La poesia in dialetto di Giuseppe Greco

la spaccata 

L’ULTIMO AEDO:

La poesia in dialetto di Giuseppe Greco

ripropone figure e cadenze foniche del passato

 

di Giuseppe Magnolo

Sfogliando il volume di poesie Traini te Maravije (Martignano Ed., 2008) di Giuseppe Greco, viene subito in mente sin dal titolo un richiamo a Giambattista Marino, che nel Seicento condensava in un famoso distico la sua concezione della poesia, affermando: “E’ del poeta il fin la meraviglia //chi non riesce a stupir vada alla striglia”. Il senso di meraviglia implicava non solo un modo nuovo di concepire la funzione poetica, ma anche l’effetto prodotto sul lettore-ascoltatore, che doveva essere affascinato dalla complessità e sottigliezza dei concetti espressi, e soprattutto dall’arditezza delle metafore. Questo intento avrebbe indotto una parte consistente dell’arte barocca verso una deriva di artificiosità immaginifica, che se da un lato esalta l’estro inventivo dall’altro diventa puro gioco verbale, avulso dalla pregnanza emotiva che nasce dalla riflessione sul proprio vissuto.

Più pertinente ai fini della nostra valutazione interpretativaci sembra quindi un richiamo agli scrittori romantici degli inizi dell’Ottocento che, volendo liberare la poesia dal didatticismo moralistico prevalente nel secolo dei lumi, le affidavano il compito di esprimere il fascino della natura primitiva osservandola con lo sguardo estatico delle persone semplici ed istintive, che specie nella fase dell’adolescenza riescono a mantenere vivo in sé un rapporto di interesse partecipativo sia con gli esseri umani che verso gli elementi naturali che li circondano. Sulla stessa linea si poneva in fondo anche Pascoli con la sua teoria del “fanciullino”, rivolta ad attribuire un approccio emozionale ed istintivo all’esperienza poetica, anche se gravandola di un fatalismo che inesorabilmente destina gli esseri umani all’infelicità.

Questi riferimenti di natura accademica permettono di stabilire in esordio un nesso di ideale continuità sul piano motivazionale, per poi cogliere l’essenza intima del modo di poetare di Giuseppe Greco, che si distingue per alcuni aspetti fondamentali che lo caratterizzano, dandogli una connotazione che lo rende originale proprio riportandolo alla tradizione. Questo dato è congruente con gli orizzonti esistenziali e culturali di una persona affabile e solerte, assai sensibile agli stimoli dell’arte, che vive a Parabita nel sud del Salento, dove opera professionalmente nel locale istituto d’arte come docente di geometria descrittiva e rilievo architettonico, ed è delegato per la Puglia Sud dell’Associazione Italiana Poeti e Scrittori Dialettali.

Il primo elemento della sua poetica che si può mettere in evidenza è di ordine prospettico, e riguarda il modo gioiosamente positivo di guardare alla vita. L’esperienza quotidiana si presenta al poeta come una cornucopia di sensazioni bellissime, suggestioni indotte da figure umane, squarci di paesaggio, colori, profumi, suoni che non solo affascinano ma creano immediatamente una colleganza con il passato e la memoria, permettendo una proiezione atemporale che tesorizza il vissuto antico e lo riattualizza con fresca ed ammaliante immediatezza.

Se la spinta vocazionale verso l’espressione poetica in forma dialettale si avverte prepotentemente nei versi di Giuseppe Greco, altrettanto rilevante appare la concezione di oralità che distingue la genesi della sua poesia, facendone un fluire inventivo che nasce prevalentemente riecheggiando il “sentito dire”, tanto nei termini quanto nelle cadenze sentenzianti tipiche di un tempo, e che ormai spesso si rifugiano in motti e proverbi dialettali, che quasi hanno il gusto di una formula magica oppure di una citazione sacra. Questo aspetto di oralità concerne anche le modalità di fruizione di questa poesia, che non è precipuamente destinata ad essere letta quanto invece ascoltata, costituendo essa di fatto non solo un diario personale ma ancor più una sorta di copione, o meglio un canovaccio, che permette al poeta di riprodurre all’impronta i suoi momenti di ispirazione di fronte ad un pubblico che lo ascolta.

Si spiega in tal modo l’annotazione in calce ad ogni componimento non soltanto della data, ma anche dell’ora esatta di composizione (talvolta in ore notturne), quasi che le circostanze dell’atto creativo siano importanti non solo per il risultato artistico in maniera assoluta, ma per un bisogno ulteriore di circostanziare il componimento nel momento di riproporlo a chi ascolta. Non stupisce che l’autore si imponga di declamare le sue poesie senza leggerle, avendo ormai assimilato a tal punto i testi da poterli riattualizzare con controllato “mestiere”, e soprattutto con piena ed appagante libertà espressiva che lo rende estremamente efficace. Ecco perché il suo modo di “porgere il componimento” avviene sempre con un timbro di voce assai calibrato, che elude ogni accento di squillante assertività, optando invece per un effetto in sordina e lievemente nasalizzato, che può prolungare una sonorità intenzionalmente ovattata. Insomma l’intento del poeta è quello di porsi come declamatore di sé stesso secondo il modo degli antichi aedi, che con i loro versi sapevano farsi interpreti di un sentire comune, fino a rappresentare quasi la memoria storica della loro comunità di appartenenza, grazie alla loro particolare capacità di intendere ed esprimere esperienze, ricordi e sentimenti condivisi.

L’evidenza e la spontaneità delle immagini rivelano pertanto un senso di fine percettività da parte dell’autore, che tende ad esaltare gli aspetti potenzialmente visivi di questa poesia, rivolta come già detto a focalizzarsi sulla bellezza dello scenario naturale, elevandolo dalla quotidianità verso una dimensione di universale armonia. La qualità visiva dei singoli componimenti è ulteriormente messa in risalto mediante il loro accostamento a figure ed immagini che li affiancano o li includono a mo’ di cornice, come se le parole poetiche avessero bisogno di confluire ed integrarsi in segni diversi tracciati con pastelli colorati. In questo felice connubio si coglie la convergenza delle risorse espressive dell’autore, che è anche scenografo, e si muove con criteri di stretta corrispondenza tra forme diverse di espressione artistica che possono interagire operando sullo stesso motivo ispiratore.

E’ possibile notare che attualmente l’accostamento tra poesia e pittura non è infrequente in alcune operazioni di vernissage artistico, per le quali è stato anche coniato il termine ibrido “poesipittura”, anche se in verità i risultati appaiono spesso alquanto velleitari e ben lontani da una vera simbiosi. In realtà pochissimi artisti sono riusciti ad integrare le due forme espressive, rendendole simultanee e complementari. L’esempio più cospicuo di tale tentativo è forse rappresentato dal preromantico inglese William Blake (1758-1821), che, essendo pittore ed incisore oltre che poeta, riusciva anche visivamente a rendere con finezza ed efficacia i motivi poetici che lo ispiravano.

Le figure tematiche di Giuseppe Greco sono sempre strettamente connesse al vissuto quotidiano, di cui riproducono dettagli importanti sia di tipo realistico che allusivo o simbolico. Troviamo infatti forme con effetto di aquilone, scie di comete, gambi di infiorescenze, specchi che sdoppiano l’immagine, velature, archi e cornici, oppure grandi macchie di colore che vanno dal giallo oro al rosso intenso oppure al verde, e ancora piccoli squarci di cielo stellato oppure uno strascico di arcobaleno. Appunto un tripudio di colori che riveste il percepito di uno sfolgorio che ne esalta la smagliante e variopinta bellezza, quasi riconsegnando alla nostra percezione uno scenario che esiste da tempi immemorabili, e di cui non sempre le nostre distratte e frettolose facoltà senso-percettive riescono ad accorgersi.

Tutto ciò si innesta su un attento e paziente lavoro di indagine e centratura linguistica, che valorizza al massimo la capacità suggestiva e connotativa dei termini dialettali impiegati. Questi molto spesso diventano per l’ascoltatore un’occasione di riscoperta di quanto ha sentito e conosciuto in circostanze più o meno remote, ma che ora gli viene riproposto con effetti sonori ed implicazioni semantiche che danno il sapore pregnante dell’immediatezza, e sono assai distanti dalla fredda e convenzionale ufficialità della lingua italiana.

Sul piano letterario si può esemplificare l’efficacia espressiva di Giuseppe Greco, partendo da alcuni tratti coloristico-descrittivi che riescono di indubbia evidenza. Ecco che il sole “ncaddara te culori tutt’e cose1; il vento “scumpija i capiddhri e lu core2; le margherite “se pìttene l’occhi3; le foglie di fico “càtene bbabbate / quandu ‘ncora sta bàllane turmendu4; le nuvole bianche appaiono “nziddhrisciate te sule5; le onde del mare “a secuteddhri / zzùmpane all’aria ‘janche te cammace6. A volte accade anche che lo scenario reale lieviti verso l’allusione simbolica: la luna [l’anima che soggiace all’amore] “bbabba a ‘nnanti ‘u sule ca la dduma7; le nuvole nello spazio celeste “a ffiate ddisègnene àngili8; gli aquiloni [che adombrano i sogni] portano in giro “pansieri te cacchiame, te sbrèje e dde lumini9 ossia desideri irraggiungibili; le parole, quando tutto passa, “rrimanene ‘ncuddhrate a ‘nna cumeta10, cioè restano sospese ad un filo di speranza. Un altro tratto interessante è costituito dall’accentuazione dell’intensità concettuale mediante l’uso della metafora: l’amore che nasce improvviso è “nu scarcagnizzu ca te ceca l’occhi / ‘na crandanata mentru sta ddalluja11; il vecchietto che si sente accarezzato dalla compagna “tira cu nu se stuta‘a pippa12; la donna trasandata tra le mura domestiche “raccoje madreperle te pansieri13, ma solo per buttarle al vento. Anche la funzione ispiratrice della poesia viene resa attraverso il riferimento ad immagini di luce con effetti di folgorazione meteorica: “Tie Musa me ‘llucisci / lu ‘jaggiu ‘ntornisciatu te cumete14.

Per quanto concerne l’aspetto metrico-ritmico l’autore si affida disinvoltamente al suo estro, che lo svincola da qualunque schema precostituito. Va comunque segnalato l’effetto icastico che egli riesce ad ottenere attraverso la vigorosa modulazione del verso endecasillabo (a volte liberamente alternato a settenari oppure a versi ancora più brevi), che associa la pregnanza di significato ad una cadenza piuttosto lenta e solenne. Lo si può constatare anche semplicemente operando delle estrapolazioni, per dimostrare come, con la loro incisività sottolineata dalle sillabe toniche (solitamente la seconda, sesta e decima), esse siano in grado di condensare in modo netto e penetrante gli esiti prodotti da una situazione di trasporto contemplativo che emerge a coronamento della fase di ispirazione. Ne riportiamo qualcuna:

La lùce ca schiattùna te ogni bànda”15(pag. 26);

Lu còre se ‘mpalétta te sciurnàte”16(pag. 32);

Cu ll’òcchi ca rrapézzene memòrie”17(pag. 13);

Cumète nturtijàte te paròle /

pittàte cu la pènna e cu llu còre”18 (pag. 8).

Il verso del poeta diventa essenzialmente un inno di fede nella vita, che gli permette di motivarsi in un rinnovato slancio di estatica contemplazione delle meraviglie che i suoi viaggi di esperienza (ossia le tappe del suo itinerario poetico) sono costantemente in grado di presentargli, in modo che egli sappia coglierne il fascino e palesarlo a chi vuole prestargli ascolto. E’ questa la sollecitazione più intensa che rimane dal contatto con questa poesia, che, seppur consapevole di quanto le durezze e le asperità della vita (“la ‘nchianata”) quotidianamente impongano in termini di sopportazione e sacrificio, riesce a preservare e trasmettere una visione provvidenziale dell’esistenza, come si può constatare anche nei versi di chiusura della lirica “Salentu”:

“’Sta terra benatitta

ca ‘mbrazza cinca vene

e ‘mpuza a lla ‘nchianata

pe’ la clòrria te Cinca l’ha ‘nventata.

1 Traduzione: “riveste di colori tutte le cose”;

2 “scompiglia i capelli e il cuore”;

3 “si dipingono gli occhi”;

4 “cadono incantate mentre ancora ballano dormendo”;

5 “intrise di goccioline di sole”;

6 “inseguendosi saltano in aria bianche come bambagia”;

7 “si incanta davanti al sole che la accende”;

8 “a volte disegnano angeli”;

9 “pensieri di paglia, di foglie di granturco e di lumini”;

10 “rimangono incollate ad una cometa”;

11 “un refolo di vento che ti acceca gli occhi, una grandinata mentre sta diluviando”;

12 “tira per non far spegnere la pipa”;

13 “raccoglie madreperle di pensieri”;

14 “Tu Musa mi illumini il viaggio contornato di comete”;

15 “la luce che germoglia da ogni parte”;

16 “il cuore si riveste di giornate”;

17 “con gli occhi che rattoppano memorie”;

18 “aquiloni intrecciati di parole / dipinte con la penna e con il cuore”;

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

 

Per la luna… Il connubio Pippi Cesari-Nicola Greco

di Paolo Vincenti

“Che fai tu Luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa Luna?”:  questi versi immortali di Giacomo Leopardi ci fanno entrare nella suggestione che da sempre “l’astro della sera”, la vagante Luna, suscita negli uomini al suo apparire. Dalla notte dei tempi, Selene, che nella mitologia greca era figlia di Iperione e Teia e sorella di Helios (il sole splendente) e Eos ( la delicata Aurora),  ispira i poeti e gli scrittori in un lungo canto d’amore.

Da Saffo (“Tramontata è la luna e le Pleiadi a mezzo della notte..”) a D’Annunzio (“O falce di luna calante che brilli su l’acque deserte, o falce d’argento, qual mèsse di sogni ondeggia a ‘l tuo mite chiarore qua giù!”), da Omero a Pablo Neruda (“Tra i pini scuri si srotola il vento. Brilla fosforescente la luna su acque erranti. Passano giorni uguali, inseguendosi l’un l’altro..”), da Pascoli (“Dov’era la luna? ché il cielo  notava in un’alba di perla,  ed ergersi il mandorlo e il melo  parevano a meglio vederla.”) a Tagore (“Calma, calma questo cuore agitato, tu, notte tranquilla di luna piena”), tanti hanno cantato questa divinità notturna, raffigurata nell’antica Grecia come una bella fanciulla (assimilata a volte ad Artemide o ad Ecate) dal pallido viso e dalle lunghe e morbide vesti bianche, recante sulla testa una falce di luna crescente ed in mano una torcia.

Da sempre, questa madre notturna, descritta e cantata da Esiodo e da Carducci, da Strabone e Pausania e da Nonno di Panopoli fino a Baudelaire,  è stata al centro delle nostre riflessioni ed ispirazioni, nei suoi tanti epiteti (sorella luna, vergine notturna, luce del bosco, guardiana della notte…). E la rotonda luna, la mutevole luna, è stata anche la protagonista di tanti incontri culturali a tema e performance poetiche in Italia e, per venire a noi, nel nostro Salento. Una di queste bellissime occasioni si realizzò nel marzo del 2004 a Maglie quando, presso la Libreria Einaudi diretta da Giuliana Coppola, si tenne una serata intitolata “ La luna nella poesia di Giuseppe Greco e nell’immagine pittorica di Nicola Cesari”. In quell’occasione, i versi di Pippi Greco, poeta parabitano molto conosciuto in Salento ed apprezzato, raccontavano le immagini di Nicola Cesari, pittore magliese e critico d’arte, “in un incontro di sillabe e colori”, come  recitava il comunicato stampa. E già il cartoncino di presentazione della serata era tutto un programma, e proprio in quell’occasione Giuseppe Greco inaugurò quella sua particolare forma artistica di promozione poetica che consiste nel distribuire a tutti piccoli quadretti delle sue poesie, a mo’ di santini, arricchiti dai suoi schizzi. Su quel cartoncino del lontano 2004, ormai  rarità per bibliofili, vi erano, insieme alle informazioni sulla serata, dei versi di Greco ed un dipinto di Cesari.

“L’immagine è sola” scriveva ancora Giuliana Coppola nel comunicato stampa, “la sostiene il sogno-metafora che nessuno può impedire di chiedere la luna, anche se la realtà è ben diversa”. Fu di sicuro successo quel connubio fra i versi di Greco e le immagini di Cesari, entrambi dedicati alla luna, come metafora dell’eterna ricerca, la ricerca che è  nella produzione dei due artisti salentini.  Giuseppe Greco, Pippi per gli amici, scrive da sempre poesie,  presenti su tante riviste e fogli sparsi ma è anche pittore,  ed ha pubblicato Traìni te maravije  misteri te culori te tanti jaggi  poisie, una “raccolta d’opere di segni-colori-parole, tecnica mista”, con Prefazione di Donato Valli e traduzione in lingua italiana di Giuliana Coppola (Tipolitografia Martignano, Parabita 2008).

Molti studiosi  hanno scritto di Greco, che ha partecipato a numerosissimi premi di poesia in tutta Italia, vincendone anche parecchi. Giuseppe Greco, che in un lontano passato, con gusto spagnoleggiante, come pittore si faceva chiamare Josè Amaz, ha insegnato  per 35 anni “Teoria e Applicazioni di Geometria Descrittiva e Rilievo Architettonico” presso l’Istituto Statale “Giannelli” di Parabita, quella Parabita alla devozione della cui protettrice, la Madonna della Coltura, Greco è da sempre fortemente attaccato, come confermano anche alcune sue opere pittoriche, per esempio una installazione artistica di grandissime dimensioni in cui è raffigurata la Madonna parabitana e che accompagna in maggio i festeggiamenti in onore della patrona degli agricoltori.

Nella sua poesia, a volte partendo da una “poetica degli oggetti”, di matrice quasi realistica, rafforzata anche dall’uso della “lingua de lu tata”, Greco passa ad inserire oggetti e situazioni comuni in una atmosfera rarefatta, quasi onirica, attraverso delle immagini evocative che ci fanno viaggiare, come sui suoi “carretti di meraviglie”, nel tempo e nello spazio . E  questo, conservando sempre una naturalezza del parlato e una estrema  semplicità delle situazioni descritte, che prendono a pretesto contesti antropologici minimi, e che suscitano nel lettore quasi un senso di nostalgia nei confronti di quell’ambiente umile e spartano e di quel tempo passato certamente meno avaro di valori e di solidarietà fra consimili.

Alcune sue  liriche creano una sincera commozione all’ascolto, a conferma del suo successo. Nicola Cesari, nato a Maglie nel 1940, ricordato anche sul penultimo numero di “Meridiano 18” (settembre 2011) da un bellissimo servizio a cura del figlio Massimiliano, era un pittore ma anche un critico d’arte. Diplomato all’Istituto d’Arte “G. Pellegrino” di Lecce, dal 1960 al 1998 aveva insegnato discipline artistiche e storia dell’arte negli istituti di istruzione superiore, in particolare, per oltre venticinque anni presso il Liceo Sperimentale “F. Capece” di Maglie.

Come pittore era un infaticabile sperimentatore; una ricerca continua, la sua, che non si è mai interrotta fino alla sua morte, avvenuta nel 2010. Numerosi i riconoscimenti ottenuti e le mostre realizzate in Italia e all’estero, come, ad esempio, Astratto Cosmico, Segni e Colori, il Segno dell’eros, All’amico Egon Schiele, I luoghi e la memoria, Aquilonia, Onirica, E’ una povera storia, Se riesci a volare vedrai tutto azzurro. Sue opere si trovano in numerose collezioni pubbliche e private e significative le testimonianze critiche riguardanti la sua produzione artistica.  “Informale” è la definizione più usata dalla critica specializzata per la sua pittura, che comunque coniugava perfettamente l’astrattismo con il legame forte, tenace, ancestrale, della memoria. Come non riconoscere, infatti, nei colori forti e brillanti delle sue tele, alcuni scorci dei nostri paesaggi salentini, i muri, le pietre, le case, un menhir svettante al cielo, il rosso del nostro sole, che solo un sole del sud può avere, il blu e l’azzurro del nostro cielo salentino, così fortemente nostro, così fortemente salentino. A conferma di questo attaccamento viscerale alla nostra terra, l’allestimento del Museo della Tradizioni Popolari di Giuggianello, a  sua cura, nel 2010, che è poi l’ultima sua realizzazione prima della dipartita, come ci ricorda il figlio Massimiliano, nell’articolo prima ricordato. Ha collaborato a giornali e riviste quali: Realtà Salentina, Tempo d”Oggi, Nuovo Spazio, Pensionante de’ Saraceni, Titivillus. La pittura di Nicola Cesari si sposava felicemente con la poesia di Pippi Greco.  Chi c’era quella sera a Maglie la ricorda come una bellissima serata in cui l’incontro dei colori di Cesari e dei versi di Greco creò  un’alchimia difficilmente ricreabile. Non sappiamo se la luna, a cui la serata era dedicata, sorridesse sorniona dall’alto del cielo sulla libreria Einaudi. E’ sicuro,ce lo testimoniano alcuni presenti a quella serata, che fu per la città di Maglie un piccolo evento “memorabile” che a noi, in questa occasione, è piaciuto “rimemorare”.

Giuseppe Greco, un artista a tutto tondo

di Paolo Vincenti

Ha fatto piccoli quadretti delle sue poesie, arricchiti dai suoi schizzi, e li distribuisce a destra e a manca quando si trova, come spesso succede,  in amicali consessi, quali presentazioni di libri o readings letterari in giro per il Salento.

Parabita è la sua terra ma il suo estro poetico, la vivacità delle sue tele, la mitezza del suo carattere e la piacevolezza della sua frequentazione sono conosciuti   ben oltre i confini provinciali.  Il Salento è la sua terra, tanto amata , cantata nei versi delle sue liriche e  impastata nei colori delle sue tavole, ma egli ama  viaggiare perché in tutta Italia vengono apprezzate l’eleganza formale e la forte ispirazione delle sue poesie. 

Parliamo di Giuseppe Greco, Pippi per gli amici, poeta e pittore parabitano, che chi legge queste pagine già conosce molto bene. Poeta del pennello e pittore delle sue poesie, Giuseppe Greco continua a fare man bassa di premi  e a  partecipare ad una miriade di concorsi letterari su e giù per lo stivale. E la stampa locale non manca di dare notizia dei successi conseguiti da questo poeta originale e quasi inedito, erede della grande tradizione della poesia

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