Il periodo quaresimale della civiltà contadina del Salento (II parte)

Salento fine Ottocento

La Quaremma

(seconda parte)

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Al primo tocco della campana di mezzogiorno uomini, donne e bambini erano lesti a  confluire al centro della strada, vicolo o corte dove abitavano, ordinatamente sistemandosi a largo cerchio, come a tracciare un perimetro sacrale. L’officiante della cerimonia, scelto nella persona del residente più anziano, era l’ultimo ad arrivare, scenograficamente sbucando dal punto più lontano e avanzando lentamente, quasi volesse, nel suo passo stanco,  materializzare il senso della mortificazione. Al suo apparire le donne nascondevano le mani sotto il grembiule in segno di compunzione, mentre gli uomini, scopertosi il capo e deposte a terra le coppole, gli si facevano incontro per scortarlo onorevolmente fino al centro del cerchio, da dove, appena giunto, invitava i presenti a segnarsi di croce e ringraziare il Padreterno pi llu tiémpu utu a ssardàre li cunti e scansare lu fuécu (per il tempo avuto a saldare il debito facendo penitenza ed evitare così l’inferno). A un suo triplice schioccare di dita, poi, i ragazzi prescelti a fare la spinnàta (la spennata), e che fino a quel momento erano rimasti in attesa ognuno sulla soglia della propria casa, partivano a razzo, sveltamente arrampicandosi sobbra lli scale lliatìzze (su delle lunghe scale a pioli) precedentemente disposte in corrispondenza di ogni quarémma. Dopo aver raggiunto il culmine dei comignoli e aver sostato un attimo pi ddare tiémpu a llu celu cu lli éscia (per far sì che il cielo avesse il tempo di notarli), sfilavano una delle penne confitte nell’arancia, contemporaneamente staccandone il filo di lana che lasciavano penzoloni nel vuoto. Dal basso intanto li raggiungeva un coro di voci, capeggiate da quella tremula del vecchio:

Passàu nn’àura simàna e cchiù bbicina ddirlàmpa la croce: Cristu, pirdòna a lli piccati nuésci! Ti lu circàmu cu lla facce an terra: Cristu, pirdòna a lli piccati nuésci!

 “E’ passata un’altra settimana e più vicina lampeggia la croce: Cristo, perdona i nostri peccati! Te lo chiediamo con la faccia a terra: Cristo, perdona i nostri peccati!”.

A guardarla dall’alto, quella manciata di penitenti che si battevano il petto con i pugni doveva essere più che pittoresca, ma i ragazzi non avevano tempo alla riflessione: dovevano affrontare la discesa, e madri e nonne erano state chiare nel metterli sull’avviso:

Pinsàti a lla  penna… mi raccumànnu… cu nno bbi scappa ti manu… ricurdàtibbe ca sempre s’à ddittu: centu spintùre pi nna penna persa e mmuzzicàte ti la mala sorte pi nna ruculàta ti maràngia!

“Pensate alla penna… mi raccomando… che non vi sfugga di mano… ricordatevi che si è sempre detto: cento (molte) sventure a causa di una penna persa  e morsicature della cattiva sorte per  la rotolata  di una maràngia!”.

Questo associare nei segni nefasti della discesa tanto la perdita della penna quanto la ruzzolata dell’arancia, autorizza a credere che, originariamente, alla mano della quarémma ne venivano appese sette di marànge , ognuna con la sua brava penna infilzata; uso probabilmente soppresso a causa della difficoltà incontrata nel far reggere i sette pesanti frutti, non dimenticando al proposito che i fantocci rimanevano per ben quaranta giorni esposti alle intemperie, per cui bastava un più gagliardo proporsi di vento a mutilarne le orpellature. A ulteriore avallo dell’ipotesi sta il fatto che i ragazzi, appena toccata terra, ricevevano, ognuno dalla propria madre, una maràngia  da consegnare  insieme alla penna al vecchio, ai cui piedi c’era un paniere nel quale depositare i frutti. Un’operazione alla quale non si dava importanza, concentrando l’attenzione unicamente sulle penne, rette con solennità quasi fossero trofei e che il vecchio, dopo averle accuratamente sistemate a ventaglio, deponeva sobbra’a nnu quatiéddhru o nna liccìsa (su una pietra – tufacea o leccese – squadrata) precedentemente sistemata al centro del cerchio  dal più autorevole dei capifamiglia presenti, affinché servisse come improvvisato piano di ara.

Ormai si era nell’ultima fase del rito espiatorio, ma prima di procedere alla bruciatura delle penne, valevole appunto come simbolica cancellazione delle colpe, si chiedeva al cielo un segno di accettazione, implorando coralmente: “Nfàcciate Ddiu, e ll’uégghiu pi bbrusciàre mànnalu cu nna manu ca sta ffiùra” (“Testimonia  la tua presenza, o Dio, facendo sì che a portarci l’olio per bruciare sia la mano di una creatura in fioritura”). Detto questo, i presenti rompevano il cerchio, disponendosi in due file compatte, e dal fondo, con l’aria liliale di una comunicanda, si faceva avanti una donna visibilmente gravida: “Simente minàu ratìci, e ssontu terra ca ngrossa la spica” (“Il seme ha messo radici, e sono terra che ingrossa la spiga”), attestava ponendosi alla sinistra dell’officiante, subito aggiungendo con maggiorata enfasi: “Ndegna jò, ma l’ànima nnucénte ca bbi nnucu pote tare uégghiu a lli piéti ti Ddiu” (“Io sono indegna, ma la creatura innocente che vi porto può permettersi di offrire l’olio da bruciare ai piedi di Dio”). Cavata dalla tasca del grembiule una bottiglietta di olio, la svuotava sulle penne, tracciando segni di croce e intonando un “Credo” al quale tutti facevano coro, pronti a ricomporre il cerchio non appena il vecchio, accostando un tizzone acceso,dava fuoco alle penne.

Non rimaneva che sbucciare le marànge: un compito svolto dalle donne, anche se era pur sempre l’officiante a distribuirne gli spicchi, a uno a uno, religiosamente come fossero ostie, e non senza aver prima raccomandato: “Ci bbi rrappa la lengua, pinsàti a llu fele ti Cristu!” (“Se vi si inasprisce la lingua, pensate al fiele che ha dovuto bere Cristo!”).

Allo sgradevole odore dell’olio bruciato, per un attimo si sovrapponeva quello amarognolo emanato dalle bucce delle arance, subito fatte oggetto di spartizione – qualche volta di contesa – da parte delle donne: se le dovevano portare a casa, e come teste dell’avvenuto rituale e come esca profumata da usare nel mezzogiorno del giovedì santo, quando, ormai finita la quarantena, le quarémme venivano rimosse dalle loro postazioni aeree e, in un crescendo di selvaggia euforia, buttare abbasso per essere bruciate in un unico falò, sul quale si lanciavano appunto le bucce di maràngia  unitamente a manciate di sale.

caremma1

Anche se c’era ancora da scontare il “pane e acqua” del venerdì santo e piangere il Cristo morto correndo di chiesa in chiesa dietro la statua dell’Addolorata al lugubre suono ti la fròttula (del crotalo), già si respirava aria pasquale: issati al posto delle quarémme  folti rami d’ulivo benedetto tenuti appositamente in serbo fin dalla domenica delle Palme, e nell’euforica attesa di potere ammirare a sera li santi sipùrchi  (i sacri sepolcri, cioè le reposizioni del Santissimo Sacramento), i cui caratteristici piatti di ranucìgghiu (germogli di grano) trasformavano gli altari in altrettanto campi primaverili, tutti rientravano nelle loro case, pronti a prendere d’assalto la mminisciàta ti pizzariéddhri ndurcinàti (scodellata di maccheroncini addolciti), tanto più calamitanti in quanto alla loro insolita proposizione infrasettimanale assommavano un’altrettanto insolita manipolazione gastronomica.

* La gallina nera, essendo usata dalle fattucchiere nell’orditura dei loro malefici, veniva guardata dal popolo con sospetto: sentirla cantare da gallo (verso emesso spontaneamente di tanto in tanto) era annuncio di morte. Anche le sue penne rientravano nell’alone della negatività: trovarsele sul proprio cammino o, peggio ancora, sulla soglia di casa, era simbolo dell’avventarsi di una disgrazia, per cui, a neutralizzazione, occorreva raccoglierle e bruciarle in un determinato modo.

caremma

Da “TRE SANTI E UNA CAMPAGNA”, Culti Magico-Religiosi  nel Salento fine Ottocento, con la collaborazione di Nino Pensabene, Laterza, Bari, 1994 (pagg. 252-258)

 

La prima parte si trova qui:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/24/il-periodo-quaresimale-della-civilta-contadina-alla-fine-dellottocento/

 

Il periodo quaresimale della civiltà contadina del Salento (II parte)

Salento fine Ottocento

La Quaremma

(seconda parte)

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Al primo tocco della campana di mezzogiorno uomini, donne e bambini erano lesti a  confluire al centro della strada, vicolo o corte dove abitavano, ordinatamente sistemandosi a largo cerchio, come a tracciare un perimetro sacrale. L’officiante della cerimonia, scelto nella persona del residente più anziano, era l’ultimo ad arrivare, scenograficamente sbucando dal punto più lontano e avanzando lentamente, quasi volesse, nel suo passo stanco,  materializzare il senso della mortificazione. Al suo apparire le donne nascondevano le mani sotto il grembiule in segno di compunzione, mentre gli uomini, scopertosi il capo e deposte a terra le coppole, gli si facevano incontro per scortarlo onorevolmente fino al centro del cerchio, da dove, appena giunto, invitava i presenti a segnarsi di croce e ringraziare il Padreterno pi llu tiémpu utu a ssardàre li cunti e scansare lu fuécu (per il tempo avuto a saldare il debito facendo penitenza ed evitare così l’inferno). A un suo triplice schioccare di dita, poi, i ragazzi prescelti a fare la spinnàta (la spennata), e che fino a quel momento erano rimasti in attesa ognuno sulla soglia della propria casa, partivano a razzo, sveltamente arrampicandosi sobbra lli scale lliatìzze (su delle lunghe scale a pioli) precedentemente disposte in corrispondenza di ogni quarémma. Dopo aver raggiunto il culmine dei comignoli e aver sostato un attimo pi ddare tiémpu a llu celu cu lli éscia (per far sì che il cielo avesse il tempo di notarli), sfilavano una delle penne confitte nell’arancia, contemporaneamente staccandone il filo di lana che lasciavano penzoloni nel vuoto. Dal basso intanto li raggiungeva un coro di voci, capeggiate da quella tremula del vecchio:

Passàu nn’àura simàna e cchiù bbicina ddirlàmpa la croce: Cristu, pirdòna a lli piccati nuésci! Ti lu circàmu cu lla facce an terra: Cristu, pirdòna a lli piccati nuésci!

 “E’ passata un’altra settimana e più vicina lampeggia la croce: Cristo, perdona i nostri peccati! Te lo chiediamo con la faccia a terra: Cristo, perdona i nostri peccati!”.

A guardarla dall’alto, quella manciata di penitenti che si battevano il petto con i pugni doveva essere più che pittoresca, ma i ragazzi non avevano tempo alla riflessione: dovevano affrontare la discesa, e madri e nonne erano state chiare nel metterli sull’avviso:

Pinsàti a lla  penna… mi raccumànnu… cu nno bbi scappa ti manu… ricurdàtibbe ca sempre s’à ddittu: centu spintùre pi nna penna persa e mmuzzicàte ti la mala sorte pi nna ruculàta ti maràngia!

“Pensate alla penna… mi raccomando… che non vi sfugga di mano… ricordatevi che si è sempre detto: cento (molte) sventure a causa di una penna persa  e morsicature della cattiva sorte per  la rotolata  di una maràngia!”.

Questo associare nei segni nefasti della discesa tanto la perdita della penna quanto la ruzzolata dell’arancia, autorizza a credere che, originariamente, alla mano della quarémma ne venivano appese sette di marànge , ognuna con la sua brava penna infilzata; uso probabilmente soppresso a causa della difficoltà incontrata nel far reggere i sette pesanti frutti, non dimenticando al proposito che i fantocci rimanevano per ben quaranta giorni esposti alle intemperie, per cui bastava un più gagliardo proporsi di vento a mutilarne le orpellature. A ulteriore avallo dell’ipotesi sta il fatto che i ragazzi, appena toccata terra, ricevevano, ognuno dalla propria madre, una maràngia  da consegnare  insieme alla penna al vecchio, ai cui piedi c’era un paniere nel quale depositare i frutti. Un’operazione alla quale non si dava importanza, concentrando l’attenzione unicamente sulle penne, rette con solennità quasi fossero trofei e che il vecchio, dopo averle accuratamente sistemate a ventaglio, deponeva sobbra’a nnu quatiéddhru o nna liccìsa (su una pietra – tufacea o leccese – squadrata) precedentemente sistemata al centro del cerchio  dal più autorevole dei capifamiglia presenti, affinché servisse come improvvisato piano di ara.

Ormai si era nell’ultima fase del rito espiatorio, ma prima di procedere alla bruciatura delle penne, valevole appunto come simbolica cancellazione delle colpe, si chiedeva al cielo un segno di accettazione, implorando coralmente: “Nfàcciate Ddiu, e ll’uégghiu pi bbrusciàre mànnalu cu nna manu ca sta ffiùra” (“Testimonia  la tua presenza, o Dio, facendo sì che a portarci l’olio per bruciare sia la mano di una creatura in fioritura”). Detto questo, i presenti rompevano il cerchio, disponendosi in due file compatte, e dal fondo, con l’aria liliale di una comunicanda, si faceva avanti una donna visibilmente gravida: “Simente minàu ratìci, e ssontu terra ca ngrossa la spica” (“Il seme ha messo radici, e sono terra che ingrossa la spiga”), attestava ponendosi alla sinistra dell’officiante, subito aggiungendo con maggiorata enfasi: “Ndegna jò, ma l’ànima nnucénte ca bbi nnucu pote tare uégghiu a lli piéti ti Ddiu” (“Io sono indegna, ma la creatura innocente che vi porto può permettersi di offrire l’olio da bruciare ai piedi di Dio”). Cavata dalla tasca del grembiule una bottiglietta di olio, la svuotava sulle penne, tracciando segni di croce e intonando un “Credo” al quale tutti facevano coro, pronti a ricomporre il cerchio non appena il vecchio, accostando un tizzone acceso,dava fuoco alle penne.

Non rimaneva che sbucciare le marànge: un compito svolto dalle donne, anche se era pur sempre l’officiante a distribuirne gli spicchi, a uno a uno, religiosamente come fossero ostie, e non senza aver prima raccomandato: “Ci bbi rrappa la lengua, pinsàti a llu fele ti Cristu!” (“Se vi si inasprisce la lingua, pensate al fiele che ha dovuto bere Cristo!”).

Allo sgradevole odore dell’olio bruciato, per un attimo si sovrapponeva quello amarognolo emanato dalle bucce delle arance, subito fatte oggetto di spartizione – qualche volta di contesa – da parte delle donne: se le dovevano portare a casa, e come teste dell’avvenuto rituale e come esca profumata da usare nel mezzogiorno del giovedì santo, quando, ormai finita la quarantena, le quarémme venivano rimosse dalle loro postazioni aeree e, in un crescendo di selvaggia euforia, buttare abbasso per essere bruciate in un unico falò, sul quale si lanciavano appunto le bucce di maràngia  unitamente a manciate di sale.

caremma1

Anche se c’era ancora da scontare il “pane e acqua” del venerdì santo e piangere il Cristo morto correndo di chiesa in chiesa dietro la statua dell’Addolorata al lugubre suono ti la fròttula (del crotalo), già si respirava aria pasquale: issati al posto delle quarémme  folti rami d’ulivo benedetto tenuti appositamente in serbo fin dalla domenica delle Palme, e nell’euforica attesa di potere ammirare a sera li santi sipùrchi  (i sacri sepolcri, cioè le reposizioni del Santissimo Sacramento), i cui caratteristici piatti di ranucìgghiu (germogli di grano) trasformavano gli altari in altrettanto campi primaverili, tutti rientravano nelle loro case, pronti a prendere d’assalto la mminisciàta ti pizzariéddhri ndurcinàti (scodellata di maccheroncini addolciti), tanto più calamitanti in quanto alla loro insolita proposizione infrasettimanale assommavano un’altrettanto insolita manipolazione gastronomica.

* La gallina nera, essendo usata dalle fattucchiere nell’orditura dei loro malefici, veniva guardata dal popolo con sospetto: sentirla cantare da gallo (verso emesso spontaneamente di tanto in tanto) era annuncio di morte. Anche le sue penne rientravano nell’alone della negatività: trovarsele sul proprio cammino o, peggio ancora, sulla soglia di casa, era simbolo dell’avventarsi di una disgrazia, per cui, a neutralizzazione, occorreva raccoglierle e bruciarle in un determinato modo.

caremma

Da “TRE SANTI E UNA CAMPAGNA”, Culti Magico-Religiosi  nel Salento fine Ottocento, con la collaborazione di Nino Pensabene, Laterza, Bari, 1994 (pagg. 252-258)

 

La prima parte si trova qui:

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Quaresima e caremme salentine

di Emilio Panarese

La «caremma» o «quaremma» (dal lat. «quadragesima (dies)», fr. caréme, sp. cuaresma, prov. caresma) corrisponde all’italiano «Quaresima»: spazio di quaranta giorni, dal Mercoledì delle Ceneri alla Pasqua, periodo dedicato all’astinenza e al digiuno, in memoria dei quaranta giorni di digiuno osservati da Gesù (Mt. IV, 2) prima di iniziare il suo ministero.

Rappresenta la mortificazione dei sensi, la mestizia, il lavoro, il pentimento che vengono dietro al peccato dopo la baldoria del Carnevale.

Ricorda la Moira, la Parca che filava il destino degli uomini. Nel leccese, sino a poco tempo fa, sulle terrazze o sui balconi delle case, rappresentava la «caremma» un fantoccio di panno vestito di nero, che filava la conocchia. Sotto i piedi aveva un’arancia con tante penne disposte in raggio quante sono le settimane della quaresima. Alla fine di ogni settimana si toglieva una penna. Poi il giorno di Pasqua, quando le campane sonavano a distesa annunziando la gloria di Cristo, la «caremma» detta pure «zzita caremma» veniva sparata col fucile o con un mortaretto.
Secondo S. La Sorsa questa tradizione salentina trova origine nei romani «oscilla», ricordati da Virgilio (Georg., l. 2, vv. 389-390), secondo il quale, in ricorrenza delle feste Liberalia, in onore di Libero o Bacco, i pagani usavano appendere agli alberi certe figurine o ‘immaginette’ di cera, le quali, dondolando al vento, propiziavano il dio ed arrecavano prosperità alle vigne.
«Me pari propriu nna caremma» si dice a donna magra o brutta e fin troppo avvolta nei panni.

Ecco come ci dipinge la «Caremma» Francescantonio D’Amelio, il più famoso dei poeti leccesi in vernacolo, in «Lu carnìali de lu 1829, ci se llicenzia de Lecce »: « … la quaremma già sta trase./ Idda stae sutta alla porta,/ nde sta bisciu già le spie; / e le cose ci sta porta/ tutte su’ cuntrarie a mmie.// Porta prèdeche a nna manu,/ e all’autra li celizzi; / e camina chianu chianul sia ca nc’ede scufulizzi.// Ae deòta, e nnu te uarda,/ tene pura la cuscenzia;// ddemazzuta è comu sarda/ pe lla trroppu penetenzia.//
La sta sècuta lu trenu/ de le proprie mercanzìe: // fàe ngrappate cu llu rienu,/ fiche, passule e bulìe;// migghiu, tòleca e pasùli,/ capetune mmarenatu,/ sarde, alici, pampasciùli,/ baccalà e stoccu seccatu.// Ah! li tiempi su’ rreati/cu mme mintu ntorna a bbiaggiu: / stàtiu bbuèni, se campati/ l’annu entùru tornaràggiu.//»
Ne diamo qui la traduzione, soprattutto per ricordare i «cibi quaresimali» dei nostro avi…
« … già è vicina la quaresima. Anzi è già sotto l’arco della porta, vedo già che piglia le mosse; / e le cose che sta portando son tutte contrarie, poco gradite a me.// Porta predicozzi in una mano, e nell’altra i celizi della penitenza;/ e cammina piano piano/ come se ci fossero «scivolizzi» (bucce o cose umide che fanno scivolare)./ / Cammina devota, e non ti degna neppure di uno sguardo,/ ha la coscienza pura;/ ed è magra come una sarda per l’eccessiva penitenza. // Le vien dietro il carro delle proprie mercanzìe:/ fave secche «ngrappate» con l’origano (alle quali, cioè, coi denti è stato tolto l’occhio superiore per impedirne il germoglio),/ fichi secchi, uva passita e ulive;// miglio (che nel leccese, nel secolo scorso, si mangiava bollito e condito con ricotta e olio, dopo. che era stato leggermente pestato ed infornato), «tòleca» (robiglia o cicerchia, lat. cicercula, legume selvatico rampicante, da non confondere con la veccia, coltivato come foraggio), fagioli, capitone marinato,/ sarde. alici, «pampasciùli» (bulbi, lat. hyacinthus comosus, che si mangiano bolliti con olio e aceto o in agrodolce solo nella Puglia),/ baccalà e stoccafisso.//
Povero me! I tristi tempi della penitenza sono già arrivati/ devo mettermi di nuovo in viaggio: / statemi bene in salute, se vivrete / l’anno venturo, a carnevale, tornerò (a tenervi allegri).//»

 

In «Tempo d’oggi», II (6), 1975. Per gentile concessione dell’Autore e del figlio Roberto Panarese

Così iniziava la Quaresima a Taranto

Così iniziava la Quaresima a Taranto
A mezzanotte i rintocchi de “a foròre”

 Mercoledì delle ceneri

di Angelo Diofano

Ultimo giorno di Carnevale, delle cui feste a Taranto non esiste quasi più nulla. Neanche i più anziani hanno memoria di quanto accadeva il martedì grasso in Città vecchia. Un grande e variopinto corteo di maschere (racconta Claudio De Cuia) percorreva l’antica Via Maggiore; in testa prendeva posto “U tate”, un fantoccio rappresentante il Carnevale, disteso su un carretto tirato a mano. Dietro, prendevano posto uomini travestiti da donne che gridavano in modo assai comico il loro dolore, in un frastuono di fischietti, trombette e tamburelli che non è facile da immaginare. All’arrivo in Piazza Fontana aveva inizio “‘a petrescìne”, una guerra di confetti, che venivano lanciati tra gruppi contrapposti con una furia incredibile, come una grandinata fitta e incessante. I ragazzini tra la folla scalmanata si gettavano per terra a raccogliere i confetti, in una sorta di gara tra chi ne prendeva di più. Nel frattempo “U Tate” veniva dato alle fiamme, a significare la fine del periodo di baldoria.

In molte case si svolgevano le cosiddette “feste a componenti”, dove ognuno contribuiva come meglio poteva, per non gravare eccessivamente sul padrone di casa, portando ogni genere di prelibatezza per la delizia dei partecipanti. Un grammofono (più raramente un’orchestrina formata da una chitarra, un tamburello e una fisarmonica)) diffondeva musiche allegre che davano il ritmo ad indiavolate quadriglie E si danzava, fra scherzi e lazzi, a perdifiato, ammirando le migliori mascherine e nel frattempo mai perdendo di vista il ragazzo (o la ragazza) con si sperava di legarsi per tutta la vita.

A mezzanotte le baldoria aveva termine. Dalla cattedrale si faceva sentire il campanone dell’allora campanile normanno (poi abbattuto e sostituito da quello attuale, detto “del sovrintendente”, alquanto anonimo). Batteva i lugubri rintocchi “d’a forore”. Si entrava ufficialmente in Quaresima. Dal portone dell’arcivescovado usciva l’arcivescovo con tutto il Capitolo Metropolitano. Lentamente i sacerdoti si disponevano al centro della piazzetta, attorno alla catasta delle palme dell’anno passato, allestita da tutto il vicinato. Mentre le fiamme si levavano al cielo, l’arcivescovo benediceva il falò e recitava preghiera, alle quali il popolo rispondeva devotamente. Terminato il rito, di breve durata, la gente si accalcava per godere del tepore di quelle vampe. Quindi le donne raccoglievano in alcuni bicchierini la cenere benedetta che l’indomani sarebbe stata distribuita ai parroci per il consueto rito d’inizio Quaresima. “Ricordati, polvere sei e polvere ritornerai”, dicevano i preti mentre con una manciata di cenere ingrigivano appena i capelli dei fedeli. Uno stimolo a meditare sulla caducità della vita e delle sue effimere soddisfazioni.

Il Carnevale e la Quaresima nella tradizione popolare

Carniale e Caremma, il Carnevale e la Quaresima nella tradizione popolare salentina

 

di Marcello Gaballo

 

Il 17 gennaio, giorno delle fòcare, comincia ufficialmente il Carnevale e molti salentini già pensano a come allietarlo, programmando come divertirsi nei “sabato sera”.

Questo lieto periodo dell’anno si concluderà il martedì antecedente le S. Ceneri, lasciando il posto alle settimane quaresimali.

L’inesauribile fantasia del nostro popolo, un tempo libera dai continui condizionamenti del mass media, identificò questo periodo con due personaggi, l’uno di sesso maschile, Carniale, l’altro femminile, Caremma, sua moglie.

Difatti presso il popolo salentino Caremma si identificava con la Quaresima ed “entrava in scena” subito dopo la morte del coniuge, immaginato come un baldo giovine aduso ad ogni stravaganza. Forte di un’antichissima licenza concessagli dai romani (semel in anno licet insanire– una volta l’anno è consentito uscir fuori di testa) a Carniale era consentito tutto o quasi, a partire dal 17 gennaio di ogni anno, tanto che ancora oggi il termine viene attribuito ad ogni burlone e a chiunque si caratterizzi per la scarsa o nulla credibilità.

L’infelice moglie, le cui limitatissime esternazioni si limitavano al periodo  della Quaresima della religione cristiana, ovvero quel ciclo di quaranta giorni dedicato al digiuno e alla penitenza, poteva esibirsi ed esser notata a partire dal mercoledì delle Ceneri e fino alla domenica delle Palme.

Rispecchiava per certi aspetti quella che era la condizione femminile di decenni fa, alle cui rappresentanti era consentito uscire fuori da casa solo per le spese nel negozietto più vicino, in occasione delle sagre, per andare in chiesa e pochi altri seri motivi (visite di cortesia, funerali, ecc., purchè in compagnia del marito o di altri stretti congiunti, meglio se di sesso femminile). Non era così per il “maschio (màsculu)” di casa, che poteva trattenersi fuori dalla sua abitazione, oltre che per lavorare, per tutto il tempo che gli pareva utile e necessario.

Normalissimo quindi che esso fosse beone e buongustaio, proprio come veniva visto il nostro Carniale, straordinariamente ghiotto di salsiccia e particolarmente attratto dal buon vino, il cui tasso alcoolemico giustificava qualunque colpo di testa e perfino le risapute e mai svelate violenze domestiche.

Caremma veniva raffigurata con le sembianze di una vecchia per niente bella, vestita di nero.

Come accadde fino a qualche decennio addietro, la ricordo ancora nella sua spettrale fisionomia, appesa ad un filo che era teso tra due balconi di vico Moresco a Nardò, nei pressi della cattedrale.

Era stata realizzata sulla sagoma di un pupazzo di paglia, che indossava dismessi e consunti abiti femminili, rigorosamente neri, con capelli ricavati da un pugno di lana di scarto, resa bianca da repentina immersione in candeggina (miticìna di rrobbe).

Il capo era coperto da un fazzoletto nero e i piedi si vedevano racchiusi in due rozze scarpacce. Nella mano destra stringeva una cunocchia, nella sinistra lu fusu, antichi strumenti necessari per la lavorazione domestica della lana, probabile reminiscenza delle Parche latine.

Ricordo bene anche l’arancia fissata sulla conocchia, forse per ricordare la frugalità del cibo da consumarsi nel periodo quaresimale, e sul frutto le cinque penne di gallina, infilzate a ventaglio, per ricordare le cinque settimane quaresimali, e che venivano progressivamente sfilate ogni lunedì. Sull’asta centrale del fuso venivano invece infilati cinque taralli, anche questi eliminati con lo stesso ritmo.

Un fantoccio che era impossibile non scorgere, sempre che si passasse da quella angusta stradina per la quale si giunge in cattedrale. Quelli dotati di buona memoria al suo cospetto sciorinavano la filastrocca trasmessa dalla propria nonna:

Caremma musi-torta

si mangiò na ricotta

e a me non mi ndi tese,

brutta fèmmina ca fuese

(Caremma col labbro storto mangò una ricottina, e a me non ne dette. Che cattiva donna che fu!).

Un coacervo di simboli pagani e religiosi, a costo zero, che stuzzicava la semplice anima di un popolo oramai evoluto, che ha ritenuto utile liberarsi di orpelli cultuali e culturali come questo, per ricercare stimoli e simboli al passo con i tempi.

Carnevali magliesi di fine Ottocento: tonnellate di confetti sulla fame dei poveri.

di Emilio Panarese

Nel periodo di Carnevale, a cominciare dalla seconda decade di gennaio, c’era in Maglie, alla fine dell’800 e agli inizi del ‘900, la consuetudine di tenere nelle proprie case delle festicciole con musiche, balli mascherati e rinfreschi o, come si diceva allora, dei pubblici festini. Chi voleva dare queste pubbliche feste doveva chiedere la licenza al sindaco che la concedeva a condizione che non si praticassero giochi di qualsiasi sorta, che non si somministrassero vini o liquori e che i balli non si protraessero oltre la mezzanotte. Il prezzo d’ingresso oscillava da 15 a 20 centesimi.
La media borghesia preferiva, invece, le veglie danzanti, nell’angusto teatro P. Cossa all’extramurale di levante del nuovo borgo (poi Via Mazzini) la cui suppellettile l’intraprendente e coraggioso cittadino Giuseppe Romano (Nnonnu) aveva acquistato dal carpentiere magliese Pantaleo Rainò.
A questi veglioni, di cui era attivo animatore Stefano Ricci, i nostri buoni borghesi accorrevano numerosi, attratti dal buffet squisitissimo e dalle ottime musiche. Per allettare i magliesi a comprare la tessera di lire cinque, che dava diritto all’ingresso al teatro per tutta la durata del Carnevale, don Peppe Nonnu, che nel campo delle iniziative, delle ardite imprese non era secondo a nessuno, aveva escogitato di far girare per le vie della città nelle ore pomeridiane un gran carro, rappresentante il Carnevale, che verso sera faceva il suo ingresso trionfale nel teatro, addobbato elegantemente per l’occasione.
I ricchi proprietari, i professionisti, la gente bene insomma poteva invece sfrenarsi nelle otto sale del circolo (dell’Unione), addobbate per l’occasione con finissimo gusto o, meglio, gustare, i più fortunati, le splendide feste in casa del senatore e della contessa Tamborino-Frisari o in quella di Arcangelina Cezzi e Donato Mongiò: tutte le domeniche essi li accoglievano ospitali nell’ampio salone e nei decorati salotti dove tante belle signore e tante graziosissime elegantissime signorine sino all’alba, mai stanche di intrecciare quadriglie e valzer e polke dopo la succulentissima cena di svariati piatti di ostriche, di pasticcetti di carne, di galantina di tacchino, di arrosti saporiti di vitello innaffiati con Tokaj sincero e di stravecchi vini scelti, di liquori, di champagne e di caffè.

Per qualche altro ricco proprietario il carnevale è anche l’occasione propizia per fare sfoggio di beneficenza come quello offerto l’ultimo giorno del febbraio del 1897 dall’avv. Raffaello Garzia nei locali del’Ospedale M. Tamborino, gentilmente concessi dalla Congregazione di Carità, a ben 200 poveri e servito con squisito pensiero da signore e signorine magliesi.

Nelle ultime due domeniche e nei due ultimi giovedì (dei cumpari e di sciuvedìa crasseddu) ma specialmente nell’ultimo giorno, il martedì, i vicoli della periferia e le vie del centro storico erano attraversati da allegre brigate di cittadini in maschera, da carri graziosamente addobbati, ma anche da rustici carretti con fantocci di paglia e goffe maschere imitanti i mestieri e i personaggi più in vista del paese.

Ma ciò che attirava maggiormente il popolino, assolvendo in un certo qual modo ad una funzione ludico-aggregativa e dando quel qualcosa che doveva sbalordire, era la sfilata degli eleganti carri dei ricchi proprietari del luogo,

Per una storia del Carnevale

di Paolo Vincenti

“Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza.” Questa famosissima ballata di Lorenzo De’ Medici, conosciuta come “Il trionfo di Bacco a Arianna”, è uno di quei canti carnascialeschi che, nel Quattrocento, a Firenze, durante il Carnevale o “Carnasciale”, venivano cantati dalle allegre maschere in coro su dei carri sontuosamente addobbati. Il canto di Lorenzo, canto della gioventù lieta e fuggitiva, è un invito alla gioia e alla festa. E quale migliore occasione, per lasciarsi andare alla gioia e alla festa, del Carnevale?

“A Carnevale ogni scherzo vale”: ma non è uno scherzo provare a ricostruire le origini di questa festa antichissima, sospesa tra sacro e profano. La maggior parte degli studiosi ha visto una continuità fra questa festa e gli antichi “Saturnali”, che si celebravano a Roma in dicembre.

I Saturnali  (descritti da Macrobio nella sua opera “Saturnalia”) erano dei giorni, nel cuore dell’inverno, dedicati al dio Saturno e si tenevano grandi festeggiamenti, durante i quali i romani si travestivano ed accadeva che i nobili indossassero le misere vesti degli schiavi ed i poveri indossassero gli abiti dei nobili. Per andare ancora più indietro nel tempo, si può arrivare alle feste Dionisiache greche, durante le quali, i devoti, invasati dal dio, cantavano, ballavano selvaggiamente e si univano promiscuamente fra di loro. Queste feste sono diventate poi, a Roma, i Baccanali che, ad un certo punto della storia romana, a causa della loro degenerazione, vennero repressi per legge ( 186 d.C.).

Il Carnevale si può anche collegare alle feste in onore del dio Attis, paredro della Grande dea madre Cibele. Il 25 marzo, che era considerato equinozio di primavera, si faceva risorgere il dio dalla morte e questa resurrezione veniva celebrata, a Roma, con alte grida di gioia e scoppi di vera follia: era infatti la festa della gioia, “Hilaria”, e durante questa festa, la licenza era generale; ognuno poteva dire e fare ciò che più gli piaceva e la gente girava mascherata per le strade, in questo Carnevale “ante litteram”.

Durante il regno di Commodo, una banda di cospiratori pensò di approfittare del Carnevale per uccidere l’Imperatore. I cospiratori, indossata l’uniforme della guardia imperiale, si mischiarono alla chiassosa folla e tentarono di pugnalare l’Imperatore, ma il complotto non riuscì.

ph Wanblee da Wikipedia

Alcuni studiosi fanno derivare questa festa dalle grandi celebrazioni che si tenevano a Roma in onore della dea Iside. Il  “Navigium Isidis, “la Barca di Iside”, coincideva, dopo l’interruzione invernale, con la riapertura della

La Caremma salentina

foto Mino Presicce (tutti i diritti riservati – vietata la riproduzione)

 

di Paolo Vincenti

La Caremma è un personaggio della tradizione popolare che ci porta ad un passato, neanche remoto, fatto di usi e costumi, odori e colori che rischiano di scomparire. Essa stava per uscire definitivamente dall’immaginario collettivo, ma, da qualche anno, riappare sui balconi di alcune case durante il periodo della Quaresima. La Caremma è la madre del Carnevale e, con la sua bruttezza, rappresenta la Quaresima, il periodo cioè dell’astinenza e del digiuno canonico. E’ raffigurata da un fantoccio a forma di donna, vestita di nero e in posizione seduta: in una mano ha un fuso con un filo di lana e nell’altra una arancia trafitta da sette penne di gallina.

foto Mino Presicce (tutti i diritti riservati – vietata la riproduzione)

Questo  strumento rappresentava, nella società contadina di qualche anno fa, un improvvisato calendario quaresimale che, settimana dopo settimana,

Il Carnevale pugliese tra simbologie, eccessi e divieti

La relazione di Teresa Rauzino al Convegno del Centro Studi Martella: Il Carnevale com’era… Antiche tradizioni pugliesi. garganiche e peschiciane

 

di Teresa Maria Rauzino

Qualche anno fa, precisamente nel 2007, il prof. Pietro Sisto  dell’Università di Bari e Taranto mi invitò a pubblicare il mio saggio sulla “Zeza Zeza (perduta) del Carnevale di Peschici”  (pubblicato in anteprima sull’Attacco)  nel suo libro” L’ultima festa”, edito da Progedit. Un bellissimo libro che suscita sempre il mio interesse e che mi preme presentare anche ai nostri lettori.

Quella raccontata da Sisto è la prima “storia” del Carnevale in Puglia indagata negli  aspetti antropologici, nelle profonde trasformazioni che, soprattutto nel secolo scorso, hanno accompagnato la festa in angoli diversi della regione, dalla più nota Putignano fino a Trani, Molfetta, Bitonto, e ai centri “minori” (ma non per questo meno importanti) come Peschici.

Il Carnevale a Putignano partiva dal 26 dicembre, giorno di Santo Stefano, una festa nata in relazione alla traslazione delle reliquie del santo da un’altra città, per preservarle dall’attacco dei Turchi. E’ il 1394. La popolazione festeggia, si traveste in maschera.

Lo faceva anche il 17 gennaio festa di sant’Antonio Abate, che dava il via ufficiale al carnevale pugliese, che proseguiva, il 2 febbraio, con la festa della Candelora, fino ad arrivare al giovedì grasso e al martedì grasso che chiudevano la festa.

Quattro erano gli animali che rappresentavano la ritualità del carnevale: l’asino, il maiale (porco), il tacchino (vicc) e l’orso. A Putignano era proprio la festa dell’orso che apriva (ed apre ancora oggi) i festeggiamenti. L’orso simboleggiava il risveglio della natura, e il propiziarsi la stagione favorevole perché il 2 febbraio, l’orso prediceva (all’incontrario) il tempo buono se quel giorno il tempo era cattivo, e viceversa.

Dell’ “ultima festa” Sisto mette in luce non solo i riti più irriverenti, legati al divertimento, ai piaceri del corpo e alla gastronomia, ma anche il rovesciamento dei ruoli sociali, e lo scontro tra società laica e gerarchie ecclesiastiche che si opposero strenuamente, ma con scarsi risultati, allo spirito carnevalesco della società contadina.

Intriganti sono le osservazioni che Sisto fa sul modo in cui il Carnevale veniva osteggiato dalle autorità ecclesiastiche. Il Carnevale era un periodo  in cui le licenziosità erano all’ordine del giorno, per cui la Chiesa “ufficiale” sentiva il dovere di intervenire, emanando degli editti che proibivano certi comportamenti “lascivi”. E lo faceva in modo forte, proibendo ai chierici e alle suore di festeggiare il Carnevale.  Ne succedevano di tutti i colori, nei

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