NAUNA: sulla bontà dell’iscrizione ho qualche dubbio, su quella del vino nessuno

di Armando Polito

Nulla sapremmo dell’iscrizione, comunque andata perduta, se non ce ne avesse lasciato traccia Girolamo Marciano (Leverano, 1571-Leverano 1628) nella sua opera pubblicata postuma nel 1855.

Come si legge nel frontespizio, l’opera reca le aggiunte di Domenico Tommaso Albanese (Oria, 1638-Oria, 1685), ma credo, nonostante tali aggiunte formino un tutt’uno col testo originale e sia, perciò pressoché impossibile distinguere il contributo cronologicamente successivo, che tutto ciò che riguarda la nostra iscrizione sia da attribuire al Marciano anche per la maggiore vicinanza geografica di Leverano a Nardò rispetto ad Oria.

Di seguito il testo relativo tratto dalla parte dedicata a Nardò.

 

Il Marciano parla di due tavole di rame e dalla disposizione grafica del testo si direbbe che la prima ne contenesse uno enormemente più lungo. Per ora non procedo alla traduzione ed al commento, anche perché non posso passare sotto silenzio coloro che in varie epoche, dopo il Marciano, di questa iscrizione si sono occupati. Seguirò l’ordine cronologico.

il primo è una vecchia conoscenza di chi si occupa della storia di Nardò, vale a dire Pietro Pollidori (Fossacesia, 1687-Roma, 1748), al quale più di uno in tempi recenti ha rimproverato di aver prostituito il suo talento di storico nella confezione di documenti falsi allo scopo di dare prestigio alle memorie del luogo in cui volta per volta esercitava il suo servizio, in parole povere per assecondare, in modo certo non disinteressato, un deviato (e nefasto per la verità e per la storia) senso dell’orgoglio campanilistico. E tutto questo pure a Nardò, ai tempi di Giovanni Bernardino Tafuri (1695-1760) e del vescovo Antonio Sanfelice (1707-1736).

Suo è un ampio scritto pubblicato nel tomo VII della Raccolta di opuscoli filosofici e filologici a cura di Angelo Calogerà, Zane, Venezia, 1732, pp. 410-496, recante il titolo Expositio veteris tabellae aereae, qua M. Salvius Valerius vir splendidus emporii Naunani patronus decernitur (Saggio sull’antica tavola di rame nella quale si legge Marco Salvio Valerio uomo splendido patrono della piazza commerciale di Nauna). Il saggio è preceduto da una lettera dedicatoria indirizzata all’arcivescovo Carlo Majello recante la data del 13 marzo 1725, che si conclude con l’augurio di un riscontro critico, che, a quanto ne so, non seguì, nel senso  che non ci è rimasto nessun documento in cui il Majello sembri accettare in toto o parzialmente, oppure respingere le argomentazioni del Pollidori.

L’ideale sarebbe stato riportare l’intero saggio, mentre il taglio divulgativo di questo post avrebbe reso sufficiente riportare in sintesi il pensiero del Pollidori. Ho scelto, invece, una strada intermedia perché ritengo che anche i non addetti ai lavori abbiano il diritto di conoscere le fonti originali e non solo la loro interpretazione. Riporterò, perciò, i passi più salienti con la mia traduzione a fronte e qualche nota esplicativa in calce.

 

ll saggio del Pollidori, dunque, non è il frutto di un esame autoptico ma solo uno studio della trascrizione che, secondo lui, presenta prerogative di maggiore fedeltà. A proposito di questa iscrizione si legge che essa risultava già perduta ai tempi del Mommsen (1817-1903). A questo punto tale perdita va retrodatata con certezza al  1725 e, viste le superfetazioni di cui s’è detto a proposito della trascrizione del testo, non è da escludersi che la data della sua scomparsa sia da retrodatare ancora. Rimane plausibile che la trascrizione del Marciano sia autoptica (quando essa venne rinvenuta, nel 1595, l’umanista di Leverano aveva 24 anni),

Dopo l’introduzione che abbiamo visto il Pollidori esamina il testo dell’iscrizione linea per linea, commentandone ciascuna prima di passare alla successiva. Di specifico interesse è la nota alle locuzioni EMPURII NAUNAE  (dell’emporio di Nauna) e, più avanti EMPURII NAUNITANI (dell’emporiio naunitano) perché, essendo stata l’epigrafe rinvenuta a Nardò,  si è pensato che Nauna fosse il nome del porto di Nardò e nel tempo  la si è identificata, giocoforza, con questo o quel punto della lunga costa ricadente nel territorio di Nardò, tenendo conto della presenza o meno di reperti archeologici che giustificassero, oltretutto, la funzione commerciale, per la verità già quasi scontata, direi, a meno che non si tratti di una base militare, per qualsiasi porto. Così, a parte Giovanni Alessio (Problemi di toponomastica pugliese, Cressati, Taranto,1955) che considerò Nauna, connesso con la stessa radice del greco ναῦς (leggi vaus)=nave,  come il nome messapico di Anxa, l’antico nome di Gallipoli, l’identificazione proposta ha riguardato, volta per volta, con riproposizione in qualche caso dello stesso toponimo con motivazioni più o meno diverse, le località che qui indico così come si presentano al visitatore spostandosi da Nardò fino a Porto Cesareo (che ora è un comune autonomo): S. Maria al Bagno, Frascone, S. Isidoro, Scalo di Furno). Per gli autori dell’attribuzione vedi alla fine la bibliografia.

Sorprende non poco, però, che, a quanto ne so,  nessuno di coloro che si sono occupati dell’iscrizione e di Nauna (a parte il Mommsen, ma en passant, come vedremo) hanno avuto la delicatezza di citare il Pollidori (nonostante abbia anticipato, in modo filologicamente impeccabile, molte osservazioni successive; ma tant’è, basta qualche peccatuccio perché non ti si dia retta nemmeno quando hai ragione …) sul toponimo così scrive (pp. 428-438):

 

Com’è noto, nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle scienze veniva istituito un comitato, guidato da Theodor Mommsen, con il compito di creare una collezione organizzata di tutte le iscrizioni latine pubblicate in passato dagli eruditi in ordine sparso. Nasceva così il C. I. L. (Corpus Inscriptionum Latinarum). Il primo volume uscì nel 1863 e mentre il Mommsen era in vita altri quattordici. La nostra fu pubblicata nel volume IX nel 1883. Di seguito il frontespizio e la relativa scheda, con il testo nella lettura del Mommsen che ancora è quella ufficiale (e resterà tale, credo, in eterno, a meno che non salti fuori all’improvviso, magari da qualche museo straniero …, l’originale).

 

Mi soffermo solo, prima di passare, finalmente, alla traduzione del testo dell’epigrafe su un solo dettaglio descrittivo che la dice lunga sull’acribia che è destinata sempre a subire duri colpi quando manca l’esame autoptico o esso, come nel nostro caso, era ed è ormai impossibile.

Il Mommsen scrive: tabula fastigiata cum foraminibus quattuor pingitur apud Marcianum (scr.) [viene descritta come una tabella terminante a punta con quattro fori [mano] scritto. Sfido chiunque a trovare conferma nel testo, che ho riportato all’inizio, del Morciano.

(Sotto i consoli Antonio Marcellino e Petronio Probino il 6 maggio, mentre il popolo dell’emporio di Nauna chiedeva per acclamazione che dovesse essere offerta a dio una tavola di bronzo incisa del patronato a Marco Sal() Valerio uomo splendido cui già da tempo secondo la voce e la volontà del medesimo popolo è stato offerto l’onore del patronato. Ciò che avvenisse di questa cosa, così della stessa cosa decisero avendo già da tempo il popolo devoto offerto pubblicamente l’onore del patronato a quel Marco Sal()= Valerio i cui immensi benefici offrì non soltanto ai cittadini del municipio ma in verità anche a noi stessi avendo sempre amato anche il nostro emporio così che, dovunque esercitò il potere, ci garantì sicuri e difesi. Per questo è necessario ricompensarlo; e così piace a tutto il popolo dell’emporio di Nauna che sia opportuno dovergli offrire una tavola di bronzo incisa affinché accetti con animo ben disposto quel che gli è stato offerto degnamente in onore dal devotissimo popolo del nostro emporio. Su decreto di Caio Giulio Secondo, del pretore Caio Id() Memio, Caio Ge(= Afrodisio, Caio Pro() degli altri)

Non meno vanti di sorta, ma, a quanto ne so, questa mia è la prima traduzione integrale dell’iscrizione. Lo stesso commento del Pollidori, d’altra parte, riguarda solo i nessi più significativi di ciascuna linea. Probabilmente chi ha tentato l’impresa si è lasciato scoraggiare dalla lezione del Mommsen che, per quanto autorevole, pone più di un problema di ordine grammaticale, D’altra parte sarebbe bastato tener conto di alcune varianti registrate dallo stesso studioso tedesco in calce al testo. Tra l’altro non sono neppure molte, anzi sono soltanto due: onor per onorem e oblatus per oblatum.

Prima che il lettore resti ubriacato da schede, citazioni, immagini, traduzioni, varianti, congetture e simili, è tempo che io riservi la sua residua sobrietà alla bottiglia di vino NAUNA che all’inizio campeggia accanto alle tavole di bronzo (naturalmente, fittizie). A questo punto qualcuno mi rinfaccerà l’intento pubblicitario del post. Ebbene, sì, lo confesso. tra me e il titolare dalla cantina neretina che lo produce è stato stipulato appena l’altro ieri in località Masserei (praticamente in casa mia …), alla presenza del notaio Se fossi fesso, ti direi chi sono (non esiste cognome più lungo e, come se non bastasse, fornito pure di virgola) un contratto che prevede a mio favore la fornitura gratuita di tale vino vita natural durante nella quantità di una bottiglia al giorno (la penale per la mancata osservanza prevede un risarcimento di tre bottiglie per ognuna non consegnata o, in alternativa, una somma pari al decuplo del prezzo corrente (che non è certo, e, onestamente, non può essere, popolare).

Anche se per ogni giorno che mi resta, appena sveglio, sarò costretto a toccarmi, mi piace pensare che il titolare, invece, per qualche tempo non si toccherà, ma si morderà le mani con cui ha firmato quel contratto, pensando che gli sarebbe costato molto meno, indipendentemente dal rispetto dei patti, rivolgersi alla migliore agenzia pubblicitaria …

Un’ultima riflessione: Nauna si legge Naùna oppure Nàuna? – Ecco il solito maniaco erudito da strapazzo; questa questione dell’accento fa il paio con “il Brexit o la Brexit?” per il quale, addirittura è stato scomodato un referendum tra i lettori (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/04/anchio-indetto-un-referendum/) – potrebbe osservare qualcuno dei pochi lettori, forse, arrivati fin qui. Nel fare presente che il referendum scade alle ore 24 di domenica 10 c. m., che non indirò un’altra consultazione, che respingo l’erudito (con i tempi che corrono è un’offesa) ma accetto, in un sussulto d’insolita umiltà il da strapazzo …), che nella ricostruzione della verità non solo storica ogni dettaglio formale (anche una virgola, un articolo, un accento) è prezioso, dico solo, a proposito di quest’ultimo dilemma, che la plausibilissima ipotesi dell’Alessio [dal greco ναῦς (leggi vàus)], ripresa poi dal Ribezzo, imporrebbe la lettura Nàuna (essendo au dittongo, come avviene per l’italiano causa), anche se l’esperienza mi dice che la pronuncia più corrente è, forse, Naùna, perché, non sapendo che au è dittongo, la parola è considerata trisillaba e nella scelta prevale una tendenza quasi istintiva legata alla maggiore musicalità di una  parola piana rispetto ad una sdrucciola.

 

BIBLIOGRAFIA  (alla fine di ogni volume citato riporto l’identificazione proposta, laddove compare, di Nauna).

Francesco Ribezzo, Nuove ricerche per il C. I. M., Roma, 1944, p.187, nota 1. (S. Maria al Bagno, identificazione ribadita nello studio successivo)

Francesco Ribezzo, L’arcaicissima iscrizione messapica scoperta a Nardò e il suo “Portus Nauna”, in Archivio storico pugliese, V, 1952, pp. 68-77. (S. Maria al Bagno)

Mario Bernardini, Panorama archeologico dell’estremo Salento, bARI, 1955, p. 60 (S. Maria al Bagno).

Giancarlo Susini, Fonti per la storia greca e romana del Salento, Accademia dell’istituto delle scienze, Bologna, 1962, p. 91 (Scalo di Furno).

Alfredo Sanasi, Ricerche archeologico-topografiche su Neretum inetà romana, in La Zagaglia, anno VI, N. 21, 1964, pp. 36-40 (S. Maria al Bagno)

Maria Teresa Giannotta, Bibliografia Topografica della Colonizzazione Greca in Italia e nelle Isole Tirreniche, XII, Pisa-Roma, 1993, alla voce Nauna, pp. 314-316.

Cesare Marangio, CIL IX, 10 e il porto di Neretum, in L’Africa romana. Lo spazio marittimo del mediterraneo occidentale: geografia storica ed economia. Atti del XIV convegno di studio Sassari, 7–10 dicembre 2000, a cura di Mustapha Khanoussi, Paola Ruggeri e Cinzia Vismara, Carocci, Roma,  2002 (S. Maria al Bagno, identificazione ribadita nello studio successivo)

Cesare Marangio, Porti e approdi della Puglia romana, in I porti del Mediterraneo in età classica, Atti del V Congresso di Topografia Antica, Roma 5-6 ottobre 2004, Rivista di topografia antica, XVI, 2006, pp. 101-128  (S. Maria al Bagno).

Rita Auriemma, Chiara Pirelli e Gabriella Rucco, Il paesaggio come museo. Archeologia della costa di Nardò, in Notiziario numismatico dello Stato. Serie “Medaglieri italiani”, n. 8, 2016, pp. 144-150  (Frascone).

 

La specchia del cavolo*

di Armando Polito

 

* Ringrazio Paolo Cavone per avermi dato l’opportunità di occuparmi qui dell’argomento, dato che la questione non poteva essere liquidata in poche battute, con l’invito rivoltomi in https://www.facebook.com/203849783159662/photos/a.223441477867159.1073741852.203849783159662/244758789068761/?type=1&comment_id=244810595730247&notif_t=comment_mention

 

Mio caro lettore, ti autorizzo fin da ora ad attribuire al cavolo del titolo il noto uso eufemistico se quanto sto per dire dovesse  sembrarti, sia pure alla fine, completamente campato in aria.

Ma cominciamo da specchia, della quale riporto la definizione fornita dalla Treccani on line:  nella penisola salentina, termine usato per indicare cumuli artificiali di pietre in forma di grandi coni, alti fino a 18 m, circondati da un muro, interpretati come torri di vedetta, e di altri di minore altezza, racchiudenti tombe a cassa e corredo di tradizione appenninica misto a forme della prima età del ferro.

Aggiungo che, a parte Specchia, il comune in provincia di Lecce con lo stesso etimo che fra poco vedremo, come nome comune la voce, oltre che accompagnare come apposizione vari toponimi, tende ad entrare ufficialmente nel linguaggio scientifico come già è avvenuto, per esempio, per uluzziano da Uluzzu (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/22/lasfodelo-uluzzu-erba-degli-eroi/)

Il suo etimo è collegato al concetto di sopraelevazione insito nel cumulo: spècula in latino significa osservatorio, altura, vigilanza. Il concetto di base è quello del verbo spècere=guardare, per cui spècula ha come primo significato quello di osservatorio; poi, siccome si guarda meglio stando in posizione elevata, si è passati ai concetti di altura e vigilanza; da spècula, per sincope di –u– si è avuto specla, attestato, insieme con speccla, da parecchi diplomi normanni, e di cui è rimasta traccia nelle varianti sflega (Soleto) e sfleca (Calimera , Sternatia e Zollino), da cui specchia in virtù di un’evoluzione fonetica normalissima (come in màcula>*macla>macchia). La voce specchia oggi indica qualsiasi mucchio di pietre, anche di formazione recente, qual è quello residuale del dissodamento dei campi.

Per il cavolo debbo scomodare una mappa antica e più precisamente quella, dedicata al Regno di Napoli, facente parte  del Theatrum orbis terrarum di Abraham Ortelius pubblicato ad Anversa da Gilles Coppens de Diest  nel 1570. L’opera è visibile e scaricabile in https://archive.org/details/theatrumorbister00orte, link dal quale ho tratto il frontespizio

e la tavola che ci interessa, dalla quale con zoomate progressive ci avvicineremo ora al toponimo sul quale ci soffermeremo.

Siamo arrivati a destinazione, cioè a Torre del caulo. Ci troviamo esattamente nella zona in cui fino a qualche decennio fa erano visibili i pochi resti della Specchia Caulone (nell’immagine di testa in una foto di G. Palumbo tratta dal contributo di Nicola Vacca Noterelle galateane, per i cui estremi bibliografici rinvio alla nota)1.

Che il degrado della specchia fosse già in stadio avanzato da parecchi secoli ce lo prova la testimonianza del Galateo (1444-1517) che nel De situ Iapygiae, uscito postumo a Basilea per i tipi di Pietro Perna nel 1558, scriveva: A castello divi Cataldi  sex millibus passuum abest castellum in Lupiensi agro, cui nomen Caulon; distat a Monasterio Ceratensi, quod videmus, duobus millibus passuum; videtur ingens structura fuisse, nunc nihil est nisi acervus lapidum, qui exusti videntur, deinde tempore exesi; vix duobus a mari distat stadiis, vestigia quae ad mare procedunt adhuc cernuntur. Nescio si fuerit Caulon, quem, remota C litera, Horatius Aulonem dixit: incolae speculam Caulonis  appellant. In huius peninsulae editioribus locis frequentes sunt cumuli lapidum quos incolae speculas nominant:  has numquam me vidisse memini, praeterquam in hoc tractu. Has congeries non nisi magna numerosae multitudinis manu coacervatas fuisse credibile est. Paucis in locis ubi lapides non sunt (omnes enim colles asperi et lapidosi) ex terra facti sunt cumuli tantae magnitudinis ut aspicientibus montes videantur; quamvis tempus et hominum manus et pecus omne non parvam partem decacuminavit.  Monumenta haec fuisse illustrium virorum existimo; mos enim erat vetustissimorum Graecorum et ante illos forte Iapygum super cadavera clarorum virorum ingentem lapidum, aut arenarum molem accumulare; unde fortasse cumuli, aut tumuli sepulchra dicuntur (Dal castello di S. Cataldo dista sei miglia in agro di Lecce un castello chiamato Caulone; dista dal monastero di Cerrate, che vediamo, due miglia; sembra che sia stato di ragguardevole struttura, ora non c’è nulla se non un cumulo di pietre che appaiono bruciate; dista dal mare appena due stadi. Non so se Caulone sia stato quello che, eliminata la lettera C, Orazio chiamò Aulone: gli abitanti lo chiamano Specchia di Caulone. Nei luoghi alquanto elevati di questa penisola sono frequenti i cumuli di pietre che gli abitanti chiamano specchie: ricordo di non averne mai visti se non in questo tratto. C’è da credere che questi cumuli siano stati ammassati non senza la grande fatica di parecchia gente. In pochi luoghi dove non ci sono pietre ( tutti i colli infatti sono aspri e sassosi) sono realizzati con la terra cumuli di tanta grandezza che a chi li guarda sembrano monti, sebbene il tempo e la mano degli uomini e ogni tipo di bestiame ne abbia privato della sommità buona parte. Credo che questi fossero monumenti di uomini illustri; infatti era costume degli antichissimi Greci e prima di loro forse degli Iapigi di accumulare di accumulare sopra i cadaveri degli uomini illustri una grande massa di pietre o di sabbia; perciò forse i sepolcri son detti cumuli o tumuli).

Intanto il nome latino tramandatoci dal Galateo è Caulon, dal cui accusativo (Caulonem) è l’italiano Caulone. Il Galateo suggerisce pure una prima etimologia ipotizzando che il nome del monte Aulon (in italiano Aulone) ricordato da Orazio derivi, per la perdita della consonante iniziale, proprio da Caulon e corrisponda, quindi, alla nostra specchia.

Vediamo cosa dice esattamente Orazio (Odi, II, 6, 5-21): Tibur Argeo positum colono/sit meae sedes utinam senectae,/sit modus lasso maris et viarum/militiaeque./Unde si Parcae prohibent iniquae,/dulce pellitis ovibus Galaesi/flumen et regnata petam Laconi/rura Phalantho./Ille terrarum mihi praeter omnis/angulus ridet, ubi non Hymetto/mella decedunt viridique certat/baca Venafro,/ver ubi longum tepidasque praebet/Iuppiter brumas et amicus Aulon/fertili Baccho minimum Falernis/invidet uvis (Volesse il cielo che Tivoli  fondata dal colono argivo fosse la sede della mia vecchiaia,  il limite, per me stanco, del mare e dei viaggi e della guerra. Se le Parche ingiuste mi tengono lontano da lì possa io raggiungere la corrente del Galeso dolce per le lanose pecore e i campi su cui regnò lo spartano Falanto. Quell’angolo di terra mi sorride più di ogni altro, dove il miele non è inferiore a quello dell’Imetto e l’ulivo gareggia con quello verdeggiante di Venafro, dove Giove offre una lunga primavera e un tiepido inverno e l’amico Aulone dalla fertile vite per nulla invidia  le uve del Falerno).

A me sembra che l’angolo di terra di cui parla Orazio sia caratterizzato dalla presenza dominante e accentratrice del fiume Galeso, che è ben lontano dalla nostra specchia (di seguito evidenziati entrambi nella mappa antica), in territorio tarentino.

E me lo conferma Marziale, Epigrammi, XIII, 125, che a distanza di poco più di un secolo sembra riecheggiare Orazio:  Tarentinum. Nobilis et lanis et felix vitibus Aulon/ Det pretiosa tibi vellera, vina mihi (Il territorio tarentino. L’Aulone famoso per le lane e fertile di viti dia a te lane, a me vini preziosi).

Molto probabilmente la proposta di identificazione/derivazione di Aulon con/da Caulon nasce nel Galateo anche per suggestione del commento di Pomponio Porfirione (II-III secolo d. C.) ai versi di Orazio appena riportati: Aulon locus est contra Tarentinam regionem ferax boni vini (Aulone è un luogo, di fronte alla regione tarentina, che produce buon vino). Torneremo a breve su quel contra=di fronte.

Non aiuta certo a far chiarezza Servio (IV-V secolo d. C.) che nel suo commento al verso 533 del libro III dell’Eneide virgiliana scrive: CAULONISQUE ARCES. Aulon mons est Calabriae, ut Horatius “et amicus Aulon fertilis Baccho”, in quo oppidum fuit a Locris conditum, quod secundum Hyginum, qui scripsit de situ urbium Italicarum, olim non est. Alii a Caulo, Clitae Amazonis filio, conditum tradunt (Le rocche di Caulone. Aulone è un monte di Calabria, come dice Orazio “e l’amico Aulone fertile di vite”, sul quale fu fondata dai Locresi una città che secondo Igino, che scrisse sul sito delle città italiche, da molto tempo non c’è più. Altri tramandano che fu fondata da Caulo, figlio dell’amazzone Clita).

Al di là del passaggio fatto quasi di soppiatto da Caulonis (genitivo che suppone un nominativo Caulon) ad Aulon, quel Calabriae (già da secoli Calabria era il nome dell’attuale Terra d’Otranto, mentre Brutium era quello dell’attuale Calabria), collocherebbe il monte nel nostro territorio ed escluderebbe Caulonia calabrese, nonostante si dica che su di esso venne fondata una città dai Locresi.

Come abbiamo fatto prima con Orazio, leggiamo ora l’originale virgiliano (Eneide, III, 551-553): Hinc sinus Herculei, si vera est fama, Tarenti/cernitur; attollit se diva Lacinia contra/Caulonisque arces et navifragum Scylaceum (Da qui si vede il golfo dell’erculea, se ciò che si dice è vero, Taranto; di fronte si levano la dea Lacinia e le rocche di Caulone e Squillace famosa per i naufragi). Il contra virgiliano consente di capire meglio il contra Tarentinam regionem di Porfirione, in cui avevo lasciato in sospeso quel contra che, dunque, indica una posizione frontale, anche se un po’ defilata, rispetto a Taranto ma non certo rispetto ad un punto ancor più frontale e lontano, addirittura, sulla costa adriatica.

La testimonianza di Virgilio non lascia adito a dubbi. Le rocche di Caulone si trovano di fronte a Taranto insieme con (il tempio del) la dea Lacinia (da cui Capo Lacinio, oggi Capo Colonna) e Squillace; dunque, siamo nell’attuale Calabria e le rocche di Caulone non sono altro che l’odierna Caulonia in provincia di Reggio Calabria.

E, ove ce ne fosse stato bisogno, ecco la conferma di Ovidio (Metamorfosi, XV, 703-706: Linquit Iapygiam laevisque Amphrisia remis/saxa fugit, dextra praerupta Celennia parte,/Romethiumque legit Caulonaque Nariyciamque/evincitque fretum Siculique angusta Pelori (Lascia la Iapigia, evita virando a sinistra le rocce amfrisie [non identificate] e a destra le scogliere Celennie [non identificate] e tocca Romezio [non identificata] e Caulona [l’originale Caulona per Caulonem è un accusativo alla greca) e Naricia [Locri] e supera lo stretto e le insidie del siculo Peloro).

Insomma il padre dell’ipotesi  di Aulone derivante per aferesi da Caulone sembra, per il momento, essere stato Servio che, a complicare ulteriormente le cose, mette in campo anche Caulo il figlio dell’amazzone. Il Caulo del testo originale serviano è un caso ablativo che suppone un nominativo Caulus e un accusativo Caulum da cui dovrebbe derivare in italiano Caulo; e infatti, nella mappa, per non fare torto a nessuno, compare Torre del caulo, con la preposizione articolata e con l’iniziale minuscola, come se fosse un nome comune, quasi italianizzazione del dialettale càulu=cavolo.

A questo punto, con tutto il rispetto per gli autori antichi e per il Galateo (che, pur non citandolo, mostra di conoscere Servio), esibisco troppa e perversa fantasia se mi viene in mente, anche in base alla descrizione data all’inizio della specchia, che quest’ultima nella forma ricorda tutt’altro che vagamente una testa di cavolo e se dico che, quindi, il toponimo potrebbe essere il frutto di una similitudine popolare  (e non solo, come vedremo, in riferimento all’ortaggio …)?

Al cavolo, in un certo senso mostra di credere pure Girolamo Marciano (1571-1628) che in Descrizione, origine e successi della provincia di Otranto,  uscito postumo nel 1855 a Napoli per i tipi della Stamperia dell’Iride, a pag. 397 così si esprimeva: Tra queste due torri [Rinalda e Spiecchiolla (sic, poco prima)] alquanto infra terra si vedono le rovine di un antichissimo castello detto dal volgo la Specchia di Caulone, dove si vede un grandissimo tumulo di pietre guaste, e corrose dal tempo, e le reliquie di una grossa muraglia, che incominciava da questa parte orientale della marina, e passando per il castello trascorreva sino all’altra occidentale, terminando al porto piccolo di Taranto per ispazio di miglia quaranta, come in molti luoghi tra questo spazio se ne vedono molti antichi vestigi, fatto per quanto si dice dai Japigii, nel tempo che debellarono i Messapi, e si divisero la regione tra di loro. Perciocché i Messapi possedevano la parte boreale della provincia, e gli Japigi l’australe, ed il castello da questa parte posero per termine e guardia del mare orientale, perciocché dalla parte occidentale si guardava dalla città di Taranto, chiamandolo Caulone quasichè estremo capo della divisione, e della lunga muraglia, denotando la voce Καυλός (leggi Caulòs) appresso dei Greci l’estremo capo di qualsivoglia lunghezza. Strabone dice che Caulonia nella Magna Grecia, edificata dai Greci, fu prima detta Aulona, quasi Vallonia, dalla vicina valle; perciocchè la voce Αὺλόν (leggi Aulòn) oltre che dinota valle, significa parimente il tratto di un lungo e stretto mare, come il Jonio che si stringe come un canale tra il capo d’Otranto e i monti Cerauni, nella riva occidentale del quale fu edificato questo castello e nell’orientale la città oggi detta Aulona. Si vedono oltre di questo in molti luoghi della provincia grandissimi cumuli, e montetti di pietre misti con terra, che gli abitatori del paese chiamano Specchie, le quali paiono opere di grandissima potenza, e di numerose mani, con tutto che il tempo le abbia in gran parte spianate. Il Galateo stima essere state queste Specchie sepolture di uomini illustri; il che non è credibile, perchè sebbene quegli antichi Greci facevano simili sepolcri e grandi tumuli agli uomini insigni, non per questo è da credere, che le specchie che si vedono in questa regione siano stati sepolcri. Imperciocchè il nome Specchia, derivante dal verbo latino speculor, non significa altro che luogo eminente, donde è solito farsi le guardie, e le spie a’ nemici.  

Pure per il Marciano tutto si riduce ad un’aferesi di C-, ma all’Aulone oraziano egli sostituisce, con un ragionamento arzigogolato e che mi sembra troppo al servizio di una pur sacrosanta ipotesi di lavoro, nientemeno che la città oggi detta Aulona, cioè l’odierna Valona in Albania. Tutto questo con due pezze giustificative.

La prima è di natura filologica ed è basata su Αὺλόν da una parte e Καυλός dall’altra. Su Αὺλόν debbo preliminarmente dire che in greco esiste αὐλός, di genere maschile, con i significati di flauto, tubo, canale, zampillo, sfiatatoio, imbuto. Il Morciano s’inventa un neutro Αὺλόν senza rendersi conto che Aulona è spiegata meglio dalla voce derivata αὐλών/αὐλῶνος (leggi aulòn/aulònos)=gola montana, canale. Quanto a Καυλός quel denotando la voce Καυλός appresso dei Greci l’estremo capo di qualsivoglia lunghezza mi pare una definizione anch’essa strumentale, tirata per i capelli. Basta, infatti, considerare che Καυλός negli autori greci è usato con i significati di estremità della lancia, fusto di pianta arbustacea o di candelabro, cavolfiore, dotto del pene, collo della vescica, gambo di amo. Perciò l’estremo capo di qualsivoglia lunghezza può andare d’accordo  stentatamente solo con il primo significato che ho riportato, che, essendo di evidente derivazione analogica, non è quello nativo.

Colgo l’occasione per far notare come direttamente da questa voce greca deriva il latino tardo càulus che in Vindiciano, (IV secolo d. C.), Epitome Altera, XXVIII, assume il significato di glande (quasi un parente del quarto registrato per il greco): De veretro. Veretrum est oblungum, natura nervosum, forinsecus venosum, membrano coopertum fortissimo, habens fistolam rectam in medio ab inizio usque ad summum. Cacumen eius dicitur caulus sive dartus2 (Il pene. Il pene è lungo, nervoso di natura, all’esterno venoso, coperto da una membrana resistentissima, ha al centro un condotto diritto dall’inizio fino alla sommità. La sua parte terminale si chiama caulus o dartus3).

Dalla voce del latino tardo, poi, è derivato per epentesi eufonica di –v– l’italiano cavolo (che ha conservato pure il significato traslato che, come abbiamo appena visto, è piuttosto datato; nasce dunque per similitudine e, perciò, in italiano secondo me cavolo per cazzo non ha origini, come si potrebbe pensare, eufemistiche, legate, cioè, alla sostituzione della parola “sporca” con un’altra “pulita” avente in comune con la prima la sillaba iniziale) ed il dialettale càulu (usato per indicare solo l’ortaggio, il che corroborerebbe il mio dubbio precedente sul valore eufemistico fin dall’origine di cavolo per cazzo; infatti, almeno nel dialetto di Nardò, è usato a tal fine non càulu ma cagnu=cane; curioso, poi, è il fatto che cagnu sia usato solo a questo scopo e che per indicare l’animale si usi, come in italiano, cane, nonostante cagnu sia il padre di cagnùlu, a Nardò canicèddhu,=cagnolino). Nel latino classico, invece, sempre connesso con la voce greca, è attestato caulis (anche nelle varianti colis e coles) nel significato generico di fusto ed in quello specifico di cavolo. Dall’accusativo di caulis (caulem), infine, è derivato l’italiano caule.

La seconda pezza giustificativa è di natura letteraria, cioè è utilizzata la fonte Strabone (I secolo a. C. – I secolo d. C. ). Ecco le parole originali del geografo greco (Geographia, VI, 1, 10): Μετὰ δὲ Λοκροὺς Σάγρα, ὃν θηλυκῶς ὀνομάζουσιν, ἐφ᾽ οὗ βωμοὶ Διοσκούρων, περὶ οὓς Λοκροὶ μύριοι μετὰ Ῥηγίνων πρὸς δεκατρεῖς μυριάδας Κροτωνιατῶν συμβαλόντες ἐνίκησαν.  Ἀφ᾽ οὗ τὴν παροιμίαν πρὸς τοὺς ἀπιστοῦντας ἐκπεσεῖν φασιν ‘ἀληθέστερα τῶν ἐπὶ Σάγρᾳ.’ Προσμεμυθεύκασι δ᾽ ἔνιοι καὶ διότι αὐθημερὸν τοῦ ἀγῶνος ἐνεστῶτος Ὀλυμπίασιν ἀπαγγελθείη τοῖς ἐκεῖ τὸ συμβάν, καὶ εὑρεθείη τὸ τάχος τῆς ἀγγελίας ἀληθές. Ταύτην δὲ τὴν συμφορὰν αἰτίαν τοῖς Κροτωνιάταις φασὶ τοῦ μὴ πολὺν ἔτι συμμεῖναι χρόνον διὰ τὸ πλῆθος τῶν τότε πεσόντων ἀνδρῶν. Μετὰ δὲ τὴν Σάγραν Ἀχαιῶν κτίσμα Καυλωνία, πρότερον δ᾽ Αὐλωνία λεγομένη διὰ τὸν προκείμενον αὐλῶνα. Ἔστι δ᾽ ἔρημος· οἱ γὰρ ἔχοντες εἰς Σικελίαν ὑπὸ τῶν βαρβάρων ἐξέπεσον καὶ τὴν ἐκεῖ Καυλωνίαν ἔκτισαν (Dopo Locri il Sagra che ha un nome femminile, sulle cui sponde ci sono gli altari dei Dioscuri, presso i quali 10000 Locresi insieme con Reggini, scontratisi con 130000 Crotoniati, vinsero. Dicono che da questo fatto derivi il proverbio riferito agli increduli “Più vero di ciò che successe sulla Sagra”. Alcuni aggiungono la leggenda che nello stesso giorno, mentre ad Olimpia si svolgevano i giochi, pure lì fu annunziato l’accaduto e la velocità di diffusione ne consacrò la veridicità. Dicono che la disfatta fu la causa per i crotoniati di non poter durare ancora per molto tempo per il gran numero di caduti. Dopo il Sagra c’è Caulonia fondata dagli Achei, prima detta Aulonia per la valle che le giace di fronte. È deserta: gli abitanti infatti furono scacciati dai barbari in Sicilia  e lì fondarono Caulonia).

A questo punto è chiaro che il Caulonisque arces/Aulon di Servio è figlio dell’alternanza Aulonia/Caulonia di Strabone, ma rimane il mistero dell’aggiunta di C- (per la quale il Marciano mette in campo l’incrocio tra Αὺλόν e Καυλός) e la presenza della Caulonia siciliana ultima arrivata; comunque, possiamo affermare che tanto con lei quanto con quella tarentina la nostra specchia non ha nulla a che fare. E poi c’è da mettere in conto il fenomeno antico dell’omonimia di tanti toponimi e, con riferimento alla mappa, la loro deformazione o italianizzazione con effetti spesso esilaranti (per non parlare di errori macroscopici come, sottolineato dallo stesso Paolo nel link indicato, un Aletium collocato pari pari nel posto allora come ora occupato da Lecce), tra cui, tutto è probabile, anche quanto ho avuto occasione di dire sulla possibile responsabilità del càulu, per cui Specchia del caulo potrebbe essere italianizzazione di Specchia ti lu càulu.

E, per chiudere, ora, mio caro lettore, cominci a sospettare che il titolo sia stato particolarmente azzeccato? Continua a sospettare, ma auguriamoci che qualche ricercatore della domenica (e pure degli altri giorni della settimana …), suggestionato da quanto ho scritto, non avanzi l’ipotesi che, dopo il menhir, anche la specchia (e a maggior ragione Specchia Caulone, in cui il secondo componente ha tutta l’aria di essere un accrescitivo …) avrebbe il diritto di vedersi riconosciuto il titolo di simbolo fallico …

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1 Caulone e Calone in Cesare Teofilato, Di alcuni Megaliti Sallentini, in Rinascenza salentina, anno I, n. 3 (maggio 1933), XI-XII, pp. 140-150, solo Calone nei pionieri di storia locale: Sigismondo Castromediano, Sulle Specchie di Terra d’Otranto, Lecce, Tipografia Salentina, 1873-74; G. Nicolucci, Brevi note sui monumenti megalitici e sulle così dette Specchie di Terra d’Otranto, Atti dell’Accademia Pontaniana, v. XXIII, Tipografia della Regia Università di Napoli, Napoli, 1893; Charles Lenormant, I truddhi e le Specchie di Terra d’Otranto, in Gazzette archeologique, VII (1881), Parigi, p. 82; L. De Simone, La specchia Calone e L. De Giorgi, Le specchie di Terra d’Otranto in Rivista storica salentina, Lecce, anno II (1904-1905), pp. 313-334 e 481-513; Paolo Dovara, Le specchie della penisola salentina in Corriere meridionale, XXI (1910), Lecce, p. 34; P. Maggiulli, Specchie e trulli in Terra d’Otranto, Tipografia editrice leccese, Lecce, 1909; Calone in altri storici locali  (tutti i contributi di seguito citati sono leggibili in http://www.emerotecadigitalesalentina.it/): Luigi Scoditti, Specchie e Paretoni nel Salento, in La zagaglia, anno II, (1960), v. VIII, pp. 52-56; Nicola Vacca, Noterelle galateane, in Rinascenza salentina, anno XI, 1943, pp. 65-96; Marcellino Leone, Terra d’Otranto dall’origine alla colonizzazione romana, in La zagaglia, anno VII (1965), pp. 308-320; Antonio Franco, Sopravvivenza delle opere d’arte nel Salento, in La zagaglia, anno XVI, n. 56 (dicembre 1972), pp. 292-301; Aldo Caputo, Nella terra dei Titani, in Idomeneo, n. 6, pp. 225-231.

Calone compare in documenti medioevali come nome di un feudo brindisino, ma non so (e vale anche per il Calone del saggio di Primaldo Coco che non ho potuto consultare: Vestigi di vita canonicale in Brindisi sulla fine del secolo XIII e vicende del casale di Calone (presso Mesagne), Tipografia Giurdignano, Lecce, 1913) se corrisponda topograficamente al nostro.

2 Cito  il testo latino da Valentino Rose, Theodori Prisciani Euporiston libri III cum physicorum fragmento et additamentis Pseudo-Theodoreis; accedunt Vindiciani Afri quae feruntur reliquiae, Teubner, Lipsia, 1894, pag. 479.

3 Chiara trascrizione del greco δαρτός (leggi dartòs)=scorticato, scuoiato (fimosi e circoncisione a parte …).

 

 

 

Una sponsorizzazione femminile dell’anfiteatro di Rudiae nella travagliata storia di una fantomatica epigrafe (CIL IX, 21)? (Prima parte)

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.leccesette.it/archivio/img_archivio1682013151042.jpg
immagine tratta da http://www.leccesette.it/archivio/img_archivio1682013151042.jpg

 

Prima che le risultanze archeologiche ne dessero conferma, l’unica notizia  sull’esistenza di un anfiteatro a Rudiae era quella lasciataci da Girolamo Marciano (1571-1628) nella sua Descrizione, origine e successi della provincia d’Otranto uscita postuma a Napoli per i tipi della Stamperia dell’Iride nel 1855, dove, a pag. 502, si legge: Io ho visto e letto un instrumento mostratomi dal curiosissimo Francesco Antonio De Giorgio mio amico, nel quale si legge che l’anno 1211 a 10 di dicembre Gaita moglie di Orazio Ruggiero di Rudia dimorante in Lecce donò un pajo di case al monastero di S. Niccolò e Cataldo. Dal quale si raccoglie che sebbene la città di Rudia fu distrutta l’anno 1147 da Guglielmo il Malo, tuttavia insino al detto anno 1211, e forse più se ne mantennero in piedi gli avanzi, dappoichè gli abitatori non si ridussero totalmente dentro la città di Lecce. Delle reliquie di questa città oggi non si vede altro che rottami di pietre ed il sito dell’anfiteatro, in cui non sono molti anni fa fu ritrovato un marmo, che oggi si conserva in casa del signor D. Vittorio Prioli1 in Lecce con questa iscrizione:

OTTACILLA M. F. SECUNDILLA

       AMPHITEATRUM

Non si legge altro che questo nel marmo, non essendo intero, ma in molte parti spezzato.

Da quanto appena riportato risulta che l’epigrafe era viva e vegeta fino a buona parte della prima metà del secolo XVII e che il suo rinvenimento, a Rudiae, doveva essere avvenuto presumibilmente (altrimenti, come intendere non sono molti anni fa?) nella seconda metà del secolo XVI2.

Pellegrino Scardino, Discorso intorno l’antichità e sito della città di Lecce, Stamperia G. C. Ventura, Bari, 1607, pag. 12: Fuori della Città presso le mura, in un luogo, dove oggi si vede il convento dei Frati Scalzi di San Francesco, era a’ tempi passati l’Anfiteatro per gli spettacoli del Popolo, del quale, benche oggi nessuna parte ne sia in piedi, nientedimeno fra le cose guaste, e rovinate ne appariscono alcuni segni. Acquista di ciò fede al vero un Marmo ritrovato fra gli edifici sotterranei con inscrittione che comincia OTTACILLA M. F. SECUNDILLA/AMPHITEATRUM non si legge più di questo nel Marmo, non essendo intero; ma in molte parti spezzato e lacero, mercè degli anni che a lungo andare rodono a guisa di tarlo ogni cosa.  Conservava gli anni a dietro questo picciolo Marmo nel suo leggiadretto Museo, degno di vedersi per la varietà dei libri e di molte cose antiche, il signor Ottavio Scalfo, medico e filosofo singolarissimo, la cui acerba ed immatura morte oscurò in buona parte non solo la gloria delle Muse, ma tolse ancora al Mondo la maniera dei più nobili e cortesi costumi. Oggi, fra la compagnia d’altri marmi si vede ricoverato dal signor Vittorio de Priuli, gentiluomo Leccese, sottile investigatore delle cose antiche, il quale, infiammato di ogni virtuoso pensiero, si rende huomo singolare in ogni maniera di alto e liberale mestiere.  

Nonostante l’ambiguità di edifici sotterranei lo Scardino collega senza esitazione il marmo all’anfiteatro di Lecce e in più ci fornisce la notizia che il marmo era stato custodito prima da Ottavio Scalfo3 e poi, confermando il Marciano, da Vittorio Prioli.

Giulio Cesare Infantino (1581-1636), Lecce sacra, Micheli, Lecce, 1634 (cito dall’edizione anastatica Forni, Sala Bolognese,1979, p. 213): Fuori le mura della Città di Lecce, e propriamente nel Parco, è l’antica, e Regia Cappella di S. Giacomo Apostolo, Protettore delle Spagne: la qual Cappella in questi ultimi anni, cioè nel 1610 fù conceduta insieme con un giardino, e parte delle stanze a’ Padri Scalzi di San francesco, i quali hoggi vi dimorano, havendo dato buon principio alla fabrica de’ loro Chiostri. E Cappella assai divota, massime dapoi che i detti Padri vi vennero ad habitare, per essere molto assidui alle confessioni, & altre loro religiose osservanze. Quivi era ne’ tempi antichi un’Amfiteatro per gli spettacoli del popolo, del quale benche hoggi niuna parte ne comparisca, pure frà le cose guaste, e rovinate ne compariscono alcuni segni. Testimonio ne fa un marmo antico, ritrovato sotterra, se ben spezzato, e lacero,che gli anni à dietro conservava appresso di sé con molt’altre cose antiche, degne da vedersi, Ottavio Scalfo Medico in questa Città, e Filosofo singolarissimo, honor di questa Provincia: hoggi si conserva in casa di Giovanna Paladini che fù moglie di     D. Vittorio Prioli, gentil’huomo Leccese, Conte Palatino, & à suoi tempi diligente investigatore delle cose antiche, il cui principio è questo

Ho riportato in formato grafico il resto del testo4 riguardante proprio la nostra epigrafe perché il lettore comprenda più agevolmente come la questione, già complicata di per sé, deve fare i conti con problemi accessori. Un esempio per tutti: quell’Amphiteatrum riportato in tal modo fa pensare che fosse leggibile (da chi?) solo la A e che il resto fosse integrazione (di chi?). In più compare un RE. P. R. che, come vedremo nella prossima puntata, non è presente nella trascrizione del CIL.

Giovan Battista Pacichelli (1634-1695), Il regno di Napoli in prospettiva, Parrino, Napoli, 1703, v. II, pag.. 167 e 168: Accenna Livio, che Lecce, detta ancor Licia, e Lupia, doppo il dominio de’ Salentini, ubbidì al Senato di Roma, e Colonia de’ Romani la testifica Plinio, & un Marmo ritrovato nelle rovine della distrutta Rudia l’autentica.

C. Claudio C. T. M. N. Neroni Cos./ob rem felicissime in Piceno adversus Poenorum/ducem Asdrubalem gestam Sen. Pop.& militum/statio Lupien. A. H. P.5

 [Lecce] esperimentò le vicende della fortuna con l’altre Città distrutte dal re Guglielmo il Malo l’anno 1147, come nota Antonello Coniger nella sua Cronica6 , assieme con la sua Compagna Rudia fabricate ad un tempo dal sudetto Malennio, che per somministrarsi scambievolmente i soccorsi, le congiunse con una strada sotterranea7 , che anche ritiene il nome di Malenniana e se ne scorgono alcuni vestiggi.

Trascurando l’ultimo autore che, fra l’altro, crea un po’ di confusione mettendo in campo l’epigrafe rudina di cui mi sono occupato non molto tempo fa (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/05/01/lepigrafe-di-rudie-ovvero-cil-ix-23-un-maquillage-ben-riuscito-pero/), un bilancio potrebbe così essere stilato: non sappiamo se la testimonianza del Marciano fosse stata già redatta alla data di pubblicazione del lavoro dello Scardino, ma anche se così non fosse stato è da presumere che un umanista del calibro del Marciano abbia trascritto de visu il testo dell’epigrafe ed è difficile immaginare che si sia inventato la contestualizzazione del reperto che, comunque, risulta, come s’è visto, meno generica di quella dello Scardino. Quando, poi, all’assenza o ai dubbi di contestualizzazione si aggiunge pure la scomparsa del reperto, la frittata è fatta.  Così passano i secoli e le memorie spesso sono costrette ad intrecciare le loro nebulosità  non per colpa loro ma degli uomini. Ѐ il caso della nostra epigrafe che, nel frattempo dimenticata e pure fisicamente perduta, ritorna in auge nel 1938 quando, durante la risistemazione dell’anfiteatro di Lecce (Lupiae), venne rinvenuta un’iscrizione oggi, anch’essa, scomparsa:

TRAIANI

IMP III CO

PATRE LIBE

Da allora la costruzione dell’anfiteatro di Lecce, che prima quasi concordemente era stata attribuita ad Adriano, fu da parecchi studiosi attribuita a Traiano. Ci fu pure chi si spinse oltre: G. Paladini8 e R. Bartoccinila considerarono in relazione con la nostra. L’operazione apparve arbitraria già al Susini (Fonti per la storia greca e romana del Salento, Tipografia della S.T. E. B., Bologna, 1962, p. 107) e M. Bernardini (La Rudiae salentina, Editrice salentina, Lecce, 1955, pp. 37-38) dal canto suo rivendicò la probabile provenienza rudina della nostra epigrafe; anche a me pare un’operazione discutibile sul piano metodologico ma alla resa dei conti inaccettabile perché non tiene in alcun conto la testimonianza del Marciano nella quale più chiara non poteva essere la contrapposizione tra Lupiae e Rudiae, tanto più che il brano citato fa parte del capitolo XXIII che ha per titolo Della città di Rudia, sua origine e distruzione. Tuttavia, per onestà intellettuale e prima che qualcuno me lo faccia presente, debbo dire che il lavoro del Marciano fu pubblicato, come s’è detto, postumo con aggiunte del filosofo e medico Domenico Tommaso Albanese di Oria (1638-1685), come recita il frontespizio; secondo me è piuttosto improbabile che una delle aggiunte abbia riguardato, integralmente e pesantemente, proprio questo capitolo.

 

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/09/una-sponsorizzazione-femminile-dellanfiteatro-di-rudiae-nella-travagliata-storia-di-una-fantomatica-epigrafe-cil-ix-21-seconda-ed-ultima-parte/

__________

1 Nelle immagini sottostanti uno scorcio dell’omonima via, Palazzo Prioli al civico 42 (settembre 2011; oggi, dopo il restauro, è sede del resort Mantatelurè)  e il dettaglio dello stemma della famiglia Prioli.

 

Vittorio Prioli, appartenente ad una famiglia di origini venete, fu una delle figure di spicco della cultura leccese tra XVI e XVII secolo. Fu sindaco nel 1593; il suo nome compare più volte negli atti del processo di beatificazione del gesuita Bernardino Realino di Lecce (Sacra rituum congregatione Eminentissimo et Reverendissimo Domino  Cardinali Pedicini relatore Neapolitana seu Lyciensis beatificationis et canonizationis venerandi servi Dei Bernardini Realini Sacerdotis Professi Societatis Jesu, Summarium super virtutibus, Tipografia della Reverendissima camera apostolica, Roma, 1828, passim) come donante di una cassa di cipresso foderata di tela d’oro in cui fu trasferito il gesuita a due mesi dalla morte avvenuta, appunto, il 2 luglio 1616. Egli  era sicuramente vivo alla data del 1627 perché nel catasto di Monopoli di quell’anno, carta 489 v.,  Giovanni di Francesco Palmieri risulta debitore di ducati 233, 1, 13 nei confronti del monastero di San Giovanni Evangelista  di Lecce e di ducati 116, 3, 6 a don Vittorio Prioli della stessa città).

Per le sue mani potrebbe essere passato, oltre alla nostra epigrafe, anche il manoscritto delle Cronache di Antonello Coniger (Ferdinando Galiani, Del dialetto napoletano, Mazzola-Vocola, Napoli, 1779, p. 109: … si conserva ms. presso del Signor Conte D. Vittorio Prioli; per motivi temporali dovrebbe trattarsi di un discendente del nostro).

E proprio nelle  Cronache del Coniger all’anno 1511 si legge: In questo anno alo primo de maggio fo morto mio fratello Gio. Francisco Coniger, & per non haver fillij lecitimi ho successo io Antonello Coniger, & alla Baronia. In questo anno alle 29 di Maggio lo dì della Sensa (?) venne uno Corsaro de Turchi cum dui barcie, una Galera e cinq. fusti  in San Cataldo pigliò la Turre per forza, amazò tutti trovati dentro, mise foco a magazeni, & pigliò più di cento butti pieni di Oglio di Citatini di Lecce, tra li quali Messer Vittorio de prioli ncinde ebbe cinquanta, & cinq. Molto probabilmente il Vittorio de prioli qui nominato era il nonno del nostro.

C’è da pensare che mai il Prioli sospettò che l’iscrizione da lui custodita potesse riferirsi all’anfiteatro di Rudiae leccese, se è attendibile quanto afferma Jacopo Antonio Ferrari (1507-1587) nell’ Apologia  paradossica (Mazzei, Lecce, 1707; cito dalla seconda edizione, stesso editore, stesso luogo, del 1728, p. 141) : Rodia è quella che scrisse Strabone d’essere situata meno di diece miglia lontana da Brindisi, le cui vestigie essendo per molti secoli a pochissimi note, per trovarsi tra la terra di Misagne ed il Castello di Latiano, li signori Claudio Francone Signore di detto Castello di Latiano, e ‘l Signor Vittorio Prioli suo affine nostri Patrizj Leccesi dottissimi, essendo insieme andati a ritrovare tra quei boschi di olive, che ora l’hanno coverte, l’hanno parimente vedute, e chiaritisi d’essere quella, per ritenere quel deserto luogo il suo antico nome di Rodia presso de’ popoli vicini e de’ pastori, che là pascono la loro gregge.

Un’altra notizia sugli interessi antiquari del nostro è contenuta in Girolamo Marciano, op. cit., p. 28: Si conserva un marmo di queste antiche lettere [messapiche] nella città di Lecce in casa del chiarissimo e diligentissimo investigatore delle memorie antiche dott. Vittorio Prioli con una sottoscrizione di suo zio dott. Scipione De Monti, dal quale furono ritrovate in un antico muro della città di Lecce, e dal medesimo con diligenza conservata.  

Per le mani del Prioli dovette passare anche un manoscritto realizzato appositamente per lui; esso sarà oggetto di studio in un prossimo post ispiratomi da una segnalazione di Giovanna Falco, che qui pubblicamente ringrazio.

2  Non  riesco a capire, anche per l’esplicito riferimento al Marciano nella stessa edizione da me utilizzata per la citazione,  la datazione proposta da Mariagrazia Bianchini in Diritto e società nel mondo romano, 1. Atti di un incontro di studio, Pavia, 21 aprile 1988, New Press, Como, 1988, pag. 83, nota 40: Si ha notizia che l’iscrizione (CIL IX, 21), rinvenuta a Rudiae sulla fine del XIV secolo nel “sito dell’Anfiteatro” (vd. G. MARCIANO, Descrizione, origine e successi della terra d’Otranto, Napoli, 1855, 502) …

3 Una scheda dedicata ad un Ottavio Scalfi, letterato, poeta, dedito agli studi filosofici e medici nato a Galatina è presente nel Dizionario Biografico degli Uomini Illustri di Terra d’Otranto di Francesco Casotti, Luigi De Simone, Sigismondo Castromediano e Luigi Maggiulli, Lacaita, Manduria e Roma, 1999; essendo vissuto dal 1539 al 1612 sarà stato un omonimo parente del nostro per il quale lo Scardino parla di morte acerba ed immatura. Quest’ultima non può essere considerata neppure una formula di cortesia a sottolineare il fatto che sempre acerba e prematura è la morte di un uomo di grande levatura, perché l’Ottavio della nostra scheda era ancora in vita quando (1607) uscì il lavoro dello Scardino. Non è da escludere, tuttavia, che la data di morte nella scheda sia da correggere in 1602, anche perché il resto della stessa così prosegue: Riunì in un museo privato varie antichità della provincia che dopo la sua morte passò nelle mani del Conte Vittorio de Priuli. Nella bibliografia che correda la scheda è citato il testo Galatina letterata di Alessandro Tommaso Arcudi, uscito per i tipi di Giovan Battista Cilie a Genova nel 1709, testo chiaramente utilizzato nella compilazione della scheda ed al quale, perciò, è ascrivibile l’errore, se di errore  si tratta, prima ipotizzato. D’altra parte non dovrebbe essere l’unico se alla fine della trattazione della vita di Ottavio Scalfo (pp. 130-131) l’Arcudi, che all’inizio aveva indicato come data di nascita il 1539, scrive:  Nella quale città [Lecce] sodisfece al comune tributo della natura nel 1612 all’età di 65 anni.

4 Ringrazio la signora Giovanna Falco (la stessa di prima …) per avermi segnalato la testimonianza dell’Infantino ed avermi fornito la copia fotostatica del brano riguardante l’argomento.

5 Questa iscrizione non è registrata nel CIL (a suo tempo il Mommsen la giudicò falsa). Il Pacichelli molto probabilmente la trae dal Marciano (op. cit., pag. 520) che scrive:  E così anche si legge in alcuni marmi, come in uno ritrovato secondo il Ferraris (non si tratta di Antonio De Ferrariis più noto come il Galateo, ma di Iacopo Antonio Ferrari che nella sua Apologia paradossica, Mazzei, Lecce, 1707,  la riporta così: C CLAVDIO C. F. M. N./NERONI COS./OB REM FELICISSIME IN PICENO/ADVERSVS POENORVM DVCEM/ASDRVBALEM GESTAM , SEN./POP. ET MILITVM STATIO LVPIENS./A. H. P.) tra le rovine di Rugge, città distrutta a sé convicina, che dice così:

C. Claudio C. T. M. N. Neroni Cos. ob rem felicissime/in Piceno adversus Poenorum/ducem Asdrubalem /gestam Sen. Pop.& militum statio Lupien. A. H. P.

Da notare come i tre testi differiscono nella disposizione delle linee.

6 A voler essere precisi nel Coniger si legge: 1157 Rugieri Duca di Calabria primo genito de Re Gullielmo per non li haver voluto dare obedienza la Cità di lecce, e tutte le altre Terre del Duca di Athena, & Conte de lecce; ne ad Re Rogieri, ne a Re Gullielmo suo padre, per retrovarse in Francia detto Duca di Athena, venne in campo ad Lecce cum molto esercito dove la tenne assediata anni tre, infine la pilliao per tradimento chi fe lo Camberlingo, entrò dentro, el Duca di Calabria ditto Rogieri jettao le mura, & tutte le case atterra reservato quell l’adomandao di gratia, & a lui li fe talliare la testa, pillao tutte altre terre, & fe jettare case, & mure chi erano del Duca de Athena, como ad Rugge, Balisu, Vste, & Colomito, & fe bandoZenerale, che nisciuno possa fare case in ditta Cità, & Terre se non alte da terra una canna & mezza al più, e le porte fossino senza archi, & quelle de legname ad stantoli, & questo che le casamente alte chi erano in Lecce li fero …. Essendo dentro che non da faci.

7 Già il Galateo nel De situ Iapygiae aveva scritto:  Duas urbes idem populus habitat, ut de Neapoli dicunt, & Palepoli; quin etiam inter ipsas fama est subterraneas fuisse specus, per quas mutua auxilia sibi invicem cum opus erat, praestabant. Inter has urbes minus quam duorum millium passuum spatium interiacet. Rhudiae, seu Rhodeae, & a Stephano Ρόδαι, seu Rui, per literam I vocalem, sive per j literam consonantem crasso quodam, ut mos est, regionis sono Rugae dicuntur: unde Lupiarum porta, & quarta pars urbis, quam Pittacion Graeco nomine appellant, Rhudiarum dicuntuur. Hae penitus interiere, ut vix cognoscas quo loco fuerint, tantum nomen restat inane … harum aedificia tempus obruit, & rusticus antiquitatum omnium eversor eversat aggeres. Alicubi murorum cernuntur sepulchra innumera fictilibus vasculis, & ossibus plena. Huius urbis nomen & fama apud complures homines, ut & ipsa, cecidit; nunc tota aut feritur, aut oleis consita est …(Lo stesso popolo abita due città [Lecce e Rudie], come dicono di Napoli e di Palopoli; anzi si dice che tra le stesse ci siano state cavità sotterranee attraverso le quali si davano aiuto l’un l’altra all’occorrenza. Tra queste città c’è uno spazio di meno di due miglia. Si dice Rudie o Rodee, e secondo Stefano Ρόδαι [leggi Ròdai], o Rui, Rute per mezzo della i vocale o della consonante in un  suono grossolano  della regione, com’è costume; perciò la porta di Lecce e il quartiere della città che con parola greca chiamano pittagio sono dette di Rudie. Essa è completamente perduta, sicché a stento riconosceresti in quale luogo si trovasse e ne resta solo il vuoto nome …  il tempo ha sotterrato i suoi edifici e il contadino distruttore di ogni antichità rivolta i terrapieni. In qualche luogo si scorgono innumerevoli sepolcri in muratura pieni di piccoli vasi di terracotta e ossa. Il nome e la fama di questa città presso molti uomini, come essa stessa, decadde; ora viene tutta vandalizzata o coltivata ad oliveto …).

8 Guida storica ed artistica della città di Lecce, 1952. L’autore giunge alla conclusione che Otacilla Secundina eresse la fabbrica di Lecce sotto Traiano.

9 All’epoca della scoperta dell’anfiteatro (1929) il Bartoccini era sopraintendente e la primitiva attribuzione della costruzione ad Adriano porta la sua firma (Il teatro romano di Lecce, estratto da  Dioniso, XIII, 1, 1935) anche se era stato Cosimo De Giorgi (Lecce sotterranea, Stabilimento tipografico Giurdignano, Lecce, 1907, pp. 193-197) il primo ad ipotizzarlo. Dopo la scoperta del 1838, però, il Bartoccini, considerando la nuova epigrafe integrazione della nostra, attribuì a Traiano l’edificazione della fabbrica (Apud Susini, op. cit, p. 107) e a Otacilia Secundilla solo il ruolo di intermediaria nella sovvenzione.

Girolamo Marciano e la Fata Morgana

di Fabrizio Suppressa

 

Acquitrini, laghi, lame e paludi erano fino ai primi del Novecento elemento caratterizzante del paesaggio salentino. Luoghi scarsamente popolati a causa della diffusione del morbo malarico ma posti occasionalmente frequentati dalle genti locali che vi traevano importanti prodotti naturali utili all’artigianato e al sostentamento alimentare. Aree anche cariche di mistero e magia, patria di “magiare” streghe o fattucchiere che con le zone isolate e con i miasmi degli acquitrini trovavano il luogo ideale per praticare i loro intrugli.

Il Crocifisso della cattedrale di Nardò. La vetustissima Crucifixi imago nelle fonti

di Marcello Gaballo

Le fonti scritte tre-quattrocentesche giunte sino a noi non ci danno alcuna notizia del Crocifisso e bisogna aspettare la visita pastorale del vescovo Gabriele Setario (1491-1507) del 1500 per registrare in cattedrale una cappella del Crocifisso, nella navata sinistra, accanto all’altare de li Spenelli seu cappella sub vocabulo Sancte Marie et Sancti Iuliani.

Inizialmente il Crocifisso era pendente dalla tribuna centrale e, come di consuetudine, collocato sull’ unico altare posto ad oriente, nella parte terminale della chiesa. Costituiva certamente l’ arredo più vistoso del tempio ed è innegabile la sua fortissima influenza sui devoti.

Cattedrale, navata destra, particolare dell’Addolorata

 

In seguito ebbe la sua nuova dimora in una cappella laterale, affrescata, come fa presupporre un frammento col volto della Vergine addolorata (sec. XV?), ancora oggi visibile a destra della porta minore.

La ristrettezza del luogo o le vicende sismiche del tempio furono motivo di ulteriori spostamenti da una all’altra delle cappelle laterali.

Per ampliare l’ala dextera, versus austrum, nel XVI secolo fu incorporata la vetusta chiesetta di S. Stefano protomartire, di patronato della famiglia Cardami, ubicata a ridosso della Cattedrale. La nuova cappella fu dedicata al Crocifisso ed in essa vi era l’ altare privilegiato, realizzato a spese del magnificus Francesco Cardami, con indulgenza concessa dal pontefice Gregorio XIII.  Non è dato di sapere se in essa fosse appeso il nostro Crocifisso.

Nel 1560 la cappella, ornata ed ampliata dal vescovo Giovan Battista Acquaviva (1536-1569), venne dedicata al SS. Corpo di Cristo ed il nostro simulacro dovette essere ancora spostato in altra cappella laterale, che nella visita del vescovo Bovio è annotata come cappella del SS. Crocifisso. Nel 1591 della stessa, detta anche de Bellottis, ne erano compatroni i nobili Ottavio e Roberto Tisi.

In occasione degli importanti restauri dell’edificio voluti dal vescovo Girolamo De Franchis (1617-1634) la suddetta indulgenza venne trasferita con Breve del pontefice Paolo V nella cappella di Santa Maria della Sanità, ove aveva trovato allocazione l’ antichissimo affresco della Madonna della Sanità, già in columna arcus chori. L’evento fu ricordato con un’epigrafe collocata nella predetta cappella in pariete prope cornu epistolae ostendit.

La vetustissima Sanc.mi Crucifixi imago reposita in cappella noviter aedificata, quindi il simulacro venne spostato ancora una volta nel 1618, nella cappella appositamente fatta realizzare dal predetto pastore, nella navata sinistra.

Alle spese della nuova sistemazione concorse il vescovo Girolamo, l’ universitas neritina ed alcuni fedeli, tra cui il barone Antonio de Pantaleonibus che nel 1614, con testamento dettato al notaio Santoro Tollemeto, lasciava la considerevole somma di 100 ducati pro ornamento et accasamento del Crocifisso, nominando sovrintendente per l’ equo utilizzo il  priore della confraternita del SS. Corpo di Cristo.

Cattedrale di Nardò, cappella del Crocifisso

 

Con diploma dell’ 8 ottobre 1620 il pontefice Paolo V concedeva l’ indulgenza plenaria a coloro che nella ricorrenza della dedicazione della cattedrale di Nardò, confessati e comunicati, avessero visitato il tempio e la cappella del SS. Crocifisso.

In questo decennio la chiesa dovette essere visitata anche dallo storico leveranese Girolamo Marciano (1571-1628), buon conoscitore della città, che nella sua opera ebbe a scrivere: “si vedono oggi delle cose antiche in essa chiesa vescovile di Nardò: in una cappella, ove sono molte reliquie di Santi, un antichissimo e miracolosissimo Crocifisso, ben fatto e di grandissima statura…”.

Notizie assai più esaurienti sul simulacro e sulla sua primitiva collocazione vengono fornite dalla visita pastorale del vicario Granafei.

La cappella si trovava dopo quella di “Tutti i Santi” ed in essa si conservava l’imaginis Sanctissimi Crucifixi… antiquissimam ligneum imaginem che qui aveva collocato il vescovo Girolamo de Franchis ab arcu chori, dove era affissa con le spalle ad oriente ed il volto ad occidente e con la mano destra ad aquilonem e la sinistra verso mezzogiorno. Nello spostamento dall’ una all’ altra cappella contrario situ transferendam curavit.

Il vicario -continua la relazione- la trovò opportunamente collocata, coperta da un rimovibile telo rosso in seta, ed era fissa sulla croce con quattro chiodi. Le sue sembianze richiamavano non solo quelle antiche di Lovanio, della Francia o quelle presenti in Germania, ma anche quelle lignee realizzate in Grecia, ovvero bizantine (similem non vetustissimis tantum Lovanii Parisiis et per Germaniam imaginibus, sed tabulis etiam antiquissimis in Graecia fabrefactis).

[…]

La visita del Granafei ribadisce inoltre la grande venerazione dei Neritini e dei forestieri per il simulacro, in considerazione anche dei diversi miracoli elargiti. Annota altresì l’ indulgenza plenaria concessa dal papa Urbano VIII a quanti avrebbero visitato la cappella e venerato l’ immagine nel giorno dell’ Invenzione della Croce (3 maggio), dal vespro della vigilia al tramonto della festa, e particolarmente a coloro che davanti ad essa avrebbero pregato per la concordia Christianorum principum ed il trionfo della s. Madre Chiesa. Altri benefici spirituali -viene ulteriormente esplicitato- venivano concessi a quanti la visitavano e vi pregavano nel giorno dell’ Esaltazione della S. Croce (14 settembre), come da breve apostolico rilasciato in Roma pochi mesi prima della visita che si stava effettuando, e precisamente il 20 giugno del 1637.

Nella visita del 1654 del vescovo Calanio della Ciaia (1652-1654) si legge della cappella del SS.mo Crocifisso eretta per Geronimo de Franchis, già vescovo di Nardò, dove è riposta l’antichissima imagine di N. S. ed anco molte reliquie di Santi. Essa è l’ ultima ad essere visitata, dopo altre 14, e si trova sempre nella navata sinistra, successiva a  quella di S. Maria ad Nives detta delli Bellotti, dopo del Santis.mo Crocifisso ed hora sotto il titolo di S. Gregorio Armeno.

Nella visita del vescovo Orazio Fortunato (1678-1707) non si trova menzione del Crocifisso, mentre viene descritta la sua cappella, in cui sono conservate le reliquie dei SS. Martiri in due armadi, tra cui quelle dei santi martiri Teodoro e Vittorio e quelle dei martiri di Otranto, che erano state donate dall’arcivescovo otrantino mons. Piccolomini.

Un apposito paragrafo viene invece riservato nella visita del vescovo Antonio Sanfelice del 1719, il 2 gennaio, alla ricognizione di due delle più importanti testimonianze religiose della Cattedrale, il Crocifisso e l’affresco di S. Maria della Sanità: Visitatio/ Sacrarum, ac vetustissimarum Imaginum/ Christi Domini Crucifixi et S. Mariae Sanitatis/ Quae peculiari semper veneratione in Cathedral Basilica culta sunt./

Difatti, si legge nella relazione, ex pluribus sacris sanctorum imaginibus variis magnisq(ue) miraculis clare in Cathedrali templo precipue a Neritino populo Religione culta fuerunt, una è per l’ appunto Jesu Christi lignea imago, quatuor clavis cruci suffixa

E qui il vescovo fece trascrivere l’origine bizantina del manufatto, miracolosamente giunto sino a noi con i perseguitati monaci basiliani. A conforto della imaginis vetustate ac miraculorum gloria  si fa riferimento a quanto scrive a tal proposito il minore Bonaventura da Lama nella sua Cronica Provinciae S. Nicolai.

Il Crocifisso di Nardò -si legge ancora- viene festeggiato in tre ricorrenze, nel giorno dell’Esaltazione della Croce, in quello dell’Invenzione della Croce e secunda dominica maii, in cui in ipsius honore festu celebrant (Neritini), quod in Japigia jure habet longe celeberrimum.

Ad imperitura memoria il vescovo fece poi riportare gli estremi del breve apostolico di Urbano VIII del 1637 con cui concedeva l’ indulgenza plenaria a quanti avrebbero venerato il nostro Crocifisso nelle anzidette festività.

Lo stesso giorno il vescovo visitò anche le reliquie dei santi riposte nella stessa cappella del Crocifisso, ubi nunc colit imago SS.mi Crucifixi, realizzata dal vescovo Girolamo de Franchis et Neritino Magistratu.

Cattedrale di Nardò, cappella del Crocifisso, tabernacolo

 

Nell’ altra visita pastorale del 1725 il vescovo fece trascrivere le epigrafi esistenti in Cattedrale e per quanto ci riguarda: visitavit denique cappellam cum altari SS.mi Crucifixi positam in loco ubi quondam erat parva porta lateralis ecclesiae, in cui si conservavano anche le reliquie dei Santi. La prima delle due iscrizioni, posta sulla parete sinistra della cappella, così recitava: Novum hoc sacellum/ in quo vetustissima crucifixi imago/ varie in hac ecclesia olim locata/ ac sancti gregorii armeniae archiepiscopi/ neritinorum patroni/ aliorumque sanctorum reliquiae asservantur/ hieronymus de franchis vincentii filius episcopus/ ac civitas neritina/ syndicis octavio nuccio, joanne jacobo massa/ et joanne francisco nestore ex nobilibus/ joanne vincentio orlando, hieronymo manerio/ et donato de abbate/ communibus impensis construere fecerunt./ anno salutis domini mdcxviii./

L’ altra iscrizione, sulla tomba del vescovo Brancaccio, è a destra della cappella: D.O.M./ dominus d. thomas brancaccius/ avellinensis olim post neritonensis antistes/ brancacciae prosapiae gloria, praesulum decus, et norma./ urbis, et orbis honor, et amor, totus gratia, totus hilaritas/ intrepidus ecclesiasticae libertatis propugnator/ de neritina ecclesia, et urbe multis peractis, et relictis monumentis/ benemeritus/ fama, nomine, et gestis nunquam moriturus/ mortuus optatus, laudatus, lacrymatus omnibus/ hic quiescit/ anno aetatis suae li pontificatus sui viii./ anno domini mdclxxvii./ memor dolens, lacrymans capitulum neritinum/ monumentum hoc posuit./

L’ulteriore e definitiva collocazione del Crocifisso fu voluta dunque dal Sanfelice, che rifece il tabernacolo e  rivestì l’altare con i preziosi marmi che ancora si vedono.

Il suo successore Marco Petruccelli (1754-1781) nella sua visita alla cattedrale lo trovava collocato nella cappella omonima, contigua a quella delle Anime del Purgatorio, quindi dove ancora oggi si vede. Il vescovo disponeva che si facci nuovo il Crocifisso su l’ultimo gradino; che si facci nuovo il lettorino; che si prendi conto della rendita lasciata al Crocifisso, e che se ne informi D. Agostino Lezzi del canone.

Quindi fece trascrivere due epigrafi, di cui una sulla tomba del Brancaccio, prima riportata, e l’altra, sulla parete sinistra della cappella, che sostituiva quella fatta trascrivere dal Sanfelice.

In questa si leggeva: D.O.M./ vetustissima Xti domini e cruce pendentis imagine/ a grecis monachis ab oriente neritum asportata/ una cum ejusdem sacello/ ex maioris portae illius temporis dextera/ hunc in locum translata/ sacrum nerit(in)ae ecclesiae collegium/ quod antea inibi/ de mortuo thomae brancatio ep(iscop)o/ suorum fratrum amatori ac benefico/ e marmore lapidem cum monimento decrevit/ hic postea/ superstites insignis benefactoris cineres/ XVI kalendas Feb. MDCCXLVI/ novo recondidit tumulo/ et recenti inscriptione donavit//[25].

Dunque si prende per buona la notizia che la croce sia stata portata dai basiliani e si continuerà a ritenerla tale da tutti gli scrittori ed ecclesiastici successivi.

Gli ultimi restauri della cappella furono effettuati al tempo di Mons. Ricciardi (1888-1908) e di Mons. Mennonna (1962-1983). Durante l’ episcopato di quest’ultimo, nel 1963, fu applicato il mosaico a tessere dorate che fa da sfondo alla croce, su progetto dell’architetto leccese Palumbo, e collocate le lampade in ferro battuto, realizzate dalla ditta Troso da Copertino. Furono anche riprese le pitture dell’Eterno Padre, sulla parte più alta della cappella, in corrispondenza del Crocifisso, della Vergine e dell’apostolo Giovanni, poste agli estremi del braccio trasversale, in accordo alla tradizionale formula del tema del Calvario, realizzate sul finire dell’ 800 da collaboratori di Cesare Maccari. Sull’arco furono inoltre dipinti una serie di episodi della vita di Cristo, il tutto col concorso della famiglia Polo, in suffragio del loro congiunto Espedito, come ricorda un’epigrafe collocata sulla parete destra.

Cappella del Crocifisso con i dipinti di Cesare Maccari e dei suoi allievi

 

Non si ha traccia di due statue lignee, della Veronica con la sindone e di Giuseppe d’Arimatea col sudario, che nei secoli scorsi si sarebbero trovate ai piedi della croce e di cui dà notizia Emilio Mazzarella[26].

Nardò, statua lignea del Salvatore (sec. XVIII, G. Colombo?) portata in processione la terza domenica di maggio

 


[1] C. G. Centonze, A. De Lorenzis, N. Caputo, Visite Pastorali in diocesi di Nardò (1452-1501),a c. di B. Vetere, Galatina 1988, pp.198, 224.

[2] Il ritratto della Vergine è posto a lato di una Crocifissione mutila. Al disotto di esso si vedono altri due strati di intonaco dipinto, chiaramente precedenti.

[3] ADN, Acta di Mons. G. de Franchis del 1619 (in A/3-I vol.), c.676v.

[4]ADN, Acta di Mons. Sanfelice del 1719, c.289. Con testamento del 1623 il duca di Nardò Belisario Acquaviva dispose un lascito perpetuo di 30 ducati annui per l’ acquisto di torce e miglioramenti da farsi.

[5] ADN, Acta di Mons. Bovio, c.26. Nella III Relatio ad limina del vescovo G. De Franchis del 1625 infatti si legge che la cappella del SS. Sacramento era stata dedicata al SS.mo Crocifisso (c.436r).

[6] Ovvero della nobile famiglia Bellotto.

[7] Sarà poi dedicata a  S. Gregorio Armeno, protettore della città e della diocesi, per volontà del vescovo Girolamo de Franchis, che nella visita del 1619 ordina di rimuovere imago Sanctissimi Crucifixi depicta in tela, per sostituirla con altra che dovrà farsi similiter in tela S.ti Gregorii Magnae Armeniae Archiepi.i et Martiris, Neritinae Civitatis Patroni  (Acta di Mons. G. de Franchis, cit., c. 682r; Acta Generalis Visitationis in civitate Neritoni factae sub anno 1637 dal vicario Granafei, vol. I 1637, c.158v).

[8] ADN, Acta di Mons. G. de Franchis, cit., c. 678r. La traslazione avvenne col consenso del cappellano Leonardo Antonio Scopetta e dei compatroni dottor Prospero Matera e notaio Santoro Tollemeto. Questa cappella prima era dedicata a S. Maria dello Reto (ADN, Acta di Mons. Bovio 1578, c.125).

[9] ADN, Acta di Mons. G. de Franchis, cit., cc. 678v-679r.

[10] Id., cc. 676v, 679r e 695r. La conferma la si legge nella II Relatio ad limina dello stesso vescovo, compilata nel 1621, a c.443v.

[11] Nei tempi successivi la tradizione testamentaria per il Crocifisso continuò con lasciti di appezzamenti di terreno o di denaro per la celebrazione di Messe nella cappella in suffragio delle anime dei testatori o loro parenti. Nel 1718 , con atto per not. E. Bonvino del 9 gennaio, Tommaso Cupertino dispone un lascito di cinque ducati annui alla cappella, avendone ricevuto incarico dai fratelli Gregorio e Anna Piccione quando erano ancora in vita. Essi avevano espresso la loro volontà al priore della medesima, il sig. Giovan Vincenzo Vernaleone.

Piuttosto consistente fu il lascito dell’ abate Oronzo Spacciante, disposto nel suo testamento del 1731. Nel Catasto Onciario di Nardò del 1750 (vol. II, cc. 489v-490r) la cappella possiede un appezzamento di terreno di 1,5 orte, in loco la Speranza, feudo di Melignano, confinante da scirocco e levante coi beni di Tommaso Demetrio, da tramontana e ponente con la strada provinciale, stimata di annua rendita pari a 12 carlini, da utilizzarsi per la manutenzione della cappella. Le notizie sono state segnalate dall’amico Salvatore Muci, che ringrazio per la consueta disponibilità.

[12] M. Pastore, Le pergamene della Curia e del Capitolo di Nardò, Lecce 1964, p.19.

[13] Marciano G., Descrizione origini e successi della Provincia d’ Otranto, Napoli 1855, rist. fotomecc., Galatina 1996, p.486.

[14] Il Granafei riprende quanto già l’ arciprete Cosimo Megha aveva scritto nel 1633 a Fabio Chigi, futuro pontefice Alessandro VII, nella relazione De statu ecclesiae Neritinae ad Fabium Chisum, ms. in ADN (A/11), cc. 204-205.

[15] Ovvero i Crocifissi gotici classici che Geza de Francovich fa risalire alle cattedrali gotiche francesi, e a quelle di Chartres in particolare.

[16] Ovvero i Crocifissi gotici dolorosi, iconograficamente diffusi nella città della bassa valle del Reno.

[17] Probabilmente il presule vuol chiarire come il nostro Crocifisso sia più aderente ai modelli orientali che nel tardo Medioevo rappresentarono il Cristo già spirato sulla croce (Christus patiens), al contrario di quelli occidentali che, pur non ignorando quel tipo iconografico, rappresentavano il Re ancora vivente (Christus triumphans).

I termini utilizzati sono ripresi fedelmente da quanto aveva scritto il secolo prima il vescovo Guglielmo Lindano nella sua Panoplia: “non ex vetustissimis tantum Lovanii, Parisiis, et per Germaniam imaginibus, sed tabellis etiam antiquissimis in Graecia pridem fabrefactis” (libro XIV, c.97).

[18] G. Bosio, La trionfante e gloriosa Croce, Roma 1610.

[19] La festa commemora il ritrovamento (inventio) della vera croce rimasta sepolta sotto il tempio di Venere eretto sul Calvario da Adriano.

[20] ADN, Acta Generalis Visitationis in civitate Neritoni factae sub anno 1637 dal vicario Granafei, vol. I 1637, cc. 8v-9r.

[21] ADN, Acta di Mons. Calanio della Ciaia del 1654, cc. 310r e v.

[22] ADN, Acta di Mons. Fortunato (A/35).

[23] ADN, Acta di Mons. Sanfelice del 1719, cc. 30r e v.

[24] ADN, Acta di Mons. Sanfelice del 1725 (A/58), cc. 254r e v.

[25] ADN, Acta di Mons. Petruccelli (A/19), cc. 19v-20r.

[26] E. Mazzarella, La Cattedrale di Nardò, cit., p.64.

Notizie estrapolate da: AA. VV., Il Cristo nero della Cattedrale di Nardò, a cura di Marcello Gaballo e Santino Bove Balestra, Quaderni degli Archivi Diocesani di Nardò e Gallipoli, Nuova Serie, Supplementi II, Congedo Ed., Galatina 2005.

 

 

Il tonno del mare Jonio. Metodi di pesca, qualità, ricette…

TONNI, TUNNIDI E TONNARE           

 

di Massimo Vaglio

Sui tunnidi, o più specificatamente su tombarelli, alalunghe, palamite, tonni rossi, ecc… la gastronomia pugliese poggia su una tradizione peschereccia che risale sin ai tempi della Magna Grecia e che perpetuatasi nei secoli costituiva, in periodo bizantino, come si legge in un antico documento, il ramo più lucroso dell’industria peschereccia e l’oggetto più interessante dell’economia pubblica pugliese. In seguito ebbe grande sviluppo, grazie alle numerose tonnare introdotte durante la dominazione spagnola.

La città di Gallipoli, ebbe secoli di controversie con la limitrofa Nardò proprio per le tonnare e nonostante che la prima esibisse un privilegio attestato in un regio decreto del 1327 a firma del re di Napoli Roberto d’Angiò, la cosa non impensierì mai troppo i rivali, che continuarono imperterriti ad intercettare per primi i tonni che discendevano dal Golfo di Taranto con ben due tonnare, una sita nelle acque di santa Caterina e una nelle acque di Sant’Isidoro.

In seguito al duello si aggiunsero le tonnare di Porto Cesareo, sempre in territorio di Nardò, e quella di Torre Pizzo in territorio di Taviano.  Un’altra tonnara fu per un certo periodo in attività anche a Torre Ovo nei pressi di Campo Marino.

Situate lungo le rotte seguite dai branchi dei tonni e degli altri pesci pelagici, durante le loro migrazioni primaverili e autunnali, queste tonnare erano costituite da una serie di reti disposte nei punti della costa che l’esperienza suggeriva come più adatti. Lo sbarramento principale, detto pedale, era ormeggiato a terra e proseguiva verso il largo per circa due, tre miglia: le reti alte dai venti ai settanta metri, costituite da robuste corde di canapa, erano mantenute a galla da sugheri e fissate sul fondo mediante ancore e grosse

Se non è plagio ditemi voi cos’é…

di Armando Polito

Nel post a firma di Fabrizio Suppressa dal titolo Il Marciano e la “Fata Morgana” si dava particolare rilievo al razionalismo con cui il leveranese Girolamo Marciano (1571-1628) in un suo scritto pubblicato postumo per la prima volta a Napoli nel 1855 affrontava il fenomeno del miraggio che va sotto il nome di Fata Morgana.

Il mio intervento non è ispirato da una sorta di campanilismo dovuto al fatto che, essendo di Nardò, sono terrritorialmente più vicino a Galatone che a Leverano, ma solo dalla doverosa necessità di dare a Cesare quel che è di Cesare.

Il brano che riproduco in basso è del galatonese Antonio De Ferrariis detto, proprio per il luogo di nascita, il Galateo; esso fa parte del De situ Japigiae scritto tra il 1506 e il 1511 e pubblicato per la prima volta a Basilea nel 1558. Lascio al lettore trarre le conclusioni dopo la lettura comparata del suo brano (la traduzione, in corsivo, dall’originale latino è mia) e di quello del Marciano citato nel post all’inizio ricordato, non trascurando, naturalmente, la scarna cronologia che dei due autori ho riportato:

Neritini agri paludes noxiae non sunt; nullas enim, aut paucas, et innoxias tollunt auras. Aestate omnia sicca sunt, nihil limosi et gravis, aut palustris humoris relinquitur; sed tantum, quantum campos reddat pinguiores. in his paludibus, ut et in campis Mandurii, et Galesi, et Cupertini phasmata quaedam videntur, quas mutationes, aut mutata dicunt vulgus, nescio, quas striges, aut lamias, aut, ut Neapoli, Ianarias, et (ut Graeci dicunt) Nereides, fabulantur. Mirum est, totum orbem invasit, et in miseras erravit fabula gentes; nullo certo auctore, nulla ratione, nullo experimento unusquisque credit quae neque vidit, neque vera sunt, stamus alienis, et indoctissimorum hominum testimoniis; puerilibus larvis, anilibus credimus commentis, et plus fidei auribus, quam oculis adhibemus; nemo oculatus testis est, omnes ab aliis se audisse fatentur. Quantis tenebris involvitur humanum genus ad mendacia natum, cui semper invisa est veritas! Quanta caligo detinet humanos animos, alioqui rationales, et divinos, ut non ab re quis credere possit, omnia humana simillima esse, his quae dicemus phantasmatis! Sunt qui credunt mulieres quasdam maleficas, seu potius veneficas medicamentis delibutas, noctu in varias animalium formas verti, et vagari, seu potius volare per longinquas regiones, ac nuntiare quae ibi agantur, choreas per paludes ducere, et daemonibus congredi; ingredi, et egredi per clausa ostia, et foramina, pueros necare, et nescio, quae alia deliramenta, et quod maxime mireris sunt in hac re gravissimae Pontificum censurae. Similis est Brocolarum fabula, quae totum Orientem cepit. Aiunt eorum, qui scelestem vitam egerunt, animas, tamquam flammarum globos noctu e sepulcris evolare solitas, notis, et amicis apparere, animalibus vesci, pueros sugere, ac necare, deinde in sepulcra reverti. Superstitiosa gens sepulcra effodit, ac scisso cadavere, detractum cor exurit, atque in quatuor ventos, hoc est in quatuor mundi plagas cinerem projicit; sic cessare pestem credit; et si fabula ea sit, exemplum tamen praebet nobis, quam invisi sint, et execrabiles omnibus ii, qui male vixerunt, et viventes, et mortui. Similis est et Hermontini Clazomenii apud Plinium fabula, et apud Senecam, de sepulcro incantato. Nec defuerunt antiquis temporibus hae vanitates, et illusiones sensuum humanorum; cum semel mens decepta fuerit, et mendaciis persuasa, sensus quoque falli necesse est; quibus deceptis, mens quoque delirat. Magna est inter sensus, mentemque affinitas; quandoque ipsa sola mens, seu (ut dicunt) solae virtutes interiores operibus exteriorum sensuum funguntur. Exemplum est somniantium, qui opera exercent vigilantium. Et Galeno teste, delirus quidam tibicinas videbat in angulo domus; et baculus in aqua videtur fractus, et cancellatis digitis et elevato altero oculo una res, duae apparent, et duae lineae parallelae videntur sensui concurrere, cum nunquam concurrant. Ipse etiam Lactantius, qui plus elocutioni, quam eruditioni studuit, negavit terram ubique posse habitari. Hunc vulgaris et Lactantium error apparentia decepit. Sicut negare sensum propter rationem, rationis est indigere; sic et ratione non persuaderi propter aliquam apparentiam stultum est. Tunc enim res bene cedit, cum ratio apparentibus attestatur, et apparentia ratione; cum haec duo sibi invicem non consentiunt, omnia falsa, omnia erronea sunt. Sed nos ad eadem Phantasmata revertamur. Videbis quandoque urbes, et castella, et turres, quandoque pecudes, et boves versicolores, et aliarum rerum species, seu idola, ubi nulla est urbs, nullum pecus, ne dumi quidem. Mihi voluptati interdum fuit videre haec ludicra, hos lusus naturae. Haec non diu permanent sed ut vapores, in quibus apparent, de uno in alim locum, et de una forma in aliam permutantur, unde fortasse mutata nominantur; aut quoniam his apparentibus, caelum de serenitate in pluviam mutari solet. Hoc accidit mane, coelo silente, incipiente ac leviter spirante (ut solet) Austro. Nam ut in fine est vehementissimus Auster, sic in principio levissimus, et cum calidus sit, elevat tenues nebulas, quae, ut speculum, referunt imagines urbium, pecorum, et aliarum rerum; et ut vapores, sic et species illae moventur: ut est videre in speculis motis, atque agitatis, in quibus, res ipsae moveri videntur. Et quoniam res recte occurrunt vaporibus, recte videntur, ut et umbra, quae opponitur corpori luminoso. Quae vero transverse, ac reflexe rerum species suscipiunt, in his res quoque ipsas reflexas videmus. Sic et in aqua videmus culmina montium, et tectorum in inferiori parte; fit enim ut quae aquae suoperficiei propinquiora sunt, ut fundamenta a nostris visibus sint longinqua; culminum vero tectorum, quae ab aqua sunt remotiora, imagines ad nos magis accedunt; ideo, et inferiora videntur. Sic etiam et nobis in clausa domo existentibus, parvo per rimulas ingrediente lumine, omnia transverse videntur, ut hominum capita deorsum, pedes sursum; lineae enim umbrarum non recte procedunt, sed transponuntur, atque in medio intersecantur. Hoc idem in speculis concavis accidit ut superior pars speculi infimam partem rei visae, inferior superiorem reddat. Haec, quae dixi, phasmata deludunt saepe obtutum viatorum, qui dum se prope urbemesse existimant, longissime absunt. Visae sunt etiam in hoc tractu in aere species hominum equis insidentium, et pedibus ambulantium. Sic et Scriptores litteris mandavere, visas fuisse in caelo armatas acies, et hae, ut puto, species erant earum rerum, quae longe aberant, atque ab eo loco, in quo species visae sunt, videri minime poterant. Sic et denarium in fundo vasis non videmus, at si idem vas aqua impleatur, videmus non denarium, sed illius imaginem in summo aquae, quod aeri contiguum est; superficies enim aquae, superficiei aeris proportionatur. Sed an illa imagines subiectae sint in speculo, an in aeris extrema parte, alia quaestio est. Ait Aristoteles: color est extremitas perspicui in corpore terminato. Quandoque figurae nubium sunt quae navium, et velorum simulacra reddunt, ubi nulla est classis. Haec phantasmata non solum inexpertos fefellerunt. Non diu est quo tota ora, quae est ab Hydrunto ad Garganum montem, una et eadem hora ante ortum solis vidit classem ab Orientis parte velificantem; creditum est Turcarum illam fuisse, et antequam phasma, seu illa delusio albicante aurora detegeretur, variae huc atque illuc literae scriptae sunt, ac missi nuntii de adventuingentis classis. Hoc fortasse modo, aut altero, quem diximus, ut credo, a Lilybaeo vidit, nescio quis, classem e portu Carthaginis exeuntem.

Le paludi dell’agro neritino sono innocue; infatti non emanano esalazioni se non poche e non dannose. In estate tutto è asciutto, nulla resta di limaccioso, di fastidioso, di palustre, ma solo quel poco che basta a rendere più fertili i campi. In queste paludi, come nei campi di Manduria, di galeso e di Copertino si vedono certi fantasmi che il popolo chiama mutazioni o mutate; non so di quali streghe parli o lamie o, come a Napoli, scianare, e (come dicono i Greci) Nereidi. È strano, la favola ha invaso tutto il mondo e si è diffusa tra le povere popolazioni. Senza alcun autore, senza nessun motivo,  senza averlo sperimentato ciascuno crede a ciò che non ha visto e che non è vero, restiamo ancorati alle testimonianze di estranei e di persone ignorantissime, crediamo a larve puerili, a storie da vecchie, e diamo più fiducia agli orecchi che agli occhi. Nessuno è testimone oculare, tutti dicono di averlo sentito da altri. Da quante tenebre è avviluppato il genere umano, nato per la menzogna, al quale la verità è sempre odiosa! Quanta nebbia opprime gli animi umani, pur dotati di ragione e divini, sicché non partendo dalla realtà qualcuno potrebbe credere che tutti i fatti umani sono molto simili a questi fantasmi dei quali parleremo! C’è chi crede che certe donne malefiche, o, piuttosto, venefiche, untesi di certi medicamenti, di notte assumono vari aspetti di animali e vagano, o, piuttosto, volano per regioni lontane, e riferiscono ciò che si fa e che improvvisano danze per le paludi e si accoppiano con i demoni; entrano ed escono attraverso le porte chiuse e i pertugi, ammazzano bambini e non so quali altre follie; e parrà strano che questo accada nonostante le pesantissime censure dei Pontefici. Simile è la favola dei vampiri, che invase tutto l’Oriente. Dicono che le anime di coloro che condussero una vita scellerata sono solite di notte volar via dai sepolcri come globi di fiamme, appaiono a persone conoscioute e ad amici, si cibano di animali, succhiano il sangue dei fanciulli e li uccidono, poi ritornano nei sepolcri. La gente superstiziosa scava le sepolture e dopo aver squarciato il cadavere ne estrae il cuore, lo bruciae ne getta la cenere ai quattro venti, cioè alle quattro regioni del mondo. Crede che in questo modo cessi quel flagello; e se quella è una favola, ci dà tuttavia un esempio di come siano a tutti odiosi ed esecrabili coloro che hanno vissuto male, da vivi e da morti. Simile è presso Plinio e Seneca la favola del sepolcro incantato di Ermotino di Clazomene. Nè mancarono in tempi antichi questi vaneggiamenti e illusioni dei sensi umani. Quando una sola volta la mente sia stata ingannata e persusa dalle menzogne, è fatale che anche i sensi siano ingannati; dopo che essi sono stati ingannati anche la mente delira. Grande è l’affinità tra i sensi e la mente; talora la sola mente o (come dicono) le sole virtà interiori assolvono alle funzioni dei sensi esterni. Un esempio è quello dei sonnambuli che compiono le azioni degli svegli. E secondo la testimonianza di Galeno uno in delirio vedeva delle flautiste in un angolo della casa; e un bastone in acqua sembra spezzato e, disposte le dita a grata, sollevato un occhio, appaiono due cose invece di una e due linee parallele sembrano alla vista convergere pur non incontrandosi mai. Lo stesso Lattanzio che si imprgnò più nell’elocuzione che nell’erudizione negò che la terra potesse essere abitata ovunque. Un errore comune e da lattanti lo ingannò con l’apparenza. Come negare l’esperieza sensoriale a causa della ragione è mancare di ragione, così è da stolti non credere alla ragione a causa di un’apparenza.  Allora le cose vanno bene, quando la ragione è comprovata dalle cose che appaiono e l’apparenza dalla ragione; quando loro due non vanno reciprocamente d’accordo tutto è erroneo. Ma torniamo ai medesimi fantasmi. Vedai talora città e castelli e torri, talora armenti e buoi variopinti, e parvenze di altre cose, o immagini, dove non c’è nessuna città, nessun armento, neppure cespugli. Per me fu un divertimento vedere talora questi spettacoli, questi giochi della natura. Essi non durano a lungo e, come i vapori nei quali appaiono, mutano da un posto all’altro, da una forma all’altra, perciò forse sono detti mutate, oppure poiché quando essi appaiono il cielo da sereno suole mutare in piovoso. Ciò succede di mattina, quando l’aria è calma, mentre inizia a spirare leggermente  (come suole) l’Austro. Infatti esso come alla fine è violentissimo così all’inizio è leggerisiimo,  ed essendo caldo solleva tenui nubi che, come uno specchio, riproducono le immagini di città, di animali e di altre cose; e come i vapori così anche quelle immagini si muovono come è possibile vedere  in specchi mossi e agitati, nei quali le stesse cose sembrano muoversi. E poiché gli oggetti si presentano diritti ai vapori, appaiono diritti, come pure l’ombra che si oppone ad un corpo luminoso. Quelli che di traverso e di riflesso assumono l’aspetto delle cose, in essi vediamo pure le stesse cose riflesse. Così anche in acqua vediamo le cime dei monti e dei tetti nella parte inferiore: succede infatti che quelle cose che sono più vicine alla superficie dell’acqua, come le fodamenta, sono lontanre alla nostra vista. Le immagini delle cime dei tetti, che sono più lontani dall’acqua, si avvicinano di più a noi, sicché appaiono come più basse. Così pure le cose ci appaiono di traversi quando ci troviamo in una casa chiusa con una piccola luce che entra attraverso le fessure, come le teste deglu uomini in giù, i piedi in sù; infatti le linee delle ombre non procedono diritte ma deviano e s’intersecano in mezzo. La stessa cosa succede negli specchi concavi, sicché la parte superiore dello specchio riproduce la parte più bassa della cosa vista, l’inferiore quella più bassa. I fantasmi di cui ho detto spesso ingannano la vista dei viandanti, i quali mentre credono di esssere vicino alla città ne sono lontanissimi. Furono visti anche in questo tratto in aria immagini di uomini a cavallo e procedenti a piedi. Così anche gli scrittori tramandarono che si videro in cielo schiere armate e queste, come credo, erano immagini di quelle cose che erano molto distanti e che non potevano minimamente essere scorte da quel luogo in cui le loro parvenze furono viste. Così anche non vediamo una moneta sul fondo di un vaso, ma se riempiamo lo stesso vaso di acqua vediamo non la moneta ma la sua immagine sulla superficie dell’acqua che è vicina all’aria; infatti la superficie dell’acqua si equilibria con quella dell’aria.  Ma se quelle immagini abbiano origine in uno specchio o nella parte estrema dell’aria è un’altra questione. Dice Aristotele: il colore è l’estremità di ciò che si vede in un corpo che abbia dei confini. Talora forme di nubi sono quelle che mostrano sembianze di navi e di vele dove non c’è nessuna flotta. Questi fantasmi non hanno ingannato solo gli inesperti. Non è da molto tempo che tutta la costa che va da Otranto fino al monte Gargano vide nella sola e medesima ora prima del sorgere del sole una flotta che procedeva a vele spiegate dalla parte dell’Oriente; si credette che fosse una di quelle turche e prima che il fantasma o quell’illusione si dileguasse sul far dell’aurora furono scritte qua e là varie lettere e furono mandati messaggeri per annunziare l’arrivo di una grande flotta. Forse in questo modo o nell’altro che abbiamo detto, come credo, non so chi vide dal Lilibeo una flotta che usciva dal porto di Cartagine.

E, dopo aver parafrasato (per usare un eufemismo…) il testo del Galateo, il nostro filosofo leveranese ha pure la spudoratezza di citarlo (riporto da pag. 202 dell’edizione citata in testa): “Onde Antonio Galateo nel suo libretto De situ Japygiae dice che nel suo tempo in una medesima ora si vede qui ed in Levante, o per tutto quel tratto c’è tra Otranto ed il monte Gargano, velificare un’armata che fu creduta del Turco”.

Con particolare piacere noto, perciò, che Pompeo Sarnelli, già al seguito del cardinale Orsini (poi papa col nome di Benedetto XIII), vescovo di Bisceglie dal 1692 al 1724, nell’epistola 9 (in Lettere ecclesiastiche di Monsignor Pompeo Sarnelli vescovo di Biseglia, tomo VIII, Bortoli, Venezia, 1716, pagg. 19-21) indirizzata ad un interlocutore certamente importante ma di difficile identificazione, dal momento che tutte le lettere sono indirizzate ad una S. V. senza altra indicazione, per metterlo al corrente di certe credenze popolari riporta per intero, correttamente citandone l’autore, il brano del Galateo.

Il fenomeno che ho stigmatizzato è, come si vede, antico. La mia speranza è che esso, frequentissimo anche ai giorni nostri, venga ridimensionato dalle fantastiche possibilità, che la rete offre, di un controllo relativamente rapido. Certo, bisogna avere tempo e, soprattutto, voglia; ma questa è un’altra questione…

Casole (Otranto), mirabile fusione fra Oriente ed Occidente, nel segno della cultura, dell’accoglienza, della preghiera e del lavoro

resti del cenobio di Casole (ph Ubaldo Villani-Lubelli)

Luigi Giuseppe De Simone e le lettere casulane

di Paolo Vincenti

Un imponente lavoro, questo di Mario Muci, che ha deciso di pubblicare il carteggio di un grande intellettuale salentino dell’Ottocento: Luigi Giuseppe De Simone. Non avevamo finito di apprezzare  il lavoro certosino svolto con la pubblicazione del carteggio di un altro gigante della cultura salentina dell’Ottocento, Cosimo De Giorgi, che ecco ci capita fra le mani, grazie alla gentilezza di Alessandro Laporta che ce ne fa dono, questo nuovo libro: “Guida al carteggio di L.G. De Simone (con le Lettere Casulane di G.Cozza-Luzi)”, di Mario Muci,  pubblicato dalla Provincia di Lecce, nell’ambito della Collana “Quaderni della Biblioteca N. Bernardini” (Amaltea Editore 2006).

Particolare curioso: Mario Muci in questa pubblicazione non si sofferma molto sulle  Lettere Casulane come fa, invece, in un’altra sua pubblicazione, di poco anteriore a quest’ultima, dedicata a Girolamo Marciano1 (stravaganza dello studioso, pensiamo),  dove dà ampia testimonianza del carteggio intercorso fra il Cozza- Luzi e il  De Simone, non mancando di sottolineare la grande importanza di questa documentazione.

Nella rosa di lettere scelte da Muci per questo libro, troviamo, corrispondenti del grande De Simone, altrettanto grandi intellettuali salentini e non solo, come il Canonico Paolo De Giorgi, Giacomo Arditi, Pietro Siciliani, Giovanni Flechia, Cesare Cantù, il sacerdote Giuseppe Candido, Luigi Settembrini, Antonio Salandra, Cosimo De Giorgi, Domenico Briganti, Ettore Pais ed altri;  ma la lista completa dei personaggi con cui De Simone fu in corrispondenza epistolare annovera moltissimi nomi , come Gaetano Brunetti, Oronzo Gabriele Costa, il Gregorovius, De Sassenay, Lenormant, Yriarte, il Diehl, l’Omont, ecc. Questa fitta corrispondenza è stata sviscerata in diverse pubblicazioni da parte dei nostri storici locali, a partire da Nicola Vacca, che curò nel 1964 una nuova edizione dell’opera desimoniana “Lecce e i suoi monumenti” (Centro di Studi Salentini), fino ad Alessandro Laporta con il suo saggio Luigi Giuseppe De Simone tra Europa e altra Europa, contenuto in “ L.G.De Simone cent’anni dopo”, a cura di Eugenio Imbriani (Amaltea Edizioni 2004).

Ma veniamo a quello che rappresenta il cuore della nostra trattazione. Oltre alle lettere già citate, Muci pubblica anche l’intero corpus delle  Lettere Casulane di Giuseppe Cozza -Luzi e questo costituisce certamente il valore aggiunto del libro. Preziosissimo, infatti, appare questo carteggio, conosciuto da tutti gli studiosi che si sono occupati del De Simone, o di storia di Otranto e del monachesimo bizantino, ma che non era fino ad oggi mai stato pubblicato nella

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