La processione del venerdì santo a Maglie

di Emilio Panarese

 

Alla cara memoria di mio padre,

che per molti anni diresse

la processione del Venerdì santo

La cerimonia più interessante, che fa più folclore e colore e richiama a Maglie molti abitanti della provincia, è, senza dubbio, la processione del venerdì santo, una processione tipica, che non ha l’eguale nel Salento e che nell’arco di un secolo ha subito parecchie modifiche e rimaneggiamenti.

Della processione di ottanta anni fa ci è rimasta la descrizione di A. De Fabrizio; l’aprivano una ciurma di fanciulli scapestrati, coronati di spine, urlanti l’Ave Maria/ ora pro nobbi/ nobbi/ nobbi o tirantisi dietro un carro col calvario e tre croci.

Il gruppo dell’ora pro nobis (foto di Emilio Alessandrì,1908)

 

Un cenno relativo a questo primo gruppo della processione si trova pure in un giornale magliese del 10 aprile 1893 (Il sabato, A. I, n.l): “Aprivano come al solito il funereo corteo mattutino del venerdì santo teneri fanciulli con la corona di spine sulla testa. Alcuni si battevano le reni con funi, altri trascinavano pesanti croci sulle spalle […], ripetuta tre volte la cara invocazione dell’Ave Maria, li ho visti, dinanzi al piazzale di una chiesa, genuflessi a gruppi sull’erba verde, e aspettare il passaggio del resto del corteo”.

Fanciulli genuflessi con croci (foto dell’inizio del secolo scorso)

 

Dietro, a lenti passi, “come i superbi del Purgatorio dantesco”, venivano dei giovani, curvi sotto il grave peso “di grosse pietre o di pesantissime croci o muniti di discipline[1] di ferro: [erano] peccatori pentiti, che un tempo, nudati fino alla cintola, s’insanguinavano le spalle a furia di battiture”; una manifestazione di spettacolo pubblico costituente un momento rituale di risposta alle incertezze della vita quotidiana da parte degli umili, che, “esasperando i concetti di penitenza e di umiltà, giungevano all’autoflagellazione” [2].

Del gruppo cicalante e scomposto dei fanciulli col capo coronato di rovi o di edera, da pochissimi anni, non è rimasto più nulla:

Ma petre a mmanu e nzarti, e ncurunati

d’edere torte, mandra de vagnoni

fiji de maramaja scarrufati

fàcune li ggiudei e li mallatroni

(Nicola G. De Donno)

che, muniti di sassi, battono forte, passando, a tutte le porte e ai portoni dei ricchi, ribelli ai comandi del capogruppo, il banditore Picci:

Lu Picci te cumanna li vagnòni

ca ncurunati cu lle corde a mmanu

vannu bbattènnu a ttutti li purtuni.

(Nestore Bandello)

Il gruppo dell’ora pro nobis (foto di Roberto Panarese, 1980)

 

Dopo il vivace, festoso frastuono, a passi gravi, misurati, solenni, incedeva il secondo tronco: “due lunghe file di confratelli con le statue dei Misteri; indi una schiera di fanciulli, vestiti d’angeli, recanti gli strumenti della Passione, e di fan-ciulle che cantano, accompagnate dalla musica, un inno d’occasione; infine la bara di Cristo e la statua della Madonna [Addolorata] intorno a cui si affolla una moltitudine di donne velate di nero”.

 

Il gruppo dell’ora pro nobis (foto di Roberto Panarese, 1984)

 

Questo secondo tronco ha subìto nel tempo notevoli modifiche: sono rimasti tra l’una e l’altra statua, i bambini e le bambine, che con passo incerto e traballante e con viso smarrito, procedono, imitando momenti della Passione o sotto il peso di lignee croci:

La croce an coddu ca pisa pisàra,

li carniceddi cuperti de sacchi

russi, li peticeddi intru lli lacchi,

de spine vere la curona mara.

(Nicola G. De Donno)

Fanciulli con i simboli della passione (foto di Roberto Panarese, 1985)

 

Gruppo delle coriste (foto di Roberto Panarese, 1985)

 

Le fanciulle, invece, velate di nero, che, accompagnate dalle note della banda, cantano il monotono, struggente ritmato lamento, riecheggiante il celeberrimo preludio intensamente melodico del 3°atto della Traviata verdiana, diventate giovanette, e passate dietro la bara di Cristo, rievocano l’abitudine dei virgines lectas puerosque castos, che cantavano il carme in onore degli dei.

Gruppo delle coriste, primo piano (foto di Roberto Panarese, 1985)

 

Delle parole dell’Inno[3]  (…È morto il mio Dio!/ È morto il ben mio!/ Un popolo rio/ tal morte gli die’/. Piangete, o pietre,/ spezzatevi al duolo/ [ … ] Quel sole che in cielo/ fa tanto splendore/ la morte l’ha reso/ già tutto squallore!) fu autore, stando alla testimonianza orale dell’avv. Guido Colucci, il prof. Gioacchino Pelegalli, che negli anni 1885-’86 insegnava nella 3a classe ginnasiale ed era prefetto o istruttore nell’annesso convitto. Luigi Visconti[4], immigrato a Maglie con la famiglia dal Salernitano, compositore e valente direttore d’orchestra della vecchia banda di Maglie, appassionato pucciniano, vi adattò abilmente la musica.

Le statue dei Misteri: Cristo all’orto, Cristo alla colonna, Cristo e Pilato, Ecce homo (opera del noto scultore leccese Eugenio Maccagnani), Cristo sotto il peso della croce incontra la madre, Cristo in croce, introdotte via via, col passare degli anni,

Parrocchia della Purificazione: le statue attendono di essere trasportate in processione; in primo piano La Pietà (foto di Roberto Panarese, 1984)

 

Gesù alla colonna (foto di Roberto Panarese, 1984)

 

Gesù condotto al giudizio tra Pilato ed un pretoriano (foto di Roberto Panarese, 1984)

 

Statua dell’Ecce homo dello scultore leccese Eugenio Maccagnani (foto di Roberto Panarese, 1984)

 

Gesù incontra la Madre (foto di Roberto Panarese, 1984)

 

Gesù in croce (foto di Roberto Panarese, 1984)

 

sono portate a braccio dai soci dell’Associazione per la processione per il venerdì santo (più semplicemente oggi Organizzazione del venerdì santo), i quali, per l’occasione, indossano nere eleganti giacche da cerimonia sulla camicia inamidata e il cravattino nero a farfalla, così come nei versi del sonetto “La purgissione de li misteri” di Nicola G. De Donno:

Ggente tirata a ccira, ncravattata

e ttreppizzi de prèiti a ssimetrìa

[. .. ]

“ttreppizzi de prèiti a ssimetrìa” (foto di Roberto Panarese, 1985)

 

E Ccristu, e sette spade de Maria,

cantilenati a nnenia scunzulata

su nn’aria a vvalzerlentu de Traviata

su’ rreliggione e ssu’ bburgheserìa

 

La Madonna Addolorata all’uscita dalla settecentesca chiesa (foto di Roberto Panarese, 1987)

 

La Madonna Addolorata (foto di Roberto Panarese, 1987)

 

 

o di Nestore Bandello

 

Cunfraternite in luttu e statue sacre

purtate da Majesi stracallati,

angileddi, cuperte funerarie,

la Croce de Gesù – chiangi ca pati-

Piccoli angeli (foto di Roberto Panarese, 1985)

 

Piccole Veroniche (foto di Roberto Panarese, 1985)

 

e di Orlando Piccinno

Pàssane stendardi tutti mbardati,

pàssane fratellanze (.)

visciu pòsima, forkrore paisànu

mistu a ccose sante: imu sbajatu?

No! la ggente se carca ai marciapieti,

li bbasta cu sse custa. Pia canzone

le caruse càntane, citti li preti! …

 

La banda della processione al passaggio dalla piazza (foto di Roberto Panarese, 1987)

 

 

e, infine, nel suggestivo quadro di Rina Durante:

[…] “questi ex contadini, con la faccia cotta dal sole, si calano dentro elegantissimi smokings, e sfilano tra due ali di popolo inginocchiato. tra i merletti neri delle donne, i gigli degli angeli e degli aspiratangeli, portando a spalla le figure della passione, livide, allucinate che sembrano uscite dalla fantasia di Goya, con i maggiorenti che marciano avanti, la banda che accompagna il Cristo, che ondeg-gia tra le ali degli angeli e i pennacchi dei carabinieri in alta uniforme, e non sembra più di stare a Maglie, ma a Siviglia. una Siviglia di molti secoli fa”.

La bara di Gesù scortata da quattro carabinieri in alta uniforme (foto di Roberto Panarese, 1986)

 

La processione[5], che nei primi anni del secolo, sotto la gestione di alcuni mercantuoli o ambulanti, era assai scomposta, divenne invece, una volta affidata alle vigili ed attente cure di un Comitato [6]  per la processione del venerdì santo, la più ordinata e la più importante delle processioni magliesi, la più popolare manifestazione della religiosità magliese insieme con quella dei SS. Medici, specialmente quando a dirigerla trovò abili ed esigentissimi presidenti come il maestro artigiano Giuseppe Panarese (padre di chi scrive), che, tranne i dieci anni passati in Africa orientale, fu presidente dal 1924 al 1968, e fu chi introdusse nella processione la divisa di cerimonia: smoking con petti lucidi, colletto inamidato, gilet bianco, cravattino nero a farfalla, bottone gemello, guanti di pelle bianchi, calze nere e scarpe nere lucide[7].

Il gruppo dei soci dell’Associazione della processione del Venerdì santo, che il 20 aprile 1924 firmò la scrittura privata col priore dell’Arciconfraternita delle Grazie (in basso al centro il presidente Giuseppe Panarese)

 

Questo innesto di matrice borghese nel folclore pasquale – come bene ha colto Nicola De Donno – fu storicamente significativo e non violento; un modo nuovo – secondo noi – di continuare e di aggiornare una tradizione e un tentativo, ben riuscito, di nobilitare con l’abito elegante, la scomposta processione di un tempo, di darle dignità e decoro, ed anche una rara occasione, concessa a contadini e ad artigiani e a commercianti, di ostentare la loro ascesa socio-economica con l’ap-propriazione di strumenti borghesi. La compostezza dignitosa dello smoking diventa parte integrante dell’esibizione, dello spettacolo.

Il presidente Giuseppe Panarese precede i soci che portano la bara di Gesù (1962)

 

L’incedere lento e compassato degli attori in abito nero, tra un silenzio funereo, che il lamento ritmato della banda rende estremamente solenne e carico di spetta-colarità, altro non vuole essere che una simbolica esegèsi della gestualità essen-ziale, della muta recita collettiva, della spontanea drammatizzazione popolare, una mimata decodifica dell’esasperata tensione religiosa per la morte di Cristo.

 

Alcune delle usanze magliesi del secolo scorso o dei primi decenni di questo sono cadute ormai in disuso.

Qui ricordiamo quella della sacra rappresentazione in piazza secondo antiche consuetudini diffuse in Umbria e in altre regioni d’Italia nel XV secolo, come riferisce il De Fabrizio: “Molti anni fa la processione si fermava in piazza, e il predicatore della quaresima faceva rappresentare una devozione, che per lo più terminava con una disputa tra l’arcangelo Michele e il demonio”.

Di questa usanza è rimasto il ricordo in un antico strambotto popolare di Muro, tramandata e raccolta da Piero Pellizzari, direttore del Ginnasio Convitto Capece tra il 1879 e 1’84 (La canzune de Vennardìa santu, “Lo studente magliese”, IV, 6-7, dic. 1882).

 

A mmenzu chiazza se cercâa piatate,

mancu la purgissione nci capìa.

Puggiara Ggesù Cristu cu ssoa Matre,

ogn’àngiulu lu jersu sou dicìa.

Sant’Àngiulu s’ìa misu pe’ ‘ucatu

la parte te lu populu facìa:

“Satana, nu ttantàre le persone,

cu nnu ffaci difridda la diuzione!”.

 

Frammento di quest’antica devozione o rappresentazione drammatica (su un palco o talamo, su cui si erigevano le mansioni, costruzioni di legno indicanti i vari luoghi dell’azione) doveva essere pure – secondo noi – il seguente canto popolare magliese, anonimo, in endecasillabi, pubblicato ne ”Lo studente”, III, 6 (4.4.1881), che vuole essere racconto, dramma e preghiera insieme:

 Na chiterra se fice lu meu Diu,

cu quattru corde la ncurdàau,

la prima e la seconda nu ttinìu,

la terza e la quarta se spezzàu.

La prima foe Giuda e llu tradìu,

la seconda foe Pietru e llu nagàu,

la terza foe Toma e nnu cridìu

ci nu vvitte le piaghe e lle tuccàu.

***

Chiange mo’ la Maria, pòara donna,

ca lu fiju è ssciutu a lla cundanna.

Nu llu spettati cchiùi ca nun ci torna,

è ssciutu sse prisenta a ccasa d’Anna.

Mo se partìa chiangennu la Madonna.

cu bbiscia ci lu tròa a quarche bbanna;

lu scìu cchiàu ttaccatu a nna culonna.

cu lla cruna de spine e corde ncanna.

Quattru palore disse la Madonna:

“Fiju, nnu tte canùsce cchiùi la mamma!”.

 

Un’altra usanza magliese scomparsa, forse perché in stridente contrasto con la mestizia e l’ora di penitenza della processione, era quella di esporre la merce davanti all’ingresso delle botteghe durante il passaggio della processione. Anche i macellai, che per tutta la quaresima erano stati costretti a tener chiuso il locale per la prescritta rigorosa astinenza, come nel detto Duminica su lle parme e all’autra duminica pane e ccarne, e che fin da quel giorno, cioè da venerdì, avrebbero potuto macellare la carne, che si sarebbe venduta non prima della resurrezione, ne mette-vano “in mostra  i tagli, fregiati di stellucce e di carta dorata”.

Pure caduto in disuso, nel primo decennio di questo secolo, fu il cosidetto trapasso, “per cui – riferisce sempre il De Fabrizio – si deve star digiuni da giovedì a sabato santo, con questo patto non molto lusinghiero: chi ci  lascia la pelle, si danna l’anima; chi la scampa si guadagna non so quali indulgenze”.

 

note al testo:

[1]Quest’usanza di far penitenza e di espiare le proprie colpe nel giorno di venerdì santo, con la flagellazione ritmica delle spalle con le discipline (cordicelle nodose a forma di frusta che avevano all’estremità stelle taglienti di rame o di acciaio o, come a Maglie e a Muro, anelli di ferro con punte) era assai diffusa in quasi tutta la Terra d’Otranto e risaliva a certe antiche ed insane pratiche dei Flagellanti o Battuti (Vattenti) o Saccati: E ppoi ncìgnane cu sse dèscene cu lle discipline a rretu le spadde, ca le pòrtane tutte spujacate, e ogne bbotta ca se dàune se zzumpane la carne e ssanguinìsciane tutti. E se pe ccasu c’è quarche nnamuratu e ppassa de nanzi a lla zzita, e nnu lu vite bbonu sanguinisciatu, scumbìnane, nu sse òlune cchiùi, ca dice ca nu ss’ave fattu ‘nore, percé ci cchiùi se scorcia, cchiùi ede bbrau. Per questo i Flagellanti, giunti sotto le finestre della loro innamorata, raddoppiavano vigorosamente i colpi, volendo provare che erano disposti a spargere tutto il sangue in suo onore; “Un colpo per il cielo e un altro per la terra!” (cfr. “Lo studente magliese”, IV, 6-7, Archivio Biblioteca Maglie).

[2]Carmelo Caroppo, Lo spettacolo subalterno nel Salento, in “Tempo d’oggi, IV (19)

[3]L’inno, di sedici versi senari, non sempre rimati, è diviso in due parti. Povero e inconsistente il contenuto, ma intensamente drammatica la musica. Dopo un “adagio quasi lento”, seguito da un “crescendo” di ottoni e percussioni e da un angoscioso ritornello, si conclude con malinconici squilli di ottone.

[4]Luigi Visconti, compose in musica nel 1888 anche i versetti dell’ Inno di Natale per la Congregazione di Maria SS.ma delle Grazie. Fu socio onorario, nello stesso anno, della Società operaia magliese “Patria e progresso”. Nel 1893 aprì in Maglie “una scuola di musica” assai frequentata. (Cfr. Emilio Panarese, Ottocento filarmonico magliese, in “Tempo d’oggi”, VII, 5)

[5]Stando ai documenti dell’archivio dell’Arciconfraternita delle Grazie, che si riferiscono agli anni 1849, 1850, 1876, 1906 e 1907 (per i quali rimandiamo all’Appendice), assai semplice è stata sempre la processione del venerdì santo sino al 1924: il trasporto della sola “barella di Cristo morto secondo l’antica consuetudine” e quello, nel 1850, della statua di Cristo all’orto era affidato per pochi ducati a dei devoti. Nel 1901 compaiono, per la prima volta, “quattro splendidi lampioni fatti costruire a Milano, del valore di L. 400” e, nel 1907 , una banda ben organizzata diretta dal maestro Giuseppe Miglietta.

[6] Secondo lo statuto, i soci eleggono il comitato, il quale, a sua volta, si sceglie il presidente, che dura in carica cinque anni e che può essere anche rieletto più volte. I soci, che negli anni 1924-30 erano solo 30, sono oggi 101. Ad essi si sono aggiunti 35 piccoli soci. Dal 1924 ad oggi il Comitato ha eletto come presidenti Giuseppe Panarese (anni 35), Ettore Morelli (anni 10), Otello Spertingati (anni 7), Oronzo Piccinno (anni 8), Mario Puzzovio (anni 5). I soci hanno partecipato, meno che negli ultimi anni, anche alla processione del Giovedì santo (visita ai sepolcri). In questa occasione usavano il cravattino bianco. La processione del venerdì santo si è svolta sempre di mattina; di pomeriggio, dal 1951 in poi. Da alcuni anni al gruppo delle statue si è aggiunta quella di Cristo e Pilato.

[7]Cfr. la scrittura privata del 20.4.1924, firmata dal priore della Confraternita delle Grazie, Augusto De Donno, e dai trenta soci dell’Associazione della processione del venerdì santo: i firmatari si obbligavano dal 30 aprile 1924 sino al venerdì santo del 1930, senza interruzione “di portare il simulacro di Cristo morto, di lasciare a beneficio dell’Arciconfraternita un obolo annuale di L. 300 nella prima domenica di quaresima, di donare tutta la cera portata in processione e la bara nuova montata al completo in quell’anno”. Si addossavano inoltre tutte le spese occorrenti “per la musica e il canto, secondo l’antica tradizione”.

[estr. da “Riti e tradizioni pasquali in un paese del Salento (Maglie)”, Erreci edizioni, Maglie, 1989, 3° vol. della “Collana di saggi e documenti magliesi/salentini” fondata e diretta da Emilio Panarese; e in “Maglie. L’ambiente, la storia, il dialetto, la cultura popolare”, Congedo editore, Galatina, 1995, pp.366-371 – Bibliografia consultabile alla pagina http://emiliopanarese.altervista.org/pg015.html]

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