Nardò. La chiesa dell’Immacolata e la dimora dei francescani conventuali

 

 

di Marcello Gaballo

Nel 1271 i francescani di Nardò avevano avuto in dono dal re Carlo I d’ Angiò, tramite il suo parente Filippo de Toucy, reggente della città, l’ antico e rovinato castello (castrum temporum & bellorum iniuria destructum), ubicato nel punto più alto della città, per farne un loro convento[1].

Il complesso è nelle vicinanze della cattedrale neritina, identificabile con l’attuale palazzo Castaldo, già Del Prete-Giannelli, a ridosso della chiesa dell’ Immacolata e dell’ Ufficio Postale.

Da quell’anno e per i tre secoli successivi le notizie sull’ordine minoritico in città e sulla loro chiesa sono assai frammentarie. Recenti rinvenimenti di rogiti notarili cinquecenteschi hanno chiarito aspetti sino a qualche decennio fa del tutto oscuri.

La nostra chiesa da svariati Autori è stata sempre attribuita al celebre Giovanni Maria Tarantino, lo stesso delle chiese neritine dell’ Incoronata, S. Domenico e S. Maria della Rosa.

Poco noti sono invece gli interventi di altri fabricatores experti neritini, altrettanto abili, che sul finire del 500 dettero a Nardò l’impronta che in parte ancora possiamo vedere e che ci sembrano meritevoli di accurato studio, in ciò confortati dalla scoperta dei documenti nell’ Archivio di Stato di Lecce, che ci consentono di collocarli, al pari del più noto Tarantino, fra i grandi della storia dell’architettura salentina del XVI-XVII secolo.

Angelo e suo figlio Vincenzo Spalletta, Tommaso Riccio, Donato, Marco Antonio ed Allegranzio Bruno, Francesco delle Verde, sono tra quelli che prestarono la loro opera per realizzare il complesso di cui scriviamo, oltre al menzionato Tarantino, che però in questo caso si limitò a ricostruire il solo chiostro (ancora esistente e adiacente la chiesa, non visitabile).

particolare dell’ingresso con la statua dell’Immacolata

È doveroso riconoscere al prof. Giovanni Cosi il merito di aver dato per primo alla luce alcuni dei capitolati di appalto per la costruzione del nostro complesso, realizzato in più riprese in circa 20 anni, a partire dal 1577.

Altri contributi sono stati pubblicati negli scorsi anni dagli architetti Mario Cazzato, Laura Floro, Giancarlo De Pascalis,  contribuendo così a delineare, con gli ultimi miei rinvenimenti, una microstoria che oggi possiamo ritenere pressocchè definita.

Occorreranno certamente altri studi ed approfondimenti, che si auspicano numerosi, per riscrivere pagine di storia della nostra città, fra le più operose di Terra d’ Otranto, almeno nei tempi passati e, lo speriamo, nel futuro.

Il primo atto notarile sul convento è del 1577, quando i frati danno incarico ai mastri Donato e Allegranzio Bruno, Tommaso Riccio e Angelo Spalletta, affinché realizzino parte della chiesa di S. Francesco (che fu dedicata all’ Immacolata solo nel XIX secolo!).

L’ anno successivo, 1578, dei predetti si ritrovano esecutori dei lavori soltanto Angelo Spalletta e Tommaso Riccio, i quali tutta predetta frabica fino al presente giorno l’ hanno fatta tutti dui essi mastro Jo. Thomasi et mastro Angelo. Ma, per motivi non dichiarati, dopo qualche mese, viene sciolta la società e si conviene con concordia et transazione, che esso m.tro Jo. Thomasi cede et renuntia come già hoggi avanti di noi cede et renuntia a detto m.tro Angelo presente la p.tta frabica di detta ecclesia di S. Francesco.

particolare della facciata

Probabilmente c’è un fermo dei lavori a causa della mancanza di fondi e solo il 15 giugno 1587, con atto del notaio Tollemeto, viene stipulata una convenzione tra i frati, rappresentati dal guardiano Donato Tabba e dal vicario Angelo Assanti, ed Angelo Spalletta. Quest’ultimo, con i mastri Allegranzio Bruno, Giovanni Maria Tarantino, Giovanni Tommaso Riccio e Giovan Francesco delle Verde, realizzerà quattro claustri (super fabrica facienda quator claustrorum). Più in dettaglio il rogito riporta:

I detti mastri siano obligati scarrare à loro dispese lo claustro fatto vecchio, cortina de la cisterna et quanto sarà di bisogno, per la quale scarratura, succedendo rovina al convento, sia à danno et interesse di detti mastri, et la terra de la scarratura et cavatuira di pedamenta detti mastri siano anche obligati portarla fora al giardino di detto convento a loro spese;

item detti mastri saranno anche obligati fare detti claustri con cinque arcate per claustro à colonne con vintiquattro lamie di spicolo;

item saranno anche obligati detti mastri fare di novo la porta di battere di detto convento di carparo bastonata, con una loggia à lamia di palmi sidici di larghezza e vinti longa.

Mentre i frati provvederanno alla calce – continua l’atto – ai mastri spetterà fornire le pietre, che nel caso delle terrazze, capitelli e cornici delle colonne saranno della tagliata di Santo Georgio. Le pietre della facciata  della chiesa del convento et li pezzi delle colonne siano di la tagliata di Pergolati (Pergoleto, Galatone), de la petra forte et negra.

La somma pattuita è di 400 ducati, di cui 20 dati come acconto[2].

Ma anche questa volta il contratto fu sciolto, per cause imprecisate, perchè l’anno dopo, a proseguire e completare i lavori si ritrova ancora Angelo Spalletta, consociato però con il congiunto Vincenzo, oltre a Sansone ed Ercole Pugliese, magistri fabricatores dicte civitatis Neritoni.

Nella convenzione si stabilisce che essi realizzeranno per la fabricam faciendam in aedificandis et construendis: crocera, cubula (cupola), sacrario (sacrestia) et campanile in ecclesia conventus[i][3]. Il capitolato, alquanto articolato e assai interessante, lo riporto in successivo contributo.

Due cartigli sulla facciata riportano a sinistra le cifre “S.T.” e a destra “S.B.”; si potrebbe ipotizzare che queste siano le firme dei mastri realizzatori (Spalletta-Tarantino; Spalletta Bruno?). Al centro ancora un cartiglio sembra riporti 1580 o forse 1589, più consono con le vicende della fabbrica, come è riportato nei documenti che si allegano.

particolare del coronamento superiore. A destra il cartiglio con le cifre “S B”

Nel 1598 ancora un contratto (che si allega nell’altro post) documenta lavori da ultimarsi: il campanile, la sacrestia, parte delle volte. Sulla conduzione del convento e sulle vicende architettoniche successive si conosce ben poco. Nel 1783 comunque dimoravano in esso undici Minori Conventuali: sei sacerdoti e cinque conversi.

Nel primo decennio del XIX secolo, a causa della soppressione di molti ordini, il nostro fu requisito dal governo e venduto a Marcello Giannelli, che ne fece la propria abitazione.

La chiesa rimase chiusa ed abbandonata, riducendosi in pessime condizioni statiche. A causa del crollo della tettoia, il vescovo Luigi Vetta, verso il 1850, fece realizzare la volta in muratura e la risistemò dedicandola alla Vergine Immacolata, gestita dalla confraternita omonima.

L’attuale chiesa, pesantemente riammodernata sotto il rettorato di Aldo Garzia, poi vescovo, risulta alta ed ampia, di forma rettangolare, con sette altari, il maggiore, tre a destra e tre a sinistra, collocati sotto arcate o cappellette.

Del primitivo altare maggiore, maestoso e in marmi policromi, poi barbaramente scomposto in più parti negli anni 70 del secolo scorso, sopravvivono due colonne con capitelli. Su una di esse, che sostiene il Vangelo, è scolpito lo stemma della famiglia Personè, probabile finanziatrice dell’opera. La balaustra, anch’essa rimossa e scomposta, è conservata nella sacrestia; niente sopravvive del pergamo e del coro ligneo dei frati, collocato un tempo dietro l’altare maggiore.

Entrati nel sacro edificio il primo altare di destra (della metà del Settecento)è dedicato a S. Giuseppe da Copertino, con una tela del titolare. Nella chiesa il santo ebbe un’estasi durante le Quarantore del SS.mo Sacramento, elevandosi sino all’altezza dell’ostensorio contenente l’Eucaristia e, nonostante le numerose candele accese, sostò tra le stesse in adorazione per qualche tempo[4]. L’ovale in alto riproduce la Visita della Madonna a S. Elisabetta.

Il secondo altare in origine era dedicato alla Presentazione di Maria al Tempio,  la cui tela fu sostituita da un quadro in cartapesta a rilievo, coperto da vetro, raffigurante Santa Rita da Cascia[5].

Era privilegiato e in alto ospitava il dipinto di San Giovanni da Capestrano.

secondo altare del lato destro

Il terzo altare era dedicato all’Assunzione di Maria, raffigurata nella tela; l’altro dipinto raffigura S. Biagio, commissionato dai baroni Sambiasi, che qui avevano diritto di sepoltura, come confermano l’epigrafe e lo stemma posti ai lati dell’altare.

Sul lato sinistro il primo altare, anche questo settecentesco, era dedicato alla Purificazione di Maria, come conferma la tela in alto. Un secondo dipinto si ritiene raffiguri il protettore cittadino, S. Gregorio Armeno; in verità sarei più del parere che si tratti di Simeone. Lo stemma del Vescovo Carafa conferma la datazione più tarda rispetto agli altri altari.

Il secondo era dedicato all’Annunciazione, con la relativa tela e l’altra sulla cimasa raffigurante la Maddalena.

secondo altare del lato sinistro

L’ultimo ospita una tela con la Natività di Maria Vergine e in alto una mediocre, più piccola, raffigurante S. Giovanni Battista, forse in sostituzione di una precedente.

Rilevanti nella chiesa la grande tela con l’immagine dell’Immacolata posta frontalmente, sul presbiterio: l’artistico organo seicentesco, collocato su apposito palchetto a ridosso della controfacciata; l’interessante e molto bella statua lignea della Vergine, precariamente collocata a destra del presbiterio.

 
 
 
cantoria con organo

Per approfondire:

Coco Primaldo, I Francescani nel Salento, Lecce 1916.

Perrone Fr. Benigno, I conventi della Serafica Riforma di S.Nicolò in Puglia (1590-1835), voll.3, Galatina 1981.

Perrone Fr. Benigno, Neofeudalesimo e civiche Università in Terra d’Otranto, voll. 2, Galatina 1980.

Tafuri Giovanbernardino, Dell’ origine, sito e antichità della città di Nardò, in “Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio.Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò”, in A. Calogerà, Raccolta di opuscoli scientifici e filologici, t. XI, Venezia 1735.

Vetere Benedetto (a cura di), Città e monastero – i segni urbani di Nardò (secc. XI-XV), Galatina 1986.

particolare dell’altare privilegiato

[1] Wadding Luca, Annales Minorum in quibus res omnes Trium Ordinum a S. Francisco iustitutorum ex fide ponderosius…, II e VIII, 1647: nel 1271 …Neritoni in regno Neapolitano Carolus Andegauensis huius nominis primum utriusque Siciliae Rex concessit in habitaculum Fratibus extruendum regium castrum temporum & bellorum iniuria destructum. Donationis instrumentum ipso rege praesente factum, apparet in vetusta membrana. Recensetur hic conventus sub Provincia S. Nicolai, & custodia Brundisina Patrum Conventualium.

[2] Per questo ed altri lavori del convento v. pure G. COSI, Il notaio e la pandetta, Microstoria salentina attraverso gli atti notarili (secc. XVI-XVII), a c. di M. Cazzato, Galatina 1992, pp. 72,75.

[3] Rimando al mio articolo La chiesa dell’Immacolata e il convento dei Francescani, identificati gli autori del complesso cinquecentesco, in “Portadimare”, dic. 1998, p. 3; L. Floro, La cinquecentesca chiesa di S.M. Immacolata, in “La Voce del Sud”, 22/11/1997; G. COSI, Spigolature su Nardò. Come venne su la chiesa di S. Francesco, in “Voce del Sud”, Lecce 14/11/1981; G. COSI, Spigolature su Nardò. Giovanni Maria Tarantino e il convento di S. Francesco, in “Voce del Sud”, Lecce 6/3/1982.

[4] E. Mazzarella, Nardò Sacra.

[5] Nel 1952 nella chiesa è stata istituita la Pia Unione di S. Rita da Cascia, che ancora attende alla cura ed al decoro del sacro luogo, alle funzioni liturgiche ed alla  diffusione del culto e delle virtù della Santa.


Gli oltre quattrocento anni dell’Osanna di Nardò

di Marcello Gaballo

Furono certamente intraprendenti e di buon gusto i sindaci neritini che nei primissimi anni del XVII secolo vollero realizzare una espressione artistica ed architettonicamente originale come l’Osanna. Ancora oggi il monumento emerge nella sua bellezza stilistica all’inizio della “villa”, nell’ omonima piazza, un tempo subito fuori dalla cinta muraria.

 

Sia stata essa un capriccio umano, un elemento di arredo urbano oppure una eclettica testimonianza storica o ancora solamente un simbolo della fede del popolo neritino, certo è che  essa rimane un’opera davvero singolare, aldilà  delle intenzioni dei costruttori o dei committenti.

Ultimata nel 1603, l’ Osanna fu edificata su aere publico, ad Dei cultura, per interessamento dei sindaci di allora, Ottavio Teotino e Lupantonio Dimitri, rispettivamente sindaco dei nobili e del popolo, come ci è dato di leggere attorno al cornicione della cupola: HOC HOSANNA AD DEI CULTURA À FUNDAMENTIS AERE PUBLICO ERIGENDUM CURARUNT OCTAVIUS THEOTINUS ET LUPUS ANTONIUS DIMITRI SINDICI, 1603.

Il luogo dove sorge doveva già allora essere rinomato, trovandosi di fronte alla porta San Paolo o Lupiensis, che il neritino Angelo Spalletta aveva ricostruito circa quindici anni prima. Era il biglietto da visita della città per quanti giungevano da Lecce e la sua piazzetta doveva essere piuttosto animata per quanti vi si recavano ad attingere l’acqua o per gli acquisti: lì, come risulta dai documenti, vi erano perlomeno “la fontana” e la “beccaria di fore” (la macelleria fuori dalle mura).

Un altro edificio  dominava la piazzetta, l’antichissima chiesetta di S. Maria della Carità, oggi in deplorevole abbandono, che nel 1310 già versava i dovuti tributi ecclesiastici. Fungevano da sfondo le mura aragonesi della città con i suoi coevi torrioni circolari.

È possibile che il nostro monumento dovesse semplicemente riempire un vuoto e quindi essere stato inventato di sana pianta. Piuttosto credibile appare invece un’altra ipotesi, che  dovesse racchiudere al suo interno una preesistente colonna commemorativa, come tante altre possono osservarsi in varie cittadine del Salento ed anche lì poste all’ ingresso del paese.

Qualche Autore infatti ha felicemente ipotizzato che la colonna centrale del nostro monumento sia costituita da un’antica pietrafitta, cioè una delle antichissime stele votive erette dagli avi per le loro credenze votive, successivamente cristianizzata apponendo in cima il simbolo della Croce.
Di fatto le pietrefitte venivano issate su una piattaforma a gradinata, erano di un solo blocco di pietra leccese ed erano alte circa 3-4 metri.

Al di là delle ipotesi, la nostra costruzione  per la sua posizione strategica e struttura architettonica inusuale resta unica, risultando una delle più belle espressioni  del  “rinascimento” neritino, che in quel ventennio si manifesta con incredibile ripresa delle arti, delle lettere, dell’ architettura. Il benessere dei suoi baroni, la pinguedine dei suoi terreni, l’accresciuto numero di residenti e forestieri, la stanno rendendo infatti una tra le più interessanti città del Salento: ovunque vi sono cantieri e ogni convento, chiesa e palazzo viene ampliato ed abbellito.

La rinascita culturale e sociale fa nascere anche ottime maestranze, che da Nardò si attivano in ogni luogo di Terra d’Otranto. Sono gli anni di Giovan Maria Tarantino, degli Spalletta, dei Dello Verde, dei Bruno e di tanti altri abili mastri, tra i quali va senz’ altro ricercato l’artefice del nostro monumento.

Al suo valore storico si associa infine l’affetto dei neritini, che da sempre vi si attorniano la domenica delle Palme, per celebrare il rito della benedizione dei ramoscelli da parte delle autorità ecclesiastiche, in memoria dell’ ingresso trionfale di Cristo in Gerusalemme.

Riguardo l’ ingegnosa struttura ricordiamo solo che la sua cupola poggia su otto colonne, di cui le esterne congiunte tra loro mediante archetti plurilobati di epoca successiva. La base ottagonale fa pendant con l’omonima pianta della vicina chiesetta della Carità ed il binomio, non casuale, richiama ad usi e tradizioni assai importanti per la vita cittadina, tra i quali certamente  i festeggiamenti della prima settimana di agosto in occasione dell’ antichissima fiera dell’ Incoronata.

L’ ultimo restauro dell’Osanna risale al 1996, mentre l’ area antistante è stata completata nel 2001, riportando all’ integrità numerica i gradini su cui si erge il monumento, dei quali cinque erano rimasti coperti dagli innalzamenti del manto stradale. Con i lavori è stata rimossa la ringhiera di ferro degli anni ’40 che la circondava per proteggerla da danneggiamenti.

A distanza di  400 anni il monumento resta un gioiello, unico ed irripetibile, e come tale da conservare e da esibire con orgoglio… perché lo merita!

Copertino. La chiesa matrice di Santa Maria ad Nives elevata a basilica pontificia minore

di Aldo Zuccalà

 

La chiesa matrice Santa Maria ad Nives in Copertino è stata elevata dal Santo Padre Benedetto XVI alla dignità di “Basilica Pontificia Minore”.
Tale solenne proclamazione è avvenuta il 3 luglio 2011 durante la celebrazione eucaristica, presieduta da S. Em. il Card. Salvatore De Giorgi, concelebrata da S. Ecc. il Vesc. Domenico Caliandro, dal parroco Mons. Giuseppe Sacino e da tutto il clero copertinese.
La messa solenne ha visto la partecipazione tanto delle istituzioni locali, nelle vesti del Sindaco di Copertino e del presidente della Provincia di Lecce, quanto di numerosissimi fedeli (la chiesa era stracolma di gente anche sulle navate laterali e sul sagrato) plaudenti e gioiosi per l’evento.
L’insigne titolo, materialmente visibile con l’apposizione degli stemmi pontifici sul prospetto principale e con una lapide commemorativa posta all’interno, concesso alla chiesa di Santa Maria ad Nives in Copertino per la sua particolare importanza storica, artistica e religiosa, lega ora la Collegiata copertinese in modo speciale con la Chiesa romana e il Sommo Pontefice; inoltre le conferisce specifici compiti e privilegi, riservati alle Basiliche Pontificie Minori.

Copertino, chiesa collegiata, la cosidetta “porta dei leoni”

La chiesa matrice, o collegiata, dedicata a “Sancta Maria ad Nives” (Madonna della Neve), rappresenta lo scrigno della storia religiosa e civile di Copertino.
Le collegiate erano praticamente delle cattedrali ma, mancando la figura del vescovo, non potevano rappresentare la sede episcopale né adempiere alle funzione di governo della diocesi. Esse facevano da corona alla chiesa vescovile e i membri appartenenti, oltre a curare le cerimonie liturgiche, erano tenuti a far vita comune insieme (da cui il nome).
Esistevano due tipologie di collegiate: quelle “a pieno titolo”, oppure quelle “ad instar”, e tale differenziazione nasceva dall’onorificenza del “canonico” del quale si fregiavano i componenti delle prime; mentre le seconde erano formate da semplici sacerdoti.
Nella diocesi di Nardò, dipendevano dalla cattedrale neretina due chiese propriamente collegiate (Copertino e Galatone) e due “ad instar” collegiate (Casarano e Parabita).

L’attuale chiesa matrice di Copertino fu fondata sull’antica chiesa di San Nicola di rito greco-bizantino, nel 1088, quando nel Salento, per volere e ad opera del conte Goffredo il Normanno, si andò affermando il rito latino. Purtroppo non si sa nulla sulle caratteristiche della chiesa precedente, né di quella edificata nel 1088.
Essa venne riedificata da Manfredi, come possiamo leggere in una fonte tutt’ora conservata negli archivi della stessa Collegiata:

Giacinto Dragonetti, Difesa del Real Patronato
della Collegiata di Cupertino fondata nel
MLXXXVIII (1088) dal Conte Goffredo Normanno
e nel MCCXXXV (1235) riedificata e dotata dal
serenissimo re Manfredi, Napoli.

Manfredi di Svevia, conte di Copertino, la dotò di numerosi privilegi elevandola a basilica con il titolo di Vergine delle Nevi, dedicazione che sostituì quella originale dell’Assunta.
Dopo il 1235 la chiesa matrice subì solo delle modifiche e dei restauri, senza essere completamente distrutta. La struttura ha subito, infatti, ampliamenti e rimaneggiamenti nel corso dei secoli, sopratutto nel corso del ‘500 e del ‘700, per poi assumere la forma che noi oggi possiamo ammirare.

La facciata a capanna, è caratterizzata dalla presenza di archetti pensili, medievali, appartenuti alla prima costruzione medievale e dal portone principale, realizzato in bronzo nel 1985 dagli artisti R. Del Savio e G. Gianese.

Copertino, chiesa collegiata, l’ingresso principale

Sul portale maggiore di ingresso esiste un’epigrafe che cita e ricorda il nome di Manfredi e la data di costruzione della riedificazione.
Il cosidetto “portale dei leoni” è quello che si apre sulla facciata del lato destro, in prossimità del campanile, così chiamato per la presenza di due leoni stilofori, romanici.
Questo portale, molto più elegante di quello maggiore, è affiancato da due colonne rinascimentali, che lo separano da due nicchie; al di sopra dell’architrave, è incisa la seguente frase latina di dedica alla vergine Maria della Neve: “Divae Mariae ad Nives Dicatum” ed è impreziosito da un piccolo rosone scolpito nella pietra leccese, sormontato dal un timpano spezzato al cui centro è collocata la statua lapidea della Vergine.

Il campanile, sorto sui resti dell’antico cimitero di Copertino, fu innalzato tra il 1588 ed il 1603 dal magister lapidarius Giovan Maria Tarantino da Nardò.
Tale torre campanaria, in stile tardo rinascimentale, per molti aspetti stilistici e strutturali richiama quella della chiesa matrice di Galatone e le altre dell’Immacolata e del Carmine di Nardò. Da una attestazione risulterebbe che ai piedi del campanile, nel 1460 vi fosse una cappella dedicata allo Spirito Santo, sita iuxta parochialem, nel cortile della chiesa di allora, oggi sostituito dal sagrato.

Copertino, chiesa collegiata, interno

All’interno la chiesa Matrice si presenta con una pianta basilicale a tre navate, un tempo sorrette e scandite da colonne rinascimentali, poi rivestite ed incassate negli attuali pilastri tardo-barocchi del XVIII secolo; entrando dall’ingresso principale sul primo pilastro a destra è possibile scorgere da una fessura, lasciata appositamente, tale stratificazione di stili architettonici.

Il vano absidale, pentagonale, realizzato nel 1576, è opera del Tarantino, lo stesso del campanile, e di Francesco Maria Dello Verde, suo concittadino.
La collegiata di Copertino fu radicalmente restaurata a partire dal 1707 per volontà del vescovo di Nardò, Antonio Sanfelice. Ciò causò l’inglobamento delle colonne romaniche interamente affrescate e dei relativi capitelli in poderosi pilastri; scomparve anche la volta a capriate, nascosta da un tetto decorato con stucchi in stile rococò; il tutto ad opera di valenti artigiani provenienti dall’area barese.

Copertino, chiesa collegiata, particolare del portone bronzeo

Nell’antico rituale religioso delle collegiate il luogo deputato per la recita dell’Ufficio, la partecipazione alla messa “conventuale” e le eventuali riunioni capitolari era il coro (o aula capitolare), posto dietro l’altare maggiore. Sulla parete frontale rispetto all’altare maggiore vi erano gli scranni riservati alle “dignità” del Capitolo, mentre gli altri posti venivano occupanti dai restanti. L’ordine superiore era  riservato ai sacerdoti mentre i cosiddetti “beneficiari minori” (chierici, accoliti, mansionari…) occupavano posto nell’ordine inferiore.
Il coro della Matrice è formato da stalli, intagliati in legno, attribuiti a Raffaele Monteanni, che lo realizzò nel 1793, per volontà testamentaria di Vito Nicola Saggese..

La zona del transetto sinistro è occupata da un altare settecentesco con la tela della “Gloria di San Giuseppe” (1754); sul lato destro si trova il magnifico altare, in pietra e indorato, eseguito nel 600, dal celebre scultore copertinese Antonio Donato Chiarello e dedicato alla Vergine della Neve, contenente, incastonato al centro un affresco di stile tardo-gotico, raffigurante Gesù Bambino e la Madonna, la quale è rappresentata mentre viene incoronata da due angeli.

Copertino, chiesa collegiata. Antonio Donato Chiarello, altare in pietra e indorato, eseguito nel 600

Nella stessa sezione di questo altare è raffigurato il Miracolo della Neve.
Si racconta che a metà del IV secolo d.C, ad agosto, in piena estate, una forte nevicata si abbattè su Roma. Fu così che papa Liberio tracciò un solco, tra la neve caduta, sul colle Esquilino, esattamente nel luogo nel quale poi sarebbe sorta la basilica di Santa Maria Maggiore, conosciuta anche tempio della Vergine della Neve. Dopo questo prodigioso miracolo il culto della Madonna della Neve si diffuse ampiamente ed in suo onore, nel Salento, oltre alla matrice di Copertino, furono edificate la cappella a Galugnano, la parrocchiale di Strudà ed una chiesetta a Neviano.

In una cappella nel transetto a destra è collocata una tela con la rappresentazione del Trionfo dell’Eucarestia, affiancata da delle tavole raffiguranti le effigie di San Pietro, San Paolo, San Zaccaria e San Gerolamo, dipinte dal copertinese Gianserio Strafella. Queste tavole, risalenti al 1554, probabilmente erano parti di un unico polittico di cui non esiste più la figura centrale.

Rinnovatore della pittura figurativa salentina della metà del ‘500, lo Strafella, fu enfaticamente definito dal medico leveranese Girolamo Marciano, “pittore nobilissimo, discepolo di Michelangelo, il quale non solamente si può eguagliare al suo maestro e a Raffaello da Urbino, ma agli antichi Apelle e Zèusi”.

Più veritiero, è invece il giudizio espresso nel 1882 dallo studioso leccese Cosimo de Giorgi, che lo riteneva ”uno dei pochi pittori veramente esimi di Terra d’Otranto”.
L’attività manierista dello Strafella, oltre che nei dipinti presenti nella matrice, è visibile negli affreschi della cappella di San Marco nel Castello di Copertino ed è rintracciabile in molti dei principali centri dell’epoca (Lecce, Nardò, Gallipoli) e conferma le capacità artistiche dell’artista copertinese e le chiare influenze desunte dai maestri del tempo.
Interessanti sono le decorazioni barocche degli altari delle cappelle laterali, posti nel 700, in sostituzione di quelli rinascimentali; tra essi, spiccano quelli dedicati a Sant’Anna, al Cristo morto, con l’altra celebre tela dello Strafella, al Crocefisso ed alla Visitazione.

La collegiata di Copertino è il tempio salentino, nel quale gli elementi architettonici di vario stile e di varie epoche si fondono tra di loro, rendendo questo monumento mariano un bene prezioso, pieno di fascino e di arte, tenuto da sempre in enorme considerazione dagli storici, per via anche del suo archivio storico plurisecolare.

Da secoli attrae l’attenzione di fedeli, turisti e studiosi, provenienti dall’Italia e da tutta Europa, e da oggi, con l’elevazione a Basilica Pontificia Minore, si spera possa mantenere indiscusso ed inalterato nel tempo questo suo splendore e possa essere motivo di vanto per tutta la comunità copertinese e salentina.

 

 

le foto sono di Marcello Gaballo. Vietata la riproduzione.

Fonti:
– Salento Mariano – Valerio Terragno – Rubrica de “L’Ora del Salento” del 5 settembre 2009
– Topografia Medievale: Copertino e Sternatia, Studio di due Borghi in Età Medievale – 2004/205 – I. Alemanno
– http://www.facebook.com/l/lAQD3R6ZgAQD-yXbRJoCH4QE5Xr-9Sw8mpqk5h-Pep_3Jkg/www.comune.copertino.le.it/

Minervino di Lecce. Fiera delle Messi 1/3 luglio

di Marcello Gaballo

Minervino, chiesa parrocchiale, abside con altare maggiore

Minervino di Lecce, circa 3800 abitanti, situato nel Salento orientale, nell’entroterra idruntino, comprende le frazioni di Cocumola e Specchia Gallone. Da qualche anno aderisce all’associazione Borghi Autentici d’Italia.

Si estende in gran parte sul bassopiano delle Serre di Poggiardo e di Giuggianello e risulta compreso tra gli 82 e i 127 metri sul livello el mare. Confina a nord con i comuni di Giurdignano e Giuggianello, a est con il comune di Uggiano la Chiesa, a sud con il comune di Santa Cesarea, a ovest con il comune di Poggiardo. Dista circa 40 km da Lecce.

I motivi per una visita sono svariati e non si resterà delusi dalla visita del suo grazioso centro storico con le numerose chiese e alcuni palazzi nobiliari. Una sufficiente scheda è consultabile su Wikipedia, ma ci piace riproporre una originale iscrizione posta sulla chiesetta di San Pietro,  sull’architrave del portale laterale, che così recita: “Comu lu lione et lo re della nimali cu si Menerbino et lo re de li casali. A.D.M.CCCCLXXIII”, tradotta in italiano: “Come il leone è il re degli animali così Minervino è il re dei casali. A.D.M.CCCCLXXIII”.

Basti questo a giustificare, pur con esaltazione del campanilismo da parte dell’anonimo autore, che la cittadina è stata sempre riferimento per i numerosi borghi vicini, che fino al 1650 erano ben 16, ognuno dei quali abitato dalle 50 alle 100 persone, dei quali il più importante quello detto “Borgo Minervino”.

Minervino, chiesa parrocchiale, particolare dell’abside e della copertura (ph Marcello Gaballo)

Aldilà dell’occasione dei festeggiamenti che hanno inizio da oggi, non si può non spendere qualche rigo per trattare dell’importante chiesa Matrice, che ebbi occasione di visitare un paio d’anni fa e che consiglio vivamente, per l’inedita architettura interna, che ne fa uno dei luoghi sacri più graziosi del Salento. Gli appassionati di architettura, specie di quella cinquecentesca, resteranno certamente soddisfatti, sebbene delusi dalla triste mutilazione praticata nel secolo scorso, dopo il Concilio, quando con i lavori di restauro furono rimossi l’antico organo, molti dei decori cinque-secenteschi e, particolarmente, l’altare maggiore. Fatto non insolito, purtroppo, essendo in quegli anni pratica comune liberarsi da orpelli e architetture che tanto sapevano di antico, per favorire un incalzante “moderno” che tante privazioni procurò alla storia dell’architettura, e non solo (messali, arredi sacri, corali, pontificali, battisteri, ecc.).

Minervino, chiesa parrocchiale, particolare dell’ingresso laterale con la statua del santo titolare (ph Marcello Gaballo)

La chiesa è dedicata a San Michele Arcangelo, la cui statua lapidea ancora si vede sul portale laterale. Un bel rosone ingentilisce la facciata in pietra leccese che ospita anche un grazioso ma comune portale su cui poggia un’ interessante trabeazione. Il tutto in pietra leccese, del 1573,  e si ritiene opera del leccese Gabriele Riccardi. Qualcuno, con cui mi trovo assolutamente in accordo, ritiene che vi sia stato anche l’intervento del neritino Giovan Maria Tarantino, del quale in più occasione ci siamo occupati, che nello stesso periodo stava lavorando alla chiesa di San Giovanni Elemosiniere a Morciano (1576).
Ma la bellezza è da cogliere nell’interno dell’edificio, che è a navata unica, con un transetto in cui si trovano i due originari altari, con coperture davvero particolari. Le eleganti decorazioni e arcate intervallate da lesene sulle pareti laterali, in molti punti incomplete o danneggiate, trovano la maggior compiutezza nell’abside della chiesa, sulla cui parete divisa in due piani sono allocate nicchie e colonne corinzie, anche queste notevolmente deturpate per essere state quelle inferiori di supporto ad un coro ligneo, fissato con chiodi in corrispondenza dei fusti e dei capitelli. La bellezza del presbiterio è accentuata dall’arco trionfale e dalle due cantorie.

Minervino, chiesa parrocchiale, il rosone della facciata (ph Marcello Gaballo)

Ma veniamo dunque al motivo per cui ci siamo impegnati ad accennare a Minervino. Dall’1 al 3 luglio nella cittadina si tiene la II edizione de “La Fiera delle Messi”, che si collega al particolare periodo dell’anno in cui nel Salento si miete il grano.

Il ricco programma è visionabile nel sito dell’associazione che organizza l’originale evento

http://www.associazionemenerbino.it/2011/06/27/fiera-delle-messi/

Si comincia Venerdì 1 luglio con un convegno e con la manifestazione in cui si rievoca l’antica e tradizionale trebbiatura, con sistemi e attrezzature che per ovvi motivi sono stati superati dalle moderne tecnologie. Gli agricoltori locali  faranno rivivere uno dei momenti più importanti della cultura contadina, effettuando la mietitura del grano.

Le piante del fondamentale cereale verranno tagliate e legate manualmente, ottenendosene dei fasci, noti in tutto il Salento come “mannucchi”, che poi verranno trasportati con traini e scialabbà (antichi carretti in legno con grandi ruote trainati da cavalli), per scaricarli sull’aia, su cui  avverrà la pisatura-battitura e la ientulatura, che consentirà di separare il grano dalle piante e dalle spighe.

Durante la manifestazione ci sarà la mostra mercato, con stands espositori dei prodotti tipici e agricoli e dei mestieri antichi di Minervino di Lecce e zone limitrofe e del Salento. Altri stands gastronomici consentiranno la degustazione di prodotti tipici, in un’atmosfera vivacizzata da coinvolgente musica tradizionale salentina.

Sabato si terrà la maratona cittadina, cui seguirà, alle 19:30, una dimostrazione della legatura dei mannucchi, che saranno poi soggetti alla trebbiatura, praticata per l’occasione con una trebbia d’epoca.

La Domenica in serata si ripeterà la dimostrazione, mentre al mattino avrà luogo la fiera.

Gli oltre quattrocento anni dell’Osanna di Nardò

di Marcello Gaballo

Furono certamente intraprendenti e di buon gusto i sindaci neritini che nei primissimi anni del XVII secolo vollero realizzare una espressione artistica ed architettonicamente originale come l’Osanna. Ancora oggi il monumento emerge nella sua bellezza stilistica all’inizio della “villa”, nell’ omonima piazza, un tempo subito fuori dalla cinta muraria.

 

Sia stata essa un capriccio umano, un elemento di arredo urbano oppure una eclettica testimonianza storica o ancora solamente un simbolo della fede del popolo neritino, certo è che  essa rimane un’opera davvero singolare, aldilà  delle intenzioni dei costruttori o dei committenti.

Ultimata nel 1603, l’ Osanna fu edificata su aere publico, ad Dei cultura, per interessamento dei sindaci di allora, Ottavio Teotino e Lupantonio Dimitri, rispettivamente sindaco dei nobili e del popolo, come ci è dato di leggere attorno al cornicione della cupola: HOC HOSANNA AD DEI CULTURA À FUNDAMENTIS AERE PUBLICO ERIGENDUM CURARUNT OCTAVIUS THEOTINUS ET LUPUS ANTONIUS DIMITRI SINDICI, 1603.

Il luogo dove sorge doveva già allora essere rinomato, trovandosi di fronte alla porta San Paolo o Lupiensis, che il neritino Angelo Spalletta aveva ricostruito circa quindici anni prima. Era il biglietto da visita della città per quanti giungevano da Lecce e la sua piazzetta doveva essere piuttosto animata per quanti vi si recavano ad attingere l’acqua o per gli acquisti: lì, come risulta dai documenti, vi erano perlomeno “la fontana” e la “beccaria di fore” (la macelleria fuori dalle mura).

Un altro edificio  dominava la piazzetta, l’antichissima chiesetta di S. Maria della Carità, oggi in deplorevole abbandono, che nel 1310 già versava i dovuti tributi ecclesiastici. Fungevano da sfondo le mura aragonesi della città con i suoi coevi torrioni circolari.

È possibile che il nostro monumento dovesse semplicemente riempire un vuoto e quindi essere stato inventato di sana pianta. Piuttosto credibile appare invece un’altra ipotesi, che  dovesse racchiudere al suo interno una preesistente colonna commemorativa, come tante altre possono osservarsi in varie cittadine del Salento ed anche lì poste all’ ingresso del paese.

Qualche Autore infatti ha felicemente ipotizzato che la colonna centrale del nostro monumento sia costituita da un’antica pietrafitta, cioè una delle antichissime stele votive erette dagli avi per le loro credenze votive, successivamente cristianizzata apponendo in cima il simbolo della Croce.
Di fatto le pietrefitte venivano issate su una piattaforma a gradinata, erano di un solo blocco di pietra leccese ed erano alte circa 3-4 metri.

Al di là delle ipotesi, la nostra costruzione  per la sua posizione strategica e struttura architettonica inusuale resta unica, risultando una delle più belle espressioni  del  “rinascimento” neritino, che in quel ventennio si manifesta con incredibile ripresa delle arti, delle lettere, dell’ architettura. Il benessere dei suoi baroni, la pinguedine dei suoi terreni, l’accresciuto numero di residenti e forestieri, la stanno rendendo infatti una tra le più interessanti città del Salento: ovunque vi sono cantieri e ogni convento, chiesa e palazzo viene ampliato ed abbellito.

La rinascita culturale e sociale fa nascere anche ottime maestranze, che da Nardò si attivano in ogni luogo di Terra d’Otranto. Sono gli anni di Giovan Maria Tarantino, degli Spalletta, dei Dello Verde, dei Bruno e di tanti altri abili mastri, tra i quali va senz’ altro ricercato l’artefice del nostro monumento.

Al suo valore storico si associa infine l’affetto dei neritini, che da sempre vi si attorniano la domenica delle Palme, per celebrare il rito della benedizione dei ramoscelli da parte delle autorità ecclesiastiche, in memoria dell’ ingresso trionfale di Cristo in Gerusalemme.

Riguardo l’ ingegnosa struttura ricordiamo solo che la sua cupola poggia su otto colonne, di cui le esterne congiunte tra loro mediante archetti plurilobati di epoca successiva. La base ottagonale fa pendant con l’omonima pianta della vicina chiesetta della Carità ed il binomio, non casuale, richiama ad usi e tradizioni assai importanti per la vita cittadina, tra i quali certamente  i festeggiamenti della prima settimana di agosto in occasione dell’ antichissima fiera dell’ Incoronata.

L’ ultimo restauro dell’Osanna risale al 1996, mentre l’ area antistante è stata completata nel 2001, riportando all’ integrità numerica i gradini su cui si erge il monumento, dei quali cinque erano rimasti coperti dagli innalzamenti del manto stradale. Con i lavori è stata rimossa la ringhiera di ferro degli anni ’40 che la circondava per proteggerla da danneggiamenti.

A distanza di  400 anni il monumento resta un gioiello, unico ed irripetibile, e come tale da conservare e da esibire con orgoglio, ma sarebbe stato opportuno commemorarlo e propagandarlo in maniera appropriata… perché lo merita!

La chiesa dei Battenti in Galatina

di Domenica Specchia  – foto di Oronzo Ferriero

Un recente restauro ha interessato la chiesetta dedicata alla Vergine della Misericordia di Galatina – comunemente nota come chiesa dei Battenti – poiché il tempo, gli agenti atmosferici e l’incuria dell’uomo l’avevano destinata, ingiustamente, all’oblio. Ubicata nella circoscrizione territoriale della Parrocchia di S. Caterina d’Alessandria dell’Archidiocesi di Otranto, tale struttura religiosa che, nei secoli, ha subito ampliamenti e rimaneggiamenti, fu sede del Pio Sodalizio dei Battenti come attestato nelle Visite Pastorali.

Tuttavia, risalire alla data precisa che vide operante questa confraternita sul feudo del casale di S. Pietro in Galatina risulta impervio poiché i primi documenti disponibili di questa “scuola” risalgono al Cinquecento e, peraltro, non consentono di definire l’anno della sua nascita. Di contro, possono essere di ausilio gli affreschi della monumentale chiesa di S. Caterina d’Alessandria.

Leggendo questo compendio da biblia pauperum si è catturati dalle diverse figure le quali, come acquisito da autorevoli studiosi, possono rappresentare, nello scenario, i possibili committenti dei cicli pittorici e gli autorevoli personaggi della vita sociale e religiosa galatinese del Quattrocento. Tra questi si osservano anche i seguaci dei Flagellanti, cioè coloro che tormentavano il proprio corpo, a sangue, con i battenti e che furono in loco i rappresentanti della relativa Confraternita.

Considerando ancora che gli affreschi della chiesa dedicata alla santa sinaitica furono eseguiti, come asserito dalla studiosa Matteucci, tra il 1419 ed il 1435, si presume che già a tale data la confraternita dei Battenti svolgesse, a livello locale, la sua missione, attestata poi dal 1567, nella chiesa dedicata alla Vergine della Misericordia.

Le due epigrafi:

Ianua constructa est christicolorum suffragiis prioratum gerente Francisco Imbino et Michino Papadia Pompeio Stasi oeconomi coeteris 9 Piis confratribus e Frater qui adiuvatur a fratre quasi civitas et uidicia quasi vectes confraternitatum 1579, incise sull’architrave dell’unico portale di accesso alla chiesa – acquisite ormai alla memoria storica della città – rivelano che questo tempietto della SS. Trinità o della Misericordia fu la sede del pio sodalizio laicale dei Battenti che, con le altre confraternite del tempo – Annunziata e S. Giovanni – arruolò la popolazione del Casale di S. Pietro in Galatina in spiritualibus.

Entrambe le epigrafi però tacciono il nome dell’artefice di questa piccola costruzione occupante il lato sinistro della viuzza Marcantonio Zimara che sbocca sull’attuale piazzetta Carlo Galluccio alla quale, la modesta struttura ecclesiale offre la glabra pagina muraria della fiancata destra, frammentata, nella monotona vista dell’intonaco, dall’unica sobria monofora.

L’asimmetrica architettura rimane caratterizzata, sul lato nord, da alcuni ambienti, a pian terreno, adibiti a sagrestia, voltati nella copertura, semplici e severi nell’essenzialità delle forme celate dallo stretto vicoletto, dove restano rinserrati ed occultati alla vista del comune passante. La facciata monofastigiata, prospiciente la strada, offre al visitatore, nella condizionata veduta laterale, membrature architettoniche sapientemente lavorate nella fulva e lionata pietra leccese. Sulla piatta e limpida cortina muraria risaltano le semplici e squadrate finestre gemelle dell’ordine superiore e le centinate nicchie di quello inferiore simmetriche, peraltro, nell’armoniosa epidermide compatta, rispetto al portale della chiesa sul cui asse, l’architrave della finestra centrale ostenta l’iscrizione: «Lodato sempre sia il nome di Gesu’ (sic) e di Maria (1601)» (?).

La concisa essenzialità ornamentale definisce lo pseudo protiro, qualificandolo, nei delfini – simbolo  di Terra d’Otranto – scolpiti sugli alti plinti. Su questi,  le due pseudocolonne corinzie si ergono con il fusto decorato, in basso, con motivi floreali al di là dei quali le scanalature confluiscono nelle foglie di acanto dei capitelli ornati da mascheroni antropomorfi, costituenti la base di dadi di tipologia brunelleschiana. Al centro dell’alta trabeazione, tra foglie intrecciate, Giona profeta, simbolo della morte e resurrezione di Cristo, domina lo spazio scultoreo che rimane chiuso, da una centina – ponderatamente ornata da teste di cherubini – entro la quale la figura centrale della Vergine della Misericordia accoglie benevolmente, nel suo manto aperto, dai lembi ricurvi  sostenuti da due putti, i confratelli sodali inginocchiati dinanzi a Lei.

Risalire al nome dell’artefice di questa apollinea pannellatura plastica è difficile; tuttavia, in difetto di documentazione probante e, confortati nell’analisi comparativa  dalla presenza di altra analoghe ornamentazioni come quelle del Duomo in Minervino (1573), del portale di S. Giovanni Elemosiniere a Morciano, di S. Domenico di Nardò, del chiostro del convento dei domenicani a Muro Leccese (1583), del portale di S. Chiara a Copertino (1585),  della Immacolata in Nardò (1580 o 1590), dell’Incoronata in Nardò (1599), del campanile di Copertino (1588-1603), della chiesa della Rosa in Nardò, della parrocchiale di Leverano (1603), di S. Angelo in Tricase, di S. Caterina Novella (oggi S. Biagio) in Galatina, possiamo avanzare l’ipotesi  di vedere riflesso, in questo artifizio plastico, la maniera neretina di Giovan Maria Tarantino, operoso tra il 1576 ed il 1624.

Galatina, chiesa dei Battenti, particolare (ph O. Ferriero)

Nella lunga elencazione delle opere da lui realizzate, probabilmente, può annoverarsi anche la facciata della chiesa galatinese che, a nostro avviso, potrebbe essere stata realizzata dopo la chiesa di S. Giovanni Elemosiniere a Morciano e prima delle chiese dell’Immacolata e di S. Domenico a Nardò.

La trentennale attività svolta dal Tarantino nel basso Salento per la committenza religiosa, pubblica e privata è fondamentale al fine di comprendere il suo modus operandi che, peraltro, risulterebbe vicino a quello dell’architetto leccese Gabriele Riccardi.

Il ritmo plastico-geometrico delle strutture progettate da questi protagonisti dell’arte salentina  locale costituisce il comune denominatore riscontrabile nelle absidi di alcuni edifici religiosi e rimane un gioco architettonico di superfici curve e rette qualificante le diverse soluzioni progettuali riscontrate in non poche chiese a firma dell’uno o dell’altro architetto in discorso.

La fierezza del prospetto prosegue, senza scarti, all’interno dove, la grande aula, consta di due spazi: uno, riservato ai fedeli e l’altro, destinato al clero. Una ringhiera in ghisa segna il limite tra le due zone, sottolineate, peraltro, dai differenti livelli del piano pavimentale. Lo spazio, dove i fedeli si raccolgono in preghiera, rimane caratterizzato, sulla parete sinistra, dall’ambone, in asse con una delle due finestre che illuminano il vano trapezoidale trasformato poi in rettangolare, per la costruzione della cantoria, in corrispondenza della controffacciata dove, peraltro, rimane allogato l’organo. Le nude pareti segnate, nella parte alta, a circa 240 cm dal pavimento, da una cornice di stucco, che corre  lungo tutto il perimetro della chiesa fino al presbiterio, risultano impreziosite da tele incorniciate entro modanature dalle sinuose forme protobarocche. La zona absidale, semi esagonale, rimaneggiata nel XVII secolo – come documentano le Sante Visite – rimane definita da un grandioso arco a tutto sesto decorato con motivi floreali, con angeli dorati, razionalmente disposti e qualificata dall’epigrafe: Pura pudica pia miseris miserere Maria.

Galatina, particolare della chiesa dei Battenti (ph O. Ferriero)

Anche in questa chiesa galatinese è evidente la lezione riccardesca che il Tarantino probabilmente ricevette dall’anziano architetto leccese durante la messa in opera del Duomo di Minervino, nel 1573. D’altronde, il repertorio dell’architetto neretino fu il risultato di una ricerca continua nell’humus della ricca e peculiare tradizione artistica salentina. Al centro della zona absidale, al di sopra dell’altare maggiore, un tempietto, in stile classico, destinato a contenere la statua lignea della Vergine in preghiera, rimane definito da più piani aggettanti e da due colonnine corinzie in asse con le quali, al secondo piano, due lesene lignee dorate, dello stesso ordine e con motivi floreali, inquadrano una tela, in asse con la sottostante statua della Vergine della Misericordia.

Altri due altari, antistanti la zona presbiteriale, completano questo piccolo spazio religioso: a sinistra, quello della SS. Trinità con la relativa tela, d’impostazione masaccesca, presenta in basso, ad ulteriore conferma del significato iconologico che nell’insieme comunica, un triangolo equilatero alludente a Dio, Uno e Trino, ed alla perfezione assoluta.

Questo altare, donato dai Confratres D. aem ae Miser. Un iubileum 1633, officiato dagli affiliati all’omonimo pio sodalizio laicale, fu restaurato sotto il priorato di Didaco Tanza. A destra la tela, che correda la mensa dedicata al SS. Crocifisso, rappresenta Maria e S. Giovanni, in piedi; ai  lati della croce, in basso, i simboli della passione di Gesù; in alto, angeli che completano la struttura compositiva dell’opera le cui linee – forza, verticali, accompagnano l’occhio del fruitore verso l’alto, inducendolo ad estraniarsi momentaneamente dalla realtà ed a proiettarsi lentamente in una dimensione soprannaturale. In questo sacro vano le quattro grandi tele della Natività, Adorazione dei Magi, Purificazione di Maria con la presentazione di Gesù al tempio, Disputa tra i dottori e quelle relative alla vita mariana Presentazione di Maria, Lo sposalizio della Vergine, Presentazione di Gesù, Assunzione in cielo, Annunciazione, Immacolata, che arricchiscono le pareti laterali, invitano il fedele al raccoglimento e alla preghiera.

La trascendenza dalla realtà si concretizza quando l’occhio del fruitore si ferma a contemplare il dipinto del contro soffitto che, in un grande ovale, presenta La Vergine in gloria e Santi, virtuosismo pittorico del famoso decoratore latianese, Agesilao Flora (1863-1952) realizzato nel 1897. Nello spazio aperto del cielo le numerose figure di serafini si muovono intorno alla Vergine seduta su un ammasso di nuvole mentre un angelo incensa il singolare evento. L’ardito scorcio prospettico della balaustra a giorno, dove Santi inneggiano lodi alla Vergine, contribuisce al prolungamento dello spazio fisico. Le architetture ed i corpi si rarefanno progressivamente assumendo via via una consistenza materica non dissimile da quella delle nuvole. La luce assoluta e radiante determina un effetto suggestivo che sollecita l’ammirazione del fedele  verso la volontà divina che compie il miracolo.

Nella trepida attesa della riapertura ufficiale alla collettività forsan et haec meminisse juvabit poiché la chiesa dei Battenti rimane, per la città di Galatina, una delle opere più interessanti tra quelle protobarocche presenti sul territorio salentino fondamentale per ricostruire la trama della sua storia nella quale i cittadini, a tutt’oggi, si riconoscono e si identificano.

pubblicato integralmente su Spicilegia Sallentina n°5.

Nardò. La chiesa dell’Immacolata e la dimora dei francescani conventuali

 

 

di Marcello Gaballo

Nel 1271 i francescani di Nardò avevano avuto in dono dal re Carlo I d’ Angiò, tramite il suo parente Filippo de Toucy, reggente della città, l’ antico e rovinato castello (castrum temporum & bellorum iniuria destructum), ubicato nel punto più alto della città, per farne un loro convento[1].

Il complesso è nelle vicinanze della cattedrale neritina, identificabile con l’attuale palazzo Castaldo, già Del Prete-Giannelli, a ridosso della chiesa dell’ Immacolata e dell’ Ufficio Postale.

Da quell’anno e per i tre secoli successivi le notizie sull’ordine minoritico in città e sulla loro chiesa sono assai frammentarie. Recenti rinvenimenti di rogiti notarili cinquecenteschi hanno chiarito aspetti sino a qualche decennio fa del tutto oscuri.

La nostra chiesa da svariati Autori è stata sempre attribuita al celebre Giovanni Maria Tarantino, lo stesso delle chiese neritine dell’ Incoronata, S. Domenico e S. Maria della Rosa.

Poco noti sono invece gli interventi di altri fabricatores experti neritini, altrettanto abili, che sul finire del 500 dettero a Nardò l’impronta che in parte ancora possiamo vedere e che ci sembrano meritevoli di accurato studio, in ciò confortati dalla scoperta dei documenti nell’ Archivio di Stato di Lecce, che ci consentono di collocarli, al pari del più noto Tarantino, fra i grandi della storia dell’architettura salentina del XVI-XVII secolo.

Angelo e suo figlio Vincenzo Spalletta, Tommaso Riccio, Donato, Marco Antonio ed Allegranzio Bruno, Francesco delle Verde, sono tra quelli che prestarono la loro opera per realizzare il complesso di cui scriviamo, oltre al menzionato Tarantino, che però in questo caso si limitò a ricostruire il solo chiostro (ancora esistente e adiacente la chiesa, non visitabile).

particolare dell’ingresso con la statua dell’Immacolata

È doveroso riconoscere al prof. Giovanni Cosi il merito di aver dato per primo alla luce alcuni dei capitolati di appalto per la costruzione del nostro complesso, realizzato in più riprese in circa 20 anni, a partire dal 1577.

Altri contributi sono stati pubblicati negli scorsi anni dagli architetti Mario Cazzato, Laura Floro, Giancarlo De Pascalis,  contribuendo così a delineare, con gli ultimi miei rinvenimenti, una microstoria che oggi possiamo ritenere pressocchè definita.

Occorreranno certamente altri studi ed approfondimenti, che si auspicano numerosi, per riscrivere pagine di storia della nostra città, fra le più operose di Terra d’ Otranto, almeno nei tempi passati e, lo speriamo, nel futuro.

Il primo atto notarile sul convento è del 1577, quando i frati danno incarico ai mastri Donato e Allegranzio Bruno, Tommaso Riccio e Angelo Spalletta, affinché realizzino parte della chiesa di S. Francesco (che fu dedicata all’ Immacolata solo nel XIX secolo!).

L’ anno successivo, 1578, dei predetti si ritrovano esecutori dei lavori soltanto Angelo Spalletta e Tommaso Riccio, i quali tutta predetta frabica fino al presente giorno l’ hanno fatta tutti dui essi mastro Jo. Thomasi et mastro Angelo. Ma, per motivi non dichiarati, dopo qualche mese, viene sciolta la società e si conviene con concordia et transazione, che esso m.tro Jo. Thomasi cede et renuntia come già hoggi avanti di noi cede et renuntia a detto m.tro Angelo presente la p.tta frabica di detta ecclesia di S. Francesco.

particolare della facciata

Probabilmente c’è un fermo dei lavori a causa della mancanza di fondi e solo il 15 giugno 1587, con atto del notaio Tollemeto, viene stipulata una convenzione tra i frati, rappresentati dal guardiano Donato Tabba e dal vicario Angelo Assanti, ed Angelo Spalletta. Quest’ultimo, con i mastri Allegranzio Bruno, Giovanni Maria Tarantino, Giovanni Tommaso Riccio e Giovan Francesco delle Verde, realizzerà quattro claustri (super fabrica facienda quator claustrorum). Più in dettaglio il rogito riporta:

I detti mastri siano obligati scarrare à loro dispese lo claustro fatto vecchio, cortina de la cisterna et quanto sarà di bisogno, per la quale scarratura, succedendo rovina al convento, sia à danno et interesse di detti mastri, et la terra de la scarratura et cavatuira di pedamenta detti mastri siano anche obligati portarla fora al giardino di detto convento a loro spese;

item detti mastri saranno anche obligati fare detti claustri con cinque arcate per claustro à colonne con vintiquattro lamie di spicolo;

item saranno anche obligati detti mastri fare di novo la porta di battere di detto convento di carparo bastonata, con una loggia à lamia di palmi sidici di larghezza e vinti longa.

Mentre i frati provvederanno alla calce – continua l’atto – ai mastri spetterà fornire le pietre, che nel caso delle terrazze, capitelli e cornici delle colonne saranno della tagliata di Santo Georgio. Le pietre della facciata  della chiesa del convento et li pezzi delle colonne siano di la tagliata di Pergolati (Pergoleto, Galatone), de la petra forte et negra.

La somma pattuita è di 400 ducati, di cui 20 dati come acconto[2].

Ma anche questa volta il contratto fu sciolto, per cause imprecisate, perchè l’anno dopo, a proseguire e completare i lavori si ritrova ancora Angelo Spalletta, consociato però con il congiunto Vincenzo, oltre a Sansone ed Ercole Pugliese, magistri fabricatores dicte civitatis Neritoni.

Nella convenzione si stabilisce che essi realizzeranno per la fabricam faciendam in aedificandis et construendis: crocera, cubula (cupola), sacrario (sacrestia) et campanile in ecclesia conventus[i][3]. Il capitolato, alquanto articolato e assai interessante, lo riporto in successivo contributo.

Due cartigli sulla facciata riportano a sinistra le cifre “S.T.” e a destra “S.B.”; si potrebbe ipotizzare che queste siano le firme dei mastri realizzatori (Spalletta-Tarantino; Spalletta Bruno?). Al centro ancora un cartiglio sembra riporti 1580 o forse 1589, più consono con le vicende della fabbrica, come è riportato nei documenti che si allegano.

particolare del coronamento superiore. A destra il cartiglio con le cifre “S B”

Nel 1598 ancora un contratto (che si allega nell’altro post) documenta lavori da ultimarsi: il campanile, la sacrestia, parte delle volte. Sulla conduzione del convento e sulle vicende architettoniche successive si conosce ben poco. Nel 1783 comunque dimoravano in esso undici Minori Conventuali: sei sacerdoti e cinque conversi.

Nel primo decennio del XIX secolo, a causa della soppressione di molti ordini, il nostro fu requisito dal governo e venduto a Marcello Giannelli, che ne fece la propria abitazione.

La chiesa rimase chiusa ed abbandonata, riducendosi in pessime condizioni statiche. A causa del crollo della tettoia, il vescovo Luigi Vetta, verso il 1850, fece realizzare la volta in muratura e la risistemò dedicandola alla Vergine Immacolata, gestita dalla confraternita omonima.

L’attuale chiesa, pesantemente riammodernata sotto il rettorato di Aldo Garzia, poi vescovo, risulta alta ed ampia, di forma rettangolare, con sette altari, il maggiore, tre a destra e tre a sinistra, collocati sotto arcate o cappellette.

Del primitivo altare maggiore, maestoso e in marmi policromi, poi barbaramente scomposto in più parti negli anni 70 del secolo scorso, sopravvivono due colonne con capitelli. Su una di esse, che sostiene il Vangelo, è scolpito lo stemma della famiglia Personè, probabile finanziatrice dell’opera. La balaustra, anch’essa rimossa e scomposta, è conservata nella sacrestia; niente sopravvive del pergamo e del coro ligneo dei frati, collocato un tempo dietro l’altare maggiore.

Entrati nel sacro edificio il primo altare di destra (della metà del Settecento)è dedicato a S. Giuseppe da Copertino, con una tela del titolare. Nella chiesa il santo ebbe un’estasi durante le Quarantore del SS.mo Sacramento, elevandosi sino all’altezza dell’ostensorio contenente l’Eucaristia e, nonostante le numerose candele accese, sostò tra le stesse in adorazione per qualche tempo[4]. L’ovale in alto riproduce la Visita della Madonna a S. Elisabetta.

Il secondo altare in origine era dedicato alla Presentazione di Maria al Tempio,  la cui tela fu sostituita da un quadro in cartapesta a rilievo, coperto da vetro, raffigurante Santa Rita da Cascia[5].

Era privilegiato e in alto ospitava il dipinto di San Giovanni da Capestrano.

secondo altare del lato destro

Il terzo altare era dedicato all’Assunzione di Maria, raffigurata nella tela; l’altro dipinto raffigura S. Biagio, commissionato dai baroni Sambiasi, che qui avevano diritto di sepoltura, come confermano l’epigrafe e lo stemma posti ai lati dell’altare.

Sul lato sinistro il primo altare, anche questo settecentesco, era dedicato alla Purificazione di Maria, come conferma la tela in alto. Un secondo dipinto si ritiene raffiguri il protettore cittadino, S. Gregorio Armeno; in verità sarei più del parere che si tratti di Simeone. Lo stemma del Vescovo Carafa conferma la datazione più tarda rispetto agli altri altari.

Il secondo era dedicato all’Annunciazione, con la relativa tela e l’altra sulla cimasa raffigurante la Maddalena.

secondo altare del lato sinistro

L’ultimo ospita una tela con la Natività di Maria Vergine e in alto una mediocre, più piccola, raffigurante S. Giovanni Battista, forse in sostituzione di una precedente.

Rilevanti nella chiesa la grande tela con l’immagine dell’Immacolata posta frontalmente, sul presbiterio: l’artistico organo seicentesco, collocato su apposito palchetto a ridosso della controfacciata; l’interessante e molto bella statua lignea della Vergine, precariamente collocata a destra del presbiterio.

 
 
 
cantoria con organo

Per approfondire:

Coco Primaldo, I Francescani nel Salento, Lecce 1916.

Perrone Fr. Benigno, I conventi della Serafica Riforma di S.Nicolò in Puglia (1590-1835), voll.3, Galatina 1981.

Perrone Fr. Benigno, Neofeudalesimo e civiche Università in Terra d’Otranto, voll. 2, Galatina 1980.

Tafuri Giovanbernardino, Dell’ origine, sito e antichità della città di Nardò, in “Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio.Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò”, in A. Calogerà, Raccolta di opuscoli scientifici e filologici, t. XI, Venezia 1735.

Vetere Benedetto (a cura di), Città e monastero – i segni urbani di Nardò (secc. XI-XV), Galatina 1986.

particolare dell’altare privilegiato

[1] Wadding Luca, Annales Minorum in quibus res omnes Trium Ordinum a S. Francisco iustitutorum ex fide ponderosius…, II e VIII, 1647: nel 1271 …Neritoni in regno Neapolitano Carolus Andegauensis huius nominis primum utriusque Siciliae Rex concessit in habitaculum Fratibus extruendum regium castrum temporum & bellorum iniuria destructum. Donationis instrumentum ipso rege praesente factum, apparet in vetusta membrana. Recensetur hic conventus sub Provincia S. Nicolai, & custodia Brundisina Patrum Conventualium.

[2] Per questo ed altri lavori del convento v. pure G. COSI, Il notaio e la pandetta, Microstoria salentina attraverso gli atti notarili (secc. XVI-XVII), a c. di M. Cazzato, Galatina 1992, pp. 72,75.

[3] Rimando al mio articolo La chiesa dell’Immacolata e il convento dei Francescani, identificati gli autori del complesso cinquecentesco, in “Portadimare”, dic. 1998, p. 3; L. Floro, La cinquecentesca chiesa di S.M. Immacolata, in “La Voce del Sud”, 22/11/1997; G. COSI, Spigolature su Nardò. Come venne su la chiesa di S. Francesco, in “Voce del Sud”, Lecce 14/11/1981; G. COSI, Spigolature su Nardò. Giovanni Maria Tarantino e il convento di S. Francesco, in “Voce del Sud”, Lecce 6/3/1982.

[4] E. Mazzarella, Nardò Sacra.

[5] Nel 1952 nella chiesa è stata istituita la Pia Unione di S. Rita da Cascia, che ancora attende alla cura ed al decoro del sacro luogo, alle funzioni liturgiche ed alla  diffusione del culto e delle virtù della Santa.


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