L’attualissima eredità del dimenticato Giuseppe De Dominicis (alias Capitan Black): la forza di un modello glocal ante-litteram per salentini e non dei nostri giorni*

“Il parlare quotidiano è una poesia

dimenticata e come logorata”

M. Heidegger

di Pier Paolo Tarsi

Lecce nu bera nienti a nfacce Utrantu:
fegùrate ca tutte ste sciardine
utandu de cqua nturnu, fencattantu
nu ggìri allu castiedhu peccussine;

tutta quanta sta parte a ddunca moi
l’acqua se stagna e llu ranecchiu rita,
cinquecento anni a rretu quandu foi
era paise a ddu fervìa la vita.

E lla vita fervìa mmienzu stu mare,
a ddu moi nu trabbàculu nu rrìa,
nc’eranu bastimenti a ccentenare
de Francia, de Venezia e de Arbania.

Era de centu turri ncurunatu
Utrantu, figghiu miu, quista è lla storia,
E moi de tanta pompa n’ha restatu
Lu nume sulamente e lla memoria
[1]
Con una scena quasi intima che rievoca la funzione più originaria e arcaica del canto poetico, quella della trasmissione orale del proprio passato dal vecchio al giovane, si apre la più bella narrazione storica in versi che si conosca della presa turca di Otranto, il meraviglioso poema Li Martiri d’Otrantu di Giuseppe de Dominicis. Nato nel 1869 a Cavallino, nella provincia leccese, questi era conosciuto soprattutto come Capitan Black, pseudonimo curioso attinto da un romanzo inglese che ricorda immediatamente quanto vasta, nel suo essere proiettata alla più ampia produzione letteraria di tutta (ma proprio tutta!) Europa fosse la cultura di questo poeta, nato nella periferia più estrema del continente e morto a soli 36 anni. Verseggiava per lo più in vernacolo (benché non manchino sue opere in lingua) e nel suo dialetto, nelle immagini e nei modi di dire della propria gente, attingendo simbolicamente dal vivere contadino del Salento

Tradinnovazione di Piero Cannizzaro

di Pier Paolo Tarsi

Piero Cannizzaro e Uccio Aloisi

Se in generale, per dirla con Franco Battiato, “è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore”, ancor più complicato è senza dubbio, per andare allo specifico, incamminarsi ben oltre l’indifferenza, i cliché, i luoghi comuni ed i tanti equivoci nell’enorme e disorientante baccano relativo alle manifestazioni etno-musicali contemporanee salentine (e non solo), ricercando e interpretando con rigore antropologico e intelligenza nell’ambito di fenomeni identitari complessi intorno ai quali molti fanno per lo più, appunto, solo rumore e confusione. Per riuscirvi ci vuole una dose notevole di equilibrio, acume, ricerca oltre che tutta l’esperienza e la padronanza dei linguaggi cinematografici di un autore di valore come Piero Cannizzaro.

Il risultato tangibile di questi sforzi di ricerca di una cornice di lettura coerente e meditata della realtà musicale e coreutica glocal in varie regioni d’Italia (Puglia, Sardegna e Piemonte) è  “TRADINNOVAZIONE: UNA MUSICA GLOCAL”, ultima fatica firmata per  “RAI – MAGAZZINI EINSTEIN (a cura di Paola Orlandini)” da un autore e maestro che arricchisce così una personale catena di lavori semplicemente eccellenti. Si tratta di un film documentario dal titolo già molto eloquente, un viaggio affascinante in cui si è autorevolmente condotti (prezioso in tal senso è ad esempio il contributo dell’antropologo salentino Eugenio Imbriani) tra realtà e contenuti complessi, espressi tuttavia in modo coinvolgente e chiarissimo. Di tale lavoro, abbiamo l’onore e il piacere di proporre sul nostro sito per i cari Spigolatori tanto la tappa del viaggio che riguarda il Salento, dal titolo “TRADINNOVAZIONE: IL GLOCAL IN PUGLIA TRA MUSICA E DANZA”, quanto quella che riguarda la Sardegna ed il Piemonte, dal titolo “TRADINNOVAZIONE: UNA MUSICA GLOCAL TRA PIEMONTE E SARDEGNA”.

Non prima di aver ringraziato di cuore Cannizzaro per il generoso dono offertoci, invitiamo i lettori a cogliere la preziosa occasione raccomandando loro la visione delle due tappe che compongono il film – accessibili dai  link che seguono – ed invitandoli a

TRADINNOVAZIONE: il Glocal in Puglia tra musica e danza

Proponiamo di seguito l’ottima introduzione al film documentario di Piero Cannizzaro, scritta e pubblicata da Mauro Marino sulle pagine del quotidiano “PAESE NUOVO” dallo stesso diretto. Ringraziamo per la gentile concessione.

La redazione

di Mauro Marino

Il suono è la via di comunicazione che più facilmente può essere percorsa dalla suggestione, dalla memoria, dal pensiero.

Suoni sono i rumori, i linguaggi, le musiche.

Ogni suono è il segnale di una presenza, il veicolo di un messaggio, la componente essenziale di un territorio, di un paese, di un ambiente.

Un fenomeno caratteristico della corsa alla globalizzazione, ma anche un fenomeno particolarmente rispettoso delle diverse identità locali: si unisce, si mescola senza distruggere.

Magia tarantismo, disse Ernesto De Martino, sono forme arcaiche di cura, nelle quali si leggono aspirazioni e valori, tradizioni ed esigenze ludiche.

Ma oggi che la società contadina è notevolmente cambiata cosa è rimasto di quei suoni? Stiamo assistendo ad un nuovo interesse da parte di molti giovani che suonano e fruiscono di questa “nuova” musica. Suoni che oltre  agli strumenti tradizionali come la voce, il tamburello, i fiati, il violino e le percussioni popolari si aggiungono anche il violoncello, il contrabbasso, la tromba, la batteria, la chitarra, l’ organetto, la fisarmonica etc.

Abbiamo viaggiato nell’Italia attraverso la musica etnica e le sue commistioni, i contatti con le culture e i modi che questa musica alimenta e assorbe per produrre a sua volta altra musica.

Quello che si prefiggono i musicisti (ma anche i danzatori) che abbiamo incontrato, è quello di andare oltre alla tradizione cercando di creare un ibrido tra il passato ed il presente, per rendere ancora oggi viva la tradizione.

Anna Cinzia Villani

In Puglia abbiamo incontrato e ascoltato la cantante salentina Anna Cinzia Villani, il gruppo “Mascarimirì” il cui sguardo è volto alla world music, al raggamuffin, al dub, alla techno, alla contaminazione con esperienze, suoni, voci, ritmi di altri paesi vicini e lontani. La loro idea di fondo è quella di mettere in musica le sensazioni, gli umori e gli odori delle feste tipiche del sud. E il “Canzoniere Grecanico Salentino” che è stato il primo gruppo di riproposta musicale della tradizione salentina ad essersi formato in Puglia nel 1975, ben trentacinque anni fa per

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