Lecce. Il sabato delle Palme e la chiesa di San Lazzaro

Domenico Fiasella (1589-1669), San Lazzaro implora la Vergine per la città di Sarzana; 1616, Sarzana – Chiesa di San Lazzaro (da http://www.comune.sarzana.sp.it/citta/Cultura/)

di Giovanna Falco

Nell’arco ionico del Salento[1] nei venerdì di Quaresima è ancora in uso un’antica tradizione: squadre di cantori e musicisti, si aggirano di notte per le strade dei paesi fermandosi davanti alle case e intonando U Santu Lazzaru in cambio di doni, poi devoluti in beneficenza[2].

Le strofe del testo, una sorta di cantilena, cambiano nei vari paesi e s’ispirano alla Passione di Cristo, narrandone gli episodi salienti. Il corrispondente nella Grecìa Salentina era I Passiuna tu Christù (o A’ Lazzaro): la cantica della Passione in griko (un canto di questua), messa in scena i giorni a ridosso della Settimana Santa. Tramandata oralmente, era eseguita dai cantori del posto, accompagnati da un portatore di palma. I cantori si fermavano agli angoli delle strade dei paesi, intonando dalle tre alle cinque strofe, per poi proseguire della lunga cantilena, che terminava con il verso ca tue ine mère ma t’à Lazàru (questi sono giorni di San Lazzaro), festeggiato nel calendario bizantino la vigilia della Domenica delle Palme.

Il Sabato di San Lazzaro è la festività che celebra la fine della Grande Quaresima bizantina e l’inizio del periodo della Passione. Secondo il Sinassario «in questo giorno, il sabato prima delle Palme, festeggiamo la resurrezione del santo e giusto amico di Cristo, Lazzaro morto da quattro giorni»[3].

A Lecce le celebrazioni hanno luogo presso la chiesa di rito ortodosso di San Nicola di Myra, in piazzetta Chiesa Greca.

Anche i cattolici leccesi commemorano il Santo: per antica consuetudine, la vigilia della Domenica delle Palme numerosi fedeli concorrono presso la chiesa di San Lazzaro. Questa tradizione ha indotto papa Leone XIII, con bolla del 10 marzo 1897, a concedere a questa chiesa la celebrazione del Santo in questo giorno.

A tale rito è legata la fiera mercato che si svolge nei pressi della chiesa, intorno alla colonna del Santo[4]: è tradizione leccese acquistare alla Fiera di San Lazzaro le croci di palma intrecciata e i rametti di ulivo, benedetti durante la funzione religiosa della Domenica delle Palme.

Si perpetua, dunque, un’antichissima consuetudine, mutuata da quella orientale.

Le origini della chiesa leccese sono legate all’Ordine di San Lazzaro di Gerusalemme (attuale Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro): una delle quattro Compagnie gerosolimitane, al contempo religiose e militari, fondate ai tempi delle Crociate per assistere gli infermi e proteggere i luoghi santi della Palestina[5].

I Lazzariti hanno avuto molte commende, chiese e ospedali sparsi in Europa, molti in Italia meridionale. Una chiesa nelle pertinenze di Lecce, dedicata a San Lazzaro, è annoverata in un documento del 1308 riguardante l’inventario dei beni dei Cavalieri Templari[6]; non si sa, però, se ricadeva nello stesso sito dell’attuale chiesa.

Al tempo dell’Infantino, là dove sorge la chiesa di San Lazzaro, sita al di fuori delle mura cittadine, vi era «un gran cortile con stanze à torno, giardini, & altre comodità per servigio de’ Leprosi, che vi dimoravano, eretto dalla Città di Lecce in beneficio de’ suoi Cittadini, e non altri forastieri; onde havendo permesso una volta Giacomo d’Azia Co(n)sigliere Regio, e precettore dell’ordine di S. Lazzaro, che alcuni forastieri vi dimorassero, ad istanza della medesima Città fù scritto al detto d’Azia dal Re Ferdinando da Foggia sotto il dì 8 di Dicembre 1468. che in niun conto ciò permettesse, che altri che Cittadini Leccesi vi dimorassero; sì perche questi possano più commodamente vivere, sì anche perche la Cittànon portasse pericolo d’infettatione per la moltitudine de’ forastieri infetti»[7].

Il “Giacomo d’Azia” citato, non è altri che il «Generale Mastro e Precettore della Milizia dello Spedale di San Lazzaro Gerosolimitano in tutto il Regno di Sicilia ed oltre il Faro»[8] che ricoprì questa carica dal 1440 al 1498.

Infantino cita anche una fede di beneficio del 1550, in cui si dichiara: «la cura di questo luogo appartenere alla medesima Città, e tutti gli atti fatti di possessione esser stati nulli»[9].

Nicola Vacca, nelle Postille al libro del De Simone, cita un documento da cui si apprende che la gestione era amministrata dal sindaco e da un procuratore eletto nei parlamenti generali, mentre la tutela morale era gestita dall’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro[10].

Ricostruita agli inizi del XVIII secolo, «l’anno 1763 si era accresciuta ed ampliata la chiesa in bella forma»[11], ingrandita ulteriormente nel 1788[12]. La situazione economica dell’ospedale mutò dopo pochi anni. Diminuite, infatti, le carestie e le conseguenti epidemie che per secoli avevano infestato la città, l’istituzione si mantenne di sole elemosine, e con diploma regio del 1793 di Ferdinando IV di Borbone fu permesso, in suo favore, di fare la questua in tutta la provincia e nei due giorni del mercato settimanale di Lecce[13]. Decaduto l’ospedale, nel 1906 la chiesa è stata eretta a parrocchia, inaugurata nel 1907, nel 1916 è stata sottoposta a un ulteriore ampliamento.

Tra i vari arredi sacri della chiesa di San Lazzaro[14], in questo momento, merita particolare attenzione il crocefisso ligneo del presbiterio proveniente dalla chiesa del convento di Santa Maria del Tempio, la grande struttura dei frati Riformati soppressa nel 1864, adibita a caserma e demolita nel 1971.

Nell’area dove sorgeva il complesso conventuale, a breve sarà realizzato un complesso commerciale munito di parcheggi sotterranei: in questi giorni sono in opera scavi archeologici atti a rilevare le fondamenta della chiesa e del convento distrutto.

la colonna, probabilmente sostituita ad un’altra più antica, innalzata nel 1682, opera del maestro muratore Giuseppe Bruno

Il Crocefisso, annoverato tra gli arredi sacri della chiesa di Santa Maria del Tempio in un verbale di consegna datato 1864, fu realizzato intorno al 1693 ed è attribuito al calabrese Angelo da Pietrafitta[15].

Il frate Minore Riformato apprese l’arte della scultura lignea dal Beato Umile da Petralia Soprana, caposcuola degli artisti francescani meridionali e fu maestro, a sua volta, di frate Pasquale da San Cesario di Lecce. Suoi Crocefissi e Calvari sono attestati in Puglia e in particolar modo nella penisola salentina (Ostuni, Presicce, Nardò, ecc.), dove nel 1693 fu chiamato da padre Gregorio Cascione da Lequile, Provinciale di S. Niccolò delle Puglie, per realizzare il Crocefisso ligneo per il convento del suo paese[16].


[1] Il territorio che comprende Aradeo, San Nicola, Alezio, Cutrofiano, Neviano, Galatone, ecc.

[2]In origine i cantori andavano in giro per masserie e borgate con lo scopo di avere in cambio alimenti.

[3] Cfr. http://www.cattoliciromani.com/forum/showthread.php/le_feste_bizantine_sabato_lazzaro-24858.html?p=598866. Il Sinassario del cristianesimo orientale, trova corrispondenza nel Martirologio Romano: raccoglie il profilo biografico e agiografico di tutti i santi del calendario bizantino.

[4] «rimpetto la chiesa si eleva una colonna, probabilmente sostituita ad un’altra più antica, la quale fu innalzata nel 1682 ai 30 di aprile: opera del maestro muratore Giuseppe Bruno e poco dopo la Canonica sorge l’altra colonna che forma il Sannà o Osanna» (. A. FOSCARINI, Guida storico-artistica di Lecce, Lecce 1929, p. 180). L’Osanna, che in passato dava nome a tutta la zona, è stato abbattuto.

[5] Le altre erano: gli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme (poi di Rodi e ora Sovrano Militare Ordine gerosolimitano di Malta), i Cavalieri del Tempio (Templari), i Cavalieri Teutonici (detti anche di Santa Maria di Gerusalemme). L’Ordine di San Lazzaro fu istituito per curare i lebbrosi, fondato tra XI e XII secolo, fu protetto dai pontefici dal 1227 (Cfr. E. ROTUNNO, Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Dalle origini all’inizio del XX secolo: http://www.amicibbaamauriziano.it/public/ordine%20dei%20ss%20maurizio%20e%20lazzaro.pdf).

[6] Cfr. E. FILOMENA, Le ricchezze, il prestigio, lo splendore e la decadenza delle “domus” temmplari nel triste epilogo del processo di Brindisi. Il passaggio dei beni ai Cavalieri di Malta, in Lu Lampiune, a. V, n. II, agosto 2009, pp. 7-40.

[7] G. C. INFANTINO, Lecce sacra, Lecce 1634 (ed. anast. a cura e con introduzione di P. De Leo, Bologna 1979), pp. 212-213. Il proclama di Ferdinando I è trascritto nel Libro Rosso di Lecce (Cfr. M. PASTORE, Fonti per la storia di Puglia: i regesti dei Libri Rossi e delle pergamene di Gallipoli, Taranto, Lecce, Castellaneta e Laterza, in Studi di Storia pugliese in onore di Giuseppe Chiarelli, Galatina 1973, pp. 153-295: p. 253).

[8] E. ROTUNNO, op. cit., p. 11.

[9] G. C. INFANTINO, Lecce sacra cit., p. 213. Infantino ha letto questo documento nel libro 2 dei privilegi di Lecce.

[10] Le poche notizie sulla gestione dell’Ospedale di San Lazzaro sono state apprese da A. MARTI, Gli istituti di assistenza e beneficenza a Lecce nel sec. XVII, in L. COSI – M. SPEDICATO (a cura di), Vescovi e città nell’Epoca Barocca, Galatina 1995, voll. 2: vol. II, pp. 425-439. Nicola Vacca ha citato, invece, un atto notarile datato 1663 (Cfr. N. VACCA, Postille a L. G. DE SIMONE, Lecce e i suoi monumenti. La città, Lecce 1874, nuova edizione postillata a cura di N. Vacca, Lecce 1964, pp. 574-575).

[11] M. PAONE (a cura di), Lecce città chiesa, Galatina 1974, pag. 117.

[13] Cfr. M. PAONE (a cura di), Lecce città chiesa cit., p. 284; A. MARTI, op. cit., p. 430.

[14] Nella chiesa sono presenti opere in cartapesta di Giuseppe Manzo, un Cristo morto ligneo (per tradizione orale attribuito anch’esso a fra Angelo da Pietrafitta), due tele attribuite ad Oronzo Tiso.

[15] Cfr. B. F. PERRONE, I conventi della Serafica Riforma di S. Nicolò in Puglia (1590-1835), Galatina 1981, voll. 2: vol. I, pp. 113-144.

[16] Le opere di frate Angelo da Pietrafitta sono state oggetto di una ricerca di Pamela Tartarelli edita nel 2004 con introduzione di Paolo Maci e foto di Pierluigi Bolognini (Cfr. P. TARTARELLI, I Crocefissi di Frate Angelo da Pietrafitta nella Puglia, Il Parametro Editore, Novoli 2004).

Giuseppe Manzo (1849-1942) e la cartapesta leccese (quinta e ultima parte)

Biglietto da visita del maestro  Giuseppe manzo con l’insegna reale concessagli dal re Umberto I
Biglietto da visita del maestro Giuseppe manzo con l’insegna reale concessagli dal re Umberto I

di Cristina Manzo

Le statue dei misteri di Taranto

Nell’ottobre del 1900 il consiglio di amministrazione della confraternita del Carmine di Taranto decise di sostituire tre statue della processione dei misteri[1],ormai deteriorate, con tre  nuove raffiguranti gli stessi momenti della passione di Cristo: la Colonna, l’Ecce Homo e la cosiddetta Cascata.

La scelta per l’esecuzione di quei lavori cadde su uno dei più noti artisti cartapestai dell’epoca, già più volte premiato in Italia e all’estero, Giuseppe Manzo, che consegnò personalmente quelle tre statue nei primi mesi del 1901. Il maestro aveva cercato inutilmente di sottrarsi a quell’impegno (viaggiare sino a Taranto per la consegna):

 

“Ill.mo signore – aveva scritto il 15 febbraio 1901 al priore della confraternita – essendo che le statue dei misteri sono per finirsi, e per la fine del mese o forse prima saranno pronte, vi scrivo la presente per sapere se i splendori per le stesse li dovrò far fare io o ve ne occuperete voi stesso. Di più, trovandomi affollato di lavoro vi domanderei se fosse possibile di risparmiarmi la venuta e se al contrario potesse venire qualcuno della commissione per consegnarle, altrimenti sospenderò io e verrò. In attesa di leggervi al riguardo con stima vi saluto.”

 

Manifesto pubblicitario del reale laboratorio di Giuseppe Manzo
Manifesto pubblicitario del reale laboratorio di Giuseppe Manzo

Ma nonostante la richiesta, nessuno si era fatto vivo, sicché imballatele a dovere, il maestro fece trasportare le statue alla stazione di Lecce e da qui, dopo averle fatte caricare su un vagone merci, partì alla volta di Taranto[2]

Per la realizzazione di quelle tre statue il cartapestaio aveva chiesto un compenso complessivo di 650 lire, e  quando il priore e quelli che erano con lui, al momento della consegna ammirarono i capolavori, non si pentirono per un attimo della scelta compiuta. Correvano felici da una all’altra osservando con gioia tutti i bellissimi particolari, che confermavano il capolavoro che il professore aveva compiuto. Qualche giorno dopo, esattamente il 19 marzo 1901, nel redigere il rendiconto degli introiti e delle spese riportate per l’acquisto delle nuove statue, l’allora segretario del Carmine, Luigi De Gennaro, avrebbe infatti testualmente annotato: “Per le nuove statue dei sacri misteri. Costo e spese di trasporto al Prof. Giuseppe Manzo di lecce, giusta sua quietanza, lire 700.”[3]  Leggendo il libro di Caputo, inoltre veniamo a conoscenza di due curiosi aneddoti su questi lavori, che riguarderebbero il Cristo alla colonna. Durante la sua realizzazione in laboratorio, infatti, il Manzo si accorse dell’errore che era stato fatto dai committenti, pretendendo che il Cristo durante la flagellazione dovesse avere la corona di spine in testa, mentre in realtà, questa riguardava una fase successiva, e poiché  era molto preciso sui suoi manufatti, la cosa rappresentava un grosso problema, ma quando anche nella riconferma della commissione del 2 novembre 1900, furono ripetute quelle condizioni, egli decise di rassegnarsi.

La confraternita, sempre per la realizzazione di questa statua, aveva fornito al Manzo un’immagine per altro riuscita piuttosto male e in bianco e nero che illustrava l’originale colonna di santa Prassede a Roma, quella a cui  Gesù, fu legato, nel cortile della fortezza Antonia, il Pretorio di Pilato in Gerusalemme, per la flagellazione.

 

Il Cristo alla colonna di Giuseppe Manzo
Taranto, Cristo alla colonna Giuseppe Manzo, 1901

Non potendo individuare in alcun modo il colore, il Manzo abbondò con il verde, mentre la colonna originale è di marmo diaspro, proveniente da una roccia calcarea che assume colorazioni che vanno dal bianco al bruno. Nella colonna Gesù ha le mani legate dietro la schiena. Una cordicella gli tiene uniti i polsi, che a un primo sguardo non sembrano legati alla colonna, il Cristo dà l’impressione di essere solo poggiato ad  essa, ma così non è. Una colonna bassa che assomigliasse a quella originale così come l’avevano voluta quelli della confraternita, dava non pochi problemi, su come poter legare le mani alla stessa, ed era impensabile che anche all’epoca della flagellazione Cristo non fosse stato legato.

 

“Ecco allora che il Manzo s’inventò letteralmente l’anello di ferro al centro della parte superiore della colonna e attraverso quell’anello fece passare a più giri la cordicella che stringeva i polsi di Gesù. Dico s’inventò, perché il cartapestaio leccese non poteva aver visto su  una figura degli inizi del secolo un anello che nella colonna che si conserva a S. Prassede non è visibile neppure oggi. Ma fece bene il maestro, forse fu l’intuito a guidarlo. Certo non gli mancava la fantasia[…] Due piccoli capolavori impreziosiscono questa statua: quelle mani legate dietro la schiena che sembrano quasi parlare e il merlettino che orna il perizoma di Gesù. Due capolavori firmati Giuseppe Manzo.”[4]

Nella seconda statua realizzata, quella dell’Ecce Homo, ancora una volta il maestro, in maniera impareggiabile, esprime tutta la sua abilità nel catturare la storia e l’emotività del personaggio. Abbiamo un Gesù che, dopo la sofferenza della flagellazione, sa che sta andando incontro alla sua fine, non si aspetta più niente dalla crudeltà degli uomini, non guarda la folla, non guarda Pilato, cammina ad occhi bassi verso il suo destino, i capelli sono intrisi di sangue, che da una spalla, in tante pieghe sapientemente ondulate dal Manzo, cola in rivoli.. Nelle mani legate stringe una canna, lo scettro che gli hanno regalato i soldati. Non gli interessa ciò che accade intorno a lui.

 

Taranto, Ecce Homo, Giuseppe Manzo 1901
Taranto, Ecce Homo, Giuseppe Manzo 1901

 

Ma fu nella Cascata che il maestro raggiunse il massimo della sua arte. Qui non solo era chiamato a modellare un Gesù steso per terra e schiacciato dal peso che portava addosso, ma doveva anche fare i conti con quella tunica, creando ora le pieghe della spalla sulla quale poggiava la croce, ora quelle della spalla libera, poi ancora le pieghe delle lunghe maniche, e infine quelle che scendevano lungo il corpo di Gesù, tenendo presente che la cordicella che stringeva la vita del Cristo, accresceva le arricciature che diventavano piccole, grandi, fluenti…

Il Manzo seppe raggiungere magnificamente lo scopo, ma dovette anche far ricorso alla sua ben nota pazienza, facendo e rifacendo chissà quante volte quelle pieghe e usando continuamente i ferri arroventati per focheggiare, segnare, correggere e perfezionare ondulazioni e arricciature. Gli occhi di Gesù, nella cascata, ricordano molto da vicino quelli della Colonna. Sembrano due sguardi identici, tanto che separando e isolando  gli occhi dal resto dei due volti, si ha difficoltà  a identificare a quale statua essi appartengano. Anche qui, gli occhi sono rivolti a sinistra verso l’alto e sembrano quasi voler esprimere un’invocazione di pietà da parte di Gesù nei confronti dei soldati. Tornano evidenti i segni del dolore fisico, e della fatica già presenti nella Colonna; ma si ha anche l’impressione che nella cascata l’artista abbia voluto mettere sul volto di Gesù più uno sguardo di giustificazione che di pietà. Giustificazione per quella caduta accidentale, avvenuta contro la volontà del Cristo, per aver causato un grattacapo al centurione. Gesù alzando la testa sembra voler chiedere perdono, come a dire che la sua caduta era dovuta alle sue precarie condizioni fisiche, non voleva rallentare, il suo cammino verso la crocifissione.

 

“La statua insomma doveva anche parlare., ed egli in questo senso era un innovatore. Non realizzava soltanto delle figure, ma cercava, nei volti dei suoi Gesù e dei santi, anche la parola, la comunicazione. Chi osservava, non doveva soltanto vedere, ma anche ascoltare, capire sino in fondo il soggetto rappresentato. Con il Manzo possiamo dire che la cartapesta leccese voltò pagina.”[5]

 

Taranto, La Cascata, Giuseppe Manzo 1901
Taranto, La Cascata, Giuseppe Manzo 1901

 

Taranto, Particolare degli occhi del Cristo alla Colonna, Giuseppe Manzo 1901
Taranto, Particolare degli occhi del Cristo alla Colonna, Giuseppe Manzo 1901

 

Oggi, la cartapesta leccese non è più quella di ieri. C’è ancora qualche bottega che resiste qua e là, ma quella lavorazione, scrupolosa, paziente, emotiva, che apparteneva ai cartapestai di una volta non esiste più. Tranne pochissime eccezioni, laddove qualcuno ha appreso la tecnica dal padre o dal nonno, da qualche maestro di una volta, l’arte dell’unicità ha ceduto il passo all’industrializzazione, i santi si fabbricano in serie, con le forme e paiono tutti uguali, senza un’espressione propria che li identifichi, senza un’anima che possa trasmetterci emozioni. Alcuni tra i giovani si sentono protagonisti di una fondamentale operazione di recupero e parlano di una nuova forma di ispirazione, quasi inconscia, dalle loro botteghe nel centro storico della città. Cercano una chiarificazione del proprio ruolo artigianale, dove la cartapesta non rappresenta un inutile revival, ma nemmeno la rottura con la tradizione, ci ricordano che le botteghe artigiane[6],

 

“possono ancora costituire la linfa per la rinascita di un centro storico tra i più belli di tutto il sud, dove i laboratori anche all’esterno, mantengono il rispetto della linea architettonica del vecchio borgo, l’anima della città, la sua filosofia di vita”.[7]

 

Ma c’è anche a Lecce, in Puglia, in Italia, nel mondo, tutto un patrimonio della cartapesta da salvaguardare e da valorizzare. Si tratta di autentici capolavori che hanno segnato un’epoca e dei quali si potrebbe tentare una non impossibile, anche se difficile catalogazione generale.[8]

 

Lecce, centro storico. Il palazzo a due piani, che si affaccia sul monumentale teatro greco, fu l’abitazione di Giuseppe Manzo, a due passi dal suo reale laboratorio, oggi proprietà del nipote Dino Manzo
Lecce, centro storico. Il palazzo a due piani, che si affaccia sul monumentale teatro greco, fu l’abitazione di Giuseppe Manzo, a due passi dal suo reale laboratorio, oggi proprietà del nipote Dino Manzo
Lecce, centro storico, la via dell’abitazione che fu di Giuseppe Manzo
Lecce, centro storico, la via dell’abitazione che fu di Giuseppe Manzo

La nostra città, fiera dei suoi artisti e della sua storia, ha inaugurato nel  dicembre 2009, il Museo della Cartapesta.[9] Esso  rispecchia la storia di un’arte che si intreccia con la storia della città, fin dal diciottesimo secolo. La statuaria in cartapesta, nel solco dell’influenza partenopea, è un tratto distintivo della cultura salentina. Nelle diverse sale al pianterreno del Castello di Carlo V, si ripercorrono le tappe di un’arte, a torto, considerata minore.

Come affermava G. Klimt: “Chiamiamo artisti non solamente i creatori, ma anche coloro che godono dell’arte, che sono cioè capaci di rivivere e valutare con i propri sensi ricettivi le creazioni artistiche”.

 

 

Bibliografia

Bambi E., Quando la cartapesta si trasforma in arte, in “Tempo” 20 agosto 1982Da «L’Ordine» – Settimanale Cattolico Salentino, 10 gennaio 1942

Barletta R., Appunti e immagini su cartapesta, terracotta, tessitura a telaio, Fasano, 1981

Bazzarini A., Dizionario enciclopedico delle scienze, lettere ed arti, Francesco Andreola, Venezia 1830-1837

Caputo N., Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991

Castromediano S., L’arte della cartapesta in Lecce, in “corriere meridionale”, IV, n 17, Lecce, 1893

De Marco M., Catalogo delle opere sacre in cartapesta conservate presso la chiesa e il convento dei padri passionisti , in “ I Passionisti a Novoli. 1887-1997”, Manduria, 1987

De Marco M., La cartapesta leccese, Edizioni del Grifo, 1997

I PP. PP. A Novoli 1887-1987, (Lecce) 1894

L’ultima cartapesta, divagazioni su Lecce settecentesca ed una poesia di Vittorio Bodini. Quaderni della banca del Salento, n. 1, a cura di Franco Galli, 1975

Marti P.,  La modellatura in carta, Tip. Ed. Salentina, Lecce 1894. (opuscolo)

Natale, storia, racconti, tradizioni. Paoline,  2005

Lazzari G., in Anxa, anno X, n. 56, maggio-giugno 2012 , Associazione culturale Onlus, Gallipoli (Le)

Ragusa C., Guida alla cartapesta leccese. La storia, i protagonisti, la tecnica, il restauro. A cura di Mario Cazzato, congedo editore,1993

Ròiss (Franco Rossi) Cartapesta e cartapestai, Maestà di Urbisaglia, Macerata 1983

Rossi E., Bruceremo i santi di carta, in “ La tribuna del Salento ” anno 2, Lecce, 1960

Sabato A. (a cura di) Costumi, cartoline, cartapesta, Lecce, 1993

Solombrino O., Serrano Microstorie Ricordi sentimenti a cura di S. Solombrino, Congedo, Galatina 2005

Tragni B., Artigiani di Puglia(con un saggio di A, Contenti) Adda editore, Bari, 1986Rossi E.,Un’arte senza domani vive la sua agonia: la statuaria leccese, in “ La tribuna del Salento” anno I,Lecce, 1959

Valegentina L., La cartapesta leccese e i suoi cultori, in « Il Lavoro Nazionale », Anno I, n. 2-3, Bari, 1915

Valgentina L., Muse, De Agostini, Novara 1965, vol. III

Wikipedia, l’enciclopedia libera

 

Sitografia

Francesco Castromediano, www.antoniogarrisiopere.it

Gli artisti della cartapesta leccese nella pubblicistica salentina www.culturaservizi.it

Il Cristo morto, www.brindisiweb.it

Museo della cartapesta, www.quisalento.it

Santa Trinità, www.sstrinita.manduria.org

Settimana Santa di Taranto, it.wikipedia.org/wiki/Settimana_Santa_di_Taranto


[1] I riti della Settimana Santa di Taranto sono un evento che si svolge nella città a partire dalla Domenica delle Palme, e risalgono all’epoca della dominazione spagnola nell’Italia meridionale. Furono introdotti a Taranto dal patrizio tarantino Don Diego Calò, il quale nel 1603, fece costruire a Napoli le statue del Gesù Morto e dell’Addolorata. Nel 1765 il patrizio tarantino Francesco Antonio Calò, erede e custode della tradizione della processione dei Misteri del Venerdì Santo, donò alla Confraternita del Carmine le due statue che componevano la suddetta processione, attribuendole l’onore e l’onere di organizzare e perpetrare quella tradizione cominciata circa un secolo prima. Nel corso del tempo a queste due statue donate se ne aggiunsero altre sei, per arrivare a un totale di otto statue.( Tre di queste sono quelle rifatte dal Manzo nel 1901. In occasione del centenario della sua realizzazione e consegna, nel 2001, durante la processione dei misteri, fu assegnata una targa in ricordo del grande maestro cartapestaio, al nipote Dino.) Questa processione esce alle cinque del pomeriggio del giovedì Santo dalla chiesa del Carmine, e si conclude alle cinque del venerdì, rientrando nella stessa chiesa, portando le statue che simboleggiano la passione di Gesù. I confratelli sono vestiti con l’abito tradizionale dei Perdoni e procedono a ritmo lentissimo accompagnati dalle marce funebri. La processione è composta dalla Troccola, strumento che apre la processione, il Gonfalone ovvero la bandiera della confraternita, la Croce dei misteri, il Cristo all’Orto, la Colonna, l’Ecce Homo, la Cascata, il Crocifisso, la Sacra Sindone, il Gesù Morto, l’Addolorata (appena essa esce sulla piazza, verso le otto di sera, si chiude il portone del Carmine). È accompagnata da tre bande che suonano marce funebri, ed effettua durante il percorso una sosta nella chiesa di San Francesco da Paola. Vi erano inoltre tre coppie di poste sistemate davanti alle statue, divenute quattro a partire dal 2012 e sette Mazze che hanno il compito di mantenere ordinata la processione e di sostituire i confratelli in caso di necessità. Fonte: it.wikipedia.org/wiki/Settimana_Santa_di_Taranto

[2] Nicola Caputo, Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991, p. 9

[3] Archivio confr. del Carmine, Taranto, fascicolo corr. con G. Manzo, rendiconto 1901, in Nicola Caputo, Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991, p.27

[4] Nicola Caputo, Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991, pp. 39, 41, 51, 53, 107, 110

[5] Idem, p. 120

[6] Bianca Tragni, Artigiani di Puglia (con un saggio di A, Contenti) Adda editore, Bari, 1986, p. 321

[7] Da una intervista di E. Bambi, Quando la cartapesta si trasforma in arte, in “Tempo” 20 agosto 1982, p. 2

[8] Nicola Caputo, Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991, p. 142

[9] Caterina Ragusa, è la  direttrice del Museo, e Tina De Leo, è la  responsabile Eventi del Castello Carlo V. Ci sono sette sale al primo piano, tre al piano terra, tra cui il laboratorio di restauro della cartapesta. Complessivamente la struttura raccoglie 80 opere, tutte d’ispirazione cristiana, realizzate da grandi maestri cartapestai leccesi intorno al 1700. www.quisalento.it

 

Per la prima parte: 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/09/giuseppe-manzo-1849-1942-e-la-cartapesta-leccese-prima-parte/

Per la seconda parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/12/giuseppe-manzo-1849-1942-e-la-cartapesta-leccese-seconda-parte/

Per la terza parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/15/giuseppe-manzo-terza-parte/

Per la quarta parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/18/giuseppe-manzo/

 

Giuseppe Manzo (1849-1942) e la cartapesta leccese (quarta parte)

di Cristina Manzo

 

Tra i cartapestai leccesi della seconda metà dell’Ottocento e del primo Novecento Giuseppe Manzo fu il meno predisposto all’industrializzazione dell’arte appresa nella bottega del De Lucrezi.

Il successo riscosso dalle sue statue in tutte le esposizioni  nazionali e internazionali dal 1885 alla vigilia della prima guerra mondiale, in concorso con le statue dei cartapestai suoi giovani discepoli e coetanei, premiò la sua fedeltà all’ideale artistico-artigianale che più tardi decadde violentato dalla istituzione di stabilimenti, in cui si modellò la cartapesta quasi alla maniera del cartone romano o del carton pierre francese.

Significativa è la medaglia d’oro che gli fu assegnata nel 1898 alla esposizione internazionale di Torino. Nella stessa esposizione, le statue del De Lucrezi, suo maestro,  furono premiate con l’unica medaglia d’argento di prima classe messa a disposizione della Giuria dal Ministero della Pubblica Istruzione. Questo un brano della relazione che il barone Sebastiano Apostolico tenne a chiusura della Esposizione di Torino del 1898, quale presidente effettivo del comitato provinciale leccese.[1]

Giuseppe Manzo “I nostri bravi operai hanno creato un’arte di cui ormai la fama varca i due mondi. Pregevoli riescono generalmente i loro prodotti, e tanto più destano ammirazione a noi che conosciamo che nessuna preparazione di scuola si è loro apprestata; tutto essi producono col loro ingegno volenteroso, col loro innato senso artistico. La sola medaglia d’oro destinata dalla Giuria per tal genere di lavori la ottenne il nostro bravo Giuseppe Manzo. Gli altri espositori di lavori di cartapesta furono anch’essi premiati e cioè: il signor Achille De Lucrezi, con l’unica medaglia di argento di prima classe messa a disposizione della Giuria dal Ministero della pubblica istruzione; il signor Raffaele Carena ebbe la medaglia di argento; e medaglia di bronzo i signori Fratelli Caprioli, Domenico Pisanelli, Isacco-Longo De Pascalis, e “l’istituto di arti plastiche”. Questa [arte] della cartapesta, conosciuta in  tutto il mondo, non è organizzata coi sistemi di “réclame” che usan tutti; non ha largo stock di esemplari, pronti a soddisfare le richieste, non vi sono depositi nelle città di consumo, ma si aspetta che vengan fatte le commissioni prima di intraprendere il lavoro. Organizzando questa arte originale, impartendo una istruzione tecnica agli operai che vi si dedicano, potrebbe, anzi dovrebbe, addivenire una grande industria da dar lavoro rimuneratore magari a migliaia di operai. Ecco la strada che bisogna battere.[2]

 

Ed ancora:

 

Il barone Sebastiano Apostolico di Lecce è uno dei maggiori trionfatori dell’esposizione per aver fatto principalmente concentrare gli sguardi di tutta la nazione convenuta a Torino, sulla simpatica e verace terra di Puglia. Avviene così di rado il miracolo della immediata rivelazione delle virtù d’una regione, che quando avviene, si resta lieti e lusingati. E lieti debbono esserne i pugliesi. Diciamolo subito: Giuseppe Manzo di Lecce, premiato all’Arte Sacra con l’unica medaglia d’oro concessa all’ industria della cartapesta religiosa, fra dieci espositori, tra cui uno importante di Roma, il Rosa, con i suoi lavori ha attratto i visitatori a migliaia, incantandoli, più di quello che abbiano saputo fare alcuni veri artisti. Che volete! Il Manzo fa dell’industria, ma egli è artista nell’anima. Senza ciò non si può spiegare il mistico rapimento operato sulla folla, colta e incolta, intendente e non intendente d’arte e d’arte applicata. Il Manzo, valentissimo e misurato artefice della gentile città di Puglia, della terra, dalla quale, come dice il Boito, le grandi città, Roma sopra tutte, dovrebbero imparare l’arte industriale delle suppellettili sacre, è stato il prediletto espositore che destò il più grande interessamento nei critici, negli artisti, nei fedeli, nei sacerdoti, nei Sovrani, nel pubblico tutto. La Regina d’Italia, la Principessa Letizia, la Duchessa d’Aosta, diligenti ammiratrici del bello, più volte si son fermate davanti ai bei lavori della nobilissima arte industriale leccese, una vera gloria meridionale, per rivedere e lodare i lavori geniali e semplici del sig. Manzo che, in quei momenti di trionfo, per lui inconsapevole, lavorava nella sua bottega, dalla  quale partono per viaggiare fino in America, in Inghilterra e perfino sulle cime delle nostre Alpi nevose, vergini, santi, angeli, ecc. La medaglia d’oro ottenuta dal Manzo per i suoi bei lavori, tanto ammirati, e concessa da una competentissima giuria composta di artisti e d’industriali, l’unica per tale arte applicata, ricrea lo spirito di quanti hanno buone speranze in Italia per il risorgimento prossimo dell’arte industriale, una delle nostre glorie passate.[3]

 

una delle opere di Giuseppe Manzo
una delle opere di Giuseppe Manzo

Le sue pale per altari ed i suoi gruppi statuari sono caratterizzati da una certa austerità e da un verismo impeccabile. I suoi altorilievi e bassorilievi  sono impareggiabili nella perfezione. Non si potrà  riuscire a rintracciare tutte le sue opere, in special modo quelle che appartengono a collezioni private, o che sono sparse per il mondo, ma ve ne sono di grande bellezza e prestigio sparse nelle chiese di tutta la puglia, noi parleremo di alcune di queste:

– nella chiesa di S. Vito a Surbo fu commissionata al maestro Manzo, la statua della Madonna del Carmine, realizzata nel 1899.

– Nello stesso anno, la chiesa madre di Mesagne commissionò una bellissima statua del sacro Cuore di Gesù. La statua raffigura Gesù ritto sulle nuvole, scalzo e coperto da una tunica rossa sostenuta alla vita da una cintura, ed un mantello blu con decori dorati. La mano sinistra, aperta, è tesa all’ingiù, come per evidenziare la piaga del crocifissione. La mano destra indica il cuore che, coronato di spine e sormontato da una croce, campeggia sul petto. I capelli, lunghi e ondulati, scendono sulle spalle e sul petto. Le pieghe della tunica fanno intuire in modo realistico il corpo e danno all’insieme un aspetto armonioso e gradevole. La statua ordinata dall’Arcivescovo Salvatore Greco, costò 243 lire.  Per la stessa chiesa in quegli anni, egli realizzò anche gli Angeli osannanti con apparato decorativo, nonché un Crocifisso (cartapesta policroma cm 48 x 37 x 8.5).

– A Ruvo di Puglia, nell’Ottocento, si dirottò il culto della Vergine dalla pala d’altare alla statuaria con la presenza nella chiesa di un simulacro vestito, prima, e di una statua in cartapesta leccese poi.

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Nel 1897 venne acquistato dal Manzo, il nuovo gruppo statuario, realizzato seguendo il quadro della Madonna del Rosario di Pompei. Ancora a Ruvo di Puglia, gli fu commissionato l’attuale gruppo statuario della Pietà, che rappresenta la Madonna con gli abiti del lutto ai piedi della croce nuda e con in grembo il corpo senza vita del figlio. L’opera, in cartapesta, porta la data del 1901. Le chiese di Ruvo di Puglia, commissionarono molti lavori al maestro salentino. Per la realizzazione di S. Anna,  per esempio, un parroco interessò la nobile famiglia Spada, che finanziò la realizzazione da parte del leccese Manzo, autore anche della statua di S. Giuseppe, del Redentore e di altri simulacri, in altre chiese ruvesi.

dal blog sulla settimana santa a Ruvo
dal blog sulla settimana santa a Ruvo

-Nella cappella del Santissimo, a Cavallino di Lecce, sopra l’altare maggiore c’è un elegante ciborio e, al posto dell’antica tela, alta e luminosa si staglia la bella statua in cartapesta del Sacro Cuore di Gesù, suo pregevole lavoro. Nella stessa chiesa, l’altare odierno è dedicato alla Vergine Maria del Monte ed è stato rifatto nel 1921: tra due colonne a sezione quadra, ornate con un elegante tralcio, è collocato il plastico in cartapesta che rappresenta il ritrovamento del dipinto su pietra sotterrato della nostra Madonna del Monte. Qui, il  maestro, realizzò ad altorilievo la Vergine con il Bambino, che si staglia nel cielo celeste festeggiata dai Cherubini; giù, l’ignaro contadino strattona uno dei buoi che è intento a scovare… una icona celata nella grotta. Lo sguardo dell’osservatore è pure piacevolmente attratto dallo scorcio del paesello di Cavallino riprodotto sullo sfondo con il suo tipico campanile svettante in prospettiva.

-A Lecce, il  terzo altare di Santa Teresa del Bambin Gesù nella chiesa del Carmine ospita una sua statua in cartapesta.

– A Manduria, nella chiesa della santissima Trinità, vi è la bellissima statua della Madonna dei Fiori, realizzata dal Manzo nel 1898. La scultura raffigura la Madonna che regge sul braccio sinistro il Bambin Gesù, coperto solo da un panno bianco dai bordi dorati, nell’atto di porgerle la manina. L’affettuoso gesto è ricambiato dalla Vergine che, in posizione eretta, ha il capo appena inclinato e contornato da dodici stelle, simbolo del popolo di Dio. Lo sguardo è rivolto in basso e i piedi posano su un semi globo terrestre. Indossa una tunica beige con bordura dorata e un mantello azzurro, simbolo di verità celeste, che l’avvolge quasi per intero e anche questo riccamente decorato ai bordi. A sinistra, due sorridenti angioletti sospesi, le rivolgono lo sguardo; così un terzo in basso a destra. La buona fattura del simulacro, costato allora 150 lire, comprova ancora una volta la perizia del consumato artefice. Il cartapestaio infatti, nonostante replicasse, per ovvi motivi commerciali, i simulacri maggiormente in voga, comunque realizzava opere che, per impianto compositivo, plasticità e ricercate decorazioni, si differenziavano l’una dall’altra.[4] Questa circostanza, suffragata peraltro dalla pubblicistica di quegli anni, gli consentì di accrescere sempre più la  fama, acquisita sin dall’adolescenza nei laboratori degli artisti di grande calibro dove aveva appreso l’arte. Il brevetto assegnatogli da Umberto I nel 1890, con la facoltà di inserire lo stemma reale nell’insegna del suo laboratorio di sculture in cartapesta e i numerosi premi e riconoscimenti in Italia e all’Estero, testimoniano la predilezione per questa forma d’arte e, soprattutto, la passione per l’arte sacra. Giuseppe Manzo non usava le  forme, per le sue state, e quelle poche volte che gli accadeva di farlo (peraltro si trattava sempre di forme che realizzava egli stesso con la creta), distruggeva subito ogni cosa. Cercava sempre il nuovo, il perfetto, e osservava, scrutava, studiava con ogni attenzione possibile le opere classiche dell’arte sacra; aveva, sia nel laboratorio che in casa, le riproduzioni di quasi tutti i capolavori dei maggiori pittori e scultori italiani e stranieri; acquistava testi anche costosissimi, studiava le forme e i colori. Possedeva persino alcuni testi di medicina che gli permettevano di approfondire la conoscenza dell’anatomia umana. Per i Gesù da raffigurare nei diversi episodi della via crucis (come vedremo nelle meravigliose e inimitabili tre statue dei misteri di Taranto che egli realizzerà nel 1901) tutto ciò era assolutamente indispensabile. Un corpo piegato in avanti, un altro pendente da una croce, un altro carponi, i volti segnati dalla sofferenza e dal dolore,  muscoli contratti, tutto doveva essere realizzato alla perfezione e, per farlo bisognava conoscere i segreti dell’arte plastica figurativa. Se si aggiunge poi che il Manzo “sentiva” sempre il soggetto attorno al quale lavorava, si può anche spiegare la naturalezza con la quale dirigeva le sue mani e l’esatta, rigorosa forma che riusciva a dare ai contorni, ai manti, alle pieghe, alle chiome.[5]  Anche il già ricordato Oronzo Solombrino, nelle sue memorie, racconta del maestro come di un artista che, pur seguendo personalmente nel suo laboratorio i vari stadi di realizzazione di un’opera, riservava a sé il compito di modellare le parti anatomiche.

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“Una volta lo trovai che guardava una statua del Sacro Cuore, quasi terminata, ne fissava gli occhi, la cui collocazione evidentemente non era perfetta. chiese allora una sedia, essendo la statua ancora sul cavalletto, per giungere all’altezza della testa e con delle stecche rimosse gli occhi dalla sede e li ricollocò come riteneva più giusto.[…] Un altro pomeriggio, nell’esaminare una statua della Vergine del Rosario, notò che il drappeggio del manto non andava bene; nonostante che la statua fosse ultimata, volle da me un foglio di carta straccia, preparata a più strati e la modellò sul manto, eliminando così l’imperfezione notata”.[6]

cartapesta

-Nella chiesa della  beata Vergine a  Casarano, le opere in cartapesta sono quasi tutte del maestro.

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– A S. Pietro Vernotico, nella diocesi di Lecce, uno dei paesi più estremi del sud brindisino, sorge in pieno centro storico la settecentesca chiesa Matrice al cui interno si possono ammirare, tra le altre, le statue in cartapesta dell’Immacolata del 1900, e del Cristo  Risorto datata 1906, sempre sue celebri opere. Inoltre è presente a S. Pietro Vernotico con due statue rappresentanti S. Rita di Cascia, eseguite quasi contemporaneamente ed esposte nella chiesa di S. Pietro apostolo (1941), e in quella della Madonna di Sanarica (1940).

-A giugno del 2008, nel museo «Sigismondo Castromediano» di Lecce, si inaugurò una mostra: «La scultura in cartapesta: Sansovino, Bernini e i maestri leccesi tra tecnica e artificio», curata dal dott. Raffaele Casciaro. È in questo suggestivo contesto, posta in posizione d’onore, ai piedi della bellissima Addolorata di Antonio Maccagnani, che si inserisce la statua in cartapesta raffigurante il Cristo Morto, proveniente dalla chiesa del Purgatorio di Ostuni. Il simulacro, realizzato dai maestri leccesi Andrea De Pascalis  e Giuseppe Manzo, fu commissionato dal priore della confraternita delle Anime Sante del Purgatorio don Giuseppe Trinchera nel 1888 e consegnato nel 1889. Notevolissimo esempio della perizia raggiunta dai maestri cartapestai leccesi, la statua sfila, sotto gli occhi ammirati dei fedeli, per le vie di Ostuni, durante la commovente processione del Venerdì Santo. La statua del Cristo Morto ha accenti di grande realismo; osservandola, ci si sente quasi trasportati in una dimensione trascendentale e spirituale. Essa misura m. 1.77 circa di lunghezza, è a grandezza naturale e rappresenta con dovizia di particolari Gesù sul suo letto di morte. Il corpo è in posizione distesa, leggermente roteato sul lato destro; in esso è percepibile la sofferenza che Nostro Signore ha vissuto negli ultimi attimi della sua vita. L’addome incavato e il capo reclinato danno quasi l’idea dell’istante in cui l’ultimo alito di vita ha abbandonato il Corpo Divino dopo una lunga e sofferta agonia; lo stesso può dirsi volgendo lo sguardo alle piaghe, simbolo della sua Passione, rappresentate con molta attenzione sulle mani, sui piedi e sul costato. Molto naturalistico è l’incarnato, dalla tonalità fredda e marmorea, che rappresenta la morte in modo fedele al reale. Desta grande emozione l’espressione del volto del Signore, incorniciato dai morbidi riccioli di capelli castani; se ne può quasi percepire la consistenza tattile che esprime al tempo stesso tristezza e serenità tramite la bocca semiaperta e lo sguardo intenso, allegoria del viaggio di un’anima che ha appena lasciato le sue spoglie mortali e sta per ricongiungersi con il Padre Celeste. Se, dopo centoventi anni, è possibile ammirare in perfetto stato di conservazione questo capolavoro, lo si deve alla cura e all’attenzione che la confraternita ostunese da sempre dedica al proprio patrimonio artistico.[7]

 

(continua)


[1]   Gli artisti della cartapesta leccese nella pubblicistica salentina, Provincia di Lecce, Mediateca, Progetto Ediesse (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di Imago, Lecce.

[2] La relazione del barone Apostolico fu stampata e pubblicata in opuscolo dalla Tipografia Cooperativa, in Lecce, via Giuseppe Palmieri.

[3] La statua artistica in cartapesta, raffigurante S. Antonio Abate,  è conservata nella chiesa parrocchiale di Avetrana, ne è autore Giuseppe Manzo che la realizzò nel 1944. Ha subìto un restauro nel 1988 ad opera del maestro cartapestaio cav. Pietro Indino di Lecce. Un ultimo restauro conservativo è stato operato nel 2006 dall’artista leccese S. Merico. Essa fu realizzata in sostituzione di un’altra statua del santo andata distrutta da un violento temporale nel corso della processione dedicata al medesimo.

[4] www.sstrinita.manduria.org/index.php?menu=arte-menu&pagina

[5] Nicola Caputo, Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991, p.99

[6] O. SOLOMBRINO, op.cit., pp. 32-33

Giuseppe Manzo (1849-1942) e la cartapesta leccese (terza parte)

di Cristina Manzo

Giuseppe Manzo (riproduzione vietata)
Giuseppe Manzo (riproduzione vietata)

… Nel suo laboratorio l’orario di lavoro era dalle otto alle quattordici; non si lavorava mai di pomeriggio o  di sera. Ai clienti che entrando nel negozio lo salutavano era solito rispondere “viva Gesù, e viva Maria”. Dalla sua bocca non è mai uscita un’imprecazione; l’unica cosa che ogni tanto era solito dire era “pe’llu sangu de Giuda”. Il rapporto fra tutto il personale era improntato sulla correttezza e l’onestà. Il sabato era il giorno dei poveri e il maestro incaricava gli operai più vicini alla porta d’ingresso di distribuire, un po’ di spiccioli (da due a quattro soldi).

Il martedì, giorno di S. Antonio, c’era la distribuzione dei buoni per il ritiro del pane, uno o due chili, dal forno detto sciascià, delle sorelle Pinto, che poi il maestro passava a pagare. Il sabato era anche giorno di pagamento degli operai. Lui compilava l’elenco indicando accanto a ogni nominativo l’importo spettante, che io pensavo a consegnare. Attilio dell’Anna e io eravamo i più piccoli d’età e percepivamo una lira al giorno. Però c’era un’altra entrata per noi, per ogni cassa di prodotto spedito tramite ferrovia, egli metteva da parte in un cassetto cinque lire. Ogni quattro mesi, in occasione delle solenni festività di Natale, Pasqua e S. Oronzo, patrono della nostra città, ci divideva l’importo accantonato…[1].

 

Pagina del registro di pagamento degli operai del reale laboratorio di Giuseppe Manzo
Pagina del registro di pagamento degli operai del reale laboratorio di Giuseppe Manzo

 

Pagina del registro di pagamento degli operai del reale laboratorio di Giuseppe Manzo
Pagina del registro di pagamento degli operai del reale laboratorio di Giuseppe Manzo

Nello statuario nulla era legato all’improvvisazione e alla convenienza. Lui tenne fede alla cartapesta anche quando, per svariate vicissitudini storiche ed attacchi istituzionali, si verificò un forte indebolimento nelle commissioni, al punto da determinare licenziamenti e la chiusura di vari laboratori. Celebri negli anni Trenta restano gli attacchi a livello nazionale e locale di Giovanni Papini e del vescovo di Otranto frà Cornelio Sebastiano Cuccarollo.[2] Pare infatti che in tale periodo, proprio mentre era nel pieno della sua fioritura artistica, la cartapesta si trovò al centro di un’accesa polemica e di pesanti persecuzioni. I cartapestai venivano accusati di sacrilegio perché usavano per le loro poltiglie carta “scomunicata”: i fogli di giornali, come l’Avanti, l’Unità, e persino le carte da gioco.[3]

Uso che non era solito appartenere al nostro Manzo:

“Nelle statue del Manzo nulla di manierato, nulla di esagerato, ma una precisione perfetta in tutto; dalla modellatura, alla linea, all’atteggiamento, ma più che tutto all’espressione che sintetizza e manifesta il carattere e la vita.- Egli lavorò con le più pure tecniche della cartapesta e mai usò la carta dei giornali, perché, diceva[4], – i santi non si vestono con le notizie[5]”.

“Bruceremo i santi di carta?”

“Un’arte senza domani vive la sua agonia: la statuaria leccese[6]”.

Questi, due dei titoli apparsi sui giornali salentini, circa trent’anni dopo una violenta campagna denigratoria nei confronti della cartapesta, iniziata nel 1933, dall’arcivescovo di Otranto, cadorino, che vietò l’uso della cartapesta per il culto, imponendo l’uso del legno nella statuaria sacra. Monsignor Francesco Cornelio Sebastiano Cuccarollo[7], inizialmente ammiratore delle statue di cartapesta, avendo ricevuto una sollecitazione di pagamento di due crocifissi da parte di Giuseppe Manzo, cominciò (pare da quel momento) a osteggiare con tenacia la produzione statuaria leccese, in nome di una difesa della “dignità e decoro” dell’arte destinata al culto.

Per le botteghe leccesi fu il dramma, senza risparmio per alcuna di esse, dalle più umili alle più famose.

In risposta alla polemica che dilagava, dopo la lettera denigratoria di monsignor Cuccarollo, in occasione della “seconda settimana per l’arte sacra per il clero”, a Roma, lo stesso vescovo di Lecce, Alberto Costa, spenderà delle parole in difesa di quest’arte: “Non si parli di ostracismo alla cartapesta, si cerchi piuttosto di conoscerla per non confonderla, […] e ammirarne i capolavori che sfidano i secoli”.

Anche la Pontificia Commissione interviene in difesa dell’ arte leccese, ma sarà solo nel 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale, che si spegnerà l’aspra polemica sulla cartapesta, travolta nella crisi generale che investe ogni settore economico[8].

una delle opere di Giuseppe Manzo
una delle opere di Giuseppe Manzo

Il figlio Antonio, per diversi anni, dopo la morte del padre Giuseppe cercò di mantenere in piedi il reale laboratorio, continuando a tenere in bottega i suoi lavoranti. Alla morte di Antonio, lo stesso provò a fare il nipote Dino, attaccatissimo al nonno Pippi e alla sua meravigliosa arte, infine si dovette rassegnare a chiudere battenti, agli inizi degli anni Sessanta.

Portò via molto materiale, tra cui cassette che contenevano registri, fatture, corrispondenza, note di ordini fatti da tutto il mondo per le sue statue, biglietti di encomio e di ringraziamenti, materiale pubblicitario, (poiché anche le antiche botteghe di cartapesta, ad un certo punto usarono farsi pubblicità) listini dei prezzi delle opere in base alle misure di realizzazione, foto, opere rimaste in laboratorio, e persino le lastre fotografiche delle statue modellate, poiché il maestro aveva la buona abitudine di fotografarle sempre, prima di ogni consegna. Ed è proprio da questo prezioso archivio, che abbiamo potuto visionare alcuni antichi documenti, del reale laboratorio appartenuto al Manzo, grazie alla gentile concessione del nipote Dino.

Biglietto da visita del maestro  Giuseppe manzo con l’insegna reale concessagli dal re Umberto I
Biglietto da visita del maestro Giuseppe manzo con l’insegna reale concessagli dal re Umberto I
Manifesto pubblicitario del reale laboratorio di Giuseppe Manzo
Manifesto pubblicitario del reale laboratorio di Giuseppe Manzo

 

Listino dei prezzi delle opere del reale laboratorio di Giuseppe Manzo
Listino dei prezzi delle opere del reale laboratorio di Giuseppe Manzo

 

Morì il 7 gennaio 1942, a Lecce, dove ancora è sepolto, nella tomba di famiglia del cimitero monumentale, all’età di 93 anni.

Nel suo necrologio fu scritto:

“Chi ha conosciuto la modestia di questo “Maestro” non può non ricordare la sua schietta semplicità, le sue abitudini modeste, l’affabilità del suo tratto. Fu spesse volte, dalla stima degli ammiratori e degli operai, chiamato a coprire cariche amministrative nel Consiglio Comunale e nella Società Operaia[9]. Era un “buono” che nella sua vita non ebbe nemici, un onesto che riscosse fiducia illimitata, un “credente” senza infingimenti nella sua fede”.[10]

 

Alte e significative furono le onorificenze conseguite da Giuseppe Manzo pei suoi lavori pregiati.[11]

È del 25 maggio 1890 il «Brevetto Reale » n. 729, registrato a corte n. 296, in cui si legge: “S. M. il Re Umberto I° volendo dare al Signor Giuseppe Manzo, modellatore in cartapesta nella città di Lecce, uno speciale e pubblico contrassegno della sua benevola protezione, ci ha ordinato di concedergli, a titolo di incoraggiamento, la facoltà di innalzare lo Stemma Reale sull’insegna del suo laboratorio.”

L’insegna è rimasta sino al dicembre 1959, circa 70 anni, mese in cui la «bottega» sulla via Paladini (sotto il palazzo Romano) chiuse per sempre i battenti.

Nel 1889, in occasione della venuta a Lecce di Umberto I°, il cartapestaio aveva fatto omaggio alla Regina d’una statua in cartapesta di Santa Margherita, ricevendone in dono un artistico orologio d’oro con brillanti e catena.[12]

Il maestro orgoglioso dell’onore ricevuto, di poter esibire l’insegna reale, in quello che diventerà il suo reale laboratorio, farà uso dell’effige anche sulla sua carta da corrispondenza, pregiandosi di questo alto onore. In seguito a questo episodio rimarrà per sempre una rispettosa e sentita amicizia, tra il Manzo e il sovrano Umberto I, nonché una costante corrispondenza, con la casa reale, come dimostra una delle tante lettere ritrovate nei documenti che il maestro conservava nel suo laboratorio.

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Lettera scritta dalla segreteria reale del re Umberto I a Giuseppe Manzo

Un’altra prestigiosa onorificenza, che gli fu concessa fu quella di Cavaliere, “Pro Ecclesia et Pontifice”[13].

Al Manzo la prima medaglia d’oro fu assegnata il 3 giugno 1877, in occasione del Giubileo Episcopale di Pio IX. Successivamente partecipò alla Esposizione di Palermo, per due anni consecutivi, conseguendo la medaglia d’argento nel 1891 e quella d’oro nel 1892. Altre medaglie d’oro gli furono assegnate: nel 1899 all’Esposizione Internazionale di Torino, all’Esposizione Campionaria mondiale di Roma e all’Esposizione industriale e commerciale di Poitiers; nel 1900 alle sposizioni internazionali di Londra, Parigi e Bordeaux; nel 1901 ancora all’Esposizione campionaria mondiale di Roma, dove si riaffermò nuovamente nel 1911 conseguendo un’altra medaglia d’oro.

A queste vanno aggiunte altre medaglie d’oro, quali, per esempio: quella che gli fu conferita dall’Accademia di Parigi degli «inventeurs industriels et expositeurs» e quella ricevuta dalle Missioni Opere Cattoliche di Torino nel 1898.

Tutto questo oltre le medaglie di bronzo e d’argento, le coppe, i numerosi «Diplomi » e le croci al merito, la più prestigiosa delle quali è forse quella conferitagli dall’Accademia di Belle Arti di Parigi.

 


[1]  O. SOLOMBRINO, Serrano Microstorie Ricordi sentimenti, Congedo, Galatina 2005, pp.30,32,33

[2] Gianluigi Lazzari, in Anxa, anno X, n. 56, maggio-giugno 2012 , Associazione culturale Onlus, Gallipoli (Le) pp. 11,12

[3] Nicola Caputo, Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991, p.142

[4] Mario De Marco, La cartapesta leccese, Edizioni del Grifo, 1997, p. 33

[5] Il convento dei P.P. di Novoli possiede una cospicua produzione statuaria del Manzo. Cfr., M. De Marco, Catalogo delle opere sacre in cartapesta conservate presso la chiesa e il convento dei padri passionisti , in “ I Passionisti a Novoli. 1887-1997”, Manduria, 1987, pp. 105

[6] E. Rossi, Un’arte senza domani vive la sua agonia: la statuaria leccese, in “ La tribuna del Salento” anno I, n. 27, p.2 Lecce, 1959 / E. Rossi, Bruceremo i santi di carta, in “ La tribuna del Salento ” anno 2, n. 32, 33, 34, 35, 36, 37, p. 4, Lecce, 1960

[7] Nato nel 1870 a Casoni di Mussolente, alle falde del monte Grappa, da famiglia di contadini, direttore per 10 anni del Bollettino del Terz’Ordine  Francescano a Padova, nel 1931 si insedia  nell’arcidiocesi di Otranto, divenendo così Primate del Salento. Solo nel 1952 si trasferirà altrove.

[8] Bianca Tragni, Artigiani di Puglia(con un saggio di A, Contenti) Adda editore, Bari, 1986, pp.295-301

[11] LEONE VALGENTINA, La cartapesta leccese e i suoi cultori, in « Il Lavoro Nazionale », Anno I, n. 2-3, pag. 28, Bari, Marzo-aprile 1915.

12 L’orologio in dono fu inviato a Giuseppe Manzo da Umberto I a mezzo della sua «Segreteria Particolare», accompagnato da una lettera datata, Monza 22 ottobre 1889, col numero di protocollo 4684. Questo, il testo della lettera: «Sua Maestà il Re compiacevasi  accogliere assai benevolmente l’omaggio di una statuetta rappresentante Santa Margherita di Savoia rassegnatoGli da V. S. durante il recente soggiorno della Maestà Sua in codesta Città. Compio quindi ora ad un grazioso incarico Sovrano porgendo a V. S. l’unito orologio con catena ed esprimendo alla S. V. il gradimento e i ringraziamenti Reali per la cortese offerta che attesta la affettuosa di Lei devozione alla Dinastia dei Savoia. Mi si offre propizia la circostanza per porgerle, Preg.mo Signore, gli atti di mia distinta stima».

13  La Croce pro Ecclesia et Pontifice (ovvero “per la Chiesa e per il Papa”) è una onorificenza della Santa Sede. È un distintivo d’onore. La medaglia è stata introdotta da Leone XIII il 17 luglio 1888 con la lettera apostolica “Quod singulari Dei concessu”, per commemorare il suo cinquantesimo anniversario di sacerdozio e, inizialmente, venne conferita a quelle donne e quegli uomini che avevano aiutato e promosso il giubileo o vi avevano collaborato attraverso altri mezzi. Oggi invece viene conferita, sia ai laici (uomini e donne) che agli ecclesiastici, che si sono distinti per il loro servizio verso la Chiesa.

 

Giuseppe Manzo (1849-1942) e la cartapesta leccese (seconda parte)

di Cristina Manzo

 

Giuseppe ManzoDal principio Giuseppe mise su bottega in società col De Pascalis ( esattamente l’anno dopo il suo incarico di insegnamento) poi questi lo abbandonò dopo appena cinque anni di lavoro in comune per mettere su bottega da solo, poiché era profondamente convinto che “la vera opera d’arte dev’essere espressione di un solo pensiero e di una sola volontà” [2].

 

Quando ciò avvenne fu il De Pascalis a trasferire la sua attività, mentre il Manzo rimase nei locali originari.

Il laboratorio era incorporato nel palazzo del conte Romano, che sorge nell’omonima piazzetta adiacente all’ingresso posteriore del Duomo. Aveva due ingressi: il principale dalla piazzetta e il secondario da via degli Ammirati; attualmente è il negozio di abbigliamento della ditta Andretta.

Il grande locale era diviso in tre settori: modellatura delle teste, armatura e vestitura della statua […] il laboratorio era un cenacolo d’arte frequentato da amici e da clienti del maestro Manzo […] fervente religioso, il maestro prima di iniziare il lavoro si segnava con la croce.[3]

Se per l’artista De Pascalis, che ebbe vita breve ( morì a soli trentatré anni), si deve parlare di un’attività artistica limitata nel tempo,  non fu così per il maestro Manzo che morì all’età di 93 anni. “Trascorse la sua lunga vita, – si legge in una cronologia del tempo – nell’adempimento dei suoi doveri religiosi, nei santi affetti della famiglia, nell’estasi dell’arte di cui fu sommo maestro.”[4]

 

Foto di Giuseppe Manzo davanti al suo reale  laboratorio, in piazzetta Romano, con tutti i suoi amici e discepoli,  scattata nel 1898 (collezione privata. riproduzione vietata)
Foto di Giuseppe Manzo davanti al suo reale laboratorio, in piazzetta Romano, con tutti i suoi amici e discepoli, scattata nel 1898 (collezione privata. riproduzione vietata)

 

Nel 1890, un po’ avanti nell’età, a 41 anni sposò l’omonima ma non parente Giuseppina Manzo. Da quest’unione nacquero quattro figli, Bartolo e Francesco che morirono in tenera età, e Anna e Antonio, che sarà il padre di Dino. Quando la moglie del maestro, Giuseppina, morì in giovane età, le sorelle di lei Rosaria e Chiara, che restarono nubili, aiutarono Giuseppe a crescere i  due figli.

Oronzo, fratello di Giuseppina, aveva una merceria in piazza S. Oronzo, che poi lascerà in eredità al nipote Antonio, che a sua volta la lascerà al figlio Dino, nipote di Giuseppe, che oggi gentilmente ci concede parte dei suoi ricordi per meglio conoscere la vita del nonno.

Giuseppe Manzo a Lecce veniva chiamato da tutti don Pippi.

“Don Pippi – si legge in una bella pubblicazione  dei padri passionisti di Novoli- era di media statura, tarchiato ed era solito lavarsi il viso con acqua e aceto. Era un uomo buono, semplice e disponibile. Per due anni fu presidente della leccese Società Operaia di Mutuo Soccorso (1902.1903).[5]

Le responsabilità familiari e civili non lo distoglieranno però dalla sua arte, anzi costituiranno per essa stimolo e ricerca, giacché l’arte, a nostro parere non dovrebbe mai esser disgiunta da un impegno sociale e umano.  E Giuseppe Manzo incarna anche la figura ideale di artista che traduce in azione politica e culturale l’operosità del suo genio.

Inizia così la sua intensa attività, che per circa un cinquantennio lo vedrà produrre opere commissionate alla sua bottega da enti pubblici e privati, ecclesiastici per lo più, dalle più svariate parti del mondo.

Sue sculture sono infatti documentate e presenti a Londra, Parigi, Tokio, il Cairo, New York, Rio De Janeiro, Melbourne, oltre che in tutt’Italia, e naturalmente nel Salento. Nella sua bottega presero forma opere meravigliose, e non solo a carattere religioso, e qui la cartapesta diventerà emozione e arte, impareggiabile per maestosità, teatralità, bellezza e sentimento.

“Quando dava l’espressione ai volti si appartava ed entrava quasi in estasi. Ciò faceva non perché era geloso dell’arte, ma poiché aveva bisogno di isolarsi, di entrare in sintonia con il soggetto, con lo spirito che il tema e il simulacro dovevano manifestare.”[6]

 

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[2]  P. Marti, La modellatura in carta, Lecce 1984,  p. 40.

[3] Ivi, pp. 29-30.

[4]   Nicola Caputo, Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991, p. 6.

[5] Idem, pp.19,21.

[6] I Padri Passionisti a Novoli, 1887-1987, (Lecce) 1894, p. 128.

 

Per la prima parte: 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/09/giuseppe-manzo-1849-1942-e-la-cartapesta-leccese-prima-parte/

Per la terza parte: 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/15/giuseppe-manzo-terza-parte/

Per la quarta parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/18/giuseppe-manzo/ 

Per la quinta parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/24/manzo-ultima-parte/

 

Giuseppe Manzo (1849-1942) e la cartapesta leccese (prima parte)

Giuseppe Manzo (riproduzione vietata)
Giuseppe Manzo (riproduzione vietata)

di Cristina Manzo

 

Tantissimi furono gli artigiani che si distinsero per la loro bravura e i loro lavori. Ttra questi alcuni di loro ebbero anche la fortuna di diventare più noti di altri, di veder commissionati i propri lavori al di fuori del Salento e dell’Italia e di ottenere grandi riconoscimenti. Il più celebre tra tutti sarà sicuramente Giuseppe Manzo. Inoltre, cosa molto importante da notare, esiste una precisa sequenza cronologica della loro storia rintracciabile attraverso l’usanza di mandare i ragazzini, ancora giovanissimi scolari, di sette o otto anni, a imparare l’arte alla bottega dei maestri; così abbiamo il Maccagnani che sarà allievo del Surgente, e il De Lucrezi che uscirà dalla scuola del Maccagnani, il Manzo che comincerà a modellare nella bottega del De Lucrezi, il Guacci che lavorerà nella bottega di Giuseppe Manzo e via di seguito, tenendo presente tuttavia che la tecnica artistica di ognuno di loro si evolverà poi in maniera originale, e secondo una direzione propria.

Giuseppe Manzo  (1849-1942)

Nacque a Lecce il 17 marzo 1849, figlio d’arte di Orazio, muratore e scalpellino, e Natalizia Romano. Ebbe una sorella di nome Addolorata e quattro fratelli: Carlo, Domenico, Bartolo e Luigi. In tenera età il padre, essendosi accorto che il figliuolo aveva la propensione all’arte, lo mandò presso Luigi Guerra, un figaro che nel retrobottega, si dedicava alla costruzione di maschere e pupi in cartapesta. Dopo un po’ di tempo, il piccolo Giuseppe si trasferisce nel laboratorio di Achille Castellucci, per poi passare allo stabilimento di ceramica Paladini in S. Pietro in Lama. E’ qui che apprende i primi insegnamenti di modellatura e disegno dai maestri Tobia Strino e Anselmo De Simone,(1875-85). Qui conosce anche  l’amico Andrea  De Pascalis  e insieme cominceranno a modellare in cartapesta nella bottega di Achille De Lucrezi. Nel 1887, conclusasi ormai l’esperienza presso lo stabilimento di Antonio Paladini in San Pietro in Lama, che fu per molti una vera e propria scuola, il Manzo ebbe l’incarico d’insegnare modellato presso la Scuola d’arte applicata all’industria di Maglie, diretta allora dall’esigente Egidio Lanoce. La scelta di quest’ultimo appare alquanto indicativa, considerato il numero dei cartapestai contemporanei del Manzo, che avrebbe potuto fornire un’ampia scelta. La quinquennale esperienza d’insegnamento fu il suo trampolino di lancio.

Nella pubblicistica salentina mancano le tracce necessarie alla ricostruzione della biografia d’uomo e d’artista di Giuseppe Manzo, vista e raccontata dai suoi contemporanei, ma fortunatamente abbiamo la preziosissima testimonianza di suo nipote Dino. Possiamo inoltre desumere importanti particolari da  alcuni libri, come quello scritto da Nicola Caputo a proposito delle statue dei misteri di Taranto, realizzate proprio dal nostro grande cartapestaio, per il quale lo scrittore in questione  nutriva una vera adorazione. Assai utile anche il libro curato da Salvatore  Solombrino, che riprende le memorie di suo padre, Oronzo Solombrino, che fu discepolo del Manzo per tanti anni.

Oronzo Solombrin, nel ricordare  la propria storia (nei primi anni Ottanta), rende note anche importanti notizie sulla vita giornaliera del maestro, che si svolgeva tutti giorni, dalle otto di mattina alle due del pomeriggio nella sua bottega sempre piena di giovani discepoli desiderosi di apprendere la sua arte. Ne ebbe veramente tanti, e tra i sui più bravi  allievi si ricordano Egidio e Attilio dell’Anna, Oronzo Manzo, (omonimo ma non parente) Luigi Guacci, Gabriele Capoccia e lo stesso Solombrino. Questi dice :

“Riuscii, grazie ai buoni uffici interposti da un fratello del titolare, a frequentare il primo di tutti i laboratori di Lecce, quello del cavaliere Giuseppe Manzo (benemerito dei Reali d’Italia, pluridecorato in numerose esposizioni in Italia e all’estero),  il quale, aborrendo la lavorazione della cartapesta su scala industriale, fu sempre proteso a farne un fatto artistico, evidentissimo nei suoi alti e bassorilievi, dove scultura, scenografia e pittura sono le componenti fondamentali.”[1]

 

 


Lecce. Il sabato delle Palme e la chiesa di San Lazzaro

Domenico Fiasella (1589-1669), San Lazzaro implora la Vergine per la città di Sarzana; 1616, Sarzana – Chiesa di San Lazzaro (da http://www.comune.sarzana.sp.it/citta/Cultura/)

di Giovanna Falco

Nell’arco ionico del Salento[1] nei venerdì di Quaresima è ancora in uso un’antica tradizione: squadre di cantori e musicisti, si aggirano di notte per le strade dei paesi fermandosi davanti alle case e intonando U Santu Lazzaru in cambio di doni, poi devoluti in beneficenza[2].

Le strofe del testo, una sorta di cantilena, cambiano nei vari paesi e s’ispirano alla Passione di Cristo, narrandone gli episodi salienti. Il corrispondente nella Grecìa Salentina era I Passiuna tu Christù (o A’ Lazzaro): la cantica della Passione in griko (un canto di questua), messa in scena i giorni a ridosso della Settimana Santa. Tramandata oralmente, era eseguita dai cantori del posto, accompagnati da un portatore di palma. I cantori si fermavano agli angoli delle strade dei paesi, intonando dalle tre alle cinque strofe, per poi proseguire della lunga cantilena, che terminava con il verso ca tue ine mère ma t’à Lazàru (questi sono giorni di San Lazzaro), festeggiato nel calendario bizantino la vigilia della Domenica delle Palme.

Il Sabato di San Lazzaro è la festività che celebra la fine della Grande Quaresima bizantina e l’inizio del periodo della Passione. Secondo il Sinassario «in questo giorno, il sabato prima delle Palme, festeggiamo la resurrezione del santo e giusto amico di Cristo, Lazzaro morto da quattro giorni»[3].

A Lecce le celebrazioni hanno luogo presso la chiesa di rito ortodosso di San Nicola di Myra, in piazzetta Chiesa Greca.

Anche i cattolici leccesi commemorano il Santo: per antica consuetudine, la vigilia della Domenica delle Palme numerosi fedeli concorrono presso la chiesa di San Lazzaro. Questa tradizione ha indotto papa Leone XIII, con bolla del 10 marzo 1897, a concedere a questa chiesa la celebrazione del Santo in questo giorno.

A tale rito è legata la fiera mercato che si svolge nei pressi della chiesa, intorno alla colonna del Santo[4]: è tradizione leccese acquistare alla Fiera di San Lazzaro le croci di palma intrecciata e i rametti di ulivo, benedetti durante la funzione religiosa della Domenica delle Palme.

Si perpetua, dunque, un’antichissima consuetudine, mutuata da quella orientale.

Le origini della chiesa leccese sono legate all’Ordine di San Lazzaro di Gerusalemme (attuale Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro): una delle quattro Compagnie gerosolimitane, al contempo religiose e militari, fondate ai tempi delle Crociate per assistere gli infermi e proteggere i luoghi santi della Palestina[5].

I Lazzariti hanno avuto molte commende, chiese e ospedali sparsi in Europa, molti in Italia meridionale. Una chiesa nelle pertinenze di Lecce, dedicata a San Lazzaro, è annoverata in un documento del 1308 riguardante l’inventario dei beni dei Cavalieri Templari[6]; non si sa, però, se ricadeva nello stesso sito dell’attuale chiesa.

Al tempo dell’Infantino, là dove sorge la chiesa di San Lazzaro, sita al di fuori delle mura cittadine, vi era «un gran cortile con stanze à torno, giardini, & altre comodità per servigio de’ Leprosi, che vi dimoravano, eretto dalla Città di Lecce in beneficio de’ suoi Cittadini, e non altri forastieri; onde havendo permesso una volta Giacomo d’Azia Co(n)sigliere Regio, e precettore dell’ordine di S. Lazzaro, che alcuni forastieri vi dimorassero, ad istanza della medesima Città fù scritto al detto d’Azia dal Re Ferdinando da Foggia sotto il dì 8 di Dicembre 1468. che in niun conto ciò permettesse, che altri che Cittadini Leccesi vi dimorassero; sì perche questi possano più commodamente vivere, sì anche perche la Cittànon portasse pericolo d’infettatione per la moltitudine de’ forastieri infetti»[7].

Il “Giacomo d’Azia” citato, non è altri che il «Generale Mastro e Precettore della Milizia dello Spedale di San Lazzaro Gerosolimitano in tutto il Regno di Sicilia ed oltre il Faro»[8] che ricoprì questa carica dal 1440 al 1498.

Infantino cita anche una fede di beneficio del 1550, in cui si dichiara: «la cura di questo luogo appartenere alla medesima Città, e tutti gli atti fatti di possessione esser stati nulli»[9].

Nicola Vacca, nelle Postille al libro del De Simone, cita un documento da cui si apprende che la gestione era amministrata dal sindaco e da un procuratore eletto nei parlamenti generali, mentre la tutela morale era gestita dall’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro[10].

Ricostruita agli inizi del XVIII secolo, «l’anno 1763 si era accresciuta ed ampliata la chiesa in bella forma»[11], ingrandita ulteriormente nel 1788[12]. La situazione economica dell’ospedale mutò dopo pochi anni. Diminuite, infatti, le carestie e le conseguenti epidemie che per secoli avevano infestato la città, l’istituzione si mantenne di sole elemosine, e con diploma regio del 1793 di Ferdinando IV di Borbone fu permesso, in suo favore, di fare la questua in tutta la provincia e nei due giorni del mercato settimanale di Lecce[13]. Decaduto l’ospedale, nel 1906 la chiesa è stata eretta a parrocchia, inaugurata nel 1907, nel 1916 è stata sottoposta a un ulteriore ampliamento.

Tra i vari arredi sacri della chiesa di San Lazzaro[14], in questo momento, merita particolare attenzione il crocefisso ligneo del presbiterio proveniente dalla chiesa del convento di Santa Maria del Tempio, la grande struttura dei frati Riformati soppressa nel 1864, adibita a caserma e demolita nel 1971.

Nell’area dove sorgeva il complesso conventuale, a breve sarà realizzato un complesso commerciale munito di parcheggi sotterranei: in questi giorni sono in opera scavi archeologici atti a rilevare le fondamenta della chiesa e del convento distrutto.

la colonna, probabilmente sostituita ad un’altra più antica, innalzata nel 1682, opera del maestro muratore Giuseppe Bruno

Il Crocefisso, annoverato tra gli arredi sacri della chiesa di Santa Maria del Tempio in un verbale di consegna datato 1864, fu realizzato intorno al 1693 ed è attribuito al calabrese Angelo da Pietrafitta[15].

Il frate Minore Riformato apprese l’arte della scultura lignea dal Beato Umile da Petralia Soprana, caposcuola degli artisti francescani meridionali e fu maestro, a sua volta, di frate Pasquale da San Cesario di Lecce. Suoi Crocefissi e Calvari sono attestati in Puglia e in particolar modo nella penisola salentina (Ostuni, Presicce, Nardò, ecc.), dove nel 1693 fu chiamato da padre Gregorio Cascione da Lequile, Provinciale di S. Niccolò delle Puglie, per realizzare il Crocefisso ligneo per il convento del suo paese[16].


[1] Il territorio che comprende Aradeo, San Nicola, Alezio, Cutrofiano, Neviano, Galatone, ecc.

[2]In origine i cantori andavano in giro per masserie e borgate con lo scopo di avere in cambio alimenti.

[3] Cfr. http://www.cattoliciromani.com/forum/showthread.php/le_feste_bizantine_sabato_lazzaro-24858.html?p=598866. Il Sinassario del cristianesimo orientale, trova corrispondenza nel Martirologio Romano: raccoglie il profilo biografico e agiografico di tutti i santi del calendario bizantino.

[4] «rimpetto la chiesa si eleva una colonna, probabilmente sostituita ad un’altra più antica, la quale fu innalzata nel 1682 ai 30 di aprile: opera del maestro muratore Giuseppe Bruno e poco dopo la Canonica sorge l’altra colonna che forma il Sannà o Osanna» (. A. FOSCARINI, Guida storico-artistica di Lecce, Lecce 1929, p. 180). L’Osanna, che in passato dava nome a tutta la zona, è stato abbattuto.

[5] Le altre erano: gli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme (poi di Rodi e ora Sovrano Militare Ordine gerosolimitano di Malta), i Cavalieri del Tempio (Templari), i Cavalieri Teutonici (detti anche di Santa Maria di Gerusalemme). L’Ordine di San Lazzaro fu istituito per curare i lebbrosi, fondato tra XI e XII secolo, fu protetto dai pontefici dal 1227 (Cfr. E. ROTUNNO, Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Dalle origini all’inizio del XX secolo: http://www.amicibbaamauriziano.it/public/ordine%20dei%20ss%20maurizio%20e%20lazzaro.pdf).

[6] Cfr. E. FILOMENA, Le ricchezze, il prestigio, lo splendore e la decadenza delle “domus” temmplari nel triste epilogo del processo di Brindisi. Il passaggio dei beni ai Cavalieri di Malta, in Lu Lampiune, a. V, n. II, agosto 2009, pp. 7-40.

[7] G. C. INFANTINO, Lecce sacra, Lecce 1634 (ed. anast. a cura e con introduzione di P. De Leo, Bologna 1979), pp. 212-213. Il proclama di Ferdinando I è trascritto nel Libro Rosso di Lecce (Cfr. M. PASTORE, Fonti per la storia di Puglia: i regesti dei Libri Rossi e delle pergamene di Gallipoli, Taranto, Lecce, Castellaneta e Laterza, in Studi di Storia pugliese in onore di Giuseppe Chiarelli, Galatina 1973, pp. 153-295: p. 253).

[8] E. ROTUNNO, op. cit., p. 11.

[9] G. C. INFANTINO, Lecce sacra cit., p. 213. Infantino ha letto questo documento nel libro 2 dei privilegi di Lecce.

[10] Le poche notizie sulla gestione dell’Ospedale di San Lazzaro sono state apprese da A. MARTI, Gli istituti di assistenza e beneficenza a Lecce nel sec. XVII, in L. COSI – M. SPEDICATO (a cura di), Vescovi e città nell’Epoca Barocca, Galatina 1995, voll. 2: vol. II, pp. 425-439. Nicola Vacca ha citato, invece, un atto notarile datato 1663 (Cfr. N. VACCA, Postille a L. G. DE SIMONE, Lecce e i suoi monumenti. La città, Lecce 1874, nuova edizione postillata a cura di N. Vacca, Lecce 1964, pp. 574-575).

[11] M. PAONE (a cura di), Lecce città chiesa, Galatina 1974, pag. 117.

[13] Cfr. M. PAONE (a cura di), Lecce città chiesa cit., p. 284; A. MARTI, op. cit., p. 430.

[14] Nella chiesa sono presenti opere in cartapesta di Giuseppe Manzo, un Cristo morto ligneo (per tradizione orale attribuito anch’esso a fra Angelo da Pietrafitta), due tele attribuite ad Oronzo Tiso.

[15] Cfr. B. F. PERRONE, I conventi della Serafica Riforma di S. Nicolò in Puglia (1590-1835), Galatina 1981, voll. 2: vol. I, pp. 113-144.

[16] Le opere di frate Angelo da Pietrafitta sono state oggetto di una ricerca di Pamela Tartarelli edita nel 2004 con introduzione di Paolo Maci e foto di Pierluigi Bolognini (Cfr. P. TARTARELLI, I Crocefissi di Frate Angelo da Pietrafitta nella Puglia, Il Parametro Editore, Novoli 2004).

La parrocchiale di Melissano a 110 anni dalla dedicazione

F. Campasena, 1885. Disegno della chiesa di Melissano

di Fernando Scozzi

Una chiesa, una comunità: la parrocchiale di Melissano a 110 anni dalla dedicazione

D.O.M.

Precum effusio

Datori bonorum omnium

et indefessa populi

largitio

ad exitum opus duxerunt

die 8 februarii 1902

In questa scritta, che leggiamo all’ingresso della chiesa parrocchiale di Melissano, è riassunta la storia del sacro edificio, di cui, alcuni giorni fa, abbiamo ricordato il 110° anniversario della dedicazione. La Fede, le preghiere e l’instancabile generosità dei nostri Padri edificarono questa chiesa i cui lavori iniziarono nel 1885, quando Melissano contava appena 1500 abitanti: un agglomerato di casupole affacciate sulla campagna, pochi vicoli ricalcanti gli antichi sentieri campestri e due chiese, fra le quali l’antica parrocchiale, dedicata al Protettore S. Antonio e non più adeguata al culto.

Fin dal 1877, infatti,  il parroco, don Vito Corvaglia, scriveva al Papa Pio IX facendosi ardito a presentare a Sua Beatissima la preghiera come appresso: lo stesso trovasi parroco di una meschinissima chiesa, indegna al culto di Dio e neppure idonea a contenere una popolazione crescente di giorno in giorno:

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