Grottaglie. A 300 anni dalla morte di S. Francesco de Geronimo

TERZO CENTENARIO DELLA MORTE

DI S. FRANCESCO DE GERONIMO S. J.

(Grottaglie 17 dicembre 1642 – Napoli 11 maggio 1716)

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di Rosario Quaranta

Riscoprire la figura e l’opera di S. Francesco De Geronimo S. J

il missionario più grande di Napoli e gloria fulgida di Grottaglie[1]

 

Esattamente 300 anni fa (11 maggio 1716), nella casa professa del “Gesù Nuovo” di Napoli, pieno di meriti e dopo una vita consacrata esclusivamente al Signore e al bene del prossimo, volava al cielo il padre Francesco de Geronimo, sacerdote professo della Compagnia di Gesù.

Per questo motivo Grottaglie è in festa e lo sarà a lungo (11 maggio 2016 – 11 maggio 2017) appunto per riscoprire, onorare e amare il suo figlio più illustre e importante, grazie a una serie di eventi e celebrazioni atte ad approfondirne la figura e il messaggio che, a distanza di tanti anni, rimangono vivi e attuali.

Personaggio importante e noto nella storia della Chiesa per il ruolo di evangelizzazione svolto per quasi tutta la vita nella Napoli tra Sei e Settecento, Francesco De Geronimo consacrò ogni momento della sua esistenza, confortato e animato dall’inseparabile suo protettore San Ciro, alla sacra predicazione e all’aiuto concreto in particolare dei poveri, degli ammalati, degli uomini e donne di malaffare, portando a tutti sollievo ed elevazione con la parola e con le opere. Un’azione umana e sociale che trovava conclusione in quella religiosa e spirituale col ritorno a una vita più degna di essere vissuta all’insegna del messaggio evangelico sintetizzato nel motto: “Tornate a Cristo!”

La sua fu una ricostruzione sociale, morale e spirituale del popolo sostenuta anche da un impulso verso pratiche devozionali (specie verso la Madonna e verso San Ciro) e da una predicazione caratterizzata da semplicità, immediatezza, compenetrazione negli ascoltatori, anche i più umili e emarginati, per ottenerne non tanto il plauso, quanto il raggiungimento dello scopo religioso e morale.

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Francesco De Geronimo nacque a Grottaglie il 17 dicembre 1642 da Giovanni Leonardo e da Gentilesca Gravina, primo di undici figli. Educato dai genitori e da una Comunità di sacerdoti, detta di S. Gaetano, costituitasi presso la chiesa di S. Mattia, il 25 maggio 1659 venne aggregato al Capitolo e Clero grottagliese e inviato al seminario di Taranto per continuare gli studi di retorica, scienze e filosofia presso il Collegio dei Gesuiti. Nel 1665 passò a Napoli per addottorarsi in teologia e in utroque jure. Ordinato sacerdote a Pozzuoli (1666), fu istitutore per qualche anno nel convitto dei Nobili diretto dai Gesuiti a Napoli. Nel 1670 cominciò il noviziato nella Compagnia di Gesù e svolse fino al 1674 un intenso apostolato missionario nel Regno di Napoli e particolarmente nella diocesi di Lecce, rivelando doti straordinarie di predicatore zelante ed efficace.

Tornato nella Capitale, vi rimase per tutto il resto della vita, circa quarant’anni, dedicandosi alle missioni popolari che prevedevano tre momenti significativi: le “Missioni al popolo”, in piazza o per le strade; la “Comunione generale” ogni terza domenica del mese; la “Conversione delle donne di cattiva fama”. La sua infaticabile azione che si irradiava dalla chiesa del “Gesù Nuovo”, si rivolse anche agli addetti alle navi, ai galeotti, ai carcerati, agli artigiani, agli ammalati. Grande rilievo diede agli “Esercizi Spirituali” a varie classi di persone e specie alle religiose. Morì l’11 maggio 1716. Fu beatificato da Pio VII il 2 maggio 1806 e canonizzato da Gregorio XVI il 26 maggio 1839.

Il suo corpo venne riposto in una magnifica cappella a lui intitolata nel “Gesù Nuovo di” Napoli, abbellita da una scultura di Francesco Jerace rappresentante il Santo in atto di predicare.

Dopo la II Guerra Mondiale le sue reliquie, in artistica urna, vennero traslate nel magnifico santuario precedentemente eretto in suo onore nel paese natale, dove nel frattempo si era stabilita una comunità di Padri Gesuiti che sulla scia del De Geronimo ha svolto e continua a svolgere una preziosa azione umana, sociale e spirituale.

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Una descrizione di P. Francesco De Geronimo

Ecco come descrive il nostro Santo il biografo contemporaneo Carlo Stradiotti che con lui viveva nel “Gesù Nuovo” di Napoli:

“Fu il Padre Francesco di statura più tosto alta che bassa; di vita smunta e scarnata; e benché ossuto non era di complessione da reggere a tante e sì continuate fatiche. Fu di testa piccola e alquanto acuta, di fronte larga, cui stringevano le tempia incavate verso il capo un poco calvo; di capellatura negra, ma sparsa di bianchi; le ciglia folte; gli occhi negri, e rientrati, che sempre teneva sommessi a terra; e quando li sollevava devotamente al Cielo, spiravano pietà: che se talora gli fissava verso alcuno, si vedevano vivaci e spiritosi e penetravano i cuori; le guancie smunte; il naso alquanto rilevato e che si slargava nelle narici; il colore abbronzito, e come cotto dal Sole; la barba negra ma sul mento bianca; il collo sottile e macilento. La voce era sonora, quando predicava; ma nel discorso familiare tutta sommessa, e umile. La bocca larga, nel che mancano i Pittori con fargliela chiusa, poiché gli dava grazia, e non difetto la dentatura mancante e scarsa di denti. Le braccia nelle strade portavale coperte sorto il mantello; e in casa incrocicchiate nel seno, con tenere spesso in mano la berretta, e il capo scoperto: cortese, anzi umile con tutti”.

Una descrizione che corrisponde perfettamente al ritratto, probabilmente il più antico, ritrovato nel Museo dei Gerolamini di Napoli, studiato e restaurato di recente da Carmine D’Anna. Un prototipo iconografico, basato sulla maschera di cera del Santo fatta subito dopo la morte, che condizionerà in maniera quasi esclusiva la raffigurazione di Francesco De Geronimo fino ai giorni nostri.

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La “morte preziosa” del P. Francesco De Geronimo nella narrazione di un testimone oculare

Considerata la fausta ricorrenza del terzo centenario della morte, proponiamo al cortese Lettore alcuni passi della testimonianza data nel processo canonico per la beatificazione dal confratello padre Francesco Fernandez che ebbe modo assistere personalmente al pio transito del De Geronimo.

“Io so molto bene – racconta egli – che il Venerabile Servo di Dio Padre Francesco de Geronimo morì in Napoli in questa Casa Professa agli 11 di Maggio dell’anno 1716 nel giorno di lunedì verso mezzogiorno, di mal di petto; e mi ricordo che poco prima di morire, detto Venerabile Servo di Dio fece molti atti di virtù in eroico grado, come benedire Iddio e ringraziarlo dei patimenti che gli aveva mandato in quella sua dolorosissima infermità. E quantunque i dolori che soffriva fossero acerbissimi, dimostrava grande ed ardente desiderio di soffrirne maggiori e dolcemente si esercitava parlando della Passione di Nostro Signor Gesù Cristo dicendo: “Io mi merito di patire; e questo è poco male in cambio di quello che dovrei avere. Cristo solamente patì senza ragione alcuna; a noi tutti si deve il patire”. E poi, riprendendo se stesso, mi ricordo che disse: “Somarello mio, abbi pazienza, patisci pure perché è poco per i tuoi peccati e ti meriti peggio”. Queste parole le ho conservate a memoria per mia consolazione e per mio esempio (…). Ricordo che si esercitava negli atti di confidenza nella bontà di Dio e di amore verso l’infinita sua amabilità, e sfogava l’amore che gli bolliva nel cuore con sospiri e lagrime, frammischiando bellissime e dolcissime giaculatorie, ed alcune volte si tratteneva a recitare Salmi interi. Le più frequenti giaculatorie che egli diceva, mi ricordo che sono le seguenti: “Mi chiamerai ed io ti risponderò. Benedetto Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, Padre di misericordia e Dio di ogni consolazione che ci consola in ogni nostra tribolazione”. Come pure: “Benediciamo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ecco le porte di Sion: i giusti entreranno per essa”. Quest’ultima giaculatoria era la più frequente nella sua bocca in quegli ultimi giorni prossimi alla morte (…). Prima di morire Padre Francesco ricevé tutti i Sacramenti della Chiesa con somma devozione, in quanto, se mal non mi ricordo, il santissimo Viatico lo ricevé tre volte (…). Prima di riceverlo fece dolcissimi e tenerissimi colloqui col Signore Sacramentato, con volto acceso da Serafino, dicendo: “E donde a me, mio Redentore, che tu venga a ritrovarmi”? E rivolto ai Padri disse: “E voi Padri miei che avete avuto tanta pazienza e bontà nel sopportare questo ignorantone, perdonatemi le mie male creanze, rozzezze, ed inciviltà. Io non posso usarvi altra gratitudine se non che quella di pregare sempre” (…).

Quando poi ricevette il Sacramento dell’estrema Unzione proferì anche parole dolcissime e di sommo affetto verso il Signore e supplicò che gli facessero guadagnare tutte le Indulgenze che gode la nostra Compagnia e la Congregazione della Missione della quale era egli Direttore; e voltandosi con le lagrime agli occhi al Superiore nostro, Padre Preposito Antonio de Angelis, disse: “Non mi riconosco degno che il mio corpo sia mandato a quella sepoltura dove stanno depositati tanti corpi di così insigni Servi di Dio; per tanto prego Vostra Riverenza a volermi fare una fossa in mezzo a questo giardino e seppellirmi con i gatti e con i cani”. E queste parole, come le altre da me riferite nell’antecedente mio esame, dette dal Servo di Dio Padre Francesco de Geronimo le ho bene tenute in memoria, poiché quando disse quelle in mia presenza e degli altri nostri Padri, volli annotarmele nel miglior modo che mi sovvennero (…).

Il Venerabile Servo di Dio Padre Francesco de Geronimo in tutto il tempo della sua infermità, fino agli ultimi momenti della sua vita, sempre stette in retti sensi ed operò e discorse come fosse sano e mostrò così con gli atti, come con le parole, di morire di buona voglia e volentieri dicendo spesse volte: “Signore, volentieri vengo a te”. E mi ricordo che nel ricevere il santissimo Viatico disse: “Signore tu mi hai dato settantaquattro anni di vita; ora mi togli da questo Mondo; vengo volentieri a te. Solo ti prego che mi voglia far partecipare del tuo bellissimo volto ed a concedermi quel Paradiso che mi hai comprato col sborso del vostro preziosissimo Sangue. Né fate, Dio mio, che i miei peccati, negligenze e tepidezze mi impediscano il possesso di un tanto Bene.

Negli ultimi giorni della sua vita 1’osservai sempre con volto ilare, pio e placido, eccetto che una mattina essendo andato nella sua camera lo trovai affannato; ed avendogli io domandato che aveva e come si sentiva, mi rispose: “Figlio, battaglia, battaglia! così piace al Signore”; e dopo qualche tempo si rasserenò secondo il suo consueto… Ma essendosi avveduto il nostro Fratello Pietro Maglietta, infermiere della Casa Professa, che già era giunto al termine della sua vita, diede il segno col campanello solito darsi quando qualche nostro Padre o Fratello sta nell’ultima agonia; e sentitosi il suono di detto campanello, così io, come gli altri Padri, accorremmo e lo ritrovammo boccheggiando, posto in atto come di chi riposa, con la destra sotto il suo volto che teneva rivolto al Cielo. E quantunque il colore naturale del suo volto fosse bruno, in quella circostanza lo vedemmo bianco come il latte e bello; e incominciata da me la recita del “Proficiscere”, tranquillamente nella pace del Signore spirò la sua anima senza dar segno alcuno di perturbazione o di moto sregolato. E tutto ciò lo so per averlo veduto”.

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La rapida diffusione della fama di santità e le suppliche per la sua beatificazione e canonizzazione

Un segno tangibile dell’immensa considerazione che Francesco godeva in vita e subito dopo la morte si può facilmente evincere dalle lettere o suppliche rivolte al Papa (furono ben 81, delle quali solo 30 furono pubblicate negli Atti del processo) per chiedere l’attivazione del processo canonico e l’introduzione della causa della sua Beatificazione e canonizzazione. Inviate al termine del processo diocesano svoltosi a Napoli tra il 1718 e il 1725 dalla Germania e da varie parti d’Italia, chiedevano con insistenza al Sommo Pontefice la rapida introduzione di detta causa nella Sacra Congregazione dei Riti.

Molte pervennero, ovviamente, dalla Puglia. Dal paese natale spedirono suppliche: il feudatario del tempo Giovanni Andrea Cicinelli, il Capitolo e Clero, l’Università o amministrazione civica, i frati minimi di S. Francesco di Paola, i frati carmelitani e le monache del monastero di Santa Chiara.

Giunsero suppliche anche da Carosino, Monteiasi, Martina, Taranto, Massafra, Avetrana, Fasano, Oria, Casalnuovo (Manduria), Francavilla, Conversano, Molfetta e Andria. Sono suppliche e lettere che, come si può immaginare, rivestono grande importanza; una trentina di queste vennero riportate interamente a cura della stessa Congregazione negli Atti del Processo canonico del 1729.

La più altisonante che chiudeva la lunga sequela è certamente la supplica di Carlo VI d’Asburgo imperatore del Sacro Romano Impero, spedita da Gratz il 27 giugno 1728. Ma tutte indistintamente costituivano la voce insistente di moltissime persone che non desideravano altro che di vedere elevato agli onori degli altari il grande Missionario di Napoli.

Ecco l’elenco riordinato cronologicamente di quelle inserite negli Atti: Giovanni Andrea Cicinelli Duca delle Grottaglie (10 gennaio 1726); Il Duca di Carosino (10 gennaio 1726); Angela Spinelli Principessa di Tarsia. Napoli (10 gennaio 1726); Principe di Cuccoli. San Vito (Chietino) 15 gennaio 1726; Carlo Ungaro Barone della Terra di Monteiasi (20 gennaio 1726); Capitolo e Clero di Martina (10 febbraio 1726); Regio Monastero di S. Chiara di Napoli (10 febbraio 1726); Ettore Carafa Duca d’Andria (16 febbraio 1726); Canonici ed Eletti della Città dell’Aquila (15 marzo 1726); Il Capitolo e Clero della Terra delle Grottaglie ( 28 marzo 1726); Università ed Uomini della Terra delle Grottaglie (30 marzo 1726); Domenico Invitti arcivescovo di Sardi (Napoli 1 giugno 1726); Francesco Cardinal Pignatelli (Napoli 8 agosto 1726); Filippo Vescovo di Conversano (29 agosto 1726); Nicolò Cardinal Caracciolo Arcivescovo di Capua (31 agosto 1726); M. Marchese d’Oria (francavilla 19 Ottobre 1726); Gli Eletti di Napoli (16 novembre 1726); Capitolo, e Clero della Chiesa Metropolitana di Taranto (27 luglio 1726); Fra Filippo Arcivescovo di Chieti (4 gennaio 1727); Compagnia della SS. Trinità dei Pellegrini, di Napoli (2 febbraio 1727); Congregazione dei Cavalieri del Gesù di Napoli (9 febbraio 1727); Città di Lecce (17. gennaio 1727); Cardinal Innico Caracciolo, Aversa (1 aprile 1727); Sindaco ed eletti di Cosenza (26 aprile 1727); Antonio Farnese, Parma (21 agosto 1727): Dorotea Sofia Duchessa di Parma, (6 agosto 1727); Clemente Augusto Arcivescovo di Colonia (Bonn 6 giugno 1728); Michele Federico Cardinale d’Althann (vicerè), Napoli 13 gennaio 1728); Carlo Alberto, Elettore di Baviera, Monaco (2 aprile 1728); D. Carlos por la Gracia de Dios Emperador, Gratz (27 giugno 1728).

È alquanto curioso il fatto che il duca di Grottaglie, che la leggenda ha dipinto sempre come empio ostacolatore della costruzione del Cappellone di San Ciro della chiesa madre grottagliese, sia stato il primo patrocinatore del processo canonico di beatificazione. Questo fatto (ma ricordiamo pure che il feudatario fu anche uno dei primi a imporre il nome di Ciro a un suo figliolo nel 1707) e il tenore stesso della supplica pongono evidentemente qualche interrogativo sulla reale verità storica di alcuni episodi tramandati dalla voce popolare.

Ecco il testo di questo importante documento:

BEATISSIMO PADRE.

Sento, che le Università e Persone grandi ed illustri di questo Regno, per adempire ai Decreti di Papa Urbano Ottavo di felice memoria, degnissimo Predecessore della Santità Vostra, concorrono unitamente a darle umilissime le lor suppliche, acciò si degni segnar la grazia per la commissione della Causa e Processi Apostolici da compilarsi sulla santa vita, virtù eroiche e miracoli del Servo di Dio Francesco di Geronimo Missionario Apostolico della Compagnia di Gesù. S’egli è così, Beatissimo Padre, non debbo io tralasciare, avendone maggior l’obbligo, di unirmi con gli altri, a darne alla Santità Vostra fervorosissime le mie, come umilmente già fò per mezzo di questa riverente, pregandola vivamente ed in fatti degnarsi commetter detta Causa ed Apostolici Processi, affinché si veda dalla Santa Sede, formati i medesimi, quanto il Signore siasi compiaciuto d’operare per i meriti ed intercessione del detto suo Servo Francesco di Geronimo che veramente visse sempre d’Apostolo, e tale facendolo vedere al mondo dopo sua morte, per le strepitose grazie e stupendi miracoli che in diverse parti e della nostra Italia e della Germania, si è degnato a sua intercessione prodigiosamente fare. Né oggidì cessa dal Cielo benignamente consolare i Devoti che al patrocinio del medesimo Servo di Dio ricorrono. La fama delle cose suddette essendo chiara, non occorre che nella medesima maggiormente mi diffonda, anche per non recare a Vostra Santità soverchiamente tedio; mi restringo solamente ad attestarle la profonda umiltà, che in grado eroico risplendeva fra le altre virtù nel detto Servo di Dio, mentre viveva e riflettendo che per la virtù suddetta il Signore sia stato compiaciuto dopo sua morte di glorificarlo. Priego adunque umilmente di nuovo la Santità Vostra a degnarsi segnare la bramata grazia e nel mentre resto certo d’ottenerla, con profondissimi inchini resto prostrato innanzi al suo Trono, baciando devotamente i suoi santi piedi. Grottaglie 10 Gennaro 1726.

Di Vostra Santità, Umilissimo, Divotissimo, ed Obligatissimo Servitor vero Giovanni Andrea Cicinelli Duca delle Grottaglie.

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Altrettanto importante è la supplica che la Communità o Università delle Grottaglie (oggi diremmo l’Amministrazione comunale) scrisse al Papa e che qui volentieri riportiamo, anche per le diverse notizie ricordate sulle due missioni che il Santo tenne nella sua città natale nel 1707 e nel 1709, compresi alcuni miracoli compiuti a favore di una coppia di popolani, di un bambino e del proprio genitore morente.

Eccola:

BEATISSIMO PADRE Alle suppliche delle altre Università insigni e personaggi illustri di questo Regno, unisce per obbligo le sue umilissime l’Università della Terra delle Grottaglie Patria del gran Servo di Dio Francesco di Geronimo Missionario veramente Apostolico della Compagnia di Gesù, instantemente pregando la Santità Vostra a volersi per ora compiacere segnar la grazia per la compilazione degli Apostolici Processi da fabricarsi sulla santa vita, eroiche virtù e santa morte del detto Servo di Dio, per poi dichiararlo Ella stessa Beato, giacche ha la facoltà di dispensare alle leggi. Le strepitose grazie, Beatissimo Padre, ed i stupendi miracoli che sua Divina Maestà, ad intercessione del medesimo suo Servo si è compiaciuta benignamente operare, e giornalmente non cessa glorificarlo in diversi luoghi di questo Regno ed in altre parti fuori di esso, specialmente in quelle della Germania, hanno maggiormente svegliato nel nostro animo, e di tutto questo Pubblico, un ardentissimo desiderio di già vederlo dalla Santità Vostra dichiarato Beato, tanto più che le Genti di questa Terra se le confessano in modo particolare obbligate per le due Missioni fatte in essa nel 1707 e 1709 con tanto spirito e profitto delle anime, oltre dei Miracoli praticati a benefizio di essi Cittadini, e precise ad una donna chiamata Rosa Quaranta, consorte di Giuseppe la Pace, la quale era così disavventurosa nei suoi Parti che prima di darli alla luce si vedevano nell’utero materno morti: onde la detta Rosa in passando un giorno il detto Servo di Dio dalla contrada ove abitava, supplicò il Padre che l’avesse toccata con lembo della sua veste, giacché faceva le creature che si morivano senza Battesimo; alle quali preghiere il Padre, tratta dal petto una cartolina delle polveri di S Ciro, la diede alla detta Rosa, ordinandole, che per tre mattine ne prendesse con recitare tre Pater & in onore della Santissima Triade, e tre altre al Santo, e lo stesso facesse in approssimarsi al parto, mentre così le Creature avrebbero il Battesimo, e non morrebbero; il che quella facendo si verificò la predizione del Servo di Dio, mentre dopo di questo avendo dato alla luce più figli, hanno tutti ricevuto il Battesimo, e ve ne sono oggidì due viventi. Altro portento il Servo di Dio praticò nel tempo della prima Missione fatta in questa Terra nel 1707 in persona del proprio suo Padre, il quale essendo di anni 88 decrepito e con grave infermità giacente in letto, che l’aveva costituito presso à morire, e ritrovandosi giunto il detto Servo di Dio per venire alle Grottaglie a far la Missione nella Città di Taranto, determinò D. Tomaso di Geronimo Arciprete Fratello di detto Servo di Dio di scrivergli che avesse dovuto differire in altro tempo la Missione per l’accidente suddetto; quando la mattina giunse in questa Terra il Servo di Dio, ed arrivato nella propria casa, ed informato dall’Arciprete suo Fratello del mal stato del lor comune Padre, si portò nella camera ov’era il di lui Genitore, il quale per incontrare il suo caro Figlio a grande stento si era levato da letto, ed inginocchiatoseli d’avanti baciandoli i piedi, li disse: “Signor Padre, voglio che domani mattina veniate agli Esercizi Spirituali”; onde fu di maraviglia a tutti un tal detto, con tutto ciò il vecchio Padre la seguente mattina riavutosi da ogni malore, stando bene, andò a sentire gli esercizi, continuando per tutto il corso di essi. Di vantaggio, dopo seguita la morte di detto Servo di Dio, ritrovandosi l’unico figlio di Giuseppe de Carolis d’età d’un anno e tre mesi già disperato da Medici, ricorse il Genitore abbandonato dalle speranze umane al favore del Servo di Dio Padre Francesco, e con le lagrime accompagnando le preghiere, le venne ispirato dal Santo di riconciliarsi con la Madre e Fratelli con li quali passava alcuni disgusti, e perché non fece conto della medesima ispirazione, s’ingagliardì il male, onde il Figlio stava per spirare; però avanzando la santa ispirazione nell’animo del detto Giuseppe, chiedendo nuovamente la vita al figlio, promise al Servo di Dio Padre Francesco di riconciliarsi con i suoi la mattina seguente; e con tal promessa mandò a pigliare la Berretta che usò il detto Padre Francesco, quando fece la Missione in questa Terra, che si conserva in casa del Fratello, e toccata con essa la testa del Bambino, ch’era quasi incadaverito, come se da morte a vita resuscitasse, rinvenne con chiamare il Padre e prender latte, e dall’ora in poi non ha patito alcun vestigio di male; tralasciando li molti altri Miracoli e grazie che Nostro Signore ad intercessione del medesimo suo Servo alla giornata per mezzo di detta Berretta si compiace dispensare. Ad ella, Beatissimo Padre, più d’ogni altro, è cognito il merito di questo Servo del Signore, e perciò alla medesima ricorriamo profondamente inchinati, supplicandola per la di lui Beatificazione, potendo dispensare, se vuole, come vivamente speriamo che voglia, alle leggi, anche per secondare la volontà del Signore, mentre a quest’oggetto si è impegnato di tanto glorificare per il passato il suo Servo, ed ogni dì seguita a farlo. Sicuri adunque delle grazie della Santità Vostra, restiamo umilissimamente baciando i suoi Santi Piedi.

Grottaglie 30 Marzo 1726. Di Vostra Santità Umilissimi, ed Obbligatissimi Servi L’Università, ed Uomini della Terra delle Grottaglie.

Il processo di canonizzazione di P. Francesco De Geronimo, dopo alcune difficoltà incontrate per via della temporanea soppressione della Compagnia di Gesù, venne ripreso e concluso, come già ricordato, con la beatificazione decretata da Pio VII il 2 maggio 1806 e con l’iscrizione nel catalogo dei santi fatta Gregorio XVI il 26 maggio 1839.

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[1] Sintesi delle relazioni tenute all’Università dell’Età Libera (UDEL) presso la Scuola Media “Sturzo” di Grottaglie, nel mese di maggio 2016.

 

Iacopo Pignatelli (1625-1698) di Grottaglie e papa Alessandro VII già vescovo di Nardò

di Armando Polito

Sembra che per uno strano destino Nord sia nella storia dell’Umanità simbolo di progresso e Sud di arretratezza, quasi il primo fosse una metafora del cielo in cui innalzarsi a spiccare fantastici voli e il secondo della terra con cui sporcarsi e, andando ancora più giù, dei suoi abissi infernali …

Questa contrapposizione, fra l’altro, coinvolge diversi livelli, spesso intersecantisi, tant’è che, si parla di Sud del mondo (in cui tra poco, continuando così,  entrerà, in deroga pure alla geografia …, l’Italia) e di Sud d’Italia. Probabilmente, per quanto ci riguarda, Sud è bello resterà una pura affermazione di comodo ( ipocrita ed autoconsolatoria, alibi per l’immobilismo che ci contraddistingue prima di tutto nella stessa conoscenza e presa di coscienza della nostra bellezza), almeno fino a che non ci metteranno e, ancor più, se non ci metteremo nelle condizioni di riservare alla nostra terra (intesa in senso esclusivamente geologico) il rispetto dovuto ed alla nostra terra (intesa, questa volta, in senso culturale) la possibilità di esprimersi e valorizzarsi anche in senso economico.

La fuga dei nostri cervelli è un fenomeno antico e il personaggio di oggi ne è uno degli innumerevoli esempi. Sarebbe diventato quello che la storia registra se fosse rimasto, come già successo per il concittadino Giuseppe Battista1, a Grottaglie? Certamente no.

Comincio dalla biografia e me la cavo riportando, per fare più presto in formato immagine, quanto si legge in Comentari del canonico Giovanni Mario Crescimbeni custode d’Arcadia, intorno alla sua istoria della volgar poesia, Basegio, Venezia, 1730, v. IV, p. 2722:

integrandolo con Lorenzo Giustiniani, Memorie istoriche degli scrittori legali del Regno di Napoli, Stamperia Simoniana, Napoli, 1788, tomo III, pp. 64-653:

Da notare in questa seconda citazione che l’iniziale Grottaglie terra in provincia di Lecce fa il pari con il Terra di Grottaglie provincia di Lecce che ho già segnalato nel post su Giuseppe Battista.

Vivendo nell’odierna civiltà in cui anche il più insignificante di noi può lasciare con un selfi o altro testimonianza del suo più o meno inutile passaggio sul pianeta, come si può fare a meno di un’immagine e non approfittare della fortuna, non sempre riservata ai grandi del passato, che il ritratto del Pignatelli, carramba che sorpresa!, è qui?

È la tavola a corredo del primo tomo dell’edizione delle Consultationes canonicae uscita per i tipi di Gabriele & Samuele De Tournes a Lione nel 17184.

Da notare in basso al centro lo stemma della famiglia Pignatelli (d’oro a tre pignatte, le prime affrontate), una delle più antiche e potenti famiglie di origine napoletana. Credo che l’abbreviazione V. C. L. vada sciolta in V(IR) C(ANONICUS) L(ICIENSIS), alla lettera: illustre uomo canonico leccese. E Cryptaleis in Salentinis=Da Grottaglie tra i Salentini.

Il 7 aprile 1655 diventava papa, assumendo il nome di Alessandro VII, Fabio Chigi, appartenente ad una notissima e strapotente famiglia di banchieri. A chi volesse saperne di più sul suo conto, in particolare sul rapporto con Nardò, di cui era stato eletto vescovo nel 1635, segnalo: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/02/alessandro-vii-un-papa-gia-vescovo-fantasma-di-nardo-e-il-suo-vice/, dove troverà anche alcune immagini che lo riguardano, e http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/14/non-ci-sono-alibi-2/.

Rientra nelle umane consuetudini (e forse debolezze …) che ogni avvenimento più o meno importante sia adeguatamente celebrato e al lettore di oggi, abituato a vedersi la casa invasa dagli amici e dalle amiche del figlio o della figlia per festeggiare pure la prima scorreggia del gatto o della gatta, credo non sarà difficile  immaginare cosa succedeva all’elezione di un papa. Tra le varie espressioni di festeggiamento un posto certamente non secondario (anche perché verba volant, scripta manent) avevano i componimenti in cui si cimentavano i letterati dell’epoca. Per Alessandro VII ce ne fu un numero cospicuo scritto dai membri dell’Accademia dei Fantastici (della quale faceva parte il Pignatelli), che due mesi dopo trovò ospitalità in un volume5 di cui riporto il frontespizio.

Il volume, le cui pagine non sono numerate, contiene un sonetto del grottagliese, il cui testo riproduco in formato immagine con, di mio,  a fronte la trascrizione e in calce qualche nota.

Non voglio nemmeno azzardarmi a giudicare se e quanto ci sia in questo sonetto di veramente sentito o ipocritamente convenzionale, mentre mi sarebbe troppo facile stigmatizzare il solito difetto (presente in tutte le religioni) dell’idea di un primato esclusivo in nome del quale da tutte le parti si continuano a commettere obbrobri di ogni tipo e la cui revisione proprio nel mondo cattolico ancora oggi deve registrare ostilità a questa o a quella apertura manifestata, addirittura, dallo stesso pontefice ….

Voglio solo ricordare al lettore, tornando al passato, che Alessandro VII improntò il suo pontificato al nepotismo e al temporalismo più spinti e voglio tenere in conto per Iacopo l’attenuante cronologica (cosa di diverso poteva augurarsi e augurare alla Chiesa e ad un papa appena eletto?).

Mi rendo conto che per la Chiesa la soluzione del conflitto di interessi è, forse, qualcosa di più complicato (proprio per la presenza della componente spirituale …) da gestire di quanto non lo sia quello che riguarda il potere politico ma non posso, integrando a modo mio il vecchio e sempre valido proverbio latino prima citato, che chiudere dicendo: verba volant, scripta manent, facta permanent testanturque (le parole volano, gli scritti restano, i fatti permangono e testimoniano).

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/12/leruzione-del-vesuvio-del-1631-nella-poesia-di-un-salentino-e-di-un-napoletano-con-una-sorpresa-finale/

2 https://books.google.it/books?id=AUkTAAAAQAAJ&pg=PA272&lpg=PA272&dq=iacopo+pignatelli+da+grottaglie&source=bl&ots=dIovtagjRB&sig=TSy8DWn8lPhFMCWFgb22CkvKErs&hl=it&sa=X&ei=f42_VOaZH8SWapnugFA&ved=0CCwQ6AEwAw#v=onepage&q=iacopo%20pignatelli%20da%20grottaglie&f=false

3 http://books.google.it/books?id=i_HdfCb7do0C&pg=PA64&dq=jacopo+pignatelli+grottaglie&hl=it&sa=X&ei=YFFBVPCnCYXIyAO-n4CQBg&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q=jacopo%20pignatelli%20grottaglie&f=false

4 http://books.google.it/books?id=eNdFAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:CNwA0QC-dHgC&hl=it&sa=X&ei=tERBVMz1NoT-ygPN-4KADw&ved=0CGgQ6AEwCQ#v=onepage&q&f=false

5 https://archive.org/details/bub_gb_E6ssEI50zhkC

Marco Antonio Delli Falconi di Nardò tiene a battesimo il Monte Nuovo

di Armando Polito

Esordisco con una mozione (manco fossi un politico …) che è più di affetto che di servizio, precisando che queste righe escono contemporaneamente su http://www.vesuvioweb.com/it/.

C’era una volta Napoli, centro culturale di eccellenza e polo d’attrazione, come oggi orgogliosamente, laddove è possibile, si dice, da ogni parte d’Italia e del mondo occidentale. Non ho la preparazione specifica e sufficiente per spiegare le ragioni di un amaro degrado che riguarda, e non da ieri, tutto il sud; e poi rischierei di rinfocolare una vecchia diatriba proprio mentre una parte politica, territorialmente vicina ad una dinastia  probabile (altro non dico …) responsabile del primo sfacelo, in una disgustosa miscela d’incoerenza e di faccia tosta tenta di fare proseliti pure al sud …

Dico solo che correva l’anno 1538 e che già da tempo chi voleva far carriera doveva giocoforza studiare a Napoli. La maggior parte degli “immigrati” non tornava, se non saltuariamente, nel paese d’origine. Tra di loro i salentini costituiscono una schiera nutrita e già mi son occupato, per restare al tema di oggi, di Giuseppe Battista di Grottaglie1,che cantò l’eruzione del Vesuvio del 1631.

Purtroppo gli eventi catastrofici hanno sempre fatto notizia, per diventare, placatasi l’onda emotiva, quasi un topos, non solo letterario, cioè un tema che un intellettuale non può esimersi dal trattare. Sotto questo punto di vista forse solo gli scritti in prosa  contemporanei all’evento hanno un valore documentario, nonostante i rischi, comprensibilissimi, di straripamenti enfatici più o meno involontari. L’evento trattato questa volta è la formazione del Monte Nuovo nei Campi Flegrei e parte del merito del ricordo immortalato in Dell’incendio di Pozzuolo Marco Antonio delli Falconi all’illustrissima signora marchesa della Padula nel MDXXXVIII va ascritto a Nardò, perché in questa città era nato l’autore dell’opuscolo appena citato, il cui frontespizio riproduco di seguito dal link in cui chi ha interesse troverà (e potrà scaricare) il testo integrale:

https://books.google.it/books?id=GZWcQN8cZu0C&pg=PT50&dq=delli+falconi+dell%27incendio+di+pozzuolo&hl=it&sa=X&ei=_oSuVN2cFo7dapLmgNgI&ved=0CEUQ6AEwBQ#v=onepage&q=delli%20falconi%20dell’incendio%20di%20pozzuolo&f=false

Il lettore noterà la data dell’evento inclusa nel titolo ma anche l’assenza della data di edizione e del nome dell’editore. Per quanto riguarda il primo punto, siccome il Monte Nuovo si formò tra il 29 settembre e il 6 ottobre del 1538, è plausibile ritenere che l’opera abbia fatto in tempo ad uscire in quell’anno. Per l’editore ci viene in soccorso il colophon che di seguito riproduco.

Marco Antonio Passaro fu editore e libraio a Napoli dal 1534 al 15692. Si servì delle tipografie di Mattia Cancer e di Giovanni De Boy. Nel 1754 fu arrestato insieme con il collega, pure lui napoletano, Marco Romano per vendita di libri proibiti3.

Dopo questa piccola parentesi per bibliofili è il caso di dire qualcosa di più sul neretino. Chi si aspettasse di trovare notizie biografiche nello storico locale Giovanni Bernardino Tafuri4 resterebbe in parte deluso e a tratti feroce è la critica mossagli da Lorenzo Giustiniani in I tre rarissimi opuscoli di Simone Porzio, di Girolamo Borgia e di Marcantonio Delli Falconi scritti in occasione della celebre eruzione avvenuta in Pozzuoli nell’anno 1538, Marotta, Napoli, 18175. In questo volume il lettore che ne abbia interesse troverà la possibilità di comparare il resoconto del neretino con quello di altri due testimoni diretti e per ognuno dei tre autori una completa e documentata scheda biografica. Quella del neretino occupa le pagine 261-283, in confronto alle quali, nonostante parecchie di esse si attardino sulla figura della dedicataria marchesa della Padula, le due paginette del Tafuri appaiono veramente striminzite.

Chiunque voglia approfondire un fenomeno del passato per comprendere meglio la sua manifestazione attuale è obbligato a ricercare e studiare le fonti, tanto più preziose quanto più esse sono il frutto di un’osservazione diretta. Non a caso, perciò, il resoconto del neretino fu tenuto in grandissimo conto da due luminari dell’epoca:  William Hamilton7 (1730-1803) e Jacques Gibelin (1744-1828), secondo quanto riportato dal Giustiniani (p. 281): Che un tale opuscolo sia poi divenuto assai raro e ricercato ancora, ne abbiamo un attestato del Signor Maty Segretario della Società Reale di Londra, col quale dice, che stando in qualità d’Inviato di quella Corte in Napoli Guglielmo Hamilton, celebre antiquario, ed indagatore delle cose naturali, avendone proccurato un esemplare, e rinvenuto ancor l’altro opuscolo del sullodato Pietro Giacomo da Toledo, che ha per titolo: Ragionamento del tremuoto del Nuovo Monte, dell’aprimento di terra in Pozzuoli nell’anno 1538, e della significazione di essi, stampato in napoli per Giovanni Sulztbac Alemanno a 22 di gennaio 1539, ne fece un dono al Museo Brittannico, dove avendogli osservati il celebre Gibelin, morto non è gran tempo, è di avviso, aver ritrovate le dette relazioni curiosissime6, e non poco ancor se ne valse nel suo Compendio delle transazioni filosofiche della Società Reale di Londra; e quindi nelle medesime riferisce in succinto, prima quello, che contiene la relazione del nostro delli Falconi, e poi quello, che si contiene nell’altra del Toledo; e finalmente descrivendo il monte, e le qulità delle materie, che lo formarono, è di sentimento, che così all’improvviso fossero surti tutti quegli altri monti, che veggonsi in tutta la regione vulcanica di Pozzuoli, e sarà molto da abbracciarsi la sua opinione.8

Voglio chiudere con sei immagini che in qualche modo riassumono la vita del Monte Nuovo, dalla nascita ad oggi.

La prima è una tavola tratta dall’opuscolo del Delli Falconi, del quale prima ho riportato il frontespizio.

 

La seconda è una tavola del Theatrum illustriorum Italiae urbium tabulae cum apendice celebriorum in maris Mediterranei insulis civitatum, Ex officina Joannis Janssonii, Amsterdam, 1657 (chi ne ha interesse può fruirne in alta definizione all’indirizzo http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000130550; qui ho evidenziato con la circonferenza rossa il Monte Nuovo (lettera Q della didascalia).

La terza è la tavola 26 di Campi Phlegraei di William Hamilton, Fabris, Napoli, v. II, 1776 (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k1082424.r=william+hamilton.langEN).

5

La quarta è tratta da Earthquake-Phenomena, in Popular Science Montley (marzo 1873), Appleton & C., New York, v. II, p. 515 (https://archive.org/details/popularsciencemo02newy).

La quinta è tratta da Principles of geology, di Clarles Liell, 12° edizione, Murray, Londra, 1875 (http://archive.org/stream/principlesgeolo19lyelgoog#page/n9/mode/1up). Ho evidenziato con la circonferenza rossa il Monte Nuovo (n. 5 nella didascalia). Il lettore noterà subito come questa tavola sia derivata da quella del 1776 dell’Hamilton.

La sesta, tratta da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/0/04/MonteNuovoTW3028.JPG, mostra, infine, lo stato attuale dei luoghi.

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/12/leruzione-del-vesuvio-del-1631-nella-poesia-di-un-salentino-e-di-un-napoletano-con-una-sorpresa-finale/ e http://www.vesuvioweb.com/it/2015/01/leruzione-del-1631-nella-poesia-di-un-salentino-e-di-un-napoletano/

2 Lo desumo dalle date della prima e dell’ultima pubblicazione fin qui rinvenute: Giovanni Gallucci,  Utile instruttioni et documenti per qualsevoglia persona ha da eliger officiali circa il regimento de populi. E ancho per officiali serranno eletti. E Universitate che serranno da quelli gubernate e colle rite della Vicaria è (sic) pragmatice vlgare (sic), se vendono alla libraria de m. Marco Antonio Passaro allo Episcopato, Giovanni Sultzbach, Napoli, 1534; Paolo Regio, Siracusa pescatoria, Gio De Boy, ad istanza de Marcantonio Passaro, Napoli, 1569.

3 Notizie più dettagliate e documentate in Romano Canosa, Storia dell’Inquisizione in Italia: Napoli e Bologna, Sapere 2000, Roma, 1990, pp. 71-72.

4 Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli, s. n., Napoli, 1752, tomo III, parte II, pp. 68-70 (https://books.google.it/books?id=-1pDjf-jXksC&printsec=frontcover&dq=editions:yDTnfHb8_WwC&hl=it&sa=X&ei=V4quVOX2E5HraPnxgtAC&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q&f=false).

5 https://books.google.it/books?id=WIM5AAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=I+tre+rarissimi+opuscoli+di+Simone+Porzio,+di+Girolamo+Borgia+e+di+Marcantonio+Delli+Falconi&hl=it&sa=X&ei=2YquVPv-DYjZasnlgoAC&ved=0CCkQ6AEwAA#v=onepage&q=I%20tre%20rarissimi%20opuscoli%20di%20Simone%20Porzio%2C%20di%20Girolamo%20Borgia%20e%20di%20Marcantonio%20Delli%20Falconi&f=false

6 Non nel senso, oggi dominante, di strane se non ridicole, ma in quello di dettate da profonda curiosità scientifica, ricche di dettagli descrittivi e perciò interessantissime.

7 La sua pubblicazione vulcanologica più nota è Campi Phlegraei uscita a Napoli in due volumi per i tipi di Fabris nel 1776; un supplemento sull’eruzione del Vesuvio del 1779 uscì in quell’anno per lo stesso editore.  Un’immagine, tratta dal secondo volume, verrà riprodotta più avanti.

8 Chi ne abbia interesse può consultare il testo del Gibelin, Stella, Venezia,  1793, tomo I, pp. 151-170 all’indirizzo https://books.google.it/books?id=y8E3HsSYdYAC&printsec=frontcover&dq=editions:Tz8GhvL4HucC&hl=it&sa=X&ei=6JOuVILCIpbjauqZgNgI&ved=0CCoQ6AEwAg#v=onepage&q&f=false.

L’eruzione del Vesuvio del 1631 nella poesia di un salentino e di un napoletano, con una sorpresa finale …

di Armando Polito

L’eruzione del 1631 in un’incisione di Nicolas Perry; tavola tratta da Francesco Balzano, L'antica Ercolano, overo La Torre del Greco, tolta all'obblio, Paci, Napoli, 1688
L’eruzione del 1631 in un’incisione di Nicolas Perry; tavola tratta da Francesco Balzano, L’antica Ercolano, overo La Torre del Greco, tolta all’obblio, Paci, Napoli, 1688

Forse l’argomento scelto è solo un pretesto, sentimentalmente sano, per ribadire un consolidato gemellaggio1. Sui danni che il Vesuvio, croce e delizia di Napoli e suo simbolo nel bene e nel male, fece in quel fatidico anno 1631 e sull’ampia letteratura in materia rinvio il lettore al blog al quale resterò sempre affettuosamente legato perché fu il primo a tenermi a battesimo sul web, Vesuvioweb, dove questo post esce in contemporanea con il blog della Fondazione Terra d’Otranto, con la quale ho l’onore, ormai da parecchio tempo, di una stabile collaborazione. All’indirizzo http://www.vesuvioweb.com/it/?s=1631 troverà una serie di lavori, l’uno con un taglio diverso dall’altro, la cui lettura  varrà a soddisfare ogni curiosità. Prima di iniziare, però, dal momento che i creatori e responsabili non lo farebbero per pudore nemmeno sotto tortura, debbo far notare a chi ci segue che un dettaglio per me importantissimo contraddistingue l’uno e l’altro blog: l’assenza totale di qualsiasi sponsor, come di qualsiasi retribuzione per i collaboratori, il che è garanzia di totale liberazione reciproca da ogni condizionamento, anche il più innocente. Così, dopo aver messo al sicuro le gemme nella scarpa da dove  altri, se conservano un minimo di rispetto per se stessi, spesso sono costretti a togliersi il classico sassolino, comincio.

Il poeta salentino (del napoletano dirò, estesamente, dopo) è Giuseppe Battista nato a Grottaglie in provincia di Taranto l’11 febbraio 1610 e morto a Napoli il 6 marzo del 1675. Ecco due suoi ritratti.

Il primo è un’incisione di anonimo, tavola a corredo di Lettere di Giuseppe Battista, opera postuma, et ultima, estratte alla luce da Simon-Antonio Battista nipote dell’Autore, Combi & La Noù, Venezia, 1678.

Il secondo ritratto, probabilmente derivato dal primo, è una tavola a corredo di Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, tomo III, Gervasi, Napoli, 1816. Vi si legge Morghen inc., ma l’assenza del nome e la qualità del manufatto mi fanno pensare, nonostante la compatibilità cronologica, che autore non sia Raffaello Morghen (1758-1833) ma uno della sua scuola, forse il fratello  Antonio che era stato uno dei suoi allievi all’Accademia di belle arti a Firenze, della quale Raffaello era stato nominato maestro d’incisione sin dal 1803.

Da notare Terra di Grottaglie Prov. di Lecce, errore giustificabile solo in parte con la posizione di Grottaglie quasi sul confine tra le provincie di Taranto e Brindisi.

Credo, tuttavia, per motivi cronologici che entrambi abbiano assunto a modello la tavola, di anonimo, che è a corredo di Lorenzo Crasso, Elogi d’huomini letterati, Combi e La Noù, Venezia, 1666, p. 3342:

Le poesie che ora riporterò in formato immagine, con a fronte la trascrizione per agevolarne la lettura e in calce le mie note di commento, sono due sonetti facenti parte della raccolta Delle poesie meliche, quarta parte, Abbondio Manafoglio e Valentino Mortali, Venezia, 1665 (di seguito il frontespizio).

Nel 1631 il Battista aveva 21 anni ed è difficile, direi impossibile senza il supporto di qualche altro documento, per esempio una lettera, individuare la data, sia pure approssimativa, di composizione dei due sonetti nell’ampio intervallo cronologico 1631-1665. Per quel che può contare la mia opinione personale: pensando alle movenze enfatiche tipiche dello stile barocco ed al loro modico impiego da parte del grottagliese3, pensando al clima tragico (non mi azzardo a dire quanto sincero …) dominante in altri poeti che cantarono l’evento pure per loro contemporaneo (evento che, va detto, era diventato quasi un argomento da salotto, un obbligo cui nessuno di loro poteva sottrarsi …) c’è da pensare che nel momento in cui egli scrisse i due componimenti l’esperienza era stata già per gran parte metabolizzata.

6

Le due variazioni sul tema appena lette appaiono accomunate, oltre che dal consueto bagaglio mitologico in ossequio al gusto letterario dell’epoca, da uno stile ancora libero dai fragori e dagli eccessi che di lì a poco esploderanno e improntato ad un’estrema coerenza, diremmo oggi, ideologica, perché in entrambi l’evento catastrofico viene inteso (mandando, più o meno inconsapevolmente, all’aria il concetto cristiano di Dio somma bontà) come uno strumento della giustizia divina che, con l’annientamento violento, sia pure per cause naturali, fa pagare all’uomo i suoi peccati.

Siffatta interpretazione è una costante in tutti coloro che in quel periodo cantarono la catastrofe. Mi piace, però, ricordare Giambattista Basile (1566-1632) che in uno stile più sobrio (non a caso precede il Battista di una generazione abbondante) e con una visione più “laica” (non è scomodato nessun dio, né pagano né cristiano) dedicò all’evento tre sonettiche furono pubblicati in Rime d’illustri ingegni napoletani, raccolte dal dottor Gio. Domenico Agresta insieme con le sue rime, et coll’argumenti d’un verso, in fronte di ciaschedun componimento. Date in luce dal sig. D. Gioseppe Macrino, Ciera, Venezia, 1633. Del testo, stando ai dati OPAC, si conservano solo due esemplari, uno a Napoli nella Biblioteca della Società napoletana di storia patria, l’altro a  Gubbio nella Biblioteca comunale Sperelliana. La speranza di trovare in rete il testo digitalizzato è andata delusa5 ma la stessa rete mi è venuta in soccorso consentendomi dapprima di recuperare il testo di uno dei tre sonetti6. E qui la storia della letteratura s’intreccia con quella della musica ed entra in campo Michelangelo Rossi (1602-1656). Dei madrigali a cinque voci che egli compose sopravvivono solo i primi due libri  in due manoscritti (University of California, Berkeley Music Library – MS 176 e Oxford, Bodleian Library – Tenbury MS 1160). La sedicesima composizione del secondo libro dal titolo Mentre d’ampia voragine tonante ha come testo proprio quello di uno dei tre sonetti ricordati del Basile. Come faccio a saperlo? Semplice, è bastato usare il mio jet privato e fare una capatina a Berkeley. Poi, siccome sono un tipo molto pignolo, mi son recato pure ad Oxford per dare una controllatina (quella che i filologi pomposamente chiamano collazione). Naturalmente, insieme con la collazione ho fatto pure colazione nel migliore ristorante che ciascuna città potesse vantare. Non ci crede nessuno per il fatto che mi sarebbe stato più facile recarmi a Gubbio o, ancora più facile, a Napoli? Oppure per la mia innata idiosincrasia per i viaggi (esclusi, beninteso, quelli con la fantasia) o per il fatto che non mi sarei potuto permettere un jet privato neppure se in più di trent’anni di carriera (?) ad ogni mio allievo, dal più bravo al meno, avessi chiesto, proporzionalmente, del denaro in cambio della promozione? Niente di tutto questo. Con un po’ di fiuto e di quella il cui nome è usualmente e icasticamente sostituito  con quello che identifica le parti basse posteriori, ho trovato grazie alla rete ciò che cercavo in Brian Mann, The madrigals of Michelangelo Rossi, University of Chicago, 2002, v. 10, p. 527:

E siamo giunti alla sorpresa finale del titolo. Qualcuno probabilmente la considererà come il solito annuncio fatto con lo stesso intento miserabile con cui i detentori del potere fanno quasi quotidianamente da qualche anno a questa parte i loro; con la differenza, si dirà, che nel mio caso non è in ballo il consenso elettorale ma qualche lettore o, come oggi si dice, qualche contatto in più. Non perdo tempo a difendere la mia, presunta da me o reale, buonafede; rendo partecipe il lettore di quella che mi sembra una straordinaria coincidenza.

Il primo è il ritratto già visto del Battista; il secondo è quello del Basile, tavola (tratta da http://www.e-rara.ch/doi/10.3931/e-rara-8289) a corredo del poema Teagene uscito postumo nel 1637, su disegno di Giovan Battista Caracciolo (1578-1635) e incisione di Nicolas Perrey, uno dei più famosi incisori attivi a Napoli nel XVII secolo, autore, fra l’altro, delle tavole di Theatrum omnium scientiarum, Mollo, Napoli, 1650 (http://books.google.it/books?hl=it&id=CzZm0vJz8PAC&q=lll#v=onepage&q&f=false). Ricordo che del Perry è anche l’immagine di testa di questo post e anche il frontespizio di parecchi volumi di argomento religioso tra cui Vita, e miracoli di S. Gregorio arcivescovo e primate d’Armenia, Scoriggio, Napoli, 1655. Non vorrei che si pensasse che sia stato solo il campanilismo a spingermi a ricordare questo titolo, visto che San Gregorio Armeno è il patrono di Nardò, in cui risiedo da quando avevo pochi mesi, perché famosa in tutto il mondo è pure l’omonima via di Napoli, la strada degli artigiani del presepe).

Tenendo conto solo del volto non trovate, naso aquilino a parte del Battista, una certa rassomiglianza tra il grottagliese e il napoletano? Bel gemellaggio fisico-letterario, anche se più di una generazione separa i due. E che dire della coincidenza G(iuseppe) B(attista) e G(iambattista) B(asile)? Meglio smetterla qui …

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http://www.vesuvioweb.com/it/?s=taluernu e http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/14/lu-taluernu-ovvero-dalla-lamentazione-funebre-ad-un-tipo-assillante/

http://www.vesuvioweb.com/it/?s=dal+gomitolo e http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/12/11/dal-gomitolo-alla-poesia-passando-per-la-cucina-senza-trascurare-il-parrucchiere-in-una-parola-lu-gnummarieddhu/

http://www.vesuvioweb.com/it/?s=fatti+e+misfatti e http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/26/la-cupeta-tosta-fatti-e-misfatti/

2 Avvocato e letterato napoletano della seconda metà del secolo XVII. Oltre a celebrare il Battista in uno degli elogi dell’opera citata fece murare nella chiesa di S. Lorenzo Maggiore in Napoli, dove vicino la porta minore il grottagliese fu sepolto, la seguente epigrafe: IOSEPHO BAPTISTAE/PHILOSOPHO THEOLOGO ORATORI ET POETAE/NOSTRAE AETATIS CLARISSIMO/VIRO MAXIMO ET INCOMPARABILI/MAXIMUM INCOMPARABILIS AMICITIAE TESTIMONIUM/LAURENTIUS CRASSUS B. P./ANNO MDCLXXV/DIE X MARTII

3 Non condivido, perciò, ripromettendomi in un prossimo lavoro di dimostrarne, con riferimenti testuali precisi, l’eccessiva severità, il giudizio di Giovanni Mario Crescimbeni che in L’istoria della volgar poesia, Chracas, Roma, 1698, a p. 163 scrive: Tutto vago della turgidezza non fa pompa d’altro che di traslati arditissimi, d’iperboli gagliardissime, di voci nuove, e risonanti, di spessi superlativi, e di continua erudizione, di maniera che in questo affare si crede universalmente non esservi stato alcuno che l’abbia emulato, massimamente se si guardano i suoi Epicedi, ove diffuse con maggior abbondanza i suoi mentovati ornamenti.  Ma questa scuola anch’essa molto piacque al secolo; ed infiniti ingegni si perderono per farne acquisto.  La dose successivamente fu rincarata da Girolamo Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, s. n., Venezia, 1796, tomo VIII, parte II, p. 757: … fu cattivo poeta, che tutti riunì in se stesso i vizi del secolo, ma fu buon precettore. 

4 Furono probabilmente gli ultimi versi che scrisse, per quanto sarà detto  in nota 6 .

5 D’altra parte Benedetto Croce a p. LXI dell’opera che cito nella nota successiva scriveva in nota 1: Due di questi sonetti furono stampati nella Scelta di poesie nell’incendio di Vesuvio fatta dal SIg. Urbano Giorgi, Segretario dell’Ecc.mo Conte di Conversano; ded.ta al cardinal Antonio Barberini (in fine: Roma, MDCXXXII), pp. 41-2. Tutti e tre nelle Rime di illustri ingegni nap., pp. 133, 135-6. Debbo l’aver potuto vedere questi rari volumetti, conservati nella Bibl. Del Club Alpino, alla cortesia del cav. Luigi Riccio.

6 In rete ho recuperato anche il testo di un altro sonetto citato da Benedetto Croce come un bello, anzi un brutto saggio del più puro seicentismo in Lo cunto de li cunti (il Pentamerone) testo conforme alla prima stampa del 1634-1636 nel volume L della Biblioteca napoletana di cultura e storia, Napoli, 1891, pp. LX-LXI:

Con vomero di foco, alto stupore/mostruoso arator solca il terreno,/e il seme degl’incendii accolto al seno/vi sparge, e ‘l riga di fervente umore./E, quindi, a fecondarlo, in rapid’hore,/di cenere ben ampio, il rende pieno;/onde, quanto circonda il mar Tirreno,/messe raccoglie di profondo horrore./Ma, se danno produce a noi mortali/cotanto aspro Vesevo; ond’ogni loco/arde, né scampo ei trova in mezzo al verno,/pur raccoglier ne giova in tanti mali/dal cener sparso, e dal versato foco,/membranza de la Morte, e dell’Inferno.

A proposito dell’eruzione del 1631 subito dopo il Croce aggiunge: Ma “erano appena terminati i flagelli dell’incendio, – dice un cronista -, quando il giusto Dio, scorgendo, che non erano ancora emendati, volle darli altra sorte di gastigo, poiché insorse un male di canna così crudele e contagioso, che parve peste, del quale in pochi dì morsero infinite genti!”. Morirono anche moltissimi dell’aristocrazia; e “tuttavia ne van morendo dì per dì, – seguita il cronista -, e ne sono morti di subito D. Giovanni d’Aquino, Principe di Pietralcina, e Giovan Battista Basile, dei primi poeti di questo tempo, e Gio. Girolamo di Tomaso, medico assai celebre”. Le due parti virgolettate rinviano ad una nota dove si legge: Bucca, Aggiunta, ms. c, sub febbr. 1632.

Sempre la rete mi ha consentito, infine, di recuperare il testo dell’ultimo sonetto, che trascrivo da una tesi (pp. 164-165) di dottorato di ricerca di Elisa Castorina (Università Federico II di Napoli), integralmente leggibile in http://www.fedoa.unina.it/3220/1/Vesuvi_Ardenti_CASTORINI.pdf, lavoro il cui pregio non è minimamente scalfito da alcuni refusi tipografici fra cui nel testo che ci interessa spicca, molto simpaticamente, Fetente per Fetonte …

Rispetto agli altrui due in quest’ultimo sonetto l’evento del 1631 rappresenta solo un pretesto per cantare la durezza del cuore di una donna che, a differenza del Vesuvio, non si è sciolta: Bella donna real, che al viso porte/le fiamme a incenerirne accese, e pronte;/fiamme, che rinovar già di Fetonte/mille volte ne’ cor l’acerba morte./Fiamme, onde fassi, e più possente, e forte/opre a mostrarne amor leggiadre, e conte/del vasto ardor, che dal sen versa un monte,/movi tremante il piè, le guance smorte./Ah dove? Ove ne vai?, che tu non spiri/foco maggior da l’amorose luci/ A far de l’alme altrui dolente gioco./ Ogni parte è Vesuvio, ove t’aggiri; temi tu le ruine, e’l rischio adduci;/l’incendio fuggi, e teco traggi il foco.

https://books.google.it/books?id=uFCwJF1MEtUC&pg=PA52&dq=mentre+d%27ampia+voragine+tonante&hl=it&sa=X&ei=aFmZVM6HOYmwUcSDgKgL&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q=mentre%20d’ampia%20voragine%20tonante&f=false. Il testo è riportato anche da Luigi Molinaro Del Chiaro con il titolo Al peccatore nell’incendio del Vesuvio nel periodico Giambattista Basile: archivio di letteratura popolare e dialettale, Forni, Bologna, 1907, vv. 9-11, p. 194, con le seguenti varianti: al v. 4 campi per prati, al 12 temi per tremi e nei quattro versi finali assenza dei punti interrogativi. Segnalo, inoltre, a chi ne avesse interesse (e gli sarei grato se mi facesse conoscere il suo parere) il link http://grooveshark.com/#!/album/La+Poesia+Cromatica+Di+MIchelangelo+Rossi+Huelgas+Ensemble/8019343, dove è possibile ascoltare l’esecuzione del madrigale.

Donne ed amori durante l’occupazione militare francese in Terra d’Otranto

Donne ed amori durante l’occupazione militare francese in Terra d’Otranto

Gli episodi curiosi dei due matrimoni conclusi a Grottaglie

 

di Rosario Quaranta

 

 

Antichi costumi di Terra d'otranto
Antichi costumi di Terra d’otranto

 “Donne e amori durante l’occupazione militare francese(1801-02 / 1803-1805). Appunti e note”: così titolava un brillante articolo, Antonio Lucarelli, il grande studioso e storico di Acquaviva delle Fonti (1874 –1952), noto in particolare per le molte opere sul movimento operaio meridionale e specialmente sul  brigantaggio pre e postunitario in Puglia.

L’Autore condensava in quelle poche, ma succose pagine apparse sul secondo numero di “Rinascenza Salentina” del 1939, tre episodi realmente accaduti nel nostro territorio durante l’occupazione francese, annotati durante le sue estenuanti ricerche storiche nel grande Archivio di Napoli. Episodi ricondotti rispettivamente nel filone romantico, di quelli cioè che dopo un periodo più o meno intenso di corteggiamenti si risolsero in fughe e sposalizi consacrati dalla Chiesa; in quello tragico, che provocati da ardenti passioni si estinsero presto o tardi in drammi funesti; e in quello comico, che destarono ilarità e stupore per talune esotiche consuetudini trapiantate qua da liguri, lombardi ed emiliani.

Taranto nel 1789, Incis. da Hackert
Taranto nel 1789, Incis. da Hackert

Tralascio l’episodio romantico, relativo al caso di suor Petronilla Tauro che “invaghitasi perdutamente del capitano Doceth, abbandona il monastero delle Benedettine di Massafra e va a soggiornare col suo innamorato in una ridente cascina presso Taranto”, coronando alla fine col matrimonio il suo sogno d’amore dopo incredibili difficoltà. Sorvolo su quello tragico, relativo al caso accaduto a Lecce l’11 maggio1804, quando D. Luigi Mellone uccise per gelosia un capitano della truppa cisalpina e ferì mortalmente anche sua moglie. Mi mi soffermo soltanto su quello comico che ci riguarda più da vicino.

Così racconta lo storico: “La scena si svolge a Grottaglie: ne sono principali attori il soldato Giuseppe Germano di Finale Ligure e la popolana Maria o Marina Alfarano, oriunda di Neviano. Questi, o che fossero attraversati nei loro sogni d’amore dai parenti, come suole spesso avvenire, o che, presi da impaziente ardore, volessero troncare gl’indugi in maniera spicciativa, ricorsero ad un espediente assai diffuso nei paesi dell’Italia settentrionale e che precede di circa venti anni il notissimo episodio narrato dal Manzoni nell’ottavo capitolo dei Promessi Sposi.

Un giorno del dicembre 1805, sulle prime luci, mentre Don Giuseppe Manigrasso celebrava la messa mattutina nella chiesa collegiata, proprio nell’atto che questi si volgeva ai fedeli, impartendo la benedizione, i due giovani si presentano dinanzi all’altare. Questa è mia moglie! — esclama lui. Questo è mio marito! — soggiunge lei. E si apprestano quindi a uscir dalla Chiesa, come se fossero davvero marito e moglie.

Senonché intervengono subito i parenti, gli amici ed il sacerdote, i quali fanno intendere al bollente ligure che certe consuetudini delle provincie del Nord non avevan forza e vigore nelle provincie del Sud; ond’egli dovè lasciare la fidanzata e tornarsene mogio mogio al suo quartiere. Di lì a non molto però, come apprendiamo da una corrispondenza del Segretariato per l’Ecclesiastico, appianate le difficoltà, fu celebrato al solito il regolare matrimonio, che appagò le fervide aspirazioni degli sposi promessi”.

Il galatinese Antonio Tanza,  Vicario di Mons. Capecelatro a Taranto (da Nicola Vacca)
Il galatinese Antonio Tanza, Vicario di Mons. Capecelatro a Taranto (da Nicola Vacca)

Spinto dalla curiosità di avere una conferma e, magari, di conoscere qualcosa di più, ho fatto in questi giorni una ricognizione nell’archivio parrocchiale grottagliese, dove, però, non ho trovato nessun riscontro di quell’episodio e di quel matrimonio, anche se ho letto più volte nei vari atti il nome del celebrante D. Giuseppe Manigrasso. Non potendosi mettere in discussione la verità storica dell’accaduto (Lucarelli infatti, riporta ineccepibili riferimenti archivistici), è logico inferire che la conclusione della vicenda, ossia la celebrazione del matrimonio canonico, sia avvenuta altrove.

Tuttavia, ho potuto ritrovare tra le diverse testimonianze relative a quegli anni difficili, la registrazione di un altro matrimonio concluso a Grottaglie tra il Capo Battaglione della truppa francese acquartierata a Martina, e una ragazza martinese.

Grazie alla documentazione allegata all’atto, siamo in grado di conoscere alcuni particolari in merito a questo caso del tutto eccezionale, risolto con l’intervento di varie autorità. Apprendiamo così che  il 13 dicembre 1801 Don Antonio Tanza, fedele Vicario Generale del celebre arcivescovo di Taranto Giuseppe Capecelatro (allora trattenuto in Napoli a seguito del comportamento tenuto durante le vicende del 1799) trasmette precise disposizioni all’Economo Curato di Grottaglie, il canonico e tesoriere del Capitolo Don Giuseppe De Amicis.

Stemma e titoli di mons. Capecelatro
Stemma e titoli di mons. Capecelatro

Questi, essendo passato a miglior vita l’arciprete, era allora la figura di riferimento più importante del clero grottagliese ed era, tra l’altro, zio di quel chierico Giuseppe Motolese che di lì a poco (16 luglio 1803) verrà assassinato in circostanze misteriose; un misfatto che aprì una delle pagine più buie del nostro territorio chiamando in causa il famoso D. Ciro Annicchiarico che proprio per questo intraprese la pericolosa e fatale strada del brigantaggio.

Ma torniamo ai nostri “Promessi Sposi”: il Vicario Tanza comunica nella sua missiva al tesoriere De Amicis che “il Cittadino Gio. Battista Guadri Capo di battaglione della truppa Francese quartierata in Martina” aveva chiesto alla Curia  il “permesso di sposare Martina Basile di detta Città dimorante ora costà; e che il futuro sposo aveva allo scopo presentato il certificato del suo stato libero nonché la licenza per questo atto dello Stato Maggiore del Quartiere generale, sottoscritto dal Capo del detto stato maggiore, il Cittadino Verlè. Comunica ancora che il Guadri “ha giurato pure nelle forme, e dato avanti di me la sua parola d’onore di ritrovarsi nello stato di libertà e di non essere impegnato con precedente obbligo di simil natura, e di voler contrarre tal matrimonio secondo il Rito della Chiesa Cattolica nella cui Comunione ha dichiarato esser nato e di esser vissuto fin’ora”.

Disposizioni del Vicario Tanza per il matrimonio a Grottaglie (1805)
Disposizioni del Vicario Tanza per il matrimonio a Grottaglie (1805)

Insomma, rassicura che che il caso, da un punto di vista canonico e civile, anche se eccezionale per “gli urgentissimi mottivi che vi concorrono” può essere risolto positivamente; per cui concede al responsabile della Chiesa grottagliese la celebrazione di tal matrimonio dispensando dalle pubblicazioni e da altre formalità. Tuttavia, nonostante vi sia pure il consenso sottoscritto del padre della sposa, il Vicario raccomanda al Tesoriere “che prima dell’atto Ella in luogo non soggetto e scevro dell’impressione di qualunque timore, o violenza esaminasse la volontà di detta Basile per assicurarsi se la medesima venga liberamente a tal partito”. Dispone infine di registrare l’atto e di informarlo immediatamente dell’avvenuto matrimonio che potrà essere celebrato anche in casa e di sera.

E così avvenne che il 16 dicembre (appena due giorni dopo) il baldanzoso Capo Battaglione dell’armata francese riuscì ad impalmare la bella (…è da crederlo) Martina Basile alla presenza  di Francesco Ducal Sottotenente della Mezza Brigata di Linea, di Giuseppe Dala chirurgo Maggiore della stessa mezza Brigata, e di Francesco Greco delle Grottaglie. Lo scarno racconto che abbiamo potuto ricostruire dai freddi documenti, ovviamente, non dà spiegazioni dei tanti perché e di tante altre circostanze che sicuramente ruotarono attorno alla vicenda. Ma lasciamo ai lettori la libertà di ricostruire ogni cosa, magari con un pizzico di fantasia!

Il famoso generale napoleonico N. Soult (1769-1851)
Il famoso generale napoleonico N. Soult (1769-1851)

Di sicuro gli occupanti dovevano avere un certo fascino. Con con quelle loro vistose e sgargianti uniformi riuscivano spesso a fare breccia nel cuore di tante belle fanciulle e a portarle talvolta anche all’altare, superando non poche difficoltà.

Le ragazze, da parte loro, erano lungi dall’essere terrorizzate. Anzi, almeno per quanto riguarda Taranto all’arrivo del generale Soult nel luglio del 1803, esse ne rimasero affascinate al punto che, non senza esagerazione, il buon Vicario Tanza se ne lamentò desolatamente col Capecelatro in una lettera del 6 luglio riportata da Nicola Vacca; “…I Tarantini stanno allegrissimi. Io, minchione, andavo affliggendomi per le signorine che avrebbero voluto entrare nei monasteri come la passata volta. Niuna ha mostrato tal desiderio…”.

Li avrebbero infatti accolti, a suo dire, a braccia aperte e… non solo!

 

Un curioso discorso sacro sul “salto” della Tarantola

Un curioso discorso sacro sul “salto” della Tarantola

 

Lo tenne a fine Seicento il gesuita Caspar Knittel

alla nobiltà e agli Accademici di Praga

Il caso del tarantino Roberto Santoro

di Rosario Quaranta

 

 

Sul finire del Seicento, a Praga, nelle fredde lande di Boemia, dispiegava tutto il suo valore nelle discipline teologiche, filosofiche, scientifiche e politiche un famoso predicatore della Compagnia di Gesù, padre Caspar Knittel (1644 – 1702).

La visita della Vergine Maria a Santa Elisabetta. Particolare dalla tela di Paolo De Matteis (1662 – 1728) conservata nella residenza dei PP. Gesuiti a Grottaglie
La visita della Vergine Maria a Santa Elisabetta. Particolare dalla tela di Paolo De Matteis (1662 – 1728) conservata nella residenza dei PP. Gesuiti a Grottaglie

Questo erudito, già rettore dell’università praghese e procuratore provinciale presso la corte di Vienna, è noto per aver dato alle stampe un buon numero di opere di oratoria sacra, di teologia e di filosofia. Era pure un ammiratore di altri e più celebri  confratelli gesuiti come Atanasio Kircher, Cristoforo Clavio, Caspar Schott e Sebastian Izquierdo, per via del comune amore per la scienza che lo spinse a stampare una “Cosmographia elementaris propositionibus physico-mathematicis propo­sita” (“Cosmografia elementare presentata con proprosizioni fisico-matematiche”).

Ebbe anche un dichiarato amore verso il Lullismo e verso l’Arte combinatoria in cui ha lasciato traccia con l’opera “Via regia ad omnes artes et scientias” (“Via regia a tutte le arti e a tutte le scienze”), che conobbe molte edizioni a partire dal 1682.

Frontespizio delle Conciones Academicae di Caspar Knittel, stampate a Praga nel 1718.
Frontespizio delle Conciones Academicae di Caspar Knittel, stampate a Praga nel 1718.

Ma perché ci interessiamo di questo Autore, tutto sommato, così distante dal nostro tempo, dalla nostra terra e dalla nostra cultura? Non ci crederete, cari Lettori; ma a far da tramite in tutto ciò è la famosa Tarantola che tanto ha fatto, e fa parlare ancora da oltre mezzo millennio e a tutte le latitudini.

Una curiosa testimonianza di questo sforzo di ricondurre a unità il sapere teologico, filosofico e scientifico si può cogliere nelle opere di sacra predicazione del ricordato Knittel. In particolare  nel volume intitolato “Conciones Academicae in precipua totius anni festa” (“Discorsi accademici per le principali feste di tutto l’anno”) e stampato postumo nel 1718 a Praga, abbiamo ritrovato, con nostra grande meraviglia, un discorso dedicato alla “Festa della Visitazione della Beata Vergine Maria” in cui egli, si serve con disinvolta arguzia (ma non sappiamo con quanta efficacia da un punto di vista spirituale e pastorale) appunto della nostra Tarantola per costruire un discorso strabiliante rivolto “a sollievo e a utile diletto per tutti gli amanti della parola di Dio”  e specialmente alla prima nobiltà e a tutti gli Accademici che si riunivano per ascoltarlo  nell’Auditorium.

Ricordiamo che nella festa della Visitazione si esalta la Vergine Maria che con grande umiltà non disdegna di recarsi a Gerusalemme e di prestare aiuto alla cugina Elisabetta che, in età avanzata, stava per partorire il piccolo Giovanni, precursore del bambino che la stessa Maria portava in grembo.

L’oratore sacro pone subito in evidenza quanto scrive l’evangelista Luca narrando il momento dell’incontro fra le due donne: “Esultò il bambino nel seno”. Questa espressione, osserva Knittel, viene riportata nella “Catena” di San Tommaso in maniera diversa; non “esultò”, bensì “saltò” nel seno. Da questa premessa e con una lunga argomentazione, condotta in dialogo serrato con gli Accademici, l’oratore sacro deduce (ovviamente in senso metaforico e spirituale) che questo “salto” del piccolo Giovanni nel seno di Elizabetta fosse stato causato dal morso della Tarantola.

Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica  arte (1644) del P. Atanasio Kircher
Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica arte (1644) del P. Atanasio Kircher

Ma ascoltiamo qualche sprazzo della sua oratoria dal quale traspare l’evidente bravura dell’Autore:

“Avete per caso sentito qualche volta parlare, illustri Accademici, della Tarantola? Ascoltate. Questa è in breve la sua storia. C’è una città che gli Italiani chiamano Taranto, in quella parte del regno di Napoli che si chiama Puglia. In quel distretto pullula nei tempi caldi un grandissimo numero di ragni che appunto dalla città di Taranto si chiamano Tarantole. Ora, quelle tarantole sono solite avvicinarsi agli ortolani, ai pastori, ai mietitori e ad altri che dormono  all’aperto con le mani e con i perdi nudi; li mordono e infondono col loro morso un veleno tale da causare nei Tarantati tanti sintomi strani che sembrerebbero incredibili se un’esperienza quotidiana non le rendesse degne di fede. Quel veleno fa diventare gli uomini stupiti, attoniti, fuori di sé, immobili e insensibili come morti.

Typus Tarantiacorum saltantium. Dalla Phonurgia nova del   P. Kircher (1673)
Typus Tarantiacorum saltantium. Dalla Phonurgia nova del P. Kircher (1673)

Ma la cosa più straordinaria del Tarantismo è che coloro che sono morsicati dalla tarantola non possono essere curati che con la sola musica.  Si chiamano pertanto i suonatori perché in questa gioconda miseria  suonino con degli strumenti ed emettano delle melodie proporzionate alla qualità del veleno. Ascoltando queste, i Tarantati subito si muovono, si alzano, corrono quasi rianimati, vanno di qua e di là come matti, con festosa agitazione delle mani e dei piedi, saltano così a lungo finché tutti i pori si aprono ed evaporano con copioso sudore i veleni della tarantola.

Sentite questo esempio chiarissimo. Una tarantola aveva morso un nobile tarantino chiamato Roberto Santoro e lui non lo sapeva; intanto si ammalava così gravemente da essere condotto quasi a morte. Si tenne consiglio dai medici, ma nessuno riusciva a far fronte alla malattia. Alla fine arrivò uno che esclamò: “E se fosse stato morso da una tarantola?”

Questa congettura piacque: si chiana un bravo suonatore, un “citaredo” che con il suo strumento si ferma davanti al letto in cui il povero Santoro giaceva immobile come morto.  Il citaredo vola sulle corde suonandole di qua e di là…e che succede? Repentinamente il mezzo morto apre gli occhi. Il citaredo con dita velocissime suona tumultuosamente “taratantara” per tutto il tempo necessario alla futura commedia… E che succede? Il mezzo morto comincia tutto a tremare e a muoversi…Il suonatore percuote ansioso lo strumento, va di qua e di là, si interrompe improvvisamente …E che succede? Il mezzo morto, preso quasi dalla contentezza, alza le braccia dopo aver rizzato il collo. Il citaredo di nuovo riprende a suonare le corde, le percuote e ripercuote, le pettina e ripettina, le scandisce e riscandisce; leggermente, gravemente, velocemente, faticosamente…e che succede?  Il mezzo morto improvvisamente si drizza e, tremante per la gioia,  si siede sul letto.

Il suonatore è attonito: per poco non gli cade la cetra: la blocca e tenta cose ancor più grandi; alterna le corde, leggerissimo negli acuti, amoroso nei suoni medi, lento in quelli gravi; insiste graziosamente nei suoni forti, picchia tumultuosamente in quelli rauchi come se andasse in battaglia con clangore marziale… e che succede? Il mezzo morto, tra lo stupore di tutti si alza dal letto e rimane quasi attonito in piedi. Il suonatore insiste ancora. Eccolo che strepita, tintinna, aumenta l’intensità del suono, la ferma, torna di nuovo a suonare, raddoppia, triplica i suoi sforzi sudando, gesticolando e affaticandosi… e che succede? Il mezzo morto agita le mani, solleva i piedi, si lancia, esita, si blocca, corre, saltella elegantemente alle melodie musicali fino a che, apertisi i pori, non si evapora tutto il veleno della tarantola e recupera quella sanità che ormai disperava di riavere. O cosa mirabile!..”

E qui il bravo oratore si ferma suggerendo agli astanti di ricorrere, per saperne di più e per vedere quasi quasi dal vivo la tarantola che salta, alla “Musurgia” del padre Kircher o alla “Magia Universale” del padre Scotto dai quali egli dipende strettamente (in ambedue, peraltro, si può leggere il caso di Roberto Santoro).

Riprende poi a trattare gli aspetti, per così dire, teologici e spirituali con altri argomenti relativi all’assunto evangelico,  non senza aver chiarito che la Tarantola altro non è che il Peccato Originale, anzi ogni peccato mortale, perché, come afferma San Giovanni Crisostomo “il peccato lascia nell’anima un veleno”.

 

Frontespizio della Magia Universalis (1674)    del p. Gaspare Schotto
Frontespizio della Magia Universalis (1674) del p. Gaspare Schotto

D’altra parte, questa virulenta tarantola – commenta egli – non ha forse colpito col suo morso nel Paradiso terrestre il primo ortolano (cioè Adamo) inoculandogli un veleno così penetrante da corrompergli il cuore e da renderlo stupito, attonito, immobile, insensibile…? Un veleno che la Vergine Maria col suo “Magnificat” riuscirà alla fine a neutralizzare, come avvenne nell’incontro con Elisabetta, quando anche Giovanni che “saltava” a causa della tarantola nel grembo di Elisabetta, riuscì alla fine a liberarsi dal peccato avvicinandosi a quel Gesù che Maria portava in grembo?

Questo di Knittel è un interessante e rarissimo esempio di utilizzazione del fenomeno del Tarantismo nell’omiletica. Un vero e proprio esercizio di bravura che consente comunque all’oratore di concludere, parafrasando quasi il Salve Regina e l’Ave Maria, con queste parole: “…è stato scritto che alcuni dei morsicati dalla tarantola si mettono a ridere; altri si mettono a piangere in quella danza tragico-comica.

O Maria! Ecco, noi miseri peccatori a Te saltiamo ridenti e piangenti. Ridenti quando abbiamo seguito la vanità del mondo: piangenti quando abbiamo seguito la nostra cecità. O Maria, rifugio de peccatori! Prega per noi miseri peccatori ora e nell’ora della nostra morte. Amen”.


[1] Nostra traduzione

A margine della mostra “Ceramica pugliese ed altro nella collezione Tondolo”

Albarello attrib. a Francesco Saverio Marinaro. sec. XVIII, fornaci di Grottaglie.
Albarello attrib. a Francesco Saverio Marinaro. sec. XVIII, fornaci di Grottaglie.

A MARGINE DELLA MOSTRA “CERAMICA PUGLIESE ED ALTRO  NELLA COLLEZIONE TONDOLO. XVII – XX SECOLO”

L’importante contributo di Carlo e Antonio Dell’Aquila

alla storia della ceramica di Grottaglie e di Terra d’Otranto

di Rosario Quaranta

Si segnala con piacere l’importante ed elegante Catalogo che consegna alla storia la mostra di ceramica artistica tenutasi nei mesi scorsi presso il museo Castromediano di Lecce: “La passione del collezionismo. Ceramica pugliese ed altro nella collezione Tondolo. XVII – XX secolo” (Mario Congedo editore, Galatina 2012, pp. 168 splendidamente illustrate). Una mostra progettata da Antonio Cassiano e curata da Brizia Minerva e Anna Lucia Tempesta, con la consulenza di un nutrito e qualificato comitato scientifico (Antonio Castorani, Antonio e Carlo Dell’Aquila, Daniela De Vincentis, Regina Poso, Riccardo Tondolo e Fabrizio Vona) che racconta in maniera esemplare quattro secoli di produzione ceramica regionale, con brevi, ma efficaci, incursioni anche in altre regioni (in particolare Campania, Calabria e Sicilia) e con riferimenti a fornaci e fabbriche lucane e abruzzesi, e a quelle di Faenza, Deruta e S. Quirico d’Orcia, non escluse alcune testimonianze portoghesi, spagnole e francesi. Tutto ciò grazie ancora una volta alla ricchissima e qualificata collezione Tondolo, dopo l’analoga esperienza realizzata nel 2011 sempre presso il Museo Castromediano e incentrata sulle ceramiche di Laterza.

Alzata in maiolica del sec. XVIII. Fornaci di Grottaglie.
Alzata in maiolica del sec. XVIII. Fornaci di Grottaglie.

Il catalogo, di cui ci occupiamo, presenta in apertura due saggi firmati da Carlo e Antonio Dell’Aquila, indispensabili per collocare in un contesto preciso e in una sistemazione scientifica la notevole produzione ceramica  in mostra (alzate, piatti da pompa, albarelli, bottiglie da farmacia, scaldini, “ciarle”, zuppiere, caffettiere, coppe, acquasantiere, candelieri, oliere, bacili…) che viene poi analizzata, studiata e presentata nelle singole schede redatte dagli stessi fratelli Dell’Aquila e da altri specialisti (Ida Blattmann D’Amelj, e le ricordate Minerva, Tempesta e De Vincentis, la quale firma pure all’interno del catalogo una breve nota sulla fabbrica Calò attiva a Grottaglie nella prima metà del Novecento).

Copertina del Catalogo

Dei pezzi in mostra (circa duecento che spaziano dal Seicento al secolo scorso) ben una cinquantina appartengono alla produzione figulina grottagliese, a testimonianza dell’importanza che questo centro ha da sempre assunto nel panorama della ceramica pugliese e in particolare di Terra d’Otranto dove pure lungo i secoli sono stati individuati molti altri centri di attività tra i quali spicca Laterza con la sua produzione “faenzara” di alto e raffinato gusto, giustamente decantato e riconosciuto nella storia della ceramica.

E a proposito di storia della ceramica, è con vero piacere che raccomandiamo i ricordati due importanti saggi che aprono il catalogo che non svolgono soltanto mera funzione introduttiva e illustrativa a una esperienza culturale/editoriale di notevole spessore, ma costituiscono un vero e proprio contributo scientifico per la ricerca, la ricostruzione, lo studio, e l’analisi della ricca e variegata produzione ceramica del nostro territorio.

Giara o ciarla biansata con coperchio del sec. XVIII. Fornaci di Grottaglie
Giara o ciarla biansata con coperchio del sec. XVIII. Fornaci di Grottaglie

Il primo saggio è incentrato sulla ceramica grottagliese (“La maiolica di Grottaglie. Gli studi, i ceramisti, le produzioni”); il secondo sulle altre produzioni (“Le produzioni di Laterza e di Terra d’Otranto”).

In particolare sono da commendare nel primo le puntuali e attente pagine dedicate a “La maiolica di Grottaglie: gli studi, i ceramisti, le produzioni” (pp. 9-20) che finalmente aprono un varco ed indicano una pista sicura nel finora vago e nebuloso capitolo della storia della ceramica di questo pur “vitale centro pugliese”, con un richiamo accorto e critico a una ricerca che renda conto con probante documentazione storica della straordinaria ricchezza e varietà tipologica di una produzione massicciamente attestata lungo i secoli e, fortunatamente, pervenuta e coltivata sempre con esiti interessanti fino ai giorni nostri.

zuppiera del sec. XVIII. Fornaci di Grottaglie.
zuppiera del sec. XVIII. Fornaci di Grottaglie.

I fratelli Dell’Aquila colgono così l’occasione per fare il punto sulle produzioni delle fornaci grottagliesi sviluppando un discorso critico, ben articolato e metodologicamente corretto, che getta non poca luce nella complicata vicenda della storia della ceramica di questo centro.

Ne ripercorrono così l’evoluzione degli studi, a partire da quelli pionieristici della prima metà del Novecento (da Piero Trevisani a Francesco Blasi, da Carlo Polidori a Domenico Maselli, da Ciro Drago a Cosimo Calò) conclusisi con la famosa monografia del Vacca sulla “Ceramica salentina” (1954); studi proseguiti poi grazie alla presenza e al ruolo dell’antica “Scuola per la Ceramica”, poi Istituto d’Arte, e “al suo problematico inserimento nel tessuto produttivo e sociale grottagliese” (dallo “Statuto per la Scuola di Ceramica in Grottaglie” del 1888, alle note e agli approfondimenti di Anselmo De Simone (1911),  dell’arciprete Giuseppe Petraroli, di Saverio Pansini; ma ricordando pure gli interventi favoriti dalla più ampia  e “nuova stagione di studi sulla ceramica e sulla maiolica pugliese” (da Guido Donatone a Ninina Cuomo Di Caprio, da Saverio Pansini, a Rosario Quaranta e Silvano Trevisani, da  Orazio Del Monaco, ad Antonio e Carlo dell’Aquila, fino ad Elio Scarciglia);  e infine i filoni in cui si ascrivono molte pubblicazioni apparse sui cataloghi curati per “manifestazioni ormai storicizzate organizzate dall’amministrazione grottagliese” (dal “Concorso di ceramica mediterranea”  alla  “Mostra dei presepi”, alla “Biennale internazionale di ceramica contemporanea”), nonché dal Museo della Ceramica istituito dal Comune di Grottaglie nell’antico castello-episcopio degli Arcivescovi di Taranto (con vari contributi di Daniela De Vincentis e di diversi altri autori).

Una produzione bibliografica di tutto rispetto dal punto di vista quantitativo cui raramente corrisponde una validità dal punto di vista della ricerca storico-documentale e scientifico-tipologica. Per cui appare ampiamente giustificata l’osservazione dei due Studiosi: “per quanto a nostra conoscenza, sembrerebbe che fino ad ora la ricerca effettuata in loco sul campo – tranne sporadici episodi- non abbia mai suscitato particolare interesse a Grottaglie. Non ci risulta infatti che l’Amministrazione comunale, né le altre istituzioni locali, come l’Istituto d’Arte e poi anche il Museo della Ceramica, abbiano progettato o comunque favorito l’esecuzione di scavi controllati o il recupero sistematico di ritrovamenti casuali. Lo studio e la successiva pubblicazione, tramite i periodici convegni ceramici specialistici o mediante pubblicazioni locali, dei materiali ceramici, anche frammentali, e soprattutto degli scarti di fornaci costituiscono l’unica possibilità di dimostrare la produzione locale antecedente al XVIII secolo, di cui è attestata l’esistenza dalla documentazione archivistica a partire almeno dal secolo XV. Tutto questo contribuirebbe a riconoscere e valorizzare in modo significativo l’importanza di Grottaglie nell’ambito dei centri produttivi non solo pugliesi anche per i secoli precedenti”.

Piatto da parata del secolp XVII. Fornaci di Terra d'Otranto
Piatto da parata del secolp XVII. Fornaci di Terra d’Otranto

Inoltre, e chi scrive concorda pienamente, essi rimarcano l’importanza delle “ricerche sistematiche negli archivi” che sole possono dare informazioni molto interessanti su “i nomi dei ceramisti, i loro estremi esistenziali e cronologici, i rapporti familiari, la costruzione e la trasmissione delle botteghe ceramiche e, ancora, le committenze e i commerci dei loro prodotti, nonché la nomenclatura ceramica nella tradizione locale. Contrariamente a quanto avviene per altri centri produttivi, per Laterza ad esempio, per Grottaglie – che pur vanta forse il più vasto e importante “quartiere delle ceramiche” in ambiente rupestre ancora in attività – mancano studi storici sistematici sulle antiche botteghe e fornaci (i “Camini”), sulla loro ubicazione e distribuzione urbanistica, sulla loro proprietà e sui passaggi di proprietà, e ancora sulla loro valenza produttiva ed economica. Anche queste ricerche potrebbero dare un avallo storicamente e scientificamente valido alla antichità vantata, a volte solo a parole, da tante botteghe attuali”.

Il solo elenco degli altri argomenti sviluppati da Carlo e Antonio Dell’Aquila (che non possiamo qui per ragione di spazio trattare analiticamente) è sufficiente per comprenderne interesse e importanza: “Gli antichi ceramisti grottagliesi” –  “Le produzioni” – “La produzione tardo barocca delle giare o “ciarle” . “I  maestri faenzari: Andreuccio, Marinaro e Lapesa” –  “Conclusioni”. Come pure l’Appendice (con documenti riguardanti due famosi ceramisti: la discussa e misteriosa figura di Ciro La Pesa (ancora tutta da indagare e decifrare dal punto di vista della sua reale attività lavorativa) e quella più sicura di Francesco Saverio Marinaro); e infine le fitte e preziose “Note”  finali.

Le pagine di Carlo e Antonio Dell’Aquila costituiscono così non solo un impulso efficace ai fini di un approfondimento critico, ma anche un autorevole riconoscimento alla plurisecolare esperienza umana e culturale della ceramica grottagliese e dell’antica Terra d’Otranto.

 

Un’ inedita veduta settecentesca di Taranto in un dipinto di Paolo De Falco

Assunzzione di Maria-Paolo De Falco-336x195

di Nicola Fasano

La Casa professa dei Gesuiti a Grottaglie custodisce numerosi dipinti di eccezionale pregio. Alcuni di essi, come lo Sposalizio mistico di Santa Caterina di Andrea Vaccaro, sono un prezioso dono di Ferdinando II di Borbone che visitò i luoghi in cui era nato e cresciuto San Francesco De Geronimo. Altre tele provengono, invece, dal santuario della Madonna della Salute, chiesa per lungo tempo retta dall’ordine. Tra queste, oltre ai dipinti del celebre Paolo De Matteis, bisogna soffermarsi su una tela poco studiata, firmata da un allievo del pittore Francesco Solimena: Paolo De Falco.

Il quadro di grande formato (236 x 195), collocato in un corridoio della dimora gesuitica, raffigura L’Assunzione di Maria. Il tema iconografico è incentrato sul rapimento in cielo di Maria, in anima e corpo, tre giorni dopo la morte. Il termine (dal latino “adsumere”) indica che fu portata in cielo dagli Angeli, come mostra la tela.

L’Assunzione non trova basi nelle Sacre Scritture, ma soltanto negli scritti apocrifi del III-IV secolo e, nella tradizione della Chiesa cattolica. Solo nel 1950, l’Assunzione venne proclamata articolo di fede da Papa Pio XII. Il nostro dipinto riprende l’iconografia controriformistica, che avrà il suo apice in epoca barocca, con alcune varianti significative che andremo a descrivere. Nella parte superiore della composizione Maria, con il braccio destro sul petto e lo sguardo rivolto in alto, assume l’atteggiamento estatico di devota fiducia nella volontà divina. Intorno, paffuti angioletti sospingono senza alcuno sforzo i nembi sui quali si erge la Madonna, mentre un altro angelo solitario si appresta a coronarla con una ghirlanda di rose.

La composizione, smorzata da tinte basse, si accende con gli incarnati dei putti, il fluente mantello  azzurro della Vergine che contrasta con la veste rosacea, e gli svolazzanti panneggi degli angeli. Le figure sono risaltate da delicate trame chiaroscurali che lambiscono i volti e torniscono plasticamente i corpi. L’Assunta con il gruppo di angeli è stata replicata scolasticamente in un dipinto di fine XVIII sec. raffigurante l’Immacolata e Santi, custodito nella Matrice di Montemesola. Quest’ultima tela, commissionata probabilmente dai Saraceno, feudatari di Montemesola, si accomuna al nostro dipinto, per una interessante veduta del paese.

Infatti nel dipinto grottagliese, al posto del sarcofago aperto, dal quale la Vergine viene rapita per essere portata in cielo, si dispiega la vista di una città e sull’estrema destra un picco roccioso in primo piano, consente al pittore di apporre la propria firma : P. De Falco P. (..ingebat).

firma del pittore

Paolo De Falco nativo di Napoli nel 1674, secondo il biografo degli artisti napoletani Bernardo De Dominici, fu “degnissimo sacerdote”. Il pittore, infatti, fu un chierico che aveva seguito studi di logica presso i Gesuiti,  per poi dedicarsi all’arte pittorica presso la prestigiosa scuola di Francesco Solimena. Un pittore diligente che si distingueva in termini celebrativi e puristici, come si evince dal nostro quadro, al quale era difficile chiedere temi di carattere laico e profano. La sua produzione artistica, secondo il Prof. Pavone, si concentrò nei centri periferici tra i quali Taranto, dove il De Dominici registra una “Sant’Irene, che il pittore mandò nella città di Taranto”, che il  Pavone giustamente riconosce nella nostra tela. Lo studioso attesta l’opera intorno ai primi anni ‘30 del Settecento, “in quel processo di ridefinizione in chiaro delle forme” che fa dell’opera una composizione devota e “pulita” in linea con i dettami dei Gesuiti, committenti dell’opera.

Pavone, inoltre, riconosce nel pittore la nettezza delle forme, la pacatezza nei gesti e nei volti che aderiscono al clima arcadico del Solimena dei primi del Settecento, mettendo in relazione l’Assunta tarantina con il San Martino e la Madonna di Cerreto.

Sul dipinto interviene anche il Prof. Galante, che nel volume “Questioni Artistiche Pugliesi”, nell’introdurre la figura di Giovan Battista Lama, accenna fugacemente al nostro dipinto, il quale, insieme a quelli del Lama e del De Matteis, costituivano il patrimonio pittorico della chiesa di Monteoliveto, poi Madonna della Salute.  Sia Galante, sia Pavone, non accennano minimamente al paesaggio in basso a sinistra, e solo nella scheda di catalogazione del quadro per i volumi di Iconografia Sacra a Taranto, dopo avere fornito i dati essenziali dell’opera, chi redige la scheda, si sofferma brevemente sulla veduta.

altra veduta

Analizzando il paesaggio, emergono novità che possono essere molto interessanti. La tela molto rovinata nella parte inferiore, mostra una città che sembra essere Taranto, e quale migliore occasione se non quella di farla proteggere dall’Assunta, patrona di Taranto, a cui è dedicata la Cattedrale, insieme a San Cataldo?

A conferma di questa tesi, concorrono una serie di fattori che andremo a descrivere.

particolare

La città presenta una veduta dal Mar Piccolo inquadrata nel tradizionale N-W (nord-ovest),  similare alla descrizione calligrafica del pittore Coccorante nella pala di Mastroleo in San Domenico. Facilmente riconoscibile all’estremità  destra, il ponte del fosso dalle quattro arcate e il castello aragonese con le sue torri. Nella parte centrale si distingue a fatica l’abitato costituito da  casupole con tetti spioventi, alcune chiese con campanili svettanti, tra le quali il Duomo con il tiburio circolare e il campanile romanico visto su due lati. Nell’estremità destra si scorgono la cittadella fortificata, la torre di Raimondello Orsini e il ponte di Porta Napoli con cinque arcate, invece delle sette tradizionali.

particolare della veduta con la torre di Raimondello
particolare della veduta con la torre di Raimondello

Non mancano le relative fortificazioni sul Mar Piccolo, con la cinta muraria e il torrione. Naturalmente il pittore, anche con qualche incongruenza, dà una visione idealizzata della città, con i ponti di accesso, le chiese, le torri, le cose essenziali che caratterizzano l’abitato settecentesco. Non meno significativa è la presenza dei due vessilli sulle torri, che con un po’ di immaginazione si può pensare recassero lo stemma degli Asburgo, attestando il dipinto agli anni precedenti al 1734.

Purtroppo, la fotografia e il pessimo stato di conservazione del dipinto non rendono giustizia alla veduta, che prosegue sulla destra per interrompersi con la roccia sulla quale il pittore appone la propria firma.

La scoperta di questa veduta inedita di Taranto è di per sè interessante, ma ancora più importante sarebbe la datazione, che, stando a quanto riportato dal  Pavone, si  attesterebbe intorno ai primi anni ‘30 del Settecento, precedente quindi alle più celebri vedute del Coccorante: quella in San Domenico a Taranto e quella conservata nel Museo San Martino a Napoli, realizzate intorno al 1738-40.

veduta estesa

Da dove avrà preso spunto il nostro pittore? Da qualche dipinto precedente? Dalle celebri vedute del Pacichelli che circolavano nel Regno di Napoli? Non è dato sapere. La veduta, ignorata dagli studi, non è stata censita nella mostra sulle vedute relative a Taranto e al suo golfo del 1973, tantomeno nella mostra tenuta al castello aragonese di Taranto sul finire del 1992. L’unica esposizione alla quale il dipinto ha partecipato è stata quella del 1937, in occasione della Prima Mostra Ionica di Arte Sacra, nel cui catalogo il dipinto si fa apprezzare per il buon sapore decorativo.

Visto che la Madonna della Salute è chiusa da tempo, non rimane che fare una passeggiata a Grottaglie, andare al “Monticello”, dai Gesuiti, e gustarsi questa inedita veduta di Taranto, oltre ai dipinti di Paolo De Matteis, che un tempo decoravano la chiesa di largo Monteoliveto.

Il chiostro di S. Francesco di Paola a Grottaglie e il pittore Bernardino Greco da Copertino

 

IL CICLO BIOGRAFICO DI S. FRANCESCO DI PAOLA NELLE LUNETTE DEL CHIOSTRO DEI PAOLOTTI DI GROTTAGLIE

 

di Rosario Quaranta

 

Il chiostro dei Paolotti non è l’unico in Grottaglie; altri ve ne sono, infatti, nei diversi complessi conventuali dei Carmelitani, dei Cappuccini e delle Monache di S. Chiara. Di questi però solo quello annesso al maestoso convento del Carmine risulta degno di particolare nota, sia per la struttura che per le interessanti pitture e decorazioni. Quello dei Cappuccini, molto semplice e di modeste dimensioni, è ormai irriconoscibile come quasi tutta l’imponente struttura conventuale sita, peraltro, in un sito altamente suggestivo sullo spalto  nord della storica gravina del Fullonese, da tempo abbandonata allo scempio e alla distruzione ed ora in fase di recupero e restauro. Il minuscolo chiostro delle Clarisse, in aderenza alla peculiare severità ed estrema semplicità del monastero, non presenta interesse artistico o architettonico. Il chiostro del Carmineappartenente strutturalmente al secolo XVI e completato nelle decorazioni nel secolo XVIII, rappresenta sicuramente un elemento di notevole interesse artistico e architettonico del territorio. Nonostante le modeste dimensioni, si presenta all’occhio del visitatore

Santa Maria “in silvis”. Il santuario di Santa Maria Mutata presso Grottaglie


di Rosario Quaranta

 

 

Il santuario di S. Maria della Mutata, posto a poco più di sei chilometri sulla strada che da Grottaglie porta a Martina, è dedicato alla Vergine Assunta ed è sito in quella che una volta era denominata la Foresta Tarantina, ai piedi dei monti di Martina, per cui è anche detta S. Maria in Silvis.

Una chiesa storicamente molto importante non solo per gli abitanti di Grottaglie ma anche dei paesi vicini che, in particolare la Domenica in Albis, successiva alla Pasqua, e il 15 agosto, festa dell’Assunta, vi accorrono ancora numerosi per venerarla.

 

Il sacro tempio, oggi affidato ai Padri Minimi di Grottaglie, è stato elevato a Santuario Mariano della città della ceramica e della diocesi di Taranto con decreto dell’arcivescovo Mons. Ferdinando Bernardi del 1 aprile 1954.

L’appellativo di Mutata è da riferirsi, secondo la tradizione, a un fatto prodigioso avvenuto nel 1359: “V’era un contrasto tra gli abitanti di Grottaglie e quelli di Martina per il possesso della detta chiesa; l’immagine della Madonna era dipinta sulla parete a Sud e guardava verso la Terra di Martina per cui i martinesi deduceva­no l’affermazione dei loro diritti; ma un giorno la stessa immagine venne ritrovata dipinta sulla parete a Nord guardando verso Grottaglie. Per tale repentino cambiamento è chiamata S. Maria di Mutata”.

Su tale titolo esistono, però, molte opinioni. Come spiega lo storico Ciro Cafforio nella sua monografia Santa Maria  Mutata nell’ex feudo di San Vittore della mensa arcivescovile di Taranto,(Taranto 1954),  è più probabile che “Mutata” si riferisca ai vari punti di riposo, di rifornimento e di cambio delle cavalcature anticamente dislocate lungo le strade e perciò il toponimo indicherebbe questa  “mutazione”.

Nel 1634 l’antico tempio, risalente secondo alcuni storici al secolo X, risulta completo in tutte le sue parti, anche nella decorazione delle volte e delle pareti, come si rileva dalla data che corre sotto lo stemma dell’arcivescovo di Taranto cardinal Egidio Albornoz (1630-1637) dipinto al centro della navata maggiore, sulla porta interna dell’arco che guarda l’altare.

La facciata, molto semplice si suddivide in tre sezioni: le due laterali a superficie liscia hanno due finestre e terminano in alto a linea orizzontale. A coronamento della sezione di sinistra sorge l’edicola campanaria a vela, con due archi sotto i quali sono sospese le campane. La sezione centrale della facciata, più alta e più larga delle laterali, è animata da cinque lesene sulle quali si sviluppa un frontone triangolare con interruzione al vertice, nella quale si innesta una croce greca. La lesena di mezzo è annullata dal basso fino al capitello da due vuoti: la porta di entrata al santuario ha sull’architrave il motivo decorativo del frontone più in alto una nicchia contenente il simulacro della Vergine della Mu­tata in terracotta colorata.

L’interno della chiesa, escluse la sagrestia e le cappelle terminali delle navate, è a base quadrata, misurando m. 15 di lato.

La navata centrale, larga 8 m. è formata da tre campate con volte a crociera piuttosto basse e termina in fondo con l’abside sulla cui parete, in un grande armadio di legno del Seicento con intagli dorati e colorati su fondo bianco, si può ammirare il miraco­loso Crocifisso risalente al secolo XV e  ricordato nella visita di Mons. Brancaccio del 1577.

Ai lati sono inquadrate due piccole tele di buona fattura (sec. XVII), rappresentanti due episodi della passione: Gesù legato alla colonna e Gesù con la canna. Armadio e pitture sono della prima metà del Seicento.

Nella navata laterale, a sinistra entrando in chiesa, si eleva il primo altare, sul quale era collocata  un’antica tela del primo Settecento riproducente la Vergine del Carmelo tra San Lorenzo e S. Francesco di Paola, trafugata alcuni anni fa. L’ultimo altare della navata sinistra, in origine intitolato a Santa Barbara, ospitava un grande quadro della martire e venne fatto dipingere da D. Antonio Ettorre nei primissimi anni del Settecento; venne poi rimosso per ospitare un quadro di San Ciro del Solimena,  sostituito a sua volta con altro quadro raffigurante sempre S. Ciro, del pittore grottagliese Ciro Fanigliulo. Tutti questi quadri sono stati, purtroppo, rubati.

Nella navata destra, sotto la prima campata, s’innalza l’altare con la statua di S. Giuseppe in pietra calcarea dipinta, a grandezza naturale, in atto di condurre per mano il Bambino Gesù (sec. XVIII).

Fra i due pilastri che seguono, si apre una nicchia in cui fino a qualche anno fa si conservava una piccola e interessante statua romanica della Vergine in pietra bianca (sec. XII o XIII), ritrovata nei primi anni del Novecento sotto l’altare maggiore; recentemente restaurata è sistemata attualmente nella chiesa madre per motivi di sicurezza.

L’altare della Mutata s’innalza sotto l’arco estremo del braccio trasversale della croce. E’ sormontata da una trabeazione che poggia su quattro mezze colonne, due a destra e due a sinistra; al centro di queste, incassato nel muro è l’antico affresco risalente al periodo bizantino e più volte  ritoccato della Madonna miracolosa.

La volta del tempio è in massima parte vivacemente affrescata da un ignoto pittore locale del primo Seicento, anche se l’opera risulta manomessa da infelici recenti interventi.

Notevole la cupoletta dell’altare della Vergine, tutta dipinta con l’apoteosi di Maria attorniata da stuoli di angeli e di santi. Nei ventagli sono dipinti i quattro evangelisti; intorno all’attico si aggira una lunga teoria di santi; nella calotta la Vergine Assunta, tutta raccolta in sublime e umile preghiera, è dipinta in atto di ricevere sul capo la corona da Dio Padre e dal Divino Figlio, mentre in alto volteggia lo Spirito Santo sotto forma di colomba

Segue sotto la terza campata l’altare dedicato a S. Cataldo (sec. XVIII) e quello di S. Francesco De Geronimo (metà sec. XIX).

Il pavimento maiolicato è formato da quadrelli verniciati di argilla con ornati geometrici o di foglie e fiori a colori uniti e decisi, tra i quali dominano il giallo, il celeste e il rosa su fondo bianco. Il manufatto, produzione dell’industria figulina locale, è di grande importanza, perché dimostra l’evoluzione e la continuità dell’arte ceramica grottagliese. Si possono individuare, infatti, pezzi e tipologie di epoca diversa (secc. XVII – XIX).

 

Ai piedi della Vergine della Mutata in questo chiesa, come è riportato nella visita pastorale del 1577 di mons. Lelio  Brancaccio arcivescovo di Taranto, e come si ricordava in una tela conservata una volta e poi trafugata dalla sagrestia della chiesa di S. Francesco di Paola, l’eroe grottagliese Pietro D’Onofrio depose il vessillo che in battaglia aveva sottratto ai turchi in una battaglia avvenuta nei pressi di Rossano nel 1575. In seguito a quella vittoria egli ebbe il titolo di sergente maggiore e  introdusse, nel giorno della sua festa, il “proelium iocosum”, ossia una finta battaglia dei cristiani contro i turchi.

Una battaglia commemorativa che si tenne fino al 1788, quando venne abolita per ordine di Mons. Capecelatro. Venne così tramutata in una più semplice “scamiciata” che si è tenuta fino al 1935.

In onore della loro protettrice, i Grottagliesi fecero realizzare a Napoli nel 1777 una splendida statua d’argento, opera di Lorenzo e Tommaso Telese, che si custodisce nella chiesa delle le monache clarisse.

Il chiostro di S. Francesco di Paola a Grottaglie e il pittore Bernardino Greco da Copertino

 

IL CICLO BIOGRAFICO DI S. FRANCESCO DI PAOLA NELLE LUNETTE DEL CHIOSTRO DEI PAOLOTTI DI GROTTAGLIE

 

di Rosario Quaranta

 

Il chiostro dei Paolotti non è l’unico in Grottaglie; altri ve ne sono, infatti, nei diversi complessi conventuali dei Carmelitani, dei Cappuccini e delle Monache di S. Chiara. Di questi però solo quello annesso al maestoso convento del Carmine risulta degno di particolare nota, sia per la struttura che per le interessanti pitture e decorazioni. Quello dei Cappuccini, molto semplice e di modeste dimensioni, è ormai irriconoscibile come quasi tutta l’imponente struttura conventuale sita, peraltro, in un sito altamente suggestivo sullo spalto  nord della storica gravina del Fullonese, da tempo abbandonata allo scempio e alla distruzione ed ora in fase di recupero e restauro. Il minuscolo chiostro delle Clarisse, in aderenza alla peculiare severità ed estrema semplicità del monastero, non presenta interesse artistico o architettonico. Il chiostro del Carmine appartenente strutturalmente al secolo XVI e completato nelle decorazioni nel secolo XVIII, rappresenta sicuramente un elemento di notevole interesse artistico e architettonico del territorio. Nonostante le modeste dimensioni, si presenta all’occhio del visitatore

Seicento in Terra d’Otranto: oppressione fiscale, gabelle, violenze; privilegi e immunità ecclesiastica

350 ANNI FA L’ASSASSINIO DELL’ARCIPRETE DI GROTTAGLIE FRANCESCO ANTONIO CARAGLIO

(22 MAGGIO 1662)

 

TRA PREPOTENZE E VIOLENZE BARONALI, 

SCOMUNICHE E DIFESA DELLE IMMUNITÀ ECCLESIASTICHE

 

di Rosario Quaranta

L’arciprete di Grottaglie Francesco Antonio Caraglio, assassinato nel1662, a soli 35 anni, per aver difeso l’immunità ecclesiastica dalle prepotenze baronali

Il 24 maggio 1662, davanti al Capitolo della Collegiata di Grottaglie riunito in una atmosfera plumbea, D. Niccolò Antonio Angiulli, “procu­ratore dei morti”, leggeva con comprensibile dolore e tristezza una lettera pervenuta dal Vicario Generale di Taranto che annunciava: essen­dosi inteso con particolare disgusto l’assassinamento fatto da vilissimi et empii figli d’iniquità in persona dell’Arciprete di cotesta Terra delle Grottaglie nella Terra di Francavilla diocesi d’Oria, Mons. Arcivescovo con il suo solito zelo pastorale non tralasciando oprare quanto sarà necessario e li viene imposto da’ sacri canoni per il castigo di sì enorme delitto; vuole intanto che le SS. VV. per trenta giorni festivi nel Choro genuflessi prima  della Messa conventuale  recitino ad alta voce l’acclusi salmi et oratione contro quelli sacrileghi. Onde lo notifico alle SS. VV. e li bacio le mani. Taranto li 23 maggio 1662. Delle Signorie Vostre affetionatissimomo servitore Abate Ottaviano de Raho.

Era la mesta notizia dell’omicidio perpetrato nella persona dell’arciprete. Il testo della missiva, scarno e laconico, nascondeva una somma di gravissime tensioni, culminate tragicamente, tra la chiesa grottagliese e gli amministratori (curia baronale e governo cittadino).

L’uccisione di un ecclesiastico, per quanto esecranda, non era un caso unico, né sporadico, in quel tempo di prepotenze e di tirannia. La nostra mente correrà senza dubbio alla descrizione manzoniana del degrado politico-giudiziario nella Lombardia del secolo XVII; dalle nostre parti la situazione non fu migliore. Basti pensare che qualche anno prima, nel 1656 sempre a Grottaglie, ci fu un analogo delitto contro l’arciprete di Faggiano.

Era da decenni che in Terra d’Otranto, come in tutte le altre province del Viceregno, l’autorità del potere centrale e la giustizia dello Stato non riusciva a far sentire la propria voce contro lo strapotere dei feudatari locali.

Si leggano in proposito le illuminanti pagine scritte da Rosario Villari nel suo “La rivolta antispagnola a Napoli” e si scoprirà, ad esempio, fino a che punto giungesse la tracotanza del Conte di Conversano che fece uccidere non solo il Sindaco, ma anche massacrare i preti nella cattedrale di Nardò. Gli stessi responsabili della giustizia ammettono l’impotenza:  In questa Provincia  (di

Grottaglie/ Santi in terracotta tra Ottocento e Novecento

In margine a una mostra

“SACRALITÀ DOMESTICA. SANTI IN TERRACOTTA TRA OTTOCENTO E NOVECENTO”

Una piccola corte celeste a Casa Vestita nel Quartiere delle Ceramiche a Grottaglie in uno scenario da favola dove si incrociano storia arte e religiosità

 

di Rosario Quaranta

“Sacralità domestica. Santi in terracotta tra Ottocento e Novecento”: questo il titolo di una mostra  inaugurata il 29 marzo scorso a “Casa Vestita” nel quartiere delle ceramiche a Grottaglie e che sta suscitando interesse e successo straordinari.  Un vero e proprio evento che, oltre a richiamare un buon numero di visitatori, ha solleticato l’attenzione massiccia dei “media” e in particolare del Web veicolando così questa intelligente operazione culturale ben oltre gli stretti confini provinciali e regionali.  Perché tutto questo non sembri inutile esagerazione, suggerisco al cortese Lettore di digitare, magari sul più classico canale di ricerca telematico, le parole  “sacralità domestica a Grottaglie” per verificare on line (è il caso di dirlo) l’impressionante numero di links e di servizi correlati.

C’è da chiedersi come mai una mostra di carattere religioso e popolaresco possa suscitare tanto interesse in un mondo così complesso e sempre meno

Un grande salentino orgoglioso delle sue radici: Francesco Giacomo Pignatelli

Un grande salentino orgoglioso delle sue radici:

Francesco Giacomo Pignatelli
canonista – teologo – erudito del secolo XVII

 

di Rosario Quaranta

L’insigne canonista Francesco Giacomo Pignatelli nacque a Grottaglie il 2 aprile 1625 da Vincenzo e da Donata D’Alessandro e fu battezzato 1’8 seguente da D. Orazio Greco essendo padrino il marchese di Monteiasi Carlo Ungaro. Appresi i primi rudimenti letterari nel paese e nel seminario di Taranto, venne aggregato al Capitolo della Collegiata grottagliese l’11 giugno 1639. Si portò poi a Roma per seguire gli studi filosofici e teologici, rivelando particolare inclinazione per la poesia e per il diritto. Fu ascritto all’Accademia dei Fanta­stici dando anche saggi di attività poetica e si addottorò in utroque jure meravigliando fortemente i professori della Minerva per la sua dottrina.
Creato parroco per le specchiate virtù e per le sterminate cognizioni, fu onorato in seguito con la dignità di camerlengo del clero romano. Per ben otto volte gli fu proposto il vescovado che rifiutò per modestia e per dedicarsi agli studi giuridici. La nona volta accettò il vescovado di Gravina (1685), ma, accusato ingiustamente, non poté essere consacrato, né prendere possesso della diocesi. Venne poi nominato parroco della chiesa romana di S. Maria in

Grottaglie, la città dalle tante grotte

 

di Raimondo Rodia

La grotta è il simbolo del paesaggio di Grottaglie, il cui territorio è disseminato da centinaia di anfratti abitati nell’antichità e fino al medioevo.

Ed è proprio dalle grotte che deriva il toponimo di Grottaglie cioè “Cripta Aliae”: dalle tante grotte, che caratterizzavano il territorio dove sarebbe sorto, in epoca romana, il casale chiamato proprio così dai romani allorquando qui si insediarono sottomettendo tarantini e messapi.

gravina Riggio a Grottaglie (grotta del sale) (ph Antonio Iacullo e Claudio Sannico)

L’origine del paese risale alla seconda metà del X secolo, quando la gente dei paesi limitrofi, a causa delle scorrerie saracene, aveva trovato rifugio nelle numerose grotte delle gravine presenti nella zona. L’abitato comincia quindi a svilupparsi intorno alle grotte e divenuto popoloso, viene assegnato in feudo agli arcivescovi di Taranto da Roberto il Guiscardo.

La profonda fedeltà verso gli arcivescovi di Taranto spinse gli abitanti di Grottaglie nel 1257 a ribellarsi agli svevi, scomunicati dal papa, subirono la rappresaglia ad opera di Manfredi. Alla fine del XVI secolo Grottaglie, ritornata sotto l’amministrazione arcivescovile, vi rimane per tutta l’epoca feudale fino al 1806 quando Napoleone abolì i diritti feudali.

Grottaglie cominciò ad essere munita di fortificazioni, dal 1388 il castello costruito dai vescovi tarantini feudatari del posto qui stabilirono la loro sede. Lo sviluppo del borgo subisce, in seguito, rallentamenti a causa dell’insorgere di aspri dissidi con i feudatari di Martina Franca che pretendevano l’usufrutto sulle rendite di tutto il territorio di Grottaglie arrecando pesanti disagi economici alla popolazione.

Ma come dicevo emblema della città il castello-episcopio (palazzo vescovile) presenta, all’esterno, tutti i caratteri della fortezza medioevale con una forma turrita e quadrata con al centro un severo mastio; alte torri sui lati terminano con una torretta merlata. Attualmente il castello è murato su tre lati con il fabbricato principale che funge da quarto lato ed una grossa torre maestra posta all’interno dei due cortili. All’estremità di sud-est, tra il fabbricato e la cinta muraria, vi è una cortina che si affaccia sul quartiere delle ceramiche. Il fabbricato principale, dove vi era la sede dell’episcopio, si sviluppa su due piani con parziale terzo livello nell’ala sud-est. La torre interna ha quattro piani tutti indipendenti fra loro e collegati con l’esterno mediante scale ormai dirute. Ad occidente del maniero si apre “porta castello” rivolta verso il paese in basso ed innestata con il palazzo consente di passare al lato opposto dove c’è la maggior densità abitativa. Ad est, scendendo per quelle che vengono chiamate “Le Camene”, si scoprono per intero tutte le mura.

il castello Episcopio (dal sito del comune di Grottaglie)

Il castello Episcopio ha subito nel tempo, almeno fino al 1649, vari ampliamenti. Attualmente è sede del museo della ceramica che nelle sue sale contiene pezzi unici dell’arte figula che ha fatto conoscere, nel corso dei secoli, le capacità di questi artigiani che con la qualità del prodotto hanno raggiunto i vertici per cui, giustamente, si può parlare di artigianato artistico.

Grottaglie è il più importante centro di attività ceramistica della Puglia. Qui la lavorazione della ceramica ha tradizioni secolari con testimonianze

Mostra sulle Seicentine di Giuseppe Battista da Grottaglie

di Cosimo Luccarelli

Nelle sale adiacenti all’ingresso della Casa natale di San Francesco de
Geronimo in Via Spirito Santo(le vecchie  scalelle)- Centro Storico
Grottaglie – una Mostra sulle “Seicentine” del poeta grottagliese
Giuseppe  Battista
.
A Giuseppe Battista, poeta barocco, di cui ricorre il quarto centenario
della nascita, è dedicata una mostra bibliografica che raccoglie testi
pregiati in originale risalenti al 1600 e in anastatica oltre ad alcuni
libri di autori che hanno scritto e antologizzato le opere di Giuseppe
Battista. L’iniziativa è organizzata dal Centro Studi e Ricerche
Francesco Grisi e dai Padri Gesuiti di Grottaglie. Si tratta di una mostra
originale che pone in essere un preciso percorso che è quello non solo definito già nelle ricerche strutturate nel Progetto del Centro Studi “Francesco  Grisi” ma si enuclea in un modello di partecipazione sia dal punto di vista di una metodologia educativa che in una proposta rivolta alla conoscenza del poeta e della poesia del Seicento.

All’inaugurazione della mostra, fissata per Martedì 30 marzo 2010 – ore 19.00,  nelle sale adiacenti all’ingresso della casa natale del Santo Gesuita, via Santo Spirito 54 (stradina che costeggia il Santuario), interverranno Padre Salvatore Discepolo S.I. , Arcangelo Fornaro, Roberto Burano, Ciro De Roma, don Cosimo Occhibianco. La testimonianza critico – letteraria è affidata a Pierfranco Bruni mentre i lavori saranno coordinati dal giornalista della Rai Salvatore Catapano.

La mostra ha lo scopo, appunto” di “mostrare” visivamente i libri del
Battista in un itinerario di bibliografia ragionata con lo scopo di avvicinare il
pubblico a prendere contatto con il materiale.

Alcune seicentine, oltre a illustrarsi con il loro reale valore, definiscono la struttura del testo poetico, con la loro forma e la loro legatura, adottato dall’editoria “battistiana”. Importante la collaborazione, in questo senso, tra il Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” e i Padri Gesuiti di Grottaglie, le
cui sinergie non solo hanno permesso questa manifestazione ma sancisce
l’avvio per ulteriori attività culturali. Una mostra, questa di Grottaglie, che
legge il percorso editoriale di Giuseppe Battista (1610 – 1675)
attraverso alcuni originali, le “seicentine”, che penetrano il tessuto editoriale di un Seicento che si racconta non attraverso una visione ideologica ma grazie ad una interpretazione estetica dentro la quale Giuseppe Battista
costituisce un riferimento non solo per il barocco italiano ma per il barocco tra Spagna e Francia. Nel corso della serata si potranno ascoltare musiche barocche con particolari illustrazioni di filmati oltre a trasmettere il video
realizzato dal Centro Studi “Francesco Grisi” dedicato completamente a Giuseppe Battista e il Barocco, andato in onda su RAI UNO.  In allegato la
locandina che vale come invito.

Si ringrazia la Biblioteca Comunale di Tuglie per questa ed altre segnalazioni.

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

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