Nel cuore di Lecce. Via Giravolte e dintorni

di Rocco Boccadamo

 

Fuori di suggestione, è una sorta di tuffo nel profondo, volendo in certo qual modo significare che non occorre, necessariamente, recarsi al mare per fare o, come dicevano gli antichi, per “prendere” il bagno.

Beninteso, senza alcun riferimento, qui, all’atto del calarsi nelle terse acque dei nostri litorali, intendendo, bensì, parlare d’immersione, giustappunto bagno, in insenature di varia, anzi variopinta, viva e interessante umanità.

La direttrice del centro storico è ormai nella memoria della bici che mi conduce in giro, un viatico, invero, piacevole e tonificante, fra gradazione di temperatura tiepida e qualche filino di tramontana che s’intrufola all’interno del giubbotto, accarezzandomi e inebriando di sana aria le vie respiratorie e i polmoni.

Mi trovo già nei pressi della meta stradale di cui al titolo, in uno slargo delimitato, su un lato, da un elegante palazzotto: la facciata terranea termina con un vano dall’uscio dischiuso, l’interno ricolmo di suppellettili e mercanzie di mille generi, un uomo seduto appena dietro la soglia.

Si ferma, il velocipedista curioso, punta lo sguardo insistito, con l’interrogativo, evidentemente malcelato, “che sarà mai?”. Tanto, che l’uomo si alza e, di sua iniziativa, approccia così: “Non si tratta di un’abitazione, in quanto mancano i servizi essenziali; non è una bottega, poiché la superficie è angusta e nessuno concederebbe la licenza commerciale; è solamente un locale privato, adibito a ripostiglio di una piccola montagna di cianfrusaglie; io, tutti i giorni o quasi, vengo ad aprire la porta e sosto un po’, così per sguariare (distrami)”.

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Ringrazia e saluta, il comune osservatore di strada, e procede avanti. Poche centinaia di metri e gli s’affaccia alla vista la targa “Via Giravolte”, uno sguardo intorno ed ecco, alla confluenza con un’altra stradina, la sequenza d’incanto di una terrazza ricoperta da un tripudio di fiori, incastonata fra pareti secolari, un lampione che sembra recitare versi in idioma dialettale, sotto squarci, incrociati ad angolo retto, d’intenso azzurro.

Fino a qualche decennio fa, via Giravolte, continuante senza soluzione con un omonimo vico, era conosciuta o, piuttosto, intesa come la strada in cui si trovavano concentrati molti poveri locali per l’esercizio del mestiere più antico del mondo. Casualmente, mi è stata fatta memoria di ciò, la settimana scorsa, da Alfonso, l’unico impagliatore di sedie rimasto a Lecce, il quale mi ha raccontato che da ragazzino, nel corso dell’ultima guerra, si proponeva a far da guida, a beneficio di gruppi di soldati americani alla ricerca di momenti di svago.

L’attuale via Giravolte si presenta carinissima come tracciato, nonostante sia delimitata da edifici solo in piccola parte restaurati e risanati e prevalentemente, invece, ancora in condizioni precarie, malsane, con scrostature sulle pareti, umidi e vacillanti all’interno. Numerose porte sono serrate.

La popolazione non è più composta, esclusivamente, dalle dimoranti accennate dianzi, ancorché sparute figure omologhe si notino ancora, consiste per la maggior parte in giovani e meno giovani immigrati, i quali hanno un lavoro regolare o, comunque, si danno da fare alla meglio.

Poi, dimorano alcune persone di categoria media o elevata, occupanti ampi appartamenti rimessi a nuovo e confortevoli e, infine, altri privati, originari di Lecce e dintorni, chi in abitazioni di proprietà, chi in affitto.

Un ambiente, nell’insieme caratterizzato da un livello di vivibilità fra sufficiente e buono, immune da problemi d’ordine pubblico, con l’unica eccezione di qualche bevuta abbondante dentro casa e anche per strada e saltuari episodi di soddisfacimento di bisogni, diciamo così, fuori posto e luogo.

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Attraverso la tapparella di una finestra aperta, mi metto a parlottare con una coppia di salentini, lei più spigliata a raccontare, anche se intenta al disbrigo di faccende domestiche. Usufruiscono di una cinquantina di metri quadrati, devono fare i conti con l’umidità, sono inquilini del Comune e pagano un affitto mensile di quindici euro, tutto sommato s’accontentano, anche perché non sono in grado di concedersi di meglio.

Poco in là, incrocio un giovane di colore che fa comunella con una coppia di occidentali, questi ultimi distesi a terra davanti ad una porticina, bottiglia in mano o a fianco: da notare che sono le undici.

Appena oltre, si apre un’amena piazzetta, mi sorprende un po’ una Smart parcheggiata, da un locale terraneo aperto, odo sottili miagolii, rivolgo lo sguardo e vedo un signore anziano, Hassan, di origini marocchine, a Lecce da 22 anni, inquilino di un istituto di suore, italiano perfetto, insieme con una donna, ancora giovane e di bell’aspetto, recante in una mano una micetta nata da poco e nell’altra un minuscolo dosatore, con cui va instillando gocce di non so che negli occhi del piccolo animale domestico.

“Sì, sto cercando di curare gli occhi di questo micio, fortemente arrossati”, mi conferma dandomi la voce. Intanto, fuori, vicino a me, la gatta madre si esibisce in miagolii ben più intensi, segno di comprensibile diffidenza rispetto alla presenza dell’intruso.

Terminato il compito, l’affascinante signora esce, è italiana, capelli biondi, incarnato in tono, dall’inflessione s’arguisce che non è di Lecce. Difatti, mi dice di essere originaria della Toscana, di essere arrivata qua nel 2007 e di aver subito deciso di fermarsi, abita in zona, in duecento metri quadrati rimessi a nuovo, lavora in banca, tenendo peraltro a definirsi “una bancaria anomala”, per lei i clienti non sono numeri ma persone.

A Lecce, vive unitamente al marito, pensionato, mentre l’unico figlio, venticinquenne, risiede in Toscana, responsabile regionale del movimento giovanile di un grosso partito politico. E’ una “gattara”, la signora, e in tale ruolo, mi confida, d’essersi adoperata, insieme con qualche amica leccese, ai fini di una campagna di sterilizzazione nell’universo micie.

Svoltando nei pressi, incontro un anziano, quasi ottantenne, vive lì da solo da oltre mezzo secolo, in casa sua, in assoluta autonomia, è contento. Di fronte, mi indica, abita, in affitto, “una studente”.

Costeggio, quindi, la facciata posteriore dell’Accademia delle Belle Arti, dove una coppia di ragazzi, sul marciapiede esterno, va prestando ritocchi e cure ad una scultura, cui, da profano, non riesco a dare un’identità o un significato.

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Sul percorso del ritorno, di fronte al bellissimo palazzo storico “Palombi Carrelli”, sedute su un gradino, sostano due ragazze: sono in attesa d’entrare in un Centro di assistenza per immigrati, ubicato nel portone attiguo, giacché una di loro, laureanda in sociologia della comunicazione, ai fini della preparazione della tesi, ha un appuntamento con un filippino per un’intervista sulle condizioni e le prospettive della comunità proveniente da quel paese, assai numerosa a Lecce.

Pochi minuti e mi ritrovo nella città dell’oggi, del commerciale, della frenesia e delle mode da terzo millennio. L’ultimo impatto è con un’avvenente giovane, dà l’idea di un’attrice o un’indossatrice, che mi scivola veloce a lato, anche se io sono in bici, Ne seguo, per un minuto, l’avanzata e, in tal modo, la vedo dirigersi verso le bancarelle che fanno mercato dietro il Palazzo delle Poste, in un attimo ha in mano tre magliette colorate. Sic.

E’ la riprova che l’estate è alle porte, s’avvicina il tempo dei bagni canonici al mare, mentre, mi sia permesso, è il caso di ricordare che quelli, non meno benefici, in forma d’immersione nel profondo dell’umanità, si possono prendere durante l’intero arco dell’anno.

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