Diego Tafuro da Lequile (XVII secolo): un frate fra santi, prìncipi e parole (1/3).

di Armando Polito

Alla fine saranno chiare, almeno lo spero, le motivazioni che mi hanno indotto alla composizione del titolo di questo post in cui non ho fatto mancare nulla, nemmeno l’accento su prìncipi. Tuttavia è proprio dalle parole che voglio iniziare, e lo faccio con la massima latina attribuita a Catone il censore (III-II secolo a. C.) rem tene, verba sequentur (conosci l’argomento, le parole seguiranno!). A distanza di più di un secolo Cicerone esprimerà un concetto analogo (De oratore, III, 125): Rerum enim copia verborum copiam gignit (infatti la ricchezza degli argomenti genera quella delle parole). Pur essendo un nemico dichiarato dell’ipse dixit, questa volta, dopo le perplessità di natura pratica, non ideale,  espresse in un altro post sull’altra massima ciceroniana relativa alla storia maestra di vita (una volta tanto non riporto il link; chi ha interesse sfrutti il motore interno di ricerca), debbo dire che io non sto né con Catone né con Cicerone ma con l’ipse, che, poi, è il più vecchio. Il suo pensiero sull’argomento (Retorica, III, 1) si può sintetizzare così: la conoscenza dell’argomento dev’essere supportato dall’abilità nell’esporlo; in altri termini: la parlantina, la dialettica, l’arguzia sono elementi fondamentali per esaltare la propria conoscenza di un argomento e renderne partecipi gli altri, prima di convincerli …. L’ideale sarebbe possedere l’una (conoscenza) e l’altra (abilità espositiva), ma non sempre è così, anzi, quasi mai e in questi casi la forma asfalta (per usare un termine di moda in questi ultimi tempi) la sostanza. Basti pensare all’esito dei recenti duelli tra costituzionalisti di chiara fama e politici rampanti che riescono, con un semplice gioco di parola, ad essere anche arrapanti nei confronti di una popolazione avviata da tempo sulla strada che porta all’ignoranza totale. Lo stesso vale per certi autori dalla produzione sterminata, autori di ogni tempo, dei quali propiro il tempo è stato sempre (e lo stesso vale per gli incantatori di folle) il giudice inesorabile. Era indispensabile che io facessi questa breve premessa perché fosse progressivamente più nitida la conoscenza che oggi faremo insieme del frate del titolo.

Biografia ed opere

Il primo passo nell’approccio ad un autore consiste nel fornire essenziali note biografiche e, per chi ha interessi e capacità di pura divulgazione, compilare una scheda con un adeguato copia-incolla dai testi più disparati, si spera affidabili. Nel nostro caso vano sarebbe cercare notizie sul nostro nelle opere di prima, fondamentale consultazione in casi del genere: nulla di nulla si trova in Domenico De Angelis (Le vite de’ letterati salentini (parte prima, s. n. Firenze, 1710; parte seconda, Raillard, Napoli, 1713)  né in Giovanni Bernardino Tafuri (Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli , Mosca, Napoli, 1744-1770) né nei 15 volumi della Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, usciti per i tipi di Gervasi a Napoli dal 1814 al 1830.

Al momento, a quanto ne so, la biografia più completa di Diego Tafuro è quella di Giambattista Lezzi. Fa parte, insieme con altre vite di letterati salentini, del manoscritto autografo  ms D/5 custodito nella Biblioteca pubblica arcivescovile Annibale De Leo a Brindisi. Chiunque può avere informazioni sul documento all’indirizzo http://www.europeana.eu/portal/it/record/2048088/CNMD0000209711.html?q=giambattista+lezzi

e leggerlo nella versione digitale all’indirizzo http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?teca=&id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ACNMD0000209711.html?q=giambattista+lezzi.

Sul Lezzi ed il De Leo segnalo: http://emeroteca.provincia.brindisi.it/Brundisii%20Res/1971/Articoli/Giovanni%20Battista%20Lezzi%20Primo%20Bibliotecario%20della%20De%20Leo%20e%20Biografo%20Salentino.pdf.

Nel manoscritto la biografia del nostro va da p. 507 a p. 510. Ogni pagina comprende due colonne di scrittura, una di pugno del Lezzi (all’epoca bibliotecario della biblioteca arcivescovile), l’altra con le integrazioni di pugno del De Leo (fondatore della biblioteca che porta il suo nome). Dal link prima segnalato riproduco le pagine che ci interessano facendo seguire volta per volta ad ogni pagina originale la mia trascrizione, occasione che ho sfruttato per aggiungere qualche nota.

p. 507

p. 508

p. 509

p. 510

(CONTINUA)

Per la seconda parte:

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/11/30/diego-tafuro-lequile-xvii-secolo-un-frate-fra-santi-principi-parole-33/ 

NAUNA: sulla bontà dell’iscrizione ho qualche dubbio, su quella del vino nessuno

di Armando Polito

Nulla sapremmo dell’iscrizione, comunque andata perduta, se non ce ne avesse lasciato traccia Girolamo Marciano (Leverano, 1571-Leverano 1628) nella sua opera pubblicata postuma nel 1855.

Come si legge nel frontespizio, l’opera reca le aggiunte di Domenico Tommaso Albanese (Oria, 1638-Oria, 1685), ma credo, nonostante tali aggiunte formino un tutt’uno col testo originale e sia, perciò pressoché impossibile distinguere il contributo cronologicamente successivo, che tutto ciò che riguarda la nostra iscrizione sia da attribuire al Marciano anche per la maggiore vicinanza geografica di Leverano a Nardò rispetto ad Oria.

Di seguito il testo relativo tratto dalla parte dedicata a Nardò.

 

Il Marciano parla di due tavole di rame e dalla disposizione grafica del testo si direbbe che la prima ne contenesse uno enormemente più lungo. Per ora non procedo alla traduzione ed al commento, anche perché non posso passare sotto silenzio coloro che in varie epoche, dopo il Marciano, di questa iscrizione si sono occupati. Seguirò l’ordine cronologico.

il primo è una vecchia conoscenza di chi si occupa della storia di Nardò, vale a dire Pietro Pollidori (Fossacesia, 1687-Roma, 1748), al quale più di uno in tempi recenti ha rimproverato di aver prostituito il suo talento di storico nella confezione di documenti falsi allo scopo di dare prestigio alle memorie del luogo in cui volta per volta esercitava il suo servizio, in parole povere per assecondare, in modo certo non disinteressato, un deviato (e nefasto per la verità e per la storia) senso dell’orgoglio campanilistico. E tutto questo pure a Nardò, ai tempi di Giovanni Bernardino Tafuri (1695-1760) e del vescovo Antonio Sanfelice (1707-1736).

Suo è un ampio scritto pubblicato nel tomo VII della Raccolta di opuscoli filosofici e filologici a cura di Angelo Calogerà, Zane, Venezia, 1732, pp. 410-496, recante il titolo Expositio veteris tabellae aereae, qua M. Salvius Valerius vir splendidus emporii Naunani patronus decernitur (Saggio sull’antica tavola di rame nella quale si legge Marco Salvio Valerio uomo splendido patrono della piazza commerciale di Nauna). Il saggio è preceduto da una lettera dedicatoria indirizzata all’arcivescovo Carlo Majello recante la data del 13 marzo 1725, che si conclude con l’augurio di un riscontro critico, che, a quanto ne so, non seguì, nel senso  che non ci è rimasto nessun documento in cui il Majello sembri accettare in toto o parzialmente, oppure respingere le argomentazioni del Pollidori.

L’ideale sarebbe stato riportare l’intero saggio, mentre il taglio divulgativo di questo post avrebbe reso sufficiente riportare in sintesi il pensiero del Pollidori. Ho scelto, invece, una strada intermedia perché ritengo che anche i non addetti ai lavori abbiano il diritto di conoscere le fonti originali e non solo la loro interpretazione. Riporterò, perciò, i passi più salienti con la mia traduzione a fronte e qualche nota esplicativa in calce.

 

ll saggio del Pollidori, dunque, non è il frutto di un esame autoptico ma solo uno studio della trascrizione che, secondo lui, presenta prerogative di maggiore fedeltà. A proposito di questa iscrizione si legge che essa risultava già perduta ai tempi del Mommsen (1817-1903). A questo punto tale perdita va retrodatata con certezza al  1725 e, viste le superfetazioni di cui s’è detto a proposito della trascrizione del testo, non è da escludersi che la data della sua scomparsa sia da retrodatare ancora. Rimane plausibile che la trascrizione del Marciano sia autoptica (quando essa venne rinvenuta, nel 1595, l’umanista di Leverano aveva 24 anni),

Dopo l’introduzione che abbiamo visto il Pollidori esamina il testo dell’iscrizione linea per linea, commentandone ciascuna prima di passare alla successiva. Di specifico interesse è la nota alle locuzioni EMPURII NAUNAE  (dell’emporio di Nauna) e, più avanti EMPURII NAUNITANI (dell’emporiio naunitano) perché, essendo stata l’epigrafe rinvenuta a Nardò,  si è pensato che Nauna fosse il nome del porto di Nardò e nel tempo  la si è identificata, giocoforza, con questo o quel punto della lunga costa ricadente nel territorio di Nardò, tenendo conto della presenza o meno di reperti archeologici che giustificassero, oltretutto, la funzione commerciale, per la verità già quasi scontata, direi, a meno che non si tratti di una base militare, per qualsiasi porto. Così, a parte Giovanni Alessio (Problemi di toponomastica pugliese, Cressati, Taranto,1955) che considerò Nauna, connesso con la stessa radice del greco ναῦς (leggi vaus)=nave,  come il nome messapico di Anxa, l’antico nome di Gallipoli, l’identificazione proposta ha riguardato, volta per volta, con riproposizione in qualche caso dello stesso toponimo con motivazioni più o meno diverse, le località che qui indico così come si presentano al visitatore spostandosi da Nardò fino a Porto Cesareo (che ora è un comune autonomo): S. Maria al Bagno, Frascone, S. Isidoro, Scalo di Furno). Per gli autori dell’attribuzione vedi alla fine la bibliografia.

Sorprende non poco, però, che, a quanto ne so,  nessuno di coloro che si sono occupati dell’iscrizione e di Nauna (a parte il Mommsen, ma en passant, come vedremo) hanno avuto la delicatezza di citare il Pollidori (nonostante abbia anticipato, in modo filologicamente impeccabile, molte osservazioni successive; ma tant’è, basta qualche peccatuccio perché non ti si dia retta nemmeno quando hai ragione …) sul toponimo così scrive (pp. 428-438):

 

Com’è noto, nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle scienze veniva istituito un comitato, guidato da Theodor Mommsen, con il compito di creare una collezione organizzata di tutte le iscrizioni latine pubblicate in passato dagli eruditi in ordine sparso. Nasceva così il C. I. L. (Corpus Inscriptionum Latinarum). Il primo volume uscì nel 1863 e mentre il Mommsen era in vita altri quattordici. La nostra fu pubblicata nel volume IX nel 1883. Di seguito il frontespizio e la relativa scheda, con il testo nella lettura del Mommsen che ancora è quella ufficiale (e resterà tale, credo, in eterno, a meno che non salti fuori all’improvviso, magari da qualche museo straniero …, l’originale).

 

Mi soffermo solo, prima di passare, finalmente, alla traduzione del testo dell’epigrafe su un solo dettaglio descrittivo che la dice lunga sull’acribia che è destinata sempre a subire duri colpi quando manca l’esame autoptico o esso, come nel nostro caso, era ed è ormai impossibile.

Il Mommsen scrive: tabula fastigiata cum foraminibus quattuor pingitur apud Marcianum (scr.) [viene descritta come una tabella terminante a punta con quattro fori [mano] scritto. Sfido chiunque a trovare conferma nel testo, che ho riportato all’inizio, del Morciano.

(Sotto i consoli Antonio Marcellino e Petronio Probino il 6 maggio, mentre il popolo dell’emporio di Nauna chiedeva per acclamazione che dovesse essere offerta a dio una tavola di bronzo incisa del patronato a Marco Sal() Valerio uomo splendido cui già da tempo secondo la voce e la volontà del medesimo popolo è stato offerto l’onore del patronato. Ciò che avvenisse di questa cosa, così della stessa cosa decisero avendo già da tempo il popolo devoto offerto pubblicamente l’onore del patronato a quel Marco Sal()= Valerio i cui immensi benefici offrì non soltanto ai cittadini del municipio ma in verità anche a noi stessi avendo sempre amato anche il nostro emporio così che, dovunque esercitò il potere, ci garantì sicuri e difesi. Per questo è necessario ricompensarlo; e così piace a tutto il popolo dell’emporio di Nauna che sia opportuno dovergli offrire una tavola di bronzo incisa affinché accetti con animo ben disposto quel che gli è stato offerto degnamente in onore dal devotissimo popolo del nostro emporio. Su decreto di Caio Giulio Secondo, del pretore Caio Id() Memio, Caio Ge(= Afrodisio, Caio Pro() degli altri)

Non meno vanti di sorta, ma, a quanto ne so, questa mia è la prima traduzione integrale dell’iscrizione. Lo stesso commento del Pollidori, d’altra parte, riguarda solo i nessi più significativi di ciascuna linea. Probabilmente chi ha tentato l’impresa si è lasciato scoraggiare dalla lezione del Mommsen che, per quanto autorevole, pone più di un problema di ordine grammaticale, D’altra parte sarebbe bastato tener conto di alcune varianti registrate dallo stesso studioso tedesco in calce al testo. Tra l’altro non sono neppure molte, anzi sono soltanto due: onor per onorem e oblatus per oblatum.

Prima che il lettore resti ubriacato da schede, citazioni, immagini, traduzioni, varianti, congetture e simili, è tempo che io riservi la sua residua sobrietà alla bottiglia di vino NAUNA che all’inizio campeggia accanto alle tavole di bronzo (naturalmente, fittizie). A questo punto qualcuno mi rinfaccerà l’intento pubblicitario del post. Ebbene, sì, lo confesso. tra me e il titolare dalla cantina neretina che lo produce è stato stipulato appena l’altro ieri in località Masserei (praticamente in casa mia …), alla presenza del notaio Se fossi fesso, ti direi chi sono (non esiste cognome più lungo e, come se non bastasse, fornito pure di virgola) un contratto che prevede a mio favore la fornitura gratuita di tale vino vita natural durante nella quantità di una bottiglia al giorno (la penale per la mancata osservanza prevede un risarcimento di tre bottiglie per ognuna non consegnata o, in alternativa, una somma pari al decuplo del prezzo corrente (che non è certo, e, onestamente, non può essere, popolare).

Anche se per ogni giorno che mi resta, appena sveglio, sarò costretto a toccarmi, mi piace pensare che il titolare, invece, per qualche tempo non si toccherà, ma si morderà le mani con cui ha firmato quel contratto, pensando che gli sarebbe costato molto meno, indipendentemente dal rispetto dei patti, rivolgersi alla migliore agenzia pubblicitaria …

Un’ultima riflessione: Nauna si legge Naùna oppure Nàuna? – Ecco il solito maniaco erudito da strapazzo; questa questione dell’accento fa il paio con “il Brexit o la Brexit?” per il quale, addirittura è stato scomodato un referendum tra i lettori (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/04/anchio-indetto-un-referendum/) – potrebbe osservare qualcuno dei pochi lettori, forse, arrivati fin qui. Nel fare presente che il referendum scade alle ore 24 di domenica 10 c. m., che non indirò un’altra consultazione, che respingo l’erudito (con i tempi che corrono è un’offesa) ma accetto, in un sussulto d’insolita umiltà il da strapazzo …), che nella ricostruzione della verità non solo storica ogni dettaglio formale (anche una virgola, un articolo, un accento) è prezioso, dico solo, a proposito di quest’ultimo dilemma, che la plausibilissima ipotesi dell’Alessio [dal greco ναῦς (leggi vàus)], ripresa poi dal Ribezzo, imporrebbe la lettura Nàuna (essendo au dittongo, come avviene per l’italiano causa), anche se l’esperienza mi dice che la pronuncia più corrente è, forse, Naùna, perché, non sapendo che au è dittongo, la parola è considerata trisillaba e nella scelta prevale una tendenza quasi istintiva legata alla maggiore musicalità di una  parola piana rispetto ad una sdrucciola.

 

BIBLIOGRAFIA  (alla fine di ogni volume citato riporto l’identificazione proposta, laddove compare, di Nauna).

Francesco Ribezzo, Nuove ricerche per il C. I. M., Roma, 1944, p.187, nota 1. (S. Maria al Bagno, identificazione ribadita nello studio successivo)

Francesco Ribezzo, L’arcaicissima iscrizione messapica scoperta a Nardò e il suo “Portus Nauna”, in Archivio storico pugliese, V, 1952, pp. 68-77. (S. Maria al Bagno)

Mario Bernardini, Panorama archeologico dell’estremo Salento, bARI, 1955, p. 60 (S. Maria al Bagno).

Giancarlo Susini, Fonti per la storia greca e romana del Salento, Accademia dell’istituto delle scienze, Bologna, 1962, p. 91 (Scalo di Furno).

Alfredo Sanasi, Ricerche archeologico-topografiche su Neretum inetà romana, in La Zagaglia, anno VI, N. 21, 1964, pp. 36-40 (S. Maria al Bagno)

Maria Teresa Giannotta, Bibliografia Topografica della Colonizzazione Greca in Italia e nelle Isole Tirreniche, XII, Pisa-Roma, 1993, alla voce Nauna, pp. 314-316.

Cesare Marangio, CIL IX, 10 e il porto di Neretum, in L’Africa romana. Lo spazio marittimo del mediterraneo occidentale: geografia storica ed economia. Atti del XIV convegno di studio Sassari, 7–10 dicembre 2000, a cura di Mustapha Khanoussi, Paola Ruggeri e Cinzia Vismara, Carocci, Roma,  2002 (S. Maria al Bagno, identificazione ribadita nello studio successivo)

Cesare Marangio, Porti e approdi della Puglia romana, in I porti del Mediterraneo in età classica, Atti del V Congresso di Topografia Antica, Roma 5-6 ottobre 2004, Rivista di topografia antica, XVI, 2006, pp. 101-128  (S. Maria al Bagno).

Rita Auriemma, Chiara Pirelli e Gabriella Rucco, Il paesaggio come museo. Archeologia della costa di Nardò, in Notiziario numismatico dello Stato. Serie “Medaglieri italiani”, n. 8, 2016, pp. 144-150  (Frascone).

 

Un maestro neretino del XV secolo nel ricordo di un suo allievo (1/2)

di Armando Polito

Tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro

(Leonardo da Vinci, codice Foster III)

È noto quasi a tutti che Socrate non ci ha lasciato opere di sorta ma in compenso ci è possibile conoscere il suo pensiero attraverso quelle dei suoi discepoli, Platone primo tra tutti. Non succede spesso che il maestro lasci in qualche suo allievo un’impronta così viva da spingerlo a ricordarlo espressamente, magari anche in modo fugace , come nel nostro caso.

Il maestro è il neretino Francesco Securo, l’allievo il mantovano Pietro Pomponazzi, campo comune del loro sapere è la filosofia.

Prima di entrare nel punto centrale del tema credo opportuno dire qualcosa sui due. Su Francesco Securo riporto in ordine cronologico  e in immagini (tratte dal testo reperibile al link volta per volta segnalato in nota e con a fronte la traduzione degli eventuali passi non in italiano), le più significative testimonianze, dicendo subito che quelle da lui cronologicamente più lontane poco aggiungono alle più antiche, che quel poco non è sempre suffragato dall’esibizione di fonti documentarie e che oggi è quasi impossibile, a meno di fortunati ritrovamenti, operare un controllo.

Antonio De Ferrariis detto Il Galateo, De situ Iapygiae (L’opera, terminata già intorno al 1520, fu pubblicata postuma per i tipi del Perna a Basilea nel 1553; il dettaglio sottostante è tratto dalla ristampa del 15581):

Leandro Alberti (1479-1552 circa), Descrittione di tutta l’Italia, Giaccarelli, Bologna, 15502, p. 214r:

 

Antonio Senese Lusitano, Bibliotheca Ordinis Fratrum Praedicatorum …, Nivellio, Parigi, 15853, pp. 81-82:

Quel claruit (fu illustre) del brano appena letto fa credere, almeno secondo l’autore, che Francesco raggiunse la fama nel 1490, cioè dieci anni dopo la morte, se accettiamo il 1480 tramandato dall’Alberti, subito dopo se optiamo per il 1489 riportato dagli altri.

Michele Pio, Della nobile et generosa progenie del P. S. Domenico in Italia, Cochi, Bologna, 16154, p. 382:

 

Ambrogio Del Giudice (detto Altamura), Bibliothecae Dominicane, Tinassi, Roma, 16775, p. 182 (anno 1455) e pp. 204-205 (anno 1480):

 

Niccolò Toppi (1607-1681), Biblioteca napoletana, Bulifon, Napoli, 16786, pp. 94 e 343:

Un Fra’ Felice da Castelfranco fu autore di una breve cronaca dell’ordine domenicano fino al 1565 ed è plausibile che si tratti di quello citato  dal Toppi. Non è chiaro, però, se è pure opera sua l’additione ad Antonium Sabellum in cui si fa l’elenco di alcuni illustri discepoli del Securo, sui quali mi pare opportuno riportare qualche notizia.

Domenico Crimani (1461-1523) non scrisse alcuna opera, ma è ricordato come un raffinato collezionista di sculture, pitture e manoscritti oggi in gran parte nella Biblioteca Marciana a Venezia.

Tommaso de Vio (1469-1534), detto, dalla città di nascita, il cardinal Caetano o Gaetano  fu autore abbastanza prolifico: In librum Job commentarii, Commentaria in III libros Aristotelis De anima, Commentaria super tractatum De ente et essentia Thomae de Aquino, De nominum analogia, Jentacula N.T., In Porphyrii Isagogen ad Praedicamenta Aristotelis, De conceptu entis.

Gaspare Contareno (1483-1542), più comunemente Gaspare Contarini, è cronologicamente incompatibile: come faceva, nato nel 1483, a seguire le lezioni del Securo che, come ci informa l’Alberti, era morto nel 1480? L’incongruenza si perpetua anche in Giovanni degli Agostini, Notizie istorico-critiche intorno la vita e le opere Degli scrittori viniziani, Occhi, Venezia, 1754, tomo II7, dove a p. 189 s’include il Contarini tra gli allievi del Securo con citazione in nota del Toppi.

Antonio Pircimano in realtà è Antonio Pizzamano, che fu vescovo di Feltre dal 1504 al 1512, autore di parecchie pubblicazioni: In Divi Thomae Aquinatis vitam praefatio, Vita del Venerabile Sacerdote D. Ludovico Ricci Vicentino, De intellectu et intelligibili, De dimensionibus interminatis, De quaerenda solitudine et periculo vitae solitariae, Opuscula sancti Thome.

Fra’ Geronimo di Monopoli, essendo il meno titolato,  ha riscosso fin dal primo momento la mia simpatia, ma ogni tentativo di sapere qualcosa su di lui è miseramente naufragato.

Luigi Tasselli, Antichità di Leuca, Micheli, Lecce, 16938, p. 531:

Il Cardinale Gaetano è il Tommaso De Vio già citato dal Toppi. Francesco Ferrariense è Francesco Silvestri di Ferrara (1474-1528), famoso teologo e filosofo tomista; la sua opera maggiore è In libros S. Thomae Aquinatis contra gentes commentaria, uscita a Venezia per i tipi di Giunta nel 1524 che fu ripubblicata in un numero impressionante di edizioni prima e dopo la sua morte e per volontà di Leone XIII fu inclusa nell’edizione che da lui ebbe il nome di leonina a fianco del testo di San Tommaso. Altre opere: Adnotationes in libros posteriorum Aristotelis, Eredi Scoti, Venezia, 1517, Apologia de convenientia institutorum Romanae ecclesiae cum evangelica libertate, Viani, Venezia, 1525, In tres libros de anima, uscito postumo nel 1535 a Venezia per i tipi di Ballarino.

Giovanni Bernardino Tafuri, Istoria degli scrittori nati nel regno di Napoli, Mosca, Napoli, 1748, tomo II9, parte II, pp. 321-325:

Giambattista Lezzi10, in AA. VV., Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, Gervasi, Napoli, 1826, Tomo XI:

Nella nota a della pagina iniziale della sua biografia, che riporto in dettaglio per comodità del lettore, il Lezzi attribuisce all’Altamura ciò che quest’ultimo mai scrisse:

Per la serie Anche le virgole nel loro piccolo sono importanti  lo dimostra eloquentemente il dettaglio della pagina dell’Altamura già riportata:

Come il lettore noterà, ex Baronibus de Sancto Blasio à puero grammaticen doctus è racchiuso tra due virgole, il che lega indissolubilmente doctus a ex Baronibus e non ad ortus. L’interpretazione del Lezzi sarebbe stata valida se dopo Baronibus ci fosse stata una virgola.

In compenso la biografia del Lezzi reca in testa il ritratto del Securo eseguito da Guglielmo Morghen (1758- 1833). Sarebbe interessante sapere se in qualche modo l’incisore entrò in contatto, se non con la statua ricordata dal Toppi, almeno con l’affresco voluto dal vescovo Salvio11 secondo quanto affermato dal Tafuri12 e da lui ripreso dal Lezzi. Purtroppo del destino della statua non si sa nulla e del ritratto non c’è traccia nel palazzo vescovile.

Nonostante alcuni degli autori qui riportati sostengano l’esistenza di opere a stampa del Securo, peraltro senza riportarne gli estremi editoriali, e Giambattista Lezzi affermi il contrario, del neretino ho trovato l’incunabolo di una summa teologica tomistica, che presenterò in altra occasione.

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/07/22/un-maestro-neretino-del-xv-secolo-nel-ricordo-di-un-suo-allievo-22/

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1 https://books.google.it/books?id=SmLBPZvkHPsC&pg=PA122&dq=de+situ+iapygiae&hl=it&sa=X&ei=dM2fVZy0B8n_UuLOv5AL&ved=0CDMQ6AEwAw#v=onepage&q=de%20situ%20iapygiae&f=false

2 https://books.google.it/books?id=rCm1TS1GFOMC&pg=RA8-PA379&dq=Descrittione+di+tutta+Italia,+nella+quale+si+contiene+il+sito+di+essa&hl=it&sa=X&ei=OY6fVeP2G4G6sQG5mbXwDg&ved=0CDcQ6AEwBA#v=onepage&q=Descrittione%20di%20tutta%20Italia%2C%20nella%20quale%20si%20contiene%20il%20sito%20di%20essa&f=false

3 https://books.google.it/books?id=fMT1USCck1kC&pg=RA1-PA34&lpg=RA1-PA34&dq=lusitani+bibliotheca+fratrum+praedicatorum&source=bl&ots=WIWQxh-eED&sig=F4KCgYARbP-oSWu_9WMu7-r-MVA&hl=it&sa=X&ei=zfqfVbGFMYXyUJHoh9AG&ved=0CDMQ6AEwAg#v=onepage&q=claruit&f=false

4 https://books.google.it/books?id=2JHxEH1ljfkC&printsec=frontcover&dq=michele+pio&hl=it&sa=X&ei=kCOiVe30GorYU8zok7gN&ved=0CDYQ6AEwBA#v=snippet&q=nard%C3%B2&f=false

4 https://books.google.it/books?id=8RBEAAAAcAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

5 https://books.google.it/books?id=kVmQuIYy5JkC&printsec=frontcover&dq=ambrosius+altamura&hl=it&sa=X&ei=RyqiVc2rNsesUaukh-AG&ved=0CCcQ6AEwAQ#v=onepage&q=ambrosius%20altamura&f=false

6 https://books.google.it/books?id=dwqHjGEGHmcC&pg=PA195&dq=antonio+pizzamano&hl=it&sa=X&ei=I6qfVf6OCsG-UqyzgbgL&ved=0CCMQ6AEwAQ#v=onepage&q=antonio%20pizzamano&f=false

7 https://books.google.it/books?hl=it&id=Th4hAQAAMAAJ&q=lll#v=onepage&q=lll&f=false

8 https://books.google.it/books?hl=it&id=n5YKJvt0_noC&q=jkk#v=onepage&q=jkk&f=false

9 https://books.google.it/books?id=6bNLAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:lhRjZBX2xbUC&hl=it&sa=X&ved=0CCYQ6AEwAWoVChMIjevc1rraxgIVgls-Ch2oGwAr#v=onepage&q&f=false

10 Su di lui vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/07/02/regolamentazione-dei-senza-fissa-dimora-nel-regno-di-napoli-secondo-la-testimonianza-di-giovanni-bernardino-manieri-di-nardo/; nel manoscritto ivi menzionato è assente la biografia del Securo.

11 Sull’alta considerazione che Ambrogio Salvio, vescovo di Nardò dal 1569 al 1577, ebbe di Francesco Securo ecco quanto si legge in Sebastiano Pauli, Della vita di Ambrogio Salvio, Stamperia arcivescovile, Benevento, 1716 (https://archive.org/details/dellavitadelvene00paol), p. 8:

12 Ribadito pure dal suo discendente Michele nella nota 1 all’opera di Giovanni Bernardino Ragionamento storico recitato nell’apertura dell’Accademia degl’Infimi rinnovati di Nardò,  in Opere di Angelo, Bartolomeo, Bonaventura, Giovanni Beranardino e Tommaso Tafuri di Nardò stampate ed annotate da Michele Tafuri, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1848, v. I, p. 68, nota che riporto integralmente da https://books.google.it/books?id=IVFhPm_DxnMC&pg=PA61&dq=tafuri+ragionamento+istorico&hl=it&sa=X&ei=th-iVbv2DseAUYuKjoAM&ved=0CCYQ6AEwAQ#v=onepage&q=tafuri%20ragionamento%20istorico&f=false

 

 

 

Nardò: il terremoto del 20 febbraio 1743 in una testimonianza poetica diretta, o quasi …

di Armando Polito

L’ideale sarebbe, e non solo per la storia, che di qualsiasi fenomeno fosse testimone oculare, cioè diretto, un esperto, ma esperto veramente … dello stesso fenomeno, perché così sarebbe almeno salva l’attendibilità della testimonianza, nei limiti, tipicamente umani,  in cui anche l’acribia dello scienziato deve fare i conti con la sua sfera emotiva. Certo, la sfiga è sempre in agguato, come quasi duemila anni fa capitò a Plinio per essersi avvicinato troppo, per studiarlo meglio,  al Vesuvio in eruzione. È pur vero che sull’evento e sulla sua fine ne lasciò memoria l’omonimo nipote in due famose lettere indirizzate a Tacito; ma è avventato credere che quella relazione che il destino non concesse di compilare all’autore della Naturalis historia probabilmente avrebbe contenuto qualche dettaglio in più? E poco importa se esso non avrebbe, forse, alimentato la ridda di interpretazioni che nel corso dei secoli si sono accavallate sulle letterine del nipote. Noi, d’altra parte, con tutta la tecnologia che rappresenta, per prendere a prestito (con il solo cambio degli aggettivi possessivi) le malinconiche parole di una canzone di Sergio Endrigo, il nostro orgoglio e la nostra allegria, saremo in grado di consegnare a chi verrà testimonianze chiare, cioè destinate ad un’interpretazione univoca, sui fenomeni della nostra era, inquinamento compreso?

Non mi meraviglierei, ammesso che  mi fosse concesso di farlo in deroga alle leggi naturali …, se non venisse trascurata quella che, forse, è la più alta forma di conoscenza possibile, la poesia. E non sarebbe né la prima né l’ultima volta in cui per indagini di tipo scientifico vengono utilizzati, non come extrema ratio in mancanza di altro ma come probabile elemento integrativo, dati estrapolati da un testo poetico.

È quello che mi accingo a fare pur limitando il mio intervento alla sfera di mia, mi auguro non presunta, competenza; nelle note il lettore comune avrà modo di chiarire il significato di qualche passaggio, l’esperto di terremoti potrebbe trovare qualche indizio per convalidare, integrare o correggere  un’ipotesi.

Poiché all’epoca del terremoto l’autore, che via via scopriremo, aveva 22 anni, è legittimo pensare che il componimento sia stato scritto quando l’eco dell’evento si era, se non spento, quantomeno attenuato, anche a livello psicologico. Può aver sfruttato i ricordi del padre Giovanni Bernardino (1695-1760), del quale scrisse la biografia1 nella quale si legge:

La sua erudizione non meno, che la sua presenza di spirito in qualunque scabroso affare, ben tosto gli guadagnarono una particolar confidenza col Signor Conte di Conversano, da cui nella piccola dimora, che fece in detta Città, gli fu conferito il governo di essa con piena soddisfazione del Pubblico; ed avvenuto in quel tempo il noto orribil tremuoto, che quasi affatto distrusse una Città così riguardevole; ed accorsovi il Signor Duca di Ceresano allora degnissimo Preside nella Provincia d’Otranto, e conosciuta l’abilità, e la destrezza di detto Tafuri con animo quieto, e tranquillo se ne parli, lasciando il tutto raccomandato al di lui prudente regolamento. Ben corrispose egli alla buona opinione di detto Signor Duca, mentre non risparmiando fatiga, né riguardando gl’incomodi di una rigidissima stagione, assistè sempre personalmente a tutto: fè subito aprire le strade ingombrate, e le Chiese dalle precipitate macerie, fè disseppellire i morti, e fè ridurre tutt’i poveri storpi in un destinato luogo per Ospedale, provvedendo tutti di vitto, di Medici, e di medicamenti, e mostrando in tal congiuntura non solo una mente la più metodica, e regolata nel distribuire le cose, ma eziandio un animo ridondante di Cristina Carità, e quel ch’è più senza pregiudicare le solite ore da lui addette allo studio.2

Il componimento che tra poco leggeremo fu pubblicato per la prima volta da Giovanni Bernardino nella seconda parte del terzo tomo (senza segnatura di pagina) della Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli uscito a Napoli, senza nome dell’editore, nel 17523, ma riproduco il testo, perché tipograficamente meglio leggibile, in formato immagine da un’altra pubblicazione4, aggiungendo di mio la traduzione a fronte e in calce le relative note (se il tutto dovesse risultare difficoltoso alla lettura, sarà sufficiente l’invio di un messaggio e il giorno successivo avrò già provveduto).

 


 


 

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1 Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Giovanni Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò ristampate ed annotate da Michele Tafuri, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1851, v. II, pp. 582-590.

(https://books.google.it/books?id=IgMi5BSSwKcC&pg=PA585&dq=Opere+di+Angelo,+Stefano,+Bartolomeo,+Bonaventura,+Giovanni+Bernardino+e+Tommaso+Tafuri+di+Nard%C3%B2+ristampate+ed+annotate+da+Michele+Tafuri&hl=it&sa=X&ei=u_jEVOfwLIrxUuqYgogO&ved=0CCYQ6AEwAQ#v=onepage&q=Opere%20di%20Angelo%2C%20Stefano%2C%20Bartolomeo%2C%20Bonaventura%2C%20Giovanni%20Bernardino%20e%20Tommaso%20Tafuri%20di%20Nard%C3%B2%20ristampate%20ed%20annotate%20da%20Michele%20Tafuri&f=false)

2 Op. cit., pp. 589-590. Al padre Tommaso dedicò anche un componimento in distici elegiaci pubblicato da Giovanni Bernardino in Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli, Mosca, Napoli, 1748, tomo II, s. p. (https://books.google.it/books?id=8D40AAAAMAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:lhRjZBX2xbUC&hl=it&sa=X&ei=CgDFVOOrNoitaZmJgvAC&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q&f=false):

 

Traduzione: A GIOVANNI BERNARDINO TAFURI IL FIGLIO TOMMASO. O caro genitore, concessomi dagli astri favorevoli, tu che mi sostieni spinto da un amore particolare, voglia il cielo che io possa  procedere sulle tue orme e pari a te innalzarmi per l’onore del mio ingegno!  In me stesso, se c’è qualche forza, agisce il pericolo e ora grazie a te mi piace la sola Minerva. Quel tuo lavoro continuo mi atterrisce e con le lotte costringi tutti ad indietreggiare. Ma per te hanno un dolce sapore le arti della tua Tritonidea; ogni peso della fatica ha sempre un dolce sapore. Lucifero e Vesperob ti vedono immerso in profondi studi quando sarebbe necessario che anche una breve ora fosse libera da impegni. Ohimè, temo che tu, oppresso da tanta mole di fatica, mi venga a mancare (Dei, tenete lontana questa sventura!)c. Se il primo libro degli Scrittori del regnod piacque da tempo ai Sapienti, dovunque lo dimostra il plauso. Apollo è felice di conservarlo nei suoi scaffali e la dotta Minerva lo legge e rilegge come suo.  Ma il secondo si dirà degno di eterno onore, bella in esso la materia e alquanto piacevole.  Quanti Scrittori per te, quanti libri avesti cura di sfogliare, quante carte sporche di troppa polvere!  Qualsivoglia degli Autori mandò libri da lui messi insieme, ogni Biblioteca è al tuo servizio. Il tuo ingegno molto soffrì, fece, sudò e patì il freddo: ora, orsù, dà una pausa allo studio. La mente torna più sveglia alle consuete fatiche dopo un breve riposo: dunque mettine uno piccolo nel lavoro. Prego tutti gli dei che non mi rincresca ricorrere ai tuoi consigli qualora ti dessero la vecchiaia di Nestoree. O genitore, capo santo per tuo figlio, o veramente mia gloria destinata ad andare per tutte le vie del sole!

a Minerva, nata, secondo una delle tante tradizioni mitologiche, sulle sponde del lago Tritone (in Africa).

b Rispettivamente: stella del mattino e della sera.

c Purtroppo la sua paura si avverò perché Giovanni Bernardino morì a 64 anni.

d Il primo tomo della Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli uscì nel 1744 a Napoli per i tipi di Mosca; la composizione della poesia, perciò, è posteriore a tale data ed anteriore al 1748, anno come s’è detto, di pubblicazione.

e Il più saggio e vecchio dei condottieri greci.

Suo fu anche il testo della lapide apposta sulla tomba del padre nella chiesa di S. Francesco da Paola e poi rifatta nel 1920 da Antonio Tafuri. In essa è dominante il ricordo dell’impegno di studioso del padre.

 

Traduzione: A Dio Ottimo Massimo Qui sono sepolti i corpi di Giovanni Bernardino Tafuri e di Anna Isabella Spinelli coniugi patrizi neretini. Giovanni Bernardino illustre maestro di lettere come attestano moltissime sue opere edite con la fatica, la prudenza giovò alla patria e ai cittadini. Logorato più dal lavoro che dagli anni morì nel mese di maggio del 1760 all’età di sessantaquattro anni. Isabella assidua in chiesa per la carità profusa verso il prossimo, piissima verso dio chiuse la sua vita nel mese di giugno del 1751. Entrambi per la grande devozione verso S. Francesco da Paola, pur avendo  sepolcri gentilizi nel cenobio dei Padri Carmelitani vollero essere sepolti nella sua chiesa, dopo aver lasciato duecento ducati ai Padri per la celebrazione di messe in tempi stabiliti. Ai genitori amatissimi Tommaso Tafuri in lutto pose il 13 agosto 1760 dell’era volgare.

Essendo venuto meno il culto della chiesa la lapide, abbattuta nell’anno del Signore 1850, fu rifatta dall’arcivescovo Antonio Tafuri, figlio del pronipote nell’anno del Signore 1920.

Nell’immagine successiva il ritratto di Giovanni Bernardino Tafuri tratto da Domenico Martuscelli, Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, tomo I, Gervasi, Napoli, 1813:

3 http://books.google.it/books?id=2rFRAAAAcAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

4 Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura …,op. cit, Napoli, 1848, v. I, pp. 51-57. Le pp. 58-60 contengono i poemi minori di Tommaso Tafuri.

 

Quando Nardò era celebrata pure in poesia

di Armando Polito

La celebrazione di cui parlerò non è un semplice ricordo condensato in una sola parola, quasi una citazione toponomastica, come il  … Lacedaemoniumque Tarentum/praeterit et Sybarin Sallentinumque Neretum ( … e oltrepassa la spartana Taranto e Sibari e la salentina Nardò) di Ovidio (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Metamorfosi, XV, 50-51.

Si tratta, invece,  di una poesia in latino (59 esametri) che sarebbe stata composta (il condizionale si capirà, come al solito, alla fine) da Bartolomeo Tafuri1 presumibilmente nella seconda metà del XVI secolo e che fu pubblicata per la prima volta dal suo discendente Giovanni Bernardino (1695-1760)  nel primo capitolo (Testimonianze de’ Scrittori, i quali rammentarono con lode la Città di Nardò) del primo libro di Dell’origine, sito, ed antichità della Città di Nardò in Angelo Calogerà, Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici, Zante, Venezia, 1735, tomo XI, pp. 1-315. Di seguito il frontespizio2.

La poesia nel volume indicato occupa le pp. 9-13; tuttavia mi avvarrò , perché più nitido tipograficamente e più adatto per l’inserimento della mia traduzione (letterale quanto più è possibile) a fronte e delle mie note, del testo in formato immagine tratto da Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri stampate ed annotate da Michele Tafuri, Stamperia dell’Iride, Napoli, v. I, 18483. In questa edizione Michele Tafuri ripubblicò il saggio del suo antenato (che occupa le pp. 325-543) con l’aggiunta del secondo libro mancante nell’edizione veneziana. Il testo della poesia in questione vi occupa le pagine 330-332 e risulta replicato anche tra le poesie superstiti (due, compresa questa che leggeremo) di Bartolomeo alle pagine, 47-48 che sono quelle da me utilizzate. Chiedo scusa al lettore se il testo apparirà tagliato a destra, ma non potevo, questa volta, ridimensionare ulteriormente l’immagine nativa con la certezza, non il rischio, di renderne impossibile la lettura. A quest’inconveniente, a me non ascrivibile, si rimedia cliccando sull’immagine col tasto sinistro e poi, tornando indietro, potrà essere ripresa la lettura del testo principale laddove era stata interrotta.

 

 

 

 

Mi pare doveroso ricordare, anche per spiegare il condizionale usato all’inizio, che la fama di Giovanni Bernardino Tafuri di Nardò si è un po’ offuscata col passare del tempo, che ha permesso di scoprire in lui il confezionatore, sia pure abile, di documenti falsi; lo scopo era di nobilitare le memorie patrie (con la rivendicazione di privilegi  per questo o quel potere e con tutte le ricadute, anche di ordine economico, che in quei tempi un passato glorioso comportava), ma perseguirlo in questo modo significa violentare le ragioni della scienza che già di suo è  faticosamente alla ricerca della verità.

Però, nel nostro caso, questa poesia, anche se non dovesse essere veramente del suo antenato Bonaventura o un falso, rimarrebbe, comunque, un interessante documento (male che vada, del XVIII secolo) sulla fama, già allora pesantemente ridimensionata (e non solo rispetto ad Ovidio che  non l’avrà citata certo solo per esigenze descrittive), di Nardò. E se la scelta di un galatonese come emblema dei frutti della scuola di Nardò può essere giustificata dallo spessore del personaggio, dalla celebrazione diretta che, come abbiamo visto, egli fece di quella scuola e dalla distanza veramente esigua tra Nardò e Galatone, cosa dire, rispetto al presente che è tanto prosaico da non meritare nemmeno una celebrazione in prosa, di fronte all’augurio contenuto negli ultimi quattro versi, se non un desolante e rassegnato, quasi un’autopresa per il culo, aspetta e spera?

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1 Ecco la scheda della famiglia Tafuri tratta dal Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti di G. B. Crollalanza, Presso la direzione del Giornale araldico, Pisa, 1890, v. III, pp. 2-3: TAFURI di Napoli e di Nardò. Originaria di Terra d’Otranto, à goduto nobiltà in Nardò ed in Foggia, ed à posseduto le baronie di Altomonte, Fondospezzato, Grottella, Melignano, Mollone e Persano. ARMA: di verde, alla scala a piuoli posta in banda, col leone saliente, il tutto d’oro, e la crocetta d’argento a sinistra del capo. A meno che il Crollalanza non si riferisca a qualche ramo che io ignoro, non mi risulta che lo stemma dei Tafuri descritto in altri autori sia questo. L’amico Marcello certamente ci illuminerà sul problema, anche in rapporto a quanto si legge in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/13/i-tafuri-senza-peli-sulla-lingua/

2 L’intero tomo è scaricabile da http://books.google.it/books?id=icY-WjftPMIC&printsec=frontcover&dq=editions:mUboXYF_XlIC&hl=it&sa=X&ei=NOkSVMGDK8S_PP_lgVg&ved=0CFUQ6AEwBzge#v=onepage&q&f=false.

3 Scaricabile da http://books.google.it/books?id=icY-WjftPMIC&printsec=frontcover&dq=editions:mUboXYF_XlIC&hl=it&sa=X&ei=NOkSVMGDK8S_PP_lgVg&ved=0CFUQ6AEwBzge#v=onepage&q&f=false

4 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/05/lelogio-di-un-falsario-neretino-esempio-di-pubblicita-editoriale-ante-litteram/

L’elogio di un falsario neretino, esempio di pubblicità editoriale ante litteram.

di Armando Polito

Qualcuno potrebbe pensare che l’amor di patria mi abbia oggi spinto ad un’azione che contrasta con i miei principi morali, almeno quelli sbandierati…

Ma nella fattispecie io fungo da semplice ambasciatore e, come si sa, ambasciator non porta pena. Il falsario del titolo è, infatti, Giovanni Bernardino Tafuri, letterato di tutto rispetto del secolo XVIII, ma con il vizietto di confezionare documenti falsi per dare visibilità religiosa e laica, con i connessi vantaggi economici…,  alla sua città, col risultato che ogni suo scritto, ormai,  suscita il sospetto,  sicché si può dire che per lui sia finita come il famoso pastorello di “Al lupo, al lupo!”1

Fa rabbia che un innegabile talento sia poi incorso in un inconveniente del genere, tanto che pure in Wikipedia leggo: Giovanni Bernardino Tafuri (Nardò, 1695 – 1760) è stato uno scrittore, bibliografo  e falsario italiano, sicché qualsiasi internauta può oggi sapere ciò che prima dell’avvento della rete era noto solo agli studiosi di storia locale.

 

la piazza di Nardò vista dal colonnato dell’antico municipio

L’elogio, poi, sempre del titolo, è un’elegia di Angelo Calogerà (1699-1766) che inserì un numero notevole di lavori del Tafuri nella sua Nuova raccolta di opuscoli scientifici e filologici2. Il tomo  XVI già nel frontespizio reca il nome del dedicatario e si apre con una lettera di ringraziamento al letterato di Nardò datata Venezia, 10 dicembre 1737, cui segue l’elogio in distici elegiaci, il cui testo riproduco di seguito. Nella traduzione interlineare ho tentato, finché era possibile, di rimanere fedele alle sequenze originali, mentre le note hanno il compito di renderne più agevole ed immediata la comprensione e di permettermi di scagliare ogni tanto la solita frecciata…

Ad Famam

Alla Fama,

in honorem praeclarissimi Viri Joannis Bernardini Tafuri Patritii Neritini.

in onore dell’illustrissimo uomo Giovanni Bernardino Tafuri patrizio di Nardò.

 

Fama sile semper, qui veris addere gaudes

Fama, taci sempre, tu che godi aggiungere al vero

falsa, vel e minimo crescis ubique repens;

il falso o dal minimo cresci ovunque repentina;

conde tubam: nomen Tafuri ut crescat in Aevum

riponi la tromba: perché il nome di Tafuri cresca nel tempo

non opus est ullo Fama favore tuo.

non c’è bisogno, Fama, del tuo favore.

Quae potuit vel adhuc doctis mandare libellis

Ciò che ha potuto pure fino ad ora affidare a dotti opuscoli,

haec illi aeternos demeruere dies.

questo ha meritato per lui giorni eterni.

Illius hinc nomen cunctis venerabile seclis

Perciò il suo nome venerabile per tutti i secoli

pervasit late Solis utramque domus.

si diffuse largamente nell’una e nell’altra casa del Sole (in tutto il mondo).

Contentusque suis nunc Ipse laboribus artes

Ed Egli ora, contento delle sue fatiche, le arti

ingenuas alacer nocte dieque colit.

nobili coltiva alacre di notte e di giorno.

Sacra, tuus Fernande labor, tua gloria Ughelli

L’Italia Sacra, tua fatica, o Fernando, tua gloria

Italia, hoc proprias vindice adauxit opes.

accrebbe la sua importanza grazie a questo garante.3

Crevit opus, totoque effulsit clarius orbe,

Crebbe l’opera e rifulse più chiara in tutto il mondo,

crevit Hydruntini fama, decusque soli.

crebbero la fama e il prestigio del suolo di Otranto.

Et tamen in primo vernabat flore Juventae:

E tuttavia sbocciava nel primo fiore della giovinezza

primaque vix teneris venerat umbra genis.

e a stento la prima barba era spuntata sulle tenere guance.

Implerent multas quae Gesta sonora papyros

Riempirebbero da sole molti volumi quelle gesta eclatanti

Praesulis Armeniae nunc satis una docet.

del Pastore d’Armenia che ora a sufficienza egli fa conoscere.4

Et tamen illius stabat Respublica curis:

E tuttavia la sua Città si manteneva salda grazie alle sue cure:

nec ridebat ei tunc sine nune Polus

né allora il cielo gli arrideva senza nubi.5

Palladiis dederat quos jam sua Patria Castris

Coloro che già la loro patria aveva assegnato all’accampamento di Pallade

lumine vel fecit mox radiare novo.

egli ha fatto ora risplendere di nuova luce.6

Coniger, & Spinellius, & Constantius altis

Coniger7, Spinelli8 e Costanzo9 da tutti i profondi

emersi mendis omnibus ecce nitent.

errori emersi, ecco, splendono.

Constantii & fuerit quam tristibus anxia curis

E quanto stretta da tristi difficoltà sia stata di Costanzo

vita, vel ipsius sedula cura dedit.

la vita, pure il suo studio assiduo ha tramandato.

Quae tulit in propriam Galateus Japygis oram,

Ciò che il Galateo attribuì alla propria terra grazie agli Iapigi

claravit doctis impiger usque notis:

egli illustrò diligente con dotte note:

pauca vel huius adhuc poterat non mandere tempus

le poche cose pure di lui che il tempo non poteva ancora divorare

Phoebea fecit luce repente frui.

fece che fruissero della luce del sole.10

Montibus & Calabris illum qui carmine prisco

Ai suoi monti e Calabri colui che col suo canto antico

Scipiaden cecinit, reddidit Ipse suis.

aveva cantato Scipione Egli restituì.11

Sirenum Regno decus addere quae potuerunt

Quelle scoperte che al Regno delle Sirene poterono aggiungere prestigio

inventa inventis protinus adglomerat,

subito unisce l’una all’altra.12

Neriti historiam gustaverat Orbis, at omni

Il mondo aveva gustato la storia di Nardò13, ma di tutto

impatiens tandem se saturare cupit,

impaziente desidera finalmente saziarsi

atque Hydruntinam voto suspirat eodem,

e attende con lo stesso desiderio quella di Otranto14,

pro qua Coelicolas corde loquente rogat.

per la quale col cuore che parla prega gli abitanti celesti.

Nec minus Acta, quibus Hierarche edixerat olim

Nondimeno gli Atti15 con i quali il Papa aveva un tempo decretato

laeviget ut sacras lima severa Byblos.

per correggere i sacri libri con lima severa.

Cunctaturque Virum seriem, quos Insuber idem

E passa in rassegna la serie di uomini che lo stesso Insubre16

scilicet hoc voluit munus obire pium.

appunto volle che assolvesse a questo compito.

Retro per Euboicas oras quae gesta duobus

I fatti avvenuti per le contrade euboiche17 due

seclis, & scripsit docta, nec una manus,

secoli prima e che scrisse una dotta, non unica mano,

haec optat promissa dari, variisque refertum

desidera che questi, promessi, siano pubblicati  e piena di vari

casibus en tacito corde volutat opus.

eventi, ecco, nel tacito cuore vagheggia un’opera.

Sed noster maiora parat Tafurus in Aede,

Ma il nostro Tafuri prepara cose più grandi in casa,

per quae olli Statuam rite dicabit Honor.

per le quali l’Onore gli dedicherà a buon diritto una statua.

Quos Regio Hippoclidum semper foecunda, mereri

Quelli che la regione degli Ippoclidi sempre feconda18 (che meritassero

sub signis voluit docta minerva tuis

sotto le tue insegne volle la dotta Minerva18)

temporis & spatium Lethaeis merserat undis,

anche lo spazio del tempo aveva sommerso con le onde del Lete19

aut vario affinxit fur quoque Penna solo,

oppure perfino una penna ladra aveva attribuito a terre disparate,

elevat e coeno, maciem tergitque senectae;

(egli) li estrae dal fango e li ripulisce dalla debolezza della vecchiaia;

aut matri natos vindicat ipse suae

o lui stesso rinvendica i figli alla loro madre.20

Huic uni indulget, terit igneus usque laborem:

Cede solo a questo: ardente continuamente consuma la fatica21

et quod monstravit gloria, vadit iter.

e percorre la strada che la gloria gli ha mostrato.

Hinc illi praesens Aetas nunc plaudit, & ipsa

Perciò a lui ora la presente età applaude e la stessa

posteritas laudum debita dona feret.

posterità recherà i doni dovuti delle lodi.

Ulteriora suae documenta puerpera mentis

Ulteriori testimonianze della sua mente come una puerpera

ad votum semper quaelibet Hora dabit.

qualsiasi ora darà secondo il desiderio.

Nota illi via trita illi, qua fila sororum

Nota per lui la via per lui battuta, per dove i fili delle sorelle

fallere jam didicit praecipitemque colum.

ha già imparato ad ingannare e la conocchia  che precipita.22

O Superi, Euboidum, quibus obtigit ora tuenda

O Dei, cui toccò la protezione delle contrade degli Euboidi,

servate hoc natum secula ferre caput:

vigilate che quest’uomo nato sopporti i secoli,

servate ut valeat tot perscripsisse papyrus;      

vigilate affinché abbia un valore l’aver scritto pregevolmente tanti volumi

Quae Sciolis Aevum mille parare queant.

che potrebbero mettere a tacere mille saputelli.

Arridete meis precor o pia Numina votis,

O dei misericordiosi, arridete, vi prego, ai miei voti;

pro tali quae sint irrita vota viro?

quali voti per un tale uomo potrebbero essere inutili?

Enceladi, Caeique Soror Pennata per orbem

O sorella alata di Encelado e di Ceo23, che per il mondo

quae graderis proprio murmure cuncta replens

avanzi riempiendo ogni cosa del tuo mormorio,  

ergo sile, mens ipsa meo sua Fama perennis

dunque, taci!; la stessa sua mente, la fama perenne

ipsaque Tafuro sunt sua scripta tubae.

per il mio Tafuri e gli stessi suoi scritti sono le trombe24.

Che la poesia appena letta sia un elogio è certo, ma dov’è la pubblicità editoriale di cui si parla nel titolo? C’è, c’è,  e non è nemmeno tanto occulta. Il testo latino, infatti, risulta corredato di note che, guarda caso, contengono unicamente il riferimento al tomo della raccolta in cui è contenuto il contributo del Tafuri che volta per volta ha ispirato il Calogerà (in nota 2 ho approntato l’elenco integrale). Per brevità ho omesso di riportarle in originale e in traduzione, per cui quando nelle mie note c’è un riferimento ad un tomo della raccolta significa che vi ho incorporato il contenuto della nota originale.

 

Forse ancora oggi, trascurando l’elogio in distici elegiaci che ha lasciato mogio mogio il passo a prefazioni che spesso con un linguaggio complicato non dicono nulla, parecchi autori (alcuni non falsari ma fasulli)  ed editori non adottano lo stesso espediente del Calogerà spiattellando brutalmente in faccia al lettore, di solito nell’ultima di copertina, un elenco di titoli più o meno nutrito ma, ahimè, poco nutriente…?

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1 Favole e novelle di Lorenzo Pignotti aretino, Al gabinetto letterario all’insegna di Pallade, Firenze, 1817 (ma la prima edizione risale al 1782), favola LIX, pag. 290 :

-Al lupo, al lupo; aiuto per pietà!-,

gridava solamente per trastullo

Cecco il guardian, sciocchissimo fanciullo;

e quando alle sue grida accorrer là

vide una grossa schiera di villani,

di cacciatori e cani,

di forche, pali ed archibusi armata,

fece loro sul muso una risata.

Ma dopo pochi giorni entrò davvero

Tra il di lui gregge un lupo, ed il più fiero.

-Al lupo, al lupo!-, il guardianello grida;

ma niuno ora l’ascolta,

o dice: -Ragazzaccio impertinente,

tu non ci burli una seconda volta-.

Raddoppia invan le strida,

urla e si sfiata invan, nessun lo sente;

e il lupo, mentre Cecco invan s’affanna,

a suo bell’agio il gregge uccide e scanna.

Se un uomo per bugiardo è conosciuto,

quand’anche dice il ver non gli è creduto.

2 I primi sedici tomi  furono pubblicati da Cristoforo Zane a Venezia dal 1728 al 1738. Di seguito ho estrapolato l’elenco dei contributi del Tafuri in essi presenti:

Tomo IV, pagg. 329-371

Giudizio di Giovanni Bernardino Tafuri della città di Nardò intorno alla dissertazione della patria di Ennio del signor abbate Domenico De Angelis divisato nella seguente lettera indirizzata all’illustrissimo ed eruditissimo sig., il sig. D. Ignazio Maria Como.

Tomo V,  pagg. 229-264

Lettera del signor Giovanni Bernardino Tafuri patrizio neritino intorno all’invenzioni poetiche uscite dal Regno di Napoli al molto reverendo Padre D. Angelo Calogerà Monaco Camaldolese e Priore di S. Michele di Murano.

Tomo VI, pagg. 51-126 e 309-334

Lettera seconda del signor Don Giovanni Bernardino Tafuri patrizio neritino intorno ad alcune invenzioni uscite nel Regno di Napoli al M. R. P. Don Angiolo Calogerà Monaco Camaldolese e Priore di S. Michele di Murano in Venezia.

Censura di Giovanni Bernardino Tafuri patrizio neritino sopra i giornali di M. Matteo Spinelli di Giovinazzo, indirizzata al signor Ludovico Antonio Muratori.

Tomo VII, pagg. 29-206

Antonii De Ferrariis Galatei De situ Iapygiae liber notis illustratus cura et studio Joannis Bernardini Tafuri patrizii neritini, editio VI post Lyciensem.

Tomo VIII,  pagg. 103-262

Annotazioni critiche del signor Giovanni Bernardino Tafuri patrizio della città di Nardò sopra le Croniche di M. Antonello Coniger leccese indirizzate all’illustrissimo e reverendissimo Sig. il Sig. Abate D. Ludovico Antonio Muratori Bibliotecario del Serenissimo di Modena.

Tomo X,  pagg. 28-124

Notizie raccolte dal sig. Giovanni Bernardino Tafuri patrizio neritino intorno alla persona ed opere di Angelo Di Costanzo con alcune correzioni e supplementi sopra li venti libri dell’Istorie del Regno di Napoli scritte dal medesimo Costanzo.

Tomo XI: nella prefazione (pagg. I-XXIX) il Calogerà delinea la vita e le opere di Giovanni Bernardino Tafuri.

pagg. 1-315

Dell’origine, sito ed antichità della città di Nardò libri due, brevemente descritti dal Sig. Giovanni Bernardino Tafuri Patrizio della medesima Città. (si tratta del Iibro I; nella prefazione del tomo si annuncia la pubblicazione del secondo nel tomo successivo; cosa che non avverrà né in questo né nei successivi).

pagg. 433-477

Risposta alla  critica fatta dal Sig. Don Giovanni Bernardino Tafuri di Nardò al Sig. Abate De Angelis intorno alla patria di Ennio, dedicata all’illustrissimo ed eruditissimo sig. D. Tommaso Perrone patrizio leccese da Metello Alessandro Dariva.

Tomo XII, pagg. 329-437

Continuazione del Sig. Giovanni Bernardino Tafuri, patrizio della città di Nardò, intorno alle sue due lettere Dell’invenzioni uscite nel Regno di Napoli, indirizzate al P. D. Angelo Calogerà, chiarissimo monaco camaldolese.  

Tomo XVI (all’inizio contiene la dedica a Giovanni Bernardino Tafuri con l’elegia qui presa in esame).

pag. 135-239

Serie cronologica degli scrittori nati nel Regno di Napoli cominciando dal secolo V fino al secolo XVI con una breve notizia intorno alla persona ed opere di ciascuno di essi, disposta ed ordinata dal Sig. Giovanni Bernardino Tafuri patrizio della città di Nardò parte I.

3 Allusione alle aggiunte che il Tafuri fece alla serie dei vescovi ed arcivescovi di Terra d’Otranto nell’Italia Sacra di Ferdinando Ughelli, i cui 10 tomi furono pubblicati dall’editore Sebastiano Coleti a Venezia negli anni 1717-1722.

4 Allusione a Breve libretto della vita di S. Gregorio Armeno detto l’Illuminato protettore principale della città di Nardò, s. n., Lecce, 1723.

5 Chissà che parole di esaltazione  il Calogerà avrebbe escogitato se il tomo XVI che contiene questo suo elogio non fosse uscito nel 1738, cioè  cinque anni prima del rovinoso terremoto che colpì Nardò e che vide il Tafuri tra i protagonisti della ricostruzione! Ecco sull’argomento il ricordo del figlio Tommaso (testimonianza, anche questa, fasulla o, tutt’al più, di parte?) nella biografia che di Giovanni Bernardino scrisse e che fu pubblicata in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Giovanni Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò ristampate ed annotate da Michele Tafuri, v. I, Napoli, Stamperia dell’iride, 1848, v. II, pagg. 589-590: La sua erudizione non meno, che la sua presenza di spirito in qualunque scabroso affare, ben tosto gli guadagnarono una particolar confidenza col Signor Conte di Conversano, da cui nella piccola dimora, che fece in detta Città, gli fu conferito ilgoverno di essa cn piena soddisfazione del Pubblico; ed avvenuto in tal tempo il noto orribil tremuoto, che quasi affatto distrusse una Città cfosì riguardevole; ed accorsovi il Signor Duca di Ceresano allora degnissimo Preside nella provincia d’Otranto, e conosciuta l’abilità, e la destrezza di detto Tafuri con animo quieto, e tranquillo se ne partì, lasciando il tutto raccomandato al di lui prudente regolamento. Ben corrispose egli alla buona opinione di detto Signor Duca, mentre non risparmiando fatiga, né riguardando gl’incomodi di una rigidissima stagione, assistè sempre personalmente a tutto: fè subito aprire le strade ingombrate, e le Chiese dalle precipitate materie, fè disseppellire i morti, e fè ridurre tutt’i poveri storpi in un destinato luogo per Ospedale, provvedendo tutti di vitto, di Medici, e di medicamenti, e mostrando in tal congiuntura non solo una mente la più metodica, e regolata nel distribuire le cose, ma eziandio un animo ridondante di cristiana Carità, e quel ch’è più senza pregiudicare le solite ore da lui addette allo studio. Poco prima Tommaso aveva ricordato che in precedenza il padre era stato Sindaco Generale dei Nobili.               

6 Allusione all’Orazione XXIII (Ragionamento storico recitato nell’apertura dell’Accademia dell’Infimi Rinovati di Nardò) pronunziata dal Tafuri in occasione della rifondazione dell’Accademia degli infimi e riportata in Bonaventura da Lama, Cronica de’ Minori osservanti Riformati della provincia di San Niccolò, Chuiriatti, Lecce, 1724.

7 Antonello Coniger (XVI secolo); la sua opera fu stampata la prima volta col titolo Le Cronache di m. Antonello Coniger gentilhuomo leccese, mandate in luce dal s. Giusto Palma consolo della Accademia degli Spioni. Con una semplice e diligente relazione della rinovata diuozione verso il glorioso S. Oronzio di Gio. Camillo Palma dottor teologo, e arcidiacono di Lecce, Stamperia arcivescovile, Brindisi, 1700. Le Cronache del Coniger con le annotazioni critiche  del Tafuri furono ripubblicate nel 1733 dal Calogerà nel tomo VIII (, pagg. 109-262,  della sua raccolta.

8 Matteo Spinelli di Giovinazzo i cui diurnali (1247-1268) furono pubblicati  da Ludovico Antonio Muratori nel tomo VII di Rerum italicarum scriptores. Il Tafuri inviò al Muratori una nota critica (pubblicata nel tomo VI, pagg. 309-334 della raccolta calogerana) in cui non metteva in dubbio l’autenticità del documento (oggi unanimemente ritenuto un falso) ma ne metteva in risalto errori di trascrizione.

9 Angelo di Costanzo (XVI secolo), storico e poeta, autore di una Istoria del Regno di Napoli, Giuseppe Cacchio, L’Aquila,  1582. Qui si fa riferimento al contributo del Tafuri pubblicato alle pagg. 28-124 del  tomo X della raccolta del Calogerà.

10 Si riferisce  all’ edizione del De situ Iapygiae del Galateo pubblicata col commento del Tafuri alle pagg. 29-206 del tomo VII della raccolta del Calogerà.e alla pubblicazione fatta dal Tafuri di opuscoli dell’umanista di Galatone fino ad allora inediti.

11 Allude al contributo del Tafuri sulla patria di Ennio (III-II secolo a. C.), pubblicato alle pagg. 329-371del tomo IV  della raccolta del Calogerà. Negli Annali (di cui ci restano solo 600 versi) del poeta di Rudiae veniva, tra l’altro, celebrata la seconda guerra puniche, della quale Scipione, detto poi per questo l’Africano, fu un protagonista..

12 Allusione ai tre contributi del Tafuri sugli scrittori napoletani (in Regno delle Sirene è condensato il mito della sirena Partenope fondatrice di Napoli) pubblicati nella raccolta calogerana: tomo V, pagg. 229-264; VI, pagg. 51-126 e XII, pagg. 329-437.

13 Tomo XI, pagg. 1-135. Furono pubblicati solo i primi sei capitoli del libro I. L’opera integrale è in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Giovanni Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò ristampate ed annotate da Michele Tafuri, v. I, Napoli, Stamperia dell’iride, 1848, pagg.  325-543.

14 Nella nota 11 il Calogerà scrive: Hidruntina adhuc extat mss. (La storia di Otranto rimane a tuttt’oggi manoscritta).

15 Si tratta della pubblicazione e del commento di una parte (la ventitreesima) degli atti della congregazione istituita dal papa Gregorio XIV per l’emendazione della Bibbia. Il contributo del Tafuri, qui citato, sarà pubblicato dal Calogerà solo nel tomo XXXI del 1744.

16 Gregorio XIV era nato a Somma Lombardo nel 1535. Gli Insubri erano una popolazione  di origine non chiara migrata forse a partire dal X secolo a. C. nell’Italia nord-occidentale.

17 Allude agli scrittori napoletani del XVI secolo. Contrade euboiche è Cuma, colonia di Calcide in Eubea.

18 I condottieri calcidesi Ippoclide e Megastene secondo parecchi autori del passato furono i primi fondatori di Napoli; Quindi Ippoclidi (discendenti di Ippoclide) qui sta per Napoletani; feconda ricorda la Campania felix di Plinio anche se nello scritto del naturalista felix non allude minimamente alla feracità del suolo ma alla necessità  avvertita di distinguere la Campania antica (sostanzialmente la campagna cumana) da quella più estesa che, in seguito alla divisione augustea delle provincie,  comprendeva un territorio più vasto che si estendeva fino a Roma. Poi nel medioevo la Campania felix sarebbe diventata Terra di laboris (Terra di lavoro); vista la sequenza m’inquieta l’idea della prossima denominazione…

19 In mitologia era il fiume dell’oblio. Il nome deriva dalla radice del verbo greco λανθάνω=restare nascosto; dalla stessa radice, con aggiunta in testa di α privativo, è ἀλήθεια=verità. Anche se nessun dizionario etimologico lo corrobora, per me dalla stessa radice sono i latini letum=morte e il derivato aggettivo letàlis/letale (da cui l’italiano letale).XVI

20 Allusione al contributo pubblicato alle pagg. 135-239 del tomo XVI della raccolta del Calogerà. Esso costituisce la prima parte di un’opera che sarà pubblicata integralmente col titolo Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli per i tipi della Stamperia Felice-Carlo Mosca a Napoli (il primo tomo nel 1744, il secondo nel 1788). 

21 L’inversione dei ruoli qui è un’efficacissima invenzione poetica per enfatizzare l’instancabilità dell’uomo.

22 Costrutto un po’ contorto a significare la conquista di una immortalità ideale; le sorelle sono le tre Parche, Cloto, Lachesi ed Atropo, che presiedevano alle vite di ogni uomo, definite da Orazio (Odi, 3, 15-16) sororum fila trium=i fili delle tre sorelle). La vita, dunque,  simboleggiata da un filo la cui filatura era riservata a Cloto, mentre Lachesi ne stabiliva la lunghezza e Atropo lo recideva.

23 Nella mitologia greca Encelado era uno dei Giganti e Ceo uno dei Titani. Il primo nella battaglia contro gli Dei cercò di fuggire ma Atena lo sotterrò gettandogli addosso la Sicilia e dal suo respiro infuocato nacque l’attività dell’Etna; il secondo rappresentava l’intelligenza. La fama è definita sorella di Encelado e Ceo da Virgilio (Eneide, IV, 179).

24 All’unica tromba della Fama del verso 3 vengono efficacemente  qui contrapposte innumerevoli trombe, ciascuna rappresentata da un’opera del Tafuri. Vien fuori l’immagine di un’orchestra in cui il flop della solista è riscattato dalla performance del gruppo.

Pezza Petrosa e il fascino di una vexata quaestio: “Della patria di Quinto Ennio"

Quinto Ennio

 Si è tenuta il 20 aprile scorso a Villa Castelli, in una sala consiliare affollata e particolarmente interessata, la presentazione del volume di Pietro Scialpi: “Il Parco Archeologico di Pezza Petrosa a Villa Castelli” (Edizioni Pugliesi, Martina Franca 2011).

La manifestazione, organizzata dall’Assessorato  alle Politiche Culturali – Ufficio Cultura e Turismo, in collaborazione con la Pro Loco di Villa Castelli, con l’Archeoclub di Bari e il Touring Club Italiano – Corpo Consolare della Puglia,  è stata preceduta  da una visita guidata a Visita al Parco Archeologico di Pezza Petrosa e al locale Museo Civico che accoglie numerosissimi reperti del sito archeologico.

Dopo i saluti del sindaco Francesco Nigro e dell’assessore Rocco Alò e alla presenza dell’Autore, il prof.  Rosario Quaranta, della Sezione tarantina  della Società di Storia Patria, ha tenuto una relazione che qui, in parte, si riporta.

  

“PEZZA PETROSA”: L’ANTICA CITTÀ SENZA NOME TRA GROTTAGLIE E VILLA CASTELLI

 

di Rosario Quaranta

 

La Rudia Tarentina, segnata nei pressi di Grottaglie, in una carta dell’Ortelio del 1601

“Lungo la strada che da Villa Castelli porta a Grottaglie in contrada “Pezza Petrosa” riposa, ancora chiusa nel mistero archeologico, una vasta e ricca zona di ruderi che, per alcuni studiosi sarebbero i resti di RUDIA TARANTINA, patria del poeta latino Quinto Ennio. La zona, disseminata di ruderi, tombe e di frammenti ceramici, con resti di mura ciclopiche e di una

A 530 anni dalla guerra di Otranto (1480/81-2011) (I parte)

1480/81-2011 – 530° Anniversario della guerra di Otranto

 

LA GUERRA DI OTRANTO DEL 1480

di Maurizio Nocera

Recentemente, ho riletto l’opuscolo “Trattative coi Turchi durante la guerra d’Otranto (1480-81)” [Estratto da «Japigia», Rivista Storica di Archeologia, Storia e Arte; Anno II, 1931 – IX (Fascicolo II) – Società Editrice Tipografica, Bari] di Salvatore Panareo (Maglie 1872 – Roma 1961), storico, folclorista, linguista e poeta dialettale che, per molti anni insegnò Storia al Capece di Maglie, poi fu preside nei Licei di Agrigento (1922-3), Molfetta (1923-6) e nella stessa Maglie (1926-37), dove fu preside anche del Tecnico Commerciale e dell’Istituto Magistrale.

Gli scritti di S. Panareo sono molti conosciuti in Salento, e il suo nome non sfugge a chi si interessa di storia salentina in quanto collaborò con diverse riviste, fra cui «Maglie Giovane», «Japigia», «Rinascenza salentina», «Archivio per le tradizioni popolari», «Archivio storico pugliese», «Rivista Storica Salentina» (di cui fu direttore nel 1922-3). Panareo fu autore anche di diversi saggi, dei quali ecco alcuni titoli: “Fonetica del dialetto di Maglie in Terra d’Otranto” (1903), “Dileggi e scherni fra paesi dell’estremo Salento” (1905), “Puglia” (Torino 1926), “Il Comune di Maglie dal1901 in poi” (1948). Ancora oggi il suo nome e la sua memoria sono presenti nella Biblioteca comunale di Maglie, dove un importante fondo è intestato al suo nome, perché prevalentemente composto dai libri provenienti dalla sua biblioteca privata.

Ma veniamo al testo. Oggi, più o meno, sappiamo quasi tutto sulla guerra di Otranto, e questo grazie alle relazioni dei memorialisti del tempo e grazie anche agli studiosi che si sono interessati e continuano a interessarsi di quell’evento. Ricordo qui solo gli studiosi antichi.

Antonio De Ferraris detto il Galateo (Galatone 1448 – Lecce 1517), riconosciuto grande umanista salentino, scrisse “Il Liber De Situ Japigiae” (1512-1513), fonte certa e probante, all’interno della quale, sia pure in modo breve e sintetizzato, fa riferimento alla guerra di Otranto. Donato Moro (Galatina 1924-1997), che delle vicende otrantine fu grande cultore per

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