Nardò e Venezia: un gemellaggio a modo mio

di Armando Polito

Questo post è la naturale integrazione del precedente sull’Asso del 19 agosto u. s. Nel primo atto del 31 dicembre 1427 ivi citato compare la locuzione in loco nominato de Ponte, la quale, in concomitanza di rivum ricorrente poco dopo, fa pensare all’esistenza di un ponte, a meno che Ponte non contenga un riferimento ad altro, come, per esempio, il nome del proprietario di quel tempo o di tempi addirittura anteriori. Tuttavia, che si tratti effettivamente di un ponte, con funzioni molto simili a quelle che a Venezia hanno le passerelle in caso di acqua alta (con la differenza che queste sono mobili, mentre quello era fisso), sembrerebbe confermarlo quanto scrive Giovanni Bernardino Tafuri1: Tiene ella (la porta di S. Paolo) avanti a se (sic!) un largo, e spazioso atrio con proporzionata strada dirimpetto, che conduce ad un’antica Cappella detta la Madonna del Ponte, così detta per alcuni ponti quivi vicini fatti fabbricare dal pubblico per comodità non men de’ cittadini, che de’ forestieri viandanti per l’acque, che ne’ tempi piovosi quivi soglionsi fermare.

Stando al Tafuri, dunque, i ponti (con funzioni di passerella) sarebbero più di uno. Ho già avuto occasione di parlare della nota scarsa attendibilità storica del Tafuri noto  confezionatore, insieme col Pollidori, di documenti falsi; nella fattispecie, però, lo ritengo attendibile perché non vedo quale elemento di esaltazione truffaldina delle memorie patrie possa essere ravvisato nell’attestazione fasulla dell’esistenza di uno o più ponti.

Lascia inizialmente perplessi, piuttosto, il fatto che un ponte risulta raffigurato solo in una delle due tavole2 che corredano lo scritto prima riportato, che di seguito riproduco.

La perplessità iniziale, però, si ridimensiona considerando che nella seconda tavola, che è una vera e propria mappa, tutta l’attenzione è dedicata agli edifici e, d’altra parte, la rappresentazione di un ponte sarebbe stata inusuale oltre che difficile.

Già, mi si potrebbe far osservare, ma egli parla di ponti . Non credo neppure, a tal proposito, che il plurale abbia un valore enfatico perché la presenza di una passerella di tal fatta, totalmente staccata dalle mura e, addirittura, al loro interno sarebbe attestata dalla cartografia del Blaeu datata 1663 (nelle foto sottostanti l’insieme e il dettaglio).

La didascalia al numero 4 che contraddistingue il nostro dettaglio recita, infatti, Altra porta falsa e quella relativa alla lettera z (visibile nel dettaglio sottostante) Porta falsa, donde esce l’acqua che piglia la città per le pilogge (sic!); è chiaramente visibile, questa volta all’esterno della cinta muraria, un ponte.

A poco più di cinquanta anni dalla tavola del libro del Tafuri il ponte appare con una conformazione assolutamente uguale nell’acquerello dI J. L. Desprez datato 1785, di seguito riprodotto.

Riassumendo: il nostro ponte è presente nella prima tavola del Tafuri ma assente in quella del Blaeu. Il plurale ponti usato dal Tafuri potrebbe anche essere inteso come la sommatoria diacronica di un unico ponte  (o di un sistema di ponti) più volte ricostruito e il rifacimento e l’ampliamento commissionati dall’Università di Nardò al maestro Nicola Pugliese, di cui è testimonianza un atto del 2 settembre 1594 redatto dal notaio Giovanni Francesco Nociglia3, non sarebbero altro che un anello di una lunga storia iniziata probabilmente molto prima del 1427.4

E oggi? Recentemente è stato approvato un piano che prevede la deviazione del canale dell’Asso5 per scongiurare le esondazioni tutt’altro che rare,  proprio come secoli fa, in caso di pioggie abbondanti. Anche se non dovesse esserci nessun errore di progettazione, la normale manutenzione fosse regolarmente condotta  e l’Asso non dovesse più procurare paura e danni, rimarrà, purtroppo, attuale il mio gemellaggio (totalmente gratuito, questo,  per il contribuente…) con Venezia, dal momento che questa zona del territorio neretino di cui mi sono occupato non è la sola a rischio allagamenti (e solo indirettamente per cause naturali, nel senso che se l’antropizzazione non rispetta le pendenze o ostacola in qualsiasi modo il deflusso delle acque anche un semplice, in altri tempi innocuo, acquazzone può provocare disastri ). Ma, almeno fino a quando le casse comunali manderanno eco di vuoto, non vedremo mai, come a Venezia, installate passerelle mobili.

Meglio così, perché quasi sicuramente la gestione di un simile servizio costerebbe molto più che dotare di uno yacht di medie dimensioni le persone  interessate all’attraversamento…

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1 Cito dalla prima edizione parziale (primi sei capitoli del primo libro) di Dell’origine, sito ed antichità della città di Nardò di Gio. Bernardino Tafuri, pubblicata nel tomo XI degli Opuscoli scientifici e filologici dedicati da Angiolo Calogierà (così è scritto nella dedica, Calogerà è la grafia abituale) al benedettino Bernard Pez, tomo uscito a Venezia per i tipi di Cristoforo Zane nel 1735, pag. 41. L’opera integrale uscì in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò a cura di Michele Tafuri a Napoli per i tipi della Stamperia dell’iride nel 1848.

2 Entrambe con l’indicazione tomo XI pag. 34 e presenti solo nella prima delle due edizioni di cui si è detto nella nota 1.

3 Giovanni Cosi, Il notaio e la pandetta, Congedo, Galatina, 1992 pag. 79.

4 Si riferirebbero proprio al ponte del 1594 (ad onor del vero questa è la data del conferimento dell’appalto; si sa poi che Nicola Pugliese morì prima della fine dei lavori e che i due figli s’impegnarono con un atto redatto dal notaio Fontò il 29 luglio 1595 a completare l’opera del padre) le strutture rinvenute nel corso degli scavi per la fornitura del gas secondo quanto riportato dal quotidiano locale on line Il tacco d’Italia in un articolo del 16 gennaio 2007 (http://www.iltaccoditalia.info/sito/index-a.asp?id=5424) a firma di null (sic!).

5 Non sapremo mai, forse, se il nostro ponte scavalcasse o meno l’Asso (nome che non compare in nessuno dei documenti ricordati), ma è incontrovertibile che il fiume, vicinissimo, alimentato dalle piogge, fosse soggetto ad esondare, tanto che, per ovviare agli allagamenti dovuti alle piogge e ai concomitanti straripamenti del fiume, venne realizzato più che un ponte un sistema di ponti, come chiaramente si evince dal testo dell’atto del 1594  dove, fra l’altro, si legge: “…s’havria da revestire il detto ponte da dove sta oggi per larghezza et correrà per lo ponte de le Rene che hoggi si trova fatto a così il brazzo del primo ponte seno alla Tufara…”.

Sulle tracce dell'Asso

Ecco la "bocca" della vora delle Colucce in cui si riversa il torrente Asso

 

di Armando Polito

Nel suo intervento al mio post sulla naca del 17 agosto u. s. l’amico Marcello citava alcuni idronimi ricordando nel contempo il torrente Asso. Oltre a Naca, Nelu, Ngonga e Patùli anche Asso molto probabilmente è un idronimo, neppure tanto originale, visto che Asso si chiama pure un affluente dell’Orcia, a sua volta affluente dell’Ombrone nella Toscana meridionale e che Auser era l’antico nome del Serchio, sempre per restare in Toscana. Non è finita: per andare più indietro nel tempo scomodando il mondo greco, un fiume Assos nella Troade è citato due volte da Plutarco (Vite parallele: Silla, XVI, 12 e XVII, 5) e, per andare ancora più a ritroso, apsu in accadico significa acqua profonda. I più antichi riferimenti al nostro torrente che son riuscito a trovare sono contenuti in due atti.

Il primo risale al 31 dicembre 1427 (incredibile, allora i notai lavoravano pure nell’ultimo giorno dell’anno…): “…item in pertinenciis Neritoni in loco nominato de Ponte terrarum ortos quatuor, iuxta terras Philippi de Epifanio,

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