il culto dei Santi presso il popolo salentino

di Giuseppe Corvaglia

Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, part. Altare di S. Giovanni Elemosiniere (ph Maura Lucia Sorrone)

I Santi nel Salento fanno parte di esso, della sua cultura, dei suoi sapori, dei suoi colori, delle sensazioni che evocano, insomma, per citare Marti e Spedicato, di quella piccola Patria di cui si sentono parte i Salentini, nativi o adottivi.

L’idea di scrivere dei santi ha un po’ meravigliato mia madre e, forse, anche molti amici che mi conoscono come uomo di scienza e sufficientemente laico. Questa idea prescinde la fede e la devozione, che afferiscono alla sfera prettamente personale, e nasce dal fatto che conoscere la loro storia , per quanto talvolta fantasiosa e incredibile, ti fa comprendere la rappresentazione che di essi viene fatta e può aiutare a comprendere le ragioni di alcune forme devozionali.

Qualcuno potrebbe pensare che le loro storie sono spesso poco storiche e scientifiche, ma al di là di supplizi più o meno truculenti, resta sempre l’atto di grande fede, per chi crede, ma anche di libertà che caratterizza tutti: la libertà di amare Dio e il Prossimo rinunciando ai propri beni alla propria vita e alla propria libertà.

Pittori e artisti li rappresentano con dei simboli che si riferiscono al loro martirio e alla loro vita e noi, conoscendone la vita e le gesta, possiamo riconoscerli in una cattedrale, in una edicola, in una chiesetta di campagna o in un museo o anche solo in una casa.

Apprezzare l’arte è una delle cose più belle della vita e per farlo occorre sapere e capire.

Mi viene in mente un episodio che riportava mio padre: un esperto di banda e melomane ascoltava la Traviata in piazza. Un signore si avvicinò e, conoscendo la sua fama gli disse:« Maestro cosa suonano?» Lui lo guardò perplesso e poi disse, scuotendo la testa: «Se la senti e non la capisci se ti dico la sai?»

Così per l’arte sacra, ma anche per le rappresentazioni mitologiche: se le storie non le sai non puoi capire le immagini anche se qualcuno ti dice chi è il personaggio e se non comprendi non puoi godere a pieno l’arte.

eligio

Sant’Eligio (Santu Liggiu o Sant’Alòi) 1 dicembre
Sant’Eligio (Santu Liggiu o Sant’Alòi) era un santo molto venerato nel Salento, soprattutto dai contadini che avevano un cavallo, una mucca o un mulo o un asino.

La ragione sta nel fatto che questo santo, orefice prima di diventare consigliere del Re, monaco e poi Vescovo, avrebbe riattaccato la zampa rotta di un cavallo, come si vede in dipinti nella chiesa di Santa Marina a Muro e nella cripta della Madonna della Crutta a Ortelle.

Veniva citato dai contadini che, nei casi disperati, erano soliti dire “Santu Liggiu ne azza i fierri” volendo dire che se un Santo capace di tali imprese raccoglieva i ferri del mestiere per andarsene non c’era proprio rimedio.

In caso di malattia della bestia i contadini facevano fare all’animale il giro di alcune cappelle, ove era effigiato il Santo. Una di queste era la cappella di San Vito e la Madonna della Crutta a Ortelle.

Santa Marina 17 luglio
Santa Marina di Antiochia in Pisidia era figlia di un sacerdote pagano. Dopo la morte della madre, il padre la affidò a una nutrice che praticava il cristianesimo e la educò ai principi della nuova religione. La stessa Santa è nota anche con il nome di Margherita. Con questo nome compare in una nota preghiera:

Santa Margherita,

si bella e si pulita,

do’ ancili ammenzu a casa,

doi nthra lu lettu,

la Madonna la portu ampettu,

Gesù Cristu an capitale,

Lu Nimicu cu se pozza scunfunnare.

Fusci, fusci, Tantaziune,

ca su fija de Maria,

ca la Madonna m’aje prumisu

ca me daje lu paradisu ,

se no osci crai

quannu moriu me lu dai.

Marina, dicevamo, si era convertita; quando il padre lo scoprì la cacciò via e la riaccolse la sua nutrice. La fanciulla, anche se povera, era bellissima e la notò il governatore di quei posti che voleva sposarla. Marina, però, rifiutò e fu imprigionata. In prigione fu tentata dal demonio che le si presentò sotto forma di dragone e la inghiottì viva. Lei non si perse d’animo e gli squarciò la pancia con la croce, uscendone viva. Fu poi ancora seviziata e infine decapitata.

La bellezza del suo volto e il bel colorito la facevano invocare, perché preservasse e guarisse dall’ittero (mal di fegato) e dal pallore (anemia) mentre il fatto di essere uscita dalla pancia del drago, la fece invocare per le partorienti. L’ittero anticamente veniva chiamato male dell’arco, poiché si riteneva un cattivo influsso dell’arcobaleno e i fedeli compravano dei nastrini colorati, le zagarelle, le strofinavano sulla statua della santa e poi sul viso proprio e dei bambini per poter avere sempre un colorito sano.

In alcuni dipinti la croce nella mano della santa è diventato un martello che simboleggia la pazienza e la perseveranza.

A Ruggiano chi andava in pellegrinaggio a Santa Marina si fermava e urinava nei pressi di un arco, come un atto di purificazione, recitando la formula

Arcu bell’arcu

bellu pintu e bellu fattu,

ci te vide e no te saluta,

de culure cu tramuta.

Ieu te vitti e te salutai,

lu culure no persi mai. (o te culure ne guadagnai)

Qualcuno aggiunge:

Santa Marina, ca an Paradisu stai,

famme na grazia ca la potenza l’hai,

fammela prestu e no ntardare

ca sinti Santa ca la pote fare.

Santa Marina viene invocata anche contro l’emicrania e contro le maldicenze, ma in questo caso si confonde con un’altra Santa, santa Marina di Bitinia, che visse come monaco in un convento e fu accusata di essere il padre di un bambino e per questo allontanata col figlio dal convento. Accettò la punizione finché fu riaccolta nel convento in punto di morte. Quando, dopo morta, i monaci andarono a lavare il corpo, per prepararlo alla sepoltura, scoprirono il segreto del monaco Marino, che aveva accettato tutte le bugie in silenzio fino a morirne.

San Giorgio
san giorgio

San Giorgio era un soldato, cavaliere originario della Cappadocia.

Un giorno, passando da Silene in Libia (ma per altri da Berito, l’attuale Beirut, in Libano), vide una fanciulla atterrita sulla riva di uno stagno.

Gli abitanti di quel posto erano terrorizzati da un dragone orribile che viveva in quello stagno e ogni tanto ne usciva per uccidere animali o persone che incontrava.

Si era arrivati ad offrire del bestiame, ma questo non bastò, per cui si decise di immolare un fanciullo o una fanciulla, scelti a sorte fra i giovani della città.

Quel giorno era toccato alla figlia del Re. Giorgio, che passava, la vide e aspettò la bestia, la tramortì e la portò vicino alle mura della città dove la uccise fra il tripudio della gente che si convertì al cristianesimo.

La vicenda è propriamente simbolica dove il cavaliere è la Chiesa e il dragone il paganesimo e il male.

Anche il nome, Giorgio, vuol dire in greco uomo che coltiva la terra è significativo. Il martire è stato uno dei santi più presenti nella tradizione orientale e perciò il suo culto fu molto diffuso dai monaci basiliani. Secondo la tradizione fu decapitato in Palestina. A Ortelle viene invocato contro la malaria.

S. Vito   2° e 3° domenica di ottobre
Calimera_Cappella_San_Vito

S. Vito, giovinetto siciliano di Mazzara del Vallo, venne martirizzato a Roma, con la nutrice Crescenza e il pedagogo Modesto, che lo avevano educato alla cristianità, per ordine dell’Imperatore dopo che il Santi aveva salvato proprio il figlio dell’Imperatore stesso posseduto dai demoni.

Viene raffigurato con uno o due cani perché protegge dalle bestie inferocite, in particolare protegge dalla rabbia, poiché la leggenda vuole che sia stato gettato in una fossa con delle bestie feroci che però lo risparmiarono.

Viene invocato anche per il ballo di San Vito o Corea, una malattia neurologica che porta i soggetti affetti a fare dei movimenti involontari, ampi e bruschi soprattutto con gli arti come se fossero una danza. Il patrocinio fa riferimento alla vita del Santo quando si cercò di sedurlo tramite delle avvenenti danzatrici che, coi loro corpi splendidi e le loro movenze seducenti, avrebbero dovuto farlo rinunciare alla fede. Il Santo capì e mise nelle scarpe dei chiodini che lo tormentavano scacciando la tentazione.

Una particolare protezione veniva chiesta contro i licantropi o lupi mannari cioè quelle persone che in concomitanza con alcune fasi lunari si trasformano in creature belluine.

Le persone capaci di dominarle si chiamavano “Manure de Santu Vitu”.

S. Oronzo   26 agosto
FIG.2. Lecce. Cattedrale. S.Oronzo (G.A

S. Oronzo è uno dei primi martiri del Salento. Patrizio leccese, pagano, mentre si divertiva andando a caccia, incontrò un uomo lacero che si chiamava Giusto e che veniva da Corinto, mandato da S. Paolo, che lo convertì.

Si racconta anche che, una volta convertito, sia andato a Corinto a trovare San Paolo che lo nominò vescovo di Lecce. Scoperto, fu perseguitato e si rifugiò prima in una grotta di Ostuni e poi in Turi, dove fu catturato e riportato a Lecce.

Qui fu portato fuori dalla città e decapitato. I resti furono lasciati alla mercè delle intemperie e delle bestie, ma furono poi raccolti da una pia donna e divennero meta di pellegrinaggio. Sul luogo del martirio, detto Capu de Santu Ronzu, fu edificata una chiesa.

La storia di Sant’Oronzo è a dir poco particolare: non se ne trova traccia nel Martirologio, ma la storia viene riferita da un monaco visionario calabrese, sollecitato dal Vescovo Luigi Pappacoda, che, attraverso le sue visioni, fa ritrovare le reliquie del Santo nel 1500.

Il momento è particolare, la penisola Salentina ha conosciuto la tragedia della conquista ottomana con il suo strascico di morti, prigionia, crudeltà e la fede inizia a vacillare. In questo periodo viene nominato vescovo Pappacoda che governa la città disciplinando il clero, cercando di stimolare la spiritualità dei leccesi e incentivando gli ordini religiosi a costruire nuove chiese: così nascono le splendide chiese che oggi ammiriamo.

Oronzo era un santo locale non di origine greca e si prestava bene, secondo i canoni del Concilio di Trento, a ricoprire il ruolo del patrono.

Santa Vittoria     8 agosto   23 dicembre
Santa Vittoria fu una giovane fanciulla di famiglia nobile romana che era stata promessa in sposa ad un altro rampollo della nobiltà: Eugenio. Fu educata al cristianesimo dalla cugina Anatolia e si convertì decidendo di dedicare la sua vita e la sua persona a Gesù. Eugenio, d’accordo con il fidanzato di Anatolia, decise di separarle e le inviarono nei loro possedimenti in campagna, ma a nulla valse il sopruso: entrambe furono ancora più salde. Anzi Vittoria operò anche dei prodigi, come allontanare un dragone che affliggeva la zona di Trebula nella Sabina dove stava, e cominciò a fare apostolato fra le fanciulle del luogo, per la qual cosa oggi viene considerata la protettrice della gioventù femminile di Azione Cattolica.

Denunciata al pontefice del Campidoglio, venne obbligata a offrire sacrifici a Diana e al suo fermo rifiuto venne uccisa con la spada.

Nel Salento viene festeggiata a Spongano.

S. Donato   7 agosto
San Donato Vescovo di Arezzo fu martirizzato con decapitazione il 7 agosto del 362 sotto Diocleziano. Viene rappresentato con un calice, perché fra i suoi prodigi è riferito che, mentre celebrava messa e distribuiva il vino consacrato in un calice di cristallo, entrarono dei pagani che ruppero il calice. Il Santo ne ricompose i frammenti e continuò a distribuire la comunione. Viene anche rappresentato con dei libri e con un bambino esanime fra le braccia della madre, riferimento a un altro episodio della sua vita quando libera dai demoni.

Fu decapitato e viene invocato a protezione del mal di testa e, soprattutto a Montesano Salentino, per l’epilessia, detto dagli antichi male sacro.

Nei giorni della festa del Santo la statua viene portata dalla chiesa al santuario a lui dedicato. Qui in passato restavano con lui gli epilettici giorno e notte che pregavano, ma anche parlavano e gridavano in un rapporto diretto (qualcuno raccontava di dialogare proprio con il santo e magari inveiva anche contro o lo implorava di farlo guarire). Gli stessi epilettici durante la processione camminavano all’indietro non potendo staccare lo sguardo dal volto del Santo. La base della statua era adornata da basilico.

La suggestione era massima ed era rinforzata dagli stessi epilettici.

Santa Lucia   13 dicembre
Santalucia

Il culto di Santa Lucia era molto diffuso in tutto il Salento.

Santa Lucia era una bellissima fanciulla che era stata promessa in sposa. Fu educata al cristianesimo, ma decise di dedicarsi anima e corpo a Gesù, dopo un pellegrinaggio a Catania sulla tomba di sant’Agata della quale ebbe una visione. Vendette i suoi beni e li donò ai poveri. Il fidanzato, per farla desistere, la denunciò e venne martirizzata con la spada. La leggenda vuole anche che prima di ucciderla, le siano stati cavati gli occhi e da questo episodio deriva il suo patronato sulla vista e il raffigurarla con gli occhi in una ciotola.

La sua festa arriva il 13 dicembre quando si avvicina il Natale e si comincia a pensare alle feste, ma si è ancora in Avvento. Importanti sono le fiere che si tengono nel suo giorno a Lecce (che poi prosegue fino a Natale con la vendita dei pupi del Presepe) e a Scorrano dove fra le altre cose si fa provvista di fichi secchi e di stoccafisso.

S. Rocco     16 agosto
San Rocco

S. Rocco era un santo molto venerato nel Salento, ma se vogliamo anche in tutto il mondo. Nato a Montpellier decise di andare in pellegrinaggio a Roma. Nel suo viaggio a Roma si imbattè nella peste. Capì che la carità non poteva essere solo di parole e, mentre tornava da Roma, si prestò a curare gli appestati. Si ammalò e decise di ritirarsi in un eremo per non contagiare nessuno. Si trovava in una grotta presso Piacenza e lo andava a trovare un cagnolino che rubava un pane alla mensa del suo padrone e glielo portava leccandogli la piaga. Un giorno il padrone lo seguì, scoprì Rocco e lo portò a casa aiutandolo a guarire. Guarito, si incamminò verso Montpellier, ma a Voghera fu arrestato con l’accusa di essere una spia e imprigionato per 5 anni senza nemmeno essere riconosciuto dal governatore di quei luoghi che era lo zio. Alla sua morte venne riconosciuto per un difetto del corpo: una sorta di angioma a forma di croce che Rocco aveva da quando era nato sul fianco sinistro (come pure viene cantato nel responsorio: Ave Roque santissime,/ nobili nate sanguine,/ crucis signate schemate/ sinistro tuo latere).

Inizialmente invocato contro la peste, fu poi invocato a protezione di ogni tipo di piaga. Infatti nella società contadina dei tempi passati, in assenza di antibiotici, era facile che una ferita procurata nei campi potesse infettarsi e cronicizzare oppure portasse a conseguenze ancora più gravi. Viene rappresentato come un pellegrino con un bastone e la borraccia, una mantellina con la conchiglia di Compostella, detta Capasanta, e un cane con un pane in bocca.

San Nicola  6 dicembre 9 maggio
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La figura di San Nicola è molto diffusa nel mondo occidentale, ma soprattutto in Puglia e nel Salento, sia per la presenza e l’opera dei monaci basiliani, sia per l’influenza che aveva su questi territori il Catapano bizantino che stava a Bari dove c’erano le sue reliquie, trafugate da Mira in Asia minore, ad opera di una compagnia di marinai baresi.

Questo rinforzò la fama che aveva fin lì accompagnato il santo venerato sia il 6 dicembre, ma soprattutto in Puglia il 9 di maggio memoria dell’arrivo delle sue reliquie a Bari.

Nato a Patara, in Asia minore, presto si trasferì a Mira dove si avvicinò al Cristianesimo e dove, ancora giovane, venne eletto vescovo di quella città . L’epoca delle prime persecuzioni era finita e Costantino, con l’editto di Milano, aveva sancito la libertà di culto per i cristiani.

Lui fece il vescovo con grande energia rispettato dal popolo e dalle autorità che lo invitarono a dare giudizi preziosi anche in sede conciliare, come nel Concilio di Nicea, quando affrontò l’eretico Ario che negava la natura divina di Gesù.

Viene rappresentato con il pallio, il pastorale   e il vangelo in mano per la sapienza mostrata nel contrastare gli eretici, ma anche con tre palle d’oro, tre bambini in una tinozza o con un mattone che brucia che si riferisce a un miracolo operato durante il concilio di Nicea. Per spiegare la trinità Nicola prese un mattone che conteneva in origine terra, fuoco e acqua, ma che ora era altro dei tre elementi. Il mattone prese a bruciare e a gocciolare acqua e alla fine rimase terra secca.

Le tre palle d’oro sono la semplificazione di tre borse di monete d’oro che Nicola donò a un padre nobile, caduto in disgrazia, il quale, non avendo i soldi per il matrimonio e la dote delle figlie, le voleva avviare alla prostituzione. Nicola gettò in casa un sacchetto con le monete impedendo che la figlia grande si prostituisse e consentendo il suo matrimonio. Fece così altre due volte salvando anche le altre due sorelle, ma la terza volta il padre, che stava nascosto, lo scoprì.

I tre bambini si riferiscono a un altro prodigio operato dal santo a cui un oste presentò un piatto di carne. Il Santo non volle toccarne e chiese all’oste di portarlo dove teneva quelle carni. Una volta vicino alla tinozza della salamoia il Santo pregò e dalla tinozza emersero tre bambini che l’oste aveva ucciso e le cui carni venivano servite agli avventori. Questo episodio, leggendario, potrebbe essere influenzato da un altro più storico quando Nicola si adoperò per salvare tre uomini condannati a morte ingiustamente.

Comunque la generosità verso le fanciulle, la protezione verso i bambini e una vita svolta a proteggere attivamente il suo popolo hanno fatto sì che si generasse nell’immaginario collettivo la figura di Santa Klaus (contrattura nordica del latino Nicolaus), il nostro Babbo Natale che porta doni ai bambini. L’abito rosso e il cappuccio non sono altro che riferimento ai paramenti vescovili così come il colletto bianco un riferimento al pallio.

San Pantaleone o Pantaleo   27 luglio
San Pantaleone era un medico anargiro di Nicomedia. Medico brillante (aveva curato anche il figlio dell’Imperatore) un giorno si convertì al cristianesimo, vendette le sue sostanze e le distribuì ai poveri, curando tutti senza compenso. Per questo venne osteggiato dai suoi colleghi e denunciato come Cristiano all’Imperatore per la qual cosa fu lungamente torturato e poi ucciso.

Viene raffigurato legato ad un albero secco, mentre viene seviziato con il fuoco e i flagelli, o vicino a una vasca perché subì anche la tortura dell’annegamento. La leggenda tramanda che l’albero a cui il santo era legato, benché secco, si ricoprì di frutti. Le sevizie non convinsero il Santo ad abiurare e fu martirizzato.

Nel Salento si festeggia a Martignano, ma il suo culto era molto diffuso nella provincia.

San Lazzaro
Lazzaro era uno dei migliori amici di Gesù. Viveva a Betania, con le due sorelle Marta e Maria.

Il Vangelo ci narra di come Lazzaro fosse morto. Gesù si recò al sepolcro, fece togliere la pietra che ne chiudeva l’entrata e chiamò Lazzaro, il quale uscì vivo dal sepolcro, ancora avvolto nelle bende funebri. Dopo la morte e resurrezione di Gesù venne preso di mira dal sinedrio che voleva cancellare le opere compiute dal Messia e dovette partirsene dalla Palestina.

Secondo la Leggenda aurea di Jacopo da Varagine, Lazzaro andò a predicare in Francia con le sue sorelle e lì divenne il primo vescovo di Marsiglia.

Invece secondo la tradizione orientale, Lazzaro divenne vescovo di Cipro e durò nell’episcopato per circa un trentennio. A supporto di questa versione, nell’anno 890 fu ritrovata una lapide con l’iscrizione “Lazzaro, l’amico di Cristo”. Successivamente le reliquie furono traslate a Costantinopoli e quindi in Francia dai Crociati. Nel 1972 sotto l’altare della chiesa di Larnaca fu rinvenuta un’arca di marmo, contenente resti umani, che si ritengono quelli di Lazzaro. Secondo quest’ipotesi, il trasferimento delle reliquie a Costantinopoli fu soltanto parziale.

Nel Salento viene venerato in pochi luoghi come una parrocchia di Lecce città, ma ci sono immagini sue anche in altre chiese. Tuttavia viene citato in prossimità della Pasqua. In questo periodo gruppi di contadini, dotati di strumenti musicali e buone voci, giravano per le case o per le masserie in una sorte di folkloristica questua da cui ricevevano prodotti della terra detta, appunto, “Lu Santu Lazzaru”. Queste rustiche compagnie musicali andavano in giro con un ramo di ulivo dove venivano attaccate figurine e nastrini colorati (zagarelle) cantando la storia di Cristo e concludendo che Santu Lazzaru, che risorse, oggi sarà Cristo che risorgerà a Pasqua.

Viene rappresentato come Vescovo.

Il San Lazzaro povero, straccione e spesso rappresentato con dei cani è il Lazzaro, mendicante, che viveva fuori dalla casa del ricco epulone implorando di ricevere le briciole del suo desco, ricevendone insulti e umiliazioni. Quando sarà in paradiso, nel grembo di Abramo, il giovane, maleducato e cattivo, patirà le pene dell’inferno e implorerà un conforto da Lazzaro che, stando fra i beati, non potrà dargli.

Santi Cosma e Damiano 26- 27 settembre
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Santi Cosma e Damiano, conosciuti come Santi Medici, erano medici anargiri che curavano senza compenso.

Originari dell’Arabia o della Siria, svolsero la loro opera in Turchia. Prima di approcciarsi a un malato pregavano intensamente e poi svolgevano la loro opera. La leggenda racconta di un loro contrasto dovuto al fatto che Cosimo avesse accettato 3 uova da una donna che aveva curato. Il fatto amareggiò Damiano che dispose di non essere sepolto accanto al fratello. Scoperti cristiani furono processati e martirizzati. Mentre ci si stava disponendo a seppellirli, lontano uno dall’altro, un cammello parlò e disse che Cosimo aveva accettato quelle uova solo per non umiliare la donna e furono uniti nella sepoltura.

Vengono rappresentati con in mano dei balsamari   per gli unguenti e delle cassette per i ferri chirurgici.

Nel Salento il loro culto è molto sentito e in passato erano diffusi anche i nomi Medico e Medica.

San Vitale  28 aprile
Sposato con Santa Valeria, era padre dei santi Gervasio e Protasio.

Vitale, soldato romano, accompagnò un magistrato a Ravenna dove assistette alla condanna a morte per Cristianesimo di Ursicino. Lui incoraggiò il martire che andava al supplizio e, dopo la morte , lo seppellì.

Denunciato come cristiano venne condannato a essere sepolto vivo da pietre e terra. Così accadde e quel sepolcro, che era stato patibolo, divenne luogo di culto, tanto che quando venne la moglie Valeria a riprendersi le spoglie del caro, trovò l’opposizione dei Ravennati.

Di ritorno, la santa donna troverà un gruppo di fanatici pagani che al suo rifiuto a sacrificare al dio Silvano, faranno seguire una punizione fatta di bastonate che ridurranno in fin di vita la donna che spirerà qualche giorno dopo a Milano.

I figli Gervasio e Protasio erano anche essi cristiani e vissero facendo del bene finché non furono uccisi nelle persecuzioni. I corpi furono ritrovati ai tempi di Sant’Ambrogio e vicino al loro capo vi era un libretto che raccontava la loro storia e quella dei loro genitori. Sul luogo del loro ritrovamento nacque una basilica.

San Giuseppe da Copertino   18 settembre
copertino

Giuseppe Maria Desa nacque ai primi del ‘600, in un momento di grandi difficoltà della famiglia e vide la luce in una stalla del suo paese, Copertino, adattata a casa. Il padre, abile artigiano, aveva sposato una donna benestante ed era uomo di fiducia dei Signori di Copertino, ma si ritrovò povero e morì ancora giovane per aver garantito per mille scudi un amico che fallì.

La povera vedova e i figli vissero anni durissimi; Giuseppe faceva il garzone e non riusciva a imparare un mestiere e in paese lo chiamavano “Ucchipertu/Boccaperta” per la sua abituale distrazione; dovette pure lasciare la scuola per una brutta piaga che lo afflisse per 5 anni e guarì per intercessione della Madonna delle Grazie. Questo accrebbe la sua fervida devozione mariana.

Il creditore del padre aveva ottenuto dal Tribunale che Giuseppe, unico figlio maschio di Felice e Franceschina, una volta raggiunta la maggiore età, fosse obbligato a lavorare senza paga fino a saldare il debito del defunto genitore. L’unico modo per sottrarsi a quella che sarebbe stata una vera e propria schiavitù era diventare sacerdote o frate, ma Giuseppe non era istruito e non poteva ambire perciò al sacerdozio. Cercò quindi di entrare in un convento e a 17 anni bussò alla porta dei Frati Francescani Conventuali, nel convento detto della ‘Grottella’, a due passi da Copertino, dove un suo zio era stato padre Guardiano, ma dopo un periodo di prova fu mandato via, “per la sua poca letteratura, per semplicità ed ignoranza”. Passò allora ai Francescani Riformati e poi ai Cappuccini di Martina Franca, ma la distrazione, l’inettitudine e le estasi gli facevano fare veri e propri danni, per questo fu mandato a casa dove non venne bene accolto.

Fu solo grazie all’interessamento dello zio e dopo molte insistenze che riuscì a farsi accettare di nuovo dai Conventuali della ‘Grottella’. I frati, informati della sua situazione e della condanna del Tribunale, presero a cuore la situazione e lo ammisero nella comunità, prima come oblato, poi come terziario e finalmente come fratello laico.

Addetto ai lavori pesanti e alla cura della mula del convento, Giuseppe ben presto espresse il desiderio di diventare sacerdote e lo divenne per situazioni a dir poco prodigiose. Nonostante gli sforzi era rimasto ignorante, ma negli esami accaddero cose incredibili: in uno il vescovo gli chiese l’unica cosa che sapesse e nel secondo, il vescovo, dopo aver visto una grande preparazione nei primi studenti interrogati, decise di promuovere tutti, anche San Giuseppe.

Si definiva fratel Asino, ma riusciva a parlare di teologia in maniera semplice ed efficace anche con persone di elevata cultura, perché possedeva il dono della scienza infusa, sapeva essere sapiente nel dare consigli ed era molto ricercato dentro e fuori del suo Ordine, nonostante che si definisse “il frate più ignorante dell’Ordine Francescano”.

Un’altra sua caratteristica erano le estasi e i voli durante queste.

In effetti volava nell’aria come un uccello, il fatto storico è che questi fenomeni sono avvenuti in presenza di tanta gente stupefatta. Proprio la presenza intorno a lui di tanto popolo costituì un problema per i suoi Superiori, che lo mandarono in vari conventi dell’Italia Centrale, proprio per distogliere da lui l’attenzione del popolo, che sempre più numeroso accorreva a vedere il santo francescano. Di lui si interessò l’Inquisizione di Napoli, che lo convocò per capire di che si trattasse e proprio davanti ai giudici, Giuseppe ebbe un’estasi; la Congregazione romana del Santo Uffizio alla presenza del papa Urbano VIII, lo assolse dall’accusa di abuso della credulità popolare e lo confinò in un luogo isolato, lontano da Copertino e sotto sorveglianza del tribunale. Fu mandato da un convento all’altro: a Roma, Assisi, Pietrarubbia, Fossombrone e infine ad Osimo (Ancona) dove morì il 18 settembre 1663 a 60 anni.

Mia nonna Rosa nel rosario pregava San Tommaso d’Aquino, professore alla Sorbona, e San Giuseppe da Copertino che infondessero nelle nostre menti intelligenza e buon senso o con lo studio, come nel caso del domenicano, o senza studio, come era accaduto al francescano salentino; a lui si rivolgono gli studenti prima degli esami, specie coloro che si rendono conto dei propri limiti.

S. Antonio da Padova 13 giugno
Figura 6. G. A. Colicci, SantÔÇÖAntonio da Padova, 1736 Lequile (Le)

Antonio nacque a Lisbona (Portogallo) nel 1195, battezzato come Fernando, ebbe la sua prima formazione in una famiglia cristiana, importata a Lisbona dopo che fu liberata dai musulmani. Studiò alla scuola della cattedrale e li sbocciò la sua vocazione religiosa. Ancora adolescente entrò negli agostiniani prima a Lisbona e poi a Coimbra. Li ricevette una completa formazione religiosa e teologica, grazie alle sue doti: una grande pietà e una fervida intelligenza.

Nel 1220 venne a sapere di alcuni francescani che erano stati uccisi in Marocco mentre cercavano di evangelizzare quelle genti e decise di entrare nell’Ordine francescano, mutando il suo nome originario, Fernando, in Antonio. Quando riuscì, partì per il Marocco, lì si ammalò e si reimbarcò per ritornare in patria, ma delle tempeste marine lo portarono in Sicilia, dove fu curato nel convento francescano di Messina. Qui venne a conoscenza del Capitolo generale dei francescani, che avrebbe avuto luogo ad Assisi, nella Pentecoste di quel 1221 e vi partecipò. Vide san Francesco, ma non si fece conoscere. Frate Graziano, ministro provinciale della Romagna, lo accolse nella sua compagnia   e lo destinò al romitorio di Montepaolo dove Antonio visse la regola dell’eremita francescano.

Un giorno, in occasione di un’ordinazione sacerdotale celebrata a Forlí, dovette, per obbedienza, tenere un discorso e mostrò doti di eloquenza e preparazione teologica eccellenti tanto da essere destinato a diventare predicatore, docente e ministro dell’Ordine. Dalla Romagna propriamente detta la sua predicazione si allargò all’Italia superiore e alla Francia meridionale.

In seguito il suo compito principale fu l’insegnamento della Teologia ai frati minori nelle scuole di Bologna e di Montpellier, primo docente di Teologia francescana.

Alla fine arrivarono gli incarichi di responsabilità come custode della provincia di Limoges e poi come ministro provinciale della provincia di Romagna, che si estendeva allora anche a tutta l’Italia settentrionale, ma sfatto dalle fatiche e dall’idropisia, nel luglio del 1230 ottenne d’essere liberato da ogni incarico e di ritirarsi a Padova nel convento di Santa Maria Madre del Signore dove morì il 13 giugno 1231. Il suo corpo per espressa sua volontà restò a Padova; fu canonizzato neanche un anno dopo la sua morte e sette secoli dopo papa Pio XII lo proclamò “Dottore della Chiesa”.

Viene rappresentato con il Bambino Gesù per le estasi che più volte ha vissuto, con dei libri, simbolo degli studi e della sua sapienza, e un giglio simbolo di purezza.

Nel Salento si prega con questa preghiera:

Sant’Antoniu meu bidegnu

Tuttu chinu de santità

Tridici grazie fai lu giurnu,

fammene una per carità.

Fammela prestu e non tardare

Ca tie si santu ca me la poti fare,

Tie sì santu mannatu de Diu

Fammela prestu sant’antoniu miu.

Arcangeli S. Michele, San Gabriele e San Raffaele
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Gli Arcangeli sono i sette spiriti che stanno al cospetto del trono di Dio, sono coloro che godono della luce del suo volto e ne ascoltano la voce. Di questi ne conosciamo tre, per riferimenti biblici che li riguardano: Michele, Gabriele e Raffaele.

Michele (in ebraico Chi è come Dio?) è l’arcangelo che combattè contro Lucifero e tutti gli altri angeli che si erano rivoltati contro Dio e li allontanò dal Paradiso confinandoli nell’inferno.

Altri appellativi di questo arcangelo che interviene nella lotta contro il male sono : difensore degli amici di Dio e protettore del suo popolo. Viene raffigurato come un giovane gagliardo con la spada in mano e, talvolta con armatura, mentre sottomette il demonio.

Gabriele (Forza di Dio) è colui che spesso porta dei messaggi di Dio all’uomo. Lui   rivela a Daniele i segreti del piano di Dio, annunzia a Zaccaria la nascita di Giovanni Battista ed è lui che annuncia a Maria che da lei nascerà Gesù.

Secondo i musulmani è sempre Gabriele a dettare il corano a Maometto.

Viene raffigurato, generalmente, mentre incontra Maria a Nazareth.

Raffaele (Dio guarisce) è l’arcangelo che   talvolta scendeva nella piscina di Betzaida e agitava le acque, concedendo la guarigione dalle malattie a chi vi si immergeva, ma è soprattutto la guida che scende in terra dopo le preghiere di Tobi e accompagna il figlio Tobiolo a riscuotere un credito in Media, l’attuale Iran. Lì guarirà Sara che è tormentata dal diavolo Asmodeo e che poi si unirà in matrimonio con Tobiolo. Mentre fanno ritorno, Tobi, che si sente vicino alla morte ed ormai è cieco, chiede la grazia al Signore di rivedere per una ultima volta il figlio prima di morire. Raffaele allora dice a Tobiolo di tuffarsi nel fiume e prendere un grosso pesce che troverà. I viaggiatori mangeranno il pesce, ma conserveranno, su indicazione di Raffaele, le interiora che poi spalmate sugli occhi di Tobi gli faranno riacquistare la vista e rivedere il figlio e la nuora.

San Raffaele è raffigurato mentre accompagna un ragazzo che porta un pesce. Questo lo differenzia dall’Angelo custode pure raffigurato mentre guida un bambino, talvolta schiacciando il diavolo tentatore.

San Giuseppe Patriarca.
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Giuseppe è un uomo giusto, della stirpe di Davide, che sposa Maria e che, quando scopre che è incinta vorrebbe ripudiarla, ma poi accetterà di tenerla con sé e farà da padre putativo a Gesù.

Viene considerato Patriarca (πατήρ αρχή il padre dell’inizio di una vita nuova, di una nuova generazione) perché dalla sua famiglia nascerà un popolo nuovo.

Viene raffigurato come un uomo attempato che tiene in braccio il bambino Gesù e si appoggia a un bastone fiorito.

Il bastone fiorito si riferisce a un prodigio riferito dai vangeli apocrifi. Il sacerdote Zaccaria aveva infatti ordinato che venissero convocati tutti i figli di stirpe reale per sposare la giovane Maria, vissuta per nove anni nel tempio. Per indicazione divina, questi celibi avrebbero condotto all’altare il loro bastone, Dio stesso ne avrebbe poi fatto fiorire uno, scegliendo così il prescelto. Fiorì il bastone di Giuseppe, della stirpe di Davide, e accettò di prendere in sposa Maria, nonostante la differenza di età. In seguito, sapendo che era incinta, pensò di ripudiarla, ma, dopo una visione angelica, non lo fece e crebbe Gesù.

La sua festa fino a non molto tempo fa era festa di precetto e festa civile (fino al 1977); in molti paesi del Salento è rimasta una festa rilevante. Alcuni devoti in suo onore fanno un pranzo, la Tavolata di San Giuseppe, dove gli invitati rappresentano la Sacra Famiglia e altri Santi. Gli invitati mangiano le portate, tutte di magro poiché ci si trova in Quaresima, e devono portarsi a casa i resti del pasto. Altri devoti distribuiscono la caratteristica pasta (massa e ciciri o ciceri e tria) o anche del pane benedetto.

 

Il mito di Santa Cesarea in un canto popolare adattato a cantastorie

 cesarea

di Giuseppe Corvaglia

 

Il luogo

Santa Cesarea Terme è un piccolo centro marittimo del Salento, molto noto per l’amenità del luogo e per la presenza di acque termali, salsobromoiodiche e sulfuree, utilizzate per le cure da tempo.

Il riferimento alla Santa, Cesarea, nota fin dal XV secolo, potrebbe far pensare a una certa vetustà del luogo; in realtà il paesino, fino all’inizio del secolo scorso*, non esisteva neppure e le grotte, con le acque termali, potevano essere raggiunte solo attraverso sentieri scoscesi e  difficili da percorrere.

affresco del XVI secolo che si trova inell'antica chiesa di San Nicola adiacente alla chiesetta della Madonna dell'Idri a Nociglia ed è la più antica figura di Santa Cesarea nella provincia di Lecce (foto Antonio Chiarello)
affresco del XVI secolo che si trova nell’antica chiesa di San Nicola adiacente alla chiesetta della Madonna dell’Idri a Nociglia ed è la più antica figura di Santa Cesarea nella provincia di Lecce (foto Antonio Chiarello)

I miti fondanti

Ci sono diversi miti che giustificano la presenza delle acque sulfuree-salso-bromo-iodiche: uno di essi lo ritroviamo nella mitologia classica dove si narra che qui, sulle impervie coste della Japigia, sia finito lo scontro fra Ercole e i Titani Leuterni sopravvissuti alla lotta che aveva avuto luogo nei Campi Flegrei. I giganti battuti fuggirono fin qui sperando che l’asperità del luogo potesse proteggerli, ma qui l’eroe li raggiunse e non ebbero scampo.

Proprio dai loro corpi in decomposizione, secondo la leggenda, originarono le acque e i fanghi putridi e maleodoranti, ma benefici e curativi.

Un’altra leggenda, ambientata nel XIV secolo, quando il Salento era insidiato dai Turchi, parla di Cesarea, fanciulla bellissima,  notata da un saraceno il quale di lei si invaghì e volle farla sua. La inseguì sulla scogliera fin dentro una grotta e quando la raggiunse, prodigiosamente, dal terreno si sprigionarono fiamme e fumi che arsero vivo l’uomo. Da allora si ritiene che le acque e i fanghi siano terapeutici.

Ma la leggenda principale riguarda Santa Cesarea secondo la versione  riferita dai Bollandisti.

Santa Cesarea, secondo questa versione, nacque in un dicembre del XIV secolo da Luigi e Lucrezia, dopo un’attesa di oltre 10 anni dal matrimonio e al termine di una pia pratica suggerita dall’eremita Giuseppe Benigno.

Rimasta orfana della madre quando era ancora adolescente, Cesarea fu costretta ad abbandonare la casa dei genitori, per sfuggire alle insane tentazioni del padre; si rifugiò in una grotta marina fra Castro e Otranto.

Qui visse la sua vita di privazioni e di preghiera, votata ad una totale dedizione a Dio, divenendo una eremita la cui fama si estese in tutta la Terra d’Otranto. Dopo la sua morte, avvenuta nella grotta da dove non era più uscita, sempre nel secolo XIV, fu eretta una chiesa sul posto che divenne centro del suo culto fin dal secolo XVII. Il suo culto si diffuse nel Salento, in particolare a Francavilla Fontana (BR) che viene indicata come la patria d’origine della santa.

Patrona anche di Porto Cesareo, è ricordata il 15 maggio, ma, nel paesino termale, a metà settembre la sua statua viene portata in processione con  un corteo di barche alla grotta Gattulla dove sarebbe vissuta e poi morta. (A. Borrelli da Enciclopedia dei Santi www.santiebeati.it )

 

processione di Santa Cesarea (foto Antonio Chiarello)
processione di Santa Cesarea (foto Antonio Chiarello)

Il canto

Il canto, proposto nel 2008 dal gruppo Totine Sud Sisters sotto forma di cantastorie, è diffuso nel basso Salento e narra la leggenda di Santa Cesarea.

Vi sono già pubblicate due versioni dello stesso, cantate una dagli Ucci nell’album Bona sera a quista casa e una dai Cantori dei Menamenamò nell’album Santa Cesarea, ma il racconto viene anche tramandato oralmente in diversi luoghi del Salento.

Oltre a far parte della mole di racconti edificanti che parlavano delle vite dei santi, questo canto è anche il mito fondante del paesino salentino, che cerca di spiegare le origini delle acque sulfuree delle sue terme con un intervento divino e la presenza del diavolo che si viene a trascinare giù nell’inferno il genitore snaturato.

La storia infatti  parla di un incesto voluto dal padre che desidera la bella figlia, per quanto lei cerchi di scoraggiarlo con pudica modestia, e che verrà portato via proprio dal diavolo.

Ho preferito la versione riferita da Rizzo Antonietta fu Amedeo perché, come quella dei Cantori dei Menamenamò, mi sembra più congrua e, verosimilmente, più vicina all’originale. Infatti in essa, nela prima strofa, si usa il termine “sposà” per indicare la volontà del padre di possedere carnalmente la figlia, mentre nella versione degli Ucci si parla di “ammazzà” che può assumere un significato simbolico, ma che qui non pare appropriato.

La stessa versione, poi, contiene anche una strofa di chiusura non riportata nelle altre due edizioni.

Nella terza strofa è suggestiva la figura evocata del padre che insegue la fanciulla con la spada sguainata, evidente doppio senso di tipo sessuale, ma anche evocativa del fatto che lo stupro ucciderebbe in sé un’anima candida come quella di Cesarea.

Bella è pure l’immagine del cuore che batte così forte da sembrare un tremito in cui non si distinguono i battiti (tutta tremante in sen)**

Nell’ultima strofa troviamo due diversi termini nelle due versioni; nella versione degli Ucci si dice Cesaria s’atterrava mettendo l’accento sul terrore della fanciulla mentre nella versione presentata e in quella dei Cantori dei Menamenamò (Cesaria la’ nserrava – si apriva il monte in due e Cesaria veniva imprigionata dalla roccia) si fa riferimento al monte che facendola sprofondare la rinchiude nelle sue viscere.

Anche nella versione agiografica Cesaria, restando come eremita per sempre nella grotta senza più uscirne fuori, ritirandosi dal mondo, è come se da quella grotta, comunicante con le viscere della terra, ne fosse inghiottita.

Ho inserito nella parte narrata anche una frase ricorrente come proverbio (Aprite munte*** e ‘gnuttite Cisaria / e li stivali de sirma nzurfu e rena****) che viene detta quando si verifica una situazione dirompente come uno scoppio d’ira o un litigio.

La strofa di chiusura chiude il racconto e non parla più del corpo mortale, ma invita a considerare l’anima pura che viene portata, beata, a godere della gloria di Dio.

 

 

 

*        Il decreto regio che istituisce il comune di Santa Cesarea, è del 26 maggio 1913

 **    Viene riportata anche  tutta tremante in sé nel senso di terrorizzata nell’intimo.

***   In un’altra versione si dice “Aprite pentuma e gnuttite Cisaria”.

**** Il riferimento agli stivali del padre che diventano sabbia e zolfo viene fatto anche da Trifone Nutricati, poeta e pubblicista leccese, in un poemetto in dialetto scritto agli inizi del Novecento e forse da esso prende origine per poi diffondersi nel lessico popolare.

 

statua della santa portata in processione (foto Antonio Chiarello)
statua della santa portata in processione (foto Antonio Chiarello)

 

statua della santa portata in processione a mare(foto Antonio Chiarello)
statua della santa portata in processione a mare(foto Antonio Chiarello)
La storia de Santa Cisaria

Libero adattamento in forma di cantastorie di un antico canto popolare di Giuseppe Corvaglia

1     E’ questa la storia di Santa Cesarea nostra che, pur essendo piccola per età, dimostrò un grande coraggio. Cesarea era una fanciulla bella, ma modesta e delicata.

La mamma era morta quando ella era ancora piccinina e lei aveva trovato conforto nella fede, dedicandosi anima e corpo a Dio. Ma il padre, sconvolto dal dolore per la perdita della moglie, era attratto dalle grazie della fanciulla e iniziò a desiderarla fino all’ossessione.

Santa Cesarea bella,

a Dio donasti il cuore,

lu   patre traditore

che la voleva sposa’.

2         Il padre di Cesarea è ossessionato: vuole a tutti i costi possedere la fanciulla, ma lei ha donato a Dio il suo cuore e vuole serbarlo puro come il suo corpo.

La furia del padre è, però, cieca e lei non può contrastarla.

Allora escogita uno stratagemma per potersi mettere in salvo: dice al padre che acconsentirà ai suoi voleri e chiede alcuni momenti per lavarsi. Ma, invece di prepararsi, lega due colombi sul fondo di una bacinella che, battendo le ali, fanno credere allo snaturato genitore che la fanciulla si stia lavando e poi, paurosa e tremante, se ne fugge via.

Prese due palombelle

le mise in un bacile

e poi si mise a fuggire

tutta tremante in sen.

3        Ma lo snaturato genitore è impaziente e l’inganno non può durare a lungo.

Così, dopo aver atteso invano l’arrivo della fanciulla, apre la porta e resta sbalordito.

Vede le colombe legate, la finestra aperta, capisce e si lancia all’inseguimento della giovine che corre trafelata.

Fuggiva e si voltava

suo patre la ‘rrivava,

la spata spoderava

che la voleva ammazzà

4       La fanciulla trema: ha paura della persona che dovrebbe volerle più bene, ha paura di quello che potrebbe accadere al proprio corpo e alla propria anima e prega chiedendo all’Altissimo una grazia da far tremare i polsi: “ Aprite munte e gnuttite Cisaria / E li stivali de sirma ‘nzurfu e rena”

Le sue preghiere vengono ascoltate: la roccia si apre e padre e figlia ne vengono inghiottiti, ma Cesaria prima di morire riesce a vedere la gloria degli Angeli che la incorona indicandole il Paradiso, mentre il padre viene a prenderselo il diavolo che lascia traccia di sé nelle grotte sulfuree.

Aprite munte in due

Cesarea sta ‘nserrata

si vede incoronata

dagli Angeli del ciel.

Portate  palme e  fiori

Santa Cesarea bella

in cielo  c’è  una stella

la gloria del Signor.

 

Il filmato del canto proposto come cantastorie, fatto da Luigi Zappatore a Nociglia nella festa campestre di San  Donno nel 2008, mostra la versione cantata dal gruppo Totine Sud Sisters ( Ros’Ines, Natalina (voce e Chitarra), Mirella e Stefania Corvaglia) con la partecipazione di Giuseppe Corvaglia (Flauto), Raffaele Rizzello (clarinetto) In quell’occasione suonarono nel gruppo anche Rizzo Rocco C., Angelo Zappatore , Giorgio Ruggeri e Emanuele Cortese.

Il video è visibile su you tube al link

https://www.youtube.com/watch?v=YRWjLACvhpc&feature=youtu.be

 

 

Giorgio Cretì come uno sciamano

giorgio cretì

di Giuseppe Corvaglia

 

A Natale mi è arrivato   uno dei più bei regali dello scorso anno: il libro di Giorgio Cretì “Ortelle e dintorni” dono per i sostenitori della Fondazione Terra d’Otranto.

Questa pubblicazione, che raccoglie tutte le sue opere letterarie, mi ha richiamato i Meridiani di Mondadori e dopo averlo letto ho pensato che l’opera sia stata un degno modo per valorizzare uno scrittore di spessore non noto ai più.

In questi giorni di questa estate che non si decideva ad arrivare ed ora ci delizia col suo caldo ecco che giunge come un felino predatore la nostalgia per il Salento.

Sei intento a fare le tue cose e a un tratto senti in’inquietudine, non vedi l’ora di ritornarci, di vedere quei posti, quelle persone, quei sapori che sono la tua gente, i tuoi posti, i tuoi sapori. Così gironzolando davanti alla libreria ecco che come magneticamente, mi capita fra le mani il gradito dono e mi vien voglia di rileggere alcuni racconti come panacea alla nostalgia, ma anche per il piacere di immergermi di nuovo in quel mondo come in un liquido primordiale.

Avevo apprezzato già in passato alcuni suoi racconti sul sito e una pubblicazione sulla panificazione e ne ero stato piacevolmente colpito. A parte la gradevolezza e la forza espressiva mi avevano interessato la capacità di trasmettere un sapere antico che io avevo assaporato con i miei nonni, i miei genitori e tutto quel mondo di amici, parenti, vicini di casa, paesani che ti fanno sentire bene parlandoti, sorridendoti, prendendosi cura di te, facendoti crescere non solo nel corpo, ma anche nell’anima.

copertinafronte

Quelle cose che sembrano banali, ordinarie sono le tue radici, il mezzo che ti lega alla terra e che ti porta il suo nutrimento. Non le vedi, non le tocchi, ma ti servono come l’ossigeno dell’aria che i polmoni aspirano e le cellule di ogni parte del corpo utilizzano per vivere. Da quelle radici ognuno trae la linfa che lo farà diventare quello che è.

Ma spesso la memoria si perde, le persone care se ne vanno e non risenti più le storie, i proverbi, i consigli, le istruzioni per fare una cosa, il nome e il posto di quella pianta particolare.

La memoria è uno strumento insostituibile per ognuno di noi così come per la  comunità (memoria collettiva), ma è anche fragile come strumento e talvolta, pure se rimane nel nostro cuore, è impossibile richiamarla nei nostri pensieri.

Ogni comunità cerca di salvaguardare la sua memoria perché da essa deriva la possibilità  di progredire nella propria identità, di crescere senza snaturarsi. Ogni società dovrebbe saperlo e cercare di custodire la memoria che è bene comune.

Nelle comunità primitive c’erano delle persone deputate alla custodia di questa memoria.

Lo sciamano era l’uomo medicina, ma anche l’uomo della sapienza (le parti del nome sciamano fanno riferimento a radici di uomo e sapere) e l’uomo della memoria.

Lo sciamano conosceva rimedi e codici che potevano regolare la vita e la salute della comunità ma conservava anche quel sapere che era memoria. Nelle culture animistiche lo sciamano trae molte informazioni dal rapporto particolare con l’al di là e la maggior parte dei suoi atti sono permeati di magia.

Anche le nostre comunità avevano degli sciamani. Persone rispettate, capaci di stimare ricchezze, raccolti, terreni, di curare mali con erbe, unguenti ed impiastri, di dirimere liti e contrasti, ma soprattutto genti capaci di rispondere alle tante domande della comunità.

Tutti i nostri nonni in qualche modo sono stati sciamani e tutti noi in piccolo o in grande lo saremo.

Ho conosciuto persone che ricordavano canti, nozioni, storie, e la storia della comunità. Noi giovani avidi di conoscere le nostre radici abbiamo cercato e trovato queste persone, ma non sempre abbiamo rintracciato tutte le risposte, e, bisogna ammettere, talvolta, presi da giovanili ardori siamo scappati rimandando a domani le domande e le risposte. Nel crescere anche le domande sono cresciute e non sempre le risposte sono arrivate anche perché spesso chi poteva dartele se ne era andato.

Oggi molte risposte le ho trovate nei racconti e nei romanzi di Giorgio Cretì.

L’amore per la sua terra, quell’amore ancora più speciale perché vissuto da lontano, lo ha portato a farsi tante domande e a trovare tante risposte.  Molte di queste risposte ce le ha rese nelle sue storie. Vedere le splendide chiese di pietra leccese, le lamie assolate coperte di chianche ti porta a chiederti cosa è quella pietra. Puoi andare e vedere le cave di oggi, meccanizzate, moderne, produttive, ma ti chiedi come è stata estratta la pietra per la casa di mio nonno e per le chiese secentesche ed ecco che  vedi con gli occhi della fantasia, ma lo vedi davvero, il cavamonti. Un uomo che si aggira fra sterili rocce terreni buoni solo a produrre timo, dove non si può coltivare nulla che si aggira saggiando quei ” cuti” con gesti misurati ma misteriosi, quasi apotropaici, e scopre una ricchezza sotto.

Oppure rievocare piccoli gesti come preparare una lampada votiva utilizzando come stoppino la corolla di un fiorellino di campo, l’olio e un bicchiere, oppure ancora riecordare piante, fiori, frutti, utensili e piccoli atti di vita.

Il tempo ci ha fatto crescere e ci ha fatto allontanare da quel mondo, ma ne sentiamo forte la nostalgia e per chi, come me in questi giorni, conta i minuti che lo separano dal ritorno, ma anche per chi, pur restando nel Salento,  si è allontanato dal mondo antico per gettarsi a capofitto nel mondo moderno, più accattivante, più scintillante, sicuramente più attraente, ma alla fine non sempre davvero appagante, potersene riappropriare, anche solo con la lettura, è meraviglioso.

Così cerchiamo le nostre radici, ma così come la memoria da riferimento orale è diventata storiografia con lo studio dei documenti e la valutazione critica delle testimonianze, anche lo sciamano moderno non può più esprimersi confidando nel suo rapporto con l’al di là.

Cretì, uomo dall’intelligenza viva, si è fatto tante domande ed ha trovato tante risposte non per magia, ma affidandosi, come un moderno sciamano, alla conoscenza e alla scienza moderna offrendole a noi.

La sua lettura è quindi un piacevole arricchimento letterario ma è anche una splendida bevanda fresca, chiara dissetante che spegne la nostra sete di saperne di più di un piccolo mondo antico.

Il Calvario di Spongano sito in contrada Santa Marina

 

Calvario di Spongano (lato nord) (ph Giuseppe Corvaglia)
Calvario di Spongano (lato nord)
(ph Giuseppe Corvaglia)

di Giuseppe Corvaglia

 

Il Calvario è un monumento presente, se non in tutti, nella gran parte dei paesi del Salento.

Il modello più comune è quello a semicupola o a edicola absidata, all’interno della quale ci sono degli affreschi che raffigurano i momenti principali della passione di Gesù, come la crocifissione, la deposizione, ma anche la preghiera nell’orto degli ulivi, la flagellazione alla colonna  o il cammino verso il Golgota.

In alcuni, come a Diso e Vignacastrisi, nella parte bassa viene raffigurato anche Gesù morto, deposto nel sepolcro; a Montesano e in altri posti viene riportata  la deposizione dalla croce. Ai lati vengono spesso raffigurati il buon ladrone e il mal ladrone.

Di forma ad edicola absidata ne troviamo molti nel circondario (Botrugno, Castiglione, Diso, Vignacastrisi, Vitigliano, Montesano, Ruffano, Montesardo, Miggiano, Tiggiano e Tricase).

Ci sono poi Calvari a edicola poligonale (come quello di Andrano), a emiciclo o a esedra curva   (come quello di Parabita) o ad esedra poligonale (come quello di Depressa), a recinto (come quello di Maglie) o, ancora, a portico, detto anche monoptero (come quello di Ortelle) o, infine, a tempietto, come quello di Spongano.

Calvario di Montesano (ph Giuseppe Corvaglia)
Calvario di Montesano
(ph Giuseppe Corvaglia)

Il monumento non è stato concepito in origine per pregare solo nella Settimana Santa, ma voleva essere un monito per tutti i giorni, finalizzato al culto pubblico per il beneficio spirituale di tutta la comunità cittadina locale.

Ricordo ancora la giaculatoria da recitare quando si passava davanti: «Gesù Crocefisso, liberatemi dalle fiamme dell’inferno e dal morire dalla morte improvvisa».

 

La Cappella di Santa Marina

A Spongano siamo abituati a definire la zona che da piazza della Repubblica porta alla stazione, come a susu Calvariu oppure a su Santa Marina; il primo riferimento è intuitivo, ma il secondo resta solo come toponimo, perché della chiesetta di Santa Marina non c’è più traccia.

Nella zona vicino al tempietto del Calvario, a Spongano, esisteva in passato un’antica cappelletta, dedicata a Santa Marina. Di questa cappelletta l’ultima vestigia è un quadro della Santa, conservato presso la nostra Chiesa Parrocchiale.

Santa Marina

La cappella, esistente già nel ‘700, fu demolita, essendo diventata fatiscente, e agli inizi del XX secolo fu costruita l’attuale cappella dedicata al Sacro Cuore di Gesù, inaugurata nel 1911.

interno della cappella (ph Antonio Chiarello)
interno della cappella (ph Antonio Chiarello)

In prossimità di questa cappella si teneva ogni anno, a luglio, una fiera con vendita  del bestiame e la celebre cuccagna, in cui si cimentavano i giovani più agili del paese, sopravvissuta fino agli anni ’50.

 

Il Calvario

Il Calvario di Spongano si distingue da tutti gli altri Calvari salentini. L’iconografia di questa opera, particolare nel suo genere, non si affida ad immagini dipinte, ma alle formelle del timpano e viene scandita dalle epigrafi lapidee nucleo del monumento.

Il monumento, che celebra la Passione di Gesù Cristo, venne costruito nel 1871, probabilmente sulla spinta delle predicazioni dei Padri Passionisti, grazie ai fondi raccolti dalla popolazione e a un contributo della Civica Amministrazione che consentì il compimento dell’opera.

Calvario a Montesano (ph Giuseppe Corvaglia)
ph Antonio Chiarello

Redasse il progetto Filippo Bacile di Castiglione che elaborò un Calvario originale.

Il valente architetto, incline alla moda dell’eclettismo, scelse un’architettura classicheggiante che rievocasse il periodo storico contemporaneo a Gesù e la simbologia della passione e morte del Redentore.

Il monumento è dato da un tempietto circolare aperto e formato da colonne, disposte in cerchio, sormontate da un timpano, sovrastato da una cupola, con lesene dove sono scolpiti simboli rievocanti episodi della Passione,.

Al centro sono posti cinque parallelepipedi sormontati da croci che, da qualunque parte le si guardi sembrano tre. Sulle facce di questi parallelepipedi ci sono delle epigrafi che raccontano la vicenda di Gesù, la cui evocazione viene completata dagli oggetti scolpiti sulle lesene del timpano. Il maestro scalpellino esecutore del lavoro fu Giuseppe Pisanelli.

 

Epigrafi

Le Epigrafi sono il nucleo del monumento.

ph Giuseppe Corvaglia
ph Giuseppe Corvaglia
ph Giuseppe Corvaglia
ph Giuseppe Corvaglia

La lapide principale è quella dedicatoria che dice: TRIUMPHALI CRUCIS VEXILLO IN CALVARIA PRIMUM EXPLICATO  SPONGANENSIUM PIETAS COLLATICIA STIPE AN. MDCCCLXXI P ( posuit) cioè “la Pietà degli Sponganesi, che raccolsero i necessari fondi per la costruzione, dedicò quest’opera nell’anno 1871 a quel trionfale vessillo che è la Croce mostrata al mondo come tale per la prima volta sul monte Calvario”.

In alto, nella parte interna, a livello del timpano, è dipinta la scritta REGNARE NESCIENS NISI IN CRUCEM REX NOSTER vale a dire “il nostro Sovrano sa regnare solo nel segno della Croce”.

Sulle restanti facce dei parallelepipedi ci sono iscrizioni che si riferiscono allo svolgersi della passione, riprendendo i cinque misteri dolorosi del Rosario.

Cupola interna e croci (ph Antonio Chiarello)
Cupola interna e croci (ph Antonio Chiarello)

La prima epigrafe, Orans sanguinem in sudorem emittit, fa riferimento alla preghiera che Gesù recita nell’orto degli ulivi quando, mentre sta  pregando, dalla fronte geme insieme sangue e sudore.

La successiva (OBOEDIT) evidenzia come il Figlio dell’uomo abbia obbedito anche di fronte alle immani sofferenze che sapeva di dover sopportare.

La seconda iscrizione (Flagellis caeditur ad columnam) fa riferimento alla flagellazione patita da Gesù per ordine di Ponzio Pilato.

La terza parla di come sia stato incoronato con una corona di spine (Spinea redimitur corona) per dileggio.

La successiva lapide mostra ancora una sola parola, DILEXIT, che vuol dire amò, perché solo chi ama fino in fondo può sottoporsi a così dura prova.

La successiva (Crucem bajulat in Calvariam) fa riferimento alla Via Crucis quando il Redentore porta sul Monte Calvario lo strumento del suo supplizio.

L’ultima (Affixus Cruci moritur) racconta l’epilogo della vicenda che vede Gesù, crocefisso, morire sul Golgota.

 

Le formelle del timpano iconografia della Passione di Cristo

Il Calvario di Spongano, come abbiamo detto, è diverso dagli altri Calvari salentini, perché non affida il racconto della Passione ad immagini dipinte, ma a epigrafi e bassorilievi, scolpiti in pietra, nelle lesene del timpano, raffigurando oggetti rievocanti episodi della Passione, come nelle croci processionali usate nei riti del Venerdì Santo.

Croce passione Spongano
ph Giuseppe Corvaglia

 

In queste formelle si possono vedere il vaso di unguenti, usato dalla Maddalena in casa di Simone per profumare anzitempo il corpo e i capelli di Gesù, la brocca e la bacinella con cui Pilato si lava le mani e le insegne del potere romano, la corona di spine, i flagelli, il pugno di ferro e la colonna dei supplizi, ma anche le lanterne e i fasci portati dai soldati andati ad arrestare Gesù nel Getsemani, e ancora la tunica tirata a sorte dai gaglioffi sotto la croce, i dadi, la lancia e la canna con la spugna, usate per dissetare e trafiggere il Crocifisso, il calice amaro della passione, il compenso e il cappio del traditore, il sudario della sepoltura e così via.

ph M. Preite
ph M. Preite

Oggi

Da tempo il Calvario compare sulle guide turistiche del paese, viene illuminato di notte e posto in bell’evidenza, ma cominciava  a mostrare le crepe del tempo che si allargavano viepiù fino a metterne in pericolo la sua stabilità e la sua conservazione.

Le formelle del timpano, su cui sono scolpiti i simboli della Passione, cominciavano a deteriorarsi, alcune per l’erosione della pietra, altre per crepe nella pietra stessa.

Un albero, che casualmente si chiama Albero di Giuda (Cercis siliquastrum), aveva esteso le sue radici fin sotto i gradini del tempietto, sollevandone  alcuni, e forse proprio questa spinta dal basso può essere stata la responsabile delle crepe.

Le stesse radici spingevano la balaustrata del lato sud verso l’esterno rendendola instabile. Dal lato est (lato verso la piazza) un possente pino sconvolgeva la balaustra e forse spingeva anche lui dal basso il tempietto e anche da nord l’inoffensivo e bellissimo skynus (o finto pepe) spingeva pericolosamente la balaustra e il tempietto, perché la roccia sotto di lui ne impediva la naturale propagazione delle radici .

ph Giuseppe Corvaglia
ph Giuseppe Corvaglia

Spongano, paese pieno di devozione e generoso, non meritava la perdita di questa importante memoria dei nostri padri, particolarmente originale e significativa.

Tuttavia non ci sono state iniziative e l’Amministrazione Comunale, non essendo proprietaria del bene, ha solo potuto tagliare e rimuovere  il maestoso pino, responsabile in gran parte della instabilità della balaustra.

Non si è neppure costituito un comitato che, come hanno fatto i nostri padri nel 1870 con la raccolta di fondi per costruirlo, potesse dar vita a una iniziativa per salvarlo.

E’ vero che quando si tratta di intervenire su un bene culturale è necessaria perizia e grande competenza, non ci si può improvvisare, e bisogna dare atto che i cittadini di Spongano, in particolare quelli di S. Marina, come si chiama la zona circostante, si sono spesi per ridare dignità al luogo come hanno potuto.

Oggi il recupero di Calvario è una realtà grazie a un progetto di don Vito Catamo, emerito parroco di Spongano, progetto auspicato anche dal compianto sindaco Luigi Zacheo e coordinato dall’attuale parroco don Donato Ruggeri i quali, d’intesa con la Soprintendenza ai beni artistici e culturali e l’Ufficio diocesano dei beni culturali, hanno contribuito a realizzare un progetto che ristabilisce la stabilità e l’integrità di un monumento tanto delicato.

Calvario oggi Preite
ph Antonio Chiarello

A compiere i lavori è stata l’impresa GEM di Marco Preite, non nuova a questo tipo di opere, avendo già ristrutturato una casa del ‘700 in via S. Leonardo e il pregiato frantoio ipogeo di Palazzo Bacile.

Così oggi il Calvario di Spongano, liberato delle insidie delle piante, ormai troppo ingombranti, e riadornato del muro perimetrale, ricostituito con il recupero della balaustra, si può ammirare nella sua nuda bellezza senza sospirare per la sua precarietà.

Ci sarà da lavorare per restaurare il tempietto e valorizzare sempre più il pregevole sito. Per quello ci auguriamo che la devozione e la generosità degli Sponganesi di oggi sappia emulare quella SPONGANENSIUM PIETAS dei loro avi, così che un domani si possa restituire il Calvario all’antica bellezza.

 

 

Bibliografia:

  1. G. Corvaglia, Il Calvario di Spongano sito in contrada S. Marina- Note di storia locale, 2003 Erreci Edizioni Maglie – Comune di Spongano
  2. http://www.comunemontesanosalentino.it/fenomeno-calvari-nel-salento

Santa Vittoria Vergine e Martire: storia di una devozione a Spongano

 

Santa Vittoria, da  http://www.comune.ficulle.tr.it/it/senza_titolo_1.html
Santa Vittoria, da
http://www.comune.ficulle.tr.it/it/senza_titolo_1.html

di Giuseppe Corvaglia

(dall’intervento del 22 dicembre 2006 ai bambini della scuola elementare di Spongano)

 

La devozione verso Santa Vittoria degli Sponganesi non è presente alle origini del paese.

E’ nel ‘600 in seguito alla Controriforma e soprattutto sotto l’influenza di Vescovi, come il vescovo di Castro Francesco Antonio De Marco che dona alla comunità una reliquia della Santa, che si cerca di far radicare il culto di Santi romani rispetto al culto di Santi di origine greca molto diffuso nel Salento per ragioni storiche e politiche.

A Spongano, a parte il culto mariano, erano oggetto di culto diversi Santi di origine greca: San Giorgio, titolare della parrocchia, Santa Marina, San Teodoro.

Nel XVII secolo viene introdotto a Spongano il culto di Santa Vittoria vergine e martire,fanciulla della nobiltà romana tesa verso una vita felice, promessa sposa ad un giovane nobile e brillante la quale si avvicina però alla buona novella cristiana grazie agli insegnamenti della cugina Anatolia. La fanciulla rinuncerà alle liete prospettive di una vita agiata e desiderabile e si donerà completamente a Cristo e alla carità verso i fratelli affrontando con fortezza e fede salda il martirio.

Gli Sponganesi provarono grande simpatia e devozione per questa giovane donna che rinuncia a una esistenza lieta, spensierata per insegnare l’amore senza paura di affrontare la morte e il 20 luglio 1766 con riunione del Capitolo parrocchiale e  un’adunanza del parlamento cittadino,  acclamano Santa Vittoria “special Protettrice e Padrona di questa terra di Spongano” ufficializzando una devozione sincera e sempre più crescente. Il parroco dell’epoca era don Crispino Bacile.

La Sacra Congregazione dei riti, sotto il papa Urbano VIII, il 21 febbraio 1767 concede di festeggiare la Santa nella seconda domenica di agosto.

La devozione è davvero sentita e così lo stesso anno il clero e il popolo chiedono il permesso di cantare il responsorio, scritto da un anonimo devoto sponganese, Salve Christi sponsa electa, un canto suggestivo giunto fino ai giorni nostri con intatta capacità di evocare intensa devozione. Il testo canta la storia e le virtù della santa giocando molto sul nome Vittoria e sul suo significato.

Negli anni successivi viene anche avanzata la richiesta di poter festeggiare la Santa anche il 23 dicembre data del suo martirio, secondo il martirologio romano, e il 3 agosto 1785 il Vescovo di Castro Agostino Gorgoni acconsente alla richiesta.

A Spongano, Santa Vittoria viene invocata contro il terremoto, la grandine, il maltempo e i fulmini. Probabilmente questo è da porre in relazione con alcuni episodi accaduti uno dei quali il 2 settembre 1779 e un altro il 13 agosto 1884 entrambe nella Chiesa Madre.

Un altro prodigio viene riferito, con aura di leggenda, durante la celebrazione per la festa patronale quando un fulmine entrò dal finestrone centrale della facciata con grande strepito, attraversò tutta la navata centrale piena di gente, come il resto della Chiesa, e andò a schiantarsi sul braccio del simulacro della Santa. Si dice che alcuni dei presenti videro il braccio della statua lignea protendersi verso la saetta quasi a proteggere la gente radunata in quel luogo sacro.

I tempi cambiano e nel 1951, in occasione del XVII centenario del martirio della Santa, il parroco dell’epoca, don Antonio Ligori, scrive un inno alla Santa in italiano con il quale si invoca la sua protezione sulle persone più deboli come i malati (la sofferente età), gli anziani (la declinante età) e su l’umanità intera. ma anche sui giovani (la giovanile età) bisognosi di sostegno e di guida. Santa Vittoria è ricordata infatti per l’opera di apostolato rivolta soprattutto ai fanciulli e ai bambini mentre era prigioniera a Trebula nell’agro romano; anche per questo la Santa è protettrice della gioventù femminile di Azione Cattolica.

Questo inno resta attuale anche se da alcuni anni è in auge un pregevole inno, composto dal Prof. Antonio Rizzello, più moderno, orecchiabile e coinvolgente ma non per questo meno autorevole.

Il testo evoca la storia della Santa e invoca la sua protezione sugli sponganesi e, nel ritornello, assume il nome, Vittoria, con il suo proprio significato. (Vittoria avrà chi crede in Te e dona a dio la sua libertà).

Come si può vedere ancora oggi la devozione verso questa Santa a Spongano non si è per nulla attenuata e non solo per la sontuosità dei festeggiamenti in suo onore, ma soprattutto per la sentita partecipazione del popolo di Spongano alle funzioni e alla affollata processione.

Pubblicato su Villaggio Salento Agosto 2007

 

RESPONSORIO IN ONORE DI SANTA VITTORIA v. m.

(anonimo sponganese  1767)

 

Salve Christi sponsa electa

Coeli sedibus invecta

Thriumphans Victoria

                                             Rit.      Deum pro nobis deprecare

                                                         Ut possimus reportare

                                                         De mundo victoria

Forti pectore expulisti

Et insaniam repressisti

In tui amore Eugenii.

                                              Rit.       Deum pro nobis deprecare……

Te fortiorem admiramur

Dum constantem contemplamur

In tormentis Decii

                                               Rit.      Deum pro nobis deprecare

Duplex hostis debellatur         

Duplex tibi preparatur

Palma in coelis gloriae.

                                              Rit.      Deum pro nobis deprecare

Gloria Patri et filio                                                         

Et Spirito Sancto

Traduzione

 

Salve, o eletta sposa di Cristo,

Vittoria,

condotta in cielo in trionfo.

                                                          Rit.      Intercedi per noi presso Dio

                                                                     affinché possiamo essere                     

                                                                     vittoriosi sulle malvagità

                                                                    e le avversità del mondo

                                                                    

Esprimesti un cuore saldo

E vincesti l’insensatezza

dell’amore per il tuo Eugenio.         

                                                                  Rit.

 Ti Ammiriamo fortemente

 e ti  contempliamo sicura

 nei tormenti  subiti per ordine di Decio

                                                                                               Rit.     

 Hai vinto un doppio nemico

 E per questo ti è stato preparata

Una duplice gloria  nei cieli.

                                                                                               Rit.    

Gloria al Padre e al Figlio

E allo Spirito Santo

                                                                                               Rit.     

 

INNO A SANTA VITTORIA NEL XVII CENTENARIO DEL MARTIRIO

                                                               (1951)

Scritto da Mons. Antonio Ligori

Musica di Padre Raffaele Letizia

Santa Vittoria Martire che il cor sacrasti a Dio

E nella fede intrepida sprezzasti il mondo rio

Salve o Vittoria Vergine; dal ciel di tua beltà

Mira con occhio tenero la giovanile età. (2 volte)

 

Il petto tuo virgineo offristi con ardore

Al duro acciar che celere ti trapassava il core;

fecondo allor spandevasi tuo fior di castità;

mira con occhio tenero la sofferente età. (2 volte)

 

Tuo nome ognor rivelasi presagio di vittoria

E col passar dei secoli assurge a nuova gloria .

I figli erranti e trepidi invocan tua pietà

Mira con occhio tenero la declinante età (2 volte)

 

Da questa terra turgida d’odio, di sangue ed onta,

guida nostr’alme misere al Ben che non tramonta;

fa che seguiamo docili le vie dell’amistà;

mira con occhio tenero tutta l’umanità. (2 volte)

 

Del dolce Cristo inebriaci Vita dell’alme e Via,

forti ci renda e impavidi la Santa Eucaristia;

Del cieco invano cercasi del Ciel la chiarità,

deh, Tu ci appresta vigile tua tenera bontà. (2 volte)

 

Spongano fedelissima dei Padri alle memorie

Nel centenar con giubilo inneggia alle tue glorie.

Tu a Cristo questo popolo tua dolce eredità

Consacra e un dì festevole Vittoria canterà (2 volte)

 

 

Inno a Santa Vittoria 

parole e musica del Prof Antonio Rizzello

Martire della fede,

O vergine Vittoria,

Cantando la tua gloria

Ci rivolgiamo a Te.

 

Tu consacrasti a Dio

Il fior degli anni tuoi

Vigila su di noi

Dall’alto della tua santità

 

Rit.      Vittoria avrà

Chi come Te

Consacra a Dio la sua libertà

Esempio Tu di fedeltà

di sacrificio e di carità.

 

Andasti al tuo martirio

Col tuo Signore in cuore

Il tuo terreno amore

Donasti al tuo Gesù.

 

L’esempio tuo risplenda

In tutti noi tuoi figli

La tua virtù consigli

A non tradire la verità.

 

Rit.      Vittoria avrà

Chi come Te

Consacra a Dio la sua libertà

Esempio Tu di fedeltà

di sacrificio e di carità.

Un libro sulla chiesa confraternale di Spongano

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di Giuseppe Corvaglia

 

Così è finalmente arrivato il nuovo libro di Filippo Giacomo Cerfeda: “Loquar ad cor eius – La chiesa confraternale dell’Immacolata di Spongano e l’omonima Confraternita”.

La passione per la storia e i documenti lo spinge sempre a farci conoscere aspetti della nostro passato che ci fanno sentire più completi e aumentano l’orgoglio di appartenere a questa comunità.

La storia serve a farci capire da dove veniamo, è la radice che ci ancora a questo mondo e che ci rende saldi nel cammino, ci rende forti quando è tempo di spiccare il volo ed è la meravigliosa sensazione che ci fa sentire a casa anche in capo al mondo. La storia dei nostri luoghi è parte fondamentale della nostra identità e dobbiamo ringraziare chi arricchisce questo patrimonio.

Questa volta, però, il lavoro di Cerfeda mi è sembrato particolarmente eccellente perché, oltre a parteciparci dei documenti nascosti in archivi polverosi, ha saputo raccontarci la vita della Congrega dell’Immacolata di Spongano dagli albori della sua esistenza fino ai giorni nostri mostrandocela come una creatura che, nonostante i 360 anni trascorsi dalla sua fondazione, è ancora vitale e pulsante, capace animare l’aspetto devozionale senza far mancare un apporto diverso alla comunità, e a far sentire viva questa vita di fratellanza al lettore.

L’autore, da archivista fine e appassionato, ci mette a disposizione tutti i documenti che ha trovato negli archivi vicini e lontani e anche in quelli smembrati (come quello della diocesi di Castro diviso fra gli archivi parrocchiali di Poggiardo, Castro, Marittima e Diso e l’archivio diocesano di Otranto), ma, da didatta, non tralascia di spiegare il senso e il succo di questi documenti.

Ne restano perciò appagati sia gli estimatori appassionati, che possono gustare i documenti per loro inaccessibili, sia i lettori comuni che vogliono conoscere la storia e il senso attuale di questa Confraternita.

Ma questo libro ha un altro pregio, quello di proporci documenti attinti a fonti diverse: dall’Archivio diocesano, che Filippo Cerfeda conosce bene, agli archivi citati, compresi quello della Confraternita e della Parrocchia. Ci propone, infatti, anche molti documenti notarili che ci spiegano meglio alcuni aspetti frequenti dei tempi andati, quando le Confraternite, oltre alla formazione spirituale e al suffragio dei morti, erano dedite anche al soccorso degli associati concedendo dei prestiti o l’uso dei terreni di loro proprietà.

Il percorso propostoci dall’Autore ci racconta l’evoluzione della confraternita che, nata come associazione devozionale, si trova ad avere a che fare anche con le leggi del mondo per cui verso la fine del 1700, quando la stessa deve essere riconosciuta dallo Stato, si chiede l’assenso del Re per la fondazione e le regole. L’ assenso verrà poi concesso il 15 marzo del 1778.

La supplica al Re è firmata da 67 cittadini, fra cui i sacerdoti della parrocchia, e ci fa vedere cognomi noti e magari anche quelli dei nostri avi.

I tempi cambieranno e altre volte la Confraternita dovrà chiedere il riconoscimento come persona giuridica sia nel 1925 sia nel 1992.

Un altro segno dei tempi che cambiano sarà nel 1820 l’approvazione di una regola, per una Fratellanza inizialmente solo maschile, che consenta di associare anche le donne, ancora oggi una importante parte dell’associazione. Tale disposizione verrà attuata da un decreto del Re del 1830.

Interessante poi l’excursus sulle diverse confraternite laiche della storia di Spongano che, rispetto a precedenti lavori, appare più completo, perché Cerfeda riesce a fare il punto della situazione, integrandolo con altre notizie, come per la Confraternita del Rosario che a un certo punto cessa di esistere, per cui il patronato dell’altare della Madonna del Rosario, restando la devozione, diventa di patronato popolare.

C’è da dire, come riconosce l’autore stesso e sa bene chiunque abbia cercato di interessarsi della materia, che soprattutto le nostre comunità, che facevano parte della diocesi di Castro, hanno patito una dispersione documentaria che per certi aspetti non ha favorito una ricerca mirata e puntuale; questo ha reso ancora più prezioso il lavoro e lo sforzo dell’autore.

Un aspetto, per me, molto interessane e allo stesso tempo sconosciuto è stato la scoperta di aggregazioni con altre confraternite che erano una forma di solidarietà fra confraternite che si scambiavano i suffragi per i propri confratelli defunti. Infatti in base a veri e propri accordi, la Confraternita di un paese ricordava nelle messe di suffragio anche i defunti di altre Fratellanze le quali, a loro volta, ricordavano i defunti di quella confraternita nelle messe di suffragio per i propri morti. Cerfeda ci mostra alcune di queste lettere che rammentano al priore in carica gli accordi chiamati anche alleanze, per meglio rendere l’idea.

Molto interessanti sono le notizie sul culto della Madonna Immacolata. A differenza del culto di Santa Vittoria, il culto mariano, e in particolare dell’Immacolata, lo troviamo già alle origini della comunità. Cerfeda ci ricorda che già nella vecchia chiesa parrocchiale c’era un altare dedicato e che il decreto di fondazione della confraternita intitolata a Maria Immacolata risale al 1653.

Altre notizie ci vengono date sulla cappella vera e propria, dalla sua origine alla sua riedificazione dopo dei danni prodotti verso la metà del 1700 da eventi atmosferici. Dai documenti non si evince chi sia stato il costruttore né colui che l’abbia riedificata, ma Cerfeda fa un lavoro di “investigazione”, riuscendo a formulare un’ipotesi sicuramente attendibile che riferisce alla famiglia Gambino sia l’iniziativa sia proprio la maestranza per la ricostruzione dell’opera.

Anche il capitolo degli arredi ci fa scoprire cose nuove ed inaspettate come il Calvario mobile dipinto da Alessandro Bortone e che speriamo non sia andato perduto.

Altro capitolo curato dall’autore è quello dei privilegi e delle concessioni dove cita e riproduce brevi e documenti papali che definiscono tali privilegi soprattutto nei giorni di festa per la Madre di Dio e per gli altri compatroni della confraternita: San Raffaele Arcangelo e San Luigi Gonzaga, le cui effigi troviamo ai lati del dipinto dell’Immacolata.

Bella poi la spiegazione dell’epigrafe posta sopra lo stesso dipinto che l’Autore utilizza in parte per il titolo di questo libro. Da esperto epigrafista non gli basta tradurre dal latino, ma ci propone alcune spiegazioni esegetiche davvero molto belle e ci fa capire quale poteva essere l’intento dei padri che l’avevano scelta come monito per tutti.

Penso che la spiegazione di Sant’Alfonso Maria de Liguori sia quella più appropriata, perché la preghiera è comunitaria, come quella della confraternita, ma è anche raccoglimento e meditazione di chi si porta in un luogo isolato e cerca un dialogo con Dio che parla al suo cuore.

Altre interessanti notizie Cerfeda ce la dà riguardo ai censi bullari e ai canoni: i primi erano prestiti erogati dalla Fratellanza e regolati da bolle pontificali che evitavano interessi da usura e che diventavano una risorsa specie per i confratelli meno abbienti e più esposti, i canoni erano gli affitti delle proprietà terriere, anche loro a prezzo agevolato.

Entrambe erano una cosa molto seria tanto che per stipularli era necessario un atto notarile e  proprio da questi atti, proposti dall’autore e ritrovati in archivi privati, come quello di casa Bacile, assumiamo tanti particolari che ci danno uno spaccato della vita di quei tempi.

E’ però degna di nota tutta la parte documentale che è apprezzata, per lo più, dagli addetti ai lavori. Qui diventa una lettura molto interessante specie nella parte che ci fa conoscere le regole  sia quelle della prima concessione reale del 1778 sia quelle della seconda concessione, fatta dopo la riforma del diritto canonico del 1925.

Sono regole interessanti da leggere e attualissime  per chi voglia chiamarsi cristiano e devoto ma anche per chi si vuole chiamare persona civile. Gli articoli XIII (Procurino li Fratelli amarsino l’un l’altro nel Signore ed esser fra loro uniti con sincera carità dando buon esempio a tutti con la buona vita e costumi ) e XIV (tutti fuggano con ogni diligenza le mali compagnie, l’ubriachezze, le bestemmie, le mormorazioni ed altri motivi di parole impertinenti e scandalose, schiferanno i giuochi di carte e dadi, e massimamente li luoghi dove si esercitano … e si fanno altre dissolutezze ed eccesso, giocando però per qualche loro onesta ricreazione lo faccino a giuochi leciti e con pochi denari) sono davvero illuminanti, ma anche gli altri non sono da meno.

Possiamo definire questo libro un lavoro bello, edificante e istruttivo, voluto tenacemente dal Priore e da tutti i confratelli che, a vario titolo, hanno contribuito alla sua realizzazione.

Investire, specie oggi, è difficile in tutti i campi, ma farlo nella storia e nella conoscenza è un investimento che non dà apparentemente frutti tangibili immediati, ma che arricchisce l’uomo di oggi e le generazioni future.

Un plauso va anche all’avvocato Paola Vilei per la nota sullo stato giuridico delle confraternite di oggi, semplice, ma molto puntuale ed esplicativa.

La lettura del libro è stata molto gradevole; mi hanno portato a leggerlo, sicuramente, la mia passione per la storia patria e l’attrattiva che da sempre hanno su di me i lavori di Filippo Giacomo Cerfeda, ma forse ha molto contribuito la nostalgia di un chierichetto che serviva messa alla Congrega col suo amico Luigino e si guadagnava un soldino dal priore. Che si confessava al volo prima di entrare per la messa con quel gran sacerdote, innamorato perso della Madre di Dio, che era Don Vittorio Corvaglia, che ti assolveva se volevi comunicarti dicendo:< Che peccati puoi aver fatto?> E aveva ragione: che peccati si possono fare a 10-12 anni?

Nostalgia allora , ma anche sana curiosità, direi anche soddisfatta pienamente, su una delle Istituzioni di Spongano.

Attenti a wikipedia: quando è scritta con i piedi aprite gli occhi

panare

di Giuseppe Corvaglia

Wikipedia è una grande risorsa e il concetto che esprime di raccogliere più informazioni con una serie di informatori diffusi nel mondo per metterle a disposizione di tutti è rivoluzionario e altamente democratico, ma talvolta vengono scritte delle inesattezze quando non proprio delle baggianate.

C’è chi riesce ad accorgersene e a porre rimedio ma chi non si rende conto o non sa? Continuerà a perseverare nell’errore.

Mentre cercavo delle notizie su Santa Vittoria, protettrice del mio paese natio, ho letto che venivano fornite notizie sul culto di Santa Vittoria a Spongano. La cosa mi ha lusingato ma dopo averlo letto sono rimasto di stucco e poi mi sono indignato non poco.

Il testo diceva così: A Spongano la festa viene celebrata il 23 dicembre: in paese si mette in scena una rappresentazione e recita della storia della santa e si perpetua il rito della bruciatura delle panare (le foglie dell’albero della palma). La patrona si festeggia anche durante la stagione estiva, con la festa del paese dell’8 agosto in onore dei turisti.

Ora è vero che la festa patronale è la festa più importante , la festa in cui anche i paesani emigrati ritornano, la festa in cui si ritrova la comunità ma è sempre in onore della Santa. Si possono fare sagre della granita, della cunserva mara, della pirilla, dell’addio e dell’accoglienza in onore dei turisti ma la festa patronale è un’altra cosa.

Ma vediamo le inesattezze riportate.

Il 23 dicembre intanto non si mette in scena alcuna rappresentazione e recita. Negli anni passati la rappresentazione sulla passio della Santa  venivano fatta occasionalmente in estate per la festa grande ma mai a dicembre. E si perché la festa principale a Spongano è quella dell’estate dal 1767 altro che festa fatta in onore dei turisti.  Fu la Sacra Congregazione dei Riti, sotto il Papa Urbano VIII, il 21 febbraio 1767 che concesse di festeggiare la Santa nella seconda domenica di agosto festa che poi nei secoli si è stabilizzata all’8 di agosto quindi molto prima dell’avvento dei turisti.

Solo più di un secolo dopo la Cittadinanza chiese di festeggiare la Patrona il 23 dicembre perché la data della sua memoria indicata dal Martirologio cristiano   era appunto il 23 dicembre e nel 1785 l’arcivescovo di Castro Agostino Gorgoni acconsentirà a tale richiesta.

Sulle Panare poi le informazioni rasentano l’assurdo. Le panare sono cesti, grandi panieri che al posto di avere un unico manico che va da un bordo all’altro, hanno due manici sul bordo per prendere la stessa quando è piena e pesante in due.

Per cui le Panare non sono fatte di palme. Tutti i cesti e tutti panieri vengono fatti di giunchi o di canne.

Le palme nelle Panare di Spongano c’entrano come ornamento al pari di festoni di carta, di edera, di bandierine, di aranci e mandarini etc. etc.

Come farebbero le foglie di palme a sorreggere il peso della sansa che riempie le Panare?

Insomma un pasticcio che mette a nudo un problema  vero: l’affidabilità di uno strumento preziosissimo per tutti noi.

Da qualche giorno con la collaborazione di Antonio Andrea Pedone abbiamo corretto le informazioni così: Spongano la festa principale  viene celebrata l’8 agosto in ricordo di fatti prodigiosi avvenuti a Spongano (uno di questi accaduto proprio nella chiesa madre il 2 settembre 1779). Qui era invocata contro il terremoto, la grandine, il maltempo e i fulmini. La Sacra Congregazione dei Riti, sotto il Papa Urbano VIII, il 21 febbraio 1767 aveva già concesso di festeggiare la Santa nella seconda domenica di agosto. [3] [4]. il 23 dicembre: (……Negli anni successivi viene anche avanzata la richiesta di poter festeggiare la Santa anche il 23 dicembre data indicata dal martirologio cristiano, e il 3 agosto 1785 il Vescovo di Castro Agostino Gorgoni acconsentì a tale richiesta).

Alla vigilia, il 22 dicembre, si svolge una festa detta delle Panare (ceste di canna e virgulti di ulivo riempite di sansa e addobbate con palme, edera ed altri abbellimenti combustibili) che nasce come festa dei frantoi e non ha un riferimento con la patrona anche se sulla gran parte delle panare viene posto un ritratto della stessa [1][2].

 

Ora a questo errore è stato posto rimedio ma sarebbe opportuno che tutti noi, specie le nuove generazioni qualche volta allergiche a ricerche più approfondite e talvolta inclini alla comodità, e wikipedia è comoda, si faccia attenzione e anche che i volontari appassionati che sono preparati sorveglino e che chi non è informato o preparato eviti di scrivere commenti senza fondamento e senza costrutto.

La devozione per la Madonna di Lourdes a Spongano

 Madonna (1)

di Giuseppe Corvaglia

La devozione mariana a Spongano cambia nel tempo aspetti ma resta una costante dell’impianto devozionale, un pilastro per la fede degli Sponganesi come ci ricorda Filippo Casarano in un articolo pubblicato sul giornale del Comune qualche anno fa (Il culto della Madonna – Note di storia locale. Spongano periodico dell’Amministrazione Comunale – Anno V 25 aprile 2001).

Il patronato di Spongano viene chiesto per Santa Vittoria nel 1766 e non è stato mai richiesto per la Madre di Dio, ma è evidente una grande devozione per essa.

Intanto ce lo testimonia già agli albori del paese la presenza di una chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie, che ospita una confraternita dedicata alla Madonna Immacolata, e la devozione per la Madonna del Buon Consiglio (festeggiata nei tempi andati il 26 aprile).

Alla Vergine con questo titolo, che ricorda il miracolo di Genazzano, in chiesa è dedicato un altare e si può vedere la statua processionale conservata sopra la porta della sacrestia. In paese, poi, non è raro trovare testimonianze di devozione popolare, come le edicole poste all’angolo fra via S. Leonardo e via Fulvio Bacile e via S. Angelo e via Montegrappa.

Ma verso la fine del 1800 un nuovo impulso viene dato da monsignor Gaetano Bacile dei Baroni di Castiglione, ancora giovane parroco del paesino natale, che, dopo un pellegrinaggio a Lourdes, viene affascinato dagli eventi che ivi sono accaduti e che hanno sconvolto il mondo intero, non solo religioso.

Il mondo è cambiato. Il Positivismo e la scienza vagliano con attenzione gli eventi miracolosi e anche la Chiesa deve mostrare cautela. Ma di fronte a quella contadinella ignorante che parla di una Signora che prega insieme a lei con il Rosario e che si definisce Immacolata Concezione non si riesce ad archiviare tutto come allucinazione, visione o frottola.

Poi ci sono i miracoli che mettono in crisi anche i medici e gli scienziati più laici, quando non atei.

In questa temperie il giovane parroco di Spongano sente che la devozione alla Madonna di Lourdes è la modalità più bella per incanalare la sincera, filiale devozione degli Sponganesi per la Madre celeste.

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Così mette in campo entusiasmo, fede, estro creativo, cultura e conoscenza e progetta un percorso che vede ancora gli Sponganesi in cammino.

Il progetto prevede l’acquisto di una statua, la costruzione di un santuario e l’elaborazione di uno strumento per elevare lo spirito come un libretto di preghiere.

La statua viene commissionata nel 1876 allo scultore napoletano Reccio che a maggio di quell’anno la ultima e la fa arrivare a Spongano. In  seguito la pregevole opera verrà allocata in una nicchia sopra l’altare del cappellone decorata come se fosse la grotta di Massabielle.

Anche il santuario vedrà la luce con la costruzione del cappellone posto a sud e inaugurato dallo stesso monsignor Bacile, diventato Vescovo di Castellaneta, nel 1884.

L’altro punto il curato lo realizza sempre nel 1876 prestissimo stampando un libretto di preghiere a lei dedicato, che contiene anche un Inno che ancora oggi viene cantato solennemente dalle Figlie di Maria (associazione di preghiera) durante il momento topico della festa religiosa.

 

L’inno

L’inno “Orsù dunque festosi e giulivi” penso che abbia suggestionato e continui a suggestionare gli sponganesi di tutte le età. Viene cantato durante la processione della vigilia quando la statua giunge in piazza Vittoria, dove si ferma la processione.

E’ un omaggio alla Madonna ma anche un modo di affidarsi a Lei come madre ed assume lo stesso significato che in altri paesi ha la consegna delle chiavi della città.

La voce di tutta la comunità è quella delle giovani Figlie di Maria, che per l’occasione si vestono con gonna blu, camicetta bianca e foulard azzurro.

Ma a rendere particolarmente solenne il momento è la strumentazione per banda che accompagna l’inno sacro. La banda prova al mattino con le Figlie di Maria e, quando si arriva in piazza ci si ferma, ci si dispone e poi si attacca. Dopo un’introduzione solenne parte il coro di giovani donne che viene accompagnato dalla musica e, davvero, sembra sgorgare dal cuore.

L’inno comincia con un’esortazione a venerare la Diva di Lourdes decantandone i miracoli fatti ma, soprattutto, esaltandone i pregi del suo amore verso di noi.

Ella infatti per le tribolazioni (plaghe) del genere umano (dei fidi Adamiti, figli di Adamo) fornisce un rimedio meraviglioso (dolce medela): quello di manifestarsi e dire agli uomini che Lei è con loro e che le loro preghiere possono essere ascoltate.

Così Monsignor Bacile cerca di sbalordirci come lo è Bernadette al momento dell’apparizione.

Dice: squarcia il monte e se  stessa rivela a Bernarda dal candido cor.

In realtà la roccia non si apre, la grotta di Massabielle esiste già e Bernadette non sente rumori ma solo un soffio di vento. Ma quella Signora luminosa (dal suo volto raggiante fulgor), vestita di bianco con una fascia azzurra (ceruleo color) in vita, che ha fra le mani un rosario e sui piedi due rose dorate è più eclatante di un tuono, più roboante di un terremoto per quella semplice fanciulla.

Il ritornello è un’accorata preghiera ad accogliere il devoto omaggio della popolazione che viene esaltato dagli ottoni e dalle percussioni, così da diventare un grido liberatorio che si alza in cielo e si chiude con il punto coronato della banda.

E’ questo l’acme della festa, il momento principale che corona le preghiere, la processione, i fuochi, le luminarie, la banda. Senza questo momento di affidamento la festa non sarebbe la festa de la Madonna.

Questo momento negli anni è stato preparato molto spesso dal Prof. Antonio Rizzello, maestro di rango, che sa sempre guidare le giovani voci coordinandole con i musicanti che, da professionisti, ogni anno con poche prove riescono ad offrire un momento davvero emozionante e unico.

 

Orsù dunque festosi e giulivi

La gran Diva di Lurd veneriamo

I prodigi di lei ricordiamo

E i suoi pegni più cari d’amor.

Alle piaghe dei fidi Adamiti

Ella appresta una dolce medela;

squarcia il monte se stessa rivela

a Bernarda dal candido cuor.

                    Ritornello : O Vergin di Lurd

                              Regina d’amor

                              Accogli l’omaggio

sincero del cuor!

 

Questa ascolta e guardando sorpresa

La rimira di neve vestita,

ampia zona le cinge la vita

di un vivace ceruleo color.

Un Rosario la Diva ha fra le mani

Ai suoi piedi germoglian le rose

E rivela le grazie nascose

Dal suo volto raggiante fulgor.

                    Ritornello : O Vergin di Lurd

                              Regina d’amor

                              Accogli l’omaggio

                              sincero del cuor!

 

Per ascoltarlo in una esecuzione pubblica diretta dal Prof. Antonio Rizzello

Le Cacàgnule di Spongano

cacagnule

Le prime elezioni amministrative dell’Italia repubblicana a Spongano attraverso alcuni componimenti in vernacolo

di Giuseppe Corvaglia

 

Spongano, come altri paesini, vede periodicamente comparire mediante affissione, volantinaggio, corrispondenza o altre forme di pubblicazione, componimenti anonimi in dialetto o in italiano simili alle “Pasquinate” ma dette qui “Cacagnule”* da una serie di tali componimenti uscita negli anni ’80. Essi erano e sono ispirati a fatti politici o di costume d’interesse prettamente locale, esprimono opinioni personali o denunce e sogliono uscire, per lo più in concomitanza con elezioni amministrative comunali.

Ve ne proponiamo alcuni usciti nel 1946 in occasione delle prime elezioni amministrative della Repubblica scelti sia per la finezza e l’arguzia di qualcuno di essi sia per cercare, attraverso i medesimi, di comprendere il clima di quell’epoca.

 

Terminata la seconda guerra mondiale si rese necessario un ricambio della classe dirigente.

Si respirava un’aria nuova e con essa s’intravedeva anche la possibilità di operare dei cambiamenti nella società. Strumenti per fare ciò erano il suffragio universale (con il diritto di voto esteso, per la prima volta, anche alle donne, istituito dalla Consulta nel febbraio 1946) e la libertà di votare per più liste fino a quel momento soffocata dal fascismo.

Molti rappresentanti di spicco delle diverse classi sociali ritennero importante scendere in campo sia per contribuire  direttamente   alle scelte che avrebbero portato al rinnovamento della nazione sia perché, finalmente, si poteva operare nell’ambito della cosa pubblica senza compromettersi con un regime che aveva mostrato a pieno la sua faccia crudele e opprimente.

Bisognava voltare pagina.

Come dice F. Barbagallo nel suo libro “Dal 43 al 48- La formazione dell’Italia democratica” “… C’era da ricostruire uno Stato e una società e prima ancora bisognava ridefinire i fondamenti etici e culturali della convivenza civile, della comunità nazionale.  Un tale processo, come tutte le vicende storiche, non si sviluppa in asettici laboratori o in isolati circoli intellettuali; ma si svolge sul terreno aspro del confronto e del contrasto fra i diversi ideali, progetti, interessi, speranze. E’ questo un periodo molto ricco proprio perché fondativo di un nuovo ordinamento politico e sociale preparatorio di rinnovati valori morali, espressioni e comportamenti culturali.”

Anche Spongano divenne laboratorio e molti cittadini si sentirono di dover partecipare a quest’atto costitutivo della società e dello Stato che andavano rinnovandosi.

Le elezioni che si svolsero nella primavera del 1946, nonostante in molte città si sarebbe votato in autunno, furono importanti per verificare l’effettiva rappresentatività dei partiti politici che fino a quel momento erano stati rappresentati pariteticamente nel Comitato di Liberazione Nazionale oppure erano restati fuori dal governo come il Partito Repubblicano e il Partito dell’uomo qualunque.

Nel   marzo   del   1946 si tennero   a   Spongano  le prime   elezioni   del dopoguerra.

Così come in tutta Italia, anche a Spongano si presentò la Democrazia Cristiana proponendosi quale alternativa popolare sia alle destre sia alle sinistre, ma non fu considerata con grande benevolenza dalla ricca borghesia e dall’aristocrazia che a Spongano, durante il ventennio fascista, aveva espresso la classe dirigente.

Si può dire, tuttavia, che non faticò a raccogliere consensi grazie all’appoggio della Chiesa che si rese concreto in una propaganda capillare e di sicuro effetto su gran parte della popolazione. Oltre all’opera diretta del Clero fu importantissima l’attività dell’Azione Cattolica.

Non si trattava ancora della campagna anticomunista messa in atto nel 1948 quanto piuttosto di una propaganda volta a conseguire un obiettivo comune con le sinistre che era quello di evitare che i fascisti riprendessero le leve del potere, magari riciclandosi. Già si cominciava a intravedere quello che diventò poi il motivo ricorrente della propaganda democristiana caratterizzata da antifascismo e da anticomunismo e che utilizzerà a scopi elettorali immagini terrificanti e vistosamente esagerate.

Non si presentò a Spongano nella tornata elettorale del 1946 una lista di sinistra così come non furono aperte sezioni del PCI o del PSIUP. C’era qualche elettore o qualche giovane che faceva propaganda ma senza effetti significativi.

A Spongano la DC nello scegliere i candidati evitò accuratamente e, direi scientificamente, rappresentanti dei grandi proprietari terrieri. L’unico di questi a figurare nella lista,  Pantaleo Alemanno detto Terno,  non era sicuramente tra i più rappresentativi della classe.

Nella stessa lista si candidarono pure l’insegnante Antonio Alemanno, fra l’altro il più votato con 765 voti, Salvatore Monti, che nel 1949 diventerà Sindaco dopo la morte di Pantaleo Alemanno, Donato Montagna, piccolo commerciante che era  considerato all’epoca per essere stato, con successo, più volte priore della festa di S.Antonio, o Luigi Spagnolo detto Scicchi, uomo molto stimato fra la gente  e gestore di un negozio di generi alimentari che di sera diventava luogo di ritrovo, e poi ancora artigiani, commercianti e contadini. In questo modo la DC si presentò come il partito del popolo, quello che voleva e poteva contrastare il potere della classe padronale.

E’ difficile, per qualcuno, pensare alla DC come partito popolare specie per chi ha conosciuto la stessa come partito di potere e di governo tuttavia in quell’occasione la popolazione sponganese, al di là della pressione clericale che pure era notevole, in mancanza d’altri partiti d’estrazione popolare, ritenne la D.C. uno dei partiti più affidabili per la tutela dei propri interessi.

All’epoca, infatti, i grandi possidenti e in particolare i baroni Bacile di Castiglione decidevano tutto: dal prezzo delle derrate alla paga giornaliera dei braccianti e grande era il desiderio che ci fossero regole giuste applicabili a prescindere dalla volontà dei padroni. Non è che la popolazione fosse propriamente oppressa da tutta la classe padronale  anzi  bisogna dire che,  nel complesso,  ad essa derivavano buoni vantaggi dal fatto che, oltre a un grande proprietario terriero, a Spongano ce ne fossero anche altri sebbene non tutti campioni di correttezza. In quegli anni, infatti, la manovalanza per il lavoro nei campi poteva essere reclutata a Spongano anche per lavori nei feudi degli altri paesi e questo faceva sì che la maggior parte degli sponganesi avesse di che lavorare.

Ancora oggi, poi, si tramanda generalmente un buon ricordo della famiglia Bacile in special modo di Domenico, don Mimmi, e della moglie, donna Johanna Grossmayer, donn’Hansa,  che in tempi veramente difficili seppero aiutare alla bisogna i più poveri. Per non parlare poi di Filippo uomo poliedrico che, oltre a studiare metodi per il rimodernamento della produzione dell’olio, prestò la sua opera indefessa perché Spongano avesse il privilegio di fruire della ferrovia e, ancora, di altri membri della famiglia da Monsignor Gaetano fino a Fabio ai nostri giorni.

Ma al di là delle simpatie e del dovuto rispetto, c’era una voglia di libertà, di affrancarsi, di camminare da soli soprattutto dopo esperienze tragiche, dolorose e devastanti come la guerra e la dittatura.

Alla D.C. si opposero tre liste: una di ex combattenti e reduci di guerra, spesso nostalgici del vecchio regime, una lista civica guidata da Donato Stasi, di ispirazione conservatrice, rappresentata da un orologio e un’altra lista contrassegnata da una spiga di grano guidata da Giovanni Bacile.

Fu questa lista la vera antagonista della D.C. e raccolse gli esponenti della borghesia e della nobiltà sponganese nonché altre persone di popolo che, contrarie all’avvento della sinistra o di un partito controllato dalla Chiesa, vedevano un rischio e un pericolo di asservimento ancora più grande che quello creato dal manganello e dall’olio di ricino nell’opera di persuasione svolta dal parroco e da persone a lui vicine. E’ illuminante al proposito un frammento  raccolto   oralmente   dall’autore  nel  quale  “Chicco”    personaggio protagonista di alcune pasquinate, dice, rivolgendosi alla propria moglie (Carmela detta ‘Mmela): – “Quannu Cristu morse an Croce \ certu, ‘Mmela, no pinzava \ ca nu giurnu qualche boia\ su ‘ddhra Croce speculava“.-

Di questa lista facevano parte oltre a Giovanni Bacile, padre del barone Fabio, Antonio Rizzelli, altro proprietario terriero e dello stabilimento di trasformazione della sansa, Luigi Marsella già segretario comunale nonché persona colta ed esperta di leggi, regolamenti e dei fatti sponganesi e l’ingegnere Giuseppe Alemanno. Simpatizzava per questa lista tra gli altri Gino Stasi gentiluomo colto di cui si tramanda l’arguzia.

Il verdetto delle urne premierà la Democrazia Cristiana e Pantaleo Alemanno sarà eletto Sindaco.

L’andamento delle elezioni sarà condizionato non solo dal grande attivismo dell’Azione Cattolica e della Chiesa ma anche da una certa sicurezza di tenere la situazione sotto controllo che la lista della Spiga aveva ma che poi alla resa dei conti non si rivelò così sicura.

In questo lavoro vi presentiamo due dei tanti componimenti usciti in quell’occasione, che per la maggior parte sono andati perduti e di cui si ricorda qualche frammento tramandato oralmente. E’ probabile che questi due si siano salvati perché, stampati in tipografia, abbiano avuto una diffusione maggiore mentre gli altri , passati “brevi manu” oppure affissi, sono probabilmente andati perduti o, come dicevo, sopravvissuti in frammenti tramandati oralmente.

Non si conoscono gli autori di questi componimenti; sono state fatte ipotesi e girano voci di popolo ma niente di preciso non essendo gli stessi firmati se non con pseudonimi. E’ però evidente la parte politica per cui essi tengono.

Infatti se “Pe le elezioni te lu 46” è evidentemente pro D.C. “La ‘Mmela e lu cumpare Arciprete “ prende invece le parti della lista della Spiga e, per celia ma anche per simpatia, di quella dei reduci.

Proprio quest’ultimo componimento è interessante per la forma che l’autore sceglie, oserei dire “sceneggiata”.

Questi, infatti, non proclama le sue idee e i suoi programmi ma li mette in bocca a un’ingenua popolana che spiega all’autorità religiosa le sue convinzioni, poche in vero, e quelle del marito Chicco. Questi sostiene che la spiga è un tesoro per tutti e le tre spade sono quelle che hanno difeso la patria dai nemici ma l’orologio è tutto scombinato e fa le sei e mezza (prima di vedere i simboli delle liste pensavo che fosse un modo per ironizzare visto il palese doppio senso invece le lancette raffigurano proprio quell’ora .N.d’A.) mentre la Croce sul simbolo della D.C. è stata inventata solo per mettere zizzania.

Quindi dice che in Paradiso certamente non si sarebbero intristiti qualora Pantaleo Alemanno su questa terra non fosse diventato Sindaco di Spongano; d’altra parte il Padreterno non sarebbe stato così ingenuo da scambiare un fattore per angioletto oppure da far entrare in Paradiso un proprietario di mulino. Anzi, se avesse potuto, avrebbe preso tutti a colpi di ramazza e per primo proprio l’Arciprete.

La ‘Mmela continua poi spiegando come la D.C. pensi di mantenere la tassa sulla famiglia o in ogni caso di sobbarcare gli altri di tasse. Alla fine inviterà l’Arciprete a interessarsi delle cose di Chiesa e, provocatoriamente, a votare per la Spiga o per l’Elmetto. Non c’è solo un intento provocatorio in quest’invito ma c’è, come dicevo la sicurezza di poter governare gli eventi, di poter contare sulla gran parte dei cittadini tanto da tollerare anche  che alcuni voti, che col senno di poi avrebbero potuto essere importanti, verso un’altra lista.

Il secondo componimento è meno teatrale e si presenta sotto forma di proclama. Colpisce l’uso di un dialetto che sembrerebbe più vicino al dialetto della zona limitrofa a Maglie (…nu spettati n’addhra fiata… -… ma de l’addhri ci fattore…) rispetto all’altro componimento che sfoggia un dialetto sponganese più puro.

Qui il primo lapidario commento è per la lista di Stasi che l’autore dice, ironicamente, di ammirare. Poi l’autore parla della lista dei reduci che però accusa di non essere quegli eroi che dicono di essere. Molti infatti, secondo l’autore erano rimasti imboscati al paese oppure avevano disertato.

Non erano perciò molto simpatici a chi la guerra l’aveva fatta sul serio oppure vi aveva perso una persona cara. L’accusa può sembrare legittima ma va ricordato che proprio nell’ultima parte della seconda guerra mondiale disertare spesso significava salvarsi la vita ed evitare i campi di concentramento.

Quindi si passa alla vera controparte: la lista  della Spiga.

L’autore dice che alcuni dei candidati di questa lista non sono affidabili essendo incapaci di sbrigare i propri affari personali o essendo troppo impegnati per interessarsi delle faccende pubbliche. Poi accusa questa lista di voler caricare la povera gente di tasse grazie alla machiavellica abilità di Luigi Marsella e di utilizzare un membro della famiglia Bacile, influente e ben voluta, come espediente per gabbare la povera gente.

Il tema delle tasse è sollevato da tutte le fazioni ed usato come spauracchio per screditare l’avversario in realtà tutti sono coscienti che l’imposizione di pesanti tributi, considerata la disastrata situazione del paese, sarà una dolorosa necessità.

Proprio per questo non si può fare a meno di notare la “faccia tosta” dell’autore che evidenzia le cattive intenzioni della lista antagonista ma subito dopo si affretta a dire che i candidati della D.C. non sono tutti stinchi di santo e che se pure avessero dovuto sbagliare non ci sarebbe stato di che preoccuparsi perché Dio avrebbe visto e provveduto.

Non ci è dato sapere se il Padreterno abbia provveduto alla D.C. sicuramente il responso delle urne, qui come in tutta Italia, aiutò De Gasperi a rafforzare la sua leadership e quella della D.C. per le elezioni politiche che si sarebbero tenute di lì a poco e a Spongano la Democrazia Cristiana governò fino al 1964, grazie sempre alla provvidenza del Padreterno.

 

* Le Cacagnule propriamente dette escono intorno a Pasqua dell’82 e prendono il via da un concorso per applicato per il Comune. A seguire, però toccheranno diversi argomenti. Esse sono la reazione ad un’amministrazione che aveva lottato alacremente per vincere su una lista civica guidata da Fernando Erriquez in auge per 15 anni criticato per una gestione clientelare e poco ortodossa, e  rappresentano una certa insofferenza verso chi si era proposto come giusto e incorruttibile e su un concorso mostrava i vecchi metodi clientelari e spartitori.

Il Sansificio di Spongano

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 di Giuseppe Corvaglia

 

Nel 1926 l’ingegnere Francesco Rizzelli impiantò a Spongano un opificio per l’estrazione dell’olio dalla sansa, residuo solido della molitura delle olive.

L’impianto raccoglieva la sansa dei frantoi vicini e, all’inizio, estraeva un olio di scarsa qualità, avendo circa il 40% di acidità, che veniva utilizzato come combustibile (olio lampante) o come substrato nei saponifici.

La ragione di questa scarsa qualità era legata alla tecnologia e in particolare al solvente usato, la trielina. Con il tempo, utilizzando il benzene come solvente, si ottenne un olio migliore, con una acidità ridotta al 15%. Quest’olio veniva acquistato da alcune industrie del nord, fra cui la Costa di Genova e un’altra grande azienda di Firenze (forse la Carapelli), dove veniva ulteriormente raffinato per uso alimentare e immesso sul mercato.

L’attività dell’impianto, durata per circa cinquant’anni, fu anche funestata da diversi incidenti in uno dei quali, il 24 novembre 1927, lo stesso fondatore, l’ingegnere Francesco Rizzelli, perse la vita carbonizzato in un incendio. L’opera fu continuata dal fratello, l’ingegnere Raffaele, che apportò anche importanti modifiche tecnologiche tali da consentire di prolungare per tutto l’anno il ciclo produttivo, prima riservato alla sola stagione olivicola.

Una delle innovazioni più importanti fu il progetto di un grande silos dove la sansa veniva stipata dopo l’essiccazione, consentendo un ridotto utilizzo del solvente ed una maggiore resa in termini di qualità e di quantità.

deposito di sansa nel sansificio di Spongano
deposito di sansa nel sansificio di Spongano

La sansa, proveniente dai frantoi che adottavano la spremitura a freddo delle olive, veniva accumulata in un’area dell’opificio e prelevata da un sistema di secchielli per essere poi convogliata nell’essiccatore. Da qui, asciutta e priva di impurità, poteva essere depositata nel silos o versata direttamente nell’estrattore, dove veniva riscaldata a temperature elevate (circa 100°) e quindi sottoposta a vaporizzazione di solvente (benzene), ottenendo finalmente il prodotto da distillare.

Nello stabilimento erano collocati tre estrattori, ognuno dei quali poteva trattare quarantacinque quintali di sansa, in un ciclo lavorativo di circa sette ore, che richiedeva quasi sette litri di benzene. Una maggiore umidità avrebbe fatto aumentare la quantità di solvente necessario per il procedimento, per questo l’efficienza produttiva era maggiore con la sansa essiccata e depurata.

L’olio ottenuto con tale procedimento veniva poi distillato, con una resa finale di circa sette quintali rispetto ai quarantacinque  di sansa, pari dunque a circa il 13%.

Il residuo della lavorazione, la sansa esausta, veniva riutilizzato come combustibile sia per le caldaie e i fornelli degli essiccatoi dello stesso stabilimento, sia per altri scopi, fra tutti l’utilizzo nelle carcare di Taurisano, fornaci dove venivano cotte zolle di pietre calcaree per ottenere la calce. A Spongano, ma anche in altri comuni del Salento, la sansa veniva usata anche per rendere più morbido il fondo dei campi da calcio in terra battuta.

Traini

Negli anni Ottanta lo stabilimento fu dismesso, in parte per il rischio dovuto all’uso di grandi quantità di solventi portati ad elevate temperature, ma anche per l’ubicazione in pieno centro abitato e per l’inquinamento che derivava dai processi lavorativi.

Forse, però, la ragione più importante è da ricondurre al progresso tecnologico che, intanto, aveva cambiato i presupposti produttivi per quel tipo di opificio. Iniziavano, infatti, ad essere attive le cosiddette mulinova: impianti a ciclo continuo, con un procedimento di molitura delle olive da cui si ottiene  una sansa di qualità diversa.

Nella spremitura a freddo, infatti, la pasta, ottenuta dalla frangitura delle olive, viene distribuita su fiscoli, diaframmi di corda, in fibra naturale (cocco) o sintetica (naylon), che poi vengono impilati e sottoposti a spremitura per mezzo di presse idrauliche. Nella spremitura con il sistema delle mulinova la frangitura può essere fatta con le tipiche mole che macinano le olive nella vasca oppure da un frangitore a martelli. La pasta ottenuta passa in una macchina detta gramolatore che agevola la rottura dell’emulsione di acqua e olio per la successiva fase di estrazione. L’estrazione, in questo caso, avviene in una macchina a centrifuga detta decanter che, sfruttando la forza centrifuga e una temperatura più alta rispetto alla molitura a freddo, separa la parte solida, sansa, dal mosto di olio e da un residuo acquoso, detto morchia. La sansa che viene ottenuta è sbriciolata e meno sfruttabile per l’estrazione di nuovo olio.

Quando lo stabilimento sponganese era ancora attivo, si spargeva nei dintorni un odore acre, particolare, liberando nell’aria un pulviscolo che creava non pochi disagi ai residenti, per qualche problema respiratorio, e alle massaie, disperate per il bucato messo ad asciugare.

Molto interessante, a proposito, è il racconto La manna dei cieli maledetti di Corinna Zacheo che per anni ha vissuto vicino all’opificio e che descrive bene cosa significava vivere accanto a questo “pachiderma brontolone”.

Il racconto inizia così:

 

“Era con questa citazione letteraria che noi, scherzosamente, parlavamo della pioggia continua di fuliggine nera che si posava sulle lenzuola immacolate di bucato, stese ad asciugare; che si infilava in casa da qualsiasi fessura; che forzava il blocco del paravento per disporsi in sottili filari ai lati estremi di porte e finestre.

Te la trovavi dappertutto.

Sulle terrazze poi, si accumulava in tutti gli angoli, dove il vento ci giocava a disegnarvi curiose dune ma che mani irrequiete usavano per tutt’altro divertimento […] che ci stava a fare lì tutta quella sabbia nera che sporcava l’acqua piovana che andava dritto in cisterna e serviva a dissetarci e a liberarci dall’arsura di estati torride?”[1]

 

Il racconto descrive anche piccoli momenti di vita quotidiana di chi ci lavorava, soffermandosi particolarmente sulla motivata preoccupazione degli operai in occasione del difficoltoso ingresso dei cavalli nell’opificio, costretti a varcare la soglia in liccisu, leggermente scoscesa e scivolosa. L’autrice ricorda anche la montagnola di sansa, depositata prima dello stoccaggio nei silos, sulla quale “transitavano una coppia di buoi che tirava avanti e indietro una specie di rullo perché schiacciasse e comprimesse il cumulo, di modo che non franasse”[2].

Sull’alta ciminiera, di forma tronco-piramidale, era situato l’unico parafulmine del paese, quanto mai necessario per impedire che una qualsiasi saetta potesse scaricarsi sul deposito dei solventi infiammabili.

Ma il maltempo spingeva comunque a prendere le dovute precauzioni, staccando l’energia elettrica, interrompendo il lavoro con l’allontanamento delle maestranze fino alla normalizzazione delle condizioni atmosferiche, rammentando agli astanti e a quanti risiedevano nelle immediate vicinanze che tutti si era in continuo pericolo.

Infatti chi abitava vicino all’opificio viveva con la paura di dover scappare ad ogni rumore particolarmente sospetto, anche di notte, in pigiama con una coperta addosso.

Per la popolazione, però, lo stabilimento non era solo un inquinante o una sorta di bomba. Era anche una risorsa non solo per chi ci lavorava.

La miseria dei tempi e le tristi condizioni di vita venivano alleviate di tanto in tanto quando veniva concesso agli operai ed ai paesani di portarsi in casa un secchio di quella sansa incandescente che, riposta in capaci contenitori in metallo, consentiva di cuocere una pignatta di legumi o riscaldare le abitazioni umide e fatiscenti.

Continua ancora la Zacheo:

 

“…nelle ore di punta, poi, l’orario in cui il portone s’apriva per il cambio di turno degli operai, era consuetudine vedere gente accalcarsi, far la fila, litigare per qualche precedenza carpita prima del dovuto. […] Ciascuno era attrezzato con qualche vecchio secchio ammaccato, con qualche mezzo bidone, o con qualche bacinella di ferro smaltato ai cui bordi era legato un filo di ferro filato per agevolar la presa, a mo’ di manico […] e la genialità del popolo era imprevedibile nel trasformare qualsiasi rudere in un comodo contenitore. Guadagnato l’ingresso a forza di gomitate e qualche volta a suon di “secchiate” o di capase o di qualunque altra ferraglia […] che servisse a farsi largo, il “fortunato” ne usciva e si allontanava orgoglioso, col suo caldo bottino …. di  fuoco … e che importa se procedeva affumicato ed asfissiato? Erano gli scarti della sansa combusta e fumigante, che bisognava lasciar fuori di casa, sul limitare, per strada, perché la brace decantasse e smettesse di fumare. I più raccomandati erano i vicini, e perché non reclamassero avevano un trattamento particolare…”[3]

 

Collegata allo stabilimento, ma indipendente dal ciclo produttivo, funzionava una ghiacciaia per la produzione di blocchi di ghiaccio. Quel ghiaccio, che mia nonna chiamava ancora nive, serviva a bar e ristoranti, specie in estate, ma anche in casa per alcune cerimonie o per preparare deliziose granite e veniva custodito in cassapanche di legno, avvolto con sacchi di juta e paglia. Anche dalla ghiacciaia, come in inverno con la sansa incandescente, qualche vicino e qualche paesano cercava di ottenere in regalo qualche pezzo di ghiaccio in estate quando frigoriferi non ce n’erano.

Là dove sorgeva l’opificio, demolito negli ultimi mesi del 1982, oggi c’è piazza della Repubblica; un parcheggio, un giardinetto e un mercato dismesso hanno soverchiato quella che fu fiorente realtà industriale sponganese.

Del sansificio resta solo uno sbiadito ricordo nei più grandi e nulla nei più giovani che non hanno conosciuto l’odore acre della sansa surriscaldata e la fuliggine che si spandeva per l’aria, “manna dei cieli maledetti”, così come ci è stata raccontata da Corinna Zacheo .

 

Si ringraziano di cuore, per la gentile collaborazione, Raffaele Gravante, Claudio Miccoli, Marcello Bramato e Giorgio Tarantino.

Pubblicato su Il delfino e la mezzaluna n°2.


[1] C.ZACHEO, Manna dei cieli maledetti

[2] Ibidem

[3] Ibidem

Le Panare, Santa Vittoria e Spongano (Lecce)

La nascita e le origini delle “Panare” si perdono nel tempo e sarebbe suggestivo farle risalire alle feste del fuoco che nell’antichità si svolgevano in prossimità del solstizio d’inverno tra cui quella paganissima del Sole Invitto su cui si è poi innestato Natale.

 

LE PANARE

di Giuseppe Corvaglia

Una storia precisa delle “Panare” sarebbe difficile da tracciare e questo lo sa bene chiunque abbia cercato con curiosità appassionata tra le carte (che non ci sono) e nella memoria collettiva della nostra comunità.

E’ innegabile che questa sia una festa propria della cultura contadina e racchiude, probabilmente, i due significati tipici di queste feste: il ringraziamento per il raccolto dell’annata e la propiziazione per il raccolto dell’anno successivo.

La nascita e l’origine delle “Panare” si perdono nel tempo e sarebbe suggestivo farle risalire alle feste del fuoco che nell’antichità si svolgevano in prossimità del solstizio d’inverno tra cui quella paganissima del Sole Invitto su cui si è poi innestato il nostro Natale.

E’ probabile che la nostra festa possa essere annoverata tra quelle che si celebravano per ottenere la benevolenza del Dio Sole e che presentavano come elemento caratterizzante il culto del fuoco come apportatore di salute, benessere, ricchezza e vita.

Le analogie sono innegabili: ad esempio il gesto rituale di raccogliere del fuoco dal falò acconciato dalle “Panare” per portarlo nel braciere di casa propria era non era solo un’esigenza dettata dalle povertà ma un vero e proprio atto propiziatorio (si diceva per devozione) con cui ogni famiglia rinsaldava i suoi legami con l’intera comunità prendendo parte alla prosperità generale.

In altri paesi sono ancora in uso oggi riti del tutto simili dove al centro delle feste invernali c’è il ceppo di Natale o “Confuoco” nome nel quale è messo bene in evidenza il legame fra i vari nuclei familiari della comunità intera.

Un significato analogo va ricercato nel legame tra le Panare e la protettrice Santa Vittoria, legame tenacemente ricercato dalla fantasia popolare fino a cambiare il martirio della giovinetta, che venne trafitta con la spada in un rogo di cui le “Panare” sarebbero il simbolo.

Ho potuto constatare ultimamente la tenacia degli sponganesi nel difendere questa versione ascoltando un adattamento che è un compromesso delle due versioni.

Il racconto ammetteva il martirio tramite la spada ma solo perché le fiamme del rogo rifuggivano dalla Santa. Non c’è che dire: proprio incorreggibili.

Certo da tempo immemorabile su tante “Panare” viene messo un ritratto di Santa Vittoria ed anche il comitato che si occupa della festa del giorno dopo in onore della Santa organizza pure le “Panare”.

Tuttavia un nesso vero e proprio non c’è e lo dimostra il fatto che ancora oggi la messa importantissima con il bacio della reliquia è in contemporanea con il corteo delle “Panare”, per cui partecipare ad una festa significa escludere l’altra. D’altra parte in una festa il cui significato preponderante è quello propiziatorio di favorire un buon raccolto è naturale che trovi spazio una Santa Protettrice così amata e venerata.

A Spongano era tradizione che il 22 dicembre, nel pieno della stagione olearia, ogni frantoio attivo preparasse queste ceste intrecciate appositamente per sostenere un peso discreto, riempiendole con sansa a “paddhrotte” e decorandole al meglio con elementi naturali o, comunque, combustibili come mandarini, arance, festoni d’edera e fiori e bandierine di carta colorata. Così acconciate venivano caricate su un carretto, almeno prima dell’avvento di camion e trattori, e portate la sera in un giro di raccolta per le vie del paese.

Ogni panara, anche se il frantoio era decentrato rispetto al percorso, aveva il diritto di uscire accompagnata dalla musica di una bandinella; la banda andava a prenderla ed essa si metteva in coda al corteo che proseguiva nella raccolta delle rimanenti.

La prima panara era ed è ancora quella della “Casa  cranne” vale a dire del palazzo del barone Bacile, o più precisamente del suo frantoio; e per lungo tempo proprio piazza Bacile è stato il punto d’arrivo del corteo. Non è stato tuttavia l’unico sito utilizzato per l’occasione anzi ve ne sono stati diversi : dalla piazza principale, quando si chiamava piazza Mercato (probabilmente cambiata perché all’epoca troppo piccola) a via Fratelli Rosselli o al largo vicino al Mercato coperto in tempi più recenti.

Il numero delle panare indicava se l’annata era stata buona o grama poiché corrispondeva al numero dei frantoi in attività.

A cavallo degli anni Ottanta le “Panare” hanno conosciuto un momento di scarsa partecipazione: erano infatti poche (molti dei tradizionali frantoi rimanevano inattivi con l’avvento delle moderne mulinove in grado di molire più ulive con costi più bassi) e l’entusiasmo della gente per questa festa si era ridotto in parte per l’uso smodato dei mortaretti che pure, se usati con criterio, fanno parte della tradizione.

E’ in questo periodo che un gruppo di persone, pur non facendo parte di un frantoio ma comunque pratiche del mestiere, decise di fare una sua Panara. Quello che poteva sembrare una rottura della tradizione ha rappresentato invece l’inizio di una partecipazione più attiva da parte della gente del paese.

Nel 1987 il Gruppo di Ricerca e Sperimentazione- musica  popolare –, inserendosi in questo spirito nuovo, ha voluto riproporre la Panara quanto più vicina alla tradizione e l’ha acconciata su un carretto tirato dai suoi componenti, sotto la supervisione di Salvatore Bramato.

Per l’occasione il gruppo in collaborazione con il comitato per i festeggiamenti, ha intrattenuto, con il suo spettacolo di musica popolare, la cittadinanza prolungando ben oltre la festa.

Da qualche anno poi le scuole elementari hanno voluto fare le “Panare dei bambini” che sono una lodevole esperienza didattica e un’occasione per i più piccoli di partecipazione in prima persona.

Dopo quelle esperienze la festa si è andata allargando e la cittadinanza oggi partecipa sempre più attivamente sia acconciando le “Panare”, sia prendendo parte ai vari intrattenimenti che i vari comitati approntano.

In questo modo la Panara è diventata occasione di aggregazione non solo per le varie associazioni ma anche per gruppi di amici o vicini di casa. In questo sembra rivivere l’atmosfera dei tempi andati quando la competizione fra le tante persone coinvolte nel lavoro dei frantoperciò protagoniste di questa festa, poteva portare a risultati lodevoli o a vere e proprie marachelle.

La Panara, infatti non doveva spegnersi e anche dopo che era stata scaricata veniva sorvegliata durante tutta la notte poiché il farla consumare lentamente era indice di maestria.

Si doveva inoltre badare acchè qualcuno non vi gettasse dentro qualche mortaretto con le conseguenze immaginabili.

Oggi la partecipazione è cresciuta ma la maestria non è andata di pari passo: non di rado, infatti, si vedono Panare che inquinano  con il loro  fumo eccessivo dovuto ad una cattiva gestione della fiammella  posta al centro. Il “fuochista” ha a disposizione sul carro due secchi, uno contenente pezzuole imbevute di nafta (combustibile lento) e uno con acqua: le prime servono ad alimentare il fuoco quando minaccia di spegnersi, mentre l’acqua, come si può immaginare, viene usata per temperare gli eventuali eccessi della fiamma.

Oggi l’inesperienza porta ad eccedere con la nafta e a dover correre ai ripari con l’acqua troppo spesso.

La sansa troppo umida, però, provoca a contatto col fuoco, un denso fumo che disturba la festa e può anche arrecare danni alle persone.

Una festa come questa non potrebbe trovare una collocazione migliore se non a Spongano che  in passato è stato un centro dove si effettuava la lavorazione di ogni parte o residuo dell’oliva, dall’olio alla sansa, alla morchia.

Oltre ai frantoi, fino a non molto tempo fa, era operante uno stabilimento per la trasformazione della sansa, progettato dall’ing. Rizzelli, dove veniva distillata la sansa in modo da ottenere l’olio di sansa. Non bisogna poi dimenticare che la sansa veniva pure utilizzata come combustibile non solo per il riscaldamento delle abitazioni ma anche per i forni o per le “carcare” dove si ottengono le pietre di calce.

E’ poi opportuno ricordare l’attività di saponai che era diffusa a Spongano tanto da porlo in concorrenza con S. Pietro in Lamis, altro centro produttore di sapone dalla morchia o dai fondi dei recipienti dell’olio. Il sapone prodotto a Spongano si differenziava da quello di San Pietro non solo perché era duro , mentre quello era quasi liquido, ma anche per l’idrossido usato nel processo di saponificazione: nel nostro paese si usava l’idrossido di sodio (soda) mentre i nostri concorrenti usavano invece l’idrossido di potassio (putassa).

 

 

Pubblicato su Nuovo spazio del 22 dicembre 1994. Anno 12 n°11.

 

Si veda anche:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/12/22/la-festa-delle-panare-a-spongano-ovvero-quando-il-contenitore-prende-il-sopravvento-sul-contenuto/

 

 

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