L’olocausto di Nardò. Un tributo doveroso ai suoi Martiri, a 364 anni dalla loro tragica fine (I parte)

Nardò, Piazza Salandra

di Marcello Gaballo

Per non dimenticare la nostra storia riproporrò, come negli altri anni, una sintetica cronaca delle tristi vicende che colpirono la città di Nardò, oberata dalle tasse e soggetta ai soprusi del famigerato Giangirolamo Acquaviva d’Aragona, duca di Nardò e conte di Conversano, tristemente noto come il Guercio di Puglia, uno dei più crudeli feudatari dell’epoca. Pagine terribili, di una crudeltà  che non trova eguali nella storia della città, che i suoi stessi abitanti conoscono molto poco, che nelle scuole non vengono lette e che, per noncuranza, vengono rimosse dalla memoria collettiva. 

Insisto nel riproporre il triste anniversario, consapevole di essere ripetitivo, per non lasciar cadere nel silenzio i gloriosi martiri, che neppure la chiesa locale nei secoli ha voluto riconoscere. Il torbido contesto storico in cui si svolsero i fatti, gravido di passioni, di avidità e di odio, ma soprattutto la paura dei potenti feudatari ha condizionato i pareri del coevo celebre amministrativista dell’epoca Giovan Bernardino Manieri, così come  ha chiuso la bocca allo storico locale Giovan Bernardino Tafuri, che un secolo dopo scelse di ignorare del tutto le vicende del 1647. Colpiscono anche le lodi servili alla famiglia feudataria da parte del  francescano Bonaventura da Lama, che, timido o intimidito, dimenticò anch’egli il sacrificio degli ecclesiastici e dei tanti cittadini. 

E riporto quanto Francesco Danieli ha scritto a tal proposito: “mentre inermi cittadini e convinti ecclesiastici venivano ammazzati e oltraggiati per la giustizia, seduto alla sua comoda poltrona, il vicario Giovanni Granafei non mosse un dito. Connivente col potere feudale, fece finta di niente e si adoperò come meglio riuscì per tenere nascosti quegli eventi a chi doveva prendere provvedimenti. Il vescovo di Nardò Fabio Chigi, che mai mise piede in diocesi, era troppo impegnato negli affari diplomatici per interessarsi alla “sua” gente! Di lì a qualche anno, il Granafei l’avrebbero creato arcivescovo… il Chigi papa (Alessandro VII)”. 

Troppe colpe e troppi assordanti silenzi, rotti solo nel secolo scorso dagli obiettivi e informati Ludovico Pepe, Francesco Castrignanò, Pantaleo Ingusci, Giovanni Siciliano, Emilio Mazzarella, Vittorio Zacchino.  

Fate leggere queste pagine ai vostri piccoli, ai ragazzi, ai maestri delle scuole elementari e agli insegnanti delle medie. Forse è giusto che oltre che celebrare il glorioso Pietro Micca ricordino e facciano ricordare anche i gloriosi martiri di Nardò. 

Ha scritto Ingusci: “I neretini in tutte le ore della loro vita ricordino e onorino questi martiri, che purtroppo sinora non hanno ricordato e onorato abbastanza. Li onorino, mantenendo alti gli ideali per i quali essi caddero,non vi rinuncino mai, perchè sono l’essenza della civiltà umana. E siano essi convinti come lo  furono quei martiri ed eroi, che la libertà è  così cara come sa chi per lei vita rifiuta”. 

Ha rincalzato Zacchino: “Tali semi, purtroppo, sono stati  ben presto soffocati dalle erbacce della dimenticanza, della disaffezione,

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