Un disegno dello Zimbalo e la sua firma finiti in Spagna

di Armando Polito

Dopo le mappe del Blaeu presentate recentemente in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/07/18/altro-che-agenda-digitale/ ecco quanto ho trovato sul sito della Biblioteca Nazionale di Spagna all’indirizzo http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000134875, da cui si può scaricare il tutto in alta definizione. Il documento consta di un’unica carta che reca al retto uno scritto e al verso  un disegno. Li riporto entrambi (in bassa definizione) aggiungendo di mio per lo scritto la trascrizione e qualche nota di commento e per il disegno una sommaria descrizione.

Io Mastro Giuseppe Cimmalo della Città di Lecce faccio fede come il retroscritto

Disegno della Cappella di Santo Antonio sita nella Chiesa di Santa Maria

del Tempio de P.P. Riformati fuori di detta Città di Lecce è stato fatto

da me à richiesta del s.re D. Christofaro Antegnon Enriquez e del s.re D.

Gironimo della Luna, quale Cappella si è posseduta sempre, e possiede

dalli ss.ri di Casa Condò1, et hoggi si possiede dal s(ignore) D. Marino Condò

Marchese di Trepuzze; onde in fede hò fatta la presente sottoscritta di

mia propria mano in Lecce Le vent’uno Marzo 1664.

Io Gioseppe Zimalo

 

Si fa fede per me frat’Andrea da Franca(vi)lla Riform(a)to e Vicario

del Venerabile Convento di S.ta Maria del Tempio nella Città di

Lecce, come nella nostra Chiesa extra menia vi è una Capella (sic!)

amano (sic!) manca sotto il titolo di S.to Antonio conf(orm)e al retrosc[ritto]

disegno, la quale ab’antico (sic!) sempre sé (sic!) posseduta dalli Sig.ri di

Casa Condò1 e hoggi si possiede dal Sig.r D. Marino Condò

Marchese di Tripuzzi, e a richiesta del Sig.r D. Cristoforo

Antegnon Enriquez, e del Sig.r D. Geronimo de Luna ho

fatto la p(rese)nte firmata di mia propria mano è (sic!) suggelata (sic!)

Lecce Le vent’uno Marzo 1664 col proprio suggello del Convento

Io Frat’Andrea da Franca(vi)lla Riform(a)to, e Vicario conf(irm)o ut sup(r)a

 

In basso a destra il sigillo del convento riprodotto nel dettaglio, ingrandito, che segue.

Si riconosce appena, grazie anche al confronto col dettaglio sottostante tratto da un altro documento, l’emblema dell’ordine costituito da due braccia incrociate, uno nudo, l’altro coperto dal saio, emergenti da una nuvola, con i palmi delle mani forati e in alto una croce.

Si tratta di una scrittura privata composta di due parti. Nella prima Giuseppe Zimbalo attesta che è di sua mano il disegno retrostante eseguito su commissione di certi signori e che la cappella è proprietà della famiglia Condò; nella seconda il vicario del convento conferma i nomi dei committenti del disegno senza far menzione dello Zimbalo, perché la parte focale della sua dichiarazione riguarda solo la proprietà della cappella.

Mentre la seconda dichiarazione appare stilata dalla mano del frate, lo stesso non può dirsi della prima, in cui evidentemente è dell’artista leccese solo Io Gioseppe Zimalo, in cui il nome e il cognome, perciò, possono legittimamente considerarsi come la sua firma (nel dettaglio in basso, dopo la “ripulitura”).

Interessantissime, poi, le varianti del cognome: Cimmalo nel testo, Zimalo nella firma (così in tutti i documenti di suo pugno che ho potuto consultare, purtroppo solo in trascrizione). La forma comunemente adottata (Zimbalo), così, appare come una grafia di compromesso perché Z– si rifà a Zimalo ma -mbalo si rifà a Cimmalo (sia pure con dissimilazione –mm->-mb-). A proposito di varianti: sulla statua di S. Giovanni Battista della facciata della chiesa di S. Teresa a Lecce si legge Gioseppe Ximalo (altra variante …) csopiva (sic!). Può darsi pure che tale iscrizione non sia di suo pugno, come altre eventualmente presenti su altri manufatti, ragion per cui non si può parlare di vera e propria firma, anche perché tra una firma vergata a mano ed una tracciata con lo scalpello dalla stessa persona ci sarebbe, comunque, una differenza notevole (un po’ meno notevole, credo, in pittura usando un pennello). Non guasterebbe, però, estendere l’indagine ad atti notarili in cui lo Zimbalo compaia come sottoscrittore e fare così la comparazione tra tutti i dati raccolti. Per Cimmalo, poi, non è da escludere, secondo me, una sorta di italianizzazione, passando attraverso il napoletano cimmalo=cembalo. Vale, infine, la pena ricordare che nell’atto di battesimo di Giuseppe (archivio della Cattedrale di Lecce, Liber baptizatorum, v. VIII, anni 1620-1629) si legge nato da Gesimondo Zingano et Lucretia Leccisa; come nome comune zìngano è variante antica e popolare (come zìnghero e zìngherlo) di zingaro e deriva dal greco bizantino ἀϑίγγανος (leggi athìnganos)=intoccabile, più precisamente dalla sua forma popolare *ἀϑσίγγανος (leggi athsìnganos), a sua volta dal classico ἀ- privativo + ϑιγγάνω (leggi thingàno)=toccare. Per concludere su questo punto: molto probabilmente tutto il percorso che ha portato da Zìngano a Zìmbalo è iniziato al fine di depurare la voce di partenza della valenza dispregiativa che ancora conserva.

I sic! che ho aggiunto in parentesi tonde mostrano come questo secondo testo rispetto al primo mostra una minore padronanza della lingua.

E passiamo al disegno.

La didascalia che nel link indicato accompagna la scheda di catalogazione (in cui purtroppo mancano notizie circa la provenienza della carta e il percorso seguito per giungere fino in Spagna) recita così:

Proyecto para un altar, en el centro ornacina con la figura de San Antonio flanqueada por columnas pareadas, arriba frontón partido que alberga un escudo, abajo basamento (Progetto per un altare; al centro un arco con la figura di S. Antonio, fiancheggiato  da due colonne per lato, in alto frontone ripartito che contiene uno scudo, in basso un basamento).

Ecco, ingrandito, lo scudo:

Lo stemma (scudo troncato, con un pavone ed una rosa) è dei Condò, come mostra quello, evidenziato dalla circonferenza bianca nell’immagine che segue, di Giovanni Battista Condò sulla facciata della chiesa matrice (di Maria Santissima assunta in cielo) di Trepuzzi alla cui costruzione il nobile concorse e che si presenta partito con quello dei Castriota-Scanderberg (aquila bicipite con teste coronate sormontata da una stella ad otto punte). Chiedo scusa per la bassissima definizione del dettaglio che ho tratto da una schermata di Google Maps, ma è il massimo che ho potuto fare. Se qualche gentile lettore di Trepuzzi inviasse alla redazione una foto più decente io gli sarei grato, la sostituzione sarebbe rapidissima e lui qui vedrebbe citato altrettanto rapidamente il suo nome …

Sulla stessa via (Corso Umberto) al civico 59 lo stesso stemma inquartato (immagine successiva tratta ed adattata sempre da Google Maps) con quello Castriota-Scandeberg e due altri [nel quarto inferiore destro (per chi guarda) quello dei Reggio? (ma le due stelle dovrebbero essere di sei raggi e non, come qui, di otto); il secondo quarto controinquartato?

Ecco in dettaglio lo stesso stemma tratto da http://www.nobilinapoletani.it/images/foto/C/CONDO/Stemma%20CONDO.gif

Anche qui confido  nell’aiuto del lettore volenteroso per una foto più definita e in quello di qualche esperto di araldica, il nostro Marcello in primis (al quale chiedo fin da adesso scusa per le più che probabili imprecisioni terminologiche e per le ipotesi anche loro molto probabilmente avventate; per gli altri se ci saranno, lo farò dopo), per l’identificazione di quei due altri.

Nota aggiunta successivamente alla pubblicazione: Il notaio Gianfranco Condò Arena in data 18/2/2015 mi ha gentilmente comunicato quanto segue: “Giovanni Battista I Condò riacquista nel 1602 Trepuzzi e  concorre alla costruzione della Chiesa Madre. G.B. I era figlio di Giacomo II e di Minerva delli Falconi, aveva sposato Aurelia Castriota Scanderbeg: lo stemma dei Condò sulla  facciata della Chiesa è partito a quello dei Castriota Scanderbeg. G.B. I muore nel 1616. Francesco Maria era figlio di G.B. I e di Aurelia Castriota S., aveva sposato Elisabetta Radalovich di Polignano, è morto, ucciso da Francesco Paladini ,nel 1630. Lo stemma sull’arco del Castello Vecchio di Trepuzzi reca , nel lato destro (sinistro per chi guarda) le armi dei Condò e dei Castriota S.;  nel lato sinistro (destro per chi guarda) le armi dei Radalovich marchesi di Polignano.Quindi non si tratta di armi dei Reggio”.

Ritorno alla didascalia della scheda di catalogazione per dire che non può trattarsi di un progetto ma del disegno, fatto dallo Zimbalo (1620-1710), di qualcosa esistente da quasi due secoli.  Me lo fa pensare la data 1433 che nel disegno si legge agevolmente a destra ai piedi del santo e che sembra farne parte integrante.

Aggiungerei che lo stesso scudo non ancora inquartato ne dà conferma. Un’altra prova, ove ce ne fosse stato bisogno, la offre la chiarissima distinzione nella dichiarazione del frate tra sempre sé posseduta dalli Sig.ri di Casa Condò da una parte e hoggi si possiede dal Sig.r D. Marino Condò Marchese di Tripuzzi dall’altra. 

Che poi di tutto, tempio, cappella e quant’altro, sia rimasto solo questa carta, per giunta finita in Spagna, fa parte delle vicende del tempo e in troppi casi (credo che il nostro sia uno di quelli …) dello scarso rispetto, spesso rasentante un folle vandalismo (e magari fosse frutto solo d’ignoranza! …), del nostro passato.

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1 I Condò secondo Amilcare Foscarini (Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d’Otranto estinte e viventi, Fratelli Lazzaretti di Domenico, Lecce, 1903, vol. I, pp.51-52) sono originari di Parigi e forse discendenti della stirpe dei conti di Ville Conteblas.

Il primo venuto in Terra d’Otranto fu il barone Agostino che ebbe dal 1369 metà dei casali di Castro e di Caprarica di Lecce e quello di Acquarica di Lecce. A lui subentrò prima il figlio Giovanni ed a questi suo fratello Bernardo il quale possedette anche i casali di S. Donato e Trepuzzi col feudo di Terenzano. Giovanni Battista nel 1602 rientrò in possesso del casale di Trepuzzi con Terenzano passato nel frattempo alla famiglia Corciolo; egli concorse, come dirò più avanti, alla costruzione della chiesa matrice di Trepuzzi che reca il suo stemma. Nel 1653 Marino (proprio quello nominato nel nostro atto) è marchese di Trepuzzi. Con una figlia di Marino, moglie di un Acquaviva,  la famiglia si estinse nel XVIII secolo. Va ricordato anche che furono sindaci di Lecce Andriolo nel 1466, Giovanni nel 1570 e Gaspare nel 1568.

 

 

 

Breve profilo degli artisti di Santa Croce in Lecce

Gabriele Riccardi (Lecce, 1524 – ?): architetto. Artista di formazione manierista, unisce il patrimonio culturale mediterraneo con i dettami delle idee gesuitiche. La sua architettura può rientrare nell’ambito dell’arte controriformata: a santa Croce inventa la soluzione della colonna inglobata.

Francesco Antonio Zimbalo (Lecce, 1567 – 1631 ca): architetto. A Lecce è la prima figura importante per la nuova decorazione barocca, interviene a santa Croce nei tre portali della facciata e per l’altare di san Francesco da Paola. È legato in larga misura alla cultura figurativa cinquecentesca avviando poi cadenze, motivi, stilemi e fantasie decorative che troveranno il loro più compiuto sviluppo nel barocco.

Giuseppe Zimbalo (Lecce, 1620? – 1710): architetto. Non è chiaro il rapporto di parentela con Francesco Antonio. È l’artista più importante del barocco a Lecce, è autore della facciata superiore di santa Croce che si pone come svolta per l’arte del XVII secolo in Puglia. Giuseppe Zimbalo unisce la tradizione culturale locale con le soluzioni di fantastica libertà, guardando all’arte iberica e agli esempi napoletani di Fanzago. Lavora nelle maggiori fabbriche del periodo e presto diventa l’architetto preferito dal vescovo Pappacoda. Suoi sono anche la facciata della chiesa del Rosario, la facciata del duomo e il suo campanile.

Cesare Penna (Lecce, 1607 – 1656): scultore. Lavora alla facciata superiore della basilica di santa Croce. Il suo modo di lavorare la pietra è quasi da ricamatore, egli riesce a creare figure e motivi ornamentali di grande sfarzo e potente effetto visivo.

 

queste brevi note sono estratte dal più ampio articolo su Santa Croce pubblicato su Spicilegia Sallentina n°6 

Santa Croce in Lecce, emblema del barocco

di Teodoro De Cesare

Santa Croce è il monumento simbolo del barocco leccese, è l’edificio che incarna lo spirito artistico dell’architettura nel Salento. La chiesa è famosa per la decorazione ricca e sfarzosa della sua facciata, in particolar modo nella parte superiore.

Non è una chiesa barocca edificata ex novo, essa è stata infatti edificata in epoche precedenti. Si pensa che la sua origine possa risalire addirittura al XIV secolo: i gigli intorno al rosone centrale dovrebbero rappresentare i gigli donati dalla corona di Francia alla popolazione e alla prosperità dei celestini. Quei gigli, dunque, sarebbero un richiamo alla prima fondazione, all’epoca in cui Gualtieri VI di Brienne era conte di Lecce, il quale richiese al vescovo, per conto dei padri celestini, di lasciar ad essi una chiesa di proprietà del vescovo stesso. Il conte volle che la chiesa fosse intitolata a “Santa Maria Annuntiata” e a “San Leonardo confessore”, ma poiché la chiesa era già conosciuta con il nome di Santa Croce, a livello popolare rimase questa titolazione . Gualtieri morì nel 1356 e i lavori furono interrotti; i documenti scarseggiano su una possibile prosecuzione del’opera.

È certo che la chiesa fu nuovamente sottoposta a lavori di costruzione a partire dal 1549 su sollecitazione dei padri celestini. Qui comincia la storia della chiesa che arriverà agli anni della conclusione barocca nella facciata. La ricostruzione della chiesa di santa Croce, dunque, ebbe luogo a partire dal 1549 grazie all’architetto Gabriele Riccardi che ne predispose il progetto. Egli creò la struttura della basilica e compì anche la parte inferiore della facciata, di equilibrio classico e con richiami all’architettura romanica nella cornice ad archetti ciechi. La parete è divisa da sei colonne con capitelli zoomorfi ed è sormontata da un fregio di ispirazione classica. Nel 1606, per opera di Francesco Antonio Zimbalo, si aggiunsero una sorta di protiro a colonne binate su plinti e i due portali laterali. La parte superiore fu eseguita da Cesare Penna e Giuseppe Zimbalo intorno al 1646. Essa si poggia su una balconata sostenuta da cariatidi zoomorfe o simboliche, la balaustra è composta da 13 putti recanti emblemi. Il grande rosone centrale risente della tradizione romanica ed è circondato da una ricchissima cornice; quattro colonne hanno una decorazione fantasiosa; a queste si affianca il fregio, le cui lettere infrascate caratterizzano il nome dell’abate committente, don Matteo Napolitano ; due colonne sorreggono le statue di san Pietro Celestino e san Benedetto. Tutto è unito da una resa plastica di sfrenata fantasia e libertà inventiva, senza per questo risultare troppo ridondante ed eccessivamente abbondante, infatti la struttura risulta, nella sua ricchezza, semplice e chiara. Questa leggerezza nella ricchezza è dovuta sicuramente alla pietra leccese, facile da lavorare, di un colore chiaro che rende vivace la composizione. Queste brevi notizie ci fanno comprendere che solo la vicenda costruttiva della facciata occupa uno spazio temporale di circa cento anni.

 

(continua…)

L’articolo è stato pubblicato integralmente su Spicilegia Sallentina n°6. Verrà riproposto su Spigolature Salentina in più fasi.

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