Gli stemmi dell’antico palazzo Rondachi di Otranto

 Presentazione

di Marcello Semeraro e Antonella Candido

 

L’identificazione di stemmi anonimi presenti su edifici, affreschi e manufatti è un esercizio molto importante non solo per l’araldista, ma anche per lo storico dell’arte. Le insegne araldiche, infatti, sono tra pochi elementi in grado di fornire uno “stato civile” (una datazione, una provenienza, una committenza) e un “contesto” all’opera su cui sono riprodotte. Questo più ampio e proficuo approccio nell’interpretazione dei segni araldici manifesta tutta la sua validità scientifica nel caso degli stemmi scolpiti sui resti dei parapetti di due balconi monumentali conservati all’interno del castello aragonese di Otranto.

Come vedremo, l’analisi storico-araldica delle insegne ha consentito di gettare una nuova luce sulle origini e le vicissitudini edilizie dello storico palazzo idruntino di via Rondachi sul quale un tempo erano collocati i balconi.

Per comodità di esposizione, preferiamo iniziare la disamina partendo dal parapetto quasi integro che fa bella mostra di sé nella sala rettangolare del castello (fig. 1).

Fig. 1. Otranto, castello aragonese, sala rettangolare, particolare del parapetto monumentale
Fig. 1. Otranto, castello aragonese, sala rettangolare, particolare del parapetto monumentale

 

Il manufatto è formato da nove lastre rettangolari in pietra locale, scomposte e allineate su una pedana. Sulle sette lastre centrali si ammirano decorazioni in bassorilievo recanti sette busti maschili e femminili in maestà, ognuno dei quali è racchiuso da un serto di alloro, tipico corollario dell’iconografia celebrativa. Sulle due lastre laterali, decorate a traforo, campeggiano due scudi sagomati con contorni mistilinei, di foggia diversa, databili al XVI secolo. Purtroppo, come spesso avviene, e contrariamente a quanto doveva essere in origine, questi manufatti si presentano oggi privi di smalti. Il primo esemplare mostra una colonna con base e capitello, sostenente un putto che impugna con la mano destra una croce latina (fig. 2); il secondo reca nel primo quarto lo stesso stemma, benché stilisticamente diverso, partito con un altro raffigurante un albero nodrito1 su un ristretto di terreno2, movente dalla punta dello scudo (fig. 3).

Fig. 2
Fig. 2. Otranto, castello aragonese, sala rettangolare, particolare dello stemma
Fig. 3
Fig. 3. Otranto, castello aragonese, sala rettangolare, particolare dello stemma di alleanza matrimoniale

 

Quest’ultimo esemplare partecipa evidentemente delle caratteristiche dell’arme di alleanza matrimoniale: a destra (sinistra per chi guarda) le insegne del marito, a sinistra (destra per chi guarda) quelle della moglie. Il balcone appare nella sua interezza in una riproduzione fotografica realizzata nel primo decennio del Novecento (1910 ca.) dai fratelli Alinari, dalla quale si evince che esso dominava il prospetto di casa Carrozzini e che gli stemmi erano posizionati ai lati del parapetto (fig. 4).

Fig. 4
Fig. 4 – Balcone di casa Carrozzini, Otranto ca. 1910, stabilimento tipografico dei fratelli Alinari (Archivi Alinari, Firenze)

 

Altre foto d’epoca con altri particolari del suddetto edificio sono contenute fra le illustrazioni del secondo volume del Tallone d’Italia di Giuseppe Gigli3, pubblicato nel 1912 (fig. 5).

Fig. 5
Fig. 5. Balcone di casa Carrozzini (dal Tallone d’Italia di Giuseppe Gigli, foto Perazzo).

 

Tuttavia, nessuno dei due stemmi poc’anzi descritti corrisponde all’arme portata dalla famiglia Carrozzini, la quale sia nella versione blasonata dal Montefusco (“un cervo che tira un carro su cui è inginocchiato un uomo nudo con le mani giunte; il tutto sulla pianura erbosa”4), sia in altre varianti lapidee attestate a Soleto, differisce per la presenza di un emblema parlante5 costituito da una carrozza o da una sua parte (la ruota). Ciò significa che la committenza del balcone deve essere ricercata necessariamente altrove. Va premesso che l’identificazione dei titolari si è rivelata un’operazione particolarmente difficile, sia per la scarsità di fonti storiche su questo edificio, sia perché il contenuto blasonico degli stemmi non è facilmente ascrivibile a famiglie note. In casi di questo genere, le ricerche mediante collazione sulle fonti più specificamente araldiche (gli stemmari) possono rivelarsi fruttuose. E così è stato per il primo stemma e per il primo quarto del secondo, mentre si possono formulare solo delle ipotesi a proposito del secondo quarto del partito. Nel celebre Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d’Otranto, lo storico e araldista Amilcare Foscarini descrive un’arme identica, attribuendola ai Rondachi: “una colonna con base e capitello su cui sta un puttino ignudo che impugna colla destra una croce”6. Lo stesso blasone viene riportato nello Stemmario di Terra d’Otranto di Luigiantonio Montefusco7. In entrambi i casi non si hanno indicazioni sulla cromia delle figure e del campo.

I Rondachi furono una nobile famiglia idruntina di origini greche, annoverata fra le più illustri della città dallo storico Luigi Maggiulli8 ed estinta nella seconda metà del Seicento9. Fra il XVI e il XVII secolo la casata possedette vari feudi in Terra d’Otranto, tra i quali vanno ricordati Casamassella, Castiglione d’Otranto, Giurdignano, una quota dei laghi Alimini, Serrano e Tafagnano10. Un Domenico, vissuto nel XVII secolo, fu canonico della cattedrale di Otranto oltre che dotto nelle scienze e nelle lettere11.

Fra le famiglie nobili di Otranto, i Rondachi non furono comunque i soli a vantare un’origine ellenica giacché essa è attestata anche per altre schiatte come i Leondari, i Morisco e i Calofati12. Resta da capire, dopo aver identificato la famiglia di provenienza dello stemma in esame, a quale singolo personaggio detta arma apparteneva. Sfortunatamente non è stato possibile raggiungere questo obiettivo a causa soprattutto della difficoltà di stabilire, sulla base delle fonti a nostra disposizione, dei precisi riferimenti storico-genealogici sui vari membri di Casa Rondachi.

Ancora più problematica risulta essere l’identificazione dello stemma muliebre rappresentato nel secondo quarto dell’arma di alleanza matrimoniale, allusivo, come abbiamo visto, alla consorte di un Rondachi. Ciò dipende da una serie di limiti oggettivi a cui lo studioso va incontro nella lettura dell’arme, legati sia alla composizione araldica in sé, che si presenta acroma e generica nella sua figura principale – il termine “albero” è stato non a caso usato perché non se ne conosce la specie – sia alla lacunosità delle fonti con cui poter fare un raffronto. Va osservato, a tal proposito, che fra tutte le famiglie nobili e notabili idruntine riportate dal Maggiulli e dal Foscarini, solo di alcune di esse si conosce il blasone13.

Fra queste ultime, soltanto i Cerasoli (“d’argento, al ciliegio di verde”14), i Pipini (“d’azzurro, alla quercia al naturale, sostenuta da due leoni controrampanti d’oro”15) e i Dattili (“d’azzurro, alla palma di dattero d’oro, accostata da due stelle dello stesso”16 ) innalzavano un albero come figura principale, ma nessuno dei tre blasoni, nel suo complesso, sembra corrispondere a quello in argomento. Il quadro risulta ulteriormente complicato dal fatto che, come abbiamo poc’anzi ricordato, non disponiamo di solide fonti storico-genealogiche sui vari esponenti di Casa Rondachi, dalle quali avremmo potuto ricavare dati utili per la conoscenza delle insegne araldiche delle rispettive consorti.

Nel corso delle nostre indagini, tuttavia, siamo riusciti a rintracciare una fonte che si è rivelata di notevole importanza. Si tratta di una lettera del 15 ottobre 1893, scritta dal barone Filippo Bacile di Castiglione e pubblicata nel 1935 dalla rivista Rinascenza Salentina17. Storico nonché studioso di araldica, il Bacile apparteneva ad una nobile famiglia di origini marchigiane che possedette in Terra d’Otranto i feudi di San Nicola in Pettorano e di Castiglione d’Otranto, lo stesso, quest’ultimo, che qualche secolo prima era appartenuto ai Rondachi18.

La lettera, indirizzata a Luigi Maggiulli, descrive un viaggio ad Otranto durante il quale il Bacile poté visionare di persona uno storico palazzo di cui all’epoca era proprietario tale Don Peppino Bienna. In quell’occasione egli vide sulla facciata non uno, ma due parapetti che costituivano “la parte più notevole19 dell’edificio. “Quei parapetti hanno in tre lati corti e su fondi a trafori geometrici che indicano il passaggio dal XV al XVI secolo […] tre armi: una sola con una figura; le altre con due, perchè partite, ripetendo però a destra sempre questa figura; e a sinistra un’altra. La prima, dunque, è una colonna, su piedistallo, sormontata da un puttino tenente nella destra una croce. Nelle armi partite vi è 1°: la descritta; 2°: un albero su breve terrazza direi quasi accorciata20.

Il secondo parapetto, posto “in linea quanto divergente dal primo ma, tripartito e con bassorilievi21, conteneva dunque un terzo scudo che replicava la stessa combinazione d’armi per alleanza coniugale che abbiamo osservato nell’esemplare riprodotto nella figura 3. Ammirato dalle fattezze dell’edificio, il Bacile volle cercarne i proprietari originari e seppe era appartenuto alla famiglia Rondachi “che si era imparentata con la Scupoli, a cui dovrebbe appartenere la 2° partizione delle due armi22.

Si tratta di un documento importante perché oltre a confermare la committenza Rondachi, offre anche un indizio per l’identificazione dello stemma muliebre. Di origini ignote e non annoverata dal Maggiulli fra le più illustri di Otranto, la famiglia Scupoli divenne celebre per aver dato i natali a Lorenzo (*1530 †1610), chierico teatino nonché autore del celebre Combattimento spirituale23, e probabilmente anche a Giovanni Maria Scupola, pittore otrantino contemporaneo dei fratelli Bizamano24. Purtroppo non si conoscono altre attestazioni dell’arma portata da questa famiglia.

Allo stato attuale delle nostre ricerche non possiamo pertanto né confermare né confutare l’ipotesi di attribuzione del quarto muliebre suggerita al Bacile che, tuttavia, va tenuta in considerazione in vista di ulteriori, auspicabili approfondimenti. Nella lettera summenzionata si parla anche di un secondo parapetto presente sulla facciata, che dovette essere di dimensioni minori rispetto al primo. Fino a qualche settimana fa i resti di questo manufatto giacevano isolati e decontestualizzati nella sala triangolare del castello.

Tuttavia, grazie al nostro interessamento, si è provveduto a spostarli nell’adiacente sala rettangolare, dove sono attualmente ammirabili. Essi corrispondono perfettamente a quanto descritto dal barone di Castiglione. Si riconoscono tre lastre rettangolari decorate con pregevoli bassorilievi che riproducono diverse figure, comprese tre colonne che sembrano avere una relazione allusiva con l’arma Rondachi (fig. 6).

Fig. 6
Fig. 6. Otranto, castello aragonese, sala rettangolare, particolare delle lastre del parapetto del secondo balcone di palazzo Rondachi

Una quarta lastra, che si presenta in uno stato frammentario, reca scolpito su un fondo a traforo uno blasone partito Rondachi – (Scupoli?) del tutto simile a quello raffigurato sul parapetto maggiore, sebbene la composizione risulti stilisticamente differente (fig. 7).

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Fig. 7. Otranto, castello aragonese, sala rettangolare, frammenti della lastra del parapetto del secondo balcone di palazzo Rondachi, con stemma partito Rondachi – (Scupoli?).

 

L’analisi dell’araldista salentino presenta, invece, alcuni aspetti problematici per quanto riguarda il numero originario delle lastre del parapetto più grande. Egli, infatti, descrive “cinque scompartimenti racchiusi in elettissimi pilastrini” recanti “cinque medaglioni con teste che sporgono da serti circolari25, mentre se ne contano due in più nelle foto novecentesche di casa Carrozzini e nel manufatto visibile nella sala rettangolare del castello. Riteniamo che questa divergenza si possa spiegare ipotizzando un errore di conteggio da parte dello studioso. Tale supposizione si basa sul fatto che la sequenza dei sette busti raffigurata su ogni pannello difficilmente troverebbe una spiegazione se non venisse considerata come parte integrante dell’intero corredo decorativo della parte frontale del parapetto maggiore, lo stesso manufatto, peraltro, che qualche anno dopo apparirà nella sua interezza nelle riproduzioni novecentesche del balcone di casa Carrozzini.

E’ probabile che ogni busto racchiuso dalla corona d’alloro sia da intendersi come allusivo ad un personaggio di Casa Rondachi e che, di conseguenza, l’insieme costituito dai bassorilievi figurati e dalle insegne araldiche agnatizie e matrimoniali (che all’epoca erano sicuramente radicate nell’esperienza visiva degli osservanti) sia stato ideato per celebrare la famiglia proprietaria del palazzo nonché per ostentarne il rango. E’ bene precisare, però, che allo stato attuale delle nostre indagini queste considerazioni sono e restano delle mere ipotesi, da prendere con le dovute cautele.

Da un punto vista cronologico e stilistico, entrambi i parapetti presentano fattezze ascrivili al XVI secolo, probabilmente opera raffinatissima di Gabriele Riccardi26. Nel primo decennio del Novecento lo storico palazzo sito in via Rondachi dovette subire dei rimaneggiamenti che andarono a modificare in parte la struttura della facciata, tanto è vero che il prospetto dell’edificio, nel frattempo divenuto casa Carrozzini, era costituito da un solo balcone.

Le vicende che interessarono questa dimora nel lasso di tempo successivo a quello documentato dalle foto presentano, invece, non pochi lati oscuri. Stando a quanto si ricava dall’introduzione alla lettera del Bacile – pubblicata, come abbiamo visto, dalla rivista Rinascenza salentina agli inizi del 1935 – a quella data l’edificio non esisteva più perché fu abbattuto a causa delle sue precarie condizioni27. Si apprende che grazie all’interessamento del Maggiulli e della Soprintendenza ai Monumenti della Puglia e alla munificenza della famiglia Bienna, i pezzi del balcone furono smontati, affidati all’amministrazione comunale e conservati “in apposito luogo28.

Di parere diverso è lo studioso Paolo Ricciardi, secondo il quale casa Carrozzini fu acquistata dall’arcivescovo Cornelio Sebastiano Cuccarollo (1930-1952) e abbattuta dal suo successore Mons. Raffaele Calabria (1952-1960) per far posto ad una palazzina attualmente utilizzata come archivio diocesano (piano terra) e uffici pastorali (primo piano)29.

Comunque sia, delle lastre lapidee dei due parapetti si perse ogni traccia fino agli inizi degli anni ’90, quanto esse furono rinvenute all’interno del materiale di riempimento del fossato del castello aragonese e collocate nelle sale interne della fortezza idruntina. Ulteriori e più puntuali indagini, basate soprattutto su fonti archivistiche, potranno chiarire meglio le fasi e le vicissitudini edilizie a cui andò incontro quella che un tempo era l’antica dimora di una nobile famiglia otrantina della quale oggi non restano che i frammenti degli antichi balconi e un’intitolazione toponomastica a perpetuarne la memoria.

 

* Desidero esprimere il mio più profondo ringraziamento alla dottoressa Patricia Caprino (Laboratorio di Archeologia Classica dell’Università del Salento), alla quale va il merito di avermi segnalato il caso, suscitando il mio interesse e la mia curiosità. Un ringraziamaneto particolare va anche a Mons. Paolo Ricciardi, noto cultore di storia otrantina, per la sua generosa disponibilità. (Marcello Semeraro)

  1. Si dice di vegetali che nascono o escono da una figura o partizione.
  2. Terreno che è molto ridotto o isolato da entrambi i lati.
  3. Cfr. G. Gigli, Il tallone d’Italia: II (Gallipoli, Otranto e dintorni), Bergamo 1912, pp. 86-87.
  4. Cfr. L. Montefusco, Stemmario di Terra d’Otranto, Lecce 1997, p. 35.
  5. Le armi o le figura parlanti sono quelle che recano raffigurazioni allusive al nome del titolare.
  6. A. Foscarini, Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d’Otranto, Lecce 1903, rist. anast. Bologna 1978, vol. 1, p. 181.
  7. Cfr. L. Montefusco, op. cit., p. 106.
  8. Cfr. L. Maggiulli, Otranto: ricordi, Lecce 1893, p. 97.
  9. Cfr. A. Foscarini, op. cit., p. 181.
  10. Cfr. ibidem; cfr. inoltre L. Montefusco, Le successioni feudali in Terra d’Otranto: la provincia di Lecce, Lecce 1994, ad voces.
  11. A. Corchia, Otranto toponomastica, in Note di storia e cultura salentina (a cura di F. Cezzi), Galatina 1991, p. 133.
  12. Cfr. A. Foscarini, op. cit., pp. 32, 118, 146. Quello delle famiglie nobili di origine ellenica giunte in Terra d’Otranto e, più in generale, nel Sud Italia per sfuggire alla dominazione ottomana, resta un fenomeno tutto sommato poco esplorato dagli studiosi. L’araldica, da questo punto di vista, potrebbe fornire un interessante terreno di ricerca.
  13. Cfr. L. Maggiulli, op. cit., pp. 93-104; A. Foscarini, op. cit., ad voces.
  14. Cfr. A. Foscarini, op. cit., pp. 46-47.
  15. Cfr. ivi, pp. 169-170.
  16. Cfr. ivi, p. 59.
  17. Cfr. F. Bacile, Il palazzo dei Rondachi in Otranto, in Rinascenza salentina, 1 (gen-feb 1935), pp. 42-45.
  18. Cfr. A. Foscarini, op. cit. p. 16.
  19. Cfr. F. Bacile, op. cit., p. 43.
  20. Cfr. ivi, p. 44.
  21. Cfr. ibidem.
  22. Cfr. ivi, p. 45.
  23. Cfr. P. Ricciardi, Lorenzo Scupoli e il presbitero Pantaleone. Due maestri idruntini intramontabili e universali, Galatina 2010, pp. 9-10.
  24. Cfr. ivi, p. 307.
  25. Cfr. F. Bacile, op. cit., p. 44.
  26. Cfr. M. Cazzato, V. Cazzato (a cura di), Lecce e il Salento. Vol. 1: i centri urbani, le architetture e il cantiere barocco, Roma 2015, pp. 320-321.
  27. Cfr. F. Bacile, op. cit, p. 42.
  28. Cfr. ibidem.
  29. Cfr. P. Ricciardi, Otranto devota, Galatina 2015, p. 255.

 

In tour alle Tavole di San Giuseppe nel Salento sud-orientale, fra tradizione e devozione

Tavola di San Giuseppe 1

di Paolo Rausa

 

Quest’anno, il 19 marzo, a cavallo di una vecchia Tipo con la guida eccezionale del menestrello cantastorie salentino P40, ho avuto la ventura di immergermi  nel profondo e inesplorato cuore religioso di questa parte del Salento, che fa della tradizione spirituale un elemento di valorizzazione di credenze e frutti della terra.

Forse doveva essere veramente così, quando a pochi km di distanza i primi abitanti delle Grotte dei Cervi a Porto Badisco imbandivano le loro mense frugali con le primizie che la terra forniva: il prezioso olio, il vino ristoratore, il frumento vitale.

Dalla preistoria ai Messapi e ai greci, i riti trasmigrano, conservando sino a noi l’intensità spirituale, ravvivata dai monaci basiliani che tante tracce della loro arte hanno lasciato nelle cripte e nelle chiesette rupestri disseminate nel nostro territorio.

Proprio da una chiesetta comincia il nostro giro: la Cappella di Sant’Anna del XIII secolo a Specchia Gallone, frazione di Minervino di Lecce, un ciclo di affreschi con scene dell’Antico e del Nuovo Testamento e un Giudizio Universale. La chiesetta a due ambienti è preceduta da un pronao, un battuto su cui  il sacerdote e i devoti officiano la messa in onore di San Giuseppe. Alle loro spalle una ambientino contiene in piccolo tutti gli elementi vegetali e animali (il pesce, simbolo cristiano, esclusa rigorosamente la carne), che ritroveremo nelle mense allestite in case private, persino in uno studio professionale a Giurdignano, in una scuola materna, in un palazzo baronale,  e in una Fondazione benemerita, Le Costantine,  dove ha sede una eccellente scuola di tessitura, a Casamassella.

Le Tavole di San Giuseppe 3

Ogni luogo ha una storia rurale e religiosa. Con P40 ci interroghiamo sul significato di questa persistenza di riti nella memoria che si riversano nell’onorare un Santo, padre putativo di Cristo. Ci chiediamo come sia possibile conservare questi relitti atavici e semmai come coniugare questi lembi di civiltà con le istanze di un mondo giovanile che inascoltato pressa la società e alla fine, non trovando risposte, fugge via alla ricerca di un lavoro e di una qualche soddisfazione professionale.

Notiamo che quest’anno per la prima volta i Comuni che hanno condiviso il  progetto sulle Tavole di San Giuseppe sono quattro: San Cassiano, Minervino, Uggiano e Giurdignano, comprese le frazioni. Casamassella, una frazione forse di mille anime,  ci impressiona per il coinvolgimento da parte dei genitori e delle maestre dei 48 santi che hanno partecipato alla tavolata, imbandita ad altezza di bambino.

Fatto molto significativo perché alla preparazione delle vivande (servite e mangiate in ordine: lampascioni, rape, ceci, vermiceddhri, vino, pesce, ronghetto, bucatini, pittule, fritti con distribuzione di finocchio e arancia finale) hanno collaborato tutti, compresi i bambini dell’età max di sei anni che frequentano la scuola.

Che cosa sono in fondo queste Tavole, se non il tentativo di distribuire le risorse del territorio a tutti e in particolar modo ai poveri, sulla traccia dei sacrifici agli dei come distribuzione al villaggio delle carni, rito cui sovrintendeva Zeus Xenio, protettore degli ospiti e dei mendicanti?

Da Casamassella a Giurdignano, il paese degli allineamenti, dei menhir e dei dolmen, e anche delle Tavole di San Giuseppe. Ne abbiamo contate fino a 60 nelle case private, negli studi professionali, nei ristoranti, di tre, cinque, sette, nove santi, ecc. secondo un rigoroso rito che parte dalla Sacra Famiglia, 3 componenti, e poi in  numero dispari, a seconda della devozione e della grazia ricevuta, si allarga sino a riempire la sala più grande della casa di primizie della terra e del mare.

Tavola di San Giuseppe 2

In una di queste ci siamo fermati con P40 e abbiamo seguito il rito con un San Giuseppe che arcigno scuoteva la forchetta sul bicchiere e allora tutto si fermava sulla tavola. Si interrompeva l’assaggio che riprendeva con una nenia o una preghiera rivolta ai santi e ai defunti.

Con questo pensiero si chiudeva la tavola, distribuendo il cibo rimasto ai santi invitati, che a loro volta lo distribuiranno ai vicini e ai più poveri del paese, non prima di aver ricordato la funzione di San Giuseppe come psicopompo, che come Ermes ci accompagna nell’ultima dimora.

La Centoporte di Giurdignano

Chiesa dei santi Cosma e Damiano detta “Centoporte” a Giurdignano (Lecce)

di Michele Bonfrate

I ruderi della chiesa dei santi Cosma e Damiano detta “Centoporte”, costruita tra la fine del V e l’inizio del VI secolo d.C., si trovano nel territorio comunale di Giurdignano (provincia di Lecce) a circa km. 1,5 a nord del paese percorrendo la strada denominata via San Cosma che dal centro abitato conduce ai Laghi Alimini, in un contesto paesaggistico rurale di coltivazione estensiva ad uliveti scarsamente urbanizzato.

I resti monumentali dell’edificio appartengono ad una grande basilica a tre navate, di circa m.30 di lunghezza e m.17 di larghezza e strutture murarie conservate in elevato fino ad un altezza massima di circa m.5.

Grazie al rilievo architettonico eseguito nel 1882 dall’Ing. Giovanni Bodio, alla coeva descrizione dell’illustre Cosimo De Giorgi, alle fotografie del 1930 di Giuseppe Palumbo, allo studio architettonico del 1961 del Prof. Adriano Prandi, alle indagini archeologiche condotte dal Prof. Paul Arthur nel 1993-95 ed al minuzioso studio architettonico condotto dall’Arch. Michela Catalano del 1995 (cui spetta il merito di aver riscoperto con una mirata ricerca d’archivio l’intitolazione della chiesa di Centoporte ai Santi Cosma e Damiano), è possibile documentare la grande importanza storica, architettonica e archeologica che assume l’immobile demaniale malgrado lo stato di avanzato degrado in cui versano i ruderi, che non hanno mai subito un intervento conservativo o di valorizzazione ma soltanto impuniti atti di demolizione e danneggiamento da parte di ignoti, nonostante da oltre un secolo siano segnalati come meta turistica.

Nell’aprile del 1880 Cosimo De Giorgi la trova «in uno stato miserando; l’antica chiesa era di forma basilicale a tre navi divise da dieci pilastri, senza croce, con una sola abside in fondo alla nave mediana, ed era preceduta da un vestibolo o pronao di forma rettangolare. Il presbiterio era collocato nella nave mediana dinanzi all’altare maggiore; ed un muricciuolo chiudeva il coro e gli amboni. Le pareti erano intonacate e dipinte a fresco. La facciata terminava in alto a frontone ed una finestra trifora illuminava la nave mediana e le dodici finestre aperte nei muri laterali della stessa nave sopra gli archi sorretti dai pilastri. Il tetto era a due pioventi; le navi laterali aveano una sola falda. Tre porte mettevano dal pronao nell’interno del tempio, una per ciascuna nave a tre finestre erano aperte nella parete semicilindrica dell’abside, un’altra porta metteva in comunicazione la nave sinistra con una stanza che forse faceva parte del cenobio basiliano. I muri esterni delle navi laterali, i pilastri, il presbiterio sono un mucchio di informi rovine ed hanno ricoperto l’area interna dell’antica basilica sotterrando il pavimento. La smania dei cercatori di tesori  ha messo tutto a soqquadro. La cripta è stata anch’essa saccheggiata e sotterrata. Molte monete sono state rinvenute nei poderi attigui alla basilica; ed un tesoretto scoperto nel secolo scorso a poca distanza dalle Centoporte servì alla costruzione della chiesa di Giurdignano. Terminerò col far voti che l’edifizio sia cinto con un muro per conservare, almeno in omaggio alla storia, i pochi ruderi rimasti ».

L’abside, i pilastri, gli angoli dell’edificio ed altri punti di carico strutturale sono realizzati con l’impiego di grandi blocchi squadrati in pietra leccese, provenienti da qualche edificio di probabile origine ellenistica, come testimonia la presenza di lettere greche incise. Le altre strutture murarie sono costituite da blocchi più piccoli di calcarenite locale grossolanamente squadrati e legati con un ottima malta ed intonaco bianco in diversi punti conservato con eccezionale presa.

Scavi archeologici condotti dal Prof. Paul ARTHUR (Università di Lecce) negli anni 1993-95 hanno permesso di verificare ed acquisire nuovi dati dell’edificio.

Numerosi frammenti di tegole e coppi ceramici hanno testimoniato la copertura a doppio spiovente della navata centrale ed a singola falda le coperture delle navate laterali e del nartece. All’interno dell’edificio non è stata trovata traccia di pavimentazione, mentre il rivestimento parietale superstite era fatto d’intonaco bianco.

La ceramica rinvenuta nelle fosse di fondazione della chiesa e fra i giunti dei blocchi, sembra databile tra il tardo V e gli inizi del VI secolo; di fronte alla chiesa, e nei campi intorno, ove affiora il banco di roccia calcarenitica, è stata rinvenuta una serie di tombe, alcune delle quali sono databili al tardo VI o VII secolo.

Tipologicamente l’edificio ha vari confronti con città del territorio bizantino orientale compresa Costantinopoli.

Probabilmente durante il VII secolo inoltrato o quello successivo l’edificio basilicale fu sostanzialmente ristrutturato (forse in un monastero) con la creazione di ambienti all’interno della navata centrale e con il tamponamento delle aperture esterne. Non è chiaro quanto tempo sia passato tra la fine della costruzione della chiesa originaria e l’inizio delle nuove costruzioni al suo interno; il risultato della ristrutturazione sembra essere la fortificazione dell’edificio tramite il tamponamento delle aperture dei muri perimetrali della chiesa, la costruzione di due piccoli edifici nella navata centrale: il primo sfruttava l’abside e pare sia stato una piccola chiesa, successivamente decorata con affreschi (nel 1608 la visita pastorale dell’arcivescovo di Otranto attesta la presenza nell’abside dell’immagine della Vergine, dei santi Cosma e Damiano, di san Francesco e di sant’Eligio); il secondo edificio, il cui muro di fondo era costituito dalla facciata della chiesa, forse ospitava gli ambienti di servizio, quali refettorio e il dormitorio, verosimilmente dislocati su due piani. Lungo il lato settentrionale della chiesa fu aggiunto un ambiente rettangolare, in cui è stata rinvenuta una sepoltura databile intorno all’XI secolo.

L’ultima santa visita dell’ arcivescovo di Otranto alla chiesa di Centoporte è del 1626 e viene descritta in buone condizioni.

Due secoli e mezzo dopo Giovanni Bodio e Cosimo De Giorgi la descrivono e la documentano come un imponente rudere; alla metà del XX secolo Adriano Prandi documenta un ulteriore disfacimento; cinquant’anni dopo Michela Catalano eseguendo un accurato rilievo architettonico riscontra che altri crolli e demolizioni hanno ulteriormente danneggiato l’indifeso monumento.

L’immobile è una proprietà del Demanio ferroviario della Regione Puglia, sito nel Comune di Giurdignano (provincia di Lecce) ed è stato consegnato all’associazione di volontariato Archeoclub d’Italia Sede locale di Porto Badisco (con sede in Uggiano La Chiesa, Lecce) in data 15/2/2007 in esecuzione della Convenzione d’Uso sottoscritta in data 16/10/2006 tra Ferrovie del Sud-Est s.r.l. e la suddetta associazione.

In base a tale Convenzione, l’associazione è obbligata ad utilizzare l’immobile demaniale «per l’esclusivo fine di svolgervi attività di valorizzazione e fruizione dello stesso garantendone la corretta cura e manutenzione secondo le modalità che dovranno essere concordate ed accordate preventivamente dal competente Ufficio Periferico del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ai sensi del Decreto Legislativo 22 gennaio 2004 n.42 “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”. Le “Ferrovie” non assumono alcuna responsabilità in merito all’esecuzione di qualunque opera da realizzarsi sul bene di che trattasi, la responsabilità medesima sarà ad esclusivo carico» dell’Associazione consegnataria (art. 3 della Convenzione).

Ai sensi dell’art.7 della citata Convenzione, l’associazione ha assunto «a suo carico tutti gli oneri relativi alla manutenzione ordinaria e straordinaria dell’immobile concesso in uso, delle opere su di esso realizzate nonché della recinzione dello stesso. Le “Ferrovie” sono sollevate da qualunque responsabilità per danni di qualsivoglia natura a persone e cose che possano accadere sul bene oggetto del presente atto, anche derivanti dalla mancata manutenzione dello stesso. E’, inoltre, a carico dell’Archeoclub la pulizia del cespite concesso in uso».

La Convenzione è stata approvata dalla Regione Puglia -Assessorato ai Trasporti – Settore Sistema Integrato dei Trasporti (nulla-osta prot. n.26/2701/S.I.T. del 14/9/2006) e dalla competente Soprintendenza per i Beni Architettonici, per il Paesaggio e per il Patrimonio Storico, Artistico e Etnoantropologico delle Province di Lecce, Brindisi e Taranto (parere favorevole prot.n. 9776 del 17/11/2006 ) .

 
 
ph Michele Bonfrate

STATO DELLA TUTELA E DELLA FRUIZIONE

La chiesa di Centoporte, in quanto immobile demaniale dello Stato che presenta interesse storico, architettonico e archeologico è un bene culturale tutelato ai sensi dell’art. 10 del Decreto Legislativo 22/01/2004 n. 42 “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”.

Nel vigente Piano Urbanistico Territoriale Tematico regionale, un’area circolare tipizzata come “ambito B” di m.500 di diametro erroneamente inscrive graficamente il solo toponimo cartografico “le Centoporte” e non la ubicazione esatta del rudere del monumento che quindi ricade in area tipizzata “ambito C”.

Nel medesimo P.U.T.T. regionale il monumento è riportato nell’elenco delle “segnalazioni architettoniche” del territorio comunale di Giurdignano.

Nel vigente Piano Regolatore Generale del Comune di Giurdignano il monumento ricade in zona E 2 – verde agricolo (uliveto) ed è inscritto in un’area circolare di m.50 di diametro senza legenda.

Il monumento è facilmente raggiungibile sia perchè segnalato con appositi segnali stradali che indicano l’itinerario stradale proveniente dal centro del paese e sia perchè menzionato in ogni tipo di pubblicazione a carattere turistico-divulgativo locale nonchè segnalato su tutte le principale guide turistiche edite a livello nazionale.

I lati est, sud ed ovest del monumento coincidono con i limiti della particella catastale  demaniale confinante con altre particelle di proprietà privata; questa situazione ha consentito in tempi recenti la costruzione a diretto contatto con il lato sud del momunento di un piccolo deposito agricolo (dim m.1,85 x 2,90 altezza m.2,20); lo stesso lato sud del monumento si caratterizza per la demolizione completa fino alle fondazioni di un tratto di circa m.17 dell’antica struttura muraria.

Sul lato est del monumento, lo stipite meridionale della finestra centrale dell’abside reca inequivocabile l’azione di demolizione (per fortuna non portata a termine) avvenuta a danno del grande concio in pietra leccese spostato di oltre cm. 20 dalla posizione originaria dopo le riprese fotografiche di Adriano Prandi del 1961 (cfr. immagini seguenti).

Sempre un’altra ripresa fotografica del Prandi testimonia che dopo il 1961 è avvenuto il crollo dell’ultima porzione superstite del muro d’ingresso della navata sinistra.

Il ridotto volume di materiali lapidei presenti in crollo all’interno del monumento è stato interpretato sia da Prandi che da Arthur come risultato dell’azione di depredamento sistematico dei ruderi; inoltre sono numerosi i segni lasciati sugli elementi lapidei del monumento da percussioni recenti inferti da mano vandaliche.

L’esigenza di una recinzione di protezione intorno al monumento finalizzato a controllare l’utilizzo del bene ed a dotarlo di uno spazio minimo di rispetto funzionale altresì alla realizzazione dei lavori di restauro conservativo nell’ambito di un organico progetto di valorizzazione e fruizione, appare quanto mai prioritaria, urgente ed indifferibile.

Nel 2005 l’Archeoclub d’Italia Sede Locale di Porto Badisco chiede all’Ente proprietario ed alla Soprintendenza le autorizzazioni ad eseguire il taglio della vegetazione infestante che occultava il monumento al fine di consentirne la visita guidata in occasione della manifestazione nazionale “Chiese Aperte – X edizione – 14 maggio 2006”.

All’indomani della manifestazione si avvia la procedura che porterà il 16/10/2006 alla sottoscrizione della Convezione tra le Ferrovie del Sud-Est e l’Archeoclub per l’affidamento dell’immobile demaniale all’Associazione per l’esclusivo fine di svolgervi attività di valorizzazione e fruizione del monumento stesso garantendone la corretta cura e manutenzione.

Dopo la consegna dell’immobile avvenuta il 15/2/2007, l’Archeoclub ha proseguito l’opera di taglio della vegetazione infestante (rovi) che in parte ancora occupava il monumento ed il 13/5/2007 in occasione della XI edizione della manifestazione nazionale “Chiese Aperte“ è stata di nuovo promossa la visita guidata della Centoporte.

Nel mese di luglio 2007 su iniziativa ed intervento diretto del Comune di Giurdignano viene completato il taglio di tutta la vegetazione infestante che copriva le strutture della Centoporte compresi i lati esterni del monumento confinanti con le proprietà private (particelle 41 e 40 ad est, particelle 44 e 45 a sud, particella 43 ad ovest) e parzialmente le banchine della strada comunale Centoporte nel tratto che collega il monumento all’incrocio con la strada comunale per i Laghi Alimini.

Riferimenti bibliografici

BODIO Giovanni,          Basilica detta Centoporte in territorio di Giurdignano a 600 metri dalla casa cantoniera N.599 della ferrovia Maglie-Otranto; appunti, Tip. Editrice Salentina, Lecce 1882.

DE GIORGI Cosimo,     La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Lecce 1888, p. 284-287.

BODIO Giovanni,          Basilica detta le Centoporte in territorio di Giurdignano a 600 metri dalla casa di guardia al km.840 della ferrovia Maglie-Otranto , Milano 1893.

PRANDI Adriano,         Monumenti salentini inediti o mal noti, II, San Giovanni di Patù e altre chiese di Terra d’Otranto, in «Palladio. Rivista di Storia dell’Architettura», fasc. III-IV, anno XI, luglio-dicembre 1961, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1961, p. 103-136.

JURLARO Rosario,       Lettere greche alla «Centoporte» di Giurdignano (LE), in “Atti del IV Congresso Nazionale di Studi Bizantini”, Lecce, 21-23 aprile 1980, Congedo Editore, Galatina 1983, p. 263-266.

CATALANO Michela,  Strutture murarie del Salento: la Centoporte di Giurdignano (Lecce), Politecnico di Milano 1994.

ARTHUR Paul,              Giurdignano (Lecce), le Centoporte, in «Taras. Rivista di archeologia», XIV, 1, 1994, Scorpione Editrice, Lecce 1994, p. 175.

ARTHUR Paul,              “Masseria Quattro Macine” – a desert medieval village and its territory in southern Apulia: an interim report on field survey, excavation and document analysis, in “Paper of the British School at Rome”, vol. LXIV, Hertford 1996, p. 181-194.

ARTHUR Paul,              La chiesa bizantina detta “Le Centoporte” a Giurdignano, in BERTELLI Gioia (a cura di), Puglia preromanica dal V secolo agli inizi dell’XI, Edipuglia-Jaca Book, Milano 2003, p. 177-180.

Giurdignano. Il menhir San Paolo

di Marco Piccinni

Appena fuori dal centro abitato di Giurdignano, lungo quella che è stata definita la strada dei dolmen e dei menhir, all’interno del percorso archeologico del comune, definito il giardino megalitico d’Italia, è possibile ammirare una perfetta forma di sincretismo religioso-culturale costituitosi nei secoli intorno alla cripta di San Paolo.

Sormontata da uno dei menhir più “bassi” di Giurdignano, alto poco più di due metri, una cavità scavata in un basamento roccioso con tracce di affreschi fortemente deteriorati dal tempo e ulteriormente danneggiati da azioni vandaliche, rivela le sue origini, probabilmente bizantine, con degli abbozzi al culto di San Paolo e alla ormai storica associazione alla terribile taranta.

Menhir e cripta di San Paolo

San Paolo, divenuto un taumaturgo per ogni fenomeno di avvelenamento indotto dal morso di animali dopo aver debellato dal suo corpo il veleno iniettatogli da un serpente sull’isola di Malta, divenne anche il “testimonial ufficiale” di un fenomeno tipico dell’Italia Meridionale, con prevalenza nel territorio salentino, che fece discutere uomini illustri di ogni tempo, tra cui anche il grande Leonardo da Vinci:

San Paolo che vince sul mistico ragno che induce uno stato di possessione nel soggetto morso, è rappresentato nella piccolissima cripta di Giurdignano, accanto ad un ragnatela, probabilmente postuma all’affresco insieme ad altri piccoli dettagli  ”ricalcati” intorno alla figura dell’apostolo delle genti.

Affresco di San Paolo

L’associazione di San Paolo alla taranta avvenne con predominanza nel ’700, quando la chiesa cercò di arginare il fenomeno del tarantismo, di stampo tipicamente pagano, intorno ad un piccola cappella di Galatina, con il solo fine di debellarlo e ristabilire l’ordine nella terra dove la leggenda vuole siano sorte le prime chiese cristiane d’occidente. Nello stesso periodo, inoltre, i progressi in campo medico raggiunti nella capitale del regno di Napoli respingevano ormai di netto la teoria della possessione da morso, benchè fosse stata fortemente accreditata nei secoli precedenti, per sposarne una  più razionale focalizzata su un autentico avvelenamento. Questi sarebbe stata la causa di spasmi e tormenti psico-fisici.

All’interno della cripta, tutt’oggi oggetto di culto, è possibile individuare altre figure di santi ai lati di San Paolo. Si ipotizza che in origine fosse utilizzata per usi sepolcrali, ipotesi non suffragata da evidenze archeologiche. Sulla sua sommità tuttavia, adiacente al menhir,è possibile notare un insenatura nella roccia, artificiale, che ricorda tombe bizantine e medievali. Se così fosse non ci sarebbe spazio per nessun stupore. Questa zona è stata fortemente frequentata nei secoli, come dimostrano i rinvenimenti archeologici nelle vicine contrade Quattromacine e Vicinanze.

Possibile tomba sul menhir San Paolo

Il lato nord del menhir presenta sette tacche alla medesima distanza, mentre sulla sommità è possibile notare un foro, probabilmente utilizzato per l’installazione di una croce. Tutti i monumenti/simboli vistosamente legati a culti di stampo pagano vennero progressivamente cristianizzati a partire dagli editti di Teodosio, con i quali il Cristianesimo divenne religione di stato per l’impero romano e il popolo dei Cristiani divenne, da perseguitato, un persecutore. I menhir vennero incisi con delle croci o sormontati con “addobbi” cristiani, le cripte vennero affrescate e gli dei catechizzati.

Anche se molto piccola, questa cripta rappresenta un anello di congiunzione per molti dei culti che hanno segnato in maniera decisiva la storia etnografica del Salento.

pubblicato su http://www.salogentis.it/2012/02/19/il-menhir-san-paolo-di-giurdignano/

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