36 imprese ultra-centenarie della provincia di Lecce

Sviluppo del Mezzogiorno: 36 stimoli dal Salento

 

di Francesco Lenoci*

 

 

150 anni di Storia delle Camere di Commercio d’Italia, tra cui la Camera di Commercio di Lecce, a sostegno delle imprese . . .

36 Imprese ultra-centenarie della provincia di Lecce, tra cui una Banca, iscritte nel Registro  Nazionale delle Imprese Storiche di Unioncamere . . .

Cosa posso, preliminarmente, aggiungere io a quanto già detto dal Presidente della Camera di Commercio di Lecce Alfredo Prete e dal Presidente di Unioncamere Ferruccio Dardanello, che  mi hanno preceduto sul palcoscenico dello stupendo Teatro Paisiello, che illumina l’incantevole via Giuseppe Palmieri di Lecce?

Posso citare una meravigliosa frase di un grande musicista e compositore d’orchestra, Gustav Mahler: “Tradizione non è culto delle ceneri, ma custodia del fuoco”.

Fuoco . . .  L’Italia per ripartire non ha tanto bisogno di un decreto “Salva Italia”, di un decreto “Cresci Italia”. Il nostro Paese ha, soprattutto, bisogno di ravvivare quel fuoco. Ha, soprattutto, bisogno di riprendere a sognare e di realizzare quei sogni.

L’ho scritto tante volte nei giorni scorsi sulle bacheche di Facebook con riguardo a questo Evento, lo ribadisco oggi 18 aprile 2012 da Lecce:

“Se non si sogna. . . . non si progetta.

E se non si progetta. . . .non si realizza”.

Sognare, progettare, realizzare . . .  è la conditio sine qua non per uscire dalla crisi. La crisi. . .  La crisi che stiamo vivendo (rectius: subendo):

  • è una crisi  che, anche se ha preso le mosse dal sistema finanziario, non

Piazzetta Giosué Carducci a Lecce: luogo di cultura e vandalismo

Lecce, piazzetta Giosuè Carducci (ph Giovanna Falco)

di Giovanna Falco

 

Da le vie, da le piazze glorïose, / Ove, come del maggio ilare a i dí / Boschi di querce e cespiti di rose, / La libera de’ padri arte fiorí;

Questi versi di Carducci calzano a pennello con le vicende recenti e passate della piazza di Lecce dedicatagli nel 1904[1]:

 

le piazze glorïose: è pregno di storia questo larghetto su cui, sin dal XIII secolo, si affacciava il Convento di San Francesco d’Assisi, spiazzo la cui toponomastica ne sintetizza la storia: largo dei Gesuiti (1832), piazzetta degli Studi (1871), piazzetta Giosuè Carducci (1904);

Boschi di querce: richiama una delle figure nello stemma civico di Lecce;

cespiti di rose: Ilias Miahm è il venditore di rose aggredito nei pressi della piazzetta;

La libera de’ padri arte fiorí: è questo un luogo d’istruzione, che, dal 1816 al1960, ha formato generazioni di giovani leccesi.

L’ignobile aggressione a Ilias Miahm, avvenuta il quattro novembre nei pressi della piazzetta, ha scatenato una ridda di reazioni contrastanti, ben evidenziate dalla stampa nell’ultimo mese: se da una parte si è potuto assistere al flash mob antirazziale in piazza Sant’Oronzo[2] e ascoltare le critiche costruttive di Gerard Depardieu[3] e di tutti coloro che sono avvezzi a proporre e non a disporre, dall’altra si è assistito alla richiesta di far chiudere lo spiazzo, azione che causerebbe la conseguente migrazione in altro spazio dei maleducati che insozzano la piazza e le sue vicinanze, con la conseguente preclusione ad accedervi delle persone che la rispettano e la amano, anche nelle ore serali. Nel frattempo si sono intensificati i controlli delle forze dell’ordine. Ben venga! Da molto tempo gli esasperati residenti della zona, segnalano i disagi causati dal non saper convivere[4], sino ad ora, però, sono state pochissime o nulle le azioni mirate a far rispettare questo slargo[5].

Chi maltratta piazza Giosuè Carducci è consapevole di offendere, non solo i residenti della zona, ma anche un’istituzione fondamentale di Lecce e

L’economia civile di Giuseppe Palmieri

di Tommaso Manzillo

La difficile fase congiunturale che stanno attraversando i mercati finanziari di tutto il mondo sono, certamente, la dimostrazione dell’imperfezione del meccanismo economico del mercato. Quello che oggi si avverte in questa pesante fase economica è il senso di vuoto e di smarrimento che pervade l’uomo, i giovani, le famiglie, le imprese stesse, la paura piuttosto che la speranza per il futuro, l’ansia del domani che sta salendo dalle fasce più deboli della popolazione verso il ceto medio, in un’azione di trascinamento verso il basso, lungo sentieri incerti ed impervi. Questo perché l’uomo stesso pone al centro del suo operare soltanto il benessere materiale, come unico obiettivo, in una logica di puro tornaconto personale.

La ricerca esclusiva dell’avere – avrebbe detto Paolo VI nella Populorum Progressio (1967) – diventa così un ostacolo alla crescita dell’essere e si oppone alla sua vera grandezza: per le nazioni come per le persone, l’avarizia è la forma più evidente del sottosviluppo morale”.

Come uscirne fuori. Occorre umanizzare l’economia e, prima ancora, umanizzare l’uomo stesso, ossia, fargli scoprire la sua dignità perduta, ridando fiducia in se stesso, facendolo uscire fuori dalle sacche dell’individualismo e del relativismo in cui, quest’arido capitalismo, lo ha fatto precipitare. La ricchezza materiale in cui oggi vive, molto spesso, può essere un sintomo di povertà umana e morale, lasciando spazio al proprio “io”, figlio di quella inclinazione egoistica smithiana, oltre che del marginalismo economico che

Anche quando gli altri alberi perdono l’onore delle loro fronde, l'ulivo ci consola e ci assicura che la natura vive ancora

Campagna salentina (ph Gianpiero Colomba)
Campagna salentina (ph Gianpiero Colomba)

di Gianpiero Colomba

 

… l’ulivo adorna i soli luoghi prediletti della natura

ed abborre le contrade attristate da lungo inverno…

 simbolo della pace, sempre verde,

anche quando gli altri alberi perdono l’onore delle loro fronde,

ci consola e ci assicura, che la natura vive ancora…

(Giuseppe Ceva Grimaldi, 1818)

 

Siamo veramente certi che le questioni ambientali/ecologiche riguardino esclusivamente l’attualità?! Per qualcuno la risposta può sembrare ovvia. Vale la pena, però, ricordare “dove” eravamo e cosa stiamo lasciando in eredità. L’epoca che stiamo vivendo è sicuramente eccezionale per il livello globale raggiunto dalla crescita, ma anche per l’inquinamento degli agro ecosistemi e per l’utilizzo massivo di energie fossili non rinnovabili.

Le società preindustriali erano più attente agli effetti che un determinato intervento antropico aveva sul territorio, di quanto il senso comune oggi possa immaginare, anche tra chi ha a cuore il paesaggio e la sua tutela. E il paesaggio del Salento sono le “pagghiare”, i muretti a secco, i mandorli e i ficheti, ma soprattutto l’Olivo, che da secoli vigila e protegge.

Autori coevi, studiosi dell’olivo e semplici amanti del paesaggio salentino hanno denunciato in passato quanto l’uomo stesse danneggiando la natura o, semplicemente, hanno evidenziato la bellezza, il significato “culturale” e l’utilità economica delle risorse del territorio.

Giuseppe Palmieri già nel 1853, attento ai temi tanto cari alla moderna “Environmental History”, facendo riferimento alla relazione tra la Natura e l’Uomo, così scriveva:

“ (…) E’ folle intrapresa il voler tutto in ogni paese. Bisogna e giova prender di mira il più utile. Si ottiene il tutto, cangiando il superfluo col mancante. La natura, che vuol tenerci uniti per gli legami de’ bisogni vicendevoli, ha assegnato ad ogni regione un’attitudine particolare a certe produzioni e a

Il marchese di Martignano Giuseppe Palmieri (1721 – 1793)


di Tommaso Manzillo

Nel preparare un breve contributo sul tema dell’economia salentina, la mia ricerca è penetrata fino agli albori del pensiero economico liberale, per conoscere un illustre protagonista del Settecento salentino, il marchese di Martignano, Giuseppe Palmieri (1721 – 1793).

Fu discepolo, possiamo dire, di Antonio Genovesi (1713 – 1769), titolare della cattedra napoletana di economia politica (la prima in Europa), che diede un grande impulso agli studi economici del tempo, con proposte di riforme per favorire la produttività.

Giancarlo Vallone, nell’Introduzione al libro di Manzillo e Lattarulo (2010) afferma che “Genovesi e Palmieri, uno di queste parti, avevano ben avvertito la necessità, di orientare il sistema dei poteri sul sistema della proprietà, secondo il modello inglese e, per quel che riguarda le tecniche agricole, anche francese”.

Alfiere in un reggimento del re di Napoli, primo tenente e maggiore col rango di tenente-colonnello nel reggimento di Calabria, si distinse negli studi delle leggi e coltivò la pratica del foro. Incaricato dell’amministrazione generale delle dogane in provincia d’Otranto, dimostrò intelligenza, rettitudine e

Antonio De Viti De Marco. Una storia degna di memoria

di Tommaso Manzillo

Dovrebbe pazientare il lettore se si insiste con un ulteriore approfondimento su Antonio De Viti De Marco, ma lo spessore culturale, economico e politico dell’uomo impone un altro contributo su una figura storica grandiosa. Per gli addetti ai lavori, per gli amanti della scoperta e della ricerca, cercare di capire meglio il marchese di Casamassella è sempre appagante, pieno di sorprese, e riempie l’animo di grande soddisfazione e orgoglio per aver saputo portare il Salento nel mondo. Si, nel mondo. Perché la sua fama si estese presso i più grandi economisti americani, tedeschi, inglesi, oltre agli italiani Vilfredo Pareto, Maffeo Pantaleoni, Luigi Einaudi ed altri.

L’uomo che approntò la nuova scienza delle finanze viene dal Salento ed è Antonio De Viti De Marco. Sarebbe l’ora di iniziare anche a parlare, oltre che di federalismo fiscale, anche di federalismo culturale. Ce lo chiedono i protagonisti più grandi di ogni particolare territorio, che molto spesso rimangono oscurati dalla Storia, lontani dalle aule scolastiche ed univesitarie, dopo aver offerto decisivi contributi nel panorama culturale, storico, politico, economico e sociale. E il Salento, soprattutto Galatina, hanno una lunga schiera

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