Storia e leggenda: un emblematico caso salentino, anzi due …

di Armando Polito

Tra storia e legenda i rapporti sono sovente stretti, nel senso che si può ragionevolmente affermare che, al pari del romanzo storico, la leggenda è, molto probabilmente sempre, trasfigurazione poetica di un fatto realmente accaduto. Quando poi autore di questo processo, che inevitabilmente comporta rispetto ai fatti realmente accaduti superfetazioni di ogni genere, è l’immaginario più o meno collettivo, è arduo, direi quasi impossibile ricostruire il punto di cesura e per certi versi, anche se può sembrare contraddittorio, di incollaggio o reciproco travaso tra la realtà e la finzione.

Uno dei tanti casi riguardanti la nostra terra è costituto dalla fine di Anton Giulio Acquaviva nel corso dei tragici eventi otrantini del 1480-1481. Sulla fine del duca della famiglia Acquaviva sono apparsi su questo blog due contributi. Il primo (http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/27/gedik-ahmet-pascia-e-giulio-antonio-i-acquaviva-breve-profilo-storico-di-due-uomini-lun-contro-laltro-armati/) privilegia la storia, il secondo (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/01/18/leggende-salentine-giulio-antonio-acquaviva-e-leccidio-di-otranto/ ) la leggenda.

Qui tenterò l’impresa disperata di tracciare un confine tra l’una e l’altra. Comincerò dalla storia che da sempre si basa sulle fonti e queste, più che mai nel nostro caso che non riguarda un’epoca, nemmeno relativamente, recente, sono costituite da testi manoscritti, dal momento che la stampa era stata inventata solo pochissimi decenni prima.

Con i manoscritti, si sa, bisogna andare cauti perché la falsificazione è sempre in agguato, soprattutto quando del documento a noi è pervenuto non l’esemplare originale e, magari, coevo, ma solo una copia dell’originale, reale o presunto che sia.

Per quanto riguarda le vicende otrantine, le cronache più o meno coeve giunte fino a noi e mai concordemente considerate autentiche dagli studiosi,  non contengono nessuna descrizione dettagliata ma solo un sintetico cenno alla morte eroica del duca in combattimento.1

L’unica eccezione che io conosco sarebbe  costituita dai Diarii di Lucio Cardamo di Gallipoli. Ho detto sarebbe perché ci sono molti fondati dubbi che si tratti di uno dei falsi settecenteschi di Giovanni Bernardino Tafuri, il che vanifica quasi del tutto la testimonianza del cronista che, stando alle sue memorie, avrebbe partecipato in prima persona alla guerra di Otranto: … A dì 7 dixto [7 febbraio 1481] lo Conte Julio Antonio noctis tempore scendio co so genti vecino ad Otranto pe fare na scaramozzata co quelli Turchi, che usciano la nocte dalla Cettate, ma li trovao usciti, et nascosi detro li pariti; quando foi vecino lo Conte Julio ad issi, usciro dalli Pariti, et cominzara ad cumbattere; et la zuffa durau bono tempo; et sempre lo Conte Julio facia prodizzi grandi mettendose lo primo nnanzi, ma no Turco le tagliao la capo rasa rasa dallo collo, et se la pilliao, et lo Conte Iulio remase ad cavallo come se era vivo, et lo cavallo lo portao pe sino Sternatia, et li Turchi ne portara la Capo ad Otranto. 

Il dettaglio del corpo mutilato del duca rimasto ritto dopo la decapitazione sul cavallo e da questo portato fino a Sternatia risulta notevolmente ridimensionato in un’antica Istoria manoscritta di Michele Laggetto, composta da lui nel 1537, a relazione di suo padre, che si trovò presente alla caduta di Otranto, e fu portato schiavo in Costantinopoli in età allora di 16 anni, e di molti altri vecchi Otrantini2.

La Biblioteca Arcivescovile “Annibale De Leo” di Brindisi ne custodisce una copia manoscritta settecentesca, della quale riproduco la parte che ci interessa. Di seguito il “frontespizio”.

1

e le carte 35v-36r, con a fronte la mia trascrizione e le relative note.

Nell’immaginario collettivo un cavaliere che, pur decapitato, torna in sella ritto sul suo cavallo è certamente più suggestivo, più eroicizzato, se non quasi deificato, di uno che cade a terra lasciando al cavallo la missione di far intuire la sua, per quanto eroica, fine. Direi che l’immagine ha una funzione consolatoria, quasi di posticipazione, pur fittizia, del momento della morte.

A questo punto non posso, però, non ricordare un episodio del quale sono stato diretto protagonista. Un gallo, particolarmente aggressivo, venne decapitato da mio cognato con un colpo di falce e la povera bestia, prima di stramazzare, ebbe il tempo di continuare a procedere con passo minaccioso per una buona decina di secondi. Il fenomeno non pone certo problemi di spiegazione scientifica (diverso sarebbe stato se il tempo di sopravvivenza acefala fosse durato più di dieci secondi) e il duca potrebbe pure essere rimasto ritto sul cavallo per qualche secondo ma mi riesce difficile immaginare che quel che rimaneva del suo corpo, pur rimasto impigliato nelle redini, fosse giunto, senza cascare dal cavallo (che, presumibilmente, almeno nel primo tratto non andava certo al passo …), fino a Sternatia.

E poi, per chiudere, aggiungo che il fenomeno in Cardamo è quasi un topos. Basta leggere ciò che avrebbe scritto, sempre nei suoi Diarii, a proposito della fine di uno dei martiri: A dì 13 Augusti ordinao, che omne Vomo se vulia non essere ammazzato se avesse facto Turco, et lasciare la Fede di Jesu Cristo, et pilliare quilla di Maometto, et cusì portati innanzi allo Bascià li disse: vui aveti ammazzato tanti Turchi pe no averivi vuluti arrendere subito, ora sete tutti miei schiavi, io ve prometto di lasciarevi vivi, et darevi la libertate se renegate Jesu Cristo, et credite a Maometto; ma Mastro Antonio Grimaldo Cusitore respondio in nome de omne uno, che vuliano stare presuni, schiavi, et murire pe no renegare la Fede de Jesù Cristo; pe quisto parlare se sdegnao multo lo dicto Bascià, et ordinao che se le avesse tagliata la testa, come fece no Turco co na Scimitarra; ma lo Segnore Dio pe fare vedere la sua potencia a quilli cani rimase lo corpo di Mastro Antonio diritto senza cadere ad Terra, come se fosse vivo, e pe quanto fera que Cani pe ordine dello Bascià di menarrelo ad Terra no foi possibile, et cadio quando si finio la occisione de tutti, che fora ottocento.

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1 Antonello Coniger (XV-XVI secolo), Cronache (manoscritto, mai ritrovato,  pubblicato per la prima volta da Giuseppe Palma per i tipi della Stamperia arcivescovale a Brindisi nel 1700; ripubblicato da Giovanni Bernardino Tafuri in Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici a cura di Angelo Calogerà, tomo VIII, Cristoforo Zane, Venezia, 1733, pp. 109-262; cito da questa edizione: 1481 Die primo Februaro foi ammazzato lo Conte Suli in una scaramboccia, che fero culli Turchi, et la sua Testa ne portaro in Otranto, et presuni pilliava infiniti Cristiani, dove per quanto pilliava tanto d’ardire, che due volte vennero a currere fino a le Porte di Lecce, essendoci tutto lo esercito del signore Re. 

Giuliano Passaro (XV-XVI secolo): cito da Historie, Orsino, Napoli, 1785: … Ali 6 di febraro 1481, è stato ammazzato lo conte Julio de casa Acquaviva vicino a Monorbino dalli turchi, & l’hanno tagliato lo capo, & portato dentro Otranto; & dopoi l’hanno portato in Turchia.

Cronica di Notar Giacomo (XV-XVI secolo); cito dall’edizione dello scopritore del manoscritto, Carlo Garzilli, uscita per i tipi della Stamperia reale a Napoli nel 1845: … adi sey defebraro 1481 vicino monorvino per mano deturchi fu mozata la testa allo Signore Conte Iulio et prisi Ioan pizinino da prata, messere francisco de montibus decapua et multi homini foro prisi et assay fantaria calabrese morta da valentehomini.

2 Francesco Antonio Primaldo Ciatara, Relazione di fatti che interessano la fedelissima città di Otranto, Stamperia Simoniana, Napoli, 1772, p. 21. Qualche perplessità suscita la scarsa convenienza da parte dei Turchi di portarsi a Costantinopoli come schiavi dei vecchi, ma forse qui l’autore vuole solo sottolineare la differenza d’età rispetto al prigioniero sedicenne. È un vero peccato, poi, che il Ciatara non citi la fonte da cui ha tratto la notizia relativa alla partecipazione diretta agli eventi anche del padre di Michele, sicché, tanto per cambiare, anche in questo caso  qualche dubbio rimane, nonostante, come si legge nel frontespizio,  il Ciatara fosse Canonico della Cattedrale di Otranto ed uno de’ cappellani della Regia cappella de’ santi martiri otrantini e la relazione scritta in occasione della di loro Canonizzazione seguita a’ 7 dicembre 1771.

 

Leggende salentine. Giulio Antonio Acquaviva e l’eccidio di Otranto

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stemma degli Acquaviva

di Melanton*

Ricordate questo nome: Giulio Antonio Acquaviva, conte di Conversano, luogotenente del re di Napoli Alfonso d’Aragona, nobile di lignaggio e di cuore, cavaliere senza macchia e senza paura, abile spadaccino, gentiluomo degno dei più elevati onori, intrepido fino ed oltre la morte.Egli visse in tempi di avventura ed eroismo rimasti insuperabili, quando l’onore e il coraggio erano esemplari. Tempi di uomini ardimentosi, che hanno scritto pagine di storia, e con le loro eroiche imprese, anche di leggenda.

Nato nel 1428 ad Atri, in Abruzzo, Giulio Antonio divenne duca di Conversano sposando nel 1456 Caterina Orsini del Balzo, figlia naturale di Giovanni Antonio, principe di Taranto. Accorse volontariamente sotto i bastioni di Otranto in quella fatidica tragica estate del 1480, quando i Turchi, comandati dal feroce Gedik Ahmet Pascià, invasero la nobile città dalle cento torri, caposaldo orientale della Cristianità, con il conseguente eccidio degli Ottocento Martiri, e fu ancora protagonista l’anno dopo, nelle varie battaglie per la sua liberazione.

In uno di questi scontri (anche se la storia parla di un’imboscata), il conte Acquaviva difese la vita e l’onore di tanti cristiani inermi, battendosi come cento soldati tra i boati e i fumi delle artiglierie turchesche, nel disordinato clamore di donne, bambini e vecchi terrorizzati, e orrendi cumuli di caduti e macerie.

Improvvisamente, un colpo netto di scimitarra gli mozzò il capo.

Ma Giulio Antonio Acquaviva non cadde per terra. Pur senza testa, molti lo videro combattere ancora contro gli invasori. Finché il suo fido destriero, dileguandosi nella campagna, lo condusse in un’ultima corsa, fermandosi nel cortile del Castello di Sternatia, quartier generale delle truppe aragonesi.

Qui l’eroico conte stramazzò al suolo per sempre. O forse no.

In certi suggestivi momenti della notte agostana, lungo il profilo delle mura di Otranto, chi ha buona vista e cuore romantico, ancora oggi, infatti, dopo più di cinque secoli, può intravedere,quasi come un’ombra, un cavaliere senza testa che percorre rapido il cielo, galoppando in silenzio verso il mistero.

 

* Pubblicato su Il Filo di Aracne

Bisignano e Nardò. I Sanseverino e gli Acquaviva

di Roberto Filograna

Sia la città di Bisignano (l’antica, medioevale Visinianum), sia la città di Nardò (l’antichissima, messapica Naretinon), legano buona parte della loro storia più recente, dal XV secolo sino ai tempi dell’eversione della feudalità, al nome di due grandi famiglie che detennero il potere feudale ed amministrativo delle due città: i Sanseverino a Bisignano e gli Acquaviva a Nardò.

La famiglia Sanseverino e la famiglia Acquaviva appartenevano al gruppo delle sette famiglie più importanti del regno, assieme ai Ruffo, ai d’Aquino, agli Orsini del Balzo, ai Piccolomini e ai Celano. Ambedue le famiglie, improntarono la storia, l’economia, la cultura e la vita economica e sociale dei due centri, con alterna fortuna per gli stessi e secondo direzioni prevalentemente parallele ma che in

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