Verso levante. Un secolo di poesia pugliese (1943-2013)

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di Alessandra Peluso

La poesia ha una verità estrinseca, è cromatica, si eleva al caleidoscopio della vita con l’umana bellezza di chi la scrive, ne parla, la comunica magari davanti ad un caffè proprio come era solito fare il nostro Antonio L. Verri (Caprarica di Lecce, 1949-1993).

Sulla scia indicata dal Verri, oggi si offre a testimonianza Verso levante. Un secolo di poesia pugliese (1943-2013), l’antologia poetica curata da Salvatore Francesco Lattarulo (Stilo Editore).

È un prezioso libello da leggere, contemplare, amare, da diffondere e poi custodire gelosamente. La cura di Salvatore Francesco Lattarulo è di grandissimo valore perché crede che la poesia abbia un senso, un significato che deve essere diffuso ovunque, deve insinuarsi e raggiungere le zone più impervie e imperscrutabili della mente umana.

«Tutti devono saperne di poesia», sembra un imperativo categorico che Lattarulo pone; tutti devono conoscere, indistintamente dall’amare o odiare, ma conoscere i propri poeti e – la terra pugliese – di poeti ne ha da invidiare. Così come è necessario sapere della loro storia che è insita nel “Dna” del territorio pugliese.

A cominciare da Antonio L. Verri che nel corso della sua vita dedica la stessa alla poesia in un altalenarsi sfuggente e quasi simbiotico, un’esigenza parlare di poesia per il poeta di Caprarica non certo roba di «poetine e poetini» come diceva lui. Non è una questione provinciale.

Da Marino Piazzolla, Luigi Fallacara, a Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, a Girolamo Comi descritto come «figura-ponte che permette di collegare le due zone contigue della Puglia, l’idruntina e la barese, in un itinerario che qui si snoda a rovescio rispetto all’ordine sequenziale degli autori antologizzati del volume, procedendo dal Capo al Gargano, dal mare alla montagna». (p. 25).

Verso levante è un pullulare di poeti che hanno tessuto le trame della storia della poesia pugliese, terra che si affaccia dove sorge il sole, a Levante appunto, che abbraccia i paesi del Mediterraneo caldi, solari, solitari, deliranti, discordanti in un ritmo contraddittorio eppur meraviglioso. Come polline hanno seminato i loro versi i nostri padri della poesia pugliese fino a generare figli desiderosi, ingordi di poesia come Lino Angiuli, Emilio Coco, Salvatore Toma, Antonio L. Verri: «Aspetto il pane quotidiano / delle tue parole / nate dal canto delle rose. / Aspetto il sussurro della tua voce / dall’intrico di chiome d’ulivi». (Grazia Stella Elia, p. 93). E ancora: «Quatti quatti / come randagi gatti / con due versi in tasca / frangemmo il muro / della notte / e del dolore». (Daniele Giancane, p. 123).

Poeti che hanno cantato la vita in poesia, per necessità, per mestiere – come afferma Rina Durante – con fatica hanno cercato di raccontare la verità di tutti e hanno raggiunto il loro scopo egregiamente, forse purtroppo di questa bontà somma non sono stati ripagati da tutti gli italiani allo stesso modo.

C’è tuttavia chi ancora oggi fortunatamente parla di poesia, la fa, la vive come si propone di fare con un progetto ambizioso e rischioso, probabile soggetto-oggetto di critiche insulse e pregiudi- zievoli, come spesso accade in terra pugliese, Lattarulo con questa antologia poetica dà voce a padri, figli e nipoti, permettendo di vivere e rivivere la Poesia con la P maiuscola.

Il lettore non può saltare alcun verso, né può permettersi di leggere scorrendo rapidamente, rischierebbe di soffocare, sì, perché i versi qui riportati comprendono tre generazioni di poeti dal nord della Puglia sino al lembo più a sud, il Salento, e impongono una doverosa attenzione, meditazione, contemplazione del verso, per far sì che si possa sentire l’odore della poesia, godersela, calarsi in versi vissuti sofferti, raccontati con fatica.

«Torniamo a casa stinti dall’inedia. / Nel cavo di una sedia. / Attorno al cavo cranio / un fascio di particolare compone / un tronco senza nome. Il corpo estraneo». (Enzo Mansueto, p. 173). Mentre «La gente s’ammazza / per la strada senza motivo. / Mi restano 4 gomme da masticare che si trasformano nella mia / bocca / in serpenti dalle bizzarre circonferenze». (Stefano Donno, p. 185).

E questo è solo un assaggio che dà il senso di come l’intera antologia poetica Verso levante. Un secolo di poesia pugliese (1943-2013), a cura di Salvatore Francesco Lattarulo sia da non perdere perché ognuno di noi possa conoscere la poesia delle nostre generazioni, possa tutelarla e trasmetterla orgogliosamente alle future con la stessa intensità, amore e sofferenza che è stata scritta e vissuta dagli uomini-poeti.

 

  • pubblicato su “Il filo di Aracne”

Anche Vincenzo Ciardo (1894-1970) nel Museo dimenticato di Arezzo

di Danilo Sensi

Esiste un museo ad Arezzo, la Galleria Comunale di Arte Contemporanea, che purtroppo è un museo fantasma. Ha una sede, inaugurata nel 2003 in pieno centro e costata due milioni di euro, un luogo espositivo importante ed affascinante, ( l’ex Albergo Chiavi D’Oro contiguo alla Chiesa di San Francesco, ove si può ammirare “La Leggenda della Vera Croce” di Piero della Francesca ) e restaurato su progetto dell’Architetto Andrea Branzi; ed ha una collezione, un patrimonio di circa 370 pezzi, dei quali 344 documentati e alcuni solo citati fra disegni, sculture, pittura e grafica, raccolti dal 1959 ai giorni nostri. Opere di particolare pregio, riconosciuto già da Enrico Crispolti e di importanti autori italiani del secondo novecento fra cui; Castellani, Maccari, Ciardo, De Gregorio, Clemente, Calabria, Vespignani, Attardi, Cagli, Berti, Venturi, Chini, Norberto.

Un museo fantasma perchè esiste solo sulla carta, o meglio, su un catalogo curato nel 1995 da Enrico Crispolti. Un museo inaccessibile, un museo in cui non è possibile entrare, un museo che non porta nulla alla collettività perche dal 1988 non è possibile vedere le opere che conserva in quanto scelte politiche non ne hanno mai consentito l’effettiva apertura dopo il restauro. Fra i tanti artisti presenti in collezione, troviamo un altro importante esponente del 900″ italiano, Vincenzo Ciardo (Gagliano del Capo, 23 ottobre 1894 – 26 settembre 1970). Ciardo frequentò studi di pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino e si trasferì a Napoli nel 1920.

Vincenzo Ciardo, Estate salentina (1961)
Vincenzo Ciardo, Estate salentina (1961)

Fu inizialmente influenzato dal verismo tradizionale, con radici nel naturalismo della scuola di Posillipo. Fece quindi parte del Gruppo Flegreo e del Novecento napoletano, aggiornando la propria pittura verso un postimpressionismo ispirato a Paul Cézanne e a Pierre Bonnard.

Insieme a Giuseppe Uva, Saverio Gatto, Alberto Buonoconto, Biagio Mercadante, Carlo Striccoli, Giuseppe Rispoli, Antonio Bresciani, Ettore Lalli, Francesco Paolo Prisciandaro e il critico d’arte e pittore Alfredo Schettini, fu tra i protagonisti dell’esperienza bohèmien del Quartiere Latino a Napoli. Frequenta il poeta e barone di Lucugnano Girolamo Comi contribuendo all’esperienza culturale iniziata con Michele Pierri, Ferruccio Ferrazzi, Maria Corti e Donato Valli.

Ad Arezzo Ciardo partecipa al “Premio Arezzo” del 1962 e l’opera ” Estate salentina ” del 1961, venne donata dall’Artista alla nascente Galleria Comunale d’Arte Contemporanea, ed ha subito la sorte comune, accantonata in un magazzino o appesa come arredo in un ufficio.

ciardo

La storia della Galleria

La collezione comunale di Arezzo nasce dal “Premio Arezzo” di pittura, presentato al pubblico nel 1959 e che per cinque edizioni di seguito, ogni anno a primavera e con successo di espositori, pubblico e stampa, fece apprezzare Arezzo in Italia e all’estero come uno dei centri più attivi per la conoscenza e la diffusione dell’Arte italiana del dopoguerra, anche se, come dichiara uno dei primi e più attivi promotori della stessa, nella più totale indifferenza della cittadinanza. L’evento ebbe grande successo sia per la formula, il rifornimento della costituenda Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea sia per il premio, un chilo d’oro fino presentato nella forma di un peso da bilancia. La Galleria iniziò la sua attività espositiva sotto la guida del professor Dario Tenti che riuscì nella difficile impresa di organizzare una serie di mostre di grande interesse e che contemporaneamente avviò la raccolta di un’originale collezione permanente puntando sia su artisti toscani che su artisti italiani già affermati o emergenti. Il patrimonio di opere, in gran parte donato dagli stessi autori, ha un valore molto elevato, sia materiale che storico e culturale e viene esposto al pubblico fino al 1988 nelle sale di Palazzo Guillichini.

Dopo varie vicissitudini la nuova sede della Galleria aretina viene inaugurata il 13 dicembre 2003. Da quella data e fino ad oggi la Collezione non ha trovato mai posto nella nuova sede di Piazza San Francesco appositamente restaurata e ovviamente viene da chiedersi perchè ciò non è avvenuto e dove sono state collocate le opere. L’ apertura di nuovi uffici comunali nell’ex Caserma Cadorna di Arezzo ha in parte risposto alla domanda, infatti alcune opere della collezione comunale fanno bella mostra di se nelle pareti degli uffici. Scelta saggia ma che pone degli interrogativi: Dove e come, sono conservate le opere della collezione? quante sono rovinate? quante scomparse o perdute? Quali ragioni politiche o economiche non hanno dato corso al naturale collocamento della collezione negli spazi dell’ex Chiavi D’Oro? Negli ultimi anni alcuni giornalisti hanno cercato di porre il problema ai vari Assessori alla Cultura del Comune di Arezzo, che per tutta risposta hanno sempre definito “non particolarmente pregiata la collezione” e “troppo costoso tenere aperta la sede della galleria”. Con tali affermazioni smentiscono uno dei più colti e autorevoli Critici d’Arte del nostro paese, Enrico Crispolti, che definisce la raccolta “un patrimonio cospicuo di opere sia sotto il profilo qualitativo che di esperienze, quanto sotto il profilo economico”; offendono l’ Amministrazione Comunale che al fine di ospitare la collezione, ha restaurato e adeguato una sede spendendo più di due milioni di euro; tradisce i promotori del “Premio Arezzo” che coltivavano un sogno e in primo Dario Tenti che ricorda quel periodo “pieno di fermento e di desiderio di recuperare il tempo perduto” e che con una parola definisce quel fermento come “fame di cultura”; oscura la memoria storica di Arezzo, decine di mostre realizzate dal 1959 ad oggi, alcune memorabili, con la partecipazione di artisti quali; Magritte, Ernst, De Chirico, Savinio, Vespignani, Bacon, Carol Rama, Morlotti, Fontana, Burri, Guttuso, solo per citarne alcuni e priva la città di Arezzo della libera fruizione di un bene, che viene considerato sia culturalmente che economicamente importante.

Il giardino del poeta. Ancora un piccolo omaggio a Girolamo Comi

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Il giardino di Palazzo Comi, ph Gloria Fuortes Biblioteca G. Comi Lucugnano Lecce

 

di Maria Grazia Presicce

C’era una volta… ma,  c’è ancora  c’è ancora! un giardino in cui sorge  un palazzo…un magnifico palazzo abitato tanto tempo fa da un poeta.  Palme, melagrani, oleandri, cipressi  proteggevano allora come guerrieri  i cespugli di rose che ne inghirlandavano  muri e   vialetti.

Tralci di rose s’ inerpicavano sulle facciate e parevano voler raggiungere la camera di chi tanto le amava per  fargli godere   dei  loro effluvi anche di notte quando percepivano il bagliore filtrare dai vetri delle imposte socchiuse  e incuriosite si spingevano su, sempre più su per spiare il suo tacito fare.

Si chiamava Girolamo il proprietario di questo giardino e lui riusciva   davvero  a captare nel silenzio notturno i fruscii di quei  boccioli se, spesso inatteso, scendeva tra loro e con loro si confondeva nella quiete e nell’oscurità ovattata e s’ inebriava  delle loro fragranze aggirandosi lento tra i vialetti scolorati dal tenue chiarore della luna che, smaltato, colava tra i rami degli alberi e lo avvolgeva. Lo stupore di tanta armonia penetrava  il poeta  nell’intimo e tacita dava  poi parole e senso ai suoi versi.

Girolamo adorava quel mondo balsamico e armonico pregno di assoluta purezza. Qui trovava ristoro e confidava alle piante  alla luna e alle stelle i suoi più cupi pensieri, le sue angosce e da loro sollecitava preghiera e consiglio sfiorandone gli umidi petali, roridi, colorati di luna la notte e dai bagliori di sole al mattino. Non avvertiva la solitudine  tra quei boccioli che s’inchinavano placidi al suo passo e lo invitavano a   sostare e ritemprarsi tra loro e con loro.

– Ti racconto una storia  se resti – sussurrò una sera una rosa rossa impigliandosi  con una spina alla sua giacca.

–  Fermati, non andare ! –  bisbigliò ancora – non vuole graffiarti la  spina! –

Girolamo si bloccò.

rose-rosse,

” Una rosa che parla? Forse sogno” si disse, guardandosi intorno stranito.

– Son qui, son qui – sussurrò ancora la rosa, trattenendolo e quasi lacerandogli la maglia.

Si volse  Girolamo poi, lentamente, districò la maglia dalla spina. Dondolò la rosa e s’inchinò. Girolamo la sfiorò, si piegò  e ne  aspirò il  suo intenso profumo. S’intenerì   la rosa e continuò: “ Resta! Ti racconterò la storia del tuo giardino. Ti piacerebbe conoscerla vero?

S’arrestò il poeta, trattenne il fiato, continuò a sfiorare la rosa che dolcemente cominciò a narrare “ In questo luogo, che ora ti appartiene, tanti, ma tanti anni fa  c’era  un grande bosco incantato dove, rigogliose, crescevano piante spontanee di ogni genere:  alberi di carrube, cespugli  di mortelle, di lentisco, di corbezzoli, di timo, di cisti, di olivastri e roselline selvatiche.

– E… tu come lo sai? –   Intervenne incuriosito Girolamo.

“Non interrompermi per favore, altrimenti perdo il filo – riprese la rosa. – Ebbene, tra queste selvatiche e odorose piante, gironzolavano indisturbate bestiole di ogni genere e taglia: lupi, cinghiali, volpi, lepri, ricci di macchia, talpe, bisce e svolazzavano,  riempiendo l’aria di trilli, uccelli  di tutte le specie che in primavera, coi loro nidi, adornavano rami e cespugli.

– Meraviglia! Davvero qui c’era un bosco con tutte queste magnifiche creature? –   Girolamo  s’accomodò   al suo basamento per meglio ascoltare.

La rosa rossa proseguì – Già, è proprio così. A quel tempo, noi, aristocratiche piante di rose non facevamo parte di questo paradiso, non ne immaginavamo nemmeno l’esistenza, né saremmo potute  attecchire  su quell’arido suolo.

– Ecco che ho ragione. – intercalò attento il poeta – Se neppure esistevi, come puoi conoscere la storia di questo posto ? –

– Hai ragione, hai ragione. Devi sapere, però, che sono stata una rosa fortunata perché,  quando sono  giunta in questo giardino, ho conosciuto  un’antica pianta di mortella che aveva fatto parte di  quel bosco incantato e, per puro caso, si era salvata. Cresceva proprio lì, dove ora tu poggi i piedi. –

Girolamo si scostò repentino e  guardò  ai  suoi piedi senza nulla vedere se non  terra battuta – Che storia è questa? Non c’è traccia di piante sotto i miei piedi . Dove sarebbe andata a finire la tua amica mortella? –   Continuò a osservare,  scostandosi  per evitare, semmai, di calpestarla nel buio.

– Tranquillo, tranquillo! –  Tremò mesta la rosa – non puoi pestarla. Ormai non c’è più, manca da tanto: è stata divelta un mattino di tanti anni fa  e, purtroppo, la colpa fu  mia.-

– Tua? Come puoi dire che la colpa fu tua?-

– Fu mia davvero. Mi sento colpevole di quello che accadde quel giorno. –  Addolorato al ricordo, il bocciolo s’ inclinò e un  gocciolo di rugiada scivolò ai piedi di Girolamo.

Il poeta  dolcemente  rialzò  la rosa – non posso credere che, tu così soave e leggiadra sia stata  motivo di tanto dolore. Dai, non avvilirti così,  raccontami  dall’inizio la storia.-

La rosa rossa, sollevò il bocciolo e  – Ti ho appena detto che il bosco  si estendeva anche sul tuo giardino. Un bel giorno, anzi un brutto giorno, mi disse Calliope, si chiamava così la mia amica mortella, il bosco incantato fu divelto completamente per fare spazio alle case che ora vedi qui intorno ed anche al meraviglioso palazzo dove tu  vivi.

– Mi spiace. Ne sei proprio sicura?-

– Sì, è stato proprio così. Me lo ha  confermato la mia amica mortella. Di certo tu  non puoi ricordarlo, eri un bimbo innocente allora o forse non eri neppure nato a quei tempi. Ora però, che sei   grande,  intelligente e sapiente,  puoi scoprire  da te quando tutto questo che ti sto raccontando è avvenuto.

Non farmi tergiversare però, altrimenti giunge l’alba prima che finisca di raccontarti la mia storia e, con la luce, tu sai, la magia della notte svanisce e cominciano altre magie. Dunque:  quando la tua mamma, che tanto amava le rose, decise di interrare me qui dove sono, io ero un tralcio, un piccolo germoglio giunto da molto lontano. Arrivai in treno riposta in un pacco insieme ad altre sorelle. Alcune sono ancora sparse qua e là in questo giardino, altre, purtroppo, non esistono più.

Tra tutte mi ritenni la più felice poiché fui sistemata  proprio  vicino al cespuglio della mortella. Ero in buona compagnia, non sarei stata sola, ne gioì così tanto che già dopo poco avevo stretto amicizia con lei.  Mi sentivo protetta  dalla sua verde chioma e anche se ancora non capivo il suo modo di esprimersi,  parlava solo in dialetto Calliope, bastava che le sue foglioline mi sfiorassero per avvertire il suo affetto e non sentirmi mai triste ed esclusa. Ci siamo tenute compagnia per anni, lei mi aiutava ad affrontare serena le mutevoli stagioni  riparandomi anche dalle intemperie. Era forte, rigoglioso il suo aspetto, io invece crescevo a stento  più gracile e debole. Non me ne dolevo comunque, anche se  m’accorgevo che non ero florida e in fiore come le mie sorelle  che, ammiccanti e superbe,  sculettavano  poco più in là. A me, andava bene così, m’ appagava l’amicizia di Calliope e la sua vicinanza.

Tua mamma, che di tanto in tanto scendeva tra noi, ci curava con dedizione; ad  ogni pianta  aveva dato un nome speciale, io sono venere, c’era  poi diana, selene, aurora  e quel cespuglio di rose piccole e bianche che s’inerpica sul muro  laggiù, sono le ninfe. Ci chiamava per nome tua mamma ogni volta che s’avvicinava!

Un mattino umido e fresco  d’autunno, venne un  nuovo giardiniere  per organizzare i vialetti, potare gli alberi e sistemare i tralci di noi rose che confusamente si sporgevano qua e là. Alcuni  dei miei ramoscelli cingevano i verdi rametti di calliope imperlati di brune e lucenti mortelle e mentre le mie sorelle traboccavano  ancora di boccioli e di rosse bacche,  i miei lunghi tralci erano solo coperti di foglie e di qualche boccio che stentava a schiudersi all’ombra della mia amica.

Quando quell’ omaccione   mi si avvicinò, esaminò attentamente l’intero mio ceppo, scrutò in lungo e in largo lo spazio occupato da calliope e da me poi, senza nemmeno fiatare, si mise a zappare, zappare e tagliare estirpando in un fiat la mia cara amica.   Vedevo cadere sotto i suoi colpi malefici la dolce mortella con tutti i suoi rami e nulla potevamo contro di lui nemmeno le mie aguzze spine. Fitte tremende mi trapassavano, ogni colpo  percuoteva  il mio stelo  fin nelle radici e per quanto stendessi i miei tralci spinosi e provassi a bloccarlo, niente potetti contro quella furia impetuosa  che continuava a svellere svellere ed annientare fin nelle budella la mia  compagna che, inerme, giaceva infranta per terra. Desiderai tanto morire con lei invece  eccomi  ancora qua solitaria ed afflitta.

Son trascorsi degli anni da quel fatidico giorno,  son tanto cresciuta d’allora, son sfarzosi ora i miei tralci di rossi boccioli abbigliati che effondono al cielo e alla terra il loro profumo, ma soffre il mio cuore, mi sento rea,  monca  e rimpiango  Calliope e la sua amicizia. Troppo mi mancano le sue antiche storie, i suoi abbracci, il nostro dondolarci e sfiorarci nel vento. Ho nostalgia dei suoi candidi fiori, del suo intenso aroma e delle sue brune bacche che come gemme preziose, incastonate tra le foglioline, ciondolavano gioconde sui  molli  rametti.

Tremò e sospirò assolto il bocciolo di rosa, i suoi petali si dischiusero  in un abbraccio infinito “ Ti sono grata stasera per avermi dedicato un po’ del  tuo tempo prezioso. Era da tanto che volevo, a qualcuno, raccontare la storia della mia amica e liberare il mio cuore dal suo struggimento. Spero di non averti annoiato.  Ti prego dai voce e vita al mio sfogo, al mio ricordo, al dolore per la perdita della mia adorata  amica mortella che ha fatto parte del mio cuore e del tuo giardino. Tu solo puoi, con la tua sensibilità, continuare a narrare ai bimbi la storia dell’amicizia tra Venere, una pianta di rosa, e Calliope una pianta di mirto. E’ autentica la storia, te lo giuro. Autentica come un’amicizia   vera pura  sincera. L’amicizia vera  può nascere e crescere in qualunque luogo, tra le essenze più disparate, nelle situazioni più tragiche e inverosimili. Questo sentimento tenero e devoto non ha bisogno di tanto spazio, di molte parole, vive e si nutre anche di intimi silenzi, d’ intesa, solidarietà e tanto tanto affetto. Buona notte Girolamo e grazie ancora! “

Girolamo ormai non c’è più, son rimasti per noi  i suoi versi,  il suo palazzo e traccia ancora del suo giardino poetico.

Sta ancora lì un po’solitario, celato e lasciato all’incuria,  eppure il poeta ogni notte, zitto zitto, continua a tornare, ad affacciarsi al balcone e godere degli  effluvi scampati poi, scende, s’aggira silente e spande i suoi versi  su quell’oasi di pace ed insiste  esortando, bramando il risveglio del suo favoloso cantuccio e prega  Girolamo per una società più retta, trasparente, sommessa, per una natura difesa rispettata  amata che possa continuare a dare senso e fervore all’ esistenza,  in modo che ogni essere possa continuare a stupirsi del suo miracolo, dei suoi incommensurabili doni e riesca a percepirne il valore in ogni frammento  cogliendo e trasmettendo, ancora ed ancora, l’essenza della vita e le sue  fondamentali virtù.

 

Una noterella “esterna” su Girolamo Comi poeta e bibliofilo

di Armando Polito

Nel suo recente post sull’argomento1 Maurizio Nocera cita ampiamente un breve saggio di Alessandro Laporta con riferimento particolare a due testi antichi dal Comi posseduti e dal Laporta analizzati. A dire il vero, però, il Laporta nel suo lavoro prende in esame solo uno dei due testi, dichiarando espressamente: “E non mio tratterrò sulle Imagines illustrium ex Fulvii Ursini bibliotheca a Theodoro Gallaeo expressae edite ad Anversa dal Plantin nel 1606 (libro che meriterebbe una diversa attenzione e sul quale forse ritornerò in altro momento)”.

Sicuramente con minore competenza del Laporta tenterò di farlo io con il rammarico di non aver potuto avere tra le mani l’esemplare posseduto dal Comi. La rete, però, anche se il processo di digitalizzazione delle fonti cartacee in Italia è appena agli albori, offre possibilità fino a qualche decennio fa impensabili anche per un topo di biblioteca. Così, per entrare in medias res, ecco il frontespizio del testo in questione e, di seguito, la sua “traduzione”. Chi poi volesse leggerlo integralmente e/o registrarlo nel suo archivio personale potrà scaricarlo dal link:

 http://books.google.it/books?id=aoBjwYmZ3PcC&printsec=frontcover&dq=imagines+illustrium&hl=it&sa=X&ei=6VMiUaP5K-iE4gSs2oC4DA&ved=0CFcQ6AEwBw

 

1

 

(Commento di Giovanni Fabro Barbegense medico romano alle immagini di uomini famosi dalla biblioteca di Fulvio Orsini stampate ad Anversa da Teodoro Galleo. All’Illustrissimo e Reverendissimo Don Cinzio Aldobrandini Cardinale di S. Giorgio e c. Anversa Dalla tipografia plantiniana Presso Giovanni Moreto 1606).

Qualche notizia sui personaggi appena nominati: l’autore del commento fu Prefetto dell’Orto pontificio e membro dell’Accademia dei Lincei fin dalla sua fondazione nel 1603; Fulvio Orsini (1529-1600) fu uno dei massimi esponenti della filologia antiquaria italiana ed espertissimo collezionista; Teodoro Galleo (XVI-XVII secolo) fu uno dei più rinomati incisori del suo tempo. Cinzio Passeri Aldobrandini (1551-1610) era un po’ abituato alle dediche in quanto il Tasso, riconoscente della protezione avutane, gli aveva dedicato la Gerusalemme conquistata e il dialogo Delle imprese. Christophe Plantin (1520-1589) fu tipografo, editore e libraio, attivo dal 1555 al 1589; quando questo libro fu stampato aveva già ceduto l’attività al genero Giovanni Moreto. La marca della tipografia plantiniana raffigurava una mano con un compasso ed il motto Labore et constantia (Con la fatica e con la costanza).

Il libro consta di una prima sezione (pagg. 1-151) testuale contenente i commenti alle immagini delle personalità prese in esame in ordine alfabetico; segue una parte non numerata dedicata agli indici (il primo per categoria di appartenenza, il secondo dei nomi) e subito dopo, in ordine alfabetico, dopo un secondo frontespizio, per così dire, interno, in basso riprodotto e “tradotto”, la sezione finale, anche questa non numerata, quella delle immagini.

2

 

Illustrium imagines ex antiquis marmoribus, nomismatibus, et gemmis expressae, quae extant Romae, maior pars apud Fulvium Ursinum. Editio altera aliquot imaginibus et I. Fabri ad singulas commentario, auctior atque illustrior. Theodorus Gallaeus delineabat Romae ex Archetypis incidebat Antuerpiae MDXCIIX Antuerpiae Ex officina Plantiniana MDCVI

(Immagini di (uomini) illustri tratte da sculture, monete e gemme che si trovano a Roma, la maggior parte presso Fulvio Orsini. Seconda edizione accresciuta e più illustrata da parecchie immagini e dal commento di Giovanni Fabro a ciascuna. Teodo Galleo disegnava a Roma dagli antichi modelli, incideva ad Anversa nel 1598. Anversa Dalla tipografia platiniana 1606).

Ecco la prima (Marco Emilio Lepido) e l’ultima (Marco Tullio Cicerone) delle immagini:

3

 

Ogni libro è testimone anche di una storia supplementare ricavabile da tutto ciò che vi fu aggiunto manualmente dopo la sua uscita.

Nel nostro nel frontespizio subito dopo la prima riga si legge aggiunto a mano:  Colleg. Lugd. SS. Trin. Soc. Jesu Catal. Inscript. 1688 (Collegio di Lione della SS. Trinità Società di Gesù Iscrizione nel catalogo 1688). La primitiva appartenenza al collegio sarebbe confermata dal bollo apposto a sinistra ove si legge EX BIBLIOTH(ECA) PUB(LICA) COLLEG(II) LUGDUN(ENSIS), mentre gli altri due in cui si legge BIBLIOTEQUE DE LA VILLE LYON (Biblioteca della città di Lione) si riferirebbero ad un successivo passaggio.

Anche la foderina anteriore ha qualcosa da dire con l’etichetta che vi risulta incollata e nella quale si legge:

4

 

Reverendus Pater Franciscus de la Chaize Societatis Jesu, Ludovico XIV Regi Christianissimo à Confessionibus hoc munere, ex regia munificentia, Bibliotecam Collegii Lugdunensis Sanctissimae Trinitatis Societatis Jesu auxit

(Il reverendo Padre Francesco de la Chaize della Società di Gesù con questo dono [proveniente] dalle confessioni al cristianissimo re Luigi XIV dalla regia generosità incrementò la biblioteca del Collegio di Lione della SS. Trinità della Società di Gesù).

Questo esemplare, dunque, fu un dono di Luigi XIV (nell’etichetta Ludovico XIV), re di Francia dal 1675 fino alla morte avvenuta nel 1715,  al suo confessore, il gesuita  François d’Aix de la Chaise (1624-1709), il quale, a sua volta, lo donò al collegio lionese della SS. Trinità, quasi sicuramente nel 1688 come riporta nel frontespizio l’aggiunta manuale, una vera e propria nota di ingresso, già esaminata).

Questo è quanto son riuscito ad ascoltare con le mie modeste orecchie da questo esemplare. Chissà cosa ha da dire il gemello di casa Comi a timpani molto più raffinati e sensibili dei miei …

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/20/girolamo-comi-poeta-e-bibliofilo/ 

 

 

 

GIROLAMO COMI POETA E BIBLIOFILO

di Maurizio Nocera

 

L’argomento Comi Bibliofilo l’ha affrontato già Alessandro Laporta, direttore della biblioteca provinciale “N. Bernardini” di Lecce il quale, nel bel saggio su Studiae Humanitatis. Scritti in onore di Elio Dimitri (Barbieri, Manduria 2010, pp. 223-228) per la cura di Dino Levante, individua l’attributo ‘bibliofilo’ usato per il Comi come «attento e oculato nelle sue scelte, che ama le raccolte già complete, […] ma che sa anche metterle insieme da sé, volume per volume» in uno libro di Marinella Cantelmo dal titolo Girolomo Comi prosatore (Capone, Cavallino 1990).

Anche per me vale quella sua affermazione messa come incipit dell’introduzione al saggio quando scrive: «Quanto su Comi è stato scritto da Valli e dagli altri offre una tale idea di completezza che è difficile trovare qualche sentiero inesplorato, qualche itinerario nuovo da proporre all’attenzione del lettore» (p. 223). Tuttavia, con il saggio Comi bibliofilo, Laporta trova ancora qualche piccolo sentiero tutt’ancora da sondare, soprattutto nell’indicare un inedito Comi bibliofilo riferito ai libri che il poeta possedeva nella sua rifornita biblioteca lucugnanese consistente per la maggior parte di un nucleo forte di autori francesi. In particolare Laporta cita due libri antichi presenti nel fondo Comi precisando che altri volumi anch’essi di pregio e datati, dopo la ristrutturazione del palazzo, non sono stati più reperibili.

I due libri antichi da lui indicati e analizzati sono:

Imagines illustrium ex Fulvii Ursini biblioteca a Theodero Gallaeo expressae, edito ad Anversa dal Plantin nel 1606;

Le thresor des vies de Plutarque, Lyon, chez Pierre Rigaud, 1611. In particolare, di quest’ultimo volume, il Laporta fa una dettagliata descrizione bibliofilica mettendo il luce la nota di possesso del libro risalente al 1794, e cioè prima che lo stesso volume divenisse proprietà del Comi. Il volume apparteneva a «Ant. Aug. Renouard, autore entrato ufficialmente nella storia del libro per i suoi ancora oggi fondamentali lavori su Manuzio. [… Fu anche] estimatore ed imitatore di Bodoni» (p. 226).

Laporta conclude il suo saggio affermando che, per le note su riportate, sicuramente si può dare a Comi il titolo di bibliofilo e, secondo me, non ha torto, perché è sufficiente andare a vedere la biblioteca del poeta nel palazzo di Lucugnano per accorgersi dell’amore che il poeta riservava per i libri antichi o a lui coevi.

Ma non solo per il motivo indicato dal direttore della biblioteca provinciale, noi possiamo definire bibliofilo Girolamo Comi anzi, secondo me, egli è bibliofilo, e per di più grande, soprattutto per la fattura dei suoi libri e della rivista «L’Albero» che il poeta, in quanto vate dell’Accademia salentina con sede a Lucugnano, fece stampare spesso, per non dire sempre, a sue spese, divenendo, per questo, da benestante che era a un povero in canna.

Mi limiterò quindi a descrivere solo dei libri a firma del poeta che io ho sulla mia scrivania, anche se è noto che i volumi degli altri suoi amici poeti e prosatori soci dell’Accademia hanno tutti le stesse caratteristiche da lui dettate. Ad eccezione della rivista, di cui dirò poi, i libri di Comi che prendo in considerazione sono:

Cantico del Tempo e del Seme, Edizioni Al Tempo della Fortuna // Colophon: «A cura di alcune personalità,/ sotto l’insegna “Al Tempo/ della Fortuna” di questa/ opera – terminata di stampare/ il 25 maggio 1930 presso l’Of-/ ficina Cuggiani in Roma – sono stati tirati: 5 esemplari su carta/ “vélin Marais” numerati da/ 1 a 5; 495 esemplari su carta/ “vergé Fabriano” numerati/ da 6 a 500»;

Spirito d’armonia, Edizioni dell’«Albero» Lucugnano (Lecce) // Colophon: «Finito di stampare il 20 maggio 1954 per i tipi della S. E. T., Bari». Questo libro è interessante perché include in appendice una Notizia Bibliografica (a cura di Vittorio Pagano) con le citazioni di tutti i recensori e commentatori della poesia del Comi;

Canto per Eva (prima edizione, 60 pp.), Edizioni dell’«Albero», Colophon: «Edizione di 432 esemplari/ firmati dall’autore. // Finito di stampare il 20 luglio 1955 per i tipi della S. E. T. – Bari».

Inno eucaristico, Edizioni dell’«Albero», «Colophon: Edizione fuori commercio/ di 500 esemplari/ per gli amici dell’Albero. // Stampato il 30 giugno 1958 per i tipi della tipografia Pajano & C., Galatina»;

Canto per Eva [seconda edizione, 104 pp., con due punte d’argento di Alberto Gerardi (pp. 17 e 33) e una nuova pagina esplicativa dello stesso Comi], Edizioni dell’«Albero», Colophon: «Edizione di 375 esemplari/ firmati dall’autore. // Finito di stampare per i tipi dello Stabilimento Pajano & C., Galatina il 31 luglio 1958».

La descrizione (Titolo, Casa editrice, Stamperia e Colophon) dei quattro libri su indicati dà già l’idea di trovarci davanti a volumi particolari, perché appunto corredati da colophon di cui solo un attento bibliofilo conosce l’importanza; tuttavia a ciò va aggiunto ancora qualche altro elemento per avere l’idea della personalità bibliofilica del Comi. In primo luogo tutti i volumi descritti sono stampati in-16° (20,5 x 14,5 cm) su carte speciali (nel caso del Cantico del Tempo e del Seme sono indicate) del tipo uso-mano o rosa-spina; i bordi quasi sempre non sono rifilati ma intonsi; le copertine sono sempre di cartoncino avoriato spesso e bugnato. Ma la caratteristica fondamentale sono le architetture dei frontespizi e delle copertine: si tratta di calici o coppe perfette quasi sempre composte sulla base di misure auree. Per di più, nel libro Cantico del tempo e del Seme, la composizione delle indicazioni di copertina è inscritta in una doppia e bella cornice rossa. Questo libro è interessante anche per una serie di xilografie che corredano le pagine poetiche. Ma occorre dire che tutte le pagine dei libri di G. Comi hanno un’architettura austera e aurea, esigenza tipica di ogni bibliofilo.

Altro dato importante, che fa di Comi un bibliofilo, è la scelta dei caratteri di stampa usati per i suoi libri. Di solito la scelta dei tipi è dovuta allo stampatore, almeno così era un tempo, cioè quando ancora non esisteva il computer col suo font. Tuttavia non tutti i tipografi sapevano farlo. Interveniva così l’autore, sempre ammesso che egli fosse un esperto in tal senso. Nel caso di Comi, e almeno per i libri a cui io mi riferisco, non ci sono dubbi sul fatto che egli era un esperto anche di caratteri di stampa. Tanto da scegliere il Caslon per il libro Cantico del Tempo e del Seme; il Perpetua Light Titling per il libro Inno Eucaristico; il Baskerville per il libro Spirito d’armonia; ancora il Baskerville per Canto per Eva.

Per quanto riguarda la rivista «L’Albero» non c’è migliore definizione di quella data dalla sua prima e unica segretaria dell’Accademia di Lucugnano, cioè Maria Corti la quale, nella premessa all’Antologia (1949-1954) (Bompiani, 1999) curata da Gino Pisanò, scrive: «è una rivista salentina che ebbe una lunga vita dal 1949 al 1988 […] A Lucugnano, in provincia di Lecce, il barone Girolomo Comi aveva creato il 3 gennaio 1948 nel suo bel palazzo neoclassico un’Accademia Salentina, istituzione aperta e ospitale, che fu subito un richiamo per intellettuali in tutta Italia» (p. XI).

Ma qui, in questo contesto, l’aspetto che ci interessa è quello bibliofilico e, per l’occasione, prendo in esame solo alcuni numeri della rivista. Il primo numero (gennaio-marzo 1949) presenta una splendida copertina con caratteri maiuscoli Bodoniani, al centro campeggia un bellissimo disegno di Vincenzo Ciardo, disegno che, come marchio dell’Accademia salentina, rimarrà impresso sulla copertina per il seguito di tutti i numeri. Fondatore della rivista e primo direttore responsabile è lo stesso Girolamo Comi, la registrazione viene fatta presso il Tribunale di Lecce e risulta essere contrassegnata dal n. 9 del 2 maggio 1949; la stampa e della Tripografia Raeli di Tricase. Nel colophon del primo numero, Comi scrive: «È nelle nostre speranze e nei nostri desideri che ogni “Albero” sorga e cresca come per generazione spontanea e che porti – possibilmente in tutti i rami – il segno e il respiro della necessità e della ricchezza della nostra ansia di operare e di sopravvivere» (p. 79).

Ma ancora più suggestiva è la poesia che lo stesso Comi pubblica come incipit della rivista: «Armonia numerosa: la presenza/ dell’albero nell’alba che lo veste:/ (figura e dono del tempo terrestre/ se il cuore trema di riconoscenza…)// Slancio di un seme che si ricompone/ nella pienezza d’una tessitura/ d’aliti di germogli: carnagione/ di frutto antico e di linfa futura;// dalla radice all’apice, il respiro/ che ogni sua nuova primavera emette/ sazia la zolla e sfiora lo zaffiro// dell’aura delle più tenere vette:/ fremito d’una crescita che vuole/ diventare canto nei cori del sole» (p. 5).

Nulla cambia nei numeri successivi salvo la tipografia, che da Tricase passa a Bari alla Società Editrice Tipografica (fino al n. 19-22 del 1954); poi da Bari ritorna in Salento, a Galatina, prima presso la Tipografia Pajano (fino al n. 30-33 del 1957), quindi presso l’Editrice Salentina (fino al n. 34-35 del 1960); a partire dal n. 36-40 (1962) a stamparla sarà la Scuola Tipografica A. Mele Tarantini di Lecce. Girolamo Comi muore nel 1968 e i numeri successivi della rivista che saranno stampati usciranno come numeri di una nuova serie.

 

Note bio-bibliografiche

Girolamo Comi (poeta) nacque a Casamassella il 23 novembre 1890 e morì a Lucugnano il 3 aprile 1968. Suo padre Giuseppe era di Lucugnano mentre la madre Costanza era sorella di Antonio De Viti De Marco, il noto economista e politico salentino degli inizi del XX secolo. Per i suoi studi, Comi frequentò in un primo momento il liceo “Capece” di Maglie, poi il liceo “Palmieri” di Lecce e, dopo la prematura morte del padre (1908), proseguì gli studi superiori in Svizzera (Ouchy-Losanna) dove frequentò la cattedra del filosofo Rudolf Steiner. È di questo periodo la sua prima raccolta poetica, Il Lampadario (Losanna 1912), successivamente da lui stesso rinnegata. Fu obiettore di coscienza ante litteram, rifiutando di partecipare come milite alla prima guerra mondiale; tuttavia, dopo essere stato catturato, fu costretto ad andarci e, in un primo momento venne inviato persino in prima linea, dalla quale però lo congedarono perché divenuto, secondo le perizie mediche, “matto”. A partire dal 1920 tornò a Lucugnano, ma cominciò anche a frequentare Roma, dove risiedeva lo zio Antonio De Viti De Marco. Nella capitale conobbe altri scrittori e altri poeti, che da quel momento gli divennero amici e frequentatori anche della sua casa salentina a Lucugnano. Fra questi Arturo Onofri, Giuseppe Bonaiuti, Alfonso Gatto, Giovanni Papini, Iulus Evola. In questo momento la sua è una poesia spiritualista e intimistica e tutte le sue iniziative come intellettuale si muovono in un ambito di esaltazione nichilista e niezschiana. Non a caso collaborò alle riviste «Ur», «Krur», «La Torre», «Diorama Filosofico» e fu molto vicino alle idee fasciste sulla concezione dell’essere superiore.  Ad un certo punto della sua vita però avvenne una sorta di conversione/resurrezione, una presa di coscienza potremmo dire oggi, con la quale rivide il suo pensiero iniziale e sentì rinascere in lui una nuova consapevolezza: si avvicinò al movimento simbolista e al fauvismo in pittura, ritornando alle stampe, tra cui una nuova raccolta poetica, alla quale dette il titolo di quella rinnegata, Lampadario (Lucugnano 1920). Seguiranno altre poesie, come I Rosai di qui (Roma 1921). Si tratta di cinque liriche chiaramente ispirate al pittore romano Rosai, nelle quali l’uso delle parole in versi forma sinfonie per musica e pittura con il tutto che sembra ispirato anche al movimento futurista di Tommaso Filippo Marinetti.

Ritorna alle stampe con nuove raccolte poetiche: Smeraldi (Roma 1925), Boschività sotterra (Roma 1927), Cantico dell’albero (Roma 1928), l’antologia Poesia 1918-1928 (Roma 1929), Cantico del Tempo e del Seme (Roma 1930), Nel grembo dei mattini (Roma 1931) con la quale inizia il suo ritorno ad una nuova forma di religiosismo; Cantico dell’argilla e del sangue (Roma 1933). Con Adamo-Eva (Roma 1933), liriche che indagano il peccato originale, si ha il suo pieno ritorno al cattolicesimo; una nuova antologia è Poesia 1918-38 (Roma 1939). Nel 1946, Girolamo Comi fa definitivo ritorno a Lucugnano, dove fonda (3 gennaio 1948) l’Accademia Salentina assieme a Mario Marti, Oreste Macrì, Maria Corti, Michele Pierri, Walter Binni, Luigi Corvaglia, Vincenzo Ciardo, Luciano Anceschi, molti altri intellettuali. L’Accademia ha una sua rivista che, per espresso desiderio di Comi, si chiamerà «L’Albero». Fino al 1968 sarà sotto la direzione dello stesso Comi, successivamente la responsabilità passa a Donato Valli, che di Casa Comi e della sua biblioteca è l’erede spirituale. Da Lucugnano Girolamo Comi ricomincia la pubblicazione di nuove raccolte poetiche: Spirito d’Armonia (due edizioni, una a Lucugnano 1954, con la quale vince il premio Chianciano, e l’altra, postuma, a Trento nel 1999). Altre sue raccolte poetiche sono: Piccolo idillio per piccola orchestra (Lucugnano 1954), Canto per Eva (Lucugnano 1955), Inno Eucaristico (Lucugnano 1958), Sonetti e Poesie (Milano 1960). La sua ultima raccolta è Fra lacrime e preghiere (Roma 1966).

Oltre alle raccolte poetiche, Comi scrisse anche prosa, fra cui una Lettera a Giovanni Papini (Lucugnano 1920); Vedute di economia cosmica (Roma 1920); Riposi festivi (Roma 1921); Poesia e conoscenza (Roma 1932); Commento a qualche pensiero di Pascal (Lucugnano 1933); Necessità dello stato poetico (tentativo di un diario esistenziale) (Roma 1934); Aristocrazia del Cattolicesimo (Modena 1937); Bolscevismo contro Cristianesimo (Lucugnano 1938); Dramma senza dramma (scherzo o giuoco scenico-letterario) (a cura di Donato Valli, Lecce 1971).

Moltissimi sono gli autori che si sono interessati del pensiero e della poesia di Girolamo Comi; l’elenco è molto lungo. Occorre dire che non c’è stato scrittore, poeta, pittore, scultore e tanto altro nel Salento che, nel suo lavoro da intellettuale, non abbia avuto a che fare con l’opera di Girolamo Comi, il quale, per la mole di lavoro fatto ed anche per lo strano caso della sua vita, si erge ad essere monumento letterario della salentinità poetica.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

Lucugnano, 4 – 7 settembre 2012. I giorni dell’armonia, all’insegna del profumo di una rosa

 

di Rocco Boccadamo

 

Io, c’ero.

Per la qual cosa, da subito, ho registrato, dentro, una sensazione d’inusitata e speciale contentezza e, tuttora, vado cullando il piacere della voluta, ma pur sempre fortunata, presenza.

Ai primi bagliori, vivi ma morbidi e soffusi, del crepuscolo di martedì 4 settembre, a Lucugnano, piccola frazione del Basso Salento, nella carinissima cornice dell’atrio di Palazzo Comi, si vive la serata d’apertura della quattro giorni recante il titolo “I giorni dell’armonia”.

Una lodevole iniziativa, pensata, curata e organizzata, con sapienza e classe, in omaggio alla figura di Girolamo Comi – salentino, nativo di un’altra non lontana minuscola frazione, Casamassella, vissuto a lungo, sino alla fine, giustappunto a Lucugnano – preclaro poeta e letterato del Novecento, viepiù esemplare e ammirevole per la semplicità, genuinità e linearità della propria esistenza, come a dire tanto poco barone blasonato, pur vantandone il titolo, quanto molto, anzi moltissimo, uomo alla pari di tutti, aperto e disponibile con chiunque.

Mi tocca rendere una preventiva confessione che, peraltro, sgorga lieve e liberatrice da un limite, una carenza: prima del 4 settembre 2012, a parte veloci transiti lungo la statale 275, non mi era mai capitato di fermarmi a Lucugnano; inoltre, pur non ignorando il lustro di Comi, prevaleva l’associazione di detta località alle vicende, di tutt’altro genere e spessore, ruotanti intorno a tale Papa Galeazzo (Caiazzu, in gergo dialettale) e alla presenza, almeno nel secolo e nei decenni passati, di un cospicuo numero di fabbriche artigianali di articoli in terracotta e, fra essi, le pignatte o pignate (i cotimari).

Al contrario, stavolta, si tratta di una visita chiaramente e precisamente finalizzata e, già nel parcheggiare l’auto, si fa avanti una sorta di benvenuto ideale, sottoforma o meglio nei panni di una ventina di giovanissimi d’entrambi i sessi, in divisa da bandisti, sparsamente assembrati nello slargo e in procinto di dirigersi verso una meta che è anche la mia: Palazzo Comi, affacciato nella sua composta magnificenza proprio lì davanti e raggiungibile dopo qualche passo, appena il tempo di sfilare a fianco del busto artistico del grande poeta e intellettuale.

Ad accogliere i convenuti in arrivo, il sobrio e insieme piacevole atrio, da cui si offre alla vista l’interno dello stabile, con spicco del primo piano della nobile dimora, adornato da pregevoli balconate e perimetrato da elevati infissi e ampie vetrate. Una chicca: l’intera apertura dell’interno verso l’alto è coperta da una rete a maglie strette, appena percettibile, d’indiscussa utilità pratica, sia di giorno, che di sera e di notte.

Pendente su un lato, un lenzuolo bianco a una piazza per larghezza e a due per lunghezza, con il testo di una poesia dialettale di Giuseppe Greco “ A lla ‘mpete”.

Appena raggiunta la meta, mi si offre la gradevole sorpresa della presenza e del benvenuto della collega e amica Giuliana Coppola, già conosciuta in altre occasioni, scrittrice che leggo sempre con particolare piacere, giacché, a parte le altre doti e qualità, lei è solita mettere l’anima nelle sue righe.

Scopro che, lucugnanese doc,  è la principale organizzatrice dell’iniziativa, con un lavoro e una dedizione che datano da più di un anno. Alla mia domanda sullo svolgimento della sua stagione estiva, m’informa, Giuliana, che, escludendo le doverose cure e attenzioni riservate ai sei nipotini, è sempre rimasta fissa a presidiare, unitamente ad altri volontari, Casa  Comi, al fine di cercare di scoraggiare, esorcizzare e dissolvere l’ombra dell’infausta destinazione di una parte del palazzo e del relativo giardino a esercizio di trattoria.

Indipendentemente dall’avvenuta chiusura dei manicomi, si vede proprio che, di pazzi (ma, qui, si tratta unicamente di pazzi?), ve ne sono tantissimi.

Amore di Giuliana, un’operazione senza  uguali; la speranza, ovviamente,  è che l’ombra del sacrilegio resti fugata e allontanata in via definitiva.

Subito dopo il piacevole impatto con Giuliana, mi viene dato di conoscere di persona lo scrittore, poeta e critico Vito Antonio Conte e il poeta Marcello Buttazzo, da tempo noti e stimati attraverso i loro frequenti interventi su “Il Paese Nuovo”.

Il primo, da par suo, ossia con incisiva padronanza e maestria, presenta la più recente raccolta poetica di Marcello, intitolata “E ancora vieni dal mare”; ho il privilegio di ricevere in dono, dall’autore, una copia del volumetto, oltre che di declamarne un brano.

Dice, Buttazzo, nella dedica riservatami: “La scrittura getta un ponte…”; a casa, mi sono letto d’un fiato tutte le sessantasette composizioni, che mi riprometto di passare ancora e più volte in rassegna. Sono di una bellezza e di un’arte fine davvero uniche.

Nella foga, credo di aver trascurato una doverosa precedenza, nel senso che, a introdurre e intervallare gli afflati dei versi, si sono esibiti i ragazzi in uniforme da bandisti incontrati all’arrivo a Lucugnano, i quali hanno dato vita, con l’aiuto delle scuole e delle amministrazioni locali, a una reale e autentica banda chiamata “Filarmonica del Capo di Leuca”.

Confidenza di Giuliana, l’idea è nata dalle ripetute insistenze di un’anziana del paese, invalida e relegata in casa, la quale, nell’offrire, ogni tanto, una tazzina di caffè, le andava da qualche tempo segnalando di avere un nipotino alle medie che studiava pure musica, sino a imparare a suonare uno strumento. “Mi piacerebbe tanto che il mio piccolo entrasse in una banda di giro” si augurava la donna e, adesso, il suo sogno si è avverato, anzi, con l’occasione, la “Filarmonica”, prima di esibirsi nell’atrio di Palazzo Comi, ha compiuto un giro per tutte le strade del paese, compresa la via della nonna del giovanissimo musicante.

Dopo i poeti, verso l’epilogo della serata, ho potuto gustare anche un’intensa sintesi dell’intellettuale Luigi Mangia, anche lui assiduo collaboratore de “Il Paese Nuovo”.

Sono volati via novanta minuti, lo stesso tempo di una partita di calcio, di coinvolgimento in una lodevole iniziativa di cultura vera, preziosa e senza fronzoli e, in particolare, stasera, di ascolto di versi vellutati.

Con il contorno, diffuso nell’atrio di Casa Comi, di profumi rari che non si dissolvono, come l’essenza della rosa del giardino del poeta, espressamente eternata sotto forma di un’artistica riproduzione in pietra locale.

 

Le immagini negli arazzi di Casa Comi

di Maria Grazia Presicce

L’arte è divenuta sin dall’antichità impegno primario nella creazione d’immagini-simbolo attraverso schemi differenti nel tempo e nello spazio e, le stesse, hanno una straordinaria capacità comunicativa, evocativa, persuasiva ed emozionale. Guardandole l’uomo ricorda, si riallaccia ad avvenimenti e si avvicina col cuore al pensiero che ha creato quell’immagine. In un’opera, in generale, arte e simbolo sono imprescindibili l’una dall’altro perché ogni autore, da sempre, nel realizzarla la pervade d’intimi effluvi, desiderando conferire un senso al suo manufatto, impregnandolo del suo mondo esteriore ma, ancor di più del suo mondo interiore, delle sue sensazioni più nascoste.

Il simbolo della spirale

 

Il simbolo, in fondo, è sempre parte basilare di un’opera d’arte, ne costituisce il fulcro interpretativo e spesso lo stesso manufatto artistico diventa vettore del simbolo in essa racchiuso. A ben pensarci, arte e simbolo sono coesi l’una all’altro nella storia dell’umanità sin dalle sue origini perché l’uomo, da sempre, ha avvertito la necessità di capire il mondo che lo circondava e, desiderando rendere visibile il sacro nella sua quotidianità, lo ha rappresentato nelle forme artistiche più varie ed anche su supporti più disparati caricando le immagini di una forte simbologia.

Considerando, poi, che l’arte, in genere, è l’illustre linguaggio in cui il segno e il simbolo vengono esplicitati per consegnarli alla società come valori di autenticità e sacralità, è quasi scontato per quel segno essere metafora di comunicazione per chi le sta di fronte.

L’arte, come la poesia, va “scritta” e interpretata secondo il proprio pensiero e per farlo si possono usare varie chiavi di lettura; non vi è dubbio, però, che proprio grazie a questa sua rappresentatività impregnata di simboli e metafore, l’opera d’arte, più della poesia, si presenta ai nostri occhi come fonte inesauribile di segni, di messaggi silenziosi e d’impercettibili vibrazioni che scuotono nel profondo e che, spesso, fanno parte del nostro modo di essere mondo nel mondo e della nostra coscienza solitaria e silente.

Girolamo Comi, forse, si era avvicinato all’arte grazie al suo amico Evola[2] ed era amante dell’arte in genere.

Forse anch’egli aveva provato a cimentarsi nel disegno; infatti nei suoi diari, conservati gelosamente nelle teche della biblioteca provinciale di Lucugnano, ritroviamo in alcune pagine schizzi e disegni o forse simboli.

 Brani del diario Comi[3]  

 

Nel momento in cui ho cominciato ad interessarmi agli arazzi presenti nel Palazzo del poeta Girolamo Comi ( oggi Biblioteca della provincia di Lecce) mi ha colpito l’interesse di questo poeta verso l’arte del tessere, sia perché arte

A casa di Girolamo Comi

Girolamo Comi e Tina nel suo studio

di Maria Grazia Presicce

Eccomi di nuovo qui, a Lucugnano, nella Casa di Girolamo Comi. Ho risalito le scale in silenzio nella quiete che avvolgeva ogni cosa. Pareva davvero che tutto dormisse d’ un sonno profondo, troppo profondo: unica nota di vitalità e colore le piante che adornano la balaustra. Nell’ingresso ho ritrovato il padrone di casa. Girolamo era lì, m’aspettava ancora una volta. Quando entro nella sua dimora un brivido dolce m’attraversa e un nuovo mondo mi si svela. E’ come se avessi un muto appuntamento con quel magico luogo dove tutto continua ancora a parlare di lui. Cammino quasi in punta di piedi per non disturbare quella tranquillità che m’affascina. Mi soffermo a sfogliare un suo libro e l’immagine di Girolamo, riflessivo e accorto, che compie lo stesso mio gesto mi sovviene inattesa. Eccolo trattenersi su un passo, pronto a fissare un concetto per poi dare vita ad altre parole, ad altri pensieri, ad altri stupori.

Chissà quante volte nel cuore della notte ha indugiato su quei fogli ora serrati, lasciati nell’oblio più totale! Chissà quante volte tra quelle pagine ha cercato consigli per dipanare dubbi e incertezze! Ora i suoi libri son lì tutti in fila e, sconsolati, aspettano che qualcuno li ritorni a sfogliare, li ritorni ad amare. Nel

Palazzo Comi a Lucugnano di Tricase

PALAZZO COMI A LUCUGNANO DI TRICASE:

OGGI BATTE IL CUORE E HO PERSO LA PAZIENZA

 

di Giuliana Coppola

“Menomale, menomale che la stampa, quella che parla troppo, non ha parlato di noi, dice papà Tarlo a mamma Tarlo” nell’angolo loro d’un tavolino di legno d’olivo “menomale che possiamo stare ancora tranquilli almeno noi in questi tempi di magra”. Si riaddormentano i Tarli nobili di Casa Comi, mentre la campanella, a Lucugnano, alle sei suona prima tre tocchi e poi, in cadenza cinque e poi sette e attende che si svegli l’orologio e sono le sei e un quarto e anche l’orologio si sveglia; di notte, a Lucugnano, anche l’orologio dorme e si riposa.

Lo sveglia tocco di campana, canto di galline nei giardini, voci di contadini che già ritornano dai campi con la verdura fresca; così riprende un altro giorno e questa è un’altra storia di una notizia sfuggita dal segreto, di Tarli un po’ poeti, di un prato all’inglese e di un caffè.

E anche di quattro chiacchiere al bar Comi, naturalmente; ché esiste già un bar Comi accanto al palazzo suo; un caffè e la notizia della giornata; e il cielo benedica sempre la stampa, quella, oggi fa rimbalzare la notizia anche quella di un “fazzoletto, piccolissima porzione d’un giardino chiuso sino ad ora trascurato e dimenticato da tutti, logisticamente separato da palazzo Comi”. E come fai a dimenticarlo? Se lo chiedono i cittadini di Lucugnano intorno al caffè, è là, sotto gli occhi di tutti, ci passi decine di volte al giorno, che è quasi un obbligo se si vuole andare in chiesa, comprare sigarette e giornali, fare la spesa, sedersi in piazza, è lì e non può essere dimenticato; qualcuno, a turno, da volontario, l’ha sempre coccolato ed ora c’è Cesario, c’era prima Fernando. Già Fernando; “ora se ne è andato in pensione”, ti dicono. Era lui l’anima del giardino; quello che ne curava ferite, coccolava e carezzava piante e s’è disperato perché vedeva morire le palme e gli sembrava di tradire memoria del barone che scendeva dalle scale di casa sua e lo sentiva subito il primo sbocciare d’una rosa; questo tu pensi e intanto si legge insieme che quel “fazzoletto” si descrive lontano e diviso e invece è proprio legato, comunicante da tutti gli angoli e da tutte le porte alla Casa Comi, basta scendere scale per ritrovarsi giù, tra le piante.

“E mo pacenzia”… il giardino tanto quanto, dice la voce, é dentro che sta morendo “sta casa” e tanto quanto significa che proprio non è che stia tanto male il giardino e invece… ma il caffè è finito e il sole avanza e suda anche lui, il barone sul suo piedistallo e chissà che pensa, chissà se pensa. E la giornata

Lucugnano di Tricase, i giorni della vergogna

LUCUGNANO DI TRICASE,

I GIORNI DELLA VERGOGNA.

ACCORDO PER UNA TRATTORIA NEI GIARDINI DI PALAZZO COMI.

IL SIGILLO E’ DELLA PROVINCIA DI LECCE

 

di Giacomo Cazzato

La prima volta che entrai a casa Comi fu una frase di Alfonso Gatto ad accogliermi: “In questa casa, anche le ombre sono amiche”. Con queste parole di un poeta salernitano ha avuto inizio la mia storia d’amore con questo palazzo, il luogo in cui il barone-poeta Girolamo diede spazio al più grande esperimento di condivisione culturale che il Salento abbia mai potuto vivere, un luogo magico dove gli arredi e le librerie parlano ancora oggi, dove si respira ancora la poesia che trasuda da ogni dove, dagli arazzi, dalle camere da letto spartane e al tempo stesso gentili, adibite numerose, con l’unico scopo di ospitare qualche gigante della cultura italiana, che sarebbe passato in compagnia da Lucugnano. Lì puoi incontrare Alfonso Gatto, o Bodini, la Corti, o Vincenzo Ciardo, Pagano o il duo mistico Pierri-Merini. Solo lì.

Palazzo Comi, lo studio del poeta

Sono stati tanti gli incontri in questo ultimo anno, tanti gli universitari più brillanti che si sono avvicendati in quel nido fecondo che fu e che è, tanti i

Girolamo Comi: Ecco il mio tronco

di Maria Grazia Presicce

Immagine del poeta tratta da

http://www.comitricase.it/comi/images/foto%20comi/comi.gif

Nostalgia. Pirografia di Silvana Bissoli.

 

Interpretare, commentare i versi di un poeta non è semplice come di primo acchito si può pensare, anche perchè delle semplici parole possono racchiudere l’universo, un mondo, secondo il mio punto di vista, difficile da penetrare nei suoi anfratti più oscuri, nelle sue sfumature più ampie e aerografate che vanno oltre il pensiero e l’emozione di chi scrive. Chiosare una poesia? Sembra facile. Ma, come si può? Che cosa conosce dell’autore, chi si appresta a spiegare una sua poesia? Chi ha conosciuto o conosce il suo universo interiore, la profondità del suo pensiero e quello che il suo animo ha compreso se, tanto spesso, nemmeno da solo ognuno di noi riesce a chiarirsi e penetrare le sue sensazioni più recluse? E poi versi, rime, poesia che cosa sono per ognuno di noi, come vengono intesi da ognuno ?

In questo momento, pare che questa società sia stata colta da una sorta di frenesia del poetare, ma per il vate, il cantore che sa, magistralmente, verseggiare e giocare con frasi e parole, la poesia cos’è? Che sia solo un modo per rimanere sulla cresta dell’onda anche quando ormai non c’è più? UHHMM!! Troppo scontato!

Immagino che ad ispirare il poeta, siano le varie situazioni che possono a tratti attraversare e fondersi con la vita: momenti di gioia, dolore, momenti che il cuore non sa e non riesce a trattenere, quei momenti intimi che non sai a chi confidare, quegli attimi in cui senti il cuore scoppiare …ed allora?…allora ecco sovvenire un amico fidato, un confidente: il foglio bianco! Un semplice foglio candido e puro come il nostro cuore nel giorno della prima comunione.

E’ quel foglio bianco che improvvisamente attira come calamita ed è pronto a raccogliere emozioni e sensazioni che potrai decidere di conservare per rileggerle, potrai decidere di accartocciare e buttare nel cestino o in mezzo ad un campo cosicché la pioggia, il sole il vento la rugiada la luna le stelle lo possano leggere o giocarci fino a farlo dileguare e divenire parte della natura e tornare nel suo ciclo vitale. Foglio amico, servitore fidato, che piange ed esulta con noi, foglio confessore che assolve e dissolve le nostre ansie, le nostre paure, le nostre angosce… che addolcisce le nostre lagrime e come balsamo allevia.

Se poi, quel foglio, deciderai di tenerlo potrà divenire testimonianza e testimone e allora quanta importanza potrebbe assumere quel foglio bianco! Quei ghirigori che hanno impiastricciato il candido lenzuolo, d’un tratto possono assurgere ai più alti allori e divenire testimoni, spettatori e osservatori assoluti di sensazioni che a nessun amico sarebbero mai stati svelati.

E il poeta continua a poetare, arabesca ed inghirlanda il suo bianco foglio di frasi enigmatiche, sfuggenti; struggenti afflati che parlano a lui e solo a lui si rivelano, ma si celano agli altri e giocano a nascondino, si camuffano, indossano la maschera e a tratti non amano mostrarsi.

Sono, i versi, parole che esprimono il pensiero di chi le ha scritte, ma vogliono rimanere, comunque misteriose, e pur nella loro semplicità, si proteggono divenendo inaccessibili agli altri…ed allora?

Noi sopravissuti leggendo, proveremo ad interpretarle, ci sforzeremo di capirle, cercheremo di camminare sul sentiero del poeta e penetrare nell’intimo delle parole, per poter scrutare nel suo animo, compenetrandosi nel suo io per far nostra l’essenza dei suoi versi ma… mai potremo riuscirci del tutto perché, l’impenetrabile IO, resterà velato, protetto dai teoremi arabescati dell’autore e così sarà l’io del commentatore a venir fuori, la sua interpretazione, l’esegesi di chi, in quel momento legge. L’essenza del poeta resterà sul suo “sentiero”, la semantica di ogni sua parola rimarrà celata e sarà l’essenza del chiosatore, il senso che egli avrà voluto dare alle parole del poeta, ad uscire allo scoperto e questo perché chi legge o interpreta non potrà sapere a che ora, in quale circostanza, su quale prato, sotto quale cielo, vicino a quale mare, in quale camera, su quale talamo, in quale luminosità il poeta ha voluto imprimere quei segni, quelle rime sul foglio; rime che attirano ora l’attenzione di tanti e a cui tanti vorrebbero dare un significato, un senso.

Ma perché tutta quest’attenzione? A che pro? Solo per aver percepito un’emozione nella lettura di un verso del poeta, immaginiamo di averne captato la realtà, di averne carpito l’umore, l’afflato e l’amore delle sue parole scritte sul sentiero di quel foglio bianco.

Non vi sembra, cari chiosatori, di peccare di presunzione? Il poeta è stato, quel poeta non è più tra noi. Sono solo rimaste le sue parole sul foglio bianco a testimoniare il suo passaggio, a condurci sui sentieri del suo vivere. Ma, il foglio e le parole non sono il poeta, non sono Francesco, non sono Ludovico, non sono Ugo, non sono, nel nostro caso, Girolamo; sono, fanno parte di lui, ma non sono l’uomo poeta, sono solo arabeschi del suo pensiero, percezioni intime del suo essere, ma anche di più, tanto, molto di più.

Quel tanto o poco che va oltre il nostro intendere, però, non lo conosciamo e non possiamo più verificarlo, né potrà conoscerlo colui che s’immagina essere stato suo amico e confidente; i sentimenti, come i versi di un “qualunque” poeta, restano suoi anche se impressi sulla carta. Dobbiamo, però, ritenerci fortunati perché attraverso il suo poetare lo percepiamo, cogliamo la sua presenza, sappiamo che c’è stato, sappiamo delle sue sensazioni e di come le ha provate sulla pelle e riportate sulla pagina, mentre il cuore dettava e la mano scriveva ma, pur avendo tanti riferimenti di lui, quel foglio ha conservato solo le sue emozioni personali epidermiche, trepidazioni di cui nulla si sa, sicuramente diverse da chi, dopo, deciderà di interpretare il suo scritto.

Il poeta scriveva ed erano, quegli, attimi intimi inenarrabili, momenti sensazionali, magici…chissà forse era un’alba…forse un tramonto, durante un temporale …. una notte insonne davanti ad una tazza di caffé o ad un bicchiere di vino… Chissà!… forse, sarà uscito sul balcone o sceso in giardino col bicchiere in mano e, spiando tra le chiome degli alberi la luce della luna che si stemperava nel creato, avrà avvertito un palpito improvviso, un’emozione forte ed inattesa che non poteva trattenere, che lo spronava ad imprimere parole e tenerezze sul bianco foglio, affinché non sfuggissero e restassero lì, prigioniere nei righi, avviluppate nel suo intimo.

Era il poeta, in quel frangente, intriso di così prepotenti emozioni che sicuramente nemmeno la bianca pagina bastava a contenere, né poteva avvertirle e riportarle integre; le parole mancavano per esprimere l’intensità di quell’attimo, ed il bianco sentiero non riusciva nemmeno a trattenerle e una parte rimaneva indietro, nel profondo del cuore come annichilita e si nascondeva. Accadeva allora che quella seminata rappresentasse solo la millesima parte di quell’emozione che dentro il cuore esplodeva.

Il poeta lo sa, Girolamo sa che è vero, che a volte le parole non bastano per esprimere un’emozione e un foglio bianco, grande anche quanto un lenzuolo, non basta a racchiuderla. Ci vorrebbe un foglio grande quanto il cielo, quanto l’intero creato….ma non si può avere…il cielo resta cielo…il creato resta creato di fronte al quale siamo nullità assolute, così come l’emozione che dentro ti scuote, appartiene a te e solo a te e nessuno potrà mai portartele via, né alcuno mai potrà provare la “tua” emozione che resterà perciò unica e nessuna parola potrà mai includerla tutta, proprio come l’emozione del poeta.

L’emozione la puoi affidare al vento, alla pioggia, al sole, alla luna, al cielo e sono loro che potrebbero, forse, restituirtela un’altra volta integra, quando il poeta vorrà di nuovo cogliere e assaporare quel momento riscoprirlo, riappropriarsene e custodirlo. Anche allora, comunque, quell’emozione sarà differente anche per lui, non potrà mai ritrovare la stessa, Girolamo, n’è consapevole e sa anche che, pur imprimendola ancora una volta sul candito foglio, l’emozione avrà altre vibrazioni, sarà una sensazione diversa anche se sempre unica ed incomparabile.

E quindi, se anche il poeta è cosciente di questo, come può un “chicchessia” interpretare e commentare le sue emozioni? Illusioni…pura utopia…..ognuno leggerà la lirica del poeta e, verso dopo verso, immaginerà, s’illuderà di comprenderla fino in fondo e carpirne l’intimo umore, ognuno cercherà di imporre la propria definizione, il proprio senso, ma… e il senso del poeta? La percezione di Girolamo qual era?

Ecco, leggiamo alcuni versi di una sua poesia:

                           Ecco il mio Tronco: steli, frutti e carne

                           Ed echi sordi di succhi e di cieli

                           Antichità di giovani risvegli

                           Nel peso universale del mio sangue”

Scrive, il poeta Comi, Tronco con l’iniziale maiuscola; perché?

Si riferisce, forse, al suo “tronco” di nobile discendenza che egli, in qualche modo, ha dissacrato in gioventù col suo comportamento?

Potrebbe, anche, riferirsi al tronco maestoso di un albero di ulivo, di cui sono piene le nostre campagne salentine. E, perché no?…potrebbe anche, la parola, racchiudere entrambi i significati; infatti, l’immaginario tronco possiede  steli, frutti e carne.

L’accostamento dell’ulivo con rami (steli) e olive (frutti) potrebbe starci a meraviglia poi, però, aggiunge carne che pure con l’albero ci sta bene; potrebbe, infatti, fare riferimento agli uccelli che vi nidificano, anch’essi sono di carne come l’uomo, come Girolamo.

Il riferimento, però, può essere al suo corpo, con le braccia (steli)  e i pensieri racchiusi nella sua mente (frutti); riflessioni che come echi si perdono nell’infinità del cielo, così come il canto degli uccelli sugli alberi si spande nell’intero universo; e, come il vetusto albero dell’ulivo in primavera si risveglia e rinnova i suoi germogli, così il poeta avverte nel suo intimo il risveglio di nuove sensazioni gravate dal rimpianto  (giovani risvegli), rimpianto che si porta dentro e che giorno dopo giorno, forse, diviene sempre più ingombrante e pesante  (nel peso universale del mio sangue). O forse riferendosi ai frutti pensa ai suoi affetti e, in particolare al suo frutto, sua figlia?

Ma, era poi davvero questo che il poeta intendeva con le sue parole?

La certezza non l’avremo mai. Può darsi che in quel momento, Girolamo, fosse un po’ triste, forse pensava al suo passato, forse pensava ai suoi genitori, forse pensava a sua figlia, forse… forse… forse… forse immaginava che la sua vita avrebbe potuto avere un altro corso… chissà!

Dov’era egli quando scriveva questi versi? Davanti ad uno specchio? Steso sul letto a fare una pennichella e d’un tratto prendendo coscienza del suo corpo e del tempo che trascorreva aveva voluto fare questo paragone? Forse… era davvero un intimo momento di tristezza, ma sarà stato solo un istante se subito dopo si riscuote e continua:

                              Ecco il mio Tronco che grezzo detiene

                              Attributi d’essenze e di vigore

                              Sia che s’addorma o canti di fulgore

                              Per tutti i rami ed in tutte le vene.

Ritorna l’immagine del tronco, questa volta grezzo, e rimane sempre questa sorta di fratellanza con la ruvidità di quello dell’ulivo e, come l’ulivo con le sue chiome maestose si impone in tutto il suo vigore non solo nel periodo vegetativo, così egli ripensa al suo sacrificio nel formarsi e rimira l’opera che è riuscito a creare e prende coscienza di sé, del suo corpo e sente di possedere oltre a tanta vitalità anche un’integerrima morale che adorna e fortifica il suo io, irradiandosi per tutto il corpo, penetrando fin nelle vene, così come la linfa dell’albero benefica e vivificante, risalendo dalle radici, s’irradia e si sparge nei rami anche durante la stagione invernale, quando l’albero dorme.

E allora? Cos’è questa sua poesia? E’, forse, un inno alla vita, alla natura che tanto amava, un inno al suo io, un inno al suo corpo, un inno alla sua intelligenza? O, forse, è un inno all’ulivo simbolo del suo prediletto Salento?

Chi lo sa? Chi, mai, potrà scoprirlo veramente?

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