L’Ilva di Taranto, la sfida di un equilibrio fra ambiente e lavoro

Il rione Tamburi a Taranto

di Paolo Rausa

L’esplosione della rabbia operaia all’indomani della sentenza storica con la quale il giudice Patrizia Todisco ha imposto la chiusura del centro siderurgico di Taranto e l’arresto di otto dirigenti dello stabilimento industriale si è imposta all’opinione pubblica e suscita alcune osservazioni apparentemente contrastanti, di solidarietà con i 12.000 lavoratori circa che rischiano il posto di lavoro e di allarme per le condizioni ambientali in cui versa da anni il rione Tamburi, che vive, o meglio che muore, in simbiosi con l’Ilva. La sentenza di sequestro non lascia scampo perché detta i tempi e i modi degli interventi di spegnimento degli altiforni e inoltre mette sotto accusa per disastro e inquinamento ambientale la dirigenza dell’azienda, che “ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza” con la conseguenza che “l’imponente dispersione di sostanze nocive nell’ambiente urbanizzato ha

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