Copertino. Alcune vicende intorno alla colonna di S. Sebastiano

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di Giovanni Greco

A distanza di trent’anni dall’abbattimento della porta del Malassiso, Giovanni Nicolaci (fratello uterino di Giuseppe Trono che insieme ad altri aveva acquistato e poi abbattuto il convento di San Francesco intra moenia), avanzò al Comune la richiesta di voler costruire a proprie spese una colonna per ricollocarvi la statua di San Sebastiano, attribuita allo scultore copertinese, Ambrogio Martinelli, originariamente situata sulla sommità della porta omonima e parcheggiata nel frattempo nella chiesa dei Domenicani. Accertato che la colonna, tre metri di base e dieci di altezza non avrebbe creato intralcio alla circolazione, sul finire del 1924 il Comune deliberò a favore della costruzione.

Ma l’iniziativa divenne subito oggetto di scontro fra la popolazione locale che si divise tra favorevoli e contrari.

Il 27 febbraio 1925, a lavori già iniziati, un gruppo di copertinesi inviò al prefetto di Lecce una vibrante protesta. Ne riportiamo uno stralcio. “Trent’anni e più or sono si sentì la necessità di abbattere la porta di S. Sebastiano (Malassiso). Fu un respiro per questa nostra cittadinanza che di giorno in giorno si estendeva specie al di là della porta suddetta […] Ad opera di un ricco ignorante si è voluto costruire una colonna in cemento armato per collocarvi la statua di S. Sebastiano […]. I lavori sono iniziati. V. S. Ill.ma non può immaginare lo sconcio che è per verificarsi […] volendo innalzare un mausoleo cosi ingombrante. Eppure vi è la piazza in uno dei lati della stessa non verrebbe nessun fastidio […]. Dove ora si cerca di piantarla non solo storpia e deturpa una via, ma è fonte di grave pericolo per i veicoli di qualsiasi genere”.

Quindi, invocano l’intervento delle autorità locali, della prefettura e del Genio civile. Dal canto loro i sostenitori dell’iniziativa, venuti a conoscenza della protesta passarono al contrattacco e in 219 sottoscrissero la loro accorata lettera al prefetto affermando che “non vi è altro posto più adatto del prescelto per speciale ubicazione del paese, storia, tradizioni, volontà e concorso di popolo. L’asserzione che possa nuocere al transito è ridicola perché la colonna avrà d’ambo i lati strade di metri 6.60 ciascuna”.

Il prefetto, dopo aver assunte informazioni dal sindaco, stabilì di inviare un ingegnere del Genio Civile il quale, al termine dell’apposita perizia affermò che la struttura era tecnicamente solida, che non vi sarebbe stato alcun pericolo per la incolumità pubblica e che il traffico non ne avrebbe sofferto. La querelle era chiusa. I lavori potevano completarsi.

Il mese di luglio del 1925 sulla colonna, ingabbiata da una fitta impalcatura di legno, con l’ausilio di funi e carrucole venne issata la statua di S. Sebastiano. Per ricordare ai posteri il suo gesto il filantropo Nicolaci fece incidere la seguente epigrafe:

A/San Sebastiano/Giovanni Nicolaci/esaudendo fervido voto di popolo/questo monumento/eresse/a.d. MCMXXV.

Evangelista Menga, progettista del castello di Copertino

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di Giovanni Greco

Evangelista Menga, progettista del castello di Copertino, a cui si attribuiscono i lavori di quelli di Mola e Barletta nonchè le fortificazioni di Malta, fu anche tra gli architetti che si alternarono nella fabbrica del Castel nuovo di Reggio Calabria.

La sensazionale rivelazione, a firma di Francesca Martorano, direttore del Dipartimento patrimonio, architettura, urbanistica dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, consente di allargare ulteriormente gli orizzonti circa la conoscenza di questo architetto militare originario di Francavilla Fontana e naturalizzato copertinese, per anni al servizio di Carlo V.

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particolare dell’ingresso del castello di Copertino

 

Il nome di Evangelista Menga compare tra i progettisti che contribuirono alla ricostruzione del complesso quadro dell’architettura fortificata in Calabria, richiesta dalle grandi incursioni autorizzate dal sultano ottomano. Una rete difensiva che costò enormi sacrifici da parte della popolazione in termini di uomini, mezzi, denaro. Nel XVI secolo, quando anche in territorio calabrese l’attenzione del potere centrale si spostò dalla singola fortificazione al territorio nel suo insieme, diversi ingegneri e architetti inviati dalla Corona Spagnola, si avvicendarono nella rimodellazione di una serie di opere militari. Antonello da Trani, Giovanni Maria Buzziccarino, Gian Giacomo dell’Acaja, Evangelista Menga, Ambrogio Attendolo, Benvenuto Tortelli, Gabrio Cerbellon sono i nomi di coloro di cui esiste ampia documentazione.

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cortile interno del castello di Copertino (ph Khalil Forssane)

 

A Reggio Calabria i documenti ritrovati qualificano il Menga “capomastro”. Ma doveva trattarsi di un capomastro particolare se il 16 gennaio 1547 gli vennero anticipati dalla Regia Corte 600 ducati di salario. In altri documenti viene definito “architettor dela fabbrica”. La cifra che gli veniva corrisposta non era da poco, se la paga usuale per la qualifica di capomastro era di 8 ducati al mese. Altri pagamenti al Menga vengono registrati per tutto il 1547 e fino al maggio dell’anno successivo.

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L’attività pittorica di fra’ Angelo da Copertino (sec. XVII) in Terra d’Otranto

Battesimo di Gesù, di frà Angelo da Copertino
Battesimo di Gesù, di frà Angelo da Copertino

 

di Marcello Gaballo

Giovanni Greco, storico e giornalista copertinese, il 28 dicembre prossimo, alle ore 19, presso il salone dell’ex Seminario, di fronte alla Cattedrale di Nardò, sarà uno dei due relatori che si alterneranno nella serata dedicata alle opere “ritrovate”, che troveranno degna collocazione nel Museo Diocesano di Nardò.

Il titolo del suo intervento è “L’attività pittorica di fra’ Angelo da Copertino (sec. XVII) in Terra d’Otranto”, in considerazione che una delle opere è il Battesimo di Gesù, di recente restaurata dall’Impresa Leopizzi 1750, proveniente dalla chiesa copertinese delle Clarisse.

L’opera pittorica del frate cappuccino, Angelo da Copertino, al secolo Giacomo Maria Tumolo (Copertino 1609 – 1682 ?), oltre ad apparire sintonizzata con l’atmosfera del Seicento, si ricollega al filone della grande pittura barocca romana postcaravaggesca, di cui questo frate rimase “contaminato” nel decennio 1658-68, allorchè fu chiamato a Roma da Fabio Chigi (poi Alessandro VII), per rivestire la carica di conservatore delle pitture vaticane.

Rimasto a lungo ai margini della critica, frà Angelo è stato riscoperto sul finire dell’800 dagli storici locali, che lo annoverarono tra i pittori di pregevoli dipinti.

Studi e ricerche hanno comprovato la sua presenza in diverse comunità di frati cappuccini di Terra d’Otranto, dove lasciò l’impronta della sua pittura in un periodo in cui l’arte era divenuta efficace strumento propagandistico di prestigio.

Attraverso la pittura questo frate-pittore fornì un valido contributo all’evoluzione dell’arte in Terra d’Otranto nel XVII secolo, riprendendo quel repertorio di cui la Chiesa del periodo controriformistico continuò a servirsi per consolidare la fede cristiana.

Senza ombra di dubbio possiamo affermare che la sua sensibilità artistica, nutrita dai colti moduli napoletani e romani, fu talmente alta nel disegno e nelle espressioni cromatiche tanto da offrire risultati pittorici decisamente fuori dei limiti di una produzione artigianale di carattere devozionale, così da dovergli riconoscere un ruolo primario nell’ambito della pittura francescana del suo secolo.

Giovanni Greco, nel suo prezioso lavoro Seicento pittorico sconosciuto: frate Angelo da Copertino (1609-1685)[1], aveva già segnalato numerosi dipinti autografi del religioso: Sant’Antonio di Padova (1636) nella chiesa dei Cappuccini di Ruffano, la prima opera a lui attribuita[2]; la Regina Martirum (1655) nella chiesa matrice di Copertino[3]; la Salus infirmorum (1682) nella chiesa Santa Maria delle Grazie di Copertino[4]; l’Immacolata (1682) nella chiesa San Francesco della Scarpa di Lecce (opera dispersa); il Perdono di Assisi (1684) nella chiesa dei Cappuccini (ora nella chiesa matrice) di Salve.

Privi di firma e data sono: il Sant’Antonio di Padova nella chiesa dei Cappuccini di Tricase; l’Angelo Custode, la Maddalena penitente e il Padreterno nella chiesa dei Cappuccini di Martina Franca; il Perdono di Assisi, l’Angelo Custode e San Michele Arcangelo nella chiesa dei Cappuccini di Nardò; il Perdono di Assisi nella chiesa dei Cappuccini di Alessano; il San Girolamo morente nella cattedrale di Nardò; l’Immacolata e santi nella cattedrale di Gallipoli; la Madonna del Carmine nella chiesa matrice di Melendugno; Sant’Anna e la Sacra Famiglia e la Traditio clavuum nella chiesa matrice di Galatina; San Francesco stimmatizzato nella chiesa di Santa Maria delle Grazie di Copertino.

San Girolamo, di frà Angelo da Copertino, cattedrale di Nardò (ph Stefano Tanisi)
San Girolamo, di frà Angelo da Copertino, cattedrale di Nardò (ph Stefano Tanisi)

 

Altri studi hanno assegnato al nostro cappuccino la Trinità nella chiesa di Sant’Oronzo di Campi Salentina[5]; l’Immacolata e santi e Sant’Anna e la Vergine col Bambino nella chiesa matrice di Maglie[6].

Di recente ne ha trattato ampiamente anche Stefano Tanisi, per il quale è da “considerarsi un pittore “popolare”, poiché il suo linguaggio espressivo e compositivo comunicava ai devoti illetterati un’immediata e comprensibile narrazione visiva delle storie sacre. Le immagini, in linea con le finalità dell’arte riformata e, dunque, dell’ambiente cappuccino, del quale fra’ Angelo ne è chiaramente fautore, dovevano avere chiari intenti dottrinali, rispecchiando la dignità e la santità dei modelli, in modo da suscitare nel credente atti di fede e commozione”[7].

Il perdono di Assisi, di frà Angelo da Copertino, chiesa di S. Francesco d'Assisi a Nardò (ph Stefano Tanisi)
Il perdono di Assisi, di frà Angelo da Copertino, chiesa di S. Francesco d’Assisi a Nardò (ph Stefano Tanisi)

 

Lo stesso Tanisi riporta la stima nutrita per il frate dal vescovo di Nardò Antonio Sanfelice (Napoli 1660 – Nardò 1736), che nella visita pastorale del 1710 “rileva il dipinto con le immagini di San Francesco e le anime del Purgatorio collocato sull’altare di San Sebastiano nella matrice di Copertino, segnalando che l’opera è stata “depicta a celebre pictore frate Angelo de Cupertino ordinis capucinorum qui ab anno 1658 usque ad annum 1668 sub pontificatu sanctae memoriae Alexandri VII conservator fuit picturarum vaticani”, e che dunque il pittore, fra il 1658 e il 1668, fu nominato “conservatore delle pitture vaticane”.

Frà Angelo da Copertino, chiesa matrice di Copertino (ph Stefano Tanisi)
Frà Angelo da Copertino, chiesa matrice di Copertino (ph Stefano Tanisi)

 

Sempre Tanisi arricchisce il profilo scrivendo “nel 1719 il Sanfelice continuava a individuare e lodare diverse opere del pittore francescano: nella matrice di Casarano annota opere di fra’ Angelo, una nella cappella dello Spirito Santo, dipinta dal “celeberrimi Pictoris Cupertinensis, vulgo dicti del Capuccino”, e l’altra nella cappella delle Sante Anime del Purgatorio, che dal “celeberrimo Pictore Cupertinensi depicta est”[8].

E per concludere, lo stesso, nella sua lunga elencazione delle opere attribuite, annota il San Girolamo nella cattedrale di Nardò (sull’altare omonimo, secondo a destra), che il Sanfelice fa riportare nella visita come il dipinto sia “picta manu F. Angeli Capuccini Cupertinensis Pictoris aetate sua excellentissimi”[9].

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[1] In “Studi in onore di Aldo de Bernart”, Galatina 1998, pp. 43-56.

[2] Firmata e datata “Fra Ang. A Cup.no pingebat 1636”.

[3] Firmata e datata “F. Angelus A Cupertinus Capuccinus A.D. 8bris 1655”.

[4] Firmata e datata “F. Angelus A Cupertino Ca[ppuci]nus per sua devozione pingebat 1682”.

[5] Cfr. P. A. Vetrugno, Arte e Fede nel Salento del secolo XVII: la Ss. Trinità di Frate Angelo da Copertino, in “Lu Lampiune”, a. XVI, 1, pp. 119-126.

[6] cfr. E. Panarese – M. Cazzato, Guida di Maglie, Galatina 2002, p. 128.

[7] Cfr. S. Tanisi, Nuove acquisizioni pittoriche per fra’ Angelo da Copertino (1609-1685 ca.). La Comunione di san Girolamo nella cattedrale di Nardò, in “Il Delfino e la Mezzaluna. Studi della Fondazione Terra d’Otranto”, n°3 (2014).

 

[8] ASDN, Visite Pastorali, Antonio Sanfelice, anno 1719, visita pastorale chiesa matrice di Casarano, c. 61v.

[9] ASDN, Visite Pastorali, Antonio Sanfelice, anno 1719, visita pastorale cattedrale di Nardò, c. 59.

Le opere “ritrovate” nel museo diocesano di Nardò

Un evento importante per la storia dell’arte quello del 28 dicembre prossimo, quando saranno presentate al pubblico alcune opere “ritrovate”, che troveranno degna collocazione nel Museo Diocesano di Nardò, che oramai si ritiene a pieno titolo uno degli “scrigni” pugliesi, visto il consistente patrimonio raccolto in questi anni e qui esposto.

L’incontro, avrà inizio alle ore 19, presso il salone dell’ex Seminario (Sala Roma), in piazza Pio XI, di fronte alla Cattedrale di Nardò, con interventi di Mons. Giuliano Santantonio (direttore del Museo Diocesano), di S. E. Mons. Fernando Filograna (vescovo di Nardò-Gallipoli), dell’Arch. Maria Piccarreta (soprintendente ABAP Lecce-Brindisi-Taranto), della Dott.ssa Caterina Ragusa (storico dell’arte).

Due le relazioni che saranno presentate, delle quali la prima tenuta dal Dott. Paolo Giuri, storico dell’arte, che illustrerà gli affreschi recuperati dalla Soprintendenza negli anni ’50 del secolo scorso e provenienti dalla chiesa di S. Maria dell’Umiltà in Parabita, esposti nella sede rappresentativa della Regione Puglia nella Capitale. Pur trattandosi di frammenti, tuttavia sono ben identificabili le figure rappresentate: la Madonna della Coltura, un S. Antonio abate e due santi vescovi.

Lo storico e giornalista Giovanni Greco si soffermerà invece sulla tela del Battesimo di Gesù di recente restaurata dall’Impresa Leopizzi 1750, proveniente dalla chiesa copertinese delle Clarisse. Egli tratterà del cappuccino Angelo da Copertino, al secolo Giacomo Maria Tumolo (Copertino 1609 – 1682 ?), la cui attività si ricollega al filone della grande pittura barocca romana postcaravaggesca, di cui questo frate rimase “contaminato” nel decennio 1658-68, allorchè fu chiamato a Roma da Fabio Chigi (poi Alessandro VII), per rivestire la carica di conservatore delle pitture vaticane.

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Il teologo Maritati di Copertino

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di Giovanni Greco

 

Percorrendo via Matteotti, nel centro storico di Copertino, si incrocia via Teologo Maritati. Mi sono sempre chiesto perché di questo studioso di teologia si scelse di omettere il nome. Forse perché fu talmente famoso che bastò ricordarlo ai posteri con il solo titolo accademico. E poiché queste figure operano normalmente nelle università, in seminari o scuole pubbliche ho pensato che di lui potessero esserci anche delle pubblicazioni. Le ho cercate, per quanto mi è stato possibile, ma la ricerca è risultata finora infruttuosa.

Non rimaneva che guardare in altre direzioni per saperne di più su questo copertinese che si guadagnò l’onore della toponomastica cittadina. Il suo nome era Vincenzo Maria e fu il quarto di cinque fratelli, figlio del notaio Lazzaro Domenico e di Serafina Margarito, entrambi originari di Nardò.

Nel 1740 la coppia si trasferì a Copertino dove il notaio rogò fino al 1777. Dal loro matrimonio nacque Giuseppe Tommaso Leonardo che fu battezzato per procura l’11marzo 1758 nella chiesa Matrice di Copertino dall’abate Felice Cicala di Nardò. A somministrare il battesimo fu l’arciprete Cataldi.

Il 30 gennaio 1761 nacque Elisabetta Francesca Salesia Marina e il 13 novembre di due anni dopo venne alla luce, Francesco Saverio Leonardo. Il 31 luglio, don Pietrangelo Tumolo battezzo il Nostro. Padrini furono il reverendo don Giuseppe Margarito, rappresentato per procura dall’abate Salvatore Del Prete di Nardò, giusto atto notarile di Tommaso Trotta del 30 luglio. Il 5 marzo 1770, infine, nacque il quinto fratello, Oronzo Maria. Vincenzo Maria Maritati, fu sacerdote e teologo.

Dal 1° dicembre 1812, all’età di 46 anni, fu il secondo arciprete regio della Collegiata di Copertino, carica che conservò fino alla morte sopraggiunta all’età di 73 anni il 16 febbraio 1839. Fu autore di una lunga serie di “Stati di Anime” di Copertino, dal 1823 al 1830, ricca di puntuali annotazioni sul movimento migratorio del paese e sulle “condizioni civili” della popolazione.

Di questi censimenti (otto anni in tutto), oggi non resta che qualche prospetto conservato presso l’archivio della Curia vescovile di Nardò.

Donato Maria Capece Zurlo di Copertino, poeta e … agente del fisco.

di Armando Polito

L’immagine stereotipa del poeta, anche moderno, è quella di un uomo che, pur senza essere un astronauta, ha sempre la testa nelle nuvole, come se la più nota figura retorica, cioè la metafora, non avesse come punto di partenza la realtà diventandone, forse, una delle sue più profonde interpretazioni possibili e come se pure il poeta per poter esser tale non avesse bisogno di avere la pancia, se non piena, almeno non completamente vuota … I puntini di sospensione del titolo tradiscono l’omaggio momentaneo, pure da parte mia, a questa consolidata opinione per cui sarebbe difficile immaginarsi un macellaio-poeta e tanto meno, come nel nostro caso, un agente del fisco-poeta, prigionieri del pregiudizio che ci fa pensare, chissà perché, che un macellaio e un agente delle tasse siano persone poco sensibili e, per giunta incapaci, di dare, a quel poco, espressione efficace. Se applicassimo coerentemente questo principio, non dovremmo riconoscere a priori nemmeno a Virgilio il titolo di poeta, essendo egli stato, in fondo, uno dei leccaculo di Augusto; tanto meno dovremmo farlo con una miriade di autori di ogni epoca, la cui produzione abbia un intento celebrativo che vada al di là dell’immancabile dedica iniziale, quella che in passato coinvolgeva re, principi, papi e cardinali e che oggi rivive nella citazione, pur sinteticamente espressa, dello sponsor privato e delle istituzioni pubbliche patrocinanti. E poi, nel caso del nostro letterato di Copertino, se non ci fosse stato un documento galeotto (ancor più galeotto chi lo scrisse …), mi sarei pure risparmiato questa introduzione e sarei passato direttamente a parlarne, come faccio ora. Di Donato Maria Capece Zurlo non conosco dati biografici se non quelli che ho desunto in ordine sparso da testimonianze indirette a lui contemporanee, ragionevolmente attendibili. Per evitarmi il fastidio della trascrizione le riporterò in formato immagine con le indicazioni bibliografiche e il link relativo, dove il lettore interessato potrà trovare l’intera opera.

1) Comentari del canonico Giovanni Mario Crescimbeni custode d’Arcadia, intorno alla sua Istoria della volgar poesia, Basegio, Venezia, 1730, v. III, p. 263 (http://books.google.it/books?id=rkwTAAAAQAAJ&pg=PA263&lpg=PA263&dq=donato+maria+capece+zurlo&source=bl&ots=iXhu0KnVpD&sig=bm2eKXphb2s5SdoY4gaCU5C-v-Y&hl=it&sa=X&ei=c35HVMjtOozXPJDAgPAJ&ved=0CD4Q6AEwCDgK#v=onepage&q=donato%20maria%20capece%20zurlo&f=false) La scheda ci informa che il nostro fece parte di una delle colonie (così erano chiamate le sedi staccate), la Sebezia (di cui si dirà dopo)  dell’accademia dell’Arcadia, col nome di Alnate Driodio. Riporto ora un passo da Vita degli Arcadi illustri, De’ Rossi, Roma, 1708, v. I, pp. 47-48, dal quale risulterebbe la parentela con gli Zurlo di Napoli; l’egli del primo rigo è Francesco d’Andrea, altro arcade. (http://books.google.it/books?id=3YjxFKAkKx4C&pg=PA48&lpg=PA48&dq=donato+maria+capece+zurlo&source=bl&ots=GnmvGhWRns&sig=2TmxOBncSXcvoZgm4dvqPYx9Y0k&hl=it&sa=X&ei=c35HVMjtOozXPJDAgPAJ&ved=0CCAQ6AEwADgK#v=onepage&q=donato%20maria%20capece%20zurlo&f=false) Ecco ora il frontespizio della raccolta di Lucca stampata l’anno 1709. So che la quantità non è sinonimo di qualità; tuttavia non sarà stato un caso che il nostro è presente nella raccolta con 28 sonetti, numero che non sfigura rispetto a quello esibito dagli altri poeti della silloge, indicato tra parentesi tonde dopo il rispettivo nome nell’elenco che segue. Agostino Spinola genovese (6), Alessandro Guidi pavese (32), Alessandro Marchetti pistoiese (24), Angelo paolino Balestrieri lucchese (10), Angelo Antonio Somai di Rocca Antica (8), P. Antonio Tommasi lucchese (32), Antonio Gatti pavese (11), Antonio Zampieri imolese (8), Basilio Giannelli napoletano 21), Biagio Maioli De Avitabile napoletano (13), Domenico Moscheni lucchese (12), Donato Maria Capece Zurlo leccese (28), Eustachio Manfredi bolognese (6), Ferdinando Passarini di Spello (4), Francesco Passarini di Spello (7), Francesco Maria Baciocchi veronese (32), Gaetana Passarini di Spello (9), P. Giovanni Battista Cotta Tendasco agostiniano della congregazione di Genova (21), Giovanni Battista Riccheri genovese (27), Giovanni Bartolomeo Casaregi genovese (12), Giovanni Benedetto Gritta genovese (5), Giovanni Battista Zappi imolese (8), Giovanni Battista di Vico napoletano (3), Giovanni Giuseppe Felice Orsi bolognese (10), P. Giovanni Tommaso Baciocchi genovese (16), Giuseppe Lucina napoletano (24), Giuseppe Paolucci di Spello (7), Giuseppe Maria Tommasi lucchese (10), Giovanni Mario Crescimbeni maceratese (11), Girolamo Maria Stocchetti lucchese (14), Giulio Cesare Grazini ferrarese (12), Lorenzo De’ Mari genovese (19), Matteo Franzoni genovese (14), Matteo Egizi napoletano (6), Matteo Regali lucchese (9), Niccolò Garibaldi genovese (12), Niccolò Cicognari parmigiano (2), Niccolò Di Negro genovese (5), Niccolò Amenta napoletano (13), Paolo Antonio Del Negro genovese (18), Petronilla Paolini Massimi romana (7), Pompeo Figari genovese (9), Prudenza Gabrielli Capizucchi romana (8), Salvator Squarciafico genovese (16), Teresa Grilli Panfili romana (1), Tiberio Carrafa napoletano (12), Vincenzo da Filicaia fiorentino (15), Vincenzo Nieri lucchese (2), Vincenzo Leonio da Spoleti (12), Virginio Maria Gritta genovese (15). Di questo volume uscì una seconda edizione nel 1720 per i tipi di  Venturini a Lucca.

Dei 28 sonetti commemorativi di personaggi importanti del copertinese mi piace riportarne due per ragioni che il lettore non faticherà a comprendere (la trascrizione a fronte è il solito espediente per aggiungervi le mie note): A riprova del fatto che il Crescimbeni era considerato all’epoca un punto di riferimento (magari da sfruttare senza citarlo …) debbo far notare che il sonetto da lui prima riportato Esca mia dolce … (celebrazione dello sguardo dell’amata come fonte di gioia e dolore, un topos della poesia d’amore già percorso, tra gli altri, sia pure con sensibilità diverse, da Guittone d’Arezzo, Giacomo da Lentini, Guido Cavalcanti, Dante, Petrarca) compare da solo in Annibale Antonini, Rime de’ più illustri poeti italiani, Musier all’Insegna dell’Uliva, Parigi, 1732, p. 77  (http://books.google.it/books?id=t4sHAAAAQAAJ&pg=RA1-PA77&dq=%22Donato+Maria+Capece+Zurlo%22&hl=it&sa=X&ei=PplHVIy0DsLmyQOapoA4&ved=0CCQQ6AEwATgU#v=onepage&q=%22Donato%20Maria%20Capece%20Zurlo%22&f=false) ripubblicato sempre a Parigi per i tipi di Prault nel 1744 nel secondo tomo di Raccolta di rime italiane (http://books.google.it/books?id=lPRdAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:yxfnnjQ_E8gC&hl=it&sa=X&ei=eaJHVNygFobOygPU7oCYCw&ved=0CCoQ6AEwAQ#v=onepage&q&f=false).

2) Comentari del canonico …, op. cit. v. VI, Basegio, Venezia, 1730, pp. 424 e 286 (http://books.google.it/books?id=mHjNAAAAMAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:p2jmoLdqLUAC&hl=it&sa=X&ei=F79IVLmXG-qrygP7pICwDQ&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q&f=false). Natura, finalità e regole dell’accademia dell’Arcadia sono estesamente espresse dallo stesso Crescimbeni in L’Arcadia, De’ Rossi, Roma, 1708 (http://books.google.it/books?id=ez4dFjf-xsMC&pg=PA212&dq=crescimbeni+arcadia&hl=it&sa=X&ei=7RRKVNi1MY7YPMiLgeAJ&ved=0CCwQ6AEwAg#v=onepage&q=crescimbeni%20arcadia&f=false). Al momento dell’adesione all’accademia l’interessato riceveva dall’assemblea un nuovo nome il cui primo componente veniva assegnato per sorteggio mentre il secondo veniva da lui liberamente scelto e convalidato dall’assemblea a patto che facesse riferimento o a un luogo o ad un ricordo mitologico della regione greca di cui l’accademia portava il nome. Dalla prima scheda sopra riprodotta abbiamo la conferma della notizia che il nostro aveva assunto lo pseudonimo di Alnote Driodio. Per Alnote non son riuscito ad individuare il suo rapporto con il greco; Driodio è forma aggettivale dal greco δρίος (leggi drios)=boschetto. La seconda scheda reca lo stemma della colonia di appartenenza con il simbolo particolare (il fiume Sebeto) e quello comune (la siringa) tratto dall’insegna dell’Accademia (immagine in basso tratta dalla stessa opera, p. 283). Va aggiunto che ogni colonia aveva dei propri rappresentanti e va sottolineato che il nostro è l’unico salentino tra quelli della colonia Sebezia, come deduco dall’elenco completo che traggo da Il catalogo degli Arcadi per ordine alfabetico colla serie delle colonie e rappresentanze arcadiche, s. l., s. d., pp. 152-153 (tuttavia la data di pubblicazione dovrebbe collocarsi attorno al 1720; l’intero volume è consultabile e scaricabile in http://books.google.it/books?id=Iioj0mUX5qsC&pg=PR117&lpg=PR117&dq=sorasto+trisio&source=bl&ots=IHYz04R8dW&sig=eb3ZuBa6Z3Tnd5PSKoyMREpfYoM&hl=it&sa=X&ei=BGhnVLWDHcPgyQODvIK4CQ&ved=0CC0Q6AEwAg#v=onepage&q=sorasto%20trisio&f=false. 3) Componimenti in lode del nome di Filippo V monarca delle Spagne, recitati dagli Arcadi della Colonia- Sebezia il dì 2 di Maggio del 1706, nel Regal Palagio, e pubblicati per ordine di Sua Eccellenza dal dottor Biagio Majola De Avitabile, Vice-Custode della stessa Colonia, Parrino, Napoli, 1706, s. p. (http://books.google.it/books?id=lPRdAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:yxfnnjQ_E8gC&hl=it&sa=X&ei=eaJHVNygFobOygPU7oCYCw&ved=0CCoQ6AEwAQ#v=onepage&q&f=false). Viene ribadita la nobile origine e, quindi, una parziale conferma della parentela con i Capece Zurlo di Napoli, il cui stemma riproduco di seguito , tratto da http://www.nobili-napoletani.it/Capece-Zurlo.htm 13Per dare un quadro forse completo della produzione del nostro va ricordato che il volume appena citato contiene 8 suoi sonetti  (i primi 7 alle pp. 40-46, l’ultimo a p. 59) e due componimenti in latino alle pp. 60-62.

4) Giovanni Mario Crescimbeni, Notizie istoriche degli Arcadi morti, De Rossi, Roma, 1703,  tomo II, p. 173 (http://books.google.it/books?id=kDGwVjrOzgEC&pg=PA173&dq=%22Donato+Maria+Capece+Zurlo%22&hl=it&sa=X&ei=Ho5HVPzuN6j6ywOejoDYCg&ved=0CE8Q6AEwCTgK#v=onepage&q=%22Donato%20Maria%20Capece%20Zurlo%22&f=false), a proposito della morte di Bartolomeo Ceva Grimaldi, avvenuta nel 1707, a p. 173: 5) Un manoscritto dal titolo 1723. Difesa delle ridecime a favore del Capitolo di Cupertino custodito nell’Archivio capitolare della chiesa madre della città, pubblicato da Giovanni Greco per i tipi di Congedo a Galatina nel 1995 col titolo 1723: Viaggiatori barocchi da Copertino a Napoli, descrive il viaggio compiuto a Napoli da una delegazione del clero locale per difendere presso la Camera della Sommaria gli antichi privilegi negati dall’agente baronale che si chiamava Donato Maria Capece Zurlo. Tasse o non tasse, il documento è prezioso perché mi consente di affermare senz’ombra di dubbio, che il nostro a quella data era ancora vivo. Se poi qualche lettore copertinese riuscisse a desumere la data di nascita e di morte dalla lettura dei relativi registri e ce la comunicasse io gli sarei grato ma, quel che più conta, la biografia del nostro non resterebbe priva di due elementi fondamentali1.

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1 Domenico De Angelis in Le vite de’ letterati salentini, parte prima, s. n., Firenze, 1710 verso la fine del volume in un Catalogo degli Autori, che si conterranno nella Prima parte dell’Istoria de’ scrittori salentini include anche il nome del nostro. L’opera annunziata, però, non vide mai la luce e non si sa neppure se ne sopravvive il manoscritto.

Multinazionali del gas nel Salento

di Giovanni Greco

 

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Gli italiani in Italia da tempo immemorabile stanno a sentire e vedere i politici italiani che si azzuffano fra loro; e mentre la palla e lo stadio sono gli unici motivi di felicità e distrazione, nei piccoli comuni brulicano gli interessi più sommersi.

E nel Salento di sommerso ce ne è tanto: c’è ad esempio che nei fondali del mar Adriatico le multinazionali VORREBBERO creare un GASDOTTO, progettato dalla TAP (Trans Adriatic Pipeline) con la apparente e oscura complicità di alcune persone locali; e nel mare sono ben visibili le piattaforme impegnate nelle indagini geofisiche sui fondali al largo di San Foca … in concreto si potrà devastare l’ambiente!!!

Con un tubo del diametro di circa due metri sommerso in acqua e nel sottosuolo lungo 500 km … ma anche in tratti sarebbe un tubo a vista fra le campagne salentine … brulicano gli interessi ! brulicano gli interessi !
Infatti ecco la strada regionale 8, la strada del Gasdotto che si trova in LECCE-ZONA INDUSTRIALE VERNOLE-SAN FOCA. E’ in fase di lavori di ampliamento. Nulla di strano, se non fosse che vorrà collegarsi alle arterie stradali del centro nord per favorire l’idea di sviluppo obsoleta imposta dalle politiche dei petrolieri e legate alla ipotesi di realizzazione di un Gasdotto lungo le coste salentine.

San Foca un piccolo comune che vive di turismo, agricoltura e pesca sarà quindi stravolto dopo la realizzazione del gasdotto e simil sorte avrà in poco tempo Vernole, la cui zona industriale fa da ponte di collegamento tramite il comune di Melendugno. “… l’Amministrazione Comunale di Vernole rispetto alla realizzazione di un gasdotto denominato Trans Adriatic Pipeline (TAP) con insediamento finale di un terminale di ricezione (Prt) sul territorio comunale, il Gruppo di Maggioranza ribadisce la netta, perentoria ed insindacabile contrarietà dell’Ente ad ogni tipologia di ipotesi progettuale. …”.
La vicenda sembra davvero torbida oltre che sommersa. Dal mare infatti alcuni giorni fa i pescatori denunciavano che il passaggio della piattaforma per la TAP aveva causato la distruzione delle loro reti. Voci queste, che un tempo non avrebbero sortito grande eco, ma che oggi sono interpretate dall’intera comunità come il primo allarme dell’arrivo del “Trans Adriatic Pipeline” (TAP) ossia il progetto per la costruzione di un gasdotto transadriatico che intende collegare la Grecia con le coste meridionali dell’Italia passando attraverso l’Albania e dentro il mar Adriatico. In questo modo il gas che proviene dalla regione del mar Caspio raggiungerebbe San Foca e i mercati europei (partendo dalla San Foca Vernole appunto). Certo però i lavori sembrano iniziati in gran fretta … almeno sino a inizio febbraio gli scienziati stanno ancora sondando il fondale marino per cercare il punto migliore dove iniziare la loro opera. Che poi dovrebbe proseguire con il completamento della rete lungo tutta Italia.

da laterradipuglia.it
da laterradipuglia.it

Il nesso fra la realtà concreta e gli affari futuri è da vedersi negli interessi economici e nelle Royalties promesse, in quanto la strada in questione è una strada da ritenersi di periferia, ma che allargandosi vorrà vedere il trasporto necessario di veicoli con carichi eccezionali, e per far ciò, ossia per superare le attuali barriere naturali (legate alla fisiologia e conformazione dell’attuale territorio), allora è più semplice spianare tutto e andare avanti, sbancare il terreno da rotatorie, masserie, scuole, alberi secolari …

Ma si può consentire che tutto ciò che la nuova arteria incontri di fronte a se venga (e verrà) rasa al suolo nell’apparente indifferenza delle istituzioni locali come anche degli organi di stampa regionali?
Certo i lavori sembrano già a buon punto dicevo, come dimostrano tanti altri interventi fuori legge che ogni giorno affliggono la terra del Salento … una terra in cui oltre all’arrivo del Gasdotto, qua e là in questo fazzoletto di una terra chiusa fra il mare Jonio e Adriatico, c’è lo sradicamento di ulivi, pini e gelsi secolari, che erano sparsi anche nell’entroterra sino a metà gennaio; e che soprattutto lungo quella strada Vernole – San Foca dominavano il paesaggio storico e rurale del luogo; si aggiungono in questa terra contesa da tutti, anche tanti altri interessi, strani sbancamenti della collinetta di Galatina (sull’altro versante Jonico del Salento), la distruzione di un pineto per farne trucciolato  … soprattutto sono stati distrutti Pini autoctoni delle specie Pinus halepensis e P. pinea, (Zappini e Pini ad ombrello da pinoli, parlando più comunemente), e Cipressi mediterranei delle varietà horizzontalis e pyramidalis. E sorprendono anche le relazioni tecniche che consentono la distruzione di tutti quegli alberi, le quali per legittimare tagli si giustificano frettolosamente sostenendo che sono tutte piante malate … certo  …

Ecco che, a macchia di leopardo, qualcuno oltrepassa facilmente gli standart minimi di sostenibilità ambientale. E accade che a tutti i livelli (politici, sociali, economici …) chi detiene un minimo di potere agisce indiscriminatamente a favor delle sue idee, spesso purtroppo senza tenere in conto le valutazioni di impatto ambientale, ad esempio.
Dunque la Puglia e il sud Salento sono nelle mani delle grandi holding internazionali che mirano a trivellare il suolo calcareo di una terra bellissima spesso paragonata alle isole tropicali. Intanto la popolazione attiva, i comitati No Tap, i contadini, i pescatori e tanti singoli cittadini stanno pian piano facendo emergere la loro voce in difesa degli alberi e del mare e per tutelare e salvaguardare una terra a vocazione turistica e balneare, che siamo sicuri ha e avrà poco o nulla di buono da spartire con la quantità di denaro che ruota attorno ai Gasdotti.

Lecce. Il lampione in via Idomeneo, ultimo testimone di volontà di progresso di fine Ottocento

 

Lecce, via Idomeneo in una foto degli anni Sessanta del Novecento (foto Giampaolo Buscicchio)

di Giovanni Greco

 

Nell’epoca in cui il governo centrale propone la diminuzione dell’illuminazione pubblica, a causa di questa crisi economica incombente, poco conta se da una viuzza del centro storico di Lecce è sparita la base in ghisa di un vecchio lampione. Era nello slargo antistante alla chiesa della Nova, quello da qualche tempo occluso da una cancellata e in questo periodo cantierizzato a causa delle “Opere urgenti di consolidamento statico e bonifica umidità 1° stralcio” commissionate dalla Confraternita del SS. Sacramento e Gesù Flagellato (così come da cartello esposto). Si spera che sia stata asportata per essere restaurata in previsione della riapertura a breve della chiesa.

Ma perché tanta attenzione? In fondo era solo un lampione; con decorazioni in ghisa e stemma della città di Lecce, del 1873. Perché ci “illuminava” sulla voglia di progresso “a dimensione umana”, che si prefigurava nel trentennio di fine ‘800 leccese. E questa attuale “presa della città” e la scomparsa di questi piccoli monumenti all’ingegno, smemorizzano tristemente la storia della stessa città.

Nel 1998 in www.belsalento.com ho pubblicato alcuni stralci della mia tesi di laurea proprio su l’archeologia industriale e la tramvia leccese. In particolare sull’illuminazione a gas nelle vie leccesi (http://www.belsalento.com/ARCHEOLOGIA%20INDUSTRIALE%20NEL%20SALENTO%20-%20ILLUMINAZIONE%20A%20LECCE%20A%20GAS%20DI%20PETROLIO%20NEL%201873.htm).

Certo le memorie del passato, sono appunto memorie. Ma vanno anche conservate quando queste servono a ricordarci quanto sia stata potente la volontà di una comunità del passato, nel cercare soluzioni per il suo futuro. In questo caso quel palo in ghisa era una di quelle memorie che servivano per recuperare la forza di volontà della cittadinanza leccese di fine Ottocento, che è stata capace di voler cavalcare le onde del progresso al pari di altre metropoli europee, tant’è vero che i sindaci del tempo vedevano determinanti, ad esempio, un congiungimento con il mare e relativa bonifica verso la marina di San Cataldo; e per realizzare il tutto fu costruita una tranvia elettrica (che vinse anche una medaglia d’oro per essere la più lunga dell’epoca – 1888, tre vagoni in tutto, 12 metri di lunghezza totale).

“La nuova illuminazione venne considerata dai nostri concittadini come un indice di civiltà e di progresso; e la nostra Atene pugliese non volle esser da meno delle altre sue consorelle italiane. La parola progresso applicata alle altre del secolo dei lumi correva allora sulle bocche di tutti ed era ripetuta sino alla noia sui giornali leccesi di quel tempo” (Cosimo De Giorgi, Numero Unico per le Feste Inaugurali del giugno 1898, Tipografia Editrice Salentina, fratelli Spacciante, 1898).

Particolare del lampione di via Idomeneo con lo stemma di Lecce (foto Giovanni Greco)
Furono anni dettati da menti sveglie, che volevano una “sana” illuminazione cittadina; in quel periodo affascinante, l’ingegno degli INTRAPRENDITORI aveva un libero sfogo e nei locali di ritrovo dei cittadini leccesi del 1870, si discutevano le stesse appassionate visioni del futuro al pari dei salotti contemporanei milanesi o parigini … e in quel periodo, nella illuminazione pubblica di Lecce, si passava dall’uso dell’olio che era luce fioca, puzzava e faceva fumo, all’illuminazione a gas e poi a gas di petrolio e poi elettrica, migliorando quindi la qualità della luce emessa.

Fra ottobre e novembre 1873, i Municipi di Copertino, Torchiarolo, Alezio, Trepuzzi, Castellaneta, Taviano, Brindisi, Massafra oltre ad alcuni privati, chiesero la cessione, a prezzo di estimo, dei vecchi fanali a petrolio. Lecce effettuò una vendita pubblica nel maggio del 1873, e un’altra l’anno seguente (come da manifesto conservato presso l’Archivio Storico Comunale di Lecce). I lavori dell’impianto del nuovo sistema di illuminazione a gas di petrolio – appaltato dal Comune di Lecce, sindaco Carlo D’Arpe, all’industriale belga Cassian Bon, fondatore delle acciaierie di Terni – iniziarono nel febbraio del 1873 e si conclusero nel marzo del 1874, trasformando la fisionomia della città. L’illuminazione a gas di petrolio giungeva nelle vie per mezzo di solidi bracci in ghisa, inchiodati ai muri dei palazzi (con tubatura connessa), o con colonnine come nella foto.

L’impianto a gas funzionò sino al 1898, quando durante l’amministrazione del sindaco Giuseppe Pellegrino, subentrò l’illuminazione elettrica.

Sino a poco tempo fa, di questo genere di strutture (400 fanali distribuiti nelle piazze e nelle vie principali), permaneva in situ quella colonnina finemente decorata in ghisa, databile, al 1873, che si trovava di fronte la chiesa S. Maria della Nova in via Idomeneo (erano due per la verità, ma una è già sparita da qualche anno). In essa, era rappresentato lo stemma della città, così come era previsto all’art. 13 del capitolato datato 1872. Quel lampione aveva la caratteristica di avere lo stemma stampato al contrario: in quanto la lupa guarda sempre a Ovest mentre in questi lampioni in ghisa era rivolta a Est. Le figure araldiche, infatti, seguono questo andamento perché sullo scudo erano ritratte in maniera tale da affrontare l’avversario nella stessa direzione del guerriero che lo imbracciava. Per questo l’allora amministrazione ne bloccò immediatamente la fornitura.

Di questo mondo, restava quel palo, ultima rappresentanza di quella volontà di tecnologia e “progresso”, appunto. E ci dispiace che lo abbiano smantellato!!! … E invece bisogna dare un apprezzamento storico sulle opere industriali che hanno contribuito a fare grande la comunità locale del sud Italia. Cosa ne penserebbe l’amministrazione Pellegrino del 1898!

 

 

Libri/ Frammenti di storia copertinese

Giovanni Greco,
Frammenti di storia copertinese

Copertino 2007,
pp. 268

Questo è l’ultimo volume di Giovanni Greco sulle peculiarità storiche di Copertino. Giornalista e studioso di storia locale, di cui si conoscono passione ermeneutica e rigore epistemico a cui si aggiungono onestà intellettuale, capacità di giudizio e imparzialità: le tre qualità fondamentali che la Storia esige dai suoi redattori, Greco ha “regalato” agli studiosi di cose patrie un lavoro di ricerca e di selezione di documenti archivistici, taluni passati necessariamente al setaccio della letteratura e della storia, che permettono l’identificazione e la specificazione dei reperti appartenuti alla “civitas” copertinese. Peraltro, l’analisi storiografica di inedite vicende cittadine, pervenendo ad una lettura originale dei fatti e rimanendo lontana da una funzione meramente celebrativa, rende il lavoro di grande interesse e di appagante lettura.

L’autore ha fermato in queste pagine il racconto di un “grande amore” per la sua città, la vita, lo studio capillare di esistenze e di luoghi che non sono passati invano e che in ogni angolo di strada indicano l’esserci e l’aver vissuto prima di noi. La storia autentica di una memoria che viene consegnata anche al lettore disattento, all’osservatore distratto e a quanti non conoscono le radici, le vicende e gli intrecci di una straordinaria umanità. Questi Frammenti di storia copertinese, in parte già pubblicati nell’arco di circa vent’anni, rappresentano l’impegno pluridecennale che Greco ha dimostrato e continua a dimostrare nei confronti della “storia” di Copertino, intesa nel suo significato più vasto e perciò più pregnante. “Essi – scrive l’autorevole Mario Cazzato nella presentazione – riguardano la “storia totale” del centro a partire dalle sue prime attestazioni sicure che, per forza di cose, e per non rimanere nel campo di un’archeologia che stenta a farsi storia per essere unicamente autoreferenziale, non possono essere che medievali”. Ecco, dunque, l’intervento sui “giudei” e sui loro traffici commerciali tra Copertino, Venezia e l’Oriente che segneranno un rilevante progresso di Copertino nel secolo successivo e nel quale si colloca la vicenda storica e umana del cavaliere francese Tristano di Clermont, sfrondata di quella lunga tradizione di falsi e invenzioni che ne avevano quasi fatto un altro personaggio rispetto a quello che veramente fu.

Non potevano mancare i saggi sulla dinamica urbanistica del ‘500, sugli impianti monastici del ‘600 e sui principali aspetti socio-economici del ‘700. Naturalmente c’è altro. “Basti sottolineare come ogni sezione di questo volume, anche la più leggera – scrive ancora Cazzatoè condotta con lo stesso scrupolo documentario, con la medesima capacità di rendere significativo il mero dato erudito: nel particolare non può esserci nient’altro che il particolare, ma questo può illuminarci l’intorno”.

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