W Garibaldi!

Garibaldi entra a Messina
Garibaldi entra a Messina

di Maurizio Nocera

Perché Garibaldi, fondatore dello stato moderno italiano, viene oggi tanto attaccato ed oltraggiato da figuri antistorici e da forze politiche organizzate, soprattutto del Nord? Che cosa c’è sotto questo ostracismo?
La risposta ormai la conoscono tutti: ci sono forze politiche di destra neomonarchiche (sabaude e borboniche, questa volta alleate, ognuna per la sua parte di territorio geo-politico a sé spettante) che fanno di tutto per
risorgere dal fondo dove la storia giustamente le ha relegate. Attaccando la figura e l’opera di Giuseppe Garibaldi, intendono con ciò minare l’impianto unitario dello stato moderno italiano. Sperano di gettare a mare l’Eroe dei Due Mondi e con esso l’Unità d’Italia.

Però, hanno fatto male i loro conti, perché ad essere rigettate a mare saranno proprio loro. Ed è alquanto paradossale pensare che, ancora una volta, a farle restare in quei bui meandri della reazione antistorica e antiumana sarà ancora proprio lui, Giuseppe Garibaldi, sarà il suo mito leggendario, il suo spessore
storico, la sua proverbiale e grande umanità, che, di tanto in tanto, quando c’è il bisogno, ritorna come l’araba fenice.

giuseppe_garibaldi

Giuseppe Garibaldi fu un personaggio importante per il nostro paese, lottò a difesa dei deboli, degli umili, degli sfruttati. La sua epopea è grande, perché fu Lui un grande del secolo XIX. Per questo sarà proprio un po’ difficile ribaltare il giudizio storico attraverso una sequela di stupide falsificazioni.

Abbiamo verificato che ogni qualvolta vi è una falsificazione, essa dura esattamente quanto il soffio di una formica, poi l’urto della verità rimonta e la travolge.

Garibaldi, ancora una volta, dopo essere stato l’effigie del Risorgimento, dopo essere stato l’icona dell’intera riunificazione dello stato, dopo essere stato il vessillo delle forze partigiane, che liberarono l’Italia dal nazifascismo, ancora una volta, scrivevo, ritornerà ad essere la nuova bandiera che sconfiggerà questi ipocriti prezzolati secessionisti del Nord. Ha ragione Andrea Camilleri quando afferma (l’Infedele, La7, 26 aprile 2010) che oggi ci troviamo nelle condizioni di dover ripensare ad una nuova spedizione dei Mille,
questa volta però non dal Nord al Sud, da Quarto alla Sicilia, ma viceversa, dal Sud verso Nord, dal Meridione ad Arcore, perché è lì che si è accumulato un incredibile grumo di inciviltà.

Garibaldi fu uomo d’azione di levatura nazionale ed internazionale. Il suo nome fu simbolo e bandiera dei popoli in lotta per la libertà, la democrazia, l’indipendenza nazionale e la sovranità dei popoli. Chi, nei 150 anni dall’Unità d’Italia ad oggi (1860-2010), lottò contro la reazione, l’oppressione, la dominazione, l’assolutismo, lo fece anche in nome e sotto la sua bandiera. Egli non lottò per una sola parte della penisola, per questa o per quell’altra regione, ma per l’intero paese, dalle Alpi alla Sicilia, alla Sardegna, alle
altre isole minori, per l’intero popolo italiano e non solo per i siciliani o i piemontesi. Egli non fu solo un rivoluzionario umanitario esperto in fatti d’armi, ma fu anche uomo politico attento soprattutto alla società. Nel 1871, dopo le note vicende latinoamericane (partecipazione diretta alle guerre anticolonialiste e a favore della libertà dei popoli), con gratitudine guardarono a lui i leggendari comunardi delle barricate di Parigi. La più famosa Comune della storia sentì forte la comunanza di ideali con Giuseppe Garibaldi. In quell’occasione egli scrisse: «Ciò che spinge i parigini alla guerra è un sentimento di giustizia e di dignità umana».
A lui guardarono pure i primi internazionalisti che fecero propria la sua affermazione passata ormai alla storia come «l’Internazionale è il sole dell’avvenire». Uno di essi, Fredreric Engels, facendo la cronaca dei successi dell’impresa dei “Mille” in Sicilia, in un articolo di fondo, pubblicato il 22 giugno 1860 sulla «New York Daily Tribune», scrisse: «Si tratta […] di una delle più stupefacenti imprese militari del nostro secolo, impresa che sembrerebbe quasi inconcepibile se non fosse per il prestigio che precede la marcia di un generale rivoluzionario trionfante». E, qualche decennio dopo, lo stesso autore, in un articolo successivo alla morte di Garibaldi, pubblicato sulla «Neue Zeit», scrisse: «Garibaldi […] con mille volontari (…) mise sottosopra tutto il regno di Napoli, unificò di fatto l’Italia, spezzò l’abile rete della politica bonapartista. L’Italia era libera e in sostanza unificata, ma non per gli intrighi di Luigi Napoleone, bensì grazie alla rivoluzione…» garibaldina.

Anche Antonio Gramsci, il politico filosofo più innovativo del Novecento italiano, nei suoi scritti sul Risorgimento, sottolineò il sincero patriottismo unitario e la carica ideale umanitaria profusa da Garibaldi.
Il nome di Giuseppe Garibaldi godette e gode di grande ammirazione da parte del popolo italiano, per questo egli, come d’altronde la sua leggendaria Camicia Rossa, sono divenuti simboli di movimenti e di forze politiche e sociali di libertà, di democrazia e tendenti sempre all’azione umanitaria. Egli visse l’intera vita (era nato a Nizza nel 1807) onestamente, combattendo per i grandi ideali di Patria e Giustizia sociale e morì quasi povero nella sua isola sarda (Caprera) nel 1882. Appena due anni dopo la morte, un suo compagno d’arme, il garibaldino Luigi Castellazzo (1827 – 1890), anch’egli patriota sin dal maggio 1848, che aveva preso parte alle campagne militari per l’Unità d’Italia del 1859 e del 1860 come ufficiale delle Camicie Rosse, su un biglietto scrisse: «Se Garibaldi rivivesse, Egli, nella sua magnanima e fiera natura di Patriota e di Eroe, imprecherebbe a questa Italia degenerata, che 1o commemora a parola, gli erige monumenti di pietra, ma non sa imitarne le virtù, proseguire l’opera e compierne i sublimi ideali».

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

 

Due garibaldini galatinesi: Gioacchino Toma e Fedele Albanese

G. Toma, O Roma o morte
G. Toma, O Roma o morte

di Vittorio Zacchino

 

Come ovunque, in Italia e nel mondo (vale la pena di leggere la superba monografia dedicatagli dal compianto Alfonso Scirocco, Garibaldi, Milano Ediz.Corriere della Sera 2005), anche in Salento e a Galatina Garibaldi fu amatissimo, addirittura idolatrato. Nonostante l’oleografia, l’agiografia e la retorica che hanno invaso e stravolto la storiografia risorgimentale, occorre ammettere che la gente non aveva saputo resiste al fascino travolgente di questo campione dal temperamento forte e deciso, indomabile, generoso, ardimentoso, Giuseppe Garibaldi da Nizza, l’esatto contrario di un carrierista della politica e delle curie.

Nell’agosto 1860 sul punto di varcare lo stretto per puntare su Napoli, dopo aver liberato “le terre sicane / dal giogo” – come cantò il brindisino Cesare Braico – e con la regia di un Giuseppe Libertini giunto apposta da Londra per far insorgere simultaneamente le province meridionali, tanti salentini, ben cinquecento, corsero a indossare la camicia rossa, ad imitazione dei molti conterranei della prima ora che avevano fatto parte dei Mille, dal Braico al Mignogna, dal Carbonelli al Trisolini. Nonostante, turbamenti e crisi di coscienza, roghi di ritratti reali, sommosse legittimiste, assalti ai conventi, istigazioni di preti retrivi e scorribande di briganti per tutta la Terra d’Otranto, i nostri giovani vennero attratti irresistibilmente dal biondo nizzardo e, qua e là, i nostri popolani cantarono: Ci passa Carribbardi / caribbardinu m’agghiu affà.

G. Toma, I figli del popolo
G. Toma, I figli del popolo

Galatina, si diceva, fu tra le città nostre che dettero un contributo rilevante alle campagne di Garibaldi: come le notizie della sua rapida vittoriosa campagna siciliana si diffusero in città, l’entusiasmo scoppiò irrefrenabile e diversi corsero ad indossare la leggendaria camicia rossa, il pittore Gioacchino Toma, il pellettiere Antonio Contaldo che dismise l’uniforme di soldato borbonico per seguire Garibaldi il quale si distinse a Gaeta guadagnandosi una medaglia, e perfino il pretino Pietro Andriani secondogenito del barone di Santa Barbara. Quest’ultimo, qualificato sovversivo e testa calda fin da quando frequentava il seminario, gettò via la tonaca e si arruolò tra i garibaldini. Dopo il 1860 fece di tutto per campare, ma premuto dalla fame e dal bisogno, fu costretto a rientrare nel gregge. Ma le figure più prestigiose restano Gioacchino Toma, pittore di notorietà nazionale, e Fedele Albanese patriota e giornalista.

Gioacchino Toma
Gioacchino Toma

Nato nel 1836, “spirito irrequieto e insofferente di qualsiasi soggezione”, rimasto orfano a soli 10 anni, dopo un’adolescenza difficile e ribelle, trascorsa per sette anni fra i cappuccini di Galatina e un orfanotrofio di Giovinazzo (a carico della Provincia di Lecce) dove lo avevano rinchiuso, Toma se ne era fuggito a Napoli in cerca di fortuna. Qui, mettendo a profitto l’inclinazione al disegno e alla pittura coltivata in collegio, il giovane aveva cercato di sbarcare il lunario. Ma come Garibaldi si affacciava sullo stretto per lanciarsi alla conquista di Napoli, eccolonostro Gioacchino diventare patriota quasi per caso e senza volerlo. Narra il Foscarini che una seravenne arrestato e tradotto nelle carceri della Vicaria ,donde uscì dopo un mese e mezzo per andare al confino in Piedimonte d’Alife. Testa calda e spirito irrequieto e talvolta turbolento, era inevitabile che venisse coinvolto nella rivoluzione in corso. Sicché allorquando Francesco II tentò di salvare il trono con la tardiva concessione delle libertà costituzionali, Toma entrò nelle file dei cospiratori e alla testa di rivoltosi assalì e distrusse la caserma borbonica. Seguì l’ arruolamento nelle file dei garibaldini, nella Legione del Matese, e dopo la presa di Benevento ottenne la nomina a sottotenente. Racconta che mentre la legione ripiegava verso Padula “venne un dispaccio ad annunziare che Garibaldi era entrato in Napoli, ed io,che ero stato un de’ primi a sentir quella notizia,corsi subito a darla ai nostri soldati, che erano alloggiati in un convento. Diventarono quasi matti per l’allegria;mi presero sulle spalle,mi sollevarono in alto ,e gettandomi addosso la paglia in cui dovevano dormire, mi fecero girar così tutti quei corridoi,fino a che stanchi, fra un diavolio da non si dire, mi buttarono a terra e là mi seppellirono di paglia.

ancora un dipinto di Gioacchino Toma
ancora un dipinto di Gioacchino Toma

In seguito Toma aveva preso parte a diversi fatti d’armi, a Santa Maria Capua Vetere, a Caserta, in Molise. Catturato a Pettoranello di Isernia il 17 ottobre, egli era stato condannato alla fucilazione, da cui riuscì a scampare per puro caso, Dai suoi Ricordi di un orfano(Galatina Congedo 1973 per la cura di A. Vallone) togliamo il brano significativo in cui dopo essere stato dato per morto, e dopo aver attraversato “tutta la lunga strada di Isernia al fianco del Generale Cialdini, va a ritrovare a Campobasso i correligionari in camicia rossa che non credono ai propri occhi “ nel vedermi vivo, mentre nella certezza che io fossi morto, avevan già, come ho detto, raccolto il denaro per farmi il funerale. Grande fu l’allegrezza loro e, servendosi di quel denaro, festeggiarono con un pranzo la mia risurrezione e mi diedero in ricordo di quel giorno, un bellissimo pugnale”. Poco dopo,sciogliendosi l’armata garibaldina, diedi anch’io le dimissioni e tornai in Napoli (…).

Compiuta l’annessione del Sud al Piemonte il nostro si dette totalmente alla pittura dipingendo alcune tele in cui rievocava episodi delle campagne garibaldine cui aveva partecipato. Garibaldini prigionieri, O Roma o morte, e Piccoli Garibaldini, sono le più celebri. Quest’ultima, con i piccoli che festeggiano i ritratti di Garibaldi e di Vittorio Emanuele, fu sicuramente ispirata dai tanti auto da fè di stemmi ed effigi sabaude infranti nelle piazze dai partigiani borbonici, dei toselli con i ritratti di Garibaldi e di Vittorio Emanuele II arsi in pubblico. Se da un lato queste scene patriottiche gli procurarono fama, dall’altro, dati i loro contenuti rivoluzionari, accentuarono il suo isolamento in una Napoli ancora sostanzialmente borbonica per cui in questi primi anni unitari egli patì l’indigenza. Ma l’Amministrazione Provinciale di Lecce corse in aiuto del figlio, sensibilizzata (a insaputa di Toma) da un manipolo di artisti napoletani – Palizzi, Morelli, Catalano ed altri – (cfr. V. ZACCHINO, Gioacchino Toma tra rinnovamento stilistico e difficoltà economiche (1865-1867) in “Il Corriere Nuovo di Galatina. Benché queste sue “bambocciate” erano un poco incerte, trasmettevano il patriottismo e le speranze di un popolo lungamente represso.

Fedele Albanese (1845-1882),è l’altro verace garibaldino galatinese, impulsivo ma di mente sveglia (il termine “garibaldino” nelle famiglie tradizionali allineate con i Borbone era sinonimo di rivoluzionario, testa calda e avventata). Già ai primi del settembre 1860, quattordicenne, con altri studenti, alla testa di un grande stendardo confezionato in casa sua, era salito su una tribuna improvvisata e aveva tentato di tenere un comizio che però era stato sciolto dalla polizia. Più fortunato di lui il cappuccino Giacomo Calignano il quale il giorno dopo, “cinto di sciabola e di sciarpa tricolore, si pose alla testa della cittadinanza , la condusse al Largo dei Cappuccini e la arringò con un sermone patriottico con scandalo dei suoi superiori. Nel 1866 il nostro interruppe gli studi per indossare la camicia rossa ed arruolarsi, appena ventenne, tra i cacciatori delle Alpi impegnati nella spedizione tirolese. Presa poi la laurea in giurisprudenza con lode, il nostro era tornato a indossare la camicia rossa nello sfortunato scontro di Mentana del 1867,insieme a diversi commilitoni leccesi (Panessa, Leone, Morone, Grande, Patera) agli ordini di Giovanni Nicotera. Presa la laurea nel 1868, Albanese si ritroverà ancora una volta il 20 settembre 1870 alla breccia di Porta Pia che varcherà tra i primi, da giornalista. Fu valoroso e onesto collaboratore di numerosi giornali , tra Napoli e Roma; ultimo di essi l’amatissimo “Monitore”, ma quando questo giornale cessò le pubblicazioni,per causa di forza maggiore, il garibaldino Albanese non riuscì a sopravvivergli e si uccise nel marzo 1882. Qualche mese prima della morte del suo eroe Garibaldi.

E’ giusto che oggi, alle soglie del 150° anniversario della pur discutibile Unità, l’Italia ,il Salento, e Galatina ritrovino lo spirito unitario che ebbero il duce di Caprera e i “garibaldini” di Galatina, Albanese e Toma, con tutti i salentini audaci che furono al suo seguito. Perché, siamo certi, passato il rigurgito retorico del 150°, sulla memoria di quegli eroi e di quegli eventi, inesorabile ripiomberà l’oblio e ritornerà “a strisciar la lumaccia”.

 

N. B. Pubblicato su Il filo di Aracne, la cui Direzione si ringrazia per aver autorizzato la pubblicazione su questo sito

 

Garibaldi e il Salento


di Maurizio Nocera

Il Salento, l’ottocentesca Terra d’Otranto, è stata una terra dove grandi e dure sono state le lotte per il conseguimento dell’Unità d’Italia. Qui, agirono figure di livello nazionale, come Bonaventura Mazzarella, Sigismondo Castromediano, Luigi Libertini, Antonietta De Pace, altri ancora. Fra di essi, sicuramente va annoverato anche Emanuele Barba, patriota e uomo insigne di Gallipoli, che ebbe relazioni con Giuseppe Garibaldi, Victor Hugo e altri scienziati e patrioti dell’epoca.

Fu soprattutto con Garibaldi che il Barba di Gallipoli tenne buoni e lunghi rapporti, rilevabili ancora oggi da documenti dell’epoca conservati nell’archivio romano dei Barba, tra cui Eugenio Barba, il famoso regista dell’Odin Teatret danese. Per lo più si tratta di manoscritti e materiale iconografico facente parte di una collezione di «ricordi garibaldini» che il Barba si era proposto di raccogliere a partire dal l882, anno della morte di Garibaldi e che chi qui scrive, nel 1982, anno del centenario della morte dell’Eroe dei Due Mondi, ebbe modo di studiare e trarre da essi alcune riflessioni, in parte poi pubblicate su «Il Corriere Nuovo» di Galatina (anno V, n. 5-6, 1982), diretto allora dal compianto Carlo Caggia.
Garibaldi e il Salento

Qui nel Salento è noto che il Barba fu un sincero patriota e che per tutta la vita rimase fedele agli ideali del Risorgimento. Egli, nel maggio 1848, aveva partecipato ai moti insurrezionali dando un non secondario contributo alla costituzione del Circolo patriottico gallipolino, sezione coordinata del Circolo patriottico leccese.

Per questa sua attività fu perseguitato e più volte incarcerato dalla polizia borbonica.

Fino a che non vide l’Italia unita, lottò sempre, partecipando a tutte le iniziative che nel Salento e nella Puglia vennero  prese a favore della liberazione dell’Italia del sud dal governo dei Borboni. Fu garibaldino della
prima ora, nel senso che si prodigò qui, nella sua terra, a propagandare e sostenere le azioni militari e politiche ispirate o dirette dal generale Garibaldi. La prima volta che manifestò pubblicamente l’ammirazione per Giuseppe
Garibaldi fu in occasione della prima “Festa patriottica”, svoltasi a Gallipoli all’indomani dell’unità nazionale. Sotto la statua dell’Italia turrita fece appendere la seguente epigrafe: «A Garibaldi unico/ l’Italia una.// La sua vita fu olocausto/ il suo nome/ sarà/ simbolo della libertà/ dei popoli».Questa targa marmorea, della quale non c’è più traccia nella città ionica, fu apposta a ricordo del grande contributo dato da Garibaldi alla causa dell’Unità d’Italia. Emanuele Barba, infatti, non dimenticò mai le numerose iniziative che l’Eroe dei Due Mondi più volte intraprese, soprattutto per liberare il Sud dai Barboni.

Nel 1860 Garibaldi, alla testa dei Mille, dopo aver sconfitto l’esercito borbonico ed aver conquistato la Sicilia, aveva reso possibile l’unità nazionale, non riuscendo però a liberare Roma ancora sotto governata dallo
stato pontificio. L’obiettivo del generale, però, piuttosto che quello di Camillo Benso, conte di Cavour, e di Casa Savoia, era quello di vedere Roma capitale dell’Italia unita; per questo, nel 1862, egli  intraprese nuovamente, ripartendo dalla Sicilia, un’azione militare, questa volta però interrotta sull’Aspromonte dalle truppe regolari del nuovo regno d’Italia governato da Torino dai Savoia. È noto che, in quella impresa, lo stesso generale, nel corso di quella operazione, fu ferito e fatto prigioniero. Nelle sue “Memorie” è lo stesso Garibaldi che così ricorda quegli avvenimenti: «dopo marce disastrose, per sentieri quasi impraticabili, l’alba del 29 agosto 1862 ci trovò sull’altipiano di Aspromonte, stanchi ed affamati […]. Giunsero i nostri avversari, e ci caricarono con una disinvoltura sorprendente […]. Noi non rispondemmo. Terribile fu per me quel momento. Gettato nell’alternativa di deporre le armi come pecore, o di bruttarmi di sangue fraterno! […]. Io ordinai non si facesse fuoco, e tale ordine fu ubbidito, meno da poca gioventù bollente alla nostra destra, agli ordini di Menotti […]. La posizione nostra nell’alto, con1e spalle alla selva, era di quelle da poter tenere dieci contro cento. Ma che serve, non difendendosi, era certo che gli assalitori dovevano presto raggiungerci. E siccome succede quasi sempre, essere fiero chi assale, in ragione diretta della poca resistenza dell’avverso, i bersaglieri che ci marciavano sopra, spesseggiavano [replicavano] maledettamente i loro tiri, ed io che mi trovavo tra le due linee per risparmiare la strage, fui regalato con due palle di carabina, l’una all’anca sinistra, e l’altra al malleolo interno del piede destro» (cfr. G. Garibaldi, “Memorie”, Avanzini e Torraca editore, Roma 1988, pp. 452-53).

A causa di questa ferita Garibaldi, dopo essere stato condotto a Varignano (forte militare nei pressi de La Spezia) fu condotto a Pisa, dove gli fu estratta la pallottola. Quindi, per evitare altre inconvenienze,  contrastanti con la monarchia sabauda, fu costretto a rifugiarsi a Caprera laddove, «dopo tredici mesi – scrive ancora nelle sue “Memorie” – cicatrizzò la ferita del piede destro, e sino al ’66 condussi vita inerte ed inutile» (cfr. Op. cit., pag. 454).

Però, occorre dire che proprio inerte ed inutile la vita trascorsa in quell’occasione da Garibaldi a Caprera non fu, in quanto il pensiero della liberazione di Roma rimase in lui più vivo che mai. Della liberazione di Roma, in quegli anni, si occuparono molti altri patrioti. Già il IX° Congresso delle Società Operaie (Firenze, settembre 1861) aveva deliberato, a conclusione dei suoi lavori, il massimo rafforzamento e la più ampia estensione dei Comitati di Provvedimento per Roma e Venezia, sorti dalla trasformazione dei preesistenti Comitati di soccorso a Garibaldi per Napoli e Sicilia, che avevano svolto un ruolo determinante prima e durante la lotta per fare unità l’Italia.

A Gallipoli, l’anima propulsiva di tali Comitati fu indiscutibilmente anche quella del dottor Emanuele Barba. Da molto tempo, infatti, egli si dedicava alla raccolta di fondi, tramite sottoscrizioni pubbliche, che periodicamente inviava all’organizzazione centrale. Di questa attività rivoluzionaria, dà notizia egli stesso su «Il Gallo», giornale popolare gallipolino, del 22 maggio 1862, da lui fondato e diretto con lo pseudonimo di Filodemo Alpimare. Scrive:
«Il nostro Comitato di Provvedimento per Roma e Venezia, il quale da 15 mesi [era stato costituito nel febbraio 1860] ha dato opera allo installamento di altri Comitati filiali in molti paesi del Circondario, in men di due alla distribuzione di più migliaia di Azioni pel Fondo Sacro, ha iniziato nella nostra Città una soscrizione» (cfr.  «Il Gallo», anno 1, n. 1, Stabilimento Tipografico, Lecce 1862, quarta pagina).

Il 4 novembre 1863, una delle tante somme raccolte dal Barba venne personalmente inviata a Giuseppe Garibaldi ancora in ritiro a Caprera per i postumi della ferita subita sull’Aspromonte. Dalla sua isola, l’Eroe dei Due Mondi rispose, ringraziandolo così: «Caprera, 12 novembre 1863. Signor Dottore Emanuele Barba. Ho ricevuto il vaglia di L. 287.39 pel fondo sacro Roma e Venezia e la prego ringraziarne per me i generosi oblatori.  Suo G. Garibaldi».
Due anni dopo, nel 1865, si costituì nuovamente un altro organismo simile al primo, il Comitato Unitario Costituzionale, questa volta con 1’obiettivo di sostenere, nelle elezioni parlamentari, i deputati della Sinistra. Su proposta del Barba, che in Gallipoli in quel momento assumeva l’incarico di vicepresidente dell’Associazione Elettorale Italiana, il Comitato locale venne intestato a Giuseppe Garibaldi.

Sul finire di quello stesso anno,  il Barba, con l’apporto di altri suoi compatrioti, fondò la Società Operaia di Mutuo Soccorso ed Istruzione della città, della quale divenne segretario a vita e compilò uno dei primi Statuti e Regolamenti delle società operaie e di mutuo soccorso di tutta Terra d’Otranto.

Anche in questa occasione, Emanuele Barba dimostrò di essere un fervente garibaldino. Agli operai e ai patrioti di Gallipoli, riunitisi il 4 dicembre 1865 per la fondazione della società, disse: «Fratelli Operai, confortati dagli esempi splendidissimi di altre città italiane, voi volete costituirvi in società di mutuo soccorso ed istruzione, del cui statuto e regolamento vi piacque commettermi la compilazione. Ebbene a ringraziarvi per tant’onore e fiducia vi dirò poche e franche parole, quali si addicono a leale operaio in libera terra. A me pare che col volervi affratellare in questa maniera, mostrate di essere capaci e degni di ogni bene, perché volete onestamente usare dei due primi e più antichi diritti dell’uomo, che sono la libertà e l’associazione. Io spero ancora che voi conseguirete ogni bene, perché volete compiere i due primi doveri dell’uomo sociale, che sono lo scambievole soccorso e l’istruzione. Io anzi affermo che voi già possedete i due maggiori beni che possono avere quaggiù gli operai cristiani, cioè la volontà di perseverare nel lavoro, il quale è l’origine più santa di ogni proprietà, la fine di ogni miseria, e il desiderio di uscir dall’ignoranza, la quale è il più funesto retaggio delle classi laboriose, la cagione precipua d’ogni loro sciagura. Voi dunque potete andare alteri d’imitare in ciò l’eroe più caro d’Italia nostra, Giuseppe Garibaldi» (cfr. “Statuto e Regolamento della Società Operaia di Mutuo Soccorso-Istruzione di Gallipoli”,  Tip. A. Del Vecchio, Gallipoli, 1866).

Di questo periodo della vita del Barba, dei suoi rapporti con Gariba1di, in modo più preciso e dettagliato riferisce anche l’avv. Stanislao Senape-De Pace, che scrisse queste parole:«Scettico in politica dopo il ’60, sentì ancora fremere potentemente il sentimento patriottico al 1866, quando tutta Italia sorgeva animosa a pugnare pel riscatto dell’antica martire delle Lagune, quando Garibaldi gridava: “A Vienna, a Vienna” e ricorrendo al Comitato per la liberazione di Roma e Venezia, che fu uno dei primi a costituirsi in Gallipoli, mandò all’esule di Caprera il contributo dei nostri conterranei. E sotto il governo italiano, ebbe ancora 1’onore d’essere sospettato di troppo liberalismo, tanto che dopo Aspromonte, ricevè varie perquisizioni domiciliari, perché si temeva, ed era vero, che facesse parte del Comitato per 1’arruolamento dei Garibaldini». (cfr. “Albo ad Emanuele Barba”, Tip. G. Campanella, Lecce 1888, p. 85).

Un’altra prova di ammirazione per l’Eroe dei Due Mondi, Emanuele Barba lo manifestò pubblicamente nel 1873 quando, assieme ad alcuni amici poeti, fra i quali Forleo-Casalini, Forcignanò, Prudenzano, Adele Lupo, Minervini ed altri ancora, pubblicò un opuscolo di poesie e racconti brevi, sul quale fece stampare un suo componimento poetico, dal titolo “Garibaldi su la tomba di Ugo Foscolo nel 21 aprile 1864”: «Sotto ciel nebuloso e brulla terra/ Giace lung’ora, ahimè! colui che s’ebbe/ Da ignari e da tiranni eterna guerra:/ Di quei che in Grecia nato Italo crebbe/ Le sacre ossa ignota gleba serra:/ Chi di Pindo e Valchiusa al fonte bevve,/ Chi combattèa dei despoti le brame,/ Dei “Sepolcri il cantor” moria di fame!// Volgon più lustri – e l’Anglica nazione / Plaude festante al Forte di Caprera;/ Muto ristà dei liberi il campione/ All’aurà popolar – Ei tutto spera/ In un pensier di patria religione/ Che rifulge qual Sol che non ha sera:/ E colui che i due mondi onoran tanto/ D’Ugo il sepolcro confortò di pianto.// E dopo il pianto con pietosa mano/ Depone una corona in su l’avello;/ Poi togliendo al divin Carme un brano/ Di suo pugno lo incide su di quello;/ E alla tomba del Pindaro italiano/ Esclama alfin, Macedone novello:/ Ad Ugo al generoso al grande al forte/ Giusta di glorie dispensiera è morte.// E quel grido ripetesi da un’eco/ Che alla voce risponde degli eroi;/ Si ripercuote il grido in ogni speco,/ Quel grido già commove il petto a noi/ Che di Foscolo il genio italo-greco/ Ereditammo, perché figli suoi;/ E… Italia grata omai alzi una voce:/ Ugo riposa eterno in Santa Croce» (cfr. E. Barba, in  “Strenna del giornale «L’Araldo Gallipolino» per l’anno 1873”, p. 63).

Appena due anni dopo, Emanale Barba, nel commemorare a Gallipoli il 19° Anniversario dell’Unità d’Italia, dedicò un nuovo componimento poetico – “Un sospiro di Garibaldi nella festa nazionale del 1875” – con versi che ovviamente riflettono lo stato d’animo di quei patrioti desiderosi di vedere Roma capitale
d’Italia.
Questi stessi versi, scritti su un foglio volante e distribuito in Gallipoli come un volantino, Emanuele Barba li inviò anche a Garibaldi, che così gli rispose: «Prof. Emanuele Barba – Gallipoli. Grazie per la vostra lettera del 7 luglio e per i vostri bei versi. Vi stringo la mano e sono Vostro G. Garibaldi. Frascati, 10 – 7 – 75».
Era il 1875, Garibaldi aveva 68 anni e, la maggior parte del suo tempo, lo trascorreva a Caprera. L’Italia era ormai unita e Roma ne era la capitale. Anche Emanuele Barba non era più il giovane rivoluzionario risorgimentalista del 1848 e la sua vita (ha 56 anni) trascorreva prevalentemente fra i libri della Biblioteca Comunale di Gallipoli, della quale era stato nominato bibliotecario a vita, Le sue preoccupazioni maggiori erano rivolte ad arricchire di libri gli scaffali della biblioteca e, nello stesso tempo a dare corpo a quella splendida istituzione da lui stesso creata e che a tutt’oggi è il Museo naturalistico gallipolino, una delle istituzioni pubbliche più importanti dell’intero Salento. Questi suoi interessi, però, non gli impedirono di continuare ad avere come faro della sua azione l’Eroe dei Due Mondi. Quando Garibaldi morì a Caprera, il 2 giugno 1882, Emanuele Barba dedicò un nuovo componimento poetico, intitolato “Il Forte di Caprera”, VI° Canto dell’ “Album di dolore sulla tomba di G. Garibaldi”, pubblicato a cura dell’amico patriota Luigi Forcignanò.

Ad avvisarlo della morte dell’Eroe erano stati il garibaldino Timoteo Riboli e l’amica Antonina Ceva-Altemps, sposata Stampacchia, due personaggi importanti della prima Italia unita. Timoteo Riboli (1808-1895) era medico e patriota di Colorno, fedelissimo di Garibaldi il quale, nella prefazione alle sue “Memorie”, lo ricordò con queste parole: «Ai cari D.ri Prandina, Cipriani, Riboli, io devo pure una parola di gratitudine, siccome al D.re Pastore. Il D.re Riboli in Francia, chirurgo capo dell’esercito dei Vosges, fu contrariato da indisposizione seria ed accanita. Così stesso, egli non mancò di prestar opera utilissima» (cfr. G. Garibaldi, “Memorie”, Op. cit., pag. 39).

Il Riboli, che fu pure massone come Sovrano Commendatore della Giurisdizione italiana del Supremo Consiglio del Rito scozzese antico e accettato, ebbe anche il delicato compito, affidatogli da Garibaldi, di collocare il manoscritto de “I Mille” presso un editore. Corrispose con Emanuele Barba sin dal 1880. Antonina Ceva-Altemps Stampacchia era la moglie del patriota salentino e medico di Casa Savoia Gioacchino Stampacchia.

Entrambi questi due amici del Barba, dopo la morte dell’Eroe, continuarono ad informarlo di tutte le iniziative organizzate in Italia nel nome di Garibaldi.  Per anni gli inviarono lettere e fotografie del generale, con le quali il Barba iniziò a formare quella collezione di «Ricordi garibaldini» (oggi conservata a Roma nel ramo della famiglia Barba colà stabilitasi), alla quale rimase affezionato per il resto della vita. Egli aveva formato un piccolo faldone di carte, chiuso con un biglietto inviatogli dall’amico Luigi Castellazzo (1827 – 1890), patriota e garibaldino sin dal maggio ’48, che aveva preso parte alle campagne militari per l’Unità d’Italia del 1859 e del 1860 come ufficiale di Giuseppe Garibaldi. Il Castellazzo fu pure deputato, e cominciò a corrispondere col Barba a partire dal 1884.
Sul biglietto, che chiude il falcone, c’è scritto un pensiero, secondo me di estrema attualità. Eccolo: «Se Garibaldi rivivesse, Egli, nella sua magnanima e fiera natura di Patriota e di Eroe, imprecherebbe a questa Italia degenerata, che lo commemora a parola, gli erige monumenti di pietra, ma non sa imitarne le
virtù, proseguire l’opera e compierne i sublimi ideali».

NdR: Pubblicato su Il filo di Aracne, la cui direzione si ringrazia per la concessione

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