Le quattro più antiche mappe a stampa di Otranto, forse … (3/?)

di Armando Polito

 

L’immagine si riferisce, dunque, alla fase iniziale dell’assedio e del relativo bombardamento da parte dei Turchi e trova una sorta di postuma didascalia nella memoria del 1537 lasciata manoscritta da Giovanni Michele Laggetto; una copia settecentesca del manoscritto (D/11, carte 10v-14r) è custodita nella biblioteca arcivescovile “A. De Leo” a Brindisi6. Da questo manoscritto (consultabile e scaricabile in http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ACNMD0000209730&mode=all&teca=MagTeca+-+ICCU) ho tratto ciò che sembra essere l’esatta descrizione della nostra immagine (nella trascrizione ho sottolineato gli elementi descrittivi salienti).

Carte 11r-15v, passim

… pigliorono sotto vento della Città quasi un quarto di miglio per Scirocco in luoco, che si dicono Le Foggie Luoco coverto di Monte, molto commodo per disbarcare, facendo ivi subito un scaro [per scalo] tagliorono con piconi li scogli, e disbarcorno le genti, Cavalli, Artigliarie, e Munizioni, e così disbarcati i Turchi con suoni timpani, ed altre allegrie s’accostorno alla città, e con suoni di Ciaramelle s’incominciorono ad accampare le loro Tende, e Padiglioni

Padiglioni intorno alla Città.

Il Bassà poi che il campo fù assentato [per assettato] mandò un Interpetre, che i Turchi chiamano Iurìman, a fare intendere a i Capitani della Città, che esso era venuto con questa Armata, ed Esercito per ordine del suo Signore, che voleva la Città in suo dominio, e che se loro l’avessero voluta dare, e renderla liberamente, e di buona voglia

voglia senza combattere, che esso l’averia fatti liberi, e di poter andare con loro fameglie, mogli, e figli dove più ad essi  avesse piaciuto, e che se avessero voluto dare la Città sotto il dominio del suo Signore che l’avria molto ben trattati come gli altri sudditi, ch’anno a lor Paese. Fù risposto al predetto Bassà per il detto interpetre da tutti comunemernte ch’essi in nessun conto deliberavano dare la Città, anzi più presto volevano morire, che venire in questo atto della dezione, e che non volevano altro Signore di quello, che aveano; e per difensione della       Fede, e per il loro Signore volevano morire. E con queste, e simili parole in sostanza fecero li Capitani colli Cittadini con gran costanza d’animo per l’interpetre la risposta al Bassà, quale avuta, ed incrudelito nell’animo minacciando fuoco, fiamme, e ruina, distruzione e morte fece mettere in ordine la batteria in più parti della città; li Soldati, che v’erano dentro quasi tutti se ne fuggirono di notte calandosi colle funi dalle Mura, ma non restandoci altro solo che li Cittadini, quali facevano grand’istanza alli Capitani, che non 

che non si sbigottissero, ma che stessero saldi; e di buon animo di osservare la fedeltà; ed il simile faceano li Capitani, che non si sbigottissero i Cittadini, animandoli; ed animandosi l’uno, e l’altro alla difesa contro li nemici, di modo che d’un concorde volere per levare ogni sospezione pigliorono le chiavi della Città, e quelle presente tutto il Popolo, che lo vedesse e da sopra una Torre le buttarono in mare. Ora assattate le Bombarde da Turchi per la batteria incominciorno a battere la città da più parti; cioè dalla parte di Levante, da sopra un’alto [sic]dove erano certe calcare antiche distanti dalle Mura passi 30; ed un’altro nonte chiamato il Monte di S. Francesco per ponente distante passi 80; ed anche battevano dalla parte di Ponente da un luoco detto Rocca Murata, lontano dalla Città passi 20; però il primo colpo, che fù tirato fù di quella parte di Rocca Murata, e diede la palla in una finestra della Città, che stà alla strada di mezzo, ch’era  

ch’era della famiglia di Gaoti; ed andò scorrendo per la strada insino ad un luoco che si dice la piazzella, quasi mezzo la Città. Questa batteria facevano i Turchi con certe bombarde grosse di gran maraviglia, che parevano esser botti, ed erano di bronzo, ed altri [per altre] di ferro: e l’uno, e l’altro mettalo [per metallo] tiravano palle di pietra viva di smisurata grandezza, mettendoli dentro con ingegni, e le stesse palle menavano con mortali [per mortai] di molta grandezza. Le dette palle alcune erano di circuito di 10 palmi; alcuni di 8, altri di sei, e più, che ancora se ne vedono nella Città quantità, che tutte le strade ne sono piene di dentro, e di fuori alle rive del mare, benché i Signori Veneziani quando ebbero questa Città in pegno da Ferdinando ne portorno in Venezia una quantità le più belle , le più grosse, e le più maravigliose, quali posero ne i loro Arsenali per un trofeo, e memoria, ed erano di peso dette palle alcune di sei cantari l’una, alcune più, ed altre meno secondo

la grandezza, e volume loro, perche quando dette bombarde sparavano era tanto il terremoto, che pareva il Cielo, e la terra si volesse abissare, e le case ed ogni edificio per il gran terrore pareva ch’allora cascassero; tutti gli animali così aggresti, come domestici se n’erano per la gran paura fugiti [sic] dal territorio; e per l’aria non si vedevano Ucelli, per meraviglia usavano di più usavano certi strumenti chiamati Mortari, quali pur tiravano simili palle in alto verso l’aria spinte, parte della violenza della polvere, e poi cadevano dette palle in mezzo della Città, e sopra delle Case, talche non si poteva caminare per le strade, ne meno si poteva stare in casa onde si pigliò espediente di abbandonare le Case, e ridurre tutte le Donne, e figlioli nella Chiesa Maggiore, e sotto la Confessione, ed alcuni vecchi decrepiti insieme. Ma l’uomini di combattere sopra le Mura, e così continuorno di fare con quei strumenti bellici per più giorni di poco

tempo avanti. L’Avoli nostri ritrovati, e che l’antichità non ebbero stromenti veramente diabolici trovati senza alcun dubio del Diavolo per avere più commodità di mandare ad un tratto una infinità d’anime all’Inferno.

Venerdì matino all’Alba nel dì 12 Agosto avendone fatto una gran battaria [sic] alla cortina, quale viene da Levante verso ponente e il che aveva, e hà oggi la faccia in ostro, che è trà il Castello e la Torre e hà l’angolo verso Tramontana, dove era una porta, che si chiamava porticella; ed avendo pieno i fossi per il guasto dell’artiglierie da quella banda ordinavano che si sparasse tutta l’artigliaria senza palle, per non offendere a i loro, e con i fulmini, e con il fumo di detta artigliaria si mossero con gran impeto, e rumore d’urli, e di gridi, e con suoni di timpani e di tamburri turcheschi per entrare, dove trovarono il Capitano Francesco Zurlo con la sua compagnia di gente armata, e con un suo figlio che guardava il fuoco, e molti altri cittadini armati alla difesa, che resistevano più d’un’ora e mezza gagliardamente ributtando i Turchi, ed ammazzandono gran quantità, che ne …

Non conosco altra celebrazione scultorea della presa di Otranto se non quella dello Zimbalo (altare di San Francesco di Paola nella basilica di Santa Croce a Lecce; immagine tratta da http://www.salentoacolory.it/i-turchi-in-terra-dotranto/) successiva di  quasi due secoli all’immagine dell’assedio del 1486.

Al di là della coincidenza forse scontata di alcuni dettagli (la città sullo sfondo, le tende a destra) e della discrepanza cronologica (assedio in atto/assedio concluso), se la cronaca del Laggetto appare come lo sviluppo narrativo dell’immagine del 1486, di quest’ultima l’opera dello scultore leccese costituisce la trascrizione poetica.

Appuntamento alla prossima puntata, in cui riprenderò l’esame bibliografico ed iconologico dell’opera del Foresti.

(CONTINUA)

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/13/le-quattro-piu-antiche-mappe-stampa-otranto-forse-1/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/31/le-quattro-piu-antiche-mappe-stampa-otranto-forse-2/

Ancora sulla carta aragonese di Otranto e dintorni

di Vanni Greco

 

Mi associo ai commenti soddisfatti per l’ampia partecipazione alla comune riflessione sulle carte, che ci confermano come la chiave per il coinvolgimento delle persone stia sempre in una felice combinazione di stimoli colti e popolari insieme che, quando opportunamente curati, si affrancano dai rispettivi rischi, assai frequenti, di esclusività elitaria e di becera faciloneria.

Un buon lavoro coordinato da Armando Polito che il Prof. La Greca, che ringraziamo ancora, ha voluto cortesemente onorare riservandoci la sua attenzione.

Provo qui ad offrire un nuovo contributo al dibattito sulla datazione dopo aver cercato qualche approfondimento direttamente sia attraverso il coinvolgimento della dott.ssa Antonella Candido che ringrazio per la considerazione che ha mostrato per il nostro lavoro e, soprattutto, per il contributo professionale che ci ha dato, oltre che per avermi autorizzato a render noto il suo punto di vista.

Rispetto alla chiesa di S. Eligio non ho, purtroppo, novità significative. Una delle prime narrazioni organiche dei fatti di Otranto è forse la Historia del Laggetto[1], canonico e giureconsulto otrantino, venuto a conoscenza dei fatti di cui narra attraverso il racconto del padre testimone oculare, il quale riporta che il duca Alfonso:

« la prima cosa che fece dopo venuto andò a visitare quei beati corpi uccisi, che stavano di tanto tempo sopra la terra nel Monte della Minerva, …costrinse tutti quei Signori che erano ivi presenti a lacrimare; ordinò che fussero discesi dal Monte, e fussero portati dentro una chiesa, quale era appresso il Pozzo della Minerva al piano; Così fu fatto dove stiedero poi fino alla recuperazione della Città.»

Poiché Daniele Palma[2] colloca la datazione dell’opera del Laggetto tra 1544 e 1571, si sarebbe tentati di affermare che ancora fino a questi anni la chiesa di S. Eligio non esistesse.

Una testimonianza di due secoli successiva (1751) è quella di Francesco D’Ambrosio, sacerdote di Castiglione, frazione di Andrano, che nel suo Saggio[3] riporta:

«Nel 1481, ritornato la seconda volta Alfonso all’assedio della Città di Otranto, …ordinò, che con tutta l’attenzione, e riverenza fussero trasferiti, e collocati in una Chiesa detta del Fonte della Minerva sita alle radici dello stesso monte, come si disse nel cap. 9 del 2. Lib. Oggi la detta Chiesa va sotto il titolo di S. Eligio, ed è titolo di Canonicato.

La seconda Traslazione successe, dopo che i turchi resero ad Alfonso la Città: e questa per esser stata una solennissima funzione, …con ordine di Sisto IV radunati i Vescovi suffraganei, ed i Sacerdoti della Diocesi, e delle vicine Città coll’intervento dell’Arcivescovo di Brindisi, il quale celebrò tal solenne funzione, furono trasferiti dalla Chiesa di S. Eligio nella Metropolitana, cioè nell’Oratorio di basso; essendo stato prima riconciliato, e benedetto, perché profanato da’ Turchi.

Non saprei dire se il D’Ambrosio sia stato il primo a fare il nome della Chiesa di S. Eligio, certo è che nulla chiarisce sul possibile anno di titolazione. In attesa che emergano altre fonti, potremmo affidare le nostre speranze ai documenti dell’Archivio storico diocesano di Otranto e a qualche generoso collaboratore o studioso dello stesso.

Una seconda pista, per così dire di natura più creativa, verso la datazione della carta mi ha portato a considerare che la densità urbanistica delle diverse località riportate non fosse generica, ma piuttosto rispondente alla realtà dell’epoca di rilevazione. In questo senso, ho trovato conferma che le mappe siano disegnate con grande cura per i dettagli in un articolo di Antonio Capano[4] che si occupa del territorio potentino rappresentato nelle carte aragonesi: «…più case intorno ad un campanile sormontato da croce, o intorno ad una chiesetta a pianta rettangolare, con tetto a doppio spiovente e campanile; sono visibili la facciata ed uno dei lati, con un accenno di porte e finestre. Considerando il numero degli elementi disegnati, in particolare le case, è abbastanza evidente che il cartografo intendeva in tal modo dare un’indicazione, sia pure sommaria, sul numero degli abitanti di ciascun insediamento, forse in base ad un elenco di “fuochi” o di famiglie di cui disponeva; come è noto, fu Alfonso I d’Aragona ad attuare per primo i censimenti della popolazione del Regno di Napoli con il sistema della numerazione dei focolari, a partire dal 1443. Forse la mappa poteva essere usata anche come guida per gli addetti ai censimenti dei fuochi, i “numeratori delli fuochi”. I toponimi con i valori più bassi, da 1 a 4 elementi, solitamente indicano santuari, monasteri o località di interesse religioso e, invece del solo campanile, troviamo il disegno schematico di una chiesa. Le Città fortificate, …sono rappresentate a volo d’uccello da una cerchia di mura turrite, e/o con una rocca o castello che sovrasta il paese, con numerose case addensate all’interno. Sono anche le più importanti dal punto di vista militare».

Città fortificata era anche la nostra Otranto.

Essendomi imbattuto, nel corso delle mie ricerche, nella documentata tesi di laurea su “Le Mura e il Castello di Otranto” della dr.ssa otrantina Antonella Candido, non ho resistito alla tentazione di contattarla (grazie alla cortese e preziosa mediazione di Marcello Gaballo e Marcello Semeraro) per avere un suo punto di vista specialistico sulla descrizione di Otranto riportata dalla mappa, nella quale si riconosceva la cittadella protetta da mura, torri e torrioni. Anticipo che la mia ipotesi non è risultata poi così peregrina. Con il mio ringraziamento, ecco la sintesi delle sue risposte alle mie domande, idee e obiezioni:

«Supponendo che la mappa sia stata disegnata con fedeltà alla realtà, tenderei ad escludere con certezza una datazione a metà ‘500 e ancor meno successiva. Mancano, infatti, del tutto i tre bastioni poligonali che a partire dal 1540 vennero man mano aggiunti all’impianto iniziale della fortificazione.

Escluderei anche il periodo precedente all’attacco turco, in quanto è già presente abbastanza chiaramente la successiva struttura aragonese dell’impianto murario, con rondelle circolari e merlate in cima e addirittura la doppia rondella della Porta Alfonsina (quella visibile al centro delle mura della parte ovest). Inoltre, gli studi fatti finora, nonché le poche fonti scritte, tendono ad escludere un impianto murario aragonese prima del 1481.

Secondo il mio parere questa mappa dovrebbe essere del periodo immediatamente successivo alla primissima ricostruzione del castello e delle mura da parte di Alfonso d’Aragona. Quindi, in un lasso di tempo che andrebbe dal 1482 al 1540 massimo quando fu effettuata anche la nuova fodera delle mura da parte di Carlo V, che qui non sembra esserci. Si può notare infatti la struttura abbastanza squadrata del castello, con le quattro rondelle ad ogni lato, tipica del primo impianto, ma soprattutto la presenza di un paio di torri non tondeggianti ma squadrate, che è possibile appartenessero all’impianto precedente (o vestigia addirittura più antiche inglobate nella struttura di epoca federiciana) e che furono forse inizialmente incorporate nel nuovo progetto aragonese. Come conferma, invito a notare la forma delle rondelle sulla mappa, che sono raffigurate non in maniera verticale e quindi perfettamente dritta (com’erano invece costruite in epoca federiciana), ma risultano rastremate verso l’alto, secondo la tipologia aragonese di costruzione, che prevedeva un toro marcapiano a metà della torre che segnava anche un cambio di inclinazione delle pareti esterne.

Un’ulteriore prova che la mappa possa essere riferita al periodo dopo la riconquista aragonese e non prima può sicuramente essere la stessa grandezza della città e delle mura urbiche: la città risulta molto piccola e pressoché ridotta all’interno della “cittadella”. Prima della conquista turca infatti la città contava quasi 5.000 abitanti (all’incirca la popolazione attuale) ed era estesa in un’area molto più ampia di quella della mappa. Tant’è che si parla per il periodo precedente addirittura di tre circuiti murari, uno che racchiudeva la cittadella appunto (quella visibile sulla mappa), uno che racchiudeva la cosiddetta “città bassa” e infine un circuito esterno formato esclusivamente da torri di vedetta. Anche il Galateo descrive la cinta muraria otrantina, al momento dell’attacco turco, come molto imponente, dotata di profondissimi fossati e di mura. Subito dopo la presa turca la città e la popolazione decimata non resero più necessario il circuito murario esterno, riducendo così la sua area al solo “centro storico” attuale.

In definitiva, rispetto alla datazione propenderei per l’ultimo decennio del XV secolo, soprattutto se il possibile autore, il Pontano, era molto attivo proprio in quegli anni e al seguito di Alfonso d’Aragona sul quale, durante le mie ricerche, sono giunta alla conclusione (forse solo una suggestione) che fosse molto fiero del lavoro di fortificazione svolto ad Otranto quando ancora non era sovrano e che quindi avesse deciso di inserire nelle mappe del tempo la nuova fortificazione di cui aveva dotato la città.»

Si trova conferma, quindi, a quanto autorevolmente sostenuto dal Prof. La Greca che richiama un’elaborazione della mappa in fasi successive a partire dalla fine del Quattrocento fino alla metà del Cinquecento e che però, grazie al presente contributo della dr.ssa Candido, forse possiamo limitare al 1540.

Tuttavia, a mio giudizio, rimarrebbe da chiarire anche il riferimento al Pontano, che già in un mio precedente intervento ho provato a collocare temporalmente, che penso meriterebbe una precisazione ulteriore rispetto all’attribuzione che viene fatta a lui di tali mappe, in qualità di autore o, più verosimilmente, di coordinatore del progetto complessivo.

In conclusione, ci stiamo avvicinando alla meta, ma c’è ancora del lavoro da fare. E noi, non rinunceremo a cercare ancora.

 

[1] Giovanni Michele Laggetto, Historia della città di Otranto. Come fu presa da’ Turchi, e martirizzati i suoi fedeli Cittadini. Scoperto nell’archivio della chiesa metropolitana il 3 aprile 1660, fu pubblicato, per la prima volta, a Maglie nel 1924 nella trascrizione dei can. Luigi Muscari e ripubblicato, a cura di Antonio Antonaci, nel volume Otranto. Testi e documenti, Galatina, 1955.

[2] Daniele Palma, L’autentica storia di Otranto nella guerra contro i Turchi, Kurumuny, 2013.

[3] Francesco D’Ambrosio, Saggio istorico della presa di Otranto e stragge de’ Santi Martiri di quella Città successa nel 1480, Napoli 1751, Libro Terzo, Delle varie traslazioni dei Santi Martiri, Cap. 1, pagg. 117-119.

[4] Antonio Capano, La provincia di Potenza nelle carte aragonesi della seconda metà del XV secolo, in Basilicata Regione Notizie, N. 131-132, 2013, pag. 156-178.

A 530 anni dalla guerra di Otranto (1480/81-2011) (I parte)

1480/81-2011 – 530° Anniversario della guerra di Otranto

 

LA GUERRA DI OTRANTO DEL 1480

di Maurizio Nocera

Recentemente, ho riletto l’opuscolo “Trattative coi Turchi durante la guerra d’Otranto (1480-81)” [Estratto da «Japigia», Rivista Storica di Archeologia, Storia e Arte; Anno II, 1931 – IX (Fascicolo II) – Società Editrice Tipografica, Bari] di Salvatore Panareo (Maglie 1872 – Roma 1961), storico, folclorista, linguista e poeta dialettale che, per molti anni insegnò Storia al Capece di Maglie, poi fu preside nei Licei di Agrigento (1922-3), Molfetta (1923-6) e nella stessa Maglie (1926-37), dove fu preside anche del Tecnico Commerciale e dell’Istituto Magistrale.

Gli scritti di S. Panareo sono molti conosciuti in Salento, e il suo nome non sfugge a chi si interessa di storia salentina in quanto collaborò con diverse riviste, fra cui «Maglie Giovane», «Japigia», «Rinascenza salentina», «Archivio per le tradizioni popolari», «Archivio storico pugliese», «Rivista Storica Salentina» (di cui fu direttore nel 1922-3). Panareo fu autore anche di diversi saggi, dei quali ecco alcuni titoli: “Fonetica del dialetto di Maglie in Terra d’Otranto” (1903), “Dileggi e scherni fra paesi dell’estremo Salento” (1905), “Puglia” (Torino 1926), “Il Comune di Maglie dal1901 in poi” (1948). Ancora oggi il suo nome e la sua memoria sono presenti nella Biblioteca comunale di Maglie, dove un importante fondo è intestato al suo nome, perché prevalentemente composto dai libri provenienti dalla sua biblioteca privata.

Ma veniamo al testo. Oggi, più o meno, sappiamo quasi tutto sulla guerra di Otranto, e questo grazie alle relazioni dei memorialisti del tempo e grazie anche agli studiosi che si sono interessati e continuano a interessarsi di quell’evento. Ricordo qui solo gli studiosi antichi.

Antonio De Ferraris detto il Galateo (Galatone 1448 – Lecce 1517), riconosciuto grande umanista salentino, scrisse “Il Liber De Situ Japigiae” (1512-1513), fonte certa e probante, all’interno della quale, sia pure in modo breve e sintetizzato, fa riferimento alla guerra di Otranto. Donato Moro (Galatina 1924-1997), che delle vicende otrantine fu grande cultore per

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