Nardò, 2 luglio 1907: il vescovo viene denunziato per vilipendio delle istituzioni

di Armando Polito

immagine tratta da http://194.242.241.172/opencms/opencms/system/modules/com.culturaitalia_stage.liberologico/templates/viewItem.jsp?language=it&case=&id=oai%3Aartpast.org%3A1600171755
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N. 8527 del 3 luglio 1907 di Le matin  (immagini tratte da http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k568380b.r=le+matin+nard%C3%B2.langEN)

Terza pagina:

È doveroso aggiungere (altrimenti il passato scivola via inutilmente) che il vescovo era Giuseppe Ricciardi lo stesso protagonista dell’avventura (si fa per dire …) ricordato qualche post fa in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/11/nardo-31-agosto-1899-singolare-attentato-al-vescovo/). Nato a Taranto il 9 luglio 1839, ordinato sacerdote il 21 marzo 1864, resse Nardò dal 1 giugno 1888 fino alla morte avvenuta il 18 giugno 1908. Il suo vescovato fu contrassegnato da un atteggiamento intransigente nei confronti dei cattolici laici, le cui rivendicazioni, reali o presunte, di indipendenza dall’autorità episcopale suscitavano sospetti e reazioni. Di questo clima piuttosto infuocato la notizia riportata costituisce, dunque, insieme con l’episodio precedente, una riprova. Ma va pure riconosciuto che oggi vedremmo (forse senza ammirarla …) una Cattedrale diversa, se il nostro vescovo, dopo aver abbandonato l’idea di una ricostruzione ex novo, non avesse poi optato per un restauro conservativo dell’originale con eliminazione delle superfetazioni.

 

Nardò, 31 agosto 1899: singolare attentato al vescovo

di Armando Polito

Dalla terza pagina del n. 10765 del 31 agosto 1899 di Le rappel (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k7551700q.r=nard%C3%B2.langEN)

 

 

Per doverosa integrazione di cronaca: il vescovo era Giuseppe Ricciardi. Non so se il colpevole venne individuato, ma non escluderei che l’autore avesse letto e fosse stato ispirato da quanto un omonimo del vescovo aveva scritto in Opere scelte di Giuseppe Ricciardi, Stamperia del vaglio, Napoli, 1867, v. IV, pagg. 108-109: Ad un giovane, il quale chiedeva consiglio sulla miglior via da tenere nel menar moglie, così rispondeva non so qual filosofo tedesco o francese, ma certo dei più profondi, che di tal nome sieno mai iti superbi: “Immagina un sacco pieno di vipere, fra le quali trovisi un’unica anguilla. Non sarà forse un vero miracolo, se la persona desiderosa di cavare dal sacco quell’unica anguilla, sopr’essa appunto ponga la mano, anziché sopra una vipera?”.

E a questo punto mi viene pure il sospetto, restringendo il campo, che ideatrice dell’attentato sia stata una femminista ante litteram, colta ma con la coda di paglia, che, cioè non si riconosceva in quell’unica anguilla.

Purtroppo è passato troppo tempo per scoprire come andarono veramente i fatti.

Gli affreschi di Cesare Maccari a Nardò visti con gli occhi del popolo e raccontati da un poeta dialettale

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Non è raro il caso in cui leggendo la recensione di un libro, di un quadro, di una singola poesia vengono in mente le parole di Azzeccagarbugli al povero Renzo: – All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle –. Ora è vero, per esempio, che una parola comune usata da un poeta acquista per lo più nuovi significati, ma pare grottesco complicare ad ogni costo anche le cose più semplici e chiare. Così si ottiene solo un risultato: la superfetazione della stessa parola critico che diventa criptico, impegnato solo a trovare gli agganci più strani, le immagini più complicate, le parole più roboanti, le citazioni più o meno logore, anche quando basterebbero otto parole comuni per chiarire le quattro di loro usate, tal quali, dal poeta …

Sull’importanza, poi, del giudizio, espresso con questa oscena messinscena (dell’ossimoro non si è potuto fare a meno …) soprattutto in occasione di incontri, conferenze e simili eventi spacciati per culturali ma di taglio unicamente pubblicitario,  non sprechiamo parole, facciamo solo notare che il fatto che mai compaia una stroncaturina, magari solo parziale, dovrebbe far capire molte cose sull’onestà, anzitutto intellettuale, di autori, editori e recensori e sulla loro poco libera intelligenza, quando quest’ultima c’e.

La poesia che segue, tratta come le altre di Francesco Castrignanò fin qui lette dalla raccolta Cose nosce del 1909, è prevalentemente descrittiva ma riesce anche coniugare felicemente il registro moderatamente didattico o didascalico del cicerone di turno (una guida che, comunque, si direbbe di estrazione popolare, insomma nnu cicerone fattu a ccasa) con l’espressione del sentimento popolare di orgoglio e meraviglia per un evento importante quale fu quello della decorazione del coro, dell’abside e della volta del presbiterio della Cattedrale di Nardò, eseguita da Cesare Maccari (Siena, 1840-Roma, 1919) tra l’estate del 1896 e la fine del 1899 su commissione del vescovo Giuseppe Ricciardi (1888-1908); decorazione tanto più coinvolgente perché alcune rappresentazioni (Traslazione delle reliquie di San Gregorio Armeno e Miracolo del Cristo nero) del ciclo riguardano memorie, antiche e ben radicate nella religiosità popolare, della storia neretina. Le foto, laddove non compare specifica indicazione, sono degli autori.

Autoritratto di Cesare Maccari (1914) custodito nel deposito della Galleria degli Uffizi; immagine tratta da http://www.polomuseale.firenze.it/inv1890/scheda.asp

Cristo in trono che accoglie l’Assunta/ San Giuseppe, San Gioacchino, San Giovanni Battista, San Lorenzo, Santo Stefano, San Giacomo Maggiore/ i profeti Geremia, Daniele, Isaia

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La figura che, accanto al soldato, osserva allibita il miracolo è l’autoritratto del Maccari. Difficile dire se fu abitudine vanitosa quella di lasciarci suoi autoritratti in parecchie opere. Uno tra i più famosi è quello presente nel dipinto realizzato nel 1887 nella Sala del Risorgimento nel Palazzo pubblico di Siena e raffigurante il trasporto della salma di Vittorio Emanuele II al Pantheon (di seguito vista intera e dettaglio).

immagine tratta da http://www.iltesorodisiena.net/2011/09/palazzo-pubblico-gli-affreschi-della.html
immagine tratta da http://www.iltesorodisiena.net/2011/09/palazzo-pubblico-gli-affreschi-della.html

 

Leone XIII (1878-1903) in un’immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Leo_XIII..jpg e nella rappresentazione del Maccari in un’immagine tratta da http://194.242.241.172/opencms/opencms/system/modules/com.culturaitalia_stage.liberologico/templates/viewItem.jsp?language=it&case=&id=oai%3Aartpast.org%3A160017175

Monsignor Ricciardi nella rappresentazione del Maccari; immagine tratta da http://194.242.241.172/opencms/opencms/system/modules/com.culturaitalia_stage.liberologico/templates/viewItem.jsp?language=it&case=&id=oai%3Aartpast.org%3A1600171755

Nell’anno 2000, al quale risale la sottostante foto degli autori, il dipinto raffigurante il Ricciardi era in restauro.

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1 Sarebbe veramente interessante sapere, tramite un’indagine (che lasciamo a chi ne ha voglia e tempo) nell’archivio della curia,  se cinquantamila lire corrisponde, più o meno, alla spesa reale oppure è, sempre più o meno, sinonimo dei nostri una cifra, una  fortuna o un sacco di soldi. A pelle ci pare più plausibile la prima ipotesi. Crediamo, comunque, che qualche notizia in merito debba esserci in Andrea Cappello e Bartolomeo Lacerenza, La Cattedrale di Nardò e l’arte sacra di Cesare Maccari, M. Congedo, Galatina, 2001, testo che non ci è stato possibile, almeno fino ad ora, consultare.

2 Alla lettera fiato. Per il resto vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/01/13/due-improbabili-anzi-impossibili-coniugi-la-fiata-e-lu-fiatu-la-fiata-e-il-fiato/

3 Il tema fu successivamente trattato dal Maccari in una tela ad olio eseguita nel 1903 e custodita ad Imperia nella chiesa di S. Maurizio. Crediamo di poter affermare, però, che tale dipinto non sembra tener conto della struttura compositiva di quello neretino ma dell’Assunzione di Tiziano conservata nella basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia (foto in basso a destra).

Immagini tratte, rispettivamente, da:

http://194.242.241.172/opencms/opencms/system/modules/com.culturaitalia_stage.liberologico/templates/viewItem.jsp?language=it&case=&id=oai%3Aartpast.org%3A0700020419

http://2.bp.blogspot.com/-rAx4WBWx5uY/TxsxONgUYjI/AAAAAAAABd0/XJER_Ie41II/s1600/04+TAVOLA+DELL%2527ASSUNTA+DI+TIZIANO.jpg

4 Da babbare, per il cui etimo vedi la nota 1 del post in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/02/quando-unagenda-vale-come-e-piu-di-un-libro/

5 Trattasi di parte dell’avambraccio portato secondo la tradizione a Nardò nell’VIII secolo dai monaci armeni in fuga dalla furia iconoclasta di Costantino Copronimo.  Era contenuto in un reliquiario a forma di braccio terminante con una mano benedicente, fatto realizzare dal vescovo Cesare Bovio (1577-1583). Fu trafugato nel 1975 e l’originale, fino ad ora non ritrovato, fu sostituito con una teca ovaliforme contenente un metacarpo che prima faceva parte delle reliquie conservate a Napoli, dono fatto nel 1985 dal cardinale Corrado Ursi già vescovo di Nardò (1951-1961), poi arcivescovo di Acerenza e dal 1966 arcivescovo di Napoli.

6 Corrisponde all’italiano garbo.

7 Corrisponde all’italiano gabbo.

8 Oggi la forma in uso è strusce, da struscire, corrispondente all’italiano strùggere.

9 Oggi la voce in uso a Nardò è beddha; caleddha è diminutivo femminile del greco καλή (leggi calè)=bella. Da notare come caleddha forma con il successivo beddha un tipo di  rima (con parole legate dallo stesso significato) che non ha, a quanto ne sappiamo, un nome particolare di classificazione. Proporremmo rima semantica o concettuale.

10 È un crocefisso ligneo che attualmente si trova nell’omonima cappella nella navata sinistra della Cattedrale. Secondo alcune fonti il 18 maggio 1255 i Saraceni tentarono invano di asportare dalla chiesa il Crocifisso per bruciarlo insieme con altri arredi sacri;  urtando la porta, si spezzò il mignolo della mano sinistra. Alla vista del sangue che ne uscì  i soldati fuggirono atterriti  e abbandonarono Nardò.

Il dito spezzato, di cui non si aveva più notizia,  è stato ritrovato durante il restauro effettuato nel 1955 dall’Istituto Centrale per il Restauro di Roma, nascosto in una cavità sulla spalla.. Quanto alla datazione del simulacro, studi recenti la spostano al XIII secolo, mentre la tradizione voleva che fosse stato portato a Nardò nell’VIII secolo dai monaci basiliani insieme con le reliquie di S. Gregorio.

11 Ci pare di poter cogliere in reale un’ambiguità, non sappiamo quanto consapevole: cosa degna di re, ma anche cosa concreta, destinata a durare.

 

 

Santi patroni e filantropi nel “cielo” ligneo della Cattedrale di Nardò

di Paolo Giuri

Ricostruendo le vicende del restauro ottocentesco della cattedrale di Nardò sono emersi, contestualmente alle discussioni tecniche e metodologiche, momenti di intima religiosità che aiutano a focalizzare ulteriormente l’attività pastorale di mons. Giuseppe Ricciardi, vescovo di Nardò (1888-1908).

Nel 1892 lo stato di conservazione della cattedrale neretina indusse il vescovo ad escludere qualsiasi ipotesi di conservazione a favore di una nuova costruzione su progetto di Filippo e Gennaro Bacile di Castiglione.

L’ultimo rilevante intervento, curato dall’architetto napoletano Ferdinando Sanfelice (1725) durante il vescovato del fratello Antonio (1708-1736), era stato finalizzato al consolidamento della navata principale, alla realizzazione della facciata e all’adeguamento stilistico dell’edificio, avendo cura di preservare rispettosamente la memoria architettonica[1].

Di fatto, nel corso dei lavori preparatori alla demolizione, su insistenza di Ricciardi e dell’ing. Antonio Tafuri, furono eseguiti alcuni saggi conoscitivi ed inaspettatamente apparvero tracce più antiche.

Ricciardi, persona dotata di una singolare coscienza conservativa[2], non esitò a richiedere l’intervento del competente Ministero della Pubblica Istruzione, nonostante la forte opposizione di alcune rappresentanze cittadine e del progettista. Avvenne cosi l’incontro tra il lungimirante prelato e Giacomo Boni[3], Ispettore presso la Direzione Generale Antichità e Belle Arti, incaricato di recarsi a Nardò per esaminare e relazionare sulle inattese scoperte.

navata centrale della cattedrale di Nardò (ph P. Giuri)

Boni osservò accuratamente l’edificio e giudicò la Cattedrale come «l’anello di congiunzione tra le due forme di architettura, la greca e la saracena, che hanno popolato di monumenti le provincie meridionali; essa è pure un prezioso monumento, nobile e severo nella linea, grandiosamente semplice, dei suoi pilastri e delle sue arcate»[4], la cui alterazione non si poteva tollerare.

Con il consenso ministeriale si procedette all’eliminazione delle superfetazioni e lungo la navata maggiore vennero alla luce alcuni dipinti murali trecenteschi, i pilastri e semicolonne con archi a sesto acuto (lato nord) e a tutto sesto (lato sud), l’arco trionfale, le antiche finestre e il tetto a capriate, sino ad allora occultato dal soffitto a cassettoni voluto dal vescovo Orazio Fortunato (1678-1707).

L’ispettore ministeriale fu tra i primi ad osservare attentamente le trentaquattro incavallature e a rilevare le decorazioni policrome e le iscrizioni a grandi lettere gotiche sul lato di alcune travi-catene; i riferimenti espliciti al Principe di Taranto Roberto d’Angiò e all’abate Bartolomeo consentirono a Boni di datare la realizzazione tra il 1332 (anno in cui Roberto assunse il principato) e il 1351 (anno di morte dell’abate), periodo storico confermato anche dai caratteri dell’iscrizione[5].

L’importanza dei rinvenimenti indusse il vescovo ad accantonare il progetto Bacile e ad assegnare all’ing. Antonio Tafuri il compito di redigerne un altro, attenendosi alle prescrizioni di Boni filtrate dall’istituzione ministeriale.

Come azione preliminare, al fine di garantire la staticità architettonica, furono sostituiti i pilastri in pietra leccese a sostegno degli archi a tutto sesto (lato sud della navata maggiore), «schiacciati e deviati» rispetto ai corrispondenti in carparo «solidi e ben conservati» (lato nord)[6]. Seguirono numerosi altri lavori per i quali rimando alla specifica letteratura, ad eccezione dell’intervento per le capriate della navata maggiore, il cui rifacimento fu necessario soprattutto per il pessimo stato di conservazione delle catene, «guaste e tarlate nei punti di appoggio alla muratura»[7].

L’interesse per questa fase di lavori prescinde dalle disamine tecnico-costruttive e si sofferma sulla singolare valenza religiosa e devozionale documentata da una inedita cronaca. Boni, per conto del Ministero, acquistò da Venezia 127 metri cubi di legno di larice (243 travi di cui 190 nuove acquistate dalla ditta Lazzaris e 53 provenienti dai restauri del Palazzo Ducale veneziano), mentre da Taranto pervennero le trentaquattro travi-catene (di metri 10.20) di pick-pine fornite dalla ditta Luigi Blasi e C.

Rimosse le travi policrome[8], il 13 agosto del 1895 si procedette alla messa in opera e il vescovo Ricciardi, come riferisce il documento citato, «accompagnato dal suo Capitolo e Clero, si faceva ad inaugurare la copertura del tetto della nave maggiore della Chiesa con la Benedizione della prima capriata»[9].

Iniziò, dunque, una speciale funzione religiosa solennemente allietata:

«Difatti dopo il canto del Laudate pueri Dominum, del Nisi Dominus custodierit civitatem, del Lauda Jerusalem Dominum, s’intonò l’Ave Maris Stella e si benedisse la capriata dedicandola alla Vergine Santa Maria titolare Assunta in Cielo. E quando l’abile manovra dei carpentieri tarantini sollevava tutta armata ed intera la capriata, si sciolse il Cantico del Magnificat alla Vergine al suono di tutte le campane della Città.

Colla copertura del tempio si fanno voti affinché si abbrevi il tempo che priva la Città della sua Cattedrale, e che si inauguri al più presto la solenne sua destinazione al Culto colla Consacrazione.

Le altre capriate saranno dedicate con questo motto; la seconda: Sancte Michael Arcangele defende nos in praelio; la terza: Sancte pater Gregori esto memor nostra; la quarta: Sancte Antoni ora pro nobis; la quinta: Sancte Sebastiane ora pro nobis; la sesta Sancte Joseph a Cupertino ora pro nobis; la settima: Sancte Joannes Elemosynari ora; l’ottava: Sancte Roche ora; la nona: Sancte Georgi ora; la decima Sancte Quintine ora; l’undecima: Sancte Leuci Martyr ora; la duodecima: Sancte Paule Apostoli; la tredicesima: Sancte Nicolae ora; la quattordicesima: Sancte Martine; santi questi protettori della Città e luoghi della Diocesi.

Le altre venti capriate si avranno il nome delle famiglie benefattrici della Cattedrale, con i nomi celesti del principale di famiglia: quindi la decima quinta capriata avrà il nome: O Emmanuel Salvator noster; la decima sesta Sancta Marianna ora pro nobis; la decima settima Sancte Aloysi ora pro nobis; la decima ottava: Sancte Raymonde ora pro nobis; la decima nona Sancte Ferdinande ora pro nobis; i quali titoli o nomi celestiali corrispondono alle rispettive famiglie di questa cospicua e nobilissima Città di Nardò, cioè alle benemerite famiglie De Pandi-Dellabate, Tafuri, Vaglio, Personè.

Quando si salì la prima capriata, incominciando dall’ingresso maggiore a man destra, si pose una deca di piombo legata con fettuccia celeste, con suggello dall’impronta dello stemma di Monsig. Ricciardi contenente l’effigie del Sacro Cuore di Gesù, della Vergine Santa Immacolata, di S. Giuseppe Patriarca e S. Michele, di S. Benedetto e del Sommo Pontefice regnante Leone XIII.

La Vergine Santa come assistette Monsig. Ricciardi nel salvare dall’ultima rovina già decretata questo suo tempio normanno, così lo compisca a Suo onore e gloria»[10].

Il documento non è datato o firmato, ma quasi certamente il redattore fu testimone dell’evento e «al suono di tutte le campane della Città» condivise con i fedeli neretini la contentezza per l’approssimarsi della fine dei lavori poiché sin dal 1892 la chiesa era stata interdetta al culto e le lungaggini dovute alla scelta delle metodologie appropriate e alle difficoltà economiche avevano accresciuto il desiderio della riapertura.

annullo postale centenario della dedicazione della cattefrale di Nardò (coll. priv.)

La dedica alla Vergine Assunta, titolare della chiesa cattedrale sin dalla fondazione, rinsaldava la devozione della cittadinanza e del clero diocesano due giorni prima della celebrazione ufficiale (15 agosto)[11]; l’intitolazione al patrono civico e ai due compatroni s. Michele e s. Antonio da Padova[12] rinnovava l’invocazione alla santa protezione suggellata dalla presenza simbolica degli altri patroni diocesani riuniti sotto lo stesso cielo ligneo[13].

Con gli eponimi santi sarebbero stati ricordati ed onorati anche i rappresentanti delle famiglie benefattrici che sostennero il completamento del restauro: i fratelli De Pandi-Dell’Abate commissionarono il pavimento e il restauro della cappella di s. Marina, la nobildonna Clementina Personè offrì il nuovo organo e la famiglia Vaglio la balaustra del presbiterio[14].

La deposizione della teca con le sante figure è il documento tangibile a ricordo dell’evento e per una inaspettata similitudine riporta all’antica tradizione di riporre l’effige di un santo, quella del protettore cittadino o al quale si è votati, sulla sommità di un edificio al termine della costruzione come segno di ringraziamento e richiesta di protezione[15].

L’invocazione finale schiude al lettore l’intima preghiera del cronista affinché la santa intercessione, guida e sostegno spirituale per il vescovo, possa sostenere il compimento dell’opera, la cui riconsacrazione (27 maggio del 1900) culminò con la celebrazione pittorica del Maccari nel catino absidale[16].

La cerimonia rientra, dunque, nel processo di evangelizzazione avviato dal vescovo al fine di infondere una pratica religiosa ed una partecipazione cristiana «fortemente sentiti e vissuti senza cedimenti a manifestazioni formali ed esteriori che immiseriscano e svuotino di significato e contenuto spirituale il sentimento religioso»[17].

Non di rado l’intransigenza religiosa coincise con una azione di restaurazione culturale e di recupero della coscienza identitaria, quale presupposto indispensabile per una migliore cultura conservativa. L’acceso confronto sui temi della tutela e della conservazione che il vescovo Ricciardi promosse in città con il conforto di Giacomo Boni fu la conseguenza positiva del nuovo clima intellettuale a sostegno del recupero dei beni culturali[18].


[1] G.B. Tafuri, Dell’origine sito ed antichità della Città di Nardò. Libri due brevemente descritti da Gio. Bernardino Tafuri in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò. Ristampate ed annotate da Michele Tafuri, Napoli 1848, 501-508, E. Mazzarella, La Cattedrale di Nardò, Galatina 1982, 67-84; cfr. M.V. Mastrangelo, L’intervento dei Sanfelice sulla cattedrale neritina. Storia di un restauro “illuminato”, in «Spicilegia sallentina», 2 (2007), 69-76. Per la storia della cattedrale si veda pure B. Vetere, S. Maria di Nardò: un’Abazia Benedettina di Terra d’Otranto. Profilo storico critico, in C. Gelao, a cura di, Insediamenti benedettini in Puglia, Galatina 1980, I, 199-254; C. Gelao, Chiesa Cattedrale (già Chiesa Abbaziale di S. Maria Assunta). Nardò, in C. Gelao, a cura di, Insediamenti benedettini in Puglia, Galatina 1985, II, 2, 433-440.

[2] Per il profilo biografico si veda G. Falconieri, Discorso commemorativo di S.E.Rev.ma Mons. Giuseppe Ricciardi per la traslazione della salma nella Cattedrale di Nardò, in «Bollettino Ufficiale della Diocesi di Nardò», 1 (1955), 61-74; O.P. Confessore, Zelo pastorale e attività civile di Mons. Giuseppe Ricciardi, vescovo di Nardò (1889-1908), in «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», XXVI (1972), 436-471; C. Rizzo, L’Episcopato di Mons. Giuseppe Ricciardi (1888-1908), in A. Cappello, B. Lacerenza, a cura di, La Cattedrale di Nardò e l’Arte Sacra di Cesare Maccari, Galatina 2001, 57-64.

[3] Per il profilo biografico si veda E. Tea, Giacomo Boni nella vita del suo tempo, Milano 1932, 2 voll.;E. Tea, Giacomo Boni nelle Puglie, in «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», 28 (1959), fasc. 1-2, 3-34, 193-224.

[4] Tea, Giacomo Boni nelle Puglie, cit., 204

[5] Tea, Giacomo Boni nelle Puglie, cit., 219-220.

[6] A. Tafuri di Melignano, Ripristino e restauro della Cattedrale di Nardò, Roma 1944, 19.

[7] Tafuri di Melignano, Ripristino e restauro, cit., 30.

[8] Il vescovo e Boni si preoccuparono sin dai primi momenti della loro conservazione e fu proposto di impiegarle per la copertura di una sala dell’episcopio e poi per la sacrestia. Ma, nonostante l’approvazione dei progetti dell’arch. Ettore Bernich da parte del Consiglio Superiore di Belle Arti, l’intervento non fu eseguito ed ignota rimane la sorte delle antiche travi la cui esistenza è documentata nel 1936 quando furono ispezionate dai funzionari della Soprintendenza (Mazzarella, La Cattedrale di Nardò, cit., 13). Fortunatamente l’arch. Pier Olinto Armanini e il pittore Primo Panciroli copiarono in parte le decorazioni policrome per riprodurle sulle nuove travature (cf C. Boito, G. Ricciardi, G. Moretti, In memoria di P. O. Armanini. La Cattedrale di Nardò. La Cascina Pozzobonello in Milano, Milano 1898; P. Panciroli, Raccolta dei motivi decorativi appartenenti alla distrutta travatura della Cattedrale di Nardò, Roma 1904).

Per lo studio iconografico e iconologico delle decorazioni si veda C. Gelao, Un capitolo sconosciuto di arte decorativa. «Tecta depicta» di chiese medievali pugliesi,  «I quaderni dell’Amministrazione provinciale», n. 9, Bari, s.d.; M. Gaballo, Per Visibilia ad Invisibilia. Un bestiario sulle antiche travi, in M. Gaballo – F. Danieli, Il mistero dei segni, Galatina 2007, 21-63. Tuttora nella cattedrale neretina sono visibili solo dodici travi antiche che coprono la volta del presbiterio, mentre una è depositata presso il vicino Seminario (cf M.V. Mastrangelo, La distrutta travatura della Basilica Cattedrale di Nardò. Note tecniche, in Gaballo – Danieli, Il mistero dei segni, cit., 65-72).

[9] A.S.C.N. (Archivio Storico della Curia Vescovile di Nardò), B. 14, s.d.

[10] Ivi.

[11] Tafuri, Dell’origine sito ed antichità, cit., 508

[12] Sant’Antonio di Padova fu il primo protettore della città poi detronizzato in un periodo non definito da s. Michele Arcangelo. L’origine di questo patronato fu chiarita da G.B. Tafuri: «essendo decaduta la città dal diritto viver cristiano, un giorno verso il mezzodì oscurata l’aria, con tuoni e fulmini diedesi a divedere il cielo irato, e da certe nubi distaccavansi alcuni globi di fuoco, i quali facevan mostra di cascare sopra della città. Atterriti i Neretini di si spaventevole veduta invocaron con fiducia l’aiuto dell’Arcangelo S. Michele. Incontanente si vide quel potentissimo principe Angelico frapporsi fra quelle fiamme, e trattenerle, e dopo poco spazio di tempo il cielo si fece sereno».

I Neretini a ricordo dell’evento fecero coniare una moneta e lo dichiararono protettore della città (Tafuri, Dell’origine sito ed antichità, cit., 346-347). Nel IX secolo il patronato civico passò a San Gregorio Armeno, le cui reliquie furono traslate a Nardò nella seconda metà del VIII sec.. Il coinvolgimento devozionale per il santo Illuminatore subì un forte rinnovamento con il processo di evangelizzazione post-tridentina (mons. Cesare Bovio curò la conservazione della reliquia del braccio in un teca d’argento) e proseguì con i vescovati di Luigi De Franchis (dichiarazione della festa dedicata al Santo il 1 ottobre), Girolamo de Franchis (dedicazione di un altare della cattedrale), Orazio Fortunato (la costruzione del cappellone di San Gregorio sul lato sud della cattedrale e il reliquiario d’argento dorato a braccio) e mons. Antonio Sanfelice (nel 1717 donò alla città il prezioso busto reliquiario). L’intervento salvifico dalla distruzione del terremoto del 20 febbraio del 1743, palesato dal movimento della statua del santo posta sul Sedile della piazza, rappresentò il definitivo suggello del forte legame tra il santo armeno e la città (Mazzarella, La Cattedrale di Nardò, cit., 118-120; M. R. Tamblè. Il culto di San Gregorio Armeno a Nardò, in 20 febbraio 1743-1993. 250° Anniversario, 10-14; B. Vetere, Il patronato civico di S. Gregorio Armeno, in «Neretum», 1 (2002), 7-16).

[13] Alliste: San Quintino; Aradeo: San Nicola di Myra; Casarano: San Giovanni Elemosiniere; Copertino: San Sebastiano (solo dall’Ottocento San Giuseppe da Copertino); Felline: San Leucio Martire; Galatone: San Sebastiano; Matino: San Giorgio (dal Novecento, compatrona Madonna del Carmine); Melissano: Sant’Antonio di Padova; Nardò: San Gregorio Armeno (compatroni San Michele Arcangelo e Sant’Antonio di Padova); Neviano: San Michele Arcangelo (compatrona Madonna della Neve); Parabita: San Sebastiano (compatrono San Rocco e solo dal Novecento patrona Madonna della Coltura); Racale: San Sebastiano; Seclì: San Paolo Apostolo; Taviano: San Martino di Tours (ringrazio don Francesco Danieli per le notizie sui santi patroni). Per la cronistoria della Diocesi di Nardò, di Gallipoli e poi di Nardò-Gallipoli (dal 1986) si veda F. Danieli, Nardò-Gallipoli, in S. Palese – L.M. de Palma (a cura di),  Storia delle Chiese di Puglia, Bari 2008, 251-270.

[14] Cf Falconieri, Discorso commemorativo, cit., 68-69; Tafuri di Melignano, Ripristino e restauro, cit., 98-111.

[15] Il rito si concludeva profanamente con il “capocanale”, un banchetto di ringraziamento per tutti gli operai che avevano partecipato all’impresa (M. Congedo, Il Capocanale, in «Apulia», IV (dicembre 2005).

[16] Cf A. Cappello – B. Lacerenza, La Cattedrale di Nardò e l’arte sacra di Cesare Maccari, Galatina 2001.

[17] Confessore, Zelo pastorale e attività, cit., 443.

[18] P. Giuri, Alcuni contributi alla storia del restauro del patrimonio storico-artistico nel Salento, in R. Poso(a cura di), Riconoscere un patrimonio. Storia e critica dell’attività di conservazione del patrimonio storico-artistico in Italia meridionale (1750-1950), Atti del Seminario di studi (Lecce, 17-19 novembre 2006), Galatina 2007, 169.

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°6

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