si trovarono fuori città.

Finalmente, Carmelina… finalmente!… Non sopportavo più di ascoltare rimproveri, richiami e sfottò…” – ebbe a lagnarsi il buon Antonio – “…Forse conviene vendere l’asina: solo in questo modo nessuno potrà mai offenderci”.

Antonio, la tua è un’idea balorda, senza senso, da pazzi!…” – gli rispose a stretto gito la moglie – “…L’asina è importante per noi, anzi, è vitale! Ti rendi conto che grazie a lei puoi arare la terra e puoi portare i sacchi di grano e di patate a casa?!”.

Sì, è vero quel che dici, ma da ora in poi, dovremo sopportare le derisioni della gente!”– le rispose quello.

Tu lascia l’asina sempre in campagna e acquista un’automobile: nessuno mai potrà schernirci!” – propose Carmelina in alternativa.

E i soldi?… chi ci dà i soldi per comprarla?…” – obiettò giustamente il marito.

Basta chiedere un piccolo prestito alla banca!” – ribatté la bella e avvenente moglie.

Come faremo a pagare le rate, se appena appena campiamo con quello che ci dà la campagna?!”.

Andrò io personalmente dal direttore della banca e lo consiglierò con le… buone maniere a farci delle rate piccole piccole!”.

Sì, va bene, ma chi guiderà la macchina, visto che non ho la patente?” – replicò lo sciocco marito, che ancora non aveva afferrato… le buone maniere di cui parlava la moglie.

“Possiamo parlare con Luigi, lui ha la patente”.

Luigi, chi?”.

Luigi, il figlio di Salvatore Sanasi, il falegname… Lui è molto bravo ed è anche un bel giovane!”.

E con quali soldi lo paghiamo?!”.

A tutto ciò penserò io, Antonio!… Basta saper usare il cervello e le… buone maniere!”.

La telefonata

I  R A C C O N T I  D E L L A  V A D E A

L A  T E L E F O N A T A

di Pippi Onesimo

Le lampe (bicchieri da un quarto colmi di vino), rappresentavano il baratto privilegiato per pagare la commissione della telefonata.

Ma anche alcune foglie secche di tabacco o un sacchiettino di trinciato, insieme cu nnu pacchettu de cartine (pacchetto di strisce rettangolari di carta velina, lunghe circa sette centimetri, bianche, sottili e trasparenti, gommate su un lembo del lato lungo e adatte per confezionare, al bisogno, sigarette artigianali) avevano lo stesso valore.

A volte l’esigenza di fumare (“mi sigge na tirata”, ripeteva spesso lu Cheròndula) la avvertiva già prima di telefonare, specialmente dopo aver bevuto più di una lampa.

Serviva anche per darsi un tono e un contegno e con studiata teatralità confezionava, all’istante, una sigaretta fatta a mmanu (artigianale).

La procedura del confezionamento era molto semplice, anche se era necessario possedere una certa esperienza, una buona perizia ed una non comune dose di abilità.

Prima estraeva dal pacchetto una cartina e la posizionava, leggermente arcuata per tutta la sua lunghezza, fra il pollice e l’indice della mano sinistra, ai quali rimanevano strettamente collegate alle altre dita, piegate in dentro a mo’ di protezione.

Poi con la mano destra pizzicava del tabacco secco triturato, o del trinciato ricavato da foglie umide finemente tagliuzzate,direttamente dalla tasca dei pantaloni, o dal taschino della camicia, o da un sacchetto di stoffa, disponendolo in quantità sufficiente e distribuendolo in modo uniforme sulla cartina.

A questo punto subentrava la fase più delicata: inumidiva leggermente, ma senza bagnarlo, uno dei bordi lunghi della cartina, passandolo delicatamente sulla punta della lingua e immediatamente lo ripiegava su quello asciutto, arrotolandolo con una leggera pressione del pollice, aiutato dall’ indice e dal medio insieme, di entrambe le mani.

Eliminava, infine, qualche eventuale residuo di tabacco dalle due estremità e la sigaretta era già bella e confezionata, alla faccia dei monopoli di Stato.

Cu nnu pòsparu a tàvula (un fiammifero di legno), sfregato sul muro e tenuto ben saldo fra l’indice e il pollice della mano destra, accendeva la sigaretta delicatamente sorretta fra le labbra, mentre riparava dal vento la tenue fiammella con la mano sinistra, portata vicino alla bocca e arcuata a mo’ di schermo.

Fra una boccata e l’altra, aspirava voluttuosamente il fumo acre e biancastro.

A volte lo arrotolava nella bocca socchiusa a semicerchio, riuscendo abilmente a formare sottili rotelle di fumo.

Con sequenza concentrica il fumo saliva in alto, dondolando leggero e trasparente, mentre i cerchi si dissolvevano nell’aria, creando, così, una disincantata magia surreale.

Con malcelato sussiego, non privo di una certa affettazione di importanza, si conferiva, in quel modo, un tono presuntuosamente dignitoso e altezzosamente sostenuto.

E in questa scenografia, così puntigliosamente costruita, si inseriva la telefonata de lu Cheròndula.

La sua specialità, quasi un copyright, era quella fatta con l’Aldilà, o meju, cu lli morti toi(i tuoi parenti defunti).

Il suo cellulare, senza alcun limite di campo, poteva metterti in contatto con chiunque ed ovunque.

Il rituale della telefonata ( quella più solenne era fatta preferibilmente in piedi ), era molto semplice: lu Pietruzzu si toglieva la coppula, riponendola nella tasca posteriore dei pantaloni, e si addossava al muro di un vicino fabbricato .

Poi dava uno sguardo in giro con fare circospetto, come per conferire più solennità al gesto che stava per fare.

Intanto spegneva la sigaretta, stropicciando la punta accesa col pollice, l’indice e il medio ; poi conservava accuratamente lu muzzone (il mozzicone) nel taschino del gilet.

Insieme alla mano, che poggiava arcuata sul bordo del padiglione auricolare, al fine di amplificarne la ricezione, infine accostava l’orecchio sinistro preferibilmente vicino ad una crepa o ad una fessura, come quella usata per presa d’aria nei cucinini o nei bagni di servizio delle vecchie abitazioni.

A volte, ma solo raramente, se era stanco o più spiritoso del solito, preferiva fare la telefonata sdraiato per terra, a pancia in giù e a gambe divaricate, con l’orecchio leggermente schiacciato su un tombino dell’acquedotto, o lievemente adagiato sul coperchio della condotta della fognatura bianca.

Gli spettatori, intanto, accostati al muro della Chiesa della Purità, prospiciente sull’ansa che si modella fra l’Istituto Immacolata e il Palazzo Vallone, dopo così lunga e paziente attesa, cominciavano a dare segni di insofferenza per il noioso e snervante rituale della preparazione.

Ma era inutile spazientirsi.

Al punto in cui si era arrivati, bisognava prendere o lasciare, avendo commesso l’imprudenza di pagare con largo anticipo la commissione.

Oltretutto l’ebbrezza dell’aleatico de lu Muscia, che aleggiava ancora sorniona su tutta la compagnia, non era definitivamente del tutto svaporata, mentre il nervosismo cominciava a prendere pericolosamente il sopravvento e… si rischiava de ssire alle vigne dell’arciprèvate (uscire fuori strada, scantonare, perdere il senno o la ragione ).

Lu Pietruzzu, vientu de nanzi e tramuntana de retu (impertubabile), continuava a prendersela comoda e, impassibilmente serafico, rimaneva accostato al muro.

Poi, dopo una ennesima pausa, finalmente, con un lento, misurato atteggiamento pontificale allargava il braccio destro, in uno studiato rituale scenico, per dare il segnale d’inizio.

Dopo aver chiesto e ottenuto il silenzio dei presenti, roteava freneticamente il braccio, piegato ad angolo retto, mentre teneva il pugno chiuso come se girasse la manovella di un vecchio apparecchio telefonico, di quelli che la Sip usava allora installare, appendendoli al muro ad altezza d’uomo.

Intanto imitava con leggeri, susseguenti, intervallati e studiati borbottii della bocca il rumore della sua suoneria.

Quindi, finalmente, esordiva: “Prontu, prontu… parlu cu lli morti de mesciu Ntoni Pizzicazzi?“ (pronto, pronto… parlo con i defunti di maestro Antonio Pizzicazzi ?, che era uno dei committenti della telefonata, presente nel gruppo).

I soprannomi o le ngiurie costituivano una anagrafe parallela a quella ufficiale tenuta dal Comune e, a volte, la superavano per la particolarità dei dettagli e per la inappuntabilità dei riferimenti storici e genealogici.

Infatti allora (più di oggi), esse identificavano con precisione quasi maniacale le famiglie galatinesi e, volendo, potevano individuare, senza alcun margine di errore, tutta la relativa strappigna (la discendenza, l’albero genealogico).

L’indicazione del cognome diventava superfluo, anzi inutile.

Dopo una breve pausa, l’espressione del volto con gli occhi pensosi e semichiusi e la fronte corrucciata preannunciavano un improbabile contatto telefonico.

Poi proseguiva: ”Si… si sentìtime sanu: lu Ntoni, lu menzanu de li frati vosci, vu manda a ddire ca li mancati tantu e ca vulia tantu cu bbu viscia” (“ Si, si ascoltatemi con attenzione: Antonio, il mediano dei vostri fratelli, vi manda a dire che gli mancate tanto e che desidererebbe tanto rivedervi).

Cce ttanu dittu “ (che ti hanno detto?), chiedeva mesciu Ntoni, fingendo di stare al gioco.

Ca… se propriu cci tieni tantu cu lli vidi, cce spetti… cu bbai lli trovi!“ (se ci tieni veramente tanto a vederli, sbrigati a partire e quindi a… morire!), era la impietosa risposta fulminante de lu Pietruzzu.

Tutti scoppiavano a ridere, tranne mesciu Ntoni, ca rimania ‘mpalatu (rimaneva di sasso).

Poi, riprendendosi dallo smarrimento, lo rimproverava con tono bonario: “na stu mucculone! (uomo di poco conto) Mo ti cazzu le mpuddhre (adesso ti punisco). A ‘mie, ca taggiu sempre crisciutu a muddhriculeddhre (con le briciole), mi faci sti scherzi!

In altri termini gli traduceva, in modo paterno ma deciso, il suo pacato risentimento: “ingrato, non puoi mancarmi di rispetto, perché sono stato sempre generoso con te!“.

Lu Pietruzzu, impassibile, chiudeva il telefono (cioè abbassava il braccio e toglieva l’orecchio dal muro), mentre si copriva accuratamente il capo cu lla coppula, che recuperava dalla tasca dei pantaloni, dove l’aveva momentaneamente riposta prima della recita.

Con tutta la calma serafica, che la solennità del momento imponeva, si concedeva una breve pausa, come se fosse riportata sul copione di una fantasiosa sceneggiatura improvvisata, mentre aspirava con evidente e studiata voluttà un’altra boccata di fumo, dopo aver riacceso lu muzzone, che aveva recuperato dal taschino.

Intanto la punta del mozzicone, tenuto in precario equilibrio fra le labbra ruvide e screpolate, ad ogni tirata si arroventava ad intermittenza, bruciando parte della cartina e parte del tabacco, mentre liberava nell’aria qualche breve, fugace favilla.

La cenere biancastra, man mano che il fuoco si ritirava consumando la sigaretta, si staccava a grumi compatti e, rotolando giù, pennellava impertinentemente il gilet e la sua camicia con una polverina sottile e irriverente.

Qui, la commedia della telefonata, ben assortita e ottimamente interpretata, si concludeva.

 

 

Infelicità della Stampa ed infedeltà dello Stampatore

Infelicità della Stampa ed infedeltà dello Stampatore

 

A PROPOSITO DELLA ANATOMIA DEGL’IPOCRITI

DI A. T. ARCUDI

 

galatina letterata

di Giovanni Vincenti

Era già stata rilevata l’esistenza di una doppia edizione dell’operetta Galatina Letterata composta dall’erudito galatino fra’ Alessandro Tomaso Arcudi (1655-1718) e pubblicata il 1709. Non si trattò tuttavia «di una prima insoddisfacente sul piano formale seguita da una seconda migliorata e corretta»1, ma di una mera ristampa del solo frontespizio che presentava un evidente errore nel nome del dedicatario: “D. Filippo / Romualdo Orsino, / Duca di Gravina, Prencipe di Solo- / fra, Conte di Muro, e Signore / di Vallato, &c.” [fig. 1], corretto in “D. Filippo / Bernualdo Orsino, / Grande di Spagna di Prima Classe / Duca di Gravina, Prencipe di So- / lofra, Conte di Muro, e Signore / di Vallato, &c.” [fig. 2]. Da una comparazione approfondita, i due testi sembrano perfettamente identici.

Ma simile malasorte pare sia toccata, come si cercherà di dimostrare, al un’altra opera dell’Arcudi, l’Anatomia degl’Ipocriti pubblicata «sotto nome anagrammatico diCandido Malasorte Ussaro». Era stato lo stesso stampatore veneziano Girolamo Albrizzi ad anticipare, il 1697, con una sua nota apparsa ne La Galleria di Minerva, la notizia della imminente pubblicazione della Anatomia opera «di novella invenzione, piena d’erudizione sacra e profana, copiosa di dottrine e di scritture» rivelando altresì che «il vero autore di quest’opera che si trova sotto il mio torchio, sia P. Alessandro Tomaso Arcudi dell’Ordine de’ Predicatori»2.

Un trattato massiccio ed interminabile che, dedicato al teologo e cardinale agostiniano fra’ Enrico de Noris (1631-1704)3, vide la luce il 1699 «non ostante l’infelicità della Stampa, ed infedeltà dello Stampatore»4, nel quale il padre Arcudi distende su un metaforico lettino anatomico l’Ipocrisia e la seziona in ogni sua minima parte. Nell’opera «si rispecchia già tutt’intera una vita, in modo compatto e coerente spesa per il proprio ideale di santità e condotta fra amarezze e delusioni, insofferenze mordaci e inghiottite rassegnazioni, reazioni a mala pena frenate ed esplosioni d’indignazione»5.

Sull’infelicità della stampa già lo stesso autore, nella pagina a chi legge, consapevolmente aveva avvertito: «La Malasorte dell’Autore è stata ereditata dal libro. E’ solito infortunio delle stampe qualche difetto di ortografia, e di sillaba: ma di questo figlio sventurato non può dire il Venusino: Egregio inspersor reprendas corpore naevos: mentre non solo di nei, ma di brutti tagli porta sfregiato il volto, e le membra: più che non ha l’Autore tirati all’Ipocrisia. Il semplice titolo che portava d’Anatomia de gl’Ipocriti, crebbe così ampolloso, e farisaico, che l’Autore à primo aspetto dubitarebbe se questo fusse il suo libro. Si mutino almeno così tre righe del frontespizio. Illustrata colle divine Scritture, Sancti Padri, e Scrittori profani. Il bellissimo fregio dell’Indice, col nome d’Anatomia del Libro, corrispondente a gli numeri, che tu vedi nelle margini in faccia de’ Capiversi, l’è stato tolto non so perché, con non ordinario del Padre suo, la cui lontananza dà Venezia fino all’estrema punta dell’Italia, è stata la cagione d’ogni dissordine. Io compassionando le sue disgrazie, ho medicato le piaghe più ampie, e risarcite le vesti più lacere in tutti quei volumi che sono capitati nelle mie mani. Gl’errori di mano conto non pregiudicano alla sua intelligenza. Prega il Cielo, che l’altre opre dell’Autore non avessero la sempre sua mala sorte»6. E più avanti ribadiva: «Non mi arrossisco confessare molti errori in quest’opra […]. Vero è che molti errori son della stampa, e non minori della mia penna, perché l’intelletto applicato alla sostanza, non ha possuto con accuratezza attendere alle parole»7.

L’espressione infedeltà dello Stampatore usata dall’Arcudi, poco chiara, sin qui, ora assume significato nuovo dopo il rinvenimento di una seconda edizione dell’Anatomia. Consideriamo i due frontespizi, il primo “Anatomia / degl’Ipocriti / di / Candido Malasorte / Ussaro / In Dieciotto Membri Divisa / Opera Nuova / Illustrata col testimonio infallibile del Pentateuco, Santi / Evangelii, Atti Apostolici, e di Moltissimi / Santi Padri Ecumenici. / Utilissima à Predicatori della Verità Evangelica, con varie / e peregrine Interpretazioni de Sacri Testi. / A’ Confusione dell’Ipocrisia de’ moderni Farisei. / Consacrata / All’Eminentiss.mo e Reverendiss.mo Principe, e Sig. / Il Signor CARD. FRA’ ENRICO / DE NORIS / In Venezia , MDCXCIX. / Per Girolamo Albrizzi / Con Licenza de’ Superiori” [fig. 3], mentre il secondo “Anatomia / degl’Ipocriti / di / Candido Malasorte / Ussaro / Opera / Utilissima à Predicatori Evangelici; Illustrata con varie, e / Peregrine Interpretazioni de Sacri Testià confusionedell’Ipocrisia d’Oggidì. / Consacrata / All’Illustriss. e Reverendiss. Sig. il Signor / LIVIO LANTHIERI / Conte del S.R.I. Libero Barone di Schenhaus, e Baum- / chirchenturn; Copiere ereditario di S. M. Cesarea / nell’Illustriss. Contado di Gorizia; Signore / di Vipaco, & Raifemberg, &c. / In Venezia , MDCXCIX. / Per Girolamo Albrizzi / Con Licenza de’ Superiori “ [fig. 4].

Ma le differenze proseguono anche all’interno del libro. Lo stampatore infedele infatti, elimina le cinque pagine dedicatorie All’Eminentiss.mo Signore il Sig. Card. Enrico de Noris firmate dall’«Umilissimo ed Obligatissimo Servo Candido Malasorte Ussaro» e datate S. Pietro in Galatina, li 8 luglio 1699, la nota critica Graziano Dissamato a chi legge e le tre pagine di errata Corrige. Queste vengono sostituite con una lettera dedicatoria al conte Livio Lanthieri con la quale «consacrare à V. S. Illustrissima questa Anatomia degl’Ipocriti, come figlia delle mie Stampe», firmata dall’«Umiliss. Osseq. Riveritisi. Servo Girolamo Albrizzi» e datata Venezia, li 14 luglio 1699, con un Sonetto [fig. 5] ed un Madrigale di un anonimo Accademico Gelato Agli Ipocriti per il viaggio dell’Inferno [fig. 6].

L’Anatomia degl’Ipocriti – scrive l’Arcudi il 1709 – fu «ricevuta con tanta grazia (gloria a Dio) da letterati di Europa: e lo confessano le lettere scrittemi da molte parti d’Italia: e tanto avidamente letta da gl’eruditi: […] comparve appena nella mia Patria, che un nasuto fermando la pupilla su la coperta, cercò censurare la Grammatica del suo titolo: asserendo con pedantesca prosopopea, benché non pedante di professione; ch’io non dovevo scrivere Anatomia, ma Notomia. Se costui fusse stato Cirusico, e non Leggista, accetterei la censura, e ad imitazione di Apelle corretto il titolo: ma nec sutor ultra crepitam. Credendo far il Dottore appresso gl’idioti, si palesò idiota appresso i dotti. Non intese questo novello Asinio quanto più spiegativo, e proprio all’invenzione di quel Volume fusse il vocabolo Anatomia, secondo l’etimologia della Grecia; la quale al Lazio prestò il nome. Non intese, quanto più maestoso era il titolo di Anatomia, che cominciando, e finendo colla più sonora, più squillante, più bella, e perciò prima lettera dell’Alfabeto; e replicandosi nella seconda sillaba: con dar bando alla O, di suono men naturale, e men dolce: empiva l’occhio a vederla, e l’orecchia a sentirla, con maggior simpatia: come primogenito parto dell’anima, (così la chiama l’eruditissimo, ed ingegnoso Tesauro) e prima lezione insegnatagli nascenti bambini dalla natura. Onde questo vocabolo appare sul frontespicio del libro come Re sedente sul Trono: non come Notomia, bastardo fantaccino, che da se stesso si scopre, e si vergogna. Perché il Critico, aveva letto Notomia in qualche moderno: senza penetrar più dentro alla forza, e proprietà della voce; per non avere salutato, che i primi vestiboli della Grammatica; credette aver detto assai, quando sapea tanto poco. Ma la censura non è degna di risposta, ma di risate. Tanto è vero, che il compiacere a tutti chi scrive, non solamente è difficile, ma eziandio impossibile. Né questa è la prima volta, che omnibus, et verbis nostris insidiatus, et sillabis: come appresso l’Angelico mio Dottore, 2.2.q.II.a.2.ad.2. scrisse il Pontefice S. Leone a Proterio Vescovo Alessandrino»8.

Qui emerge prorompente tutta la vis polemica del nostro padre fra’ Alessandro Tomaso Arcudi predicatore.

 

 

1G.L. De Mitri – G. Manna, Presentazione a A.T. Arcudi, Galatina Letterata, Genova 1709, rist. anastatica, Maglie 1993, p. XII.

2 Cfr. G. Albrizzi, Anatomia degl’Ipocriti di Candido Malasorte Ussaro, ne “La Galleria di Minerva”, Venezia 1697, II, p. 306-307.

3A.T. Arcudi, S. Atanasio Magno, Lecce 1714, p. 272.

4A.T. Arcudi, Galatina Letterata, Genova 1709, pp. 12-14.

5 M. Marti, Schizzo di un minore letterato insofferente e geniale: Alessandro Tomaso Arcudi di Galatina, in “Urbs Galatina”, II, 1993, 1 (gennaio-giugno), p. 170.

6A.T. Arcudi, Anatomia degl’Ipocriti, Venezia 1699.

7A.T. Arcudi, Anatomia degl’Ipocriti etc., cit., p. 15.

8A.T. Arcudi, Galatina Letterata etc., cit., pp. 12-14

Donne d’un tempo da maritare

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Cosa erano costrette a fare le giovani d’un tempo

Donne da maritare

di Emilio Rubino

Il sogno o il bisogno di avere un uomo tutto per sé inizia a essere avvertito dalle ragazze ancor prima di raggiungere l’età puberale. Infatti, già nella pre-pubertà, la bambina si pone il problema di sapere come nascono i bambini e non è raro che si metta a fare la mamma o la moglie. Quando, poi, l’adolescente comincia a “mpizzutare” (età puberale), quei primi larvati desideri si tramutano in bisogni concreti e assillanti alla ricerca dell’uomo della propria vita.

Ma come procurarselo?

Per arrivare a ciò ogni donna fa ricorso a mille e mille espedienti. D’altra parte, l’esempio della mela con cui Eva ammaliò e sedusse l’ingenuo Adamo è sufficiente a spiegare le armi della seduzione utilizzate dalle donne.

Oggi è molto facile “rimorchiare” un uomo: basta fare gli occhi languidi e vogliosi, una strizzatina d’occhio, un gesto inusuale ma mirato, per fare abboccare il “fiero” maschio. Basta mandare un semplice sms o una mail per arrivare subito al “quantum”. Ma, ieri, quando la società era prevalentemente contadina e involuta, tra maschio e femmina non vi era la possibilità di incontrarsi liberamente e di scambiarsi le rispettive emozioni, perché le ragazze vivevano da recluse le loro giornate entro le “quattro mura di casa”. Per tale motivo progettavano con rabbia propositi vendicativi verso i genitori, e, in modo particolare, verso la madre carceriera. Una simpatica poesiola neritina ne giustifica la portata.

Tegnu ‘na mamma tantu telicata

ca no’ mi lassa nu mumentu sola:

vae alla chiesia e mi tene sirrata

comu nu ceddhru chiusu alla caggiola,

ma ci quarche fiata

ccappa ca mi lassa sola

‘acante fazzu bbacchia la caggiola!

In questi versi si nota il deludente risultato di una rigida e assurda condizione di vita, in cui l’uomo, tra angherie e tabù, era considerato un “pericoloso cacciatore” di donne.

Da qui il bisogno di isolare i due sessi in casa: la stanza delle figlie era nella zona più lontana, a tutela degli sguardi e delle voglie dei maschi. Ciò, però, era possibile solo quando l’ambiente-casa lo poteva permettere, altrimenti bisognava rischiare eventuali incesti. Anche in chiesa gli uomini venivano sistemati da un lato della navata e le donne dall’altro con l’imperioso divieto di comunicare con gesti o anche sguardi. A scuola la situazione non cambiava, anzi peggiorava: vi erano classi maschili e classi femminili, situate rispettivamente in corridoi diversi e i cui insegnanti erano rigidamente dello stesso sesso degli alunni. Roba d’altro mondo!

E gli uomini, che facevano, cosa dicevano? Non è poi vero che siano stati tutti mascalzoni, da cui guardarsi e tenersi lontano. Al contrario, bisognava solo saperli prendere, plasmarli, curarli e amarli.

E le donne? Sempre in maggioranza numerica rispetto agli uomini, in tante rischiavano di restare zitelle e di sentirle cantare lamentosamente:

“E mo spiccia ca sole ristamu

senza mancu cu llu pruamu!”.

Stante questa assurda situazione, la fantasia popolare faceva ricorso a sistemi molto strani e bizzarri grazie ai quali una ragazza poteva prevedere il suo futuro. Ad esempio, il 23 giugno, vigilia del giorno dedicato a San Giovanni Battista, le ragazze, dopo aver raccolto in campagna un “cardunceddhru”, lo passavano velocemente tre volte sulla fiamma viva. Se all’indomani mattina il fiore non era “ammosciato” era un buon presagio, per cui la ragazza avrebbe trovato quanto prima marito, viceversa sarebbe rimasta nubile.

Nonostante questa e altre trovate folcloristiche e nonostante la bellezza di certe donne, spesso accadeva che dei tanto invocati spasimanti non si vedesse traccia, neanche a pagarli a peso d’oro. Erano proprio le belle donne a soffrire le pene dell’inferno e a essere anche schernite.

Beddhre, beddhre, piccete sta’ chiangiti?

mo ci li brutte sontu tutte mmaritate

s’onu pigghiatu li cchiù bbeddhri zziti

e b’onu lassatu li cchiù scartiddhrati!”.

Oltre a San Giovanni Battista, altri santi venivano supplicati per una fattiva intercessione nelle faccende d’amore.

“Sciati addhrà Santu Nicola

e scià chiangiti,

‘na cràzzia cu’ llu core li circati:

Santu Nicola, ci no’ ndi mmariti

paternosci ti nui no’ ndi spittare!”.

Più che un’invocazione era un avvertimento.

Ma l’uomo, il marito, il dispensatore di felicità, come sarà?

Ogni ragazza sognava a 360 gradi e si chiedeva: “Avrò un marito bello oppure brutto?… sarà ricco o povero?… sarà un contadino o un artigiano?… un impiegato o un carabiniere”. Insomma ogni ragazza non smetteva mai di sognare!

Il destino, a volte, riservava sorprese negative, come nel gioco della “pesca reale”. Le ragazze usavano lanciare un sasso in strada, augurandosi che il futuro marito svolgesse la stessa attività del primo uomo che passava dopo il lancio della pietra, accompagnato dalla preghiera:

“Pi’ San Piethru, pi’ San Po’

menu la petra a ci passa mo’”.

Un altro sistema per predire se nel proprio futuro ci fosse un marito, era quello di fondere del piombo e di versarlo in una bacinella piena d’acqua fredda. Solidificandosi, il piombo assumeva varie forme e con un po’ di fantasia si poteva intravvedere la forma di una zappa, di una falce o di un vomere, attrezzi tipici del contadino, oppure una forma di pialla, il che richiamava l’idea del falegname, o di un rasoio o di un pennello, per un marito barbiere, o infine una cattedra, per un marito professore, banchiere o notaio.

Un’altra bizzarra trovata era quella di mettere sotto il guanciale tre fave: una con la buccia, una sbucciata e la terza priva dell’occhio gemmario. Al risveglio la ragazza doveva “pescare” a caso una delle tre fave, senza ovviamente sollevare il cuscino. Se la ragazza avesse pescato quella con la buccia, il suo futuro marito sarebbe stato ricco e l’avrebbe ricoperta di ogni ben di Dio, se avesse prelevato la fava priva della gemma, il marito sarebbe stato così e così, mentre se avesse, ahilei, scelto quella senza buccia, il futuro sposo sarebbe stato un poveraccio, forse anche privo di… mutande.

Infine, un segnale inequivocabile lanciato dalle ragazze neritine era quello di fasciarsi, all’arrivo delle prime mestruazioni, la caviglia destra con una benda per indicare chiaramente di aver raggiunto lo stato di fertilità e quindi far sapere all’intera città di essere già pronta al matrimonio. Una specie di sms “gratuito” inviato a tutti i maschi, belli e brutti.

Oggi le ragazze in amore si comportano in modo molto diverso. Sono intraprendenti, sfacciate, protagoniste della propria vita, anticipano le mosse dei maschietti.

Tutto ciò a dimostrazione che è ormai è stata raggiunta la completa parità dei sessi, almeno in questo ambito. Però, in tutta onestà, è venuto meno quel gran rituale d’un tempo, quando il maschio ricorreva ad ogni mezzo, soffriva, scalpitava, si addolorava, piangeva per conquistare una donna. Lei, invece, forse perché diffidente e insicura, si concedeva a lui poco per volta, sino a costringerlo a dimostrare i propri sentimenti con una pubblica dichiarazione di amore. Ma quelli erano ben altri tempi, molto distanti da quelli attuali. Allora i sistemi di vita erano medievali e assurdi, anche se romantici e sentimentali;  oggi, in piena età moderna e futuristica, sono soltanto goderecci e consumistici.

 

Leggende salentine tra Giuggianello, Roca e Leuca

ph Donato Santoro
ph Donato Santoro

Il Salento delle leggende.

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

di Antonio Mele ‘Melanton’

 

Quando muoiono le leggende finiscono i sogni.

Quando finiscono i sogni, finisce ogni grandezza.

 

Ho già scritto, su queste stesse pagine, che “siamo quello che eravamo”.

Noi, che per avere un regalo bisognava aspettare la Befana. Ed essere promossi a scuola. Quando a scuola (come ovunque) si andava a piedi. Con scarpe risuolate, e magari fornite di tacce (sorta di piccole mezzelune d’acciaio, sistemate sotto i tacchi e la punta), a salvaguardia dei punti nevralgici delle nostre preziose calzature. Le quali dovevano durare fino e perfino oltre la crescita di numero del nostro piede!, e che comunque resistevano – mai saputo come – ad ogni più frenetica scorribanda, o alle nostre interminabili partite di pallone fra i pini e sul piazzale della “Stanzione” ferroviaria.

Era quello un tempo contadino, ingenuo e puro, che ora appare anch’esso da leggenda.

I libri, legati con un mollettone di gomma, li avvolgevamo in fogli di carta-paglia, per conservarli meglio, dovendo servire poi ai nostri fratelli minori. Come le giacche, che venivano più volte rivoltate e passate in eredità.

Nessuno spreco insomma. Nessun consumismo. Nessun capriccio. Spesso le nostre merendine erano costituite da una semplice fetta di pane appena irrorata d’acqua e spolverata di zucchero…

Eppure eravamo felici.

Poi siamo pian piano (o forse troppo rapidamente) cresciuti. Da adolescenti, quando il primo sputnik si è levato verso lo spazio, sognavamo che un giorno avremmo percorso distanze enormi in un solo secondo, più veloci della luce. Infatti, dopo più di cinquant’anni, ci troviamo imbottigliati nel traffico, alla disperata ricerca di una via d’uscita o di un parcheggio.

Qualche anno prima dello sputnik, anche a Galatina, in piazza san Pietro, era stata presentata alla popolazione una scatola magica, che si accendeva premendo un pulsante: dentro c’era un uomo che dava le notizie, poi appariva un gregge di pecore con la scritta “Intervallo”, di nuovo un altro signore che spiegava come sarebbe stato il tempo di domani, e un altro ancora che faceva domande come a scuola, a persone adulte, però, che quando sapevano rispondere vincevano un premio in gettoni d’oro…

Ancora non sapevamo che quella scatola, col tempo, ci avrebbe rubato i nostri sogni, e le favole della nonna, e il gioco dell’oca, o il prodigioso ntartieni, che noi pensavamo fosse un oggetto misterioso, ed era invece il segnale segreto, quando ci mandavano a ‘prenderlo’ da una zia o da una cugina più grande, che dovevano appunto intrattenerci, senza darlo a intendere, e lo facevano inventando per noi cunti e leggende, che più belli non si può…

 

 Sono ritornato di recente a Giuggianello, paesino tra i più simpatici del nostro territorio, tra Maglie e Otranto, abitato da gente cortese, e con varie interessanti curiosità.

La più nota è sicuramente l’area primordiale detta dei Massi de la Vecchia, di cui ci siamo fugacemente occupati in altra occasione: un grandioso ‘parco’ naturale, costituito da una serie di blocchi di roccia giganteschi, di età preistorica, ubicato dentro un uliveto appena fuori il paese. Fra tali rocce ce n’è una particolarmente spettacolare, costituita da una sorta di ‘torre’ stratificata, a forma vagamente di fuso, detta per l’appunto lu Furticiddhu (cioè la conocchia, nella parlata locale), culminante con un masso oblungo e schiacciato, che dà l’impressione di vacillare sulla sommità, e che per questo viene anche identificato come “la pietra oscillante”.

Ebbene, in questo posto di per sé molto fascinoso, sono inevitabilmente fiorite alcune leggende. Intanto, qui pare che abiti da tempo immemorabile il famoso Nanni Orcu (che è notoriamente il marito della Vecchia), terribile personaggio dei cunti del Salento, che da bambini ci ha fatto tremare le vene e i polsi (e che anche da grandi è meglio non incontrare).

Ma l’indicazione più interessante riguarda la famosa acchiatura (termine equivalente a tesoro: dal vernacolo acchiare, trovare), composta da dodici lumache d’oro massiccio, deposto in un luogo segreto della campagna, e custodito notte e giorno dalla Vecchia in persona. La quale, se avrete la sfortuna (o fortuna) d’incontrarla il 24 giugno, giorno di san Giovanni, vi potrebbe porre tre semplici domande oscure e misteriose, con queste due opposte conseguenze: rispondendo esattamente ai quesiti, conquisterete la preziosa acchiatura e ve ne tornerete a casa liberi e ricchissimi; in caso contrario, sarete pietrificati per l’eternità, e farete parte anche voi della spettacolare collezione di quei Massi,che adornano le campagne di Giuggianello da tempo immemorabile.

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ph Donato Santoro

 A proposito di acchiatura, bisogna sapere che il tesoro più importante e grandioso del nostro Salento si trova ancora nascosto in un tratto di territorio del versante adriatico, compreso tra Roca Vecchia e Torre dell’Orso, ed è a disposizione di chi abbia per primo la ventura di trovarlo.

Per i ricercatori più audaci e avventurosi, diamo qui alcune utili indicazioni (basate su teorie storiche e scientifiche, che si tramandano di generazione in generazione), augurando che qualche nostro Lettore, dopo secoli di inutili tentativi, porti finalmente a compimento l’impresa, ricordandosi altresì di questo prezioso contributo fornito da Il filo di Aracne.

Va intanto tenuto in conto che la favolosa Acchiatura di Roca è sepolta a sud-ovest della Torre di avvistamento. A nascondere il tesoro, per tener fede ad un voto religioso, fu, nella notte dei tempi, la Regina Isabella, aiutata da sette suoi fedelissimi servitori. Per trovare il prezioso nascondiglio, fate attenzione ad un segnale preciso e inconfondibile: un arco di dodici grosse pietre, attraversato da una specie di freccia in legno d’ulivo. Nella direzione della freccia si conteranno trentatrè passi, dopo di che si potrà cominciare a scavare, fino a raggiungere la profondità di un metro. Se si troverà una croce di ferro, vorrà dire che si è nella direzione giusta, e bisognerà scavare per un altro metro. Dovrebbe a questo punto affiorare una tavoletta di bronzo con l’immagine a rilievo della Madonna di Roca, segno anche questo che il percorso è esatto. Si scaverà ancora per un altro metro, e in fondo al ‘pozzo’ si troverà finalmente un forziere pieno di monete d’oro, gioielli e pietre preziose di inestimabile valore, che potrete riportare in superficie, sempre che, ovviamente, riusciate a dare la risposta esatta ad un arcano indovinello che vi sarà posto dalla solita Vecchia de lu Nanni Orcu, arcigna guardiana anche di questo luogo…

Sempre a Roca Vecchia si narra ancora di una giovane Principessa che ogni giorno, all’ora vicina al tramonto, amava fare il bagno in una grotta, restando in acqua fino al sorgere della luna. Una sera, un Poeta piuttosto timido la vide di nascosto, e se ne innamorò. Così ne parlò con un suo amico, anch’egli poeta, e questi ad un altro, e quest’altro ad un altro ancora, finché tutti i poeti del Regno non accorsero alla Grotta per ammirare la Principessa e comporre i versi più sublimi in onore della sua bellezza.

Ancora oggi, quella grotta è appunto conosciuta come Grotta della Poesia, e si dice che basta che due amanti vi entrino una sola volta per innamorarsi poi eternamente.

 

 Restando in zona, diremo che al Capo di Leuca, fanno… capo diverse leggende particolarmente suggestive, e qualcuna anche piuttosto drammatica.

Una di esse narra che San Pietro, arrivando dall’Oriente, abbia messo piede proprio alla punta estrema della penisola salentina, e da qui abbia poi proseguito verso Roma nella sua opera di evangelizzazione delle popolazioni italiche. A questa sosta del primo Apostolo della Chiesa è strettamente collegata la tradizione che vuole che nessuno possa entrare in Paradiso se, da vivo oppure da morto, non abbia fatto pellegrinaggio per almeno una volta al Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae. Sicché, molte anime di buoni cristiani, che in vita non ebbero la possibilità di effettuare tale visita, si fermano a pregare nel Santuario della Madonna prima di volare in cielo.

Sempre nel Capo, dove giocano e più spesso si azzuffano i due mari Adriatico e Jonio, s’intrecciano altre storie fantastiche. Come quelle che riguardano schiere di feroci dèmoni, i quali, per invidia delle bellezze di quei luoghi (che all’origine erano splendidamente rigogliosi), hanno via via sconvolto la costa, erodendo scogliere, o rendendo aspro e spigoloso il paesaggio, o creando infine grotte ed anfratti inaccessibili, che tuttavia, senza volerlo, danno a questi stessi luoghi un’insolita selvaggia bellezza.

Proprio da quelle grotte frastagliate, un’altra leggenda vuole che, durante le notti di tempesta, specialmente in inverno, escano ancora oggi torme di streghe scarmigliate che, sciogliendo i venti di burrasca, agitando le onde e accendendo con le loro fiaccole il cielo di fulmini, si mettono a ballare per ore in un turbinio di canti lamentevoli e cupi, allo scopo di attirare nel loro irrefrenabile sabba qualche solitario viandante.

Per cui, se proprio non se può fare a meno, nelle tempestose notti d’inverno, meglio starsene a casa.

Galatina. Una lite per la precedenza con la confraternita delle Anime del Purgatorio (1780)

LA CONFRATERNITA DEI SETTE DOLORI

Una lite per la precedenza con la confraternita delle Anime del Purgatorio (1780)

di Giovanni Vincenti

Una clamorosa controversia insorse, il 1780, tra il pio sodalizio laicale della Vergine dei Sette Dolori e quello delle Anime del Purgatorio circa la precedenza delle rispettive processioni. Avvenne infatti, che i primi tenessero la loro processione «in ogni prima domenica di mese, […] con messa solenne coll’esposizione del Santissimo», ma in quel mese di aprile di quell’anno questa cadeva proprio nella Domenica in Albis lo stesso giorno in cui, i secondi, solennizzavano la Festa della Resurrezione con «la consueta processione colla statua del Risuscitato Redentore». Ognuna delle due congregazioni si arrogava il diritto di precedenza in quella pubblica processione adducendo le proprie ragioni: la confraternita delle Anime Purgatorio sosteneva il motivo di anteriorità del suo Regio Assenso sulle Regole, risalente al 30 aprile 1767, mentre quella dei Sette Dolori avanzava lo stesso privilegio in virtù del Regio Assenso, ottenuto il 16 ottobre 1776, sia sulla Fondazione che sulle Regole.

confraternita delle anime

Quella del regio assenso era la condizione necessaria per il riconoscimento giuridico dell’istituzione confraternale secondo la legislazione concordataria del 1741 alla quale fece seguito il real dispaccio del 19 giugno 1769 emanato dal primo ministro Bernardo Tanucci: «Il regio assenso è necessario nella fondazione di qualunque corpo, senza il quale assenso è questo illecito, e dee dismettersi, e riputarsi per non esistente, non bastando l’assenso ottenuto sulle regole, le quali riguardano la qualità, e non l’esistenza del medesimo corpo a rendere legittimo quel, che di principio fu nullo, ed incapace per ogni riguardo, ed a qualunque effetto». A questo seguì un successivo Reale Rescritto del 29 giugno 1776, il quale introdusse il principio secondo cui alle confraternite munite di Regio Assenso sulle regole poteva accordarsi la sanatoria apponendovi la clausola usque ad Regis beneplacitum, senza assoggettarle a nuovo assenso in forma regiae Cancelleriae, ed a quelle sprovviste di assenso era fatto obbligo di richiedere l’assenso sulla fondazione e le regole senza rischiare la nullità e quindi la soppressione, lasciando però illese le ragioni delle parti per gli acquisti fatti precedentemente, e proprio in virtù di questo la confraternita delle Anime del Purgatorio regolarizzerà la sua posizione giuridica, il 19 giugno 1784, inserendo, tra l’altro, anche la clausola «d’ammettere le femmine alla partecipazione de’ benefici spirituali». La precedenza spettava dunque, stando alla normativa, alla confraternita del Sette Dolori tuttavia, poiché la questione, «non edificando il popolo e pugnando alla carità, ed umiltà cristiana, potrebbe divenire pericolosa, e di cattive conseguenze per lo bene spirituale, e temporale di ambidue d.e Congregazioni», si addivenne ad una salomonica soluzione, suggerita dal canonico D. Antonio Tanza, che i Prefetti dei due rispettivi sodalizi, mastro Carmine Antonaci e notaio Giuseppe Costantini, stipularono a futura memoria giungendo ad una amichevole composizione, e concordia.

Erano queste dispute non effimere ove solo si pensi che le confraternite con i loro riti devozionali e funzioni processionali scandivano la vita cittadina a ritmi vorticosi coinvolgendo l’intera società in tutte le sue articolazioni. Si pensi, ad esempio, alle feste e cerimonie solennizzate dalla confraternita dei Sette Dolori: «In ogni prima domenica di mese, e nel giovedì dopo la quinquagesima messa solenne coll’esposizione del Santissimo; Settena colla Esposizione del SS. nella festa della Vergine Addolorata, in cui si recitano ancora i corrispettivi Sermoni col panegirico, alla morte di qualche Fratello o Sorella, oltre la bara, e l’associazione, la Congrega fa celebrare in suffragio del defunto, o defunta, 9 messe basse, ed una cantata, oltre un Rosario, che da tutti si recita nella domenica susseguente la morte; nella prima domenica di novembre si celebra anniversario solenne per tutti i Fratelli, e Sorelle defunti; in tutte le domeniche di Quaresima si fa la Via Crucis». Oppure a quelle solennizzate dalla confraternita delle Anime del Purgatorio: «Messa solenne coll’Esposizione del Santissimo Sagramento in ogni seconda Domenica di Mese; Nella Domenica di sessagesima; in tutto l’Ottavario de’ Morti, nel quale si fanno anche le quarantore, ed i Sermoni; Novena, e festività della Vergine delle Grazie tutelare della Chiesa, Festa della Resurrezione nella Domenica in Albis; Alla morte di ogni Fratello, e Sorella si fornisce la bara, si fa l’associazione, e si celebrano una Messa Cantata di requiem, e dieci Messe piane, oltre la recita del Rosario in Chiesa nella Domenica susseguente alla morte; Nel 2 Novembre, e nell’ottava si celebra l’Anniversario solenne per l’anima di tutti i Fratelli, e Sorelle defunti, ed una Messa in ogni lunedì dell’anno».

Nel verbale del 31 marzo 1780 tratto dal Libro delle Conclusioni, che qui proponiamo integralmente, viene descritta quella vertenza e la sua successiva composizione:«Oggi, che sono li trentiuno Marzo 13.ma Indiz.ne del 1780. Costituiti in pubblico testimonio, e nella pre.za nostra li mag.ci Not.ro Giuseppe Costantini Prefetto della Venerabile Congregazione sotto il titolo delle Anime del Purgatorio di questa Città, aggente in d.o nome, ed interveniendo alle cose infrascribende per se, e per tutti li Prefetti suoi successori di d.a Congregazione, ed in nome ancora dell’istessa a tenore della Conclusione celebrata da’ F.lli di d.a Congregazione la quale infra.ta si inserirà da una parte. E mastro Carmine Antonaci Prefetto della Venerabile Congregazione di questa medesima Città, sotto il titolo della Madonna dei Sette Dolori, aggente in d.o nome, ed interveniendo alle cose infrascribende per se, e per tutti li Prefetti suoi successori di d.a Congregazione, ed in nome ancora dell’istessa a tenore della Conclusione celebrata da’ F.lli di d.a Congregazione la quale infra.ta si inserirà dall’altra parte. Le anzid.e parti hanno asserito, come ne’ giorni passati insorsero fra d.e Congregazioni alcune differenze a cagion, che pretendeva d.a Congregazione delle Anime del Purgatorio nelle pubbliche Processioni, e funzioni la precedenza sopra quella del titolo della Vergine Addolorata, appoggiandosi, fra gli altri motivi, all’anteriorità del Reale Assenso ottenuto su le di lei Regole. Contradicente all’incontro d.a Congregazione de’ Dolori, e pretendendo essa la precedenza fondandosi tra gli altri motivi all’anteriorità del // Reale Assenso ottenuto su la di lei fondazione, quale di fra esse Congregazioni preparata si era una simil contesa, la quale non edificando il popolo e pugnando alla carità, ed umiltà cristiana, potrebbe divenire pericolosa, e di cattive conseguenze per lo bene spirituale, e temporale di ambidue d.e Congregazioni. Hanno asserito parimenti, che mossa una tal differenza si preparò la Congregazione delle Anime del Purgatorio a festeggiare, secondo il solito nel di lei Oratorio la Domenica in Albis, e per fare la consueta processione colla statua del Risuscitato Redentore, avendone a tale oggetto ottenuto le opportune licenze, colle clausole espresse nelle med.me alle q.li. All’incontro la Congregazione de’ Dolori preparata anco era per festeggiare nel suo Oratorio la prima Domenica dell’imminente mese d’Aprile, che in quegli Anni ricade appunto nella seguente Domenica in Albis colla Esposizione del Venerabile, e colla solita processione per ragion di cui, e per gloria maggiore del SS.mo, dalla Curia Arcivescovile d’Otranto ne aveva ottenuto il permesso di fare la processione nel sud.o divisato giorno della Domenica in Albis. In tali circostanze di cose seriamente pensando d.i Sig.ri Prefetti delle anzid.e rispettive Congregaz.ni a’ sconcerti, e gare profane, che potrebbero facilmente avvenire dal proseguimento di d.a lite su la precedenza, ed a’ pericoli di dissordini, che anco avvenire potrebbero dal farsi nell’istessa mattina della prossima Domenica in Albis, le anzid.e rispettive processioni per qual motivo da d.a Curia Arcivescovile si avea disposta la previdenza contro i temuti // moti, o leve che avrebbe con ciò il divin culto dell’adoratissimo Signore a scemarsi, e dividersi; quindi per ovviare ad ogni inconveniente, e per sentirsi, come per lo passato tra d.e Venerabili Congregazioni, la vicendevole carità in edificazione del popolo, e de’ F.lli, col consiglio del Rev.do D. Antonio Tanza, sono venuti nel nome anzid.o, alla seguente amichevole composizione, e concordia. Primo che l’una e l’altra Congregazione cedendo a qualunque suo diritto, titolo, e preminenza, da qui innanzi, et in perpetuum si consederassero in tutte le funzioni pubbliche, ove accadesse, che l’una, e l’altra intervenisse di egual grado, e prerogativa, e perfettamente eguale di modo che l’una all’altra per verun titolo potesse, o dovesse precedere. E se per fatto avverrà, che l’una si ritrovasse, o prendesse luogo dell’altra più degno, con tal atto niuna delle parti pregiudichi dovesse, restando tutte e due nell’istesso suo grado, ed egual prerogativa. E per vieppiù confirmare tale eguaglianza, esse parti si sono concordate, che nelle funzioni accorrende alternativamente ad una volta per cadauna d.e Congregaz.ni dovessero precedere, e la prima volta quella Congregaz.ne precedesse, cui toccarà per sorte. Rinunciando ciò esse parti alla sopra descritta lite, ed a tutti gli altri per avventura formati, da’ quali nium conto si dovesse, né in Giudizio, né fuori. Secondo, che riguardo alle rispettive di sopra descritte funzioni la prossima Domenica in Albis, la d.a Congregazione del Purgatorio, precedente onorevole, ed amichevole invito, si contentasse, siccome promette, di associare in corpore, e con lumi suoi propri la processione, che a maggior gloria del Signore si farà in d.o dì dalla Congregazione sotto il titolo // della Vergine Addolorata nel suo Oratorio, e nella processione, tam quam invitati, avesser d’avere la precedenza i F.lli, e gli Uff.li della Congregazione delle Anime del Purgatorio, la quale nel d.o dì asterrà di far la consueta funzione, e celebrità di Gesù Cristo Resuscitato, posponendo la Processione, e la Festa per questo Anno in altro giorno; nel quale risolvendo detta Congregazione del Purgatorio di fare la sua Festa, si contentasse, siccome promette, d.o Prefetto della Congregaz.ne de’ Dolori di associare in corpore, e con lumi suoi propri la processione di Gesù Cristo Risorto, nella quale siccome ancor dentro l’Oratorio, tam quam invitati, dovessero aver la precedenza i F.lli, e gli Uff.li della Congregazione de’ Dolori, per qual oggetto saranno invitati con onore, e con amicizia ad intervenirci. Terzo, che in ogni futuro senza eccezione alcuna nel giorno della Domenica in Albis, anco se fosse la prima domenica del mese, non potesse la Congregazione sotto il titolo de’ Dolori uscire processionalmente girando porte, o tutta la Città, dovendo in d.o giorno restar libero l’esercizio di sue funzioni alla Congregaz.ne del Purgatorio, la quale trovasi già nel possesso di far la processione, come sopra descritta; e al pari questa Congregazione non mai potesse in ogni futuro tempo uscire processionalmente nella terza Domenica di Settembre, né girare porte, o tutto il paese con processione, mentre in d.o giorno dovrà, secondo il suo solito, farsi da d.a Congregaz.ne de’ Dolori, la sua Processione, e Festa in onore della sua Vergine titolare. E per la osservanza delle anzid.e cose, e a futura loro memoria, esse parti volendo stipulare in pubblico, e sollevare istrumento».

 

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Gallipoli. Uccio di Corte Gallo

Uccio di Corte Gallo.

Un’emozionante scoperta nell’Isola dei tesori

di Antonio Mele ‘Melanton’

 

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Un luogo non è semplicemente un punto geografico.

È un sedimento di storia. Un magazzino di memoria. Un richiamo di sentimenti e pensieri.

Un luogo è innanzitutto una gente. La sua cultura stratificata. La sua immobile mutazione nel tempo, testimoniata da mirabilie o da scempi. Da amore e furore. Da uomini e donne che hanno vissuto e vivono con le loro radicate passioni.

Un luogo può anche essere un logo, un simbolo, un nome evocativo. Un desiderio di avventura e sorprese. Di incontri e suggestioni.

Ogni luogo, infine, è un’isola. Che in un arcipelago di altri luoghi e altre genti s’identifica e distingue col suo passato e la sua storia come con la sua vita corrente.

 

Isola per antonomasia è Gallipoli.

Kalè Polis, la Città Bella, come molti continuano ancora a chiamarla. Fra le più antiche e nobili del Salento. È la storica Anxa di Messapi e Romani. Da secoli il terminale naturale di commerci e di viaggi. Il fido baluardo difensivo che i D’Angiò contrapposero all’egemonia sui mari della Serenissima Repubblica di Venezia: “Fideliter excubat”, vigila fedelmente, ammonisce il motto del suo stemma civico, segnato in un cartiglio quasi artigliato da un gallo rampante.

Tra la fine del Seicento e l’Ottocento, Gallipoli fu anche la capitale mondiale del commercio dell’olio combustibile “lampante” che raggiungeva tutte le Capitali d’Europa, e il suo porto riconosciuto come uno dei più importanti del Mediterraneo.

 

Gallipoli, dunque. Terra di rinnovate scoperte ed appaganti emozioni.

Come in un viaggio promesso, qui non si arriva: si viene. Si viene per volontà, per curiosità, per sogno, per attrazione o sconfinamento.

La Città Bella vi accoglierà nel sole e nell’ombra della sua corona di case bianche, cinta da bastioni poderosi che sorgono dal mare, vi sorprenderà con i colori delle botteghe, con i profumi del mercato del pesce, con il sorridente vociare dei venditori di ricci e di spugne.

Per questo fascino immutabile – nonostante le molte disarmonie e contraddizioni di una nuova convulsa ‘civiltà’ consumistica e chiassosa, che sempre più assedia la sua fiera identità – Gallipoli è adorata perfino oltre misura dai suoi figli più fedeli, ma anche da schiere di viaggiatori e turisti che non resistono al suo azzurro richiamo.

C’è sempre qualcuno che ne è innamorato perdutamente.

Come Uccio di Corte Gallo.

 corte gallo

Non conosco il suo cognome. Non gliel’ho mai chiesto, né lui me l’ha mai dato. Anche se dal giorno del nostro sorprendente incontro, nella primavera scorsa, siamo diventati indivisibili amici.

Pur nella sua verace schiettezza e autenticità, Uccio di Corte Gallo è quello che si dice un personaggio. Conoscerlo è di per sé una conquista, un segno inequivocabile dell’amore per la tradizione e per la nostra vita di uomini, che è poi un condensato della civiltà di tutti gli uomini.

Intanto, per conoscere Uccio, bisogna andare nel suo piccolo regno. A Corte Gallo, appunto. Che, seminascosta, si trova quasi all’ingresso dell’isola, prima di arrivare alla Cattedrale, tra i vicoli che si snodano verso la Riviera di Scirocco. Fatevela indicare, e andateci. Se non lo trovate, chiedete di lui, e Uccio apparirà come per sortilegio, con il suo sorriso e il suo immenso bagaglio di racconti.

Così è accaduto, quando insieme a mia moglie Teresa (e portandovi poi molti altri amici), nell’abbraccio di questa corte abbiamo scoperto un fantastico museo a cielo aperto, generosamente disponibile a tutti, con le pareti tappezzate di ferri, legni, ceramiche, piatti, vecchie macchine da cucire, nasse e reti da pescatori, e tutti – davvero tutti! – gli oggetti del nostro arcaico vivere quotidiano, ormai dimenticati e dispersi, ma che Uccio ha amorevolmente conservato in bell’ordine, facendoli rivivere oltre il tempo nella loro bellezza artigianale: lu sicchiu per l’acqua del pozzo, li rocci per recuperarlo alla bisogna, lu farnaru per la farina, la crattacasu con il suo solido e armonioso perimetro di legno in cui raccogliere il formaggio, la strattiera per la salsa di pomodoro, li buccacci e li stangati per fichi, friselle, conserve e quant’altro, i misurini d’alluminio per l’olio (chi se li ricordava?), li caddarotti de rame russa, ovviamente anneriti dalla stratificazione di fuliggine, l’altrettanto ‘carbonizzato’ brustulinu per tostare l’orzo (più che il caffè), il termosifone d’altri tempi ossia la brasciera (completa di paletta), un port-enfant di legno, e perfino alcuni attrezzi agricoli come la sarchiudda, lu serrettu pe putare, ola pompa a spalla pe nzurfare le vigne… E ancora: vutti, barilotti, tine pe la scapece, menze, vozze e vucale per l’atavica sete di questa terra, i mitici e ingegnosi trapanaturi de li cconza limbi-e-giustacòfane, e lumi a petroju, spiritiere, scarfalietti, vasi de notte, fusi pe la lana, martieddhi, pinze, tenaje, ssuje de scarparu, staffe de cavaddhu, scale, scaleddhe, ‘mbuti, pignate, chiavi, catinazzi… E pile, stricaturi, limbi e còfani (completi di cenneraturu!) per fare il bucato.

Un’operazione, quella del bucato, che (come descritto magistralmente qualche anno fa su queste stesse pagine da Piero Vinsper) era un vero e proprio evento familiare, e che Uccio – con semplicità e irresistibile fascinazione – vi illustrerà in ogni sua fase, richiamando alla memoria il lavoro, la dedizione e la maestria delle casalinghe di un tempo, alle quali non dovrebbe mancare mai la nostra grata ammirazione.

A Corte Gallo, Uccio continua ad avere le visite di forestieri, turisti e ragazzi delle scuole, ai quali racconta sempre avvincenti episodi di vita vissuta quasi fossero favole da C’era una volta… E se avrete la fortuna di salire le scale insieme a lui per entrare nella sua casa piena di quadri e immagini d’epoca, scoprirete molti altri incredibili tesori, fra cui una rara fotografia dei primi del 1900, dove un gregge di pecore, dal ponte che si congiunge al Borgo, sta entrando nella città vecchia, costeggiando il Castello.

Ma la meraviglia di maggior richiamo – tanto nella sua semplicità quanto nella sua intensa devozione religiosa – resta per me la serie dei pupi di terracotta, che raffigurano le dieci antiche confraternite religiose di Gallipoli.

Realizzate e colorate a mano dallo stesso Uccio, queste piccole opere d’arte naif sono sistemate, una accanto all’altra, sotto la bella edicola con l’immagine di sant’Antonio da Padova che campeggia nella parete centrale di Corte Gallo, di fronte all’arco d’ingresso.

Credo che sia interessante conoscere la denominazione e la Chiesa di appartenenza di ciascuna Confraternita, i colori distintivi dell’abito (composto da una tunica lunga, detto sacco, e da una mantellina, chiamata mozzetta), nonché il legame di devozione con le varie categorie laiche di arti, mestieri e professioni che le hanno a suo tempo fondate.

Eccone la catalogazione fornitami da Uccio, e da me completata, dove possibile, con qualche data storica:

Venerabile Confraternita della Chiesa del Santissimo Crocifisso (sorta nel 1400 sotto il titolo di San Michele Arcangelo). Devoti: Bottai. Sacco di colore celeste, mozzetta di colore rosso. – Confraternita della Chiesa della Madonna del Monte Carmelo e della Misericordia (sorta intorno al 1530): Calzolai. Sacco nero, mozzetta nera. – Confraternita del Santissimo Sacramento (fondata nel 1567),insediata nella Chiesa del Sacro Cuore di Gesù: Fruttivendoli. Sacco bianco, mozzetta rossa. – Confraternita di Santa Maria ad Nives o Cassopo della Chiesa di San Francesco di Paola (istituita nell’aprile 1649): Fabbri ferrai. Sacco avana, mozzetta celeste. – Confraternita della Chiesa di Santa Maria degli Angeli (sorta nel 1662): Pescatori, Contadini, Artisti. Sacco azzurro, mozzetta bianca. – Confraternita della Chiesa della Madonna della Purità (anch’essa fondata nel 1662): Scaricatori di porto oBastasi. Sacco giallino, mozzetta bianca. – Confraternita del Rosario (del 1687): Sarti. Sacco nero, mozzetta bianca.- Confraternita di San Giuseppe e della Buona Morte nella Chiesa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo: Falegnami. Sacco giallo, mozzetta bianca. – Confraternita della Chiesa della Madonna Immacolata: Muratori. Sacco celeste, mozzetta marrone. – Confraternita della Santissima Trinità e delle Anime del Purgatorio: Nobili, Dottori. Sacco avana, mozzetta rossa.

Certo, sarà tutta un’altra cosa se descrivere – insieme a molti altri aneddoti – le Confraternite gallipoline  ve le farete illustrare dalla viva voce di Uccio, quando andrete a trovarlo.

Buona passeggiata a Corte Gallo, dunque.

 

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La donna nella saggezza popolare salentina

La donna nella saggezza popolare

LU DITTERIU

Il popolo, quando parla, sentenzia

di Piero Vinsper

Unde abii redeo: torno al punto di partenza, cioè riprendo a parlare dei ditteri galatinesi, di quei proverbi che riguardano le donne e mettono in luce le loro virtù, i loro pregi e soprattutto i loro difetti.

D’altra parte

Nuddhra lingua aggiu ‘mparatu

de nuddhra sacciu nienti

ma viddhra de lu tata

sta mi scioca ‘nthr’alli dienti

Non ho imparato nessuna lingua, di nessuna so niente, ma quella di mio padre, in dialetto, mi sta giocando e ballando in bocca tra i denti.

Fèmmana culimpizzata né pe mujere né pe cagnata

Bisogna stare alla larga, ammonisce il popolo, da donne dal sedere a punta, perché oltre ad essere maliziose, sono seminatrici di zizzanie e di calunnie.

Pe’ na bbona maritata né socra né cagnata

La suocera e la cognata spesso sono artefici del cattivo andamento in un matrimonio. Loro peccano di egoismo e non tollerano la presenza di una donna estranea, che considerano come un’intrusa nella loro casa. Perciò è necessario evitarle, rinunciando ad una compagnia, che, quasi sempre, è equivoca.

Fèmmana ca lu susu si pitta è segnu ca lu sotta ffitta

Un tempo si riteneva che la donna la quale si imbellettava il viso e passava il rossetto sulle labbra fosse una donna di malaffare e desse in affitto parte del suo corpo. Immaginate voi se, oggigiorno, avesse riscontro questo proverbio. In che mondo vivremmo?

Signore de li signuri, quante cose sapisti fare! Alla fèmmana la cunucchia, allu masculu lu mmargiale

Mio buon Padre, quante cose hai saputo fare tu! Hai donato alla donna la conocchia per torcere la lana e poi filarla, all’uomo il manico della zappa per dissodare il terreno. Fuor di metafora lascio ai lettori qualsiasi altra interpretazione di questo ditteriu.

L’ommu cu lla pala e la fèmmana cu lla cucchiara

Spesso succede che in una famiglia si invertano le parti: l’uomo vuol vestire la gonnella e la donna pretende di infilare i pantaloni. E’ un controsenso, dice il popolo. Lasciamo le cose come stanno. L’uomo è nato per lavorare e dare sostentamento alla famiglia, la donna è nata per fare la massaia e per attendere alle faccende e alle cure domestiche.

Donna onurata nunn esse mai de lu talaru

Il telaio è una delle più importanti e più assidue occupazioni della donna. Il popolo da questa occupazione fa risaltare l’onestà della donna. Infatti colei che ci tiene al suo onore, che vuol essere rispettata, non fa la pettegola con le altre donne, non prende parte a certi discorsi: bada solo ai fatti suoi. La sua famiglia è tutto, il lavoro è la sua unica occupazione.

Na fèmmana e ‘na pàpara paranu ‘na chiazza

L’oca, quando starnazza, fa un chiasso infernale. Il popolo la mette insieme con la donna; la donna, infatti, per indole, è chiacchierona e troppo loquace. Quindi, unendo l’una all’altra, esse hanno la forza di creare da sole tutto quel chiasso, fastidiosissimo, che tu puoi sentire in piazza nei giorni di mercato.

La fèmmana nasuta ede puntusa, pittècula e cannaruta

Un naso grosso, lungo, appuntito, un naso aquilino deturpa la bellezza del corpo di una donna. Però per rivalsa questa donna, dice il popolo, è puntigliosa, pettegola e golosa.

Fèmmane e sarde su’ bbone quando su’ piccicche

Le donne giovani e le sardine sono molto appetibili e appetitose, mentre la fèmmana de quarant’anni, mènala a mare cu tutti li panni. Questa è una vera cattiveria verso il gentil sesso; ma un tempo, quando la donna raggiungeva quest’età, incominciava a percorrere la parabola discendente verso il tramonto della vita. Le cause erano molteplici: mettere al mondo figli e allevarli, badare alle faccende domestiche, lavorare nei campi, tessere al telaio, scarso nutrimento. Ecco perché invecchiavano precocemente. Però buttarla a mare con tutti panni, in modo che perisca più presto, sarebbe un’infamia!

Fèmmana curta, maliziusa tutta.

Non so perché il popolo si ostini a concentrare tutta la malizia su una donna di bassa statura. Forse vuol compensare la scarsa altezza con una dose abbondante di malizia? Ma se già le donne, in generale, son tutte maliziose, tanto che un altro proverbio recita: la fèmmana la sape cchiù longa de lu diàvvulu! Quest’ultimo potrebbe anche rappresentare un elogio per la donna se si rapportasse alla virtù della prudenza, di cui, è bene confessarlo, spesso le donne sono abbastanza fornite. Si tentano tanti mezzi, anche segretamente, per commettere qualche marachella all’insaputa della donna; ma lei è tanta brava a investigare, è tanta brava a darsi da fare, che scopre tutti gli altarini, viene a conoscenza di tutto e il maschio si trova impigliato nella rete come un pesce, proprio nel momento in cui pensava di averla fatta franca.

Donna bbeddhra e pulita senza dote se mmarita

La bellezza e la pulizia sono le due meravigliose attrattive di una donna. Sia l’una che l’altra sprigionano un fascino e un profumo inebriante, che conquistano i cuori. Non ha importanza se la donna sia povera: essere bella e pulita vale più della ricchezza di questo mondo. I suoi genitori non le hanno dato nulla in dote per il matrimonio? Pazienza! La bellezza, la semplicità, i nobili sentimenti bastano e avanzano.

Né fèmmana né tela a lluce de candela

Non si può esaminare alla flebile luce di una candela la qualità e il colore di una tela; puoi constatarne la consistenza e la fortezza, mai il colore. Lo stesso dicasi di colui che, al buio del tumulto di una passione, voglia giudicare una donna. E la passione per la donna ha tale potenza sul cuore dell’uomo da accecarlo fino all’aberrazione nei suoi giudizi, che meglio si potrebbero definire capricci. Volesse il cielo che i giovani, prima di apprestarsi al matrimonio, studiassero attentamente questo proverbio! Auguro loro, soltanto che li guidi non la pallida e smorta candela della passione ma la vivida luce della ragione.

In conclusione dedico quest’ultimo ditteriu alle donne: La fèmmana ede comu la menta: quantu cchiù la friculi cchiù ndora.

 

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Gisarino, il sacrestano eternamente innamorato

Il-vecchio-sacrestano (olio su tela, 1948), Bassano del Grappa
Il-vecchio-sacrestano (olio su tela, 1948), Bassano del Grappa

di Melanton

Non si sa quand’egli sia nato, e si conosce appena il periodo della sua dipartita, che i più anziani del paese concordano nel circoscrivere intorno al 1930.

Qualcuno lo ricorda come un bullo impenitente, ma era piuttosto un semplice bonaccione che credeva eccessivamente in sé e nelle sue improbabili virtù amatorie, nonostante fosse alquanto “stagionato”, e contasse almeno una settantina di primavere.

Come la gran parte del popolino di quei tempi, era per di più analfabeta, e il non saper leggere né scrivere gli creava un grosso problema, essendo sempre alla ricerca di “avventure” galanti con le donne che frequentavano la Chiesa di San Domenico di Nardò, e che egli, sacrestano di lungo corso, adocchiava in quel luogo sacro, fra uno scampanio e l’altro, sotto lo sguardo scandalizzato, irritato e severo del Signore Iddio, della Madonna, e dei vari Santi e Sante.

Non avendo la possibilità e, forse, neppure il coraggio di avvicinarle personalmente, si trovava così costretto a rivolgersi ad un amico per scrivere la usuale dichiarazione d’amore. L’amico (che, pur con calligrafia contorta e sghimbesciata, sapeva a modo suo trasferire sulla carta le idee che frullavano per la testa di Gisarino) era un certo Pippinu, e sovente le frasi scritte sulle epistole amorose erano frutto dei suoi suggerimenti.

Gisarino, di già prescelta la donna, sempre si riprometteva che quella dovesse essere l’ultima sua fiamma e, seduto a tavolino con l’amico, si metteva a snocciolare con calore tutti i sentimenti che quella vista (o, se volete, quella visione beata) gli aveva fatto nascere improvvisamente nel cuore, facendolo battere tumultuosamente dentro il suo petto.

Come tutti gli innamorati, intessute le dovute lodi all’amata, si esibiva in promesse appassionate, spergiurando oceani di immenso amore e montagne di calda felicità.

In tutte le dichiarazioni che dettava all’amico Pippinu (il quale – è bene pur dirlo – ogni volta, in quelle promesse, ci credeva più dello stesso Gisarino che le formulava), giunto alla fine, per una evidente e comprensibile questione di prestigio, si raccomandava calorosamente di scrivere sempre così:

Tille – rimarcava – ca sontu musicista, ca sonu nu strumentu a corde: li campane ti San Duminicu”.

E l’amico lo accontentava.

Nelle conquiste femminili, come nella vita, Gisarino fu sempre sfortunato: mai un progresso, mai un passo avanti nella sua condizione sociale, e così fu costretto a suonare fino all’ultimo dei suoi giorni le campane di San Domenico, cosa che fece con serena rassegnazione, senza mai imprecare alla cattiva sorte, per non fare peccato.

Poiché aveva un cuore giovane, fu sempre instancabile, malgrado l’età avanzata, nel quotidiano impegno di campanaro, ma, ahimé, la sua “musica” non incantò mai alcuna donna, e così restò sempre solo con i suoi sogni incompiuti. Insomma, nessuna delle “sue” donne volle mai accettare le tanto infuocate profferte, anche per il fatto che le sceglieva sempre molto più giovani di lui. Perciò, visse la sua vita fra continue illusioni e ripetute delusioni.

Sempre pronto ad innamorarsi ma, come al solito, mai ricambiato, ebbe l’occasione di conoscere (e naturalmente di corteggiare) la giovane domestica, di nome Carmina, del Delegato di Pubblica Sicurezza di Nardò, che all’epoca occupava un’ala del palazzo De Noha posto in un vicolo in Via Sambiasi, dove Gisarino effettuava qualche piccolo servizio per arrotondare le magre ricompense che ritraeva dall’attività di sacrestano nella Chiesa di San Domenico.

La giovane Carmina, però, dovette tener duro ed ebbe, evidentemente, a dover respingere in modo deciso le profferte amorose di Gisarino che, indispettito dai netti rifiuti, ogni qualvolta che la incontrava, poco galantemente – caso unico della sua vita! –  le canticchiava così:

Carrofalu scattusu,

Carminella lu porta susu

E lu porta scarassatu,

quarche prete li l’ha basatu!

A questo suo ritornello la giovane Carmina era solita controbattere stizzita con l’antico detto:  A te t’ha pigghiatu lu fuecu ti Nardò, quiddhu ca susu arde e sotta no!

Quella di Gisarino, però, era una rabbia del cuore, perché, essendo vissuto eternamente solo, aveva bisogno solo di un po’ d’amore. Amore che, non solo non ebbe mai, ma che non rinvenne neppure nelle immagini sacre, nel volto e nei cuori delle tante Madonne che in chiesa lo circondavano in ogni istante della giornata.

Poi, un giorno – non sappiamo di preciso quando – il suo cuore stanco e amareggiato per tanta solitudine, divenuto ormai vecchio, cessò di battere con le campane.

Così, tutto finì come finiscono tutte le cose del mondo, anche se, pensiamo (ed è bello pensarlo), qualcuna delle “sue” amate, qualche volta, nella Chiesa di San Domenico avrà, silenziosamente, quasi per sdebitarsi del proprio rifiuto, pregato per lui, perché la sua anima, in fondo in fondo niente affatto cattiva, volasse in cielo verso il Paradiso.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

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