Iacopo Pignatelli (1625-1698) di Grottaglie e papa Alessandro VII già vescovo di Nardò

di Armando Polito

Sembra che per uno strano destino Nord sia nella storia dell’Umanità simbolo di progresso e Sud di arretratezza, quasi il primo fosse una metafora del cielo in cui innalzarsi a spiccare fantastici voli e il secondo della terra con cui sporcarsi e, andando ancora più giù, dei suoi abissi infernali …

Questa contrapposizione, fra l’altro, coinvolge diversi livelli, spesso intersecantisi, tant’è che, si parla di Sud del mondo (in cui tra poco, continuando così,  entrerà, in deroga pure alla geografia …, l’Italia) e di Sud d’Italia. Probabilmente, per quanto ci riguarda, Sud è bello resterà una pura affermazione di comodo ( ipocrita ed autoconsolatoria, alibi per l’immobilismo che ci contraddistingue prima di tutto nella stessa conoscenza e presa di coscienza della nostra bellezza), almeno fino a che non ci metteranno e, ancor più, se non ci metteremo nelle condizioni di riservare alla nostra terra (intesa in senso esclusivamente geologico) il rispetto dovuto ed alla nostra terra (intesa, questa volta, in senso culturale) la possibilità di esprimersi e valorizzarsi anche in senso economico.

La fuga dei nostri cervelli è un fenomeno antico e il personaggio di oggi ne è uno degli innumerevoli esempi. Sarebbe diventato quello che la storia registra se fosse rimasto, come già successo per il concittadino Giuseppe Battista1, a Grottaglie? Certamente no.

Comincio dalla biografia e me la cavo riportando, per fare più presto in formato immagine, quanto si legge in Comentari del canonico Giovanni Mario Crescimbeni custode d’Arcadia, intorno alla sua istoria della volgar poesia, Basegio, Venezia, 1730, v. IV, p. 2722:

integrandolo con Lorenzo Giustiniani, Memorie istoriche degli scrittori legali del Regno di Napoli, Stamperia Simoniana, Napoli, 1788, tomo III, pp. 64-653:

Da notare in questa seconda citazione che l’iniziale Grottaglie terra in provincia di Lecce fa il pari con il Terra di Grottaglie provincia di Lecce che ho già segnalato nel post su Giuseppe Battista.

Vivendo nell’odierna civiltà in cui anche il più insignificante di noi può lasciare con un selfi o altro testimonianza del suo più o meno inutile passaggio sul pianeta, come si può fare a meno di un’immagine e non approfittare della fortuna, non sempre riservata ai grandi del passato, che il ritratto del Pignatelli, carramba che sorpresa!, è qui?

È la tavola a corredo del primo tomo dell’edizione delle Consultationes canonicae uscita per i tipi di Gabriele & Samuele De Tournes a Lione nel 17184.

Da notare in basso al centro lo stemma della famiglia Pignatelli (d’oro a tre pignatte, le prime affrontate), una delle più antiche e potenti famiglie di origine napoletana. Credo che l’abbreviazione V. C. L. vada sciolta in V(IR) C(ANONICUS) L(ICIENSIS), alla lettera: illustre uomo canonico leccese. E Cryptaleis in Salentinis=Da Grottaglie tra i Salentini.

Il 7 aprile 1655 diventava papa, assumendo il nome di Alessandro VII, Fabio Chigi, appartenente ad una notissima e strapotente famiglia di banchieri. A chi volesse saperne di più sul suo conto, in particolare sul rapporto con Nardò, di cui era stato eletto vescovo nel 1635, segnalo: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/02/alessandro-vii-un-papa-gia-vescovo-fantasma-di-nardo-e-il-suo-vice/, dove troverà anche alcune immagini che lo riguardano, e http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/14/non-ci-sono-alibi-2/.

Rientra nelle umane consuetudini (e forse debolezze …) che ogni avvenimento più o meno importante sia adeguatamente celebrato e al lettore di oggi, abituato a vedersi la casa invasa dagli amici e dalle amiche del figlio o della figlia per festeggiare pure la prima scorreggia del gatto o della gatta, credo non sarà difficile  immaginare cosa succedeva all’elezione di un papa. Tra le varie espressioni di festeggiamento un posto certamente non secondario (anche perché verba volant, scripta manent) avevano i componimenti in cui si cimentavano i letterati dell’epoca. Per Alessandro VII ce ne fu un numero cospicuo scritto dai membri dell’Accademia dei Fantastici (della quale faceva parte il Pignatelli), che due mesi dopo trovò ospitalità in un volume5 di cui riporto il frontespizio.

Il volume, le cui pagine non sono numerate, contiene un sonetto del grottagliese, il cui testo riproduco in formato immagine con, di mio,  a fronte la trascrizione e in calce qualche nota.

Non voglio nemmeno azzardarmi a giudicare se e quanto ci sia in questo sonetto di veramente sentito o ipocritamente convenzionale, mentre mi sarebbe troppo facile stigmatizzare il solito difetto (presente in tutte le religioni) dell’idea di un primato esclusivo in nome del quale da tutte le parti si continuano a commettere obbrobri di ogni tipo e la cui revisione proprio nel mondo cattolico ancora oggi deve registrare ostilità a questa o a quella apertura manifestata, addirittura, dallo stesso pontefice ….

Voglio solo ricordare al lettore, tornando al passato, che Alessandro VII improntò il suo pontificato al nepotismo e al temporalismo più spinti e voglio tenere in conto per Iacopo l’attenuante cronologica (cosa di diverso poteva augurarsi e augurare alla Chiesa e ad un papa appena eletto?).

Mi rendo conto che per la Chiesa la soluzione del conflitto di interessi è, forse, qualcosa di più complicato (proprio per la presenza della componente spirituale …) da gestire di quanto non lo sia quello che riguarda il potere politico ma non posso, integrando a modo mio il vecchio e sempre valido proverbio latino prima citato, che chiudere dicendo: verba volant, scripta manent, facta permanent testanturque (le parole volano, gli scritti restano, i fatti permangono e testimoniano).

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/12/leruzione-del-vesuvio-del-1631-nella-poesia-di-un-salentino-e-di-un-napoletano-con-una-sorpresa-finale/

2 https://books.google.it/books?id=AUkTAAAAQAAJ&pg=PA272&lpg=PA272&dq=iacopo+pignatelli+da+grottaglie&source=bl&ots=dIovtagjRB&sig=TSy8DWn8lPhFMCWFgb22CkvKErs&hl=it&sa=X&ei=f42_VOaZH8SWapnugFA&ved=0CCwQ6AEwAw#v=onepage&q=iacopo%20pignatelli%20da%20grottaglie&f=false

3 http://books.google.it/books?id=i_HdfCb7do0C&pg=PA64&dq=jacopo+pignatelli+grottaglie&hl=it&sa=X&ei=YFFBVPCnCYXIyAO-n4CQBg&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q=jacopo%20pignatelli%20grottaglie&f=false

4 http://books.google.it/books?id=eNdFAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:CNwA0QC-dHgC&hl=it&sa=X&ei=tERBVMz1NoT-ygPN-4KADw&ved=0CGgQ6AEwCQ#v=onepage&q&f=false

5 https://archive.org/details/bub_gb_E6ssEI50zhkC

Marco Antonio Delli Falconi di Nardò tiene a battesimo il Monte Nuovo

di Armando Polito

Esordisco con una mozione (manco fossi un politico …) che è più di affetto che di servizio, precisando che queste righe escono contemporaneamente su http://www.vesuvioweb.com/it/.

C’era una volta Napoli, centro culturale di eccellenza e polo d’attrazione, come oggi orgogliosamente, laddove è possibile, si dice, da ogni parte d’Italia e del mondo occidentale. Non ho la preparazione specifica e sufficiente per spiegare le ragioni di un amaro degrado che riguarda, e non da ieri, tutto il sud; e poi rischierei di rinfocolare una vecchia diatriba proprio mentre una parte politica, territorialmente vicina ad una dinastia  probabile (altro non dico …) responsabile del primo sfacelo, in una disgustosa miscela d’incoerenza e di faccia tosta tenta di fare proseliti pure al sud …

Dico solo che correva l’anno 1538 e che già da tempo chi voleva far carriera doveva giocoforza studiare a Napoli. La maggior parte degli “immigrati” non tornava, se non saltuariamente, nel paese d’origine. Tra di loro i salentini costituiscono una schiera nutrita e già mi son occupato, per restare al tema di oggi, di Giuseppe Battista di Grottaglie1,che cantò l’eruzione del Vesuvio del 1631.

Purtroppo gli eventi catastrofici hanno sempre fatto notizia, per diventare, placatasi l’onda emotiva, quasi un topos, non solo letterario, cioè un tema che un intellettuale non può esimersi dal trattare. Sotto questo punto di vista forse solo gli scritti in prosa  contemporanei all’evento hanno un valore documentario, nonostante i rischi, comprensibilissimi, di straripamenti enfatici più o meno involontari. L’evento trattato questa volta è la formazione del Monte Nuovo nei Campi Flegrei e parte del merito del ricordo immortalato in Dell’incendio di Pozzuolo Marco Antonio delli Falconi all’illustrissima signora marchesa della Padula nel MDXXXVIII va ascritto a Nardò, perché in questa città era nato l’autore dell’opuscolo appena citato, il cui frontespizio riproduco di seguito dal link in cui chi ha interesse troverà (e potrà scaricare) il testo integrale:

https://books.google.it/books?id=GZWcQN8cZu0C&pg=PT50&dq=delli+falconi+dell%27incendio+di+pozzuolo&hl=it&sa=X&ei=_oSuVN2cFo7dapLmgNgI&ved=0CEUQ6AEwBQ#v=onepage&q=delli%20falconi%20dell’incendio%20di%20pozzuolo&f=false

Il lettore noterà la data dell’evento inclusa nel titolo ma anche l’assenza della data di edizione e del nome dell’editore. Per quanto riguarda il primo punto, siccome il Monte Nuovo si formò tra il 29 settembre e il 6 ottobre del 1538, è plausibile ritenere che l’opera abbia fatto in tempo ad uscire in quell’anno. Per l’editore ci viene in soccorso il colophon che di seguito riproduco.

Marco Antonio Passaro fu editore e libraio a Napoli dal 1534 al 15692. Si servì delle tipografie di Mattia Cancer e di Giovanni De Boy. Nel 1754 fu arrestato insieme con il collega, pure lui napoletano, Marco Romano per vendita di libri proibiti3.

Dopo questa piccola parentesi per bibliofili è il caso di dire qualcosa di più sul neretino. Chi si aspettasse di trovare notizie biografiche nello storico locale Giovanni Bernardino Tafuri4 resterebbe in parte deluso e a tratti feroce è la critica mossagli da Lorenzo Giustiniani in I tre rarissimi opuscoli di Simone Porzio, di Girolamo Borgia e di Marcantonio Delli Falconi scritti in occasione della celebre eruzione avvenuta in Pozzuoli nell’anno 1538, Marotta, Napoli, 18175. In questo volume il lettore che ne abbia interesse troverà la possibilità di comparare il resoconto del neretino con quello di altri due testimoni diretti e per ognuno dei tre autori una completa e documentata scheda biografica. Quella del neretino occupa le pagine 261-283, in confronto alle quali, nonostante parecchie di esse si attardino sulla figura della dedicataria marchesa della Padula, le due paginette del Tafuri appaiono veramente striminzite.

Chiunque voglia approfondire un fenomeno del passato per comprendere meglio la sua manifestazione attuale è obbligato a ricercare e studiare le fonti, tanto più preziose quanto più esse sono il frutto di un’osservazione diretta. Non a caso, perciò, il resoconto del neretino fu tenuto in grandissimo conto da due luminari dell’epoca:  William Hamilton7 (1730-1803) e Jacques Gibelin (1744-1828), secondo quanto riportato dal Giustiniani (p. 281): Che un tale opuscolo sia poi divenuto assai raro e ricercato ancora, ne abbiamo un attestato del Signor Maty Segretario della Società Reale di Londra, col quale dice, che stando in qualità d’Inviato di quella Corte in Napoli Guglielmo Hamilton, celebre antiquario, ed indagatore delle cose naturali, avendone proccurato un esemplare, e rinvenuto ancor l’altro opuscolo del sullodato Pietro Giacomo da Toledo, che ha per titolo: Ragionamento del tremuoto del Nuovo Monte, dell’aprimento di terra in Pozzuoli nell’anno 1538, e della significazione di essi, stampato in napoli per Giovanni Sulztbac Alemanno a 22 di gennaio 1539, ne fece un dono al Museo Brittannico, dove avendogli osservati il celebre Gibelin, morto non è gran tempo, è di avviso, aver ritrovate le dette relazioni curiosissime6, e non poco ancor se ne valse nel suo Compendio delle transazioni filosofiche della Società Reale di Londra; e quindi nelle medesime riferisce in succinto, prima quello, che contiene la relazione del nostro delli Falconi, e poi quello, che si contiene nell’altra del Toledo; e finalmente descrivendo il monte, e le qulità delle materie, che lo formarono, è di sentimento, che così all’improvviso fossero surti tutti quegli altri monti, che veggonsi in tutta la regione vulcanica di Pozzuoli, e sarà molto da abbracciarsi la sua opinione.8

Voglio chiudere con sei immagini che in qualche modo riassumono la vita del Monte Nuovo, dalla nascita ad oggi.

La prima è una tavola tratta dall’opuscolo del Delli Falconi, del quale prima ho riportato il frontespizio.

 

La seconda è una tavola del Theatrum illustriorum Italiae urbium tabulae cum apendice celebriorum in maris Mediterranei insulis civitatum, Ex officina Joannis Janssonii, Amsterdam, 1657 (chi ne ha interesse può fruirne in alta definizione all’indirizzo http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000130550; qui ho evidenziato con la circonferenza rossa il Monte Nuovo (lettera Q della didascalia).

La terza è la tavola 26 di Campi Phlegraei di William Hamilton, Fabris, Napoli, v. II, 1776 (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k1082424.r=william+hamilton.langEN).

5

La quarta è tratta da Earthquake-Phenomena, in Popular Science Montley (marzo 1873), Appleton & C., New York, v. II, p. 515 (https://archive.org/details/popularsciencemo02newy).

La quinta è tratta da Principles of geology, di Clarles Liell, 12° edizione, Murray, Londra, 1875 (http://archive.org/stream/principlesgeolo19lyelgoog#page/n9/mode/1up). Ho evidenziato con la circonferenza rossa il Monte Nuovo (n. 5 nella didascalia). Il lettore noterà subito come questa tavola sia derivata da quella del 1776 dell’Hamilton.

La sesta, tratta da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/0/04/MonteNuovoTW3028.JPG, mostra, infine, lo stato attuale dei luoghi.

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/12/leruzione-del-vesuvio-del-1631-nella-poesia-di-un-salentino-e-di-un-napoletano-con-una-sorpresa-finale/ e http://www.vesuvioweb.com/it/2015/01/leruzione-del-1631-nella-poesia-di-un-salentino-e-di-un-napoletano/

2 Lo desumo dalle date della prima e dell’ultima pubblicazione fin qui rinvenute: Giovanni Gallucci,  Utile instruttioni et documenti per qualsevoglia persona ha da eliger officiali circa il regimento de populi. E ancho per officiali serranno eletti. E Universitate che serranno da quelli gubernate e colle rite della Vicaria è (sic) pragmatice vlgare (sic), se vendono alla libraria de m. Marco Antonio Passaro allo Episcopato, Giovanni Sultzbach, Napoli, 1534; Paolo Regio, Siracusa pescatoria, Gio De Boy, ad istanza de Marcantonio Passaro, Napoli, 1569.

3 Notizie più dettagliate e documentate in Romano Canosa, Storia dell’Inquisizione in Italia: Napoli e Bologna, Sapere 2000, Roma, 1990, pp. 71-72.

4 Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli, s. n., Napoli, 1752, tomo III, parte II, pp. 68-70 (https://books.google.it/books?id=-1pDjf-jXksC&printsec=frontcover&dq=editions:yDTnfHb8_WwC&hl=it&sa=X&ei=V4quVOX2E5HraPnxgtAC&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q&f=false).

5 https://books.google.it/books?id=WIM5AAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=I+tre+rarissimi+opuscoli+di+Simone+Porzio,+di+Girolamo+Borgia+e+di+Marcantonio+Delli+Falconi&hl=it&sa=X&ei=2YquVPv-DYjZasnlgoAC&ved=0CCkQ6AEwAA#v=onepage&q=I%20tre%20rarissimi%20opuscoli%20di%20Simone%20Porzio%2C%20di%20Girolamo%20Borgia%20e%20di%20Marcantonio%20Delli%20Falconi&f=false

6 Non nel senso, oggi dominante, di strane se non ridicole, ma in quello di dettate da profonda curiosità scientifica, ricche di dettagli descrittivi e perciò interessantissime.

7 La sua pubblicazione vulcanologica più nota è Campi Phlegraei uscita a Napoli in due volumi per i tipi di Fabris nel 1776; un supplemento sull’eruzione del Vesuvio del 1779 uscì in quell’anno per lo stesso editore.  Un’immagine, tratta dal secondo volume, verrà riprodotta più avanti.

8 Chi ne abbia interesse può consultare il testo del Gibelin, Stella, Venezia,  1793, tomo I, pp. 151-170 all’indirizzo https://books.google.it/books?id=y8E3HsSYdYAC&printsec=frontcover&dq=editions:Tz8GhvL4HucC&hl=it&sa=X&ei=6JOuVILCIpbjauqZgNgI&ved=0CCoQ6AEwAg#v=onepage&q&f=false.

L’eruzione del Vesuvio del 1631 nella poesia di un salentino e di un napoletano, con una sorpresa finale …

di Armando Polito

L’eruzione del 1631 in un’incisione di Nicolas Perry; tavola tratta da Francesco Balzano, L'antica Ercolano, overo La Torre del Greco, tolta all'obblio, Paci, Napoli, 1688
L’eruzione del 1631 in un’incisione di Nicolas Perry; tavola tratta da Francesco Balzano, L’antica Ercolano, overo La Torre del Greco, tolta all’obblio, Paci, Napoli, 1688

Forse l’argomento scelto è solo un pretesto, sentimentalmente sano, per ribadire un consolidato gemellaggio1. Sui danni che il Vesuvio, croce e delizia di Napoli e suo simbolo nel bene e nel male, fece in quel fatidico anno 1631 e sull’ampia letteratura in materia rinvio il lettore al blog al quale resterò sempre affettuosamente legato perché fu il primo a tenermi a battesimo sul web, Vesuvioweb, dove questo post esce in contemporanea con il blog della Fondazione Terra d’Otranto, con la quale ho l’onore, ormai da parecchio tempo, di una stabile collaborazione. All’indirizzo http://www.vesuvioweb.com/it/?s=1631 troverà una serie di lavori, l’uno con un taglio diverso dall’altro, la cui lettura  varrà a soddisfare ogni curiosità. Prima di iniziare, però, dal momento che i creatori e responsabili non lo farebbero per pudore nemmeno sotto tortura, debbo far notare a chi ci segue che un dettaglio per me importantissimo contraddistingue l’uno e l’altro blog: l’assenza totale di qualsiasi sponsor, come di qualsiasi retribuzione per i collaboratori, il che è garanzia di totale liberazione reciproca da ogni condizionamento, anche il più innocente. Così, dopo aver messo al sicuro le gemme nella scarpa da dove  altri, se conservano un minimo di rispetto per se stessi, spesso sono costretti a togliersi il classico sassolino, comincio.

Il poeta salentino (del napoletano dirò, estesamente, dopo) è Giuseppe Battista nato a Grottaglie in provincia di Taranto l’11 febbraio 1610 e morto a Napoli il 6 marzo del 1675. Ecco due suoi ritratti.

Il primo è un’incisione di anonimo, tavola a corredo di Lettere di Giuseppe Battista, opera postuma, et ultima, estratte alla luce da Simon-Antonio Battista nipote dell’Autore, Combi & La Noù, Venezia, 1678.

Il secondo ritratto, probabilmente derivato dal primo, è una tavola a corredo di Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, tomo III, Gervasi, Napoli, 1816. Vi si legge Morghen inc., ma l’assenza del nome e la qualità del manufatto mi fanno pensare, nonostante la compatibilità cronologica, che autore non sia Raffaello Morghen (1758-1833) ma uno della sua scuola, forse il fratello  Antonio che era stato uno dei suoi allievi all’Accademia di belle arti a Firenze, della quale Raffaello era stato nominato maestro d’incisione sin dal 1803.

Da notare Terra di Grottaglie Prov. di Lecce, errore giustificabile solo in parte con la posizione di Grottaglie quasi sul confine tra le provincie di Taranto e Brindisi.

Credo, tuttavia, per motivi cronologici che entrambi abbiano assunto a modello la tavola, di anonimo, che è a corredo di Lorenzo Crasso, Elogi d’huomini letterati, Combi e La Noù, Venezia, 1666, p. 3342:

Le poesie che ora riporterò in formato immagine, con a fronte la trascrizione per agevolarne la lettura e in calce le mie note di commento, sono due sonetti facenti parte della raccolta Delle poesie meliche, quarta parte, Abbondio Manafoglio e Valentino Mortali, Venezia, 1665 (di seguito il frontespizio).

Nel 1631 il Battista aveva 21 anni ed è difficile, direi impossibile senza il supporto di qualche altro documento, per esempio una lettera, individuare la data, sia pure approssimativa, di composizione dei due sonetti nell’ampio intervallo cronologico 1631-1665. Per quel che può contare la mia opinione personale: pensando alle movenze enfatiche tipiche dello stile barocco ed al loro modico impiego da parte del grottagliese3, pensando al clima tragico (non mi azzardo a dire quanto sincero …) dominante in altri poeti che cantarono l’evento pure per loro contemporaneo (evento che, va detto, era diventato quasi un argomento da salotto, un obbligo cui nessuno di loro poteva sottrarsi …) c’è da pensare che nel momento in cui egli scrisse i due componimenti l’esperienza era stata già per gran parte metabolizzata.

6

Le due variazioni sul tema appena lette appaiono accomunate, oltre che dal consueto bagaglio mitologico in ossequio al gusto letterario dell’epoca, da uno stile ancora libero dai fragori e dagli eccessi che di lì a poco esploderanno e improntato ad un’estrema coerenza, diremmo oggi, ideologica, perché in entrambi l’evento catastrofico viene inteso (mandando, più o meno inconsapevolmente, all’aria il concetto cristiano di Dio somma bontà) come uno strumento della giustizia divina che, con l’annientamento violento, sia pure per cause naturali, fa pagare all’uomo i suoi peccati.

Siffatta interpretazione è una costante in tutti coloro che in quel periodo cantarono la catastrofe. Mi piace, però, ricordare Giambattista Basile (1566-1632) che in uno stile più sobrio (non a caso precede il Battista di una generazione abbondante) e con una visione più “laica” (non è scomodato nessun dio, né pagano né cristiano) dedicò all’evento tre sonettiche furono pubblicati in Rime d’illustri ingegni napoletani, raccolte dal dottor Gio. Domenico Agresta insieme con le sue rime, et coll’argumenti d’un verso, in fronte di ciaschedun componimento. Date in luce dal sig. D. Gioseppe Macrino, Ciera, Venezia, 1633. Del testo, stando ai dati OPAC, si conservano solo due esemplari, uno a Napoli nella Biblioteca della Società napoletana di storia patria, l’altro a  Gubbio nella Biblioteca comunale Sperelliana. La speranza di trovare in rete il testo digitalizzato è andata delusa5 ma la stessa rete mi è venuta in soccorso consentendomi dapprima di recuperare il testo di uno dei tre sonetti6. E qui la storia della letteratura s’intreccia con quella della musica ed entra in campo Michelangelo Rossi (1602-1656). Dei madrigali a cinque voci che egli compose sopravvivono solo i primi due libri  in due manoscritti (University of California, Berkeley Music Library – MS 176 e Oxford, Bodleian Library – Tenbury MS 1160). La sedicesima composizione del secondo libro dal titolo Mentre d’ampia voragine tonante ha come testo proprio quello di uno dei tre sonetti ricordati del Basile. Come faccio a saperlo? Semplice, è bastato usare il mio jet privato e fare una capatina a Berkeley. Poi, siccome sono un tipo molto pignolo, mi son recato pure ad Oxford per dare una controllatina (quella che i filologi pomposamente chiamano collazione). Naturalmente, insieme con la collazione ho fatto pure colazione nel migliore ristorante che ciascuna città potesse vantare. Non ci crede nessuno per il fatto che mi sarebbe stato più facile recarmi a Gubbio o, ancora più facile, a Napoli? Oppure per la mia innata idiosincrasia per i viaggi (esclusi, beninteso, quelli con la fantasia) o per il fatto che non mi sarei potuto permettere un jet privato neppure se in più di trent’anni di carriera (?) ad ogni mio allievo, dal più bravo al meno, avessi chiesto, proporzionalmente, del denaro in cambio della promozione? Niente di tutto questo. Con un po’ di fiuto e di quella il cui nome è usualmente e icasticamente sostituito  con quello che identifica le parti basse posteriori, ho trovato grazie alla rete ciò che cercavo in Brian Mann, The madrigals of Michelangelo Rossi, University of Chicago, 2002, v. 10, p. 527:

E siamo giunti alla sorpresa finale del titolo. Qualcuno probabilmente la considererà come il solito annuncio fatto con lo stesso intento miserabile con cui i detentori del potere fanno quasi quotidianamente da qualche anno a questa parte i loro; con la differenza, si dirà, che nel mio caso non è in ballo il consenso elettorale ma qualche lettore o, come oggi si dice, qualche contatto in più. Non perdo tempo a difendere la mia, presunta da me o reale, buonafede; rendo partecipe il lettore di quella che mi sembra una straordinaria coincidenza.

Il primo è il ritratto già visto del Battista; il secondo è quello del Basile, tavola (tratta da http://www.e-rara.ch/doi/10.3931/e-rara-8289) a corredo del poema Teagene uscito postumo nel 1637, su disegno di Giovan Battista Caracciolo (1578-1635) e incisione di Nicolas Perrey, uno dei più famosi incisori attivi a Napoli nel XVII secolo, autore, fra l’altro, delle tavole di Theatrum omnium scientiarum, Mollo, Napoli, 1650 (http://books.google.it/books?hl=it&id=CzZm0vJz8PAC&q=lll#v=onepage&q&f=false). Ricordo che del Perry è anche l’immagine di testa di questo post e anche il frontespizio di parecchi volumi di argomento religioso tra cui Vita, e miracoli di S. Gregorio arcivescovo e primate d’Armenia, Scoriggio, Napoli, 1655. Non vorrei che si pensasse che sia stato solo il campanilismo a spingermi a ricordare questo titolo, visto che San Gregorio Armeno è il patrono di Nardò, in cui risiedo da quando avevo pochi mesi, perché famosa in tutto il mondo è pure l’omonima via di Napoli, la strada degli artigiani del presepe).

Tenendo conto solo del volto non trovate, naso aquilino a parte del Battista, una certa rassomiglianza tra il grottagliese e il napoletano? Bel gemellaggio fisico-letterario, anche se più di una generazione separa i due. E che dire della coincidenza G(iuseppe) B(attista) e G(iambattista) B(asile)? Meglio smetterla qui …

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http://www.vesuvioweb.com/it/?s=taluernu e http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/14/lu-taluernu-ovvero-dalla-lamentazione-funebre-ad-un-tipo-assillante/

http://www.vesuvioweb.com/it/?s=dal+gomitolo e http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/12/11/dal-gomitolo-alla-poesia-passando-per-la-cucina-senza-trascurare-il-parrucchiere-in-una-parola-lu-gnummarieddhu/

http://www.vesuvioweb.com/it/?s=fatti+e+misfatti e http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/26/la-cupeta-tosta-fatti-e-misfatti/

2 Avvocato e letterato napoletano della seconda metà del secolo XVII. Oltre a celebrare il Battista in uno degli elogi dell’opera citata fece murare nella chiesa di S. Lorenzo Maggiore in Napoli, dove vicino la porta minore il grottagliese fu sepolto, la seguente epigrafe: IOSEPHO BAPTISTAE/PHILOSOPHO THEOLOGO ORATORI ET POETAE/NOSTRAE AETATIS CLARISSIMO/VIRO MAXIMO ET INCOMPARABILI/MAXIMUM INCOMPARABILIS AMICITIAE TESTIMONIUM/LAURENTIUS CRASSUS B. P./ANNO MDCLXXV/DIE X MARTII

3 Non condivido, perciò, ripromettendomi in un prossimo lavoro di dimostrarne, con riferimenti testuali precisi, l’eccessiva severità, il giudizio di Giovanni Mario Crescimbeni che in L’istoria della volgar poesia, Chracas, Roma, 1698, a p. 163 scrive: Tutto vago della turgidezza non fa pompa d’altro che di traslati arditissimi, d’iperboli gagliardissime, di voci nuove, e risonanti, di spessi superlativi, e di continua erudizione, di maniera che in questo affare si crede universalmente non esservi stato alcuno che l’abbia emulato, massimamente se si guardano i suoi Epicedi, ove diffuse con maggior abbondanza i suoi mentovati ornamenti.  Ma questa scuola anch’essa molto piacque al secolo; ed infiniti ingegni si perderono per farne acquisto.  La dose successivamente fu rincarata da Girolamo Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, s. n., Venezia, 1796, tomo VIII, parte II, p. 757: … fu cattivo poeta, che tutti riunì in se stesso i vizi del secolo, ma fu buon precettore. 

4 Furono probabilmente gli ultimi versi che scrisse, per quanto sarà detto  in nota 6 .

5 D’altra parte Benedetto Croce a p. LXI dell’opera che cito nella nota successiva scriveva in nota 1: Due di questi sonetti furono stampati nella Scelta di poesie nell’incendio di Vesuvio fatta dal SIg. Urbano Giorgi, Segretario dell’Ecc.mo Conte di Conversano; ded.ta al cardinal Antonio Barberini (in fine: Roma, MDCXXXII), pp. 41-2. Tutti e tre nelle Rime di illustri ingegni nap., pp. 133, 135-6. Debbo l’aver potuto vedere questi rari volumetti, conservati nella Bibl. Del Club Alpino, alla cortesia del cav. Luigi Riccio.

6 In rete ho recuperato anche il testo di un altro sonetto citato da Benedetto Croce come un bello, anzi un brutto saggio del più puro seicentismo in Lo cunto de li cunti (il Pentamerone) testo conforme alla prima stampa del 1634-1636 nel volume L della Biblioteca napoletana di cultura e storia, Napoli, 1891, pp. LX-LXI:

Con vomero di foco, alto stupore/mostruoso arator solca il terreno,/e il seme degl’incendii accolto al seno/vi sparge, e ‘l riga di fervente umore./E, quindi, a fecondarlo, in rapid’hore,/di cenere ben ampio, il rende pieno;/onde, quanto circonda il mar Tirreno,/messe raccoglie di profondo horrore./Ma, se danno produce a noi mortali/cotanto aspro Vesevo; ond’ogni loco/arde, né scampo ei trova in mezzo al verno,/pur raccoglier ne giova in tanti mali/dal cener sparso, e dal versato foco,/membranza de la Morte, e dell’Inferno.

A proposito dell’eruzione del 1631 subito dopo il Croce aggiunge: Ma “erano appena terminati i flagelli dell’incendio, – dice un cronista -, quando il giusto Dio, scorgendo, che non erano ancora emendati, volle darli altra sorte di gastigo, poiché insorse un male di canna così crudele e contagioso, che parve peste, del quale in pochi dì morsero infinite genti!”. Morirono anche moltissimi dell’aristocrazia; e “tuttavia ne van morendo dì per dì, – seguita il cronista -, e ne sono morti di subito D. Giovanni d’Aquino, Principe di Pietralcina, e Giovan Battista Basile, dei primi poeti di questo tempo, e Gio. Girolamo di Tomaso, medico assai celebre”. Le due parti virgolettate rinviano ad una nota dove si legge: Bucca, Aggiunta, ms. c, sub febbr. 1632.

Sempre la rete mi ha consentito, infine, di recuperare il testo dell’ultimo sonetto, che trascrivo da una tesi (pp. 164-165) di dottorato di ricerca di Elisa Castorina (Università Federico II di Napoli), integralmente leggibile in http://www.fedoa.unina.it/3220/1/Vesuvi_Ardenti_CASTORINI.pdf, lavoro il cui pregio non è minimamente scalfito da alcuni refusi tipografici fra cui nel testo che ci interessa spicca, molto simpaticamente, Fetente per Fetonte …

Rispetto agli altrui due in quest’ultimo sonetto l’evento del 1631 rappresenta solo un pretesto per cantare la durezza del cuore di una donna che, a differenza del Vesuvio, non si è sciolta: Bella donna real, che al viso porte/le fiamme a incenerirne accese, e pronte;/fiamme, che rinovar già di Fetonte/mille volte ne’ cor l’acerba morte./Fiamme, onde fassi, e più possente, e forte/opre a mostrarne amor leggiadre, e conte/del vasto ardor, che dal sen versa un monte,/movi tremante il piè, le guance smorte./Ah dove? Ove ne vai?, che tu non spiri/foco maggior da l’amorose luci/ A far de l’alme altrui dolente gioco./ Ogni parte è Vesuvio, ove t’aggiri; temi tu le ruine, e’l rischio adduci;/l’incendio fuggi, e teco traggi il foco.

https://books.google.it/books?id=uFCwJF1MEtUC&pg=PA52&dq=mentre+d%27ampia+voragine+tonante&hl=it&sa=X&ei=aFmZVM6HOYmwUcSDgKgL&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q=mentre%20d’ampia%20voragine%20tonante&f=false. Il testo è riportato anche da Luigi Molinaro Del Chiaro con il titolo Al peccatore nell’incendio del Vesuvio nel periodico Giambattista Basile: archivio di letteratura popolare e dialettale, Forni, Bologna, 1907, vv. 9-11, p. 194, con le seguenti varianti: al v. 4 campi per prati, al 12 temi per tremi e nei quattro versi finali assenza dei punti interrogativi. Segnalo, inoltre, a chi ne avesse interesse (e gli sarei grato se mi facesse conoscere il suo parere) il link http://grooveshark.com/#!/album/La+Poesia+Cromatica+Di+MIchelangelo+Rossi+Huelgas+Ensemble/8019343, dove è possibile ascoltare l’esecuzione del madrigale.

Pezza Petrosa e il fascino di una vexata quaestio: “Della patria di Quinto Ennio"

Quinto Ennio

 Si è tenuta il 20 aprile scorso a Villa Castelli, in una sala consiliare affollata e particolarmente interessata, la presentazione del volume di Pietro Scialpi: “Il Parco Archeologico di Pezza Petrosa a Villa Castelli” (Edizioni Pugliesi, Martina Franca 2011).

La manifestazione, organizzata dall’Assessorato  alle Politiche Culturali – Ufficio Cultura e Turismo, in collaborazione con la Pro Loco di Villa Castelli, con l’Archeoclub di Bari e il Touring Club Italiano – Corpo Consolare della Puglia,  è stata preceduta  da una visita guidata a Visita al Parco Archeologico di Pezza Petrosa e al locale Museo Civico che accoglie numerosissimi reperti del sito archeologico.

Dopo i saluti del sindaco Francesco Nigro e dell’assessore Rocco Alò e alla presenza dell’Autore, il prof.  Rosario Quaranta, della Sezione tarantina  della Società di Storia Patria, ha tenuto una relazione che qui, in parte, si riporta.

  

“PEZZA PETROSA”: L’ANTICA CITTÀ SENZA NOME TRA GROTTAGLIE E VILLA CASTELLI

 

di Rosario Quaranta

 

La Rudia Tarentina, segnata nei pressi di Grottaglie, in una carta dell’Ortelio del 1601

“Lungo la strada che da Villa Castelli porta a Grottaglie in contrada “Pezza Petrosa” riposa, ancora chiusa nel mistero archeologico, una vasta e ricca zona di ruderi che, per alcuni studiosi sarebbero i resti di RUDIA TARANTINA, patria del poeta latino Quinto Ennio. La zona, disseminata di ruderi, tombe e di frammenti ceramici, con resti di mura ciclopiche e di una

Mostra sulle Seicentine di Giuseppe Battista da Grottaglie

di Cosimo Luccarelli

Nelle sale adiacenti all’ingresso della Casa natale di San Francesco de
Geronimo in Via Spirito Santo(le vecchie  scalelle)- Centro Storico
Grottaglie – una Mostra sulle “Seicentine” del poeta grottagliese
Giuseppe  Battista
.
A Giuseppe Battista, poeta barocco, di cui ricorre il quarto centenario
della nascita, è dedicata una mostra bibliografica che raccoglie testi
pregiati in originale risalenti al 1600 e in anastatica oltre ad alcuni
libri di autori che hanno scritto e antologizzato le opere di Giuseppe
Battista. L’iniziativa è organizzata dal Centro Studi e Ricerche
Francesco Grisi e dai Padri Gesuiti di Grottaglie. Si tratta di una mostra
originale che pone in essere un preciso percorso che è quello non solo definito già nelle ricerche strutturate nel Progetto del Centro Studi “Francesco  Grisi” ma si enuclea in un modello di partecipazione sia dal punto di vista di una metodologia educativa che in una proposta rivolta alla conoscenza del poeta e della poesia del Seicento.

All’inaugurazione della mostra, fissata per Martedì 30 marzo 2010 – ore 19.00,  nelle sale adiacenti all’ingresso della casa natale del Santo Gesuita, via Santo Spirito 54 (stradina che costeggia il Santuario), interverranno Padre Salvatore Discepolo S.I. , Arcangelo Fornaro, Roberto Burano, Ciro De Roma, don Cosimo Occhibianco. La testimonianza critico – letteraria è affidata a Pierfranco Bruni mentre i lavori saranno coordinati dal giornalista della Rai Salvatore Catapano.

La mostra ha lo scopo, appunto” di “mostrare” visivamente i libri del
Battista in un itinerario di bibliografia ragionata con lo scopo di avvicinare il
pubblico a prendere contatto con il materiale.

Alcune seicentine, oltre a illustrarsi con il loro reale valore, definiscono la struttura del testo poetico, con la loro forma e la loro legatura, adottato dall’editoria “battistiana”. Importante la collaborazione, in questo senso, tra il Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” e i Padri Gesuiti di Grottaglie, le
cui sinergie non solo hanno permesso questa manifestazione ma sancisce
l’avvio per ulteriori attività culturali. Una mostra, questa di Grottaglie, che
legge il percorso editoriale di Giuseppe Battista (1610 – 1675)
attraverso alcuni originali, le “seicentine”, che penetrano il tessuto editoriale di un Seicento che si racconta non attraverso una visione ideologica ma grazie ad una interpretazione estetica dentro la quale Giuseppe Battista
costituisce un riferimento non solo per il barocco italiano ma per il barocco tra Spagna e Francia. Nel corso della serata si potranno ascoltare musiche barocche con particolari illustrazioni di filmati oltre a trasmettere il video
realizzato dal Centro Studi “Francesco Grisi” dedicato completamente a Giuseppe Battista e il Barocco, andato in onda su RAI UNO.  In allegato la
locandina che vale come invito.

Si ringrazia la Biblioteca Comunale di Tuglie per questa ed altre segnalazioni.

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