Il delfino e la mezzaluna. Numero doppio per i suoi estimatori

delfino e la mezzaluna

E’ pronto il doppio numero de “Il delfino e la mezzaluna”, ovvero gli studi della Fondazione Terra d’Otranto, diretto da Pier Paolo Tarsi.

Giunto al quarto anno, questa edizione si sviluppa in 314 pagine, per recuperare l’anno di ritardo, sempre in formato A/4, copertina a colori, fotocomposto e impaginato dalla Tipografia Biesse – Nardò, stampa: Press UP, con tematiche di vario genere inerenti le provincie di Lecce, Brindisi e Taranto.

Tanti gli Autori che ancora una volta hanno voluto offrire propri contributi inediti, e meritano tutti di essere elencati secondo l’ordine con cui appaiono nel volume, con il relativo saggio proposto:

Pier Paolo Tarsi, Editoriale

Angelo Diofano, Il fantastico mondo degli ipogei nel centro storico di Taranto

Sabrina Landriscina, La chiesa di Santa Maria d’Aurìo nel territorio di Lecce

Domenico Salamino, Prima della Cattedrale normanna, la chiesa ritrovata la città di Taranto altomedievale

Vanni Greco, Il “debito” di Dante Alighieri verso il dialetto salentino

Francesco G. Giannachi, Un relitto semantico del verbo greco-salentino Ivò jènome (γίνομαι)

Antonietta Orrico, Il Canticum Beatae Mariae Virginis di Antonio De Ferrariis Galateo, una possibile traduzione

Giovanni Boraccesi, Il Christus passus della patena di Laterza e la sua derivazione

Marcello Semeraro, Propaganda politica per immagini. Il caso dello stemma carolino di Porta Napoli a Lecce

Marino Caringella – Stefano Tanisi, Una santa Teresa di Ippolito Borghese nella chiesa delle Carmelitane Scalze di Lecce

Ugo Di Furia, Francesco Giordano pittore fra Campania, Puglia e Basilicata

Domenico L. Giacovelli, Nel dì della sua festa sempre mundo durante et in perpetuum. Il patronato della Regina del Rosario in un lembo di Terra d’Otranto

Stefano Tanisi, Il dipinto della Madonna del Rosario e santi di Santolo Cirillo (1689-1755) nella chiesa matrice di Montesardo. Storia di una nobile committenza

Armando Polito, Ovidio, Piramo e Tisbe e i gelsi dell’Incoronata a Nardò

Alessio Palumbo, Aradeo, moti risorgimentali e lotte comunali: dal Quarantotto al Plebiscito

Marcello Gaballo – Armando Polito, Dizionarietto etimologico salentino sulle malattie e stati parafisiologici della pelle, con alcune indicazioni terapeutiche presso il popolo di Nardò

Marco Carratta, Il mutualismo classico in Terra d’Otranto attraverso gli statuti delle Società Operaie (1861-1904)

Gianni Ferraris, Il Salento e la Lotta di liberazione

Gianfranco Mele, Il Papaver somniferum e la Papagna: usi magici/medicamentosi e rituali correlati dall’antichità al 1900. Dal mito di Demetra alle guaritrici del mondo contadino pugliese

Bruno Vaglio, Alle rupi di San Mauro una nuova stazione “lazzaro” di spina pollice. Considerazioni di ecologia vegetale dal punto di vista di un giardiniere del paesaggio

Riccardo Carrozzini, Il mio Eco

Pier Paolo Tarsi, L’antropologia linguistica della memoria narrata: uno sguardo filosofico all’opera di Giulietta Livraghi Verdesca Zain e Nino Pensabene

Arianna Greco, Arianna Greco e la sua arte enoica. Quando è il vino a parlare

Gianluca Fedele, Gli ulivi, la musica e i volti: intervista a Paola Rizzo

Epigraphica in Terra d’Otranto. L’epigrafe agostiniana nella chiesa dell’Incoronata di Nardò (Massimo Cala). L’epigrafe di Morciano di Leuca in via Ippolitis al civico n.6 (Armando Polito)

Segnalazioni. Il fonte di Raimondo del Balzo ad Ugento (Luciano Antonazzo). La Madonna col Bambino e sant’Anna di Gian Domenico Catalano (1560 ca. – 1627 ca.) in Ugento (Stefano Tanisi). Il pittore Aniello Letizia e le sue prime opere di committenza confraternale nella Gallipoli del ‘700 (Luciano Antonazzo – Antonio Faita). Le origini dell’oratorio confraternale di santa Maria degli Angeli, già sotto il titolo di santa Maria di Carpignano (Antonio Faita).

La foto di copertina è di Ivan Lazzari, ma numerose anche le immagini proposte all’interno, gentilmente  offerte da Stefano Crety, Khalil Forssane,  Vincenzo Gaballo, Walter Macorano, Raffaele Puce.

 

Gli interessati potranno chiederlo previo contributo di Euro 20,00 da versarsi a Fondazione Terra d’Otranto tramite bollettino di Conto corrente postale n° 1003008339 o bonifico tramite Poste Italiane IBAN: IT30G0760116000001003008339 (indicare il recapito presso cui ricevere  la copia).

Per ulteriori informazioni scrivere a: fondazionetdo@gmail.com

Libri| Francesca Caminoli, Perché non mi dai un bacio?

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di Gianni Ferraris

Los Quinchos sono loro, i ragazzi di strada di Zelinda Roccia, italiana di origine, artista di strada, donna del circo, da oltre 25 anni la mamita di 200 bimbi di strada nicaraguensi,  negli anni ne sono passati migliaia dalla sua organizzazione.

Lei che da un paese del cagliaritano inizia a girare per il mondo, Germania, Danimarca, poi oltre oceano, verso quell’America di cui da bambina, parlava con il sole che stava tramontando “io so che tu non vai a dormire, ma vai in America, un giorno ci andrò pure io”, ed in Nicaragua il viaggio si ferma, da oltre 25 anni lei è lì, ha trovato il suo mondo e la sua dimensione, con los Quinchos. Quincho barillete che era un ragazzo di Managua che durante la dittatura feroce di Somoza vendeva aquiloni per mantenere i suoi fratelli più piccoli e faceva la staffetta per i sandinisti. I bambini di Zelinda hanno deciso di chiamarsi come lui.

Fracesca Caminoli, con la leggerezza che la caratterizza, ci racconta la storia di Zelinda in un libro che è a mezza strada fra il reportage giornalistico, lei è giornalista, il romanzo, il racconto. Un lavoro che termina con un’intervista a Zelinda dopo le narrazioni dei suoi viaggi e delle miserie dei bambini di strada, la violenza da loro subita e fatta, le loro fughe dal mondo annusando colla (pega) che  sballa  e consente loro di rubare, riunirsi in bande, difendersi in qualche modo da un mondo degli adulti che li rifiutava e li cacciava di casa. Emarginati nella loro terra.

Zelinda riesce a penetrare nel loro mondo, “sfidata” dalla richiesta di uno di quei bimbi : “por què no me das un beso?” Perché non mi dai un bacio?

Un libro da leggere tutto d’un fiato, per meglio comprendere le disparità di un mondo globalizzato che è spaccato in più pezzi, ricchi e miseri, primo mondo e terzo mondo rigorosamente separati, divisi, nella terrificante mancanza di un mondo detto “secondo” per meglio significare differenze incolmabili.

Una terra che gira attorno al sole sempre nello stesso modo ma che si porta sopra tutto: la Ferrari da 250.000 euro che sfreccia veloce, Zelinda, i bimbi di strada e la “pelosa” carità di molte ONG (Organizzazioni non governative) che arrivano dove ci sono i dannati della terra, fanno un progetto in fretta, velocemente spendono montagne di quattrini e se ne vanno, progetti che hanno un tempo imposto per essere terminati per non perdere i finanziamenti, quindi troppo spesso vengono improvvisati. Così si acquista l’ambulanza senza creare una rete di assistenza per ripararla e quella dopo pochi anni arrugginisce in un campo, si fanno pozzi per l’acqua in villaggi sperduti senza addestrare alla manutenzione delle pompe, quando si rompono diventano mucchi di ferri vecchi inutilizzabili. I “progetti” tali non sono in realtà, sono improvvisazioni ed è un modo come un altro per mostrare i muscoli,  un’esibizione di potenza utile solo a creare PIL per i paesi ricchi che si ripuliscono la coscienza.

Zelinda non ci sta, lei crea pezzo dopo pezzo le sue comunità, accoglie con l’aiuto economico di italiani e non solo, migliaia di bambini. Lei fa un progetto vero, con fatica, rischio, amore, caparbietà, il  coraggio che qualcuno chiama “degli incoscienti”, quelli che abbandonano il crasso mondo europeo per ficcarsi nella miseria.

Un libro agile e snello, tuttavia pesante come un macigno.

Francesca Caminoli è al suo sesto libro, ricordiamo Il giorno di Bajram (1999), La neve di Ahmed (2003), Viaggio in Requiem (2010), La guerra di Boubacar (2011), C’erano anche i cani (2013), tutti editi da Jaca Book.

 

Francesca Caminoli, Perché non mi dai un bacio? Una donna accanto ai bambini di strada – Jaca Book – Pagg. 114 – € 12,00

David D’Aprile e la sua break painting

david d'aprile

di Gianni Ferraris

E’ timido, David, si nasconde dietro un sorriso apparentemente sereno, in realtà inquieto, te ne accorgi solo parlando, facendo domande, aspettando risposte. David è uno degli innumerevoli artisti che costellano questo Salento guizzante fra parole scritte, dipinti, sculture, è un flusso continuo di creare cultura.

Così David esce dal quadro perchè vuole raggiungere lo spettatore. Ricordiamo Fontana e il suo taglio che andava oltre la tela, quasi a significare che tutto era stato detto e  che occorreva andare oltre i recinti, le cornici.

David D’Aprile invece di trapassare la tela si protende verso lo spettatore, lo tocca quasi, ammicca. E’ il caso dell’ultimo lavoro, una Marilyn che non è Marilyn ma l’icona che lei rappresenta, bionda, vistosa, bella, con il dito medio proteso verso l’alto che esce dal quadro e potrebbe indicare  il cielo ne senso più ampio del termine oppure, più prosaicamente, il luogo dove “ti ci mando”.

Marylin
Marylin

“Marilyn sono io, ero in un periodo di rabbia, molti hanno troppo e forse non lo meritano. Quel dito che indica il cielo in realtà vuol dire altro, è una provocazione. Certo, Marilyn era fragile, si suicidò, però era anche forte e rompeva gli schemi. Era bellezza e ansia. La mia bellezza, quella che definisco tale, la esprimo nel quadri ma anche nel lavoro al bar. Tento di sorridere sempre” mi racconta l’artista .

Lui che ha creato la “break painting” partendo dai manga di cui era appassionato divoratore nell’adolescenza, li ha riprodotti, ridisegnati, così ecco arrivare Goku di Dragon Ball, ed ecco altri cartoons riproposti.

Gigen
Gigen

“Ho iniziato da Dragon Ball quando ne guardavo i cartoni da ragazzino e mi coinvolgeva, così lo riproducevo, poi è cresciuto con me”.

E’ autodidatta, David, anche se, dice, “Ho fatto l’istituto d’arte,  oreficeria, mi ci sono iscritto per stare con gli amici che facevano quel corso. Però All’istituto d’arte il disegno era prettamente e giustamente tecnico, bracciali, anelli e gioielli, la mia natura era invece quella di creare, copiare e fare “miei” i personaggi che amavo”.

Solo dopo l’artista ha sentito il bisogno di toccare i personaggi, di renderli almeno in parte tridimensionali, è questa la novità. Così la pittura, rigorosamente in acrilico, si fonde con la scultura con tecnologia delle stampanti in 3D che permettono di ricostruire il braccio che esce dal quadro, l’aereo che si schianta contro due torri gemelle che sono diventate magicamente due matite in omaggio a Charlie Ebdò.

E dietro ogni quadro ci sono ore di lavoro, c’è tensione emotiva, soprattutto c’è un messaggio in ogni manga, ogni fumetto, ogni pennellata. L’abbiamo incontrato al tavolino del bar di famiglia dove lavora e dove stanno esposti alcune sue opere, dal “servire” caffè dietro al bancone assecondando richieste e gusti del cliente, alla libertà di esprimersi, dopo il lavoro, nel senso più intimo del termine, nel suo caso con la pittura. Fino ad agosto tutto funzionerà così, poi arriverà il primo figlio di David e della sua compagna, allora tutto cambierà, tutto ma non la verve creativa, immaginiamo.

 

Leggo sul tuo sito che sei daltonico. Un pittore daltonico non è un controsenso?

Mi aiuta la mia compagna, Quando sono in crisi con la scelta dei colori lei mi dà una mano, i fondamentali li distinguo, per gli altri mi lascio aiutare.

 

Cos’è la pittura per te?

Io sono barista  il locale è di famiglia, qui lavoro, il cliente decide e chiede. Quando dipingo sono io ed io solo, se un caffè è cattivo lo rifaccio, un quadro può piacere o meno, però rimane com’è perché io ho scelto di farlo così.

 

Parliamo dei tuoi periodi, vediamo ad esempio quello che chiami “Inizio senza fine”

Dopo l’attentato a Charlie Ebdo volli fare un omaggio alle vittime, così riproposi e ne rielaborai una copertina. In realtà fu un lavoro fatto d’impeto, in poche ore, il pathos era grande e temo che quello fosse solo l’inizio di una catastrofe della quale non vedo fine.

Esci dal buio
Esci dal buio

Un altro lavoro che trovo inquietante e forte è quello che chiami “esci dal buio”

Il fondo nero e le figure che si stagliano sono un urlo contro la violenza sulle donne. Il buio del quale sono a volte prigioniere è il loro silenzio e la paura di denunciare, comprensibile ma aggiunge violenza a violenza. Comprensibile perché questa società non le aiuta. Si, il buio è l’omertà, la paura, l’ansia. In fondo è un messaggio comune anche ad altre situazioni, penso all’usura, al pizzo.

panorama

Che mi dici di Equità Italiana?

Sono commerciante, pensavo al padre di famiglia che la fa finita, quanti suicidi di cui non conosciamo i motivi? Molti però, a parer mio, sono riconducibili a rapporti con Equitalia. Tutti abbiamo qualche problema più o meno grande con questa struttura.

 

Perché esci dal quadro?

Non è scelta solo estetica. A livello inconscio ho scoperto che avevo la necessità di uscire fuori. In famiglia siamo io e mio padre maschi, poi ho quattro sorelle e la mamma, io sono il “piccolo” di casa e mi sono trovato con l’esigenza di proiettarmi fuori.

L’arte è estrema libertà, fuga. Quando sentii l’esigenza di toccare dragon ball lo dipinsi, poi comprai una mano finta e ci studiai su, nacque così quella che chiami pittura/scultura.

 

Altro periodo tuo è “il bene e il male”

Vidi un Cristo crocifisso e lo riprodussi, dietro il cielo era plumbeo, nuvole nere. La mia compagna prima, poi le mie sorelle mi dissero che quello non era Cristo, ma era il mio autoritratto, qualcun altro vide il mostro disegnato dalle nuvole. Avevano tutti ragione, ero l’unico a non essermene accorto. Da lì il bene e il male.

 

Ma il male qual è?

La società, l’essere umano non è un bene in senso assoluto. Vedi come abbiamo ridotto l’ambiente, vedi le guerre, non credo che questo mondo abbia vita eterna.

 

Quindi la tua pittura è autobiografica

Certo che si, in ogni quadro c’è qualcosa di mio, ci sono io. Molte volte ho scoperto di essermi “riprodotto”, spesso a mia insaputa.

 

Le  vetrine  che hai fatto cosa sono?

Una persona amica, sapendo che dipingevo ma che non avevo la forza ed il coraggio di uscire fuori con i miei quadri, di farli vedere, mi disse “rompi il ghiaccio, hai un bar, dipingi qualcosa sulle vetrine, così ti esponi in modo neutro, l’opera è tua, le persone lo sanno e tu trovi il coraggio di far vedere quello che sai fare”. Lo feci e mi accorsi che le mie ansie erano infondate, i clienti guardavano con stupore. Il primo fu un Babbo Natale, ora c’è Lilli e il Vagabondo, in mezzo dipinsi i Simpson, la Sirenetta ed altro.

Torero, particolare
Torero, particolare

Nei tuoi dipinti ho visto un matador, però vince il toro.

Si, la vittima è il torero perché non ha il diritto di eliminare un altro essere vivente. Torna il discorso dell’uomo che distrugge. No, faccio vincere il toro.

 

Parlami del tuo lavoro sul bowling

Io mi sento il tiratore e forse voglio fare strike di chi mi vuole frenare.

 

Fra pochi mesi avrai un figlio, come sarà?

Ti posso dire che mi cambierà la vita. Ho un pò timore, non so cosa succederà, sono ansioso e curioso. Se volessi paragonarlo ad uno dei miei quadri mi piacerebbe che fosse una Marilyn, non troppo buono, con il coraggio di sollevare il dito al cielo. A ben pensare forse mi piacerebbe anche fosse un toro che incorna chi gli vuole male.

 

Il futuro?

E chi lo sa, ora c’è Marilyn

Marilyn, particolare
Marilyn, particolare

 

Per chi volesse contattarti?

C’è la pagina facebook Break painting, un sito www.breakpainting.it ed una mail davidaprile25@gmail.com

E’ uscito Elio, di Gianni Ferraris

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E’ uscito Elio dopo un lungo parto durato 5 anni. Nato come un modo per mettere assieme   ricordi e per dire cose mai dette, quasi una sorta di autoanalisi, è subito diventato la lettera che avrei voluto scrivere a Elio se ora fosse in vita, gli avrei raccontato le cose che ho fatto in tutti questi lunghi anni. Questo girovagare fra i ricordi è diventato libro grazie alla spinta di alcuni amici che hanno detto che “vale la pena farlo”. Chissà se vale la pena, comunque ora ho tra le mani il libro ed è un’emozione, un ricordo consegnato ad altri. Elio e la sua storia, la militanza in Lotta Continua, il suo viaggio in Brasile dopo il ’77 e la fine di un sogno, il suo spostamento nel Nicaragua sandinista, poi nel Salvador a fianco del Frente Farabundo Marti… Poi un silenzio rotto nel ’92 quando mi arrivarono per vie traverse i suoi documenti, Passaporto, patente e poco più e una lettera che diceva “il compagno Elio è morto in appoggio al FLMN salvadoregno in luogo e data imprecisati…”

Poi lunghi anni a metabolizzare e raccogliere ricordi e questa lunga lettera che dice di storie che ho conosciuto, di Solero, del Salento che mi ha affascinato, di mondine piemontesi e tabacchine salentine, e altro. Con un lungo intervento di Marcello Pantani, livornese che con Elio condivise la militanza in Lotta Continua in Puglia, lui a Bari, Elio a Molfetta e racconta dei loro incontri e della loro militanza.
La copertina è di Giulia, mia figlia, la foto in copertina è databile fra il 1953 e 1955, siamo Elio, io, e Francesca, i tre fratelli.
La casa editrice si chiama Spagine, leccese con sede al Fondo Verri, Via Santa Maria del Paradiso, luogo ormai storico della cultura cittadina, luogo di incontri che si è trasformato ora anche in piccolo editore perchè di pagine e Spagine è fatta la conoscenza.
Nell’era dello strapotere Mondazzoli è quasi una boccata d’ossigeno sapere di luoghi “incontaminati”.

Il Museo Faggiano di Lecce in prima pagina sul New York Times

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di Gianni Ferraris

Toh il caso. Vuoi mai che arrivi a Lecce un giornalista americano e si faccia un giretto nel centro storico?  Non è che ci sia passato per caso, a Lecce occorre volerci venire, il finibus terrae è questo, un luogo dove non si passa di sfuggita. Da Brindisi si può prendere l’aereo o il traghetto per andare altrove, poi c’è il Salento leccese e la fine dell’Italia intera. Lecce e i suoi paesi ti accolgono con le loro chiese barocche, i palazzi baronali, tutti luoghi dignitosamente pieni di storia e storie da raccontare. Spesso palazzi antichi hanno  mura sbrecciate o infissi pericolanti, ma mostrano una dignità e fierezza che raccontano fasti passati.  Forse anche da qui, dalla consapevolezza di vedere arrivare solo chi sceglie di farlo, l’accoglienza leccese, il benvenuto che abbraccia lo straniero.

Quindi il giornalista non era qui per caso, forse si aggirava nelle “giravolte” perdendosi, guardava i palazzi del centro storico leccese, fotografava, si scansava per evitare il traffico caotico delle viuzze e si faceva uno slalom fra le auto parcheggiate in Piazza Castromediano e nella prima parte di Piazza Sant’Oronzo, girava e rigirava per quei vicoletti pieni di vita, negozi di souvenir, pub, ristoranti, ancora auto parcheggiate, e arrivava, forse per caso, in un museo non/museo. Una casa privata che il proprietario voleva ristrutturare per farne forse una trattoria, ma che si è scoperta miniera del passato remoto leccese. Il Museo Faggiano, di cui ampiamente e bene disse Giovanna Falco in queste pagine nella sua veste di ricercatrice attenta e precisa, si trova in Via Ascanio Grandi, 56  ed è tenuto aperto dalla famiglia Faggiano. Vale la pena vederlo, chiamarlo museo forse può parere accessivo, è “solo” una casa che racconta storie antiche e meno vecchie, sovrapposizione di strati di epoche passate, come tutto il centro storico leccese si dimostra ad ogni incursione nelle sue viscere.  Il Faggiano, come dice il giornalista: “…Trovò un mondo sotterraneo risalente a prima della nascita di Gesù: una tomba messapica, un granaio romano, una cappella francescana e anche incisioni dal Cavalieri Templari…” recuperò il recuperabile e la casa divenne museo.

Interessante a questo punto è vedere come il proprietario, snobbato o guardato, se non con sospetto, quanto meno con sussiegoso distacco da molti leccesi, diventi uomo da prima pagina del New York Times e come la sua storia venga ripresa dalle TV di tutto il mondo, oltre che da migliaia di “mi piace” sulle pagine facebook, facendone, per un giorno almeno, il personaggio forse più nominato al mondo.

L’interesse di quel giornalista americano potrebbe parlare, chissà se ascoltato, ai nervi scoperti delle amministrazioni locali, quelli dell’incuria, di un centro storico senza uno straccio di piano viabilità, quelli dell’ex caserma Massa sacrificata a divenire parcheggio sopra la sua antica chiesa, il suo convento, il suo cimitero.

Ci fu un notissimo ex ministro della Repubblica italiana che disse “la cultura non si mangia”. Per chi ama il conoscere, l’affermazione equivale a dire “l’aspirina fa bene ma costa e non fa ingrassare, quindi lo Stato non la passa”.  Ora, a prescindere dal fatto che la cultura è in sé un valore e che per lei si deve anche stanziare denaro, rimane evidente come questo giornalista dimostri quanto torto aveva quell’ex ministro, basta vedere la risonanza che ha avuto il suo pezzo nel mondo intero, e la ricaduta di turisti sarà inevitabile.

Ora la domanda è sempre quella: rende più dignitosa la città di Lecce un parcheggio sull’ex Massa o la rivalutazione di quello che si è scoperto scavando per farlo?

In questi giorni vediamo sciami di turisti girovagare per la città e vediamo l’ovale di Piazza Sant’Oronzo offrire loro pagodine che vendono “coglioni di mulo” e “palle del nonno”. Dignità, perbacco, il Santo guarda dalla colonna e forse si inalbera. L’idea di museo diffuso proprio non ha sede in questi vicoli?

Trasformare una casa in museo è emblema di come uno sforzo anche minimo (di un privato ovviamente) può rendere grande, immensa una città che di suo è già immensa e grande. E forse proprio questa grandezza è una parte del problema, avere tutto questo patrimonio en plein air induce a darlo per scontato, valorizzare ed offrire ad un turismo attento tutto questo nel modo migliore, invece, potrebbe essere il valore aggiunto.  Fare del centro storico patrimonio veramente comune, un salotto, non potrebbe essere un nuovo modo di concepire non solo il turismo, ma la vita stessa dei cittadini leccesi? Forse, chissà, con più attenzione collettiva forse anche gli imbecilli che scrivono sui muri antichi frasi senza senso starebbero più attenti. Mentre il museo Faggiano tornava a nuova vita, il teatro Apollo, dopo anni di impalcature che lo ricoprivano completamente, è stata semicoperto da una palizzata con bei disegni, certo, pur sempre un teatro rigorosamente con lavori in corso. E Santa Croce, dopo anni di lavori dichiarati finiti, è stata frettolosamente ricoperta di nuove impalcature per finire i lavori “finiti”.

Ben sappiamo il mantra che recitano gli amministratori:  “mancano i soldi”,  “i governi nazionali tagliano i fondi”. E’ talmente infinita questa litania che ormai sembra far parte del gossip istituzionale.

Comunque oggi Lecce ha l’onore di essere un poco più conosciuta a livello internazionale. Grazie al Sig. Faggiano questa volta.

Una nota di colore, pare che i salentini leggano molto il New York Times. Il Faggiano dopo l’articolo ha avuto un’impennata di visite di cittadini leccesi. Ad averlo saputo  prima andava a finire che con la giusta campagna stampa votavano  anche da New York per Lecce Capitale di cultura!

 

Alcuni interventi su internet dopo l’uscita dell’articolo su NY Times:

http://www.artribune.com/2015/04/finisce-sul-new-york-times-il-museo-archeologico-di-lecce-che-doveva-essere-una-trattoria-il-proprietario-aggiustava-dei-tubi-emersero-resti-di-valore/

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-aa96fce3-4278-43c1-9a6d-aa63335075bf-tg1.html

http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/chi-trova-fogna-trova-tesoro-finisce-nytimes-trattoria-98749.htm

http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Dagli-scavi-per-la-trattoria-al-tesoro-archeologico-La-storia-del-Museo-Faggiano-sul-New-York-Times-9a3ba256-a4f7-4b8c-a08d-8a2790f3e786.html

http://www.ancient-origins.net/news-history-archaeology/man-intent-fixing-toilet-uncovers-centuries-old-subterranean-world-020299#ixzz3YPkAHrNj

http://www.mirror.co.uk/usvsth3m/man-digs-hole-fix-toilet-5524122

http://www.quotidianodipuglia.it/cultura/il_museo_faggiano_di_lecce_finisce_sul_new_york_times/notizie/1299483.shtml

http://www.pugliareporter.com/lecce-museo-faggiano-sulla-prima-pagina-del-the-new-york-times/

http://www.bbc.co.uk/mundo/noticias/2015/04/150415_sociedad_historia_lecce_museo_faggiano_amv

http://www.nytimes.com/2015/04/15/world/europe/centuries-of-italian-history-are-unearthed-in-quest-to-fix-toilet.html?_r=0

http://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/2015/4/123932.html

Fondo Verri e Pietro Marti

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di Gianni Ferraris

Giovedi 19 marzo scorso nell’inesauribile miniera di incontri che è il Fondo Verri, è stato presentato il libro “Pietro Marti (1863-1933)” di Ermanno Inguscio. L’autore ci ha raccontato, “la sua ricerca storica e documentale dedicata alla figura dell’intellettuale e operatore culturale salentino Pietro Marti e si presenta come un corpo unico ma non conclusivo perché, come lo stesso autore sottolinea, “traccia spunti di ulteriore approfondimento per gli studiosi che se ne vogliano occupare”. Il volume gode della prefazione dall’attuale direttore della Biblioteca Provinciale “Nicola Bernardini” di Lecce, Alessandro Laporta (avendo Marti ricoperto, tra altri, anche il ruolo di direttore di quella Biblioteca dal 1929 al 1933) che riconosce a Ermanno Inguscio “il coraggio nell’intraprendere le ricerche e la pazienza nel tentativo di ricostruire un ritratto quanto più possibile fedele all’originale”. Divisa in quattro parti principali, la monografia ha titoli che introducono il lettore nella poliedricità di Pietro Marti: uomo di cultura, fondatore di giornali, conferenziere, polemista, storico erudito e biografo, direttore del periodico La Voce del Salento, cultore d’arte e archeologia; sullo sfondo la realtà salentina nel passaggio tra fine Ottocento e primi del Novecento”, come ha scritto Mauro Marino presentando l’evento.

Sala piena e attentissima alla narrazione di questa figura complessa, poliedrica e importante nell’universo culturale leccese che, a cavallo fra ‘800 e ‘900 dava vita ad un universo di almeno 22 giornali stampati a Lecce e provincia, oltre la metà di quelli stampati nella Puglia intera.

 

Ermanno Inguscio – Pietro Marti (1863 – 1933) – Ed. Fondaz. Terra D’Otranto

Intervista di Gabriele Invernizzi ad Angela Barbanente, vicepresidente della Regione e assessore all’Assetto del territorio

portoselvaggio (ph Marcello Gaballo)

di Gianni Ferraris

Lunedi 16 febbraio la Giunta regionale pugliese ha approvato il Pptr, Piano paesaggistico territoriale regionale. Sull’importanza e il significato di questo evento il giornalista Gabriele Invernizzi ha intervistato Angela Barbanente, vicepresidente della Regione e assessore all’Assetto del territorio. Gabriele. giornalista di lungo corso, per molto tempo a L’Espresso,  è un amico “innamorato” del Salento, in particolare di Cisternino. Con il locale comitato si batte contro la diabolica scelta degli amministratori di violentare il territorio con una strada assolutamente inutile, la cosiddetta “Strada Dei Colli”. Dello scempio ci eravamo occupati in tre occasioni:  art. uno  art. 2  art. 3.

L’intervista all’assessore Barbanente è di estrema attualità anche per il Salento leccese dove altre scelte amministrative  sembrano cozzare con il buon senso. Parliamo di TAP, della sciagura chiamata Strada 275 con la quale si vogliono decimare gli ulivi, parliamo delle scelte di irrorare con pesticidi chimici altamente tossici il territorio, le campagne e i paesi del basso Salento con l’alibi della xylella. Insomma, ringraziamo Gabriele per questo prezioso contributo. (Gianni Ferraris)

 

Intervista a Angela Barbanente vicepresidente della Regione Puglia

Un Piano per salvare  la Puglia “bene comune”

di Gabriele Invernizzi

 

 

Signora Barbanente, può spiegarci in poche parole che cos’è un Pptr?

E’ un piano paesaggistico finalizzato alla conoscenza, tutela, valorizzazione e riqualificazione del paesaggio, approvato in attuazione del Codice dei beni culturali e del paesaggio del 2004 e conforme alla Covenzione europea del paesaggio adottata a Firenze nel 2000 e ratificata dal Parlamento italiano nel 2006.

 

Tutte le regioni italiane devono dotarsi di questo strumento di governo del territorio, ma la sola Puglia per ora l’ha fatto. Tanto zelo si spiega soltanto con una particolare sensibilità della giunta Vendola oppure cela anche un’urgenza dettata dalla gravità dei problemi del territorio pugliese?

C’erano entrambe le ragioni. Già nel presentare il programma di governo, nel giugno 2005, il presidente Vendola aveva parlato di un nuovo ciclo di sviluppo attraverso la valorizzazione delle risorse materiali e immateriali, costituite da donne, uomini, giovani e dai beni ambientali e culturali del territorio. Il nuovo ciclo doveva investire tutti i settori produttivi: dal settore agricolo, che prevedeva un modello di sviluppo basato non solo su una maggiore e migliore produzione ma soprattutto sulla capacità di cogliere le opportunità offerte dalle politiche di tutela e salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio; al settore  turismo, per il quale si prefigurava un rilancio incentrato su tutela dell’ambiente, valorizzazione del patrimonio culturale e integrazione nell’area del Mediterraneo. Intanto in Puglia è cresciuta la consapevolezza collettiva della gravità dei problemi ambientali prodotti dalla politica dei poli industriali promossa dalla Cassa per il Mezzogiorno, con l’Ilva di Taranto o la centrale a carbone di Cerano, insieme al dissesto idrogeologico e all’erosione costiera provocati dalla urbanizzazione selvaggia dei versanti, delle aree naturali, dei litorali e dei corsi d’acqua superficiali e sotterranei.

 

E’ dunque evidente che il Pptr avrà un forte impatto sul piano economico. A quali modelli di sviluppo vi siete ispirati?

A modelli autosostenibili e durevoli che fondano le prospettive di sviluppo sulla salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio territoriale e paesaggistico, inteso quale bene collettivo prodotto nei tempi lunghi della storia e nel quale si intrecciano indissolubilmente natura e cultura, risorse materiali e immateriali, compresa la sfera sociale e culturale e la capacità dei soggetti di attivarsi e autoganizzarsi.

 

Le ho fatto questa domanda pensando a quanto accade in Val d’Itria, dove un gioiello paesaggistico come i Colli di Cisternino è minacciato dall’insensato progetto di farci passare una nuova strada: ancora asfalto e cemento, e in prospettiva nuove case “a schiera”, alberghi e magari campi da golf e tutto quanto va insieme alla solita speculazione edilizia. Il vostro Pptr rappresenterà un baluardo capace di allontanare queste minacce?

Il Pptr è stato concepito proprio per evitare tali minacce agendo su un doppio fronte. Un fronte è la tutela, appunto, dei “gioielli paesaggistici” come i Colli di Cisternino che vengono descritti nell’Atlante del patrimonio e nelle Schede d’ambito molto più accuratamente di quanto faceva il vecchio Piano paesaggistico. Il secondo fronte è quello delle scenario strategico, prima del tutto assente, che assume i valori patrimoniali del paesaggio pugliese e li traduce in obiettivi di trasformazione per contrastare le tendenze di degrado e costruire le precondizioni di forme di sviluppo locale socioeconomico autosostenibile mediante progetti territoriali regionali, linee guida, progetti integrati.

 

La lotta contro questa famigerata Strada dei Colli ha dato per la prima volta una voce a migliaia di cittadini, dai giovani ai vecchi agricoltori, che non si limitano a dire “no!” e chiedono progetti di sviluppo alternativi, dall’agricoltura biologica al turismo sostenibile, dai parchi naturali al paesaggio come “bene comune”. Nel vostro Pptr vi è traccia di tutto questo?

Il Pptr, nel suo Scenario strategico, comprende cinque progetti territorali che, supportati anche da coerenti programmi di finanziamento, intercettano tutti i progetti di sviluppo come quelli che vengono richiesti dai cittadini di Cisternino che si oppongono alla Strada dei Colli.

 

Ci può descrivere questi cinque progetti?

Uno è la Rete Ecologica Regionale, per rafforzare le relazioni con le politiche di conservazione della natura e tutela della biodiversità. Due, il Sistema Infrastrutturale per la Mobilità Dolce, per rendere fruibili i paesaggi regionali sia per gli abitanti che per il turismo escursionistico, enogastronomico, culturale e ambientale, grazie a una rete integrata di mobilità ciclopedonale, ferroviaria e marittima che recupera strade panoramiche, sentieri, tratturi, ferrovie minori, stazioni, attracchi portuali. Tre, il Patto Città-Campagna per rafforzare le funzioni pregiate delle aree rurali e riqualificare i margini urbani. Quattro, la Valorizzazione e Riqualificazione integrata dei pasaggi costieri. Cinque, i Sistemi Territoriali per la fruizione dei beni culturali e paesaggistici…

 

Peccato che la vostra giunta si avvicini alla fine del mandato… Ma il Pptr risulterà vincolante anche per i nuovi governi?

Finchè resterà in vigore così come è stato approvato, certo che risulterà vincolante. Ovviamente un piano può sempre essere cambiato… Ma difendere questo Pptr non spetta solo alla Regione, ma anche a tutti coloro che ne condividono la visione e la strategia. Per renderlo ancora più profondamente patrimonio comune e garantirne un’attuazione efficace, occorrerà bilanciare sapientemente l’applicazione delle norme volte alla regolazione e al controllo delle trasfiormazioni, con l’uso degli strumenti volti a promuovere la qualità del paesaggio e la valorizzazione dei patrimoni identitari della Puglia attraverso gli strumenti della produzione sociale del paesaggio…

 

Come?

Dando impulso alla progettualità locale… Incentivando l’uso degli strumenti di democrazia partecipativa per la comunicazione sociale e l’arricchimento delle conoscenze sul patrimonio paesaggistico… Promuovendo forme di coprogettazione locale per sviluppare la coscienza di luogo e la cura del territorio…

 

Ha visto che cosa è successo in Toscana? Lì il Pptr non è stato ancora approvato e già il Pd, che pure è al governo della regione, ha proposto un maxiemendamento per trasformare le sue direttive “vincolanti” in semplici “indirizzi”. Anche il Pptr pugliese va incontro a rischi del genere? 

Il nostro Piano ormai è stato approvato e quindi non vi è un rischio di maxiemendamento. Tuttavia anche noi abbiamo attraversato momenti di vivace contraddittorio sul sistema delle tutele, degenerato in aspra polemica nei giorni immediatamente successivi all’adozione, nell’agosto del 2013. Il fatto che non si fosse in vigilia di elezioni, com’è la Toscana oggi, ci aveva consentito di superare le tensioni grazie a un intenso confronto con le parti politiche, gli enti locali, i produttori di paesaggio, le associazioni e i cittadini, in innumerevoli incontri in giro per la Puglia. E’ stato un lavoro faticoso che ha rischiesto molta tenacia e pazienza, ma che ha consentito di superare l’impasse solo con qualche lieve modifica che non ha snaturato la filosofia e il rigore del nostro Piano.

 

Deportati salentini leccesi nei lager nazifascisti

cover patiluceri

di Gianni Ferraris

Dopo l’otto settembre 1943, l’armistizio di Cassibile l’esercito italiano si ritrovò sbandato, senza più ordini. Il Re e Badoglio fuggirono vilmente a Brindisi lasciando l’Italia intera senza guida. I militari avevano due possibilità: aderire alla Repubblica di Salò e rimanere alleati dei nazisti, oppure prendere altre strade, ribellarsi, sbandarsi, salire in montagna con i partigiani. La stragrande maggioranza decise di abbandonare la sciagura della guerra e l’infamia del nazifascismo, solo il 10% accettò l’arruolamento nella bande di Mussolini e Hitler, molti si aggregarono ai partigiani, chi riuscì tornò a casa, moltissimi vennero disarmati e considerati dai nazisti “prigionieri di guerra”.  Per loro era valida la Convenzione di Ginevra, i nazisti, nella loro viltà, decisero di non rispettarla chiamando i prigionieri IMI (Internati Militari Italiani) e deportandoli nel lager, la Germania di Hitler aveva bisogno forza lavoro a costo zero. Infami nell’infamia.

Quanti furono gli IMI italiani ce lo dice uno studio di  Pamieri e Avagliano:

«In pochi giorni i tedeschi disarmarono e catturarono 1.007.000 militari italiani, su un totale approssimativo di circa 2.000.000 effettivamente sotto le armi. Di questi, 196.000 scamparono alla deportazione dandosi alla fuga o grazie agli accordi presi al momento della capitolazione di Roma. Dei rimanenti 810.000 circa (di cui 58.000 catturati in Francia, 321.000 in Italia e 430.000 nei Balcani), oltre 13.000 persero la vita durante il brutale trasporto dalle isole greche alla terraferma. Altri 94.000, tra cui la quasi totalità delle Camicie Nere della MVSN, decisero immediatamente di accettare l’offerta di passare con i tedeschi.

Al netto delle vittime, dei fuggiaschi e degli aderenti della prima ora, nei campi di concentramento del Terzo Reich vennero dunque deportati circa 710.000 militari italiani con lo status di IMI e 20.000 con quello di prigionieri di guerra. Entro la primavera del 1944, altri 103.000 si dichiararono disponibili a prestare servizio per la Germania o la RSI, come combattenti o come ausiliari lavoratori. In totale, quindi, tra i 600.000 e i 650.000 militari rifiutarono di continuare la guerra al fianco dei tedeschi »

E il Salento leccese come è stato interessato dai deportati IMI? Finalmente c’è materiale di studio, Ippazio Antonio Luceri con una colossale opera di 600 pagine ha elencato nomi, schede e numeri della sciagura. “Deportati Salentini Leccesi nei lager nazifascisti”  restituisce memoria e dignità a questi patrioti, i numeri impressionanti.

cover patiluceri - Copia

La dettagliata presentazione di Maurizio Nocera inquadra storicamente gli eventi, mette in fila le date della sciagura del ”secolo più violento” il ‘900. In particolare ci ricorda come la storia dei campi di concentramento non fosse stata solo nazista, ma riguardò l’Italia. Estrapolo il passaggio di Nocera in proposito:

“…5 settembre 1938, R.d.l. n. 1390, Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista;

23 settembre 1938, Rdl. n. 1630, Istituzione di scuole elementari per fanciulli di razza ebraica;

17 novembre 1938, Rdl. n. 1728, Provvedimenti per la difesa della razza italiana;

15 novembre 1938, Rdl. n. 1779, Integrazione e coordinamento in un unico testo delle norme già emanate per la difesa della razza nella scuola italiana;

9 febbraio 1939, Rdl. n. 126, Norme di attuazione relative ai limiti di proprietà immobiliare e di attività industriale e commerciale per i cittadini di razza ebraica.

4 settembre 1940, Mussolini emana il decreto definitivo che istituiva i primi 43 campi di internamento per gli ebrei, gli antifascisti, i rom e i sinti, gli omosessuali e i minorati. Furono immediatamente recuperati differenti luoghi di detenzione, spesso dei reclusori isolati dalle città e dai luoghi di vita civile. È superfluo descrivere com’erano fatti questi luoghi di confinamento, perché la letteratura in merito è molto ricca e basta fare un semplice clic su internet per leggere l’abnorme livello di miseria e di abbandono. In Italia furono alcune decine di migliaia gli internati nei 400 campi di concentramento prima di venire spediti nei lager nazisti tedeschi.

Alcuni di questi campi sono ormai noti e su di essi non mancano gli studi di approfondimento specifici. Eccone qui elencati alcuni: Agnone, Aosta, Alberobello, Ariano Irpino, Bagni di Lucca (Lucca), Bagno a Ripoli, Bioano, Calvari di Chiavari, Campagna (Salerno), Casacalenda (solo femminile), Casoli, Castel di Guido (Roma), Città Sant’Angelo (Pescara), Civitella della Chiana (Arezzo), Civitella del Tronto, Colfiorito di Foligno (Perugia), Corropoli, Fabriano, Farfa Sabina (Rieti), Ferramonti di Tarsia (Cosenza), Ferrara, Fertilia (Sassari), Forlì, Fraschette di Alatri (Frosinone), Gioia del Colle (Bari), Isernia (Campobasso), Isola del Gran Sasso, Istonio (Chieti), Lama dei Peligni, Lanciano (Chieti) (due campi, uno maschile e l’altro femminile), Lipari (Messina), Manfredonia (in un ex mattatoio), Montalbano (Firenze), Montechiarugolo (Parma), Monteforte Irpino, Nereto, Notaresco, Piani di Tonezza (Vicenza), Petriolo (Macerata) (solo femminile), Pisticci (Matera), Pollenza (solo femminile), Ponticelli Terme (Parma), Roccatederighi (Grosseto), Sassoferrato (Ancona), Scipione di Salsomaggiore, Solofra (Avellino) (solo femminile), Servigliano (Ascoli Piceno), Sforzacosta Sondrio, Tollo (Teramo), Tortoreto, Tossicia, Treia (solo femminile), Trieste, Tremiti (Foggia), Urbisaglia (Macerata), Ustica (Palermo), Vinchiaturo (Campobasso) (solo femminile), Verona, Vo’ Vecchio (Padova). Il più noto fra tutti questi campi fu la famigerata Risiera di San Sabba a Trieste, in un primo momento classificato come campo di polizia e di transito, dove si perpetrarono torture, esecuzioni capitali e lo sterminio di ebrei e comunisti (oltre 5000) infornati e cremati nel forno di cui era provvisto quell’impianto industriale. Altri campi di polizia e di transito verso la Germania furono quelli di Fossoli, Gries e Bolzano e provincia, attraverso i quali transitarono più di 11 mila deportati italiani”

E così Ippazio Antonio (Pati per gli amici) elenca un rosario che pare infinito:

7158 nomi, cognomi, schede compilati da Pati.

581 deceduti fra questi

421 in prigionia nei campi di concentramento nazisti,

156 morti nei naufragi delle navi: Petrella, Donizetti, Oria, Sinfra partite dai porti di Rodi, Creta, Cefalonia, Leros, Scarpantos, Coo. 4 vennero fucilati mentre tentavano la fuga,

6 morti al loro ritorno in patria per malattie contratte a causa della

Queste ricerche hanno impegnato Pati per lunghi anni, ha spulciato archivi storici, Istituti Storici della Resistenza, Archivi Vaticani ecc.  e questo è suo il terzo volume dedicato agli antifascisti, partigiani, combattenti e deportati salentini.

Come si evince dai numeri siamo di fronte ad una vera e propria sciagura, una strage perpetrata con metodo. Gli IMI vennero ignorati per molto tempo, anzi, in molti casi, al loro ritorno in Patria,  vennero definiti “imboscati” come dice  Luceri nella prefazione, invece, secondo l’autore, erano:

“RESISTENTI, a tutto tondo, pur essendo stati etichettati come “imboscati”, per molto tempo, con affermazioni a dir poco umilianti, offensive, ancora una volta disumane, soprattutto quando ci si accorgeva che, per molti ma soprattutto per il potere costituito, il loro sacrificio era stato inutile, come ha ben documentato il Lazzero Ricciotti. Che non avevano collaborato con i nazifascisti ma non avevano nemmeno impugnato un’arma per combatterli e continuo, sempre con il Ricciotti, “I partigiani parlano nelle piazze di combattimenti e di nemici sterminati. Gli scampati, invece, parlano soltanto della fame che li ha sterminati”.

Un libro importante per la memoria, dedicato a quanti nel mondo stanno soffrendo la galera, le torture per una società equa. Fra questi Luceri cita nella presentazione: “…  i nomi di BIASCO Rocco di Alliste, COSTA Alberto di Alezio, COSTA Umberto di Matino ed ELIA Pantaleo di Vernole. Sono i nomi di quelli che non ce l’hanno fatta, essendo stati scoperti e pertanto fucilati, durante il tentativo d’evasione…”

 

Ippazio Antonio Luceri – Deportati Salentini Leccesi nei lager nazifascisti – Grafiche Giorgianni pagg. 600

 

Per quanto riguarda il prezzo il discorso è apertissimo, Pati Luceri vuole diffondere e divulgare, scrive nella prefazione:

“il libro si aggira intorno alle 600 pagine e il prezzo per un libro di tal formato e dimensioni, nelle librerie si aggira intorno alle 100 euro.

Ho ricevuto un contributo di 2800 euro e ciò mi permette di abbassare i costi di 28 euro. Ma la mia ricerca non è finalizzata a lucrare su chi ci HA DONATO la LIBERTÁ e pertanto lo diffonderò a prezzo politico. Mi si dia – come dico SEMPRE – quello che si può e si vuole dare e se qualcuno non può permetterselo e ci tiene a farlo divulgare, LO CHIEDA GRATUITAMENTE: (questo è il mio numero telefonico: 339.8277593).”

Gli altri volumi di Pati Luceri:

Partigiani, antifascisti e Deportati di Lecce e Provincia

Partigiani e antifascisti in Terra D’Otranto

Mario Perrotta ci racconta Ligabue, “Un bes”

perrotta el mat

di Gianni Ferraris

“Étrange (straniero, diverso) è una parola scomponibile: être-ange (essere-angelo). Dall’essere angeli ci mette in guardia l’alternativa dell’essere stupidi.” (J. Lacan, Seminario XX, p. 9)

 

La citazione di Lancan la rubo dall’amico Mimmo che su FB commentava l’ episodio a cui ha assistito:  un clochard costretto a consumare in una sala d’aspetto un piatto che non aveva, evidentemente, diritto di mangiare al tavolo della mensa accanto che glielo aveva fornito. Forse non poteva sedere a tavola in quanto clochard, senza casa, senza tetto. Senza dignità?

E quelle parole mi sono balzate in mente ieri sera, memorabile 10 dicembre 2014 in quel di Nardò. Il teatro Comunale non è grande, ed è stipato di spettatori, Mario Perrotta ci racconta Ligabue, “Un bes”.

L’attore (e autore) non recita il personaggio, lui è il personaggio. Solo in scena in questo crescendo carico di tensione emotiva, Ligabue che passa la vita dipingendo con rabbia la mancanza di “un bes”, un bacio, dell’affetto che nessuno ha mai saputo dargli. La Svizzera non sopporta i matti nel suo lindo territorio, allora approfitta del cognome e della nazionalità del suo padre acquisito per cacciarlo in Italia, il paese si chiama Gualtieri, in agro di Reggio Emilia. E come ogni paese sopporta “el mat” “el tudesc”, il matto, il tedesco. Quel bizzarro personaggio che girovaga per strade e boschi dipingendo e scambiando quadri con un piatto di minestra, che parla un misto di emiliano e tedesco, che guarda le donne e cerca solo, banalmente affetto. Ma l’è mat, neppure le puttane lo vogliono “sono sporco, mi ha detto”.

Avevo già incontrato Mario Perrotta quando presentava al pubblico per le prime volte il suo “Un bes”, in una lunga intervista si diceva fra l’altro: 

“Nella presentazione dici che Ligabue artista sapeva di meritarlo quel bacio, il pazzo invece doveva elemosinarlo”.

Certamente. Ligabue aveva una perfetta coscienza di sé e del suo valore artistico. Amava ripetere: “quando sarò morto i miei quadri varranno un sacco di soldi”. Non era assolutamente lo scemo del paese, come amavano pensare i suoi compaesani, semmai lo faceva perché gli tornava comodo. Sapeva che, in quanto artista, avrebbe meritato attenzione e sperava che quell’attenzione si concretizzasse anche in affetto da parte di qualcuno, in modo particolare di una donna. Ma questo, come detto, non avvenne mai neanche dopo quel poco di fama che arrivò negli ultimi anni della sua vita. Semmai, tentarono di sfruttarlo, anche le donne, ma lui questo lo sapeva e a volte si vendicava in modo feroce, facendosi pagare dei quadri in anticipo e poi realizzando delle opere brutte (a suo stesso dire!).

“Le ultime parole delle righe che hai messo nel tuo sito, parlando dello spettacolo, sono: “Voglio stare anch’io a guardare gli altri. E sempre sul confine, chiedermi qual è il dentro e quale il fuori”.

Mi ricorda un amico, Adriano Sofri, che capitò in una sventura giudiziaria e ci salutava dal carcere di Pisa dicendo: “Ciao da noi chiusi dentro a voi chiusi fuori”.  

Sicuramente lo “stare al margine” è una condizione che mi affascina molto, sin dal progetto dedicato ai nostri emigranti degli anni ’50 e ’60. E’ una condizione limite, appunto, che trova rispondenza ancora una volta in un’esperienza profondamente mia legata all’infanzia. Da figlio di genitori separati nel sud di 40 anni fa, il rischio di essere messo al margine per questa condizione era forte e ho dovuto sempre lottare per restare invece “all’interno della cerchia”, tanto che spesso, finivo per ritrovarmi al centro della stessa, troppo al centro, esattamente come se stessi in scena a teatro (ecco che non mi è stato difficile il passaggio da un “palcoscenico” all’altro).

Nel mio caso poi, questa paura di veleggiare sul limite si è andata dissolvendo con il passare del tempo ed è diventata solo un ricordo mentre, per quanto concerne la condizione di “malato di mente”, è connaturata ad essa anzi, è il suo superamento perché il limite sono i cancelli e le mura del manicomio o i muri invisibili che le persone ergono tra loro e te. E una volta che i muri sono saliti, tu malato di mente ti trovi oltre essi e quindi sei “fuori”. Fuori dal consesso umano che ti ha rigettato. Ma, al contempo, gli stessi uomini che si autodefiniscono “sani”, guardando le mura di un manicomio si definiscono “fuori”, mentre i malati sono “dentro”. E allora? Qual è il dentro e qual è il fuori? Esattamente come nella condizione carceraria e in qualunque condizione di diversità sancita da un confine: esso stesso determina un dentro e un fuori differente secondo il lato su cui ci si trova. Mi viene in mente una parola leccese – ‘ppoppeti – che i cittadini di Lecce usano per indicare in modo irriverente “quelli di provincia”. Il suo etimo è latino e cioè: post oppidum, oltre le mura della città.

Il guaio è che anche “quelli di provincia” usano la stessa espressione per indicare con la stessa irriverenza “quelli della città” perché, dal loro lato del confine, noi cittadini siamo effettivamente ‘ppoppeti, ossia oltre le mura. Ecco che, ancora una volta, un confine determina una discriminazione bilaterale e a furia di annotare situazioni del genere, mi viene da pensare che è il concetto stesso di confine ad essere sbagliato.

 

E in altra intervista pubblicata recentemente sulla rivista della Fondazione Terra d’Otranto “Il Delfino e la mezzaluna”, alle pagg. 216/223,  racconta dell’impellenza di parlare della diversità, di viverla:

Vorrei farti una domanda personale. Sei diventato padre, ne vuoi parlare?

il progetto Ligabue nasce per questo. sapevo che sarei diventato padre di un bimbo o una bimba che arrivava dal centro africa. Non sapevo da dove nè l’età, né il sesso, l’unica certezza era che sarebbe stato nero. Per qualcuno è un problema, per me una ricchezza. Gabriele è arrivato dall’Etiopia e un giorno vorrà riscoprire le sue tradizioni. So che qualcuno gli farà notare la sua differenza. Mi sono chiesto se saremo in grado di aiutarlo a superare questi scogli. Lo sapremo un tempo. Queste tensioni mi hanno fatto tirar fuori il progetto Ligabue. Un “diverso” era la figura che mi permetteva di parlare di me e delle mie tensioni.  Come vedi non è una domanda personale, è artistica. i miei testi sono le mie urgenze. Privato e scena si intrecciano.

 perrotta

Parole nella quali la parte “razionale” ha il sopravvento, è la logica dell’offrire una visione della diversità al pubblico, del dare un senso a quella che chiamiamo pazzia giusto per togliercela di torno e tornare alla nostra “normalità” mentre “el mat” crea, vede il mondo con occhi diversi, rivendica un bes, un abbraccio, comprensione non per il suo stato ma per il suo essere “umano”. Il paese lo deride ma acqusita i suoi quadri, i “normali” si fanno dipingere il furgoncino che poi rottameranno senza rendersi conto di quel che fanno, pur se legati a filo doppio al valore venale del denaro, neppure sanno di aver rottamato un’opera d’arte, lo capiranno solo quando l’artista morirà e i suoi quadri avranno l’onore di essere “opere d’arte”.

Non avevo mai avuto l’onore e il piacere di vedere lo spettacolo, ne avevo solo parlato con Mario. Arrivò in primavera a Lecce, è vero, ma per una sola sera e in un teatro piccolo per un artista così immenso, il Paisiello, non trovai il biglietto. Ora è tornato in un teatro altrettanto bello e altrettanto piccolo. Ancora una volta per una sola sera. L’ho visto ed ho capito di getto tutte le cose che Mario, in due interviste, non è stato capace di dirmi, non poteva farlo: l’impatto emotivo dello spettatore. Commuoversi di fronte ad una piece teatrale non è usuale per me, lasciarsi andare e passare dalla storia narrata a “oltre la storia” non è facile. Questa volta è successo, ed ho visto altre lacrime fra gli spettatori. Mi sono commosso e sono riuscito a trapassare la storia narrata, a veder nascere quadri (Mario in scena disegna anche bene con tratti di carboncino su fogli grandi). Ho visto la grandezza del diverso e l’immensità dell’artista. Ho visto, per dirla con Lacan, un Etrange, un angelo rabbiosamente fiero e senza l’affetto che lo renderebbe una persona altra, diversa.

E tornando a Lecce, nella notte limpida e senza luna, pensavo a come sono grette le città di provincia, a volte, quando disdegnano i loro geni, li emarginano, li snobbano. Lecce austera potrebbe, dovrebbe riabbracciare con serena calma e pacatezza i suoi “mat”, i guitti, quelli che scommettono e creano. Dovrebbe riconoscere gli artisti quando ancora hanno molto da dare.  Qui ed ora per favore!

 

 

 

269 “mi piace”

mostri

di Gianni Ferraris

269 “mi piace”, 354 condivisioni. Sono gli esiti di un post pubblicato su facebook. Il testo della frase che tanto piace e tant osi condivide era: “sei morta troia”, l’aveva messa la persona che poco prima aveva ammazzato l’ex moglie. Mille domande si possono fare, probabilmente si avranno mille risposte, l’anonimato della rete consente a chiunque di dire qualunque cosa, senza ritegno, senza remore, senza regole. Le regole sociali che si perdono come si perde il linguaggio, la capacità di parlare guardandosi negli occhi. 

Quanti “mi piace” circolano in rete? Quanti sconosciuti si prodigano a solidarizzare con non si sa cosa o chi? E’ appena passata la giornata contro la violenza sulle donne, subito un padrone ritiene di poterne massacrare una e di postare la sua virilità su facebook.

E’ ancora vivo l’orrore per il bimbo ammazzato negli USA e in Italia un bimbo di otto anni viene trovato strangolato e gettato in un canale, una violenza che è stillicidio, goccia a goccia, i morti per fame e morbillo sono lontani, troppo. Non li contiamo neppure, macchè, noi contiamo i nostri morti, quello della donna uccisa da un ex marito con il quale ha condiviso attimi, anni, giorni, esperienze. Con il quale ha fatto un figlio, e subito davanti ad una tastiera 354 complici dell’omicida condividono, come fosse festa.  

Subito 269 mettono “mi piace”, con gioia forse, sicuramente senza coscienza, senza etica, senza messaggi diversi da quelli dell’orrore. Queste sono persone che domani andranno a votare, che forse, al bar sport, commentano la partita del milan (o della juventus, per par condicio) e che certamente non conoscono grammatica e sintassi. Nessun’altra diversa da quella dell’inciviltà. Intanto noi ci chiediamo in quale maledetto mondo stiamo vivendo, soprattutto quali mostri ha creato la nostra (in)civiltà. Nessuno, penso, si può sentire non coinvolto, come diceva De Andrè un tempo.

 

 

Chiacchierata con Ferdinando Boero

boero

di Gianni Ferraris

Chiacchierata con Ferdinando Boero, docente di biologia marina all’Unisalento di Lecce, collabora con alcuni quotidiani (La Stampa, Il Secolo XIX, Nuovo Quotidiano di Lecce) e altre testate scientifiche e non. Personaggio eclettico, scienziato che è difficilissimo trovare a casa perché chiamato in ogni parte del mondo a parlare della sua specializzazione.

Oltre che lo studio delle meduse, delle quali è uno dei massimi esperti a livello mondiale, e della biologia marina in genere, uno dei suoi amori più grandi è stato da sempre Frank Zappa, e una medusa da lui scoperta ne porta il nome.

Genovese trapiantato in Salento, ogni tanto ci si incontra, si scambiano otto parole e quattro battute e battutacce sulla vita, il lavoro, la politica, il succo di melograno ed altre amenità.  Siccome il prof. Boero ha un curriculum esageratamente impegnativo da riportare, rimando alla sua scheda nel sito unisalento .

 

“Per iniziare  in leggerezza, due parole su Frank Zappa”

Il primo concerto è stato The Beatles, nel 1965. Avevo 14 anni. L’anno dopo The Rolling Stones. Stava cambiando il mondo, e ho avuto la fortuna di essere lì, di vederlo cambiare. All’inizio dei 70 un mio amico mi fa sentire un disco di Zappa e resto fulminato. Cominciavo a capire l’inglese e quel tale parlava di cose “strane”, la sua musica era “strana” e in quella stranezza, diversa da tutti gli altri, mi trovavo a mio agio. Nessuno come lui. Così, nel 1983, durante un soggiorno di studio in California, gli scrissi che avevo scoperto nuove specie di meduse, e che avrei voluto dedicargliene una. Mi rispose “non c’è niente al mondo che mi piacerebbe di più che avere una medusa col mio nome”. Lo andai a trovare a casa sua, a Los Angeles, e diventammo amici. Un’amicizia che durò dieci anni, fino alla sua morte, nel 1993. Un privilegio raro, conoscere gente di quel calibro.

 

“A Lecce sei arrivato nel 1987, l’intenzione era di stabilirti qui o doveva essere un passaggio?”

Non sapevo. Ci fu un concorso nazionale ad associato. Io ero ricercatore. Partecipai. Non c’erano posti a Genova. Vinsero i pupilli dei membri della commissione ma avanzò qualche posto, e fui promosso anche io. I pupilli restarono nell’Università di provenienza mentre io, che non avevo un posto a casa, fui mandato nel posto dove non voleva andare nessuno: Lecce. Feci armi e bagagli e quando arrivai qui non sapevo quanto ci sarei restato, ma cominciai a lavorare come se avessi dovuto restarci per sempre. E in effetti, dopo 27 anni, sono ancora qui. Sono stato molto fortunato, e sono molto contento che Lecce fosse percepita come un posto “di scarto”. Ora sanno cosa si sono persi.

 

“Qui in Salento c’è uno dei mari più belli, l’ecosistema marino è rispettato come dovrebbe o molto è lasciato al caso e all’incuria?”

Appena arrivato qui mi accorsi che tutti, ma proprio tutti, mangiavano le linguine con i datteri di mare. I fondali rocciosi erano devastati. E non importava a nessuno. Le coste sabbiose erano anch’esse devastate dall’abusivismo edilizio. Un disastro. Piano piano, con l’aiuto di molti amici e colleghi, lavorammo per aumentare la percezione dell’importanza del mare. Quando arrivò il decreto che istituiva l’Area Marina Protetta di Porto Cesareo mi volevano linciare, assieme a Cosimo Durante. Un “locale” che capì al volo e che mi restò vicino sempre. Oggi i sindaci mi chiamano per sapere come istituire Aree Marine Protette dove ancora non ce ne sono. Il Salento è un paradiso per chi ama il mare. Ma siamo ancora a un bivio. Per qualcuno il mare è migliaia di persone accalcate su una spiaggia a ballare danze tribali sotto l’influsso di alcolici e di musiche martellanti, per altri il mare è natura e paesaggio, fuori e dentro l’acqua. Dobbiamo riuscire a far capire che il modello Rimini è fallimentare, se si ha a disposizione la bellezza del Salento. A Porto Cesareo, per promuovere il territorio, hanno fatto un monumento a Manuela Arcuri, e hanno un parco nazionale…

 

“Facciamo il punto della situazione, si parla moltissimo di TAP[1] si e TAP no, molti ti additano come complice di TAP nonostante tu difenda l’ambiente, non è una contraddizione in termini la tua?”

Non mi piace l’ambientalismo a corrente alternata. Non mi piacciono i sindaci che contestano i piani paesaggistici, che frenano lo sviluppo, e che hanno contribuito a cementificare e asfaltare tutto, e che poi si svegliano all’improvviso con la fregola ambientalista a senso unico. Non mi piace che un territorio sia devastato da tutto questo, che si lasci avvelenare dai rifiuti sepolti sotto gli occhi di tutti, e che poi si individui in una sola cosa il male assoluto. Ho denunciato questo falso ambientalismo e, ovviamente, mi hanno detto di essere un venduto. Ho dato vita al primo spinoff universitario dell’Università del Salento. Serve per fornire consulenze ambientali. Se TAP ci chiedesse di fare uno studio per valutare lo stato dell’ambiente prima e dopo il suo passaggio, ovviamente lo faremmo. E diremmo quel che risulterà dagli studi. Questi studi sono pagati, è ovvio, e vanno fatti. Ma il fatto che siano pagati significa che chi li commissiona ha comprato il parere di chi li ha fatti? Chi pensa così forse pensa che tutti si comportino come si comporterebbe lui.

Mi sorprende anche che nessuno si sia mobilitato per un altro gasdotto che dovrebbe approdare a Otranto. Mi pare stranissimo che persone senza una storia di militanza ambientalista, all’improvviso, su un solo argomento, diventino delle Giovanne D’Arco. TAP è un tubo di 90 cm di diametro e porta il gas in Italia. Se il governo lo ritiene strategico, come pare, è giusto valutarne l’impatto. Tutt’altro discorso le trivellazioni. Anche se il governo le ritiene strategiche per me il prezzo da pagare, a fronte dei vantaggi, è troppo alto. Lì sono in prima fila. Ma spero di non trovarmi circondato da ambientalisti a corrente alternata.

 

“Tu sei genovese ultimamente c’è stata l’ennesima gravissima alluvione, è saltato il Bisagno con un solo morto per fortuna. I conti non tornano però, da decenni Genova ha questo problema e da decenni nessuno ha fatto nulla. Non è che la politica sia latitante in attesa dei prossimi morti?  Soprattutto, secondo te esiste una “cura” per Genova o i genovesi debbono rassegnarsi? Si dice da più parti che la prevenzione sia molto meno costosa della riparazione dei danni”

Negli anni 50 e 60 Genova ha abbandonato il suo magnifico centro storico, una parte è stata addirittura demolita perché “fatiscente”, e si è costruito sulle colline attorno. Una immane colata di cemento, senza alberi, con case una sopra l’altra, arrampicate sulle colline. Sotto il fascismo Mussolini immaginò la Grande Genova, e promosse la copertura del Bisagno, il torrente che attraversa Genova, e fece costruire grandi palazzi, e viali e una grande piazza: Piazza della Vittoria. Certamente molto meglio del disastro del dopoguerra, ma comunque un disastro. Le alluvioni vengono da queste scelte. Allora non si sapeva che “tombare” i torrenti, coprendoli di cemento e incanalandoli in grandi tubi, avrebbe portato ai disastri che oggi ci martoriano. Ma l’Italia intera è stata devastata. Le “bonifiche” hanno eradicato le zone paludose e hanno causato il dissesto idrogeologico che flagella l’intero paese. Tutte le periferie sono orrende. Tutte. Io sono radicale in questo. Per me bisogna dare impulso all’edilizia con un piano di demolizioni che riporti alla normalità la Natura compressa dalla follia umana. Come bisogna demolire gli scempi sulle dune del Salento, così bisogna demolire le case di Genova, quelle costruite dove non si deve. In una di quelle case sono nato, e ho passato un’infanzia e un’adolescenza che non cambierei con niente altro al mondo, lì ci sono le mie radici. Mi piangerà il cuore quando, se sarò ancora vivo, vedrò buttar giù casa mia. La casa dove mio padre è morto nel suo letto e dove ancora vive mia madre, che guarda il mare e la Lanterna, e il porto dal suo terrazzino. Ma non ci sono alternative. O le buttiamo giù noi, quelle case, o sarà la Natura a farlo. Genova negli anni 70 arrivò a un milione di abitanti. Ora sono seicentomila. Va bene così. Il centro storico di Genova è il più grande d’Europa, ed è bellissimo. I genovesi devono ritornare a vivere lì. La cura dimagrante delle città, che devono tornare a stringersi nei loro centri storici, è la sfida architettonica del futuro. Gli architetti devono realizzarla. Gli ecologi dovranno guidare la rinaturalizzazione di quello che le città hanno distrutto. E gli agronomi dovranno promuovere un’agricoltura meno inquinante e di migliore qualità. Abbiamo tutte le carte in regola per farlo, ma ci vuole una “visione” che ancora stenta a venire. Nel mio piccolissimo cerco di remare in questa direzione. Contro la visione dei più, in modo ostinato. In direzione ostinata e contraria, diceva De Andrè. E Zappa diceva: senza deviazione dalla norma il progresso non è possibile.

Non mi illudo di avere successo, è una missione impossibile nell’arco della mia vita. Ma non mi importa. C’è sempre più gente che “capisce” e un giorno saranno la maggioranza. Sarà la Natura a convincerci, con le sue sventole mortali. E se invece non capiremo, ci spazzerà via.

E dopo questa ventata di ottimismo (tranquilli, non riusciremo a rovinare la Natura, soccomberemo prima di averlo fatto in modo irreparabile) torniamo alle cose di tutti i giorni.

Ci vediamo da Povero[2].

 

[1] TAP: Trans Adriatic Pipeline è un consorzio per la costruzione di un Gasdotto Trans-Adriatico   che connetterà Italia e Grecia attraverso l’Albania permettendo l’afflusso di gas naturale proveniente dalla  zona del Caucaso, (Azerbaigian) . Gli azionisti attuali del progetto sono la norvegese Statoil, (20%), l’inglese BP  (20%) l’azera Socar (20%), la belga Fluxys(16%), la francese Total 10%), la svizzera Axpo Holding  (5%) e la tedesca EON Ruhrgas (9%).  Il gasdott odovrebbe approdare a San Foca, uno dei tratti di costa più suggestivi del Salento ed ha incontrato l’opposizione de icomitati e dei sindaci locali.

[2] Povero: enogastronomia di Marco Povero, ritrovo, covo, ottimo vino ed ottimo cibo. (www.enogastgronomiapovero.blogspot.com)

Un caffè dal Salento colombiano

salento caffè

di Gianni Ferraris

Laggiù, nel “cortile di casa” degli USA, quel centro sud America diventato nei secoli meta, dominio, colonia, speranza, patria di immensi scrittori come Garcia Marquez, Sepulveda, Ignacio Paco Taibo 2, Isabel Allende e molti altri, là dove si coltiva caffè puoi sentirti improvvisamente a casa. Profuma di caffè il centro sud America, e di rivoluzionari epici, da Simon Bolivar a Inti Peredo, da Villa a Che Guevara. Un continente pieno di evocative presenze.

Eppure è sufficiente leggere quell’etichetta di un caffè che proviene dalla Colombia, immediatamente vedi aprirsi un mondo,  si chiama “Don Eliàs” e proviene dalla finca La Brisas,  in Colombia, più precisamente da Vereda Palestina Salento. Salento fa parte del dipartimento di Quindio, è nota dalle sue parti perché ospita una palma detta “della cera” che può raggiungere i 60 metri di altezza.

E’ nato su una strada che era il “camino del Quindio” che arrivava fino a Bogotà. Nel 1830 Simon Bolivar, il rivoluzionario, percorse quella strada e ne ordinò la ristrutturazione. E qui la storia si intreccia con quella italiana, per i ritardi, venne rifatta solo nel 1842. Per farla vennero utilizzati prigionieri politici di Panamà, Atioquia, Cauca. Diventato colonia penale, venne poi abitato da ex detenuti, si chiamava Boquia allora. Il censimento del 1865 dice di 581 abitanti. Diventato Comune autonomo nello stesso anno, prese il nome di Villa Nueva Salento.

Oggi ha una florida economia basata sul caffè. Anche questo è Salento, in fondo. E spunta pure la Palestina lì accanto, neppure uno straccio di Israele però.

 

Si sa che in quel della Campania, più precisamente in provincia di Salerno, il Comune un tempo si chiamasse Sala di Gioi, una località dipendente dal vicino Gioi. Solo nel 1811 diventò Comune autonomo, e solo dopo l’unità d’Italia ai cittadini evocava sudditanza, così pensarono a lungo ad un nuovo nome per scordare Gioi.

Sala poteva rimanere, in fondo, Gioi doveva sparire. Il Cilento è terra bella, da ricordare ed era lì, così fra Sala e Cilento si poteva fare fusione, il Comune si chiamò Salento.  Nell’antichità da lì passarono i monaci basiliani, anche questo è Salento, in fondo.

Qamil, il pastore di Torre Lapillo

pecore

di Gianni Ferraris

Loro si chiamano Giuseppe Roi e Qamil Hyraj. Roi è salentino, la sua azienda ovicola si trova a Torre Lapillo, Qamil era albanese, lavorava dal Roi come pastore.

Roi aveva una sfrenata passione per il guadagno e per le armi, aveva in casa pistole e fucili, anche un caricatore per Kalashnikov.

Qamil forse collezionava speranze.

Roi ha una trentina d’anni, Qamil di anni ne aveva 23.

Amava tirare al bersaglio, Roi, e si allenava prendendo di mira un vecchio frigorifero. Quel giorno d’aprile, tirava e tirava ancora, “lui sapeva benissimo che Qamil era lì vicino e che avrebbe potuto colpirlo, per questo l’accusa è di omicidio volontario e non colposo” dice il giudice Cataldo Motta. Lui sapeva ma proseguiva a tirare, un colpo, un altro, un altro ancora, finchè Qamil, forse tentando di difendersi, di nascondersi, viene colpito in fronte e muore così, perché il suo datore di lavoro amava tirare con la pistola. Perché stava giocando, Giuseppe Roi.

Qamil era partito dall’Albania per venire qui a fare il pastore, magari sottopagato, sicuramente aveva in mente una vita migliore, l’Italia, si sa, è ricca, c’è pure la TV. Ricordiamo i primi che giungevano con in mente la Carrà e le luci della ribalta, ricordiamo la Kater I Rades anche. Ricordiamo i discorsi di chi dice che gli stranieri vengono a rubare il lavoro agli italiani, ricordiamo… Già, ricordiamo. Troppi ricordi, troppo di tutto in questo mondo così bizzarro. Perché mai un pastore colleziona armi invece di francobolli? Perché il cinismo ignobile lo spinge a sparare sapendo che può colpire un essere umano? Meglio forse chiedersi se chi ha un’arma e la utilizza così considera esseri umani gli altri. In fondo era solo un albanese, in fondo ci sono personaggi pubblici che ci insegnano il disprezzo per chi non è come noi. Per chi si chiama Qamil, per chi è troppo “abbronzato” come recitava un avanzo di galera già presidente del consiglio. Qamil aveva una faccia sbagliata, genitori sbagliati, nazionalità sbagliata. Se poi lavorava per pochi euro peggio per lui.

Non ci siamo mossi quando trovarono Qamil, era solo un morto fra molti, assassinato chissà da chi “forse era nel giro della droga” si sarà detto qualcuno. Macchè, Qamil era solo nel giro dei pastori, quelli che curano le bestie d’altri, non aveva neppure una pecorella, Qamil.

Quell’annosa vicenda detta “ex Caserma Massa” di Piazza Tito Schipa a Lecce

s-oronzo
ph Giovanna Falco

di Gianni Ferraris

 

Prosegue l’ormai annosa vicenda detta “Ex Caserma Massa” di Piazza Tito Schipa a Lecce. Un cantiere ormai nel degrado assoluto, abbandonato, con una vera e propria foresta sugli scavi e con reperti all’aria aperta. Il progetto di un’azienda privata in projet financing con il Comune di Lecce prevede la costruzione sul sito di un parcheggio sotterraneo e di edifici commerciali, amministrativi, negozi e abitazioni. Dove ora ci sono scavi aperti prima c’era una caserma militare (Massa, appunto) prima ancora un convento quattrocentesco e la chiesa Santa Maria del Tempio. Nel sito si sa per certo che esisteva un cimitero all’epoca “fuori le mura” dove ci sarebbero stati i resti di due sindaci della città oltre a quelli di frati. Contro la realizzazione del progetto è spontaneamente nato un comitato che chiede la salvaguardia degli scavi, la restituzione del sito alla cittadinanza, la creazione di uno spazio verde al posto di parcheggi e centri commerciali, soprattutto in una realtà in cui i negozi sfitti abbondano. Alla base di tutto ciò c’è una scelta politica precisa, si vuole che il centro città continui ad essere assediato dal traffico o che si vada verso una città vivibile, pedonalizzata, ciclabile? Si vogliono auto in pieno centro o sarebbe meglio fare parcheggi di scambio e servizi navetta? Ne abbiamo parlato con l’avvocato Alessandro Presicce del Comitato per la tutela dell’area archeologica e Caserma Massa.

 

Da chi è composto il comitato?

Il Comitato raduna singoli e associazioni che si battono, nella nostra città, per evitare lo scempio derivante dalla distruzione, nella odierna Piazza T. Schipa, delle fondamenta del quattrocentesco convento e chiesa denominati Santa Maria del Tempio. La completa distruzione centralissimo sito archeologico avverrebbe in conseguenza della realizzazione, in project-financing, di un centro commerciale con parcheggio interrato per 500 posti auto proprio sull’area degli scavi.

 

Come si è mosso il comitato fin’ora?

Abbiamo mobilitato l’opinione pubblica cittadina e lanciato una petizione affinché il sito venga tutelato come si conviene ad un bene culturale. La petizione è stata firmata da molti esponenti del mondo della cultura, accademico, da ambientalisti, associazioni tra cui WWF e Legambiente, Italia Nostra, da cittadini e famiglie sensibili, urbanisti, architetti, insomma dal meglio che la città può esprimere in termini di competenze e di amore per il territorio. Ha firmato anche  il Preside della Facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento, il Difensore Civico della Provincia di Lecce, il suo predecessore on. Bray.

 

Con quali esiti?

Il Comune di Lecce intende tener fede alla convenzione di project-financingsottoscritta nel 2010 con la ditta attuatrice (De Nuzzo Costruzioni) e consentire la realizzazione dell’inutile centro commerciale e parcheggio interrato annesso. Il procedimento autorizzativo appare però viziato in più punti e molti passaggi sono stati omessi o posposti rispetto ad un normale iter da seguirsi quando si interviene in una zona che da 500 anni è occupata da strutture storiche di pregio (cfr: delibera GC n. 4/2013)

 

Immagino ci sia stato un parere della soprintendenza ai beni artistici e culturali. 

La Soprintendenza ha inizialmente concesso un parere preventivo “favorevole con condizioni”, ma le condizioni poste non appaiono in alcun modo rispettate nel progetto proposto dal soggetto attuatore! Ora la Soprintendenza deve esprimersi con un parere definitivo sul progetto approvato dalla Giunta Comunale con la citata delibera di Giunta Comunale 4 del gennaio 2013. 

Diciamo inoltre che il convento e la chiesa di Santa Maria del Tempio furono barbaramente abbattuti nel 1971 dall’Amministrazione Comunale dell’epoca, ma – anche grazie al fatto che il piano-strada del 400 è quasi un metro sotto quello attuale – le fondamenta oggi apparse e indagate dall’Università del Salento presentano un elevato che in alcuni punti arriva ad un metro e “presentano caratteri di organicità, unità e buono stato di conservazione che le rendono intangibili ai sensi del Codice dei Beni Culturali” (Dalle Osservazioni ad Assoggettabilità a VIA, punto 3). 

 

I leccesi hanno memoria storica del sito?

Moltissimi, nonostante il tanto tempo trascorso, ne sono affezionati. Lo ricordano come la zona del Tempio, che è stato, oltre che un convento francescano per 500 anni, anche un luogo dove leccesi e forestieri si sono curati nei secoli scorsi.

Il Soprintendente di Lecce, arch. Canestrini, in un intervento pubblico sulla stampa ha definito il progetto del centro commerciale e parcheggio interrato, un “progetto di scarsa qualità”. Per questo speriamo che la Soprintendenza di Lecce, che ha visto alternarsi in questi anni vari dirigenti, voglia bloccare il dannoso e insensato progetto, che peraltro non rispetta le prescrizioni poste.

Da Erika e Omar alla bimba di Surbo

scuola
da “canossianevilla.it”

di Gianni Ferraris

Quando i cretini utilizzano i social network il pericolo può diventare reale. Ricordo il caso emblematico di Erika e Omar a Novi Ligure. I ragazzi dissero di aver visto fuggire “un marocchino” dalla casa di lei nella quale erano stati massacrati il suo fratellino e la madre, subito alcuni xenofobi (che ora sappiamo anche fascisti) della lega nord avviarono ronde e la caccia all’immigrato, per i poveri stranieri furono giorni di tragedia, barricati in casa, con il rischio de linciaggio per strada. La fine della storia la conosciamo, i ragazzi erano i colpevoli, però il vulnus era fatto, la pax sociale rotta prima dall’efferato sgozzamento, poi dallo stile Ku Klux Klan delle ronde leghiste.

Surbo, venerdi 24 ottobre 2014, una bimba di 11 anni dice di aver subito in tentativo di rapimento. Immediatamente i social intervengono in modo massiccio, inviando dettagliatissime descrizioni del furgone giallo  dei presunti rapitori, qualcuno mette addirittura le foto di due ragazzi. Whatsapp fa si che la notizia arrivi immediatamente in ogni angolo del Salento con la scritta: fate girare! Non si sa bene perchè poi. I carabinieri di Surbo, che sono inquirenti capaci di distinguere il falso dal vero, in poche ore fanno si che la ragazzina dica la verità: “mi sono inventata tutto”. Non ci interessano i motivi per cui l’ha fatto, il problema riguarda la famiglia o eventuali assistenti sociali. Quello che importa è che qualcuno, sostenendo che la fonte della notizia erano  i carabinieri, ha osato mettere in moto la più orrenda macchina da guerra: la caccia all’uomo in stile KKK.

I messaggi sono tracciati, la speranza è che qualcuno indaghi su chi ha osato tanto e agisca di conseguenza denunciando e possibilmente con la condanna al massimo della pena possibile. Di madri isteriche che hanno girato il messaggio senza porsi alcun problema e di personaggi che utilizzano comportamenti criminali nei fatti purtroppo è pieno il web.

Occorrono leggi severissime in materia di diffusione di notizie che hanno come unico scopo la creazione di tensioni, razzismo, violenza gratuita. Soprattutto occorre un ripensamento globale. Penso che siano volati SMS a Latina fra le mamme belline, pulitine, carucce che hanno costretto una bimba fuori dalla scuola materna perché in via squisitamente teorica avrebbe potuto avere l’ebola. Se si utilizzasse lo stesso criterio con i bimbi che hanno la “colpa” di avere madri cretine quella scuola sarebbe d’elite, pochi ma ottimi.

Non possiamo bere tutto il vino del mondo, ma è nostro ineluttabile dovere provarci

“Non possiamo bere tutto il vino del mondo, ma è nostro ineluttabile dovere provarci” (Pino De Luca)

per canti e cantine

di Gianni Ferraris

Musica e vino, parafrasando posso dire “Io non so parlar di vino, l’emozione non ha voce…” come cantava più o meno un Celentano d’epoca, invece del vino lui ci metteva l’amore, però era giovane, ora che siamo sicuramente meno giovani,  forse  più maturi cerchiamo emozioni anche in amori altri, nella natura, a volte, come si legge nelle brevi nota biografiche dell’autore del libro, Pino De Luca “dopo una vita trascorsa fra scienza e peccato, è approdato all’e(t)nogastronomia…”.

Parlando di vino, anzi dei vini, nella fattispecie di quelli salentini, un osservatore dotto e colto dovrebbe scrivere frasi come:

“rosso cupo, con preponderanza del violaceo; profumi avvolgenti di vaniglia e poi di spezie, fino all’eucalipto. Al palato è morbido, setoso, consistente ma molto ben educato…”[1]

Bene, non lo scriverò mai per il semplice fatto che per mia formazione il vino è un liquido da degustare, quando proprio voglio fare il raffinato intenditore mi faccio guidare da chi mi consiglia cosa abbinare con cos’altro. Altre volte (barbaramente) mi piace rinfrescare un rosso importante in frigorifero qualche tempo.  Riesco a volte, è vero, a capire se un vino sa di tappo, e riesco a sentire, altre volte, aromi e profumi che non saprò mai a quali spezie si riferiscono, e lì mi fermo, sono un consumatore più o meno abituale, non un raffinato conoscitore. Però sono grato a Pino de Luca perchè, con “Per canti e Cantine”, forse a sua insaputa parla anche a me e prova a mettermi a mio agio abbinando la cantina alla musica, ed essendo di una generazione quasi contigua (lui è decisamente più giovane) ricordo i canti che cita, le cantine invece le intravedo e i bicchieri di vino li immagino. E ricordo, i filari di viti che ho visto da sempre. Mi hanno accompagnato dal Monferrato alle Langhe, sulle colline Toscane, le pianure Romagnole e giù, fino al Salento. Da Fenoglio e Pavese e Paolo Conte, a Verri, Bodini, Mino De Santis.  Con l’amore, la musica ed il vino si può diventare grandi, immensi, immortali forse, per dirla con Galeano “siamo tutti mortali fino al primo bacio e al primo bicchiere di vino”. Non so se Galeano si è spinto troppo oltre, però manca la prima emozione provata ascoltando Chopin piuttosto che il bolero di Ravel o, più prosaicamente ma neppure troppo, il salentino e irridente Mino De Santis che canta “tuttu è cultura, anche se cangia la temperatura”.  E ricordo Guccini che nei suoi concerti, accanto alla sua seggiola, aveva una bottiglia di vino.

pino de luca

Si, De Luca dice a me, profano, che nei canti e nelle cantine (perché non ha messo anche incanti, nel titolo?) ci si può perdere. Le parole avvolgono perché sono:

“come il vino, hanno bisogno del respiro e di tempo perché il velluto della voce riveli il loro sapore definitivo” (Luis Sepulveda) .

Così è piacevole farsi accompagnare in questo non immaginifico viaggio fra paesi, città, cantine e produttori attenti e capaci, nominati uno ad uno,  da Taranto a Manduria, a Copertino a Brindisi e ancora altri, campi di terre rosse, viti e vitigni, canti e cantori. Fare accarezzare il negramaro di Copertino dalla voce di Sangiorgi, il Negramaro e i Negramaro. Oppure sentire irrompere “libiamo libiamo” de La Traviata bevendo bollicine ad Alezio. O ancora  immaginare il sapore forte e prepotente di un primitivo bevuto sulle note di “All’alba Vincerò” cantato da Mario Del Monaco. E ancora risentire, perché scordarcene?

 

“…La fatica è di più

Sulle braccia scure

Lacrime

Non ne abbiamo più

Facce scolpite e dure

Voglia di cambiare

Bella terra mia

Nata allu soli

Forte terra mia

All’odio e all’amuri

E sacra como stu cielu

Grande co’a stru mari

Tutta la vogghiu

Tutta la vogghiu liberari…”

 

cantata in un Festival di Sanremo il secolo scorso da Mariella Nava da Taranto. E ascoltarla mentre si bene un negramaro figlio della forte terra da liberare dall’ipocrisia, dai rifiuti forse. Terra grande, immensa, imprigionata fra i due mari. “Una zattera” per citare un altro immenso salentino, il regista, autore, attore Mario Perrotta.

Oppure sedersi e sorseggiare un rosato di negramaro, perché altro non può essere, secondo Pino, il vino rosato se non di uve Negramaro. Perché il rosato non è del Salento, ma è il Salento stesso. Ne ha i profumi, la luce, la forza. Chissà, questa domanda la giro all’autore, se ne ha anche le contraddizioni di essere un rosso fermatosi a mezza strada. Sorseggiare e ascoltare musica di rinascita e di colori intensi, albe e tramonti che fanno rima con amori e la leggera pesantezza di sentimenti forti e avvolgenti, ascoltando la primavera di Vivaldi.

A leggere il viaggio salentino di De Luca mi è venuto in mente, piuttosto che le colline monferrine o langarole, terre di nobilissimi vini che si chiamano Barolo, Barbaresco, Barbera, il misconosciuto (ingiustamente) Grignolino ecc., il ligure sciacchetrà. Vitigno coltivato su terrazzamenti che guardano il mare delle Cinque Terre. Terreno strappato alle rocce, ripulito, dove si produce quella meraviglia. Forse saranno quelle rocce che vedo spuntare di tanto in tanto dalle terra rossa di Salento a ricordarmelo, chissà. O forse la vicinanza del mare. E non si può parlare di Liguria, mi consentirà Pino, senza riascoltare Creuza de ma di Fabrizio De Andrè. Quei sentierini che fanno tornare alla mente contadini con la vanga in spalla. Ho fatto una digressione geografica anche se, ammetto e concordo pur nella mia enoica ignoranza, con Pino “…Abbiamo vini in Salento che non temono assolutamente i maestri d’altre parti d’Italia e nemmeno quelli d’oltralpe…”, ma sui vini francesi non facciamo digressioni, quando vorranno imparare a vinificare, l’Italia intera li accoglierà con gioia e senza far loro pesare una pur evidente superiorità.

 

Pino De Luca – Per Canti e Cantine – Kurumuny editore – € 12,00

 

[1] P. De Luca- Per canti e cantine pag. 97

C’è chi va e c’è chi viene…

emigrati

di Gianni Ferraris

E’ stato pubblicato il rapporto sull’emigrazione all’estero di italiani relativo al 2013. La fondazione Migrantes della Caritas ha fatto un impietoso quadro della drammatica situazione in cui la crisi economica ha ridotto l’Italia e l’Europa intera. Aggiungerei che una mano l’ha offerta la politica miope degli ultimi governi e dell’Europa che hanno incentrato tutto e solo sui sacrifici, quando premi nobel ed esperti internazionali dicono che il momento di lanciare investimenti in infrastrutture e creare un volano per l’economia è proprio evitare eccessivo rigore. Ma tant’è.

Nel 2013 sono partite dal bel paese 94.126 persone (78.941 nel 2012 con un incremento pari al 16,1%). A questo punto gli stranieri (esclusi gli irregolari) che arrivano da noi sono 43 mila ( dato 2010), abbondantemente inferiore a quello degli emigrati.

Gli italiani residenti all’estero risulterebbero essere 4.482.115.

A partire negli ultimi anni sono stati in prevalenza gli uomini (56% circa) di cui il 60% single. Fascia d’età più rappresentata dai 18 ai 34 anni (36,42%). Segue con il 26,8% la fascia 35/49 anni.

Fra le donne si legge delle città di Macerata e Trieste che ne hanno visto partire molte per l’Argentina, seguite da Fermo e Pordenone. Queste sono le provincie dove la migrazione femminile è superiore a quella maschile. A livello regionale invece il primato spetta al Friuli che ha visto fra i migranti il 50,3% di donne. Un primato.

Il Regno Unito è la meta preferita con una crescita di arrivi, rispetto all’anno precedente, del 71%, seguono Germania,  Svizzera e Francia.

Sono dati interessanti, tristemente interessanti, che denunciano una situazione di recessione non solo economica, ma politica, etica e sociale, l’Italia torna ad essere paese di migranti, e non occorre essere raffinati economisti o sociologi per comprendere quanto distanti siano le scelte e i discorsi della (misera) politica dalle reali situazioni. L’Italia sta per essere deindustrializzata, la ricerca vede punte d’eccellenza a livello mondiale e non viene finanziata, consentendo a moltissime menti eccellenti, preparate e laureatesi in Italia di venire richieste all’estero dove si fanno loro ponti d’oro.

Gli estensori della ricerca sottolineano come questa nuova emigrazione “ponga nuovi interrogativi e nuovi impegni… alla luce degli ultimi sviluppi e dell’incremento numerico degli spostamenti che riguardano migliaia di giovani, mediamente preparati ed altamente qualificati a livello medio alto, oppure del tutto privi di titoli di studio”. E pongono l’accento anche sulla mancanza dello Stato nell’assistere questi migranti,

«Per oltre un secolo l’associazionismo ita­liano all’estero ha sup­plito all’assenza dello Stato e sovente ancora oggi è rin­trac­cia­bile que­sta pecu­lia­rità di mutuo soc­corso tra i mem­bri, una tra­di­zione di soli­da­rietà reci­proca che è entrata a far parte di un modo di essere e di ope­rare dell’italiano fuori dei con­fini nazionali»

In sostanza si tratta di un fallimento dello Stato italiano da ogni punto di vista.

Il Salento e le sue opere irrinunciabili!

tap_no

di Gianni Ferraris

Leggendo l’Espresso di questa settimana (25 settembre 2014) c’è un interessantissimo articolo sulla famigerata TAP (Trans Adriatic Pipeline). A chi giova? Si diceva un tempo parlando di affari loschi.

Facciamo un piccolo riassunto della situazione leggendo sempre L’Espresso del 29/11/2013:

Tutto iniziò quando Gianpaolo Tarantini e Roberto De Santis (il primo fornitore privilegiato della real casa Berlusconi di merce che ben conosciamo, il secondo che si autodefiniva “fratellino minore di Massimo D’Alema”), parlarono di due gasdotti, il primo dalla Grecia a Otranto, il secondo (TAP) da definire, la cosa venne prontamente portata all’attenzione di Silvio da parte di Tarantini (probabilmente con una letterina infilata in qualche reggiseno, per stimolarne la curiosità). Berlusconi non esitò, al contrario di Prodi che sponsorizzava il primo progetto, a sostenere la TAP, lo seguirono a ruota Monti, Letta e il lavoro sporco lo vorrebbe terminare Renzi con tutto il nuovo PD, dicendo che si tratta di “opera strategica”.

TAP è una società svizzera, ha un capitale di 149 milioni di Franchi Svizzeri, partecipata da: Socar (società Azera) , Fluxys (Belgio), E.ON (Germania), AXPO (Svizzera).

Insomma, dietro TAP si muovono interessi internazionali e sicuramente volano mazzette a tonnellate.

 

Ma veniamo all’articolo odierno. Oggi (sabato 20 settembre) è programmata una manifestazione a San Foca, dove dovrebbe sbarcare il tubo che potrebbe distruggere uno dei tratti più belli della costa salentina e portare il gas in un appezzamento di terreno di 12 ettari poco dopo San Foca per lavorarlo. Questo lavoro comporterà: perforazione della roccia, trasformazione dell’ambiente sottomarino, colate di cemento nelle campagne al posto degli ulivi. Mentre i cittadini manifestano contro la TAV, Matteo Renzi sarà a Baku (Azerbaijan) a prostrarsi davanti al padrone del paese, Alyev, assicurandolo che TAP si farà e, cascasse il mondo, perforeremo San Foca e il Salento intero, secondo lui non saranno 4 pezzenti di sindaci e poche decine di migliaia di cittadini a impedirgli di portare a termine quel che il suo padrino politico di Arcore iniziò.

Per giustificare la fretta, Renzi prende spunto dalle minacce di Putin di chiudere i rubinetti per le note vicende, però TAP entrerà in funzione nel 2020, se Putin, a fronte delle minacce, agisse oggi, TAP non servirà ad un’emerita cippa.

Inoltre TAP fornirà all’Italia 8 miliardi di mc di gas, contro i 70 di fabbisogno (dati 2013), la sola Russia ne fornisce 25. Rimane un buco di non poco conto. Per giunta il governo Monti, oltre ad aver fondato la nuova classe sociale chiamata “gli esodati”, ha preso solenne impegno di rivendere parte di quel gas (la quasi totalità). A guadagnarci dovrebbe essere SNAM che gestisce le tratte italiane del gasdotto,  tuttavia deve portare il gas da San Foca alle Alpi, questa operazione costerà, secondo l’articolo, circa un miliardo di euro. Chi li paga? Colpo di genio: gli italiani tutti (ricordate il mantra “servono sacrifici?”). Un centesimo di euro per mc, inezie. “Ma il gas costerà meno” , dicono i sostenitori del buco, però come sostiene Luigi De Paoli docente alla Bocconi, i risparmi non ci potranno essere perché questo comporterebbe uno sforzo economico enorme di chi lo fornisce, per di più TAP è azienda privata e i prezzi li fa il mercato. Se ci sarà surplus di offerta i prezzi caleranno, altrimenti… indovinate un po’?

In buona sostanza a guadagnarci dal gioco perverso, oltre le mafie che sicuramente sposteranno terra e avranno appalti, potranno essere paesi terzi dell’Europa che si libereranno del fornitore Russia a costo zero. A rimetterci saranno gli italiani tutti e i cittadini di San Foca e del Salento in particolare.

A questo punto sarà interessantissimo ascoltare i candidati alla presidenza della Regione Puglia. Chi dice renzianamente (montianamente, berlusconianamente, dalemianamente, lettamente) che TAP è opera strategica ed irrinunciabile passasse anche nel centro storico di Lecce, e chi si porrà il problema di pretendere e proporre una crescita diversa, un diverso modo di produrre turismo e benessere. Ascolteremo chi vuole un’oasi alla Sarparea fatta di colate di cemento e chi dice che l’oasi c’è già ed è fatta di ulivi secolari. Ascolteremo anche chi vuole la 275 come autostrada a 4 corsie che servirà aree industriali dove gli unici stabilimenti attivi sono le Apecar dei contadini che vendono i loro prodotti e chi vuole una strada parco non distruttiva. Su questo, penso, si giocheranno i voti alle primarie e alle secondarie in Salento.

C’era una volta il telefono cellulare…

il primo cellulare della storia

di Gianni Ferraris

C’era una volta il telefono cellulare, assunse poi nel lessico comune il terrificante nomignolo di “telefonino”, quasi si potesse contrapporre non già al telefono, ma al telefonone.

Cellulare deriva da cellula, lo impariamo dai telegiornali, ogni volta che c’è un criminale in giro la polizia “verifica quali cellule ha agganciato”. Le cellule sono in pratica delimitate da quelle simpatiche antenne che troviamo ovunque, sui palazzi, camuffate da abeti in un oliveto, su tralicci che guardano il mare ecc.

Il principe di tutti i problemi del cellulare è da sempre la batteria. Un tempo c’erano banali batterie al nichelmetalidrato (non mi si chieda cos’è, non so e non mi interessa) che avevano l’effetto memoria. In pratica succedeva che, caricando la batteria quando era a metà, lei memorizzava quel tempo di ricarica ed avrebbe sempre caricato per quello stesso periodo indipendentemente dalla capacità della batteria stessa. Questo procurò enormi vendite di carica/scarica batterie. Si inseriva la batteria dentro il marchingegno, si faceva scaricare e poi  si caricava completamente. I più risparmiatori si ingegnavano con un cavetto elettrico ed una lampadinetta per scaricare il tutto. Poi arrivarono le batterie al litio ioni e la storia cambiò.

primi

Le prime batterie, studiate non già per essere miniaturizzate, ma per durare a lungo, avevano dimensioni importanti, i primi cellulari, venduti a prezzi stratosferici e con abbonamenti per i quali occorreva un consistente conto in banca, erano muniti di pacco batterie a parte, in apposita valigetta a tracolla con telefono appeso. In pratica erano telefoni come quelli di casa, solo che pesavano il triplo ed erano di dimensioni doppie. I più estroversi (e ricchi) camminavano per la città con questo pacco di almeno 5 Kg. appeso al collo, a volte telefonavano urlando perché la copertura era limitata e pensavano (cosa che ancora succede) che la distanza si potesse coprire parlando a voce altissima. Passato questo periodo di immenso piacere nel prendere per i fondelli i telefonatori stradali che nel mese di luglio, a 40° si portavano appresso quel pacco, l’evoluzione fu rapida, i costi diminuirono e le batterie presero sembianze umanamente comprensibili ed accettabili. Al TACS (Access comunication system) che consentiva solo chiamate nazionali, si sovrappose presto il GSM (global system mobile telecomunication) che rendeva universale l’utilizzo. Il cellulare iniziò a diffondersi rapidamente, in Italia, nonostante tariffe care, più che in altri paesi, ed iniziarono a miniaturizzarsi, si assistette a cambiamenti semestrali, dal cellulare che occupava una tasca della giacca al rivoluzionario star tak della Motorola che stava nel palmo di una mano e potevi perderlo nelle tasche dei giacconi. Io amai molto il Philips Genie, 99 grammi, batteria della durata di almeno 6 giorni, piccolo, maneggevole e intuitivo. Per stupire i giovanissimi dirò che addirittura questi telefoni avevano i tasti. Oggi sono spariti per lasciare il posto allo schermo dove digiti almeno 3 cifre per volta. Il tutto con nomi rigorosamente in inglese, lo schermo si chiama touch screen (schermo tattile) e via dicendo.

scala (1)

Eh si, non ci sono più i telefoni cellulari di una volta, quelli che servivano per telefonare. Il telefono oggi deve avere quanto meno una fotocamera che riduce cittadini di ogni  fascia d’età  a sedicenti fotografi, si fanno almeno 100 scatti per volta (tanto non costano una mazza) e lunghissime riprese che nessuno guarderà mai. In qualunque momento pubblico, dai concerti alla presentazione delle pentole laminate oro, vedi giovani e anziani che, anziché seguire quel che si dice, hanno le braccia levate al cielo a riprendere tutto. Se qualcuno telefona in quel momento viene stramaledetto.

Poi devono essere in grado di fare il selfie, non contenti di fotografare quello che si ha di fronte, e presi da una smania di egocentrismo incontrollabile, tutti a farsi fotografie da soli. La cosa mette molta tristezza a ben pensare, un “fai da te” molto vicino alla masturbazione.

Non solo, il telefono cellulare deve poter essere un computer, si possono inviare e mail scrivendole con quella cosa che tastiera non è, soprattutto si deve sempre essere rintracciabile perché lui, il perfido, trasmette anche la tua posizione geografica. Per le coppie di amanti sono tempi duri. Pare sia allo studio anche una mappatura dei luoghi chiusi, se si è in bagno a espletare bisogni elementari non si potrà più dire al rompipalle di turno che chiamano: “stavo lavorando per lei”.

Con il telefono si possono acquistare azioni e fare buone azioni, donare quattrini o fare shopping compulsivo on line, e mille altre funzioni. Tutto ha tuttavia un prezzo da pagare. Eravamo rimasti ai telefoni miniaturizzati, per fare tutte le cose che offe un “normale” cellulare attualmente in commercio lo schermo deve essere più grande (altrimenti come conti i peli della barba quando fai selfie?), la tastiera deve consentirti di premere due pulsanti alla volta invece dei tre o quattro di prassi ecc. Ecco quindi che le dimensioni cambiano, diventano più grandi, ingombranti e delicati. Non è raro vedere qualcuno che telefona tenendo mezzo metro quadro di i pad (i pod?) attaccato all’orecchio, con un effetto ridicolo al punto di suscitare compassione: “poveretto, guarda cosa è costretto a fare”.

E non si preoccupino i bagnanti, oggi esiste la custodia da mare per iphone (quello che una volta, quando eravamo trogloditi, chiamavamo telefono cellulare), lo metti dentro e ci puoi fare il bagno. In effetti è pensabile, nel 2014, tuffarsi in mare senza cellulare? Metti che il tuo amico da Boston metta una foto osè su facebook e tu non lo sai in tempo reale, che figuraccia ci fai? Metti di incontrare uno scorfano, lo fotografi e poi dici a tutti che hai fatto selfie.

Non è pizzica né taranta. Era jazz a Sogliano Cavour

jazz

di Gianni Ferraris

Non è pizzica né taranta. Finalmente le note volano in altra direzione.

Era jazz a Sogliano Cavour il 29 luglio, serata di dolce estate, strana  in realtà, caldo scirocco che appiccica, però non caldo estivo che debilita. Ah le stagioni che non sono più quelle di una volta, dice chi sa.

Le note vanno, la piazza ascolta (colta?), ottimo jazz, è quasi deserta. Spiace per i musicisti (i maestri) confesso però che a me è piaciuto molto. Poca gente, pubblico attento e rilassato, riuscivo ad ascoltare anche ad occhi chiusi e a volare via con i pensieri mentre le note avvolgevano lo scirocco,  le teste e i corpi delle persone. Diventavano emozioni che si sperdevano nell’aria appiccicosa. QUando capita di tenere il ritmo e non perderlo neppure per un attimo con i pensieri che vanno e l’aria che prova a rinfrescarti per brevi attimi.

Loro sono là dietro, nelle loro nicchie. Hanno perso la testa, chissà, forse per amore, o forse solo per l’ingiuria del tempo, ma è poi così ingiurioso il tempo? Certo che no, è solo un percorso, anche la pietra leccese si riempie di rughe che la divorano poco a poco. Loro sono San’Agostino e San Nicola da Tolentino (leggo da qualche parte), stanno a fare la guardia al portale della Chiesa di Maria Annunciata, annessa all’ex convento degli Agostiniani, ora municipio. Quanti conventi sparsi per il Salento che poi sono diventati luoghi altri, di buona o pessima amministrazione. Grazie ai santi, spesso alla faccia loro.

La musica, lo scirocco, i santi, la chiesa e una giovane coppia che non perde una nota. E cinquanta (forse) persone sedute attente, applaudono quando conviene farlo. Mi svegliano dai miei sogni, applaudo.

Freedom jazz festival si chiama la manifestazione. A volte divento autarchico, perché non chiamarla Libertà invece di Freedom? E’ una parola dolcissima, bella, importante, da scrivere con la maiuscola in questi tempi cupi per l’umanità, venti di guerra ovunque, caparbiamente si combatte sempre e comunque il buon senso e l’intelligenza.

Ricordano Gaslini dal palco. Acquistai un suo album (LP si chiamavano allora) che si intitolava “Colloquio con Malcolm x”, erano gli anni ’70, i musicisti sul palco neppure erano nati e io sono già vecchio. Giorgio Gaslini è morto in questi giorni, aveva 84 anni.

Sul palco si alternano

 

 

GLAD TO BE UNHAPPY:

– Stefano Mangia: voce e melodica;

– Giorgio Distante: tromba;

– Adolfo Volpe: chitarra ed elettronica.

 

GIANNI LENOCI HOCUS POCUS 5:

 

– Gianni Lenoci, pianoforte, composizione e direzione;

– Vittorio Gallo, sax soprano e sopranino;

– Pietro Rosato, sax tenore e clarinetto;

– Pasquale Gadaleta, contrabbasso;

– Giacomo Mongelli, batteria e percussioni.

 

Confesso, come succede spesso ultimamente sono arrivato in ritardo, forse mi sto crogiolando nelle abitudini salentine. Del primo concerto ho sentito solo due brani. Il secondo l’ho ascoltato tutto. Era jazz vero, suonatori eccellenti, serata stupenda.

A Sogliano che si chiama anche Cavour non perché, ho scoperto, il Camillo Benso c’entrasse qualcosa, solo che dopo l’unità d’Italia i comuni omonimi dovevano differenziarsi, come volle Vittorio Emanuele II°,  e di Sogliano ce n’era uno vicino a Forlì. Il Salento  volle fare un omaggio allo scomparso Camillo. E si che con i piemontesi qualcuno ha ancora il dente avvelenato adesso, dopo tutti questi anni.

Sogliano dal nobile passato, qualcuno dice che qui si adorava Giano (il bifronte) e il sole. Qualcuno lo inserisce fra i decatria coria (τα Δεκατρία Χωρία) i tredici paesi della Grecìa salentina.

Verso mezzanotte poi il ritorno a Lecce, su strade quasi deserte, scivolando dolcemente con la musica nella testa, i santi senza testa lasciati là.  Le luminarie spente di Sogliano, il bar e la birra. Tutto assieme e dentro la testa. Musica, birra, jazz, silenzi, poca gente, la coppia silenziosa e attenta. Una serata senza pizzica e  taranta.

Viaggio intorno ad una bolla di sapone…

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di Gianni Ferraris

Pensavo, passeggiando fra bancarelle e rumori della sagra dell’anguria, alle bolle di sapone come facevo un tempo.

Andavo da Lucia, al Bar Sport, chiedevo un cannuccia, mi voleva bene e me ne dava almeno tre!

Non erano di plastica all’epoca, ma di qualche paglia. Poi andavo a casa, mischiavo sapone di Marsiglia in scaglie con acqua in un bicchiere: “non prendere quelli buoni, prendi l’altro, quello un po’ scheggiato” diceva mia madre. Dovevo poi mescolare qualche tempo, andavo sul balcone, con la cannuccia facevo le bolle di sapone. Era bello, non necessariamente facilissimo, dovevi dosare sapone e acqua, dovevi misurare la quantità d’aria, se era tutto ben fatto venivano anche grandi, molto grandi, era un piacere vederle appoggiarsi sull’aria, avevano dentro l’arcobaleno. Se invece non venivano bene occorreva diventare piccoli chimici, ridosare acqua e sapone, in fondo anche le banali bolle di sapone erano educative, insegnavano.

La generazione successiva alla mia subì l’evoluzione tecnologica, via il sapone di Marsiglia in scaglie, via bicchieri e cannucce, si acquistavano cilindretti di plastica con dentro un liquido con sapone e un cerchio nel quale si formava la bolla. Anche qui occorreva saper soffiare con giusta cautela, finito il liquido si gettava via tutto, fare acqua e sapone era roba antica. In sostanza, mentre prima si gettava una cannuccia di materiale biodegradabile, dopo si conferiva (neologismo per dire di immondizia) un pezzo di plastica. Si chiama evoluzione.

Alla sagra dell’anguria mi sono trovato avvolto da mini bolle di sapone, belle, gioiose. Le stava facendo un bimbo con un marchingegno strambo, una sorta di pistola funzionante a batteria che le sparava a raffica.  E camminando mi dicevo che quel bimbo conosce le bolle di sapone, però difficilmente sa come si formano, neppure la gioia di mischiare prodotti diversi per farle, nmè quella di saper soffiare con la giusta forza.

Soprattutto uno dei giochi più ecologici è diventato fonte di inquinamento incredibile. Oltre ai 200 grammi circa di plastica che, finito il liquido,  probabilmente finiranno in discarica e le batterie che dureranno lo spazio di un paio di fette d’anguria. Poi si cercheranno, forse, nuove ricariche. Forse…

Certo, a questo punto il rischio di dire che “quando i mulini erano bianchi…” ci sta tutto. Non lo dico, era solo un pensiero in libertà, incasellato fra l’anguria, la banda che suonava la Norma, i bimbi che forse non sanno che per fare bolle di sapone è sufficiente il sapone e un po’ d’acqua, non servono marchingegni diabolici. O forse solo un po’ di nostalgia di Lucia, di un balcone per vedere dove volano e sognare terre sconosciute.

E mi chiedevo quel bimbo, fra cinquant’anni, se e come ricorderà quelle bolle di sapone alla sagra dell’anguria.

La masseria Canali… si può fare

masseria canali

di Gianni Ferraris

Fra il 1994 e il 2005 venne decimato il Clan Campana, notissimi esponenti di primo piano della Sacra Corona Unita vennero arrestati. Da quelle operazioni si passò alla confisca dei beni. Colpire le mafie negli interessi, nei loro feudi, espropriare i criminali  nella palese dimostrazione di potenza fatta di terreni, masserie, ville, beni, è il modo più potente per combattere una battaglia che altrimenti non porterebbe da nessuna parte.

E proporre quei beni confiscati ad utilizzi socialmente ed economicamente utili per i territori sottomessi da una criminalità bieca e assassina è uno schiaffo non solo ai mafiosi, ma a tutti coloro che pensano che “mafia è bello”, che dicono che “la mafia dà lavoro” senza tenere conto dei danni sociali, etici, morali ed economici che procura.

Purtroppo ancora oggi assistiamo quotidianamente ad episodi inquietanti: auto e case che bruciano, sparatorie in vie cittadine trafficate, negozi che vanno a fuoco, contrabbando di sigarette e spaccio di stupefacenti organizzato e gestito dai mafiosi, sale per gioco d’azzardo “legale” gestite da prestanome dei mafiosi stessi, che servono per riciclare denaro sporco e per praticare l’usura. Purtroppo assistiamo a collusioni anche con la politica, parlamentari arrestati e condannati, ex ministri che aiutano la latitanza di boss di mafia e via dicendo.

Però esistono persone che credono alla possibilità di un riscatto etico, morale, sociale ed economico, esistono ragazzi che lanciano sfide, e rendono i terreni confiscati veri luoghi di legalità, di lavoro. Producono vino, taralli e  tutto ciò che questa meravigliosa terra offre. La cooperativa Terre di Puglia Libera terra, a Mesagne, è fatta da ragazzi che rischiano, che si vedono i raccolti incendiati dai servi dei boss che poi, magari, si ritrovano al bar sotto casa a vantarsi delle loro gesta.

Però non demordono, i ragazzi, e proseguono a fare impresa pulita, trasparente, tutto alla luce del sole. Così i beni confiscati al clan Campana, la masseria Canali, è diventata Masseria Didattica.

“Abbiamo speso moltissimo per ristrutturare” oltre un milione di euro, ma ne è valsa la pena, ora in quei locali ci sono sale computer, una cucina attrezzata, c’è un orto con essenze mediterranee e campi dove si coltiva grano,  e c’è tutto l’occorrente per accogliere e fare didattica, insegnare ed imparare. Si insegna lavoro pulito e legalità. Il 10 giugno la Masseria Canali è stata inaugurata.

C’erano autorità, forze dell’ordine, c’era Don Luigi Ciotti. “Si può fare” ha detto e ripetuto. Già, si può veramente fare. La mafia può essere combattuta e alla lunga vinta e sconfitta. Oggi che le mafie si sono espanse al nord, che dominano appalti e affari, è più che mai necessario fare dei beni confiscati ovunque regni di legalità.

E sarebbe indispensabile che i legislatori uscissero dal loro opportunismo ed estendessero la confisca dei beni anche ai politici corrotti. Sembra fantascienza, anche allora lo sembrava, si può fare!

Sanità salentina

Ulivi vita millenaria da salvare - ''l'Ulivo urlatore'' - Salento, entroterra otrantino, ARCHIVIO FORUM AMBIENTE E SALUTE
da ARCHIVIO FORUM AMBIENTE E SALUTE

di Gianni Ferraris

Praticare la sanità da comuni cittadini a volte riserva sorprese piacevoli, più spesso, parlando di burocrazia, imbarazzanti.

ASL di Lecce, banalissima pratica di cambio medico. Arrivo alle 12,15 la signora, gentilissima e sorridente, mi dice “Lo sportello è aperto al pubblico dalle 8,30 alle 11,30 però venga per le otto, altrimenti finiscono i numeri e deve ritornare, sa, con la riduzione del personale allo sportello c’è un solo addetto” Per il resto della conversazione mi ha fornito informazioni puntuali, precise e cortesissime, una che ne sa, ho pensato.

L’indomani alle 8,15 sono lì a cercare il mio numero. In ogni salumeria, supermercato al banco affettati, in panetteria, in uffici diversi esiste una macchinetta dove prendi il tuo numero, un self service. Alla ASL di Lecce non c’è. Dietro una scrivania ci sta la signora sorridente e gentile del giorno prima, mi avvicino  con un sorriso  in risposta al suo,  lei mi riconosce e mi porge il numerino, identico a quelli delle macchinette. Si vede che le ristrettezze economiche fanno si che l’ASL possa acquistare i numerini e non le macchinette. Poi mi siedo sulle  panche assieme alla folla di chi già stava lì alle sette e mezza, ho il 77 e chiamano il 68. La chiamata però non è un display come dal fruttivendolo, neppure come dal salumiere, no, è una signora che esce dall’ufficio e chiama. Parlo con il signore che sta vicino a me, si occupa di immigrati “sono qui per loro, lavoro in un ufficio accoglienza e ci sono mille problemi”. Qualche considerazione sull’edificio, in stile decisamente del ventennio, con un dipinto sopra gli ex sportelli per il pubblico che ritrae lavori di campagna, tabacchine. Non c’è né pesca, né mare. “Li avranno fatti per la bonifica” mi fa notare il vicino.

Finalmente il 77, entro e saluto tutti… Beh, tutti, saluto lui, l’unico impiegato che riceve il pubblico. Fatti i conti ci sono tre persone che lavorano, uno ascolta, consiglia e si occupa di pratiche, una ha il compito di dare i numerini, la terza di chiamare i numerini. In sostanza, due su tre svolgono un lavoro, per quanto dignitoso, assolutamente inutile, la folla non è poca lì fuori. Esco alle 10,30 circa.

Poi debbo prenotare una radiografia. Se uno fuma per quarant’anni non si deve meravigliare se poi respira quanto, come e se capita. Vado in parafarmacia (i parafarmacisti mi stanno simpatici, i farmacisti meno, sembrano nobili in fase di decadenza). La ragazza prende la richiesta, digita sul computer e mi dice “A Lecce per metà ottobre, a Maglie e Poggiardo in agosto. Il ticket è di 46,50 euro”.

Parliamo un po’ e mi fa, visto che devi pagare vedi se te la fanno privatamente, al massimo torni e facciamo la richiesta. Vado dal privato e mi dice “in convenzione sono 20 euro per metà agosto, a pagamento 40 euro e la facciamo immediatamente”.

Ma non è la sanità pubblica che costa meno al paziente?  Mah… Mistero… Ah, a proposito, sappiate che per l’esenzione del ticket siamo considerati ricchi se guadagniamo una cifra pari o superiore a 8236,31 Euro (688,634 mensili). Non per dire, ma quei 31 centesimi fanno la differenza fra un povero e un ricco. Poi dici che i politici non fanno una mazza, sapete quanto ci vuole per arrivare a concepire 0,31 euro? Almeno tre intere sedute a camere riunite.

Cimiteri e hamburger

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di Gianni Ferraris

Ho fatto in un solo giorno due cose che non faccio abitualmente. Anzi, proprio raramente, la seconda poi…

Prima sono stato ad accompagnare una persona al cimitero. Ogni volta che ci entro rimango stupito dallo sfarzo di alcune cappelle monumentali e della gerarchia che vuole i meno blasonati (socialmente ed economicamente soprattutto) seppelliti in terra. Ogni volta mi raggiunge sibilante il pensiero dei motti popolari che dicono come “siamo tutti uguali davanti alla morte”.

Un po’ come (ecco il blasfemo che arriva) quel souvenir, inno al pessimo gusto non tanto di  chi l’ha ideato e costruito, quanto di chi lo acquista magari ridendoci su, un piccolo water soprammobile con su scritto (come dimenticare?) “saranno grandi i papi, saran potenti i re, ma quando qui si siedono son tutti come me”. Ma se un piccolo water può tanto, la morte non dovrebbe essere regina incontrastata dell’uniformazione? Eppure esorcizziamo sempre, siccome rimane l’ultimo mistero da svelare, dobbiamo farcene una ragione e tentare di darle un senso che supera l’umana capacità di comprensione, soprattutto dobbiamo, si diceva dalle mie parti, “battere la fisica”, mantenere le posizioni sociali, quasi fosse come morire un po’ meno.

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La fede, in fondo, serve anche a questo, e proprio questa è stata la più grande rivoluzione filosofica ed etica delle chiese: offrire all’uomo una seconda chance. Ho molto rispetto, spesso un po’ di invidia, per chi crede, perché raggiunge due scopi: non è mai solo, non morirà mai. Allora come spiegare quelle lacrime profuse ad ogni funerale? La vita oltre la morte è più luminosa e più vicina all’infinito, in fondo. E forse proprio qui sta il gap, infinito è cosa che non ci appartiene, come non ci appartengono il mai o il nulla. Noi siamo finiti, lo sguardo, l’udito, i sensi lo sono, hanno un orizzonte da vedere, oltre quello chissà cosa c’è, ma non fa nulla, noi siamo finiti, tondi, belli.

Per chi, come me, non ha la ventura di credere all’aldilà, tutto diventa più arduo. Occorre vivere qui ed ora, occorre finire il finito, godere di quell’orizzonte e fregarsene del resto. Forse per questo la rabbia di fronte al mondo che gira a rovescio, perché sappiamo (tutti noi, credenti e non) che non vale la pena far crepare di fame o guerra delle persone. Che è un crimine etico, politico, morale. Sappiamo che è comportamento criminale quello di chi vuole respingere immigrati che hanno fame, roba da processo per tentato genocidio. Invece l’Italia del mondiale perduto è spaccata su questo fronte. Ed ognuno diffonde il proprio verbo “in nome del suo Dio”.

Per questo il cimitero mi pare luogo, pur con le opere d’arte che contiene, di profonda diseguaglianza. Non ci vado mai perché la vita di chi ci sta dentro è, a parer mio, finita con l’ultimo suo respiro. E allora mi ricordo sorrisi e sguardi, parole e silenzi. Non mi va di andare a cercare di immaginare immobilità e fissità e disgregazione.

Ci sono molti modi per andarsene e molte culture della morte. Un amico egiziano mi raccontò della sepoltura di suo padre: “nudo, coperto solo di un sudario, come siamo nati dobbiamo tornare a Dio”. Mi affascina questo Dio, molto più di quello che  ci vuole tutti ben vestiti, con tanto di cravatta. Mi dicevano amici leccesi che esisteva un negozio di scarpe “anche per morti”. Metti che non ne avesse un paio degno… Quasi come Dio, nella sua infinita bontà, altro non avesse da fare che giudicare dall’aspetto chi arriva da lui. Quasi come, uno come me che ha vissuto in jeans e la cravatta, nei lunghissimi 63 anni di vita, l’ha messa si e no 20 ore, si sentisse a proprio agio tutto in ghingheri. E se nel viaggio mi stropiccio tutto? E se i capelli non stanno a posto?

Personalmente sono per la cremazione, però pare sia cosa costosa e laboriosa. Ricordo quando leggevo i bilanci del mio piccolo paesino, una della spese più enormi era relativa al cimitero. Far star bene i vivi non sarebbe eticamente meglio?

Vabbè, pensieri sparsi vagando fra cappelle monumentali e leggendo lapidi di nomi che pochi ricordano, dopo la prima generazione tutti dicono “chissà chi era questo…”

Ah, erano due le cose strambe che ho fatto quel giorno, per la seconda spero che il mio amico Pino De Luca non legga, non vorrei perdere la preziosa conoscenza e amicizia di un raffinato gastronomo. Lo stesso giorno del cimitero, all’ora di pranzo, sono stato al Mc Donald. Veramente una porcata, meglio una pizza o una puccia.

Zucchine in carpione

da ricette.com
da ricette.com

di Gianni Ferraris

 

Ingredienti:

Aceto bianco, due bicchieri.

Vino bianco, un bicchiere.

Aglio, cipolla, alloro, bacche di ginepro, salvia, grani di pepe nero.

Per il carpione:

Appassire le cipolle tagliate grossolanamente in olio evo e ovviamente, trattandosi di cucina piemontese, una ragionevole noce di burro. Quando la cipolla è appassita aggiungere l’aglio schiacciato, l’alloro, il ginepro, il pepe, vino e aceto. Far cuocere per trenta minuti possibilmente senza far bollire.

 

Mentre cuoce affettare le zucchine longitudinalmente, infarinarle, friggerle in olio e sgocciolarle. Lasciare intiepidire, metterle in una terrina e ricoprirle con il carpione. Lasciar raffreddare mangiarle il giorno dopo anche conservate in firgorifero, saranno stupende. Le zucchine possono essere anche grigliate semplicemente oppure fritte senza essere infarinate. Vedete un pò voi.

Questa è la ricetta già “ammorbidita”, un tempo l’aceto era rosso, come il vino. Però io ho ricordi, le cucino con Maria che sta lì accanto e mi dice “attento con l’aceto, poi non ti piace”.

Già, non utilizzo quasi mai aceto, a casa non si faceva, neppure il vino si usava. Con un padre astemio, nonostante fosse piemontese doc, il vino era bandito da tavola, Compariva solo in occasioni speciali, quando c’erano ospiti.

Maria in fondo mi vuole bene. Per questo le ho cucinate con lei accanto, virtualmente accanto. Lei sapeva cucinare di tutto, la porta della cucina dava sul negozio, casa e bottega, il paese è piccolo, tutti  conoscono tutto di tutti. Se lei stava con le mani in pasta (nel senso letterale) apriva con il gomito la porta a molle e invitava la cliente in cucina “aspetta che finisco di impastare”. Potevano essere gnocchi di patate o pasta fatta in casa, la signora comprendeva e ripassava, o entrava in cucina e si mettevano a parlare del più e del meno, dei mariti e dei figli. Se nessuno ascoltava dicevano sogghignando dell’amante della fruttivendola. Molte fruttivendole del paese hanno l’amante, forse. Ma questo non è dato sapere, solo immaginare. Un negozio da portare avanti, due figli che arrivavano da scuola, un marito che non si sapeva cucinare un uovo sodo, e lei con naturalezza riusciva a infornare coniglio disossato, pasta al forno. A inondare la casa di profumi di minestroni che quando arrivavano i figli dicevano “di nuovo minestrone?” Quasi un incubo!

E si beveva acqua, neppure gassata, naturale. A volte in estate la birra Peroni, raramente però. Questa era concessa. Poi Maria m’insegnò, un po’ controvoglia perché ai maschi non si addice la cucina, a fare la maionese. Poi le zucchine in carpione che mi faceva solo quando “siamo via e stai a casa solo, si conservano” e non c’era papà che non amava l’aceto.

Così oggi le ho fatte usando la sua ricetta, quella annacquata. Metà aceto, metà acqua, il resto come sopra. Le bacche di ginepro no, non le avevo. E nel carpione ci potevi mettere uova in camicia, squisite,  fesa di tacchino impanata o carne rossa, sempre impanata e fritta. Tempo prima, quando il Tanaro era pescoso e non inquinato, il pesce d’acqua dolce era conservato in carpione, dalle nostre parti esistono ricettari di pesce d’acqua dolce:  carpe, tinche,  cavedani. Tutto Delizioso.

Maria forse apprezza, chissà. Ricordarla mentre prepara pesche al forno ripiene… A volte viene nostalgia di parlare con lei, a volte la si può sentire accanto che dà consigli.  O che urla di chiuderlo il frigorifero, perché consuma. O quando le chiedevo “cos’hai votato?” e lei rispondeva “come papà”. Sono arrivato a trent’anni per sentirmi dire “ho sempre detto così a papà, ma ho sempre votato come mi pareva” e rideva. In fondo anche questa è ribellione.

Dal Ciolo alle grotte Cipolliane, uno stupendo e difficile sentiero

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di Gianni Ferraris

 

Dal ponte del Ciolo si vede il mare… là sotto. Sarebbe bello saper volare, pensavo. Chissà perché. Un falchetto in cielo. I turisti arriveranno solo fra qualche mese in massa, ora siamo pochi laggiù, quasi alla fine della terra, pochi e fortunati, potremo dire a chi arriverà più avanti che noi quei luoghi li abbiamo visti prima che l’improvvisazione creativa di reticolatori impacchettasse tutta la montagna con reti di metallo.

Qualcuno dice che franerà, altri dicono che si può fare di meglio che non deturpare il paesaggio e la cruda ruvidezza di quelle rocce. Vedremo, sapremo. TAP di qua, reti di là, un Salento mercificato. L’amico Boero lamenta sulla sua pagina facebook la follia avvelenatrice di terreni di chi utilizza diserbanti sotto gli ulivi come se piovesse e poi ci scrive “zona avvelenata”. Forse quel proprietario di ulivi pensa di essere intelligente, secondo me è solo un modo per mettere in piazza (nel campo) un cartello che potremmo tradurre “vedi come sono scemo, avveleno tutto e gioisco”.

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Dal Ciolo alle grotte Cipolliane, si percorre uno stupendo e difficile sentiero fra le rocce a picco sul mare. Rocce crude, macchia mediterranea, il mare là sotto, piatto come una tavola… come un pensiero leggero.  Me lo aveva fatto conoscere molto tempo fa l’amico Marco Cavalera, lui e la sua associazione amano e studiano il territorio, ragazzi che hanno in comune la passione per l’archeologia e la consapevolezza di essere lasciati da parte dal mondo del lavoro. Marco prende in mano un sasso e te ne racconta la vita e la storia. Ascoltando si scopre che era lì da infinito tempo, e che non è una banale scheggia di roccia ma probabilmente fu utensile. Mi vergogno un po’ a dire che per me è solo un sasso. Non dico. Ora però ci andiamo senza guida e quando vedo un sasso appuntito almeno un dubbio mi assale, ma questo a Marco non lo dirò.

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I ragazzi che non lavorano, già. In Italia, lo diceva un noto ministro, la cultura non si mangia, di cultura non si vive. Neppure della consapevolezza delle nostre radici. E il messaggio è passato nel sentire di molti. Una fotografia denuncia come, proprio vicino alle grotte Cipolliane, un luogo che reca tracce di un passato remoto fatto di uomini e donne, orsi e cervi, che spiega come prima del mare ci fosse brughiera,  dove la sabbia fossile ancora si vede, si può toccare, un luogo dove la natura è emozione e il pensiero vola in un silenzio irreale a cui non siamo più abituati e che ci stupisce; proprio lì, in quel paesaggio che dovrebbe essere patrimonio dell’umanità, il martedi dopo Pasqua i resti della “civiltà” si vedevano, si toccavano, si odoravano. Un tempo ebbi modo di scrivere parlando di ragazzi belli e aitanti, che dicevano, in spiaggia, di tesi di laurea ed esami : “i cretini di oggi saranno i dirigenti di domani”. Se ne erano andati lasciando sulla sabbia bottiglie di plastica e bicchieri. Alle Cipolliane invece i cretini hanno lasciato resti del picnic della pasquetta.

Qualcuno dice di maleducazione, secondo me sono proprio “bizzarri”, giusto per usare un eufemismo, nel parlar comune avrei detto coglioni, ma qui non si dice. Ragazzi probabilmente di buone famiglie dei paesi vicini, come dice qualcuno che ha visto, che hanno fatto scempio del territorio.  Quelli sono i loro luoghi, probabilmente a casa loro pranzando gettano a terra pane avanzato, resti di insalata, ossa di pollo e poi calpestano il tutto, chissà.

Qualcuno ha poi pulito, resta a perenne ricordo dell’imbecillità  un perimetro per fare il fuoco e grigliate, altra cosa proibita dove c’è macchia mediterranea e dove gli incendi sono all’ordine del giorno.

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Ho respirato mare, aria, storia, terra e profumo di resine e fiori alle Cipolliane. Il sentiero non è agevole, ancora chi arriva lì quando non è pasquetta e c’è l’obbligo di deturpare l’ambiente, lo fa con fatica, amore e rispetto per quel che vede. Tutti tranne qualcuno che pensa di lasciare i segni del suo passaggio proprio in mezzo al sentierino stretto, che bisogno aveva quell’imbecille di farla proprio in mezzo al sentiero senza sentire l’esigenza di trovare almeno un angolo nascosto?  La puzza si mischiava al profumo di primavera.  Sicuramente i ragazzi della Pasquetta lamentavano il fatto di dover arrivare fin lì a piedi, e pensavano, forse, che meglio sarebbe poter asfaltare per arrivarci con gli scooter o il SUV. “Intanto non c’è neppure più un orso”.

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Scirocco

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di Gianni Ferraris

Ci sono molti modi per scoprire le cose, per imparare. Ricordo, ero a Castro Marina, era un lungo inverno. Noi di lassù spesso non conosciamo i venti, anche i punti cardinali sono quasi dei misteri per marinai, aviatori e americani, noi diciamo destra e sinistra, su e giù. Nord, ovest, sud, est  poco ci appartengono, un contadino piemontese aveva altri parametri.  Qualcuno ha provato a farli entrare nel lessico corrente, però l’uscita autostradale Genova Ovest rimane “quella di Sampierdarena” , ovest è solo un nomignolo affettuoso. L’uscita Asti est invece uno scioglilingua “astest”.

Quando un vento appiccicoso arriva, lassù, lo chiamiamo vento appiccicoso e umido. Là a volte tira libeccio, loro lo conoscono per nome, i genovesi, sono gente di mare.  Noi , “con quella faccia un po’ così, quell’espressione un pò così”, quando vediamo Genova, rimaniamo a sentirne i profumi e gli olezzi e non parliamo con i venti chiamandoli per nome, la sabauda austerità non lo prevede.

Così quell’inverno a Castro marina passò lentamente. La domenica era molliccia,  un giornale, un libro, la radio, niente TV perchè funzionava male. Anche il computer era senza connessione. Fuori passeggiavano, se non pioveva, turisti della domenica invernale, coppiette mano nella mano, signorine con improbabili tacchi alti come trampoli, i loro accompagnatori, a volte, con tagli di capelli bizzarri, rasati fino a un certo punto, poi di netto partiva una capigliatura monca. Altre coppie con bimbi e carrozzine, altre meno giovani. Tutti a guardare Castro e il mare. Tutti a parlottare di chissà cosa. A volte pioveva, spesso c’era sole. Il caffè al bar di prima mattina, il castriota (forse pescatore), che diceva se il vento era tramontana o scirocco, a volte scirocchetto o tramontanella, ed io mi chiedevo se erano affettuosi vezzeggitivi o ammiccamenti. Però lui sapeva se arrivavano da nord o da sud. E io a guardare il sole, per capire dove diavolo era sorto e scoprire l’est.

Improvvisamente fu illuminazione. Seduto al tavolo, con morbidi cuscini sulle seggiole della sala da pranzo, imbottiti in gommapiuma,  ho sentito umido, quasi bagnato. Lo scirocco che non lascia asciugare la roba stesa e inumidisce i cuscini. Ho capito. E’ scirocco quando ti siedi ed hai il culo umido.

Gianni Ferraris e Maurizio Nocera a colloquio. Per parlare di partigiani

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di Gianni Ferraris

Il 3 aprile 2014 ANPI Lecce ha inaugurato la sede cittadina. La lotta di liberazione è sempre stata vissuta come qualcosa di lontano, che riguardava il nord. In realtà la Resistenza combattuta era lassù, il meridione era terra già liberata dallo sbarco in Sicilia in avanti. Qui si viveva l’altra Italia, a Brindisi arrivò anche il fuggiasco eccellente con tanto di corte e cortigiani. Tuttavia, faceva notare Maurizio Nocera, segretario provinciale ANPI Lecce, l’apporto dei meridionali è stato incredibilmente elevato. Dall’otto settembre molti sbandati a nord si unirono ai partigiani e prima ancora furono molti i salentini e i pugliesi che andarono ad affiancare gli jugoslavi nella lotta partigiana. Inoltre, sempre dopo l’otto settembre, numeri molto consistenti di soldati rimasti fedeli al re vennero deportati nei lager nazisti. Patrioti anche loro, non seguirono la famigerata repubblica di Salò e non si piegarono ai nazisti, rimasero fedeli al giuramento anche nonostante l’infame fuga della corte a Brindisi. Abbiamo parlato con Maurizio Nocera che, oltre alla carica ricoperta nell’ANPI, è poeta, storico, scrittore.

 

Come nasce l’ANPI di Lecce?

 

Praticamente l’Anpi di Lecce nacque all’indomani della fine della seconda guerra mondiale e alla fine della Resistenza partigiana. Uno dei promotori, che poi diverrà presidente del Comitato provinciale fino al 1993, fu Enzo Sozzo, che come partigiano operò nella zona di Imperia. All’inizio la sezione Anpi si occupò prevalentemente dell’assistenza ai partigiani e ai patrioti della guerra di Liberazione che rimpatriavano chi dai fronti di lotta, chi dai campi di lavoro e di sterminio nazisti. Successivamente, l’Anpi si occupò di tenere viva la memoria di quei salentini leccesi coinvolti nei vari fronti resistenziali. Numerosi furono gli interventi per dedicare strade e piazze ai Caduti leccesi della Resistenza.

 

La Resistenza come patrimonio del Nord, si è creduto per troppo tempo, ora però le ricerche ci dicono altro, qual è stato l’apporto del Salento leccese alla lotta di liberazione?

 

È vero, quando io sono entrato nell’Anpi negli anni ’70, era opinione comune, all’interno della stessa Anpi nazionale, che la Resistenza fosse stata solo un evento accaduto nel Nord Italia. E questo è vero perché al Nord si sono effettivamente sviluppati gli scontri e i conflitti contro i nazifascisti. Ma in quel momento nessuno aveva considerato il fatto che all’interno delle brigate partigiane vi fossero oltre a uomini e donne del Nord, anche uomini e donne del Sud. Fu Aldo Moro, membro d’onore dell’Anpi nazionale, che nel 1975, in un memorabile discorso tenuto al Petruzzelli di Bari, che fece capire a tutti che la Resistenza era stata un evento che aveva coinvolto l’intero paese, in quanto alla lotta antinazifascista avevano partecipato molti uomini e donne del Sud. Si trattava spesso di militari che, dopo l’8 settembre 1943 (armistizio tra gli alleati e la monarchia sabauda) rimasti senza comandi superiori e quindi allo sbando, avevano dismesso la diviso e si erano aggregati alla bande partigiane per combattere e ridare all’Italia quell’onore che Mussolini e la monarchia avevano gettato nel fango.

 

Di tutto questo non si è parlato per moltissimi anni, solo ora vengono fuori storie, numeri e nomi. Come mai questa reticenza?

 

Sì, è vero, in parte si è trattato di una ritardata presa di coscienza da parte della stessa Anpi, ma sostanzialmente il non riconoscimento del contributo dato dal Sud alla lotta di Liberazione fu dovuto al subdolo comportamento del partito egemone in Italia dopo la seconda guerra mondiale, cioè la Dc, il cui governo si protrasse per circa 50 anni, che, succube degli interessi imperialisti degli Stati Uniti e della Nato, e per una supposta paura di una ipoteca invasione sovietica del Paese, impedì quella presa di coscienza di cui sopra. In sostanza quel partito volle tenere ancora il Sud schiacciato alla sua condizione di subalternità al Nord, cosa che si era determinata sin dall’Unità d’Italia, che costò al Mezzogiorno un costo elevatissimo di sofferenze e sacrifici umani ed economici.

 

L’Anpi nazionale sta dedicando studi e ricerche ai patrioti del Meridione. Un primo convegno c’è stato a Torino. Non era meglio dare un segnale forte e farlo a sud? 

 

Anche questo è vero. Finalmente l’Anpi nazionale, con i suoi migliori studiosi e storici, sta finalmente colmando il vuoto che si era creato e molti stanno dedicando ricerche e studi specifici per quantificare il contributo dato dagli uomini e dalle donne del Sud alla Liberazione del Paese dal nazifascismo. È stato fatto un primo convegno a Torino, ma altri sono in programma non solo al Nord, ma anche qui da noi. A Lecce, per esempio, il prof. Pati Luceri, con il sostegno dell’Anpi di Lecce, ha iniziato una laboriosa ricerca per compilare gli elenchi dei Caduti, dei partigiani, delle staffette, dei patrioti, degli antifascisti, dei collaboratori, degli internati nei campi di lavoro e di sterminio nazisti. Questa sua ricerca ha visto già la pubblicazione di ben tre edizioni in volume, e tuttavia non è ancora ultima, perché ancora non sono consultabili alcuni archivi. Al momento, dalla ricerca di Luceri e della stessa Anpi di Lecce si evince che oltre 8500 sono stati gli uomini e le donne di questa provincia che hanno dato il loro contributo alla Resistenza. Come vede, si tratta di una cifra incredibile perfino a noi stessi che operiamo all’interno dell’associazione.

 

Fra pochi giorni è il 25 aprile, stiamo vivendo un periodo molto strano, il Presidente nazionale dell’ANPI ha stigmatizzato allarmato l’incontro del Presidente Napolitano con Silvio Berlusconi, condannato in via definitiva. Il governo Renzi vuole cambiare la Carta Costituzionale con i voti di parlamentari nominati e nonostante il fatto che la Corte Costituzionale abbia stabilito che il sistema elettorale con il quale sono stati eletti è anticostituzionale.  Era questa l’Italia che volevano i patrioti e i padri costituenti?

 

Quello che tu dici è l’incredibile paradosso del momento che viviamo. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, uomo i cui ideali sono di indubbia fedeltà ai valori della Resistenza e della Carta costituzionale, costretto a incontrare un personaggio squallido qual è il signor Silvio Berlusconi, uomo indegno che ha disonorato l’Italia negli ultimi 20 anni, e che ha rappresentato la continuità con l’odioso regime fascista mussoliniano. Dietro questo personaggio, arricchitosi con varie ruberie ai danni del popolo, c’è sempre stata la mano del peggiore sistema capitalista nostrano e mondiale, i cui interessi, soprattutto economico-militari, sono riconducibili alla Nato e all’imperialismo Usa. A questa parte del potere mondiale non è mai piaciuta la democrazia italiana sancita dalla Costituzione, scritta, non bisogna mai dimenticarlo, da circa tre quarti (partigiani) dei membri del comitato dei 72. Non voglio disprezzare nessuno e lungi da me dal credere che un evento di qui possa essere migliore di un evento accaduto in altre parti del pianeta, rifletto solo su una lettura fatta delle differenti Carte costituzionali dei diversi Paesi e Nazioni del mondo. Ebbene, la Carta costituzionale dell’Italia repubblicana è uno di quei fondamenti sociali più avanzati al mondo, perfino più avanzata di quella tanto decantata Carta costituzionale statunitense, ancorata ancora a ideali prerivoluzionari 1789 in Francia. È doloroso sapere oggi che anche i governi, che si sono succeduti all’odioso regime neofascista berlusconista, continuino sulla stessa strada tracciata dal sig. Berlusconi, cioè quella di voler stravolgere gli articoli fondamentale della Carta. Credo comunque che si tratti di tentativi, perché il disegno piduista, di cui il Berlusconi stesso era albero e radice, non è ancora del tutto andato in porto. Contro questo ennesimo tentativo, per di più proposto anche dall’ultimo arrivato sulla poltrona di Palazzo Chigi (Renzi), si è levata alta la voce del presidente nazionale dell’Anpi, Carlo Smuraglia, il quale ha affermato che cambiare la Costituzione oggi in senso autoritario significa tradire quei valori per i quali hanno combattuto contro il nazifascismo e sono morti i partigiani.

 

In questo quadro, qual è, secondo te, il ruolo di un’associazione come l’ANPI?

R. Primo: non far dimenticare quello straordinario patrimonio di lotta e di cultura libertaria e democratica sviluppatosi con la Resistenza. I partigiani e le staffette, i patrioti della guerra di Liberazione, e i tanti, moltissimi, che hanno sofferto la dittatura nazifascista con privazioni, sofferenze, carcere e campi di lavoro e di sterminio, non possono essere dimenticati sull’abisso dell’ignoranza di chi in questo momento domina il mondo.

Secondo: l’Anpi non è un’associaizone di privati cittadini/e dediti all’hobby del contare le stelle (contro cui personalmente non ho nulla da obiettare), ma un’associazione viva nel corpo sociale e politico del Paese. Pur essendosi dichiarata sempre apartitica, l’Anpi che, non bisogna dimenticare è stata la prima associazione della Repubblica ad essere riconosciuta Ente morale dello Stato (1946), è però un’associazione politica antifascista che interviene su ogni evento che accade a proposito degli assetti statutari dell’Italia come, ad esempio, sta facendo in questo momento, difendendo l’integrità della Carta costituzionale.

Due film girati in Salento

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di Gianni Ferraris

In 24 ore ho visto due film girati in Salento. Il primo aveva Lecce come sfondo e palcoscenico, ma avrebbe potuto tranquillamente essere raccontato ad Aosta o a Cuneo, non cambiava molto, Allacciate le cinture di Ferzan Ozpetek.

L’altro molto salentino nell’ambientazione, nel dialetto (sottotitolato), nelle storie, e nel pathos: In Grazia di Dio di Edoardo Winspeare. Un dialetto che trova la forza di parlare al mondo intero, e che tuttavia non poteva che essere girato e vissuto nella terra d’Otranto.

Un film, il primo, con una storia di fondo: il cancro che colpisce la protagonista e la mutazione dei rapporti familiari, sociali, affettivi. Non mancano i richiami all’omosessualità, anche questi cari al regista. Un film che, nonostante il tema forte trattato, ha un odore, come dice il mio amico Renato, di fotoromanzo, sa di plastica. Lontano dalle opere che mi avevano fatto conoscere ed apprezzare il regista turco, Le fate ignoranti e La finestra di fronte, in cui i temi erano, anche qui come un filo rosso che unisce i lavori del regista, il racconto era l’omosessualità nei risvolti dei rapporti sociali, familiari, della scoperta di un mondo, o nella repressione del ventennio fascista, erano narrati con impegno, forza, determinazione.

Allacciate le cinture sembra invece un raccontino che scade facilmente nel melodramma, pur riconoscendo al regista la tenacia nel voler dire storie pesanti, questa volta, a me come spettatore, non è piaciuto. Neppure Lecce rende più alta l’opera, ne è sottofondo sfocato, capace solo di essere prepotente e potente con le sue luci ed ombre, quella luminosità naturale che avvolge ed ammanta tutto. Sul film la critica e il pubblico si sono spaccati, mi trovo d’accordo con Mario Zonta su Mymovies.it : “E così quel tocco naif, che ha sempre caratterizzato le sue pellicole, rischia di diventare a tratti insopportabile quando si immerge nel melò come avviene senza remore in questo Allacciate le cinture. Ora, si può essere empatici verso una storia d’amore che sfonda nel melodramma, qui tra l’altro ospedaliero, e certo sentirsi trasportati dall’abbraccio fatale di questa “storia e destino”, ma nel modulare la tensione emotiva è necessario mantenersi un minimo al passo con i tempi. Insomma, spesso in questo film si slitta tra lo sguardo naif e la cartolina, tra l’ingenuità e il modello stereotipato. Sappiamo che Ozpetek è sincero (e questo è tanto), ma il mondo fuori, molto più brutto e cattivo dei tempi di Le fate ignoranti,  non lo mette al riparo e forse c’è bisogno di uno scatto in più, di uno sguardo più complesso, di un contraddittorio meno edulcorato.

Nota di rilievo è il cameo del Sindaco di Lecce, Paolo Perrone, che fra il ballo e le apparizioni sullo schermo, mostra voglia di esserci.

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Molto salentino è In grazia di Dio di Winspeare. Se è vero che è una storia molto italiana, altrettanto vero è che il film non avrebbe potuto essere girato che in Salento, l’impatto forte è il dialetto, i non attori, interpreti presi dalla vita quotidiana. Il cast: Celeste Casciaro, Laura Licchetta, Anna Boccadamo, Barbara De Matties, Gustavo Caputo, Angelico Ferrarese, Amerigo Russo, Antonio Carluccio; nomi non noti, fra loro troviamo persone che nella vita quotidiana fanno l’avvocato, la barista, il pescatore, il contadino. “Attori” presi dalla vita reale, interpreti magistrali nei loro ruoli. E’ una storia credibile in tempi di crisi economica e mostra la capacità, tutta femminile, di rinascere utilizzando le conoscenze, queste si, assolutamente tipiche di questa terra. Il fallimento della fabbrichetta costringe il socio fratello della protagonista ad andare a cercare lavoro in Svizzera, qui rimangono le donne che vanno a vivere in una masseria da riassettare. Così l’universo si rinchiude fra Madre, figlie e nipoti, con l’aiuto/complicità di un solo uomo perchè “un uomo ci vuole per lavorare i campi”, che sarà in realtà un altro tema affrontato con delicatissima capacità dal regista, l’amore nella terza età.  Un film dove convivono risate e commozione, consapevolezza del presente e crisi economica, uomini di malaffare, equitalia e finanziarie improbabili nella parte degli squali, amore, rassegnazione.  C’è la difesa del territorio da “quelli del nord che comprano ed hanno molti soldi”, dove il denaro può tutto, meglio, tutto dovrebbe potere con la complicità di intermediari senza scrupoli. E c’è un richiamo ad un’economia antica, che purtroppo (o per fortuna) può diventare attualissima nel periodo terrificante che stiamo vivendo: il baratto.

In tutto questo il Salento gioca una parte decisiva e non replicabile in nessun altro luogo. Mentre nel film di Ozpetek Lecce è solo un palcoscenico come tanti, nel film In grazia di Dio nulla potrebbe essere replicato altrove nello stesso modo.  Qui tutto è Salento: il paese, il bar, anche il campo nella cava e la masseria. La compenetrazione fra il regista, gli attori, il territorio e le situazioni sono totali. Soprattutto dove la prorompente forza delle donne è protagonista assoluta e incontrastata.

Come dice il regista in un’intervista:

 

“…In grazia di Dio direi che non è la risposta alla crisi, è piuttosto una risposta alla crisi. È la storia di quattro donne che approfittano della crisi, delle sue durezze, delle sue difficoltà per reinventarsi, per affrontare la vita con un piglio diverso e nuovo. Quello che voglio raccontare attraverso il mio film è l’importanza di reagire ad una condizione e ad una situazione insostenibile. A forza di reagire, alla fine ci si troverà veramente ‘in grazia di Dio’…”.

 

Un film da non perdere assolutamente insomma. Grazie veramente a Winspeare che mi ha riconciliato con il cinema solo dopo poche ore.  Un film che mi ha ricordato in alcuni aspetti Speriamo che sia femmina girato da Monicelli nel 1986. Che tuttavia ha un valore aggiunto incredibile dell’attualità più stringente. Stupenda anche la fotografia che rende ancora più bella la luce naturale di questi luoghi.

Un solo appunto, metterei sottotitoli non bianchi, spesso si perdono sullo sfondo chiaro e diventano poco leggibili.

Mangiare piemontese… A Patù, ovviamente

 

Le Centopietre di Patù (ph M. Gaballo)
Le Centopietre di Patù

di Gianni Ferraris

La strada scorre fra Lecce e Patù.

Là ci stanno le cento pietre, è un monumento funerario utilizzato come mausoleo sepolcrale per Geminario, il generale, uomo di pace, trucidato dai saraceni. Costruita con cento blocchi di roccia presi dalla vicina Vereto, città messapica, divenne poi chiesa. È strano, pensavo, come gli uomini di pace possano morire trucidati da quelli di guerra. Pare una storia infinita.

La strada scorreva ma non siamo andati a vedere le cento pietre, già la conoscevamo. In realtà non abbiamo visto nulla quel sabato sera. Arrivati in piazza c’erano ragazzi che giocavano, alcuni stavano seduti a raccontarsela, come succede in primavera nei paesini, d’estate saranno di più, e ci saranno signore sedute qua e là a raccontarsela. Illuminazione gialla, come si conviene ai centri storici. Pavimentazione in basoli. Il silenzio è quello dei paesi tranquilli del basso Salento, pochissime auto, voci dei ragazzi, voci di noi che parlottiamo aspettando di finire la sigaretta prima di entrare dove dovevamo andare.

“Vieni a Patù? Cucina piemontese” mi ha detto l’amico al telefono. Come rinunciare alla cucina piemontese nel basso Salento?

La Rua De Li Travaj si chiama il locale (la strada del lavoro)  Immediato il pensiero corre ad un antico detto piemontese “scapa travaj ca riv” (scappa lavoro che arrivo io), ovviamente dedicato agli scansafatiche. Il locale è trattoria, la dicitura è “cucina tipica salentina”. Però c’è la signora Fiorina che arriva dritta da Alba, città del tartufo bianco fra Asti e Cuneo. Terra di Langhe e Roero, un tempo poverissima, ne dice Nuto Revelli nel “Il mondo dei vinti” il libro che nessun piemontese dovrebbe ignorare, soprattutto quelli che lanciano strali contro gli immigrati. Intervistò contadini, Nuto, li fece parlare e loro dicevano parole di emigrazione in Francia e non solo. Della povertà e dei pasti fatti di castagne e castagne, polenta e polenta con castagne. Il mito del tartufo sarebbe arrivato dopo. Allora c’erano le ragazze che vendevano i loro lunghi capelli a chi li trasformava in parrucche per signore nobili, ricche, belle.

Città di origine preromane, divenne Alba romana, poi passò attraverso la storia, il Medio Evo, con le sue mura fortificate dalle “cento torri”, divenne giacobina dopo la rivoluzione francese. Poi accolse Napoleone in trionfo. Lui, anticipando altri governi del secolo XXI°, chiese un contributo per le spese militari pari a 123.000 lire dell’epoca. Assurdo, ingiusto, esoso. Alba inviò due ambasciatori a Parigi per trattare una cifra più equa, uno solo tornò, l’altro venne fucilato e divenne eroe (suo malgrado). Inutile dire che dovettero pagare.

Fino ad arrivare alla Resistenza, l’effimera Repubblica di Alba venne raccontata da Fenoglio (I 23 giorni della città di Alba), poi fu medaglia d’oro per il prezioso contributo alla liberazione dal nazi fascismo. Altre libere Repubbliche in altre terre echeggiano, Nardò insegna!

Oggi è famosissima per il miglior tartufo bianco al mondo e per i vini d’eccellenza, nelle sue terre si bevono vini DOC (Barbera, Dolcetto, Nebbiolo) e DOCG (Barbaresco e Moscato). Tradizioni culinarie eccellenti: bagna caoda, Bolliti e bagnet, Agnolotti, Fritto misto piemontese, Bonet, Insalata russa, Brasato e via dicendo.

Fiorina a Patù si è portata tutto il suo patrimonio e si è lasciata contaminare da quello che ha trovato qui. Ha cucinato per noi ottima bagna caoda, agnolotti, bolliti con bagnetto verde, brasato (al negramaro) e bonet. Un tripudio. Tutto mangiato sotto gli occhi attenti di Felice Cavallotti che ci guardava da una foto, e dalle fotografie in bianco e nero appese ai muri, tempi andati di quando c’erano tabacchine e andare da Patù a Lecce era viaggio vero, ci voleva un sacco di tempo.

Il prezzo è stato in linea con la quantità e qualità del cibo, tenendo conto che non è cucina usuale.

Poi di nuovo in strada, di nuovo verso Lecce, con profumi e sapori da ricordare. Pensando senza troppo livore ai casi della vita, ai non salentini che contaminano Salento con le loro conoscenze, la loro musica, le loro parole scritte, volatili, affabili, dure come sassi, o con il loro cibo. Ed il Salento accoglie e guarda, insegna e impara. Abbiamo cenato ed io pensavo ai casi della vita, l’amico medico in Salento per lavoro, campano di nascita e formazione, piemontese con i tentacoli della sua famiglia, il nonno lo era. Io piemontese, per caso in Salento. Altri amici di Lecce Lecce (come si diceva qui per indicare i cittadini), Lecce austera e fiera che diceva “Poppeti” indicando chi arrivava da fuori città, dal Capo forse. E pensavo a Pavese, Fenoglio, a Davide Lajolo, scrittore e parlamentare del PCI, che nel 1977 pubblicò lo stupendo “Vedere l’erba dalla parte delle radici” in cui raccontava di quella notte in cui venne colto da infarto e gli passò davanti tutta la sua vita. Sopravvisse, ne scrisse.

Tutti langaroli e monferrini, figli di quelle terre fatte di colline dolci, sinuose, ora piene di filari, un tempo anche di ulivi in qualche parte. Terra dalla quale si vede l’arco alpino dove il sole tramonta. Campi e lavoro duro. Storia e storie.

Come in Salento, in fondo. E pensavo a chi veniva fin quaggiù a comprare uva per rendere più corposo l’ottimo vino di Langa e Monferrato, agli scambi culturali. Mani che si stringono a distanza di mille Km, occhi che si guardano e imparano a osservare. Profumi di mosto e di finocchio selvatico. E pensavo che è bello, in fondo, conoscere il sapore delle cime di rapa e della bagna caoda, mischiarli nella memoria con i ricordi. Ed è bello bere negramaro con agnolotti piemontesi che fondono due culture. Anche alla faccia dei puristi che forse sapranno di cucina dotta e colta, ma rischiano di scordare l’emozione del lasciarsi contaminare.

Lecce. Piazza Tito Schipa, si torna a parlare…

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di Gianni Ferraris

Di Piazza Tito Schipa si torna a parlare, il progetto devastante pare in fase avanzata se in noti quotidiani alcune pubblicità a pagamento di una nota immobiliare salentina dice papale papale:

Nel cuore di Lecce si lavora per far sorgere un prestigioso complesso commerciale, nato per la riqualificazione dell’area di Piazza Tito Schipa…

Quindi tutto a posto, tutto in regola. Secondo alcuni non lo è affatto.  È di questi giorni la notizia di una petizione sottoscritta da alcuni intellettuali, studiosi e leccesi in genere per scongiurare lo scempio. Partita per iniziativa di:

ADOC, Ass.M. Perrotta,  Forum ambiente e salute, Italia nostra, Mov. Valori e rinnovamento,  Società di storia patria –  LECCE   –  promotori del COMITATO TUTELA AREA ARCHEOLOGICA  EX MASSA 

Vede come prime adesioni:  Salvatore De Masi, Eugenio Imbriani, Fernando Fiorentino,Guglielmo F. Davanzati, Giovanni Invitto, Bruno Pellegrino,  Mario Signore, Woitek. Pankievicz,   Mario Spedicato,  univ. Salento; Astragali teatro.

 per adesioni tel 0832 493673, 347 5599703, 392 8172087

 

La storia pare infinita, abbattuta la chiesa e l’ex caserma Massa nel 1971 nonostante pareri negativi della soprintendenza, la piazza divenne parcheggio. Da alcuni anni si sono iniziati scavi per costruire l’improbabile centro commerciale e parcheggi sotterranei a gestione mista.  Ora, siccome era nota da decenni la presenza in loco di reperti medievali, di una chiesa, di un cimitero, è plausibile lo stupore nel ritrovare reperti ed ossa?  Ne ha parlato  Giovanna Falco, attentissima appassionata di storia leccese, che già nel 2012 nell’articolo “Santa Maria del Tempio in Lecce. Le ossa dei frati” pubblicato prima sul blog Spigolature Salentine, poi sul sito della Fondazione Terra d’Otranto  (http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/01/santa-maria-del-tempio-in-lecce-le-ossa-dei-frati/) ha indicato i servi di Dio e i membri di ordini cavallereschi sepolti nella cripta della chiesa, e che ha continuato a raccogliere notizie storiche di questo pio luogo.

Scrive la Falco:

“Il convento di Santa Maria del Tempio ha rivestito un ruolo di primo piano nella storia di Lecce, non solo dal punto di vista religioso (qui ad esempio si formò nel XV secolo fra Roberto Caracciolo), ma anche civile, basti pensare ad esempio, così com’è raccontato nella cronaca di Antonello Coniger, che vi sono stati incarcerati i nobili leccesi che nel 1495 hanno aderito alla rivolta filofrancese di Carlo VIII, qui, inoltre, erano custoditi alcuni documenti pubblici della città. Durante la seconda guerra mondiale, quand’era stato da tempo adibito a caserma, vi si celebrava la cerimonia della consegna del gagliardetto alle truppe che partivano per il fronte. Nelle fonti della storia di Lecce episodi legato a questa struttura conventuale ricorrono spesso. Riguardo le fondamenta del convento di Santa Maria del Tempio, oltre al loro valore architettonico, hanno custodito per secoli sia vari reperti che testimoniano la vita conventuale, sia i resti mortali dei frati, dei cittadini che morivano fuori città, dei frati ricoverati nell’infermeria provinciale monastica, dei titolari delle cappelle gentilizie nella chiesa, ma anche, nel 1812, i detenuti delle Carceri Centrali ammalatisi di tifo petecchiale e successivamente i cittadini leccesi quando l’area è stata destinata per un periodo a zona cimiteriale. Oltre ai sette servi di Dio inumati nella tomba comune dei frati nel XVII secolo, si ha testimonianza della sepoltura del cavaliere gerosolimitano Giacomo da Monteroni, balì di Venosa e commendatore di Maruggio, voluta nel 1449 da Giovanni Orsini del Balzo. Vi è stato sepolto anche il barone Mario de Raho, morto nel 1678 e sepolto con l’abito dei Cavalieri Regolari della Immacolata Concezione di Maria, un ordine militare seicentesco poco noto. Tra i cittadini illustri sepolti in Santa Maria del Tempio, Bernardino Braccio menziona il medico Scipione Panzera, morto nel 1642 (da cui discesero Saverio e Oronzo, sindaci per il ceto civile nel XVIII secolo). A fine Settecento vi volle essere tumulato Giuseppe Romano, sindaco di Lecce per il ceto nobile dal 1768 al 1770, cui fu dedicato il poemetto satirico La Juneide ossia Lecce strafurmatu. Puema eroecu dedecatu alli Signuri Curiusi”.

 

Si ha notizia anche di altri sindaci della città di Lecce sepolti, tuttavia sono fonti da approfondire.

Bene, durante gli scavi sono con tutta evidenza state scoperte ossa umane e saranno indubbiamente state, come prevede la legge, accuratamente catalogate e trasportate in luogo idoneo rispettando ogni normativa, in particolare con la supervisione importantissima di antropologi. Non c’è motivo di metterlo in dubbio e sicuramente ci saranno le catalogazioni disponibili per ogni tipo di verifica.  La legge in riguardo è giustamente severissima, leggo infatti:

Un particolare obbligo di denuncia viene imposto dal regolamento sulla polizia mortuaria (artt. 3 e 5 D.P.R. 285/90) a carico del Sindaco,  per le ipotesi di morte che possono presentare sospetti di  reato ovvero per i casi di ritrovamento di cadaveri, resti mortali ed ossa umane. Nel primo caso, quando dalla scheda di morte sorge il sospetto che la morte possa essere stata determinata da reato, il Sindaco ha l’obbligo di darne comunicazione sia all’A.G. che all’Autorità di P.S. . In questo caso permane,  a  carico del sanitario che ha redatto la scheda di morte,  l’obbligo del referto di cui all’art. 365 c.p. Nel caso, invece, di ritrovamento di cadavere, di resti mortali ovvero di ossa umane, chi effettua la scoperta deve darne comunicazione al Sindaco e questi, a sua volta, deve darne comunicazione all’Autorità Giudiziaria, a quella di P.S. ed all’A.S.L..

 

E certamente i lavori saranno seguiti, come vuole la legge, dalla Soprintendenza, anche se annotiamo che i nomi dei funzionari addetti mancano nei cartelli dei lavori.

In buona sostanza a Lecce manchi un piano di viabilità degno di una città d’arte candidata a capitale della cultura, però qualcuno può mettere in vendita edifici a notevolissimo impatto urbanistico ancora da costruire, e soprattutto per i quali manca ancora, visto che è stata richiesta in questi giorni, la verifica di assogettabilità a VAS (Valutazione Ambientale Strategica). Questo era un atto che doveva precedere tutto il resto, ad oggi, a progettazione già avviata, è veramente strana questa tardiva richiesta. In particolare se si valuta che, trattandosi di project financing, il Comune ha obblighi verso l’impresa la quale potrà rivalersi per eventuali danni.  Veramente strani sommovimenti.

 

Link utili:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/01/lecce-trasformazioni-e-ampliamenti-del-convento-di-santa-maria-del-tempio/

http://www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=28945

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/01/santa-maria-del-tempio-in-lecce-le-ossa-dei-frati/

 

Salute, telefoni cellulari e cancro

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di Gianni Ferraris

 

Leggo in un lungo articolo su Corriere della Sera della richiesta al Governo Italiano di imporre ai produttori di telefoni cellulari la scritta, come per le sigarette, “nuoce gravemente alla salute”, di vietarne la pubblicità e l’utilizzo ai minori.

L’esposto in tal senso è stato inoltrato al TAR del Lazio citando una sentenza della Cassazione, che fece vincere un ricorso contro INAIL in quanto il dirigente d’azienda, Marcolini, si ammalò di cancro, il tribunale confermò che la causa andava cercata nell’utilizzo del telefono cellulare.

In particolare l’articolo citato parla dei dati:

 

I dati riportati nel ricorso sono inquietanti. Il rischio di incidenza di neurinomi acustici nel lato della testa dove è utilizzato il cellulare è più che raddoppiato negli utilizzatori di cellulari da circa 10 anni, che abbiano un tempo di esposizione giornaliero dai 16 ai 32 minuti al giorno, per un totale di mille o duemila ore complessive. E proprio sul numero di minuti utilizzabili al giorno giocano le campagne pubblicitarie delle principali compagnie telefoniche. Nel ricorso, riguardo questo punto, i legali chiedono «di inibire a gestori e operatori la diffusione di offerte «infinito», di “Minuti illimitati verso tutti”, e così via. Tra le altre richieste, ci sono «il rendere obbligatorio per gestori e operatori l’invio di sms sulle regole di utilizzo al fine di evitare rischi cancerogeni, di introdurre il divieto di pubblicità dei cellulari e dei relativi contratti di utilizzo, e, solo in subordine», di «vietare la pubblicità con persone che non usano auricolari o vivavoce, e ai minorenni». Non solo. Le compagnie dovranno avvisare con un sms gli utenti, quando viene superata la soglia massima di durata oltre la quale il rischio di ammalarsi di cancro è più alto. «È da notare – scrivono i ricorrenti – che oltre all’aumento del rischio di gliomi celebrali e neurinomi acustici, certificato dalla Iarc nel 2011 e suggerito da studi scientifici e governi nazionali, l’uso prolungato e abituale nel tempo dei telefoni mobili è causa dell’ «aumento del rischi di altri tipi di tumore alla testa proprio nelle aree più direttamente interessate alla esposizione di radiazioni emesse durante il funzionamento: meningiomi celebrali, cancri alle ghiandole salivari, melanomi all‘uvea oculare e tumori all’epifisi e alla tiroide».

In realtà la confusione è molta sotto il cielo, come evidenzia un altro articolo su  La Repubblica, pochissime le certezze, molti i dubbi. Nel frattempo è bene prendere piccole precauzioni: utilizzare il cellulare solo per comunicazioni brevi, utilizzare maggiormente vivavoce e auricolari per tenere l’apparecchio lontano dalla testa, spegnerlo la notte e comunque non tenerlo accanto al letto.

Il problema dei telefoni cellulari, come di moltissima nuova tecnologia, è stato il loro boom in pochissimo tempo, senza testarli a sufficienza, questi sono i rischi della mondializzazione e della modernizzazione incontrollata, della capacità del nuovo di diventare obsoleto in pochi giorni e di offrire un nuovo “nuovo”. Si costruisce, si butta sul mercato, si rende indispensabile e poi si vedrà. Gli errori del passato (sigarette e alcool in primis) che trasformavano i vizi in mode non sono serviti, non ci si ferma, la produzione deve proseguire, i giornali debbono vantare il primato del consumo di telefoni cellulari in Italia, primo paese al mondo per diffusione. E problemi, secondo alcuni esperti, potrebbero sorgere  con il wi fi diffuso ormai in moltissimi luoghi pubblici e case private, anche qui si è andati avanti urlando che chi non ci sta è retro. Vuoi mica star fuori dal futuro? Quasi come se un cavetto fosse il peggio che offre la vita. Noi siamo senza cavi, noi dobbiamo essere in rete 24 ore al giorno.

Pare che siamo arrivati nel mondo dell’evoluzione incontrollata, anzi, dell’economia senza freni, la mancanza di etica si sta diffondendo con tentacoli lunghissimi e avvolgenti in ogni dove, senza alcun freno, dalla politica alla produzione (ammesso che quest’ultima ne abbia mai avuta). “Ai posteri l’ardua sentenza” diceva il poeta, al momento sappiamo che lasceremo loro  le cure per le malattie.

Giornata strana oggi…

di Gianni Ferraris

Giornata strana oggi. Sole, poi nubi, pioggia, poi un po’ di sereno. Ieri ho voluto fare il turista a breve raggio. Cavallino e Castrì. Il museo diffuso era chiuso. Il castello Castromediano un po’ malandato come molti monumenti qui. Poche persone in piazza il pomeriggio del sabato. Ed uno strano disagio in me. Camminavamo per quelle stradine con lo sguardo ai palazzi, alla chiesa settecentesca, l’ex convento dei domenicani ora sede universitaria. Però ruotavano e guizzavano in testa pensieri che neppure lo stupore e le emozioni per quelle architetture e queste terre riuscivano a far calare. Il monumento a Sigismondo Castromediano in piazza lo rappresenta con un libro, un bimbo accanto e le catene. Perché era stato in galera per amore di libertà. “Perché amava libri ed era un mecenate per i bimbi”, mi si dice. E perché aveva rinunciato ai privilegi dei nobili per rimanere con i suoi compagni di sventura. Altri tempi, altre tempre, altre persone. Già, è una domenica “malata” questa. Per strada alcune masserie abbandonate che mi piace immaginare quando erano nel pieno del loro splendore, proprietari e fattori, forse animali e ulivi tutto attorno. Il mare non troppo lontano. Ci siamo fermati ad osservarne una. Silenzio attorno, solo il rumore del vento. E’ inquietante a volte questa vostra terra. Così piena di cose urlate, così colma di cose mai dette. Guardi il tramonto, ti siedi vicino al mare, e pare che le storie e la storia ti passino accanto. Ci si può sentire risucchiati da tradizioni, canti, sguardi sulla terra di persone che di terra vivono. Il carnevale impazza in questi giorni. Poi sarà quaresima. Le caremme appese fino alla Pasqua che è resurrezione, ed è la fine di ogni quaresima. Perché prima o dopo è indispensabile uscire dall’inverno, perché non possiamo lasciare annientare le intelligenze e le speranze dal gelo che irrigidisce. Non ne abbiamo il diritto. Semplicemente perché abbiamo dei figli a cui dobbiamo provare a lasciare un mondo un po’ meno incivile e dei responsabili della cosa pubblica coscienti di essere servitori anziché proprietari dello stato, delle coscienze, delle sensibilità di tutti e di ognuno. A carnevale al mio paese si brucia un grande falò fatto di paglia, rami secchi e un alto tronco. Qui ho scoperto le focare, ed ho conosciuto la caremma di Gallipoli. Ecco quel che unisce il sud al profondo nord. La sensibilità, la storia diversa ma unificante, le tradizioni che si ripetono, la coscienza di appartenere e di esserci. Quelle masserie così abbandonate ma così piene di storia, i vigneti del Monferrato così rigogliosi, gli uliveti della terra d’Otranto così austeri, le colline della Toscana così dolci e gialle di grano in estate. Tutto questo è Italia, e in ogni luogo, paese, casa, masseria, ci sono Persone…

Le dimensioni del gioco d’azzardo

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di Gianni Ferraris

È stato presentato in febbraio il rapporto “Le dimensioni del gioco d’azzardo legale ed illegale e l’usura collegata”. Una tavola rotonda  a Bari a cura dell’Associazione Antiusura San Nicola e Santi Medici, Consulta Antiusura, Insieme contro l’azzardo.

Nel documento presentato si fa riferimento alle cause dell’usura ed al suo aumento nel tempo. Le famiglie italiane sono all’ultimo posto in Europa per capacità di accantonare porzioni di reddito. Fino a pochi anni fa eravamo ai primi posti come risparmio. Siamo ai primi posti, invece, come disoccupazione giovanile e come aumento delle insolvenze. Secondo dati della Banca d’Italia l’indebitamento delle famiglie dal 2003 ad oggi è raddoppiato in modo uniforme  in Italia (nord, sud, nord est centro).

Per le aziende la gravissima crisi è in particolare dovuta ad alcuni fattori:

 

·Diminuzione dei ricavi e dei margini

·Razionamento ed esclusione dell’accesso al credito

·Ripetuti insuccessi nel fronteggiare le crisi aziendali

·Accumulazione di crediti in sofferenza o inesigibili

·Fragilità della struttura di impresa (sottopatrimonializzazione, mancata separazione fra beni familiari e quelli dell’azienda.)

 

In questo quadro si inseriscono le criminalità:

 

Comune: danneggia il patrimonio materiale

Organizzata: aggredisce le attività con estorsioni e intimidazioni, usura

Specializzata: truffe e frodi

Economica: manipol il mercato del credito e condiziona la Pubblica Amministrazione.

 

I dati evidenziano come solo il 20% degli italiani risiede in territori a minimo indebitamento patologico, e sono tutti nel centro settentrione. Quindi sono anche i meno vulnerabili ad usura.

Le sofferenze bancarie hanno avuto, dal 2009 al 2012, un’impennata del 46,45%.

In questo quadro, annotano gli estensori della ricerca, il silenzio istituzionale è inquietante. L’ultima autorità a parlare del rischio usura fu l’allora governatore B.I. Mario Draghi alla Commissione antimafia, era il 21 luglio 2009.

In tutto ciò si inserisce il gioco d’azzardo che assorbe il 10% della spesa complessiva di quanto le famiglie spendano in beni primari e secondari. A questo dato mancano i numeri del gioco illegale (slot truccate, tagliandi contraffatti, azzardo clandestino)

Dal 2001 al 2012 il consumo per gioco è passato da 20 a 85 miliardi di euro, l’incasso per l’erario nello stesso periodo da 5.410 a 8.640 miliardi (dal 27,75% al 10,81% del giocato) mentre per la filiera del gioco (gestori, distributori di slot ecc.) è passato da 3.800 a 10.307 nello stesso periodo (dal 19.49% a 12.9%).

Il consumo di gioco d’azzardo rispetto al PIL provinciale si evince dalla tabella che segue:

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Altro dato interessante evidenziatodalla ricerca è il “valore del tempo vita” investito in azzardo. Altro non sarebbe che il calcolo di quante ore si spendono per giocare.

 

NewSlot: 28 miliardi di ripetizioni di gioco:                                      Ore  46.660.000

VLT: 5 miliardi di ripetizioni di gioco:                                               Ore     8.300.000

Gratta e Vinci: 2 miliardi e 200 milioni ripetizioni di gioco:                 Ore   36.660.000

Giochi on line: 15 miliardi ripetizioni di gioco:                                    Ore 166.700.000

Giochi “tradizionali”: (lotto, scommesse, superenalotto) 6 miliardi:      Ore 230.000.000

 

Totale operazioni di gioco: 49 miliardi di operazioni di gioco Pari a Ore 488.320.000 vale a dire  69.760.000 giornate lavorative.

 

L’offerta esageratamente capillare del gioco d’azzardo, secondo la Commissione Antimafia, rende impossibile un controllo delle illegalità. In questo stagno si muovono le mafie sia direttamente (accaparramento di concessioni) che indirettamente (estorsioni), oltre che con manipolazioni quali la gestione diretta di sale gioco (bingo ed altre) per riciclare denaro contante in quantità. E si muovono con la manomissione di apparecchiature. Reato per il quale al momento ci sono semplici ammende invece di sanzioni adeguate.

Si assiste ad un perverso meccanismo nel quale l’illegale alimenta il legale motivando la giustificazione per introdurre nuovi giochi, e il Legale alimenta l’illegale ampliando la popolazione di giocatori. Non a caso l’illegalità si sposta da modalità elitarie (bische clandestine) ad attività di massa e formalmente legali. Meglio ricavare poco da molti che tanto da pochi è la filosofia.

Il rapporto ipotizza anche una stima del “non registrato”. Le slot sono molto più diffuse al centro nord che al sud, mentre gli incassi medi sono identici. Tuttavia i conti non tornano, dice il rapporto, anche in considerazione dei reati appurati nell’ultimo anno:

 

Dove gli apparecchi per abitante sono di meno, dovrebbe risultare un ricavato medio per slot maggiore, considerato la quota di reddito pro capite che definisce la propensione al gioco.

Se a meno slot corrisponde meno giocato – vistosamente meno – per apparecchio, vi è molto probabile una porzione di apparecchi in stato di disconnessione dal sistema che registra i movimenti.

Il valore medio Italia è di 6,6 apparecchi per 1000 abitanti. Il valore massimo è di 13,9, quello minimo è di 3,3.

 

L’usura è tornata ad essere sofferenza dimenticata. Non si riconosce l’indebitamento delle famiglie, si rinuncia alla regolamentazione dei crediti e dei finanziamenti.

 

Il rapporto termina con queste considerazioni:

 

Le frontiere della difesa dall’usura

• Priorità ai comparti dell’economia che crea valore e occupazione

• Orientamenti e discipline al mercato dei crediti e dei finanziamenti, pur dopo le completate privatizzazioni e concentrazioni delle ex banche d’interesse pubblico

• Monitoraggio dell’approfondimento affaristico e delinquenziale dello stato di crisi finanziaria delle imprese

• Prossimità delle istituzioni di sicurezza pubblica alle persone indotte a indebitarsi a usura nel tessuto delle città e dei centri agricoli

• Riconoscimento e vero sostegno alle Fondazioni e alle Associazioni antiusura selezionate e valutate quanto a reale capacità e efficienza “di servizio”.

• Abbandono di pseudo soluzioni simboliche

• Programmazione di un “ritorno” dal consumo industrializzato di massa del gioco d’azzardo

• Incoraggiamento alla ricostruzione del Capitale Sociale Familiare

• Verifica di effettivo indebitamento delle famiglie

• Provvedimenti urgenti per impedire la prosecuzione di procedure di indebitamento, formalmente lecito, ma patologico.

 

Lecce. A tutela dell’area archeologica ex caserma Massa

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di Gianni Ferraris

 

Il Comitato per la tutela dell’area archeologica ex caserma Massa, al quale aderiscono moltissimi enti e  associazioni fra cui: ADOC,Fondazione Mario Perrotta, Italia Nostra, Movimento Valori e Rinnovamento, Storia Patria, ARCI, Fondo Verri, Manni Editore, Telerama, si è riunito all’Open Space venerdì 28 febbraio.

Assemblea molto partecipata, posti in piedi. Dopo l’introduzione di Giovanni Seclì, che ha fatto la cronistoria dei progetti che qualcuno ha chiamato “culturicidio”, ponendo una domanda semplice: «Dopo l’abbattimento dell’ex convento poi diventato caserma nel 1971, vogliamo proseguire a distruggere fondamenta e reperti?» Perché proprio di questo si tratta, proseguire a cancellare pezzi di storia in nome e per conto del voler convogliare in centro il traffico nei 500 posti auto che si verranno a creare in un parcheggio sotterraneo sottostante la galleria commerciale. In un periodo in cui abbondano i cartelli “affittasi” sulle vetrine di ex negozi chiusi da una crisi mostruosa, Lecce si premura di far costruire altri negozi, nuovi nuovi, appaltando il tutto ad un’impresa privata, si chiama proget financing (non so quale sia il nome in salentino). A questo forse contribuiscano anche alcune deroghe della Regione Puglia. Il piano paesaggistico   in origine prevedeva l’impedimento a modifiche sostanziali su siti archeologici.

E sul comportamento della Regione ci sarebbe da discutere, lo stesso pare stia succedendo a Cisternino, per la famigerata “strada dei colli” che scavalca il piano paesaggistico con un sottinteso (?) placet di Bari.

E, sostiene Seclì, si scavalca anche il PUG (Piano Urbanistico Generale) che prevede la salvaguardia del patrimonio archeologico.

Ci si chiede se il sito sia archeologicamente rilevante o no. In particolare non si sa che fine abbiano fatto le indagini conoscitive promosse dall’amministrazione Salvemini. Sono sparite? Perse? Nascoste? Si sa per certo che la soprintendenza nel l971 diede parere contrario alla demolizione,  ininfluente, con tutta evidenza.

A sentire gli interventi la quasi totalità dei partecipanti all’assemblea era contro il progetto, tutti tranne il Prof. D’andria che, in un lungo intervento ha detto due cose fondamentali:

  • ·  Abbiamo fatto scavi, trovato reperti, catalogato e fotografato il tutto e ne  abbiamo fatto un libro.
  • · Oggi non c’è più nulla di rilevante.

Secondo questa teoria si può costruire anche un grattacielo e i comitati sono, in pratica, dei rompipalle. E poi, ha detto D’Andria rivolgendosi ad un altro signore che denunciava il progetto come invasivo «Lei dov’era nel ’71 quando abbattevano il Convento?». Quel signore aveva qualche anno in meno di me, nel ’71 avevamo tutti altri interessi. Evidentemente secondo D’Andria, chi in quegli anni non ha protestato, ora non ha alcun diritto a farlo, indipendentemente dall’età anagrafica. Bizzarro veramente.

E quello del Professore è stato un ottimo assist per l’assessore Messuti che ha detto «ci fosse stata presenza di un sito di rilevanza archeologica ci saremmo fermati»  ed ha proseguito dicendo che prima quella piazzetta era una schifezza immonda, a lavori ultimati si rivaluterà anche con una piazza, ideale congiungimento fra il centro storico e quello commerciale. Non ci ha detto l’assessore quali amministrazioni hanno governato e consentito una schifezza immonda nel centro di Lecce per lunghissimi anni.

Chi scrive vive a Lecce da soli sei anni, quindi non c’ero nel ’71 (con buona pace del Prof. D’Andria), e se ci fossi stato avrei avuto altra sensibilità, a vent’anni mi occupavo d’altro, forse questioni ormonali, forse ideali, non ricordo.  Dopo i primi sei mesi spesi a girare in una città stupenda con lo sguardo in alto a vedere le meraviglie  del centro storico, ho dovuto, ahimè, abbassare il naso a guardare cosa succede sotto il barocco. Ho visto Piazza Sant’Oronzo che è in buona parte un parcheggio quasi incontrollato, ho visto edifici storici di proprietà pubblica nel degrado più assoluto, ho visto che non esiste un piano traffico.  Ed è proprio quest’ultimo punto il più qualificante per l’intervento in Piazza Schipa, senza un piano traffico che senso ha costruire un parcheggio per 500 auto in pieno centro? Quale altro interesse se non quello di attrarre altro traffico ed altre auto in una città già intasata? I parcheggi di scambio, come richiamato dal Prof. Pankievich, i bus navetta per liberare e pedonalizzare il centro storico, sono nei progetti o meno? In sostanza, le amministrazione negli ultimi vent’anni hanno vagamente ipotizzato qualcosa di diverso dal caos? Qualcuno, nel corso dell’assemblea, ha sibilato anche interessi di altra natura, ma si tratta di illazioni. D’altra parte la filosofia che guida l’amministrazione in queste scelte si è palesata nella ristrutturazione di Piazza Partigiani, è di questi ultimi giorni la notizia che le piste ciclabili verranno sacrificate per aumentare i parcheggi auto. Con buona pace della città sostenibile.

Sembra quasi che il problema di Lecce sia Lecce stessa. Troppo bella e troppo delicata, e con troppi interessi più o meno sottesi.

 

Il gioco d’azzardo in Puglia. Qualche cifra

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di Gianni Ferraris

Nonostante AAMS (Azienda Autonoma Monopoli di Stato) rifiuti categoricamente di fornire i dati sul gioco d’azzardo a livello provinciale e regionale offrendo le spiegazioni più bizzarre del tipo “vogliamo evitare facili strumentalizzazioni” (Funzionario AAMS Lombardia), siamo riusciti ad ottenerle.

La risposta citata è inquietante, ci chiediamo se al professor Veronesi che chiede quante sigarette si vendano in Italia diano la stessa risposta per evitare che i medici facciano “facili strumentalizzazioni” parlando del cancro.

Dal rapporto “le dimensioni del gioco legale ed illegale nelle province italiane e l’usura collegata” a cura della Consulta Nazionale Antiusura e della Fondazione “San Nicola e Santi Medici” di Bari apprendiamo  che dal 1994 al 2013 il gioco d’azzardo è passato da 7 miliardi di incassi a oltre 90 miliardi. In particolare apprendisamo che, per quanto riguarda la Puglia la classifica è la seguente:

 

Brindisi:  Ogni cittadino gioca         1.089 euro annui

Taranto:                                        1.066

Bari:                                              1.022

Lecce:                                               848

Foggia:                                             748

 

Il gioco preferito dai pugliesi sono le diffusissime slot machine.

Storia dell’Arte nelle scuole. Inutile e costosa!

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di Gianni Ferraris

Fu Giovanni Gentile ad inserire lo studio dell’arte e della sua storia nell’ordinemanto scolastico. Da allora è stato sempre un punto cardine dell’Istruzione. D’altra parte siamo in Italia, solo un pazzo può permettersi di dire che questa materia è inutile in quanto costosa. Nel 2009 il rapporto Pricewaterhouse Coopers diceva fra l’altro:

“L’Italia possiede il più ampio patrimonio culturale a livello mondiale con oltre 3.400 musei, circa 2.100 aree e parchi archeologici e 43 siti Unesco. Nonostante questo dato di assoluto primato a livello mondiale, il RAC, un indice che analizza il ritorno economico degli asset culturali sui siti Unesco, mostra come gli Stati Uniti, con la metà dei siti rispetto all’Italia, hanno un ritorno commerciale pari a 16 volte quello italiano. Il ritorno degli asset culturali della Francia e del Regno unito è tra 4 e 7 volte quello italiano”. (affari italiani articolo completo)

Quindi un’opportunità di lavoro altamente elevata. Ma non solo di denaro si tratta, infatti, come diceva Carl William Brown:  “E’ un’assurdità sottoporre l’educazione alle leggi dell’economia, quando invece dovrebbe essere l’economia ad essere sottoposta alle leggi dell’educazione”.

Il problema vero è la crescita etica, culturale, civica e morale che la conoscenza dell’arte e del bello offrono. Si eleva la qualità stessa della vita. Poter vedere con gli occhi della conoscenza è diverso dal vedere con quelli dell’ignoranza e della grettezza. Patrimoni immensi come quelli che esistono in Italia sono la carta d’identità della nostra nazione, oltre che essere le città d’arte meta di turismo da ogni parte del mondo. Considerazioni banali, scontate, addirittura inutili a dirsi.

È proprio così? Vediamo cosa succede a Pompei che cade a pezzi, vediamo la Reggia di Caserta e altri monumenti e ci accorgiamo che così non è. La storia è sempre la stessa: “mancano i soldi”. L’Italia è, allo stato attuale, il paese che meno di ogni altro merita il patrimonio che detiene, per favore, qualcuno ci commissari.

Non è un caso che di tanto in tanto a qualche neoliberista d’accatto venga in mente di consegnare tutto ai privati, dalle spiagge ai musei. Il quadro è davvero avvilente, ed ora sta giungendo a compimento la riforma che la più sciagurata ministra dell’Istruzione della storia repubblicana (e anche del ventennio, pensando a Gentile), la signora Gelmini, ha voluto fare scopiazzando qua e là e peggiorando tutto quello che ha copiato. La sua porcata prevedeva infatti che dagli anni 2009 e 2010, oltre all’abolizione degli Istituti d’arte, anche quella delle discipline artistiche nei «nuovi» Licei artistici, la cancellazione di «Storia dell’arte» dai bienni dei Licei classici e linguistici, dagli indirizzi Turismo e Grafica degli Istituti tecnici e dei professionali; zero ore per i geometri; cancellazionedi «Disegno e Storia dell’arte» dai bienni dei Licei scienze umane e linguistici;cancellazione di «Disegno e Storia dell’arte» dal «nuovo» Liceo sportivo; eliminazione del «Disegno» nei trienni di questi ultimi «ambiti formativi». Insomma, un diplomato con indirizzo turistico potrà sapere tutto su ricevute fiscali e fatture, ma non si permetta di parlare di arte, per carità. I turisti sono vacche da mungere, altro che cultura.

L’attuale ministra Carrozza e il Ministro Bray hanno tentato in ogni modo di bloccare questa porcata infamante, però la commissione, proprio in questi giorni, ha detto che l’insegnamento dell’arte non è compatibile con le risorse.

L’ultimo sciagurato ventennio ha condotto le cose con il principio che non si deve insegnare nulla, le persone potrebbero poi imparare. La Mariastella è evidentemente figlia di questa filosofia (figlia o vittima?).

pompei frana

I ragazzi allevati con questa sciagura non sapranno distinguere fra una chiesa gotica ed una barocca, non hanno il diritto di sapere chi furono Giotto e Michelangelo. Saranno informatissimi invece sul bunga bunga e sul grande fratello. I primi sono appena sbarcati in parlamento e giocano a fare gli statisti. E qualcuno va a finire che brucerà libri…

 

Cisternino – Ostuni e la strada dei Colli

ulivo, muri a secco

di Gianni Ferraris

 

Sabato 25 c’è stata a Casalini, frazione di Cisternino, un’assemblea affollatissima sul progetto “Strada Dei Colli”.

La storia è tipicamente italiana, infinita. La famigerata “Strada dei Colli” è un tracciato di 5 Km. circa che passerebbe, secondo il progetto, in mezzo a macchia mediterranea, uliveti, e trancerebbe un paesaggio ideale per tracking, biciclette e passeggiate. L’alibi per questa colata di asfalto e cemento sarebbe quello di rendere più agevole il percorso Cisternino – Ostuni completando un progetto concepito, quarant’anni addietro, per collegare la Selva di Fasano con Ostuni, rimaneva scoperto il tratto in discussione. In realtà esistono già due strade Cisternino Ostuni, e nemmeno esageratamente brutte. Occorrerebbe solo una manutenzione ordinaria più accurata, passandoci in una sera di pioggia, come mi è successo proprio sabato scorso, il percorso era ad ostacoli, nessuna segnaletica orizzontale, strisce bianche cancellate, guadi di veri e propri laghi in mezzo alla carreggiata, tutta roba che istiga a “maledire  il tempo ed il governo” giusto per citare De Andrè., Un tempo si diceva “piove governo ladro” qui è il caso di dire che l’amministrazione provinciale è colpevolmente responsabile di mancata manutenzione, la pioggia è naturale, l’incuria non lo è mai.

mappe

La storia della colata d’asfalto iniziò nel 1963, quando l’allora amministrazione comunale fece un primo progetto impugnato da un comitato locale, poi venne fatta una variante, il tutto sospeso ben tre volte dagli organi competenti e definitivamente  e bocciato dal TAR di Lecce. Oggi dopo almeno due generazioni di progettisti, esiste una terza via che, a detta degli amministratori, sarebbe rispettosa dell’ambiente e diventerebbe ameno passeggio in auto nelle campagne. Allo stato delle cose, per le sole progettazioni, dice il comitato NOASF, la sola progettazione è costata 110.000 euro, ai quali si debbono aggiungere gli 80.000 della progettazione bis. Il preventivo di spesa complessivo ammonterebbe a 4 milioni di euro finanziati da tempo. L’amministrazione la presenta come “strada museo” o come “collegamento dei Santuari di San Biagio e Sant’Oronzo”, immaginiamo file di rombanti pellegrini fare la corsa fra un santuario e l’altro alla faccia della via francigena che si vuole riscoprire poco sotto.  Come museo la strada lambirebbe invece alcune masserie storiche, oltre che uliveti con alberi secolari.

fragno pugliavalley com

Peccato che per farla occorre abbattere almeno mille fra ulivi e fragni  secolari, che verranno espiantati pagandoli circa 800 euro caduno, 20 verranno reimpiantati, assicurano i progettisti, bella soddisfazione veramente. A proposito del Fragno (quercus trojana), leggo che esistono esclusivamente in Puglia e Basilicata, in particolare nelle Murge e nella zona di Matera. Per fare un paragone azzardato sarebbe come se in Egitto si spostassero le piramidi per fare un Mc Donalds.  Gli espropri avranno un valore complessivo di 274.000 euro. 6 Km. Di muretti a secco secolari verranno abbattuti e, promettono i progettisti, rifatti. Ovviamente, se non si vogliono stanziare milioni di euro, il rifacimento sarà con strumenti e tecniche moderne, che nulla avranno a che vedere con il fascino e l’importanza storica di quelli antichi. In sostanza, i 63.100 mq. di territorio interessato allo scempio serviranno ad uso esclusivo di una strada che, con le servitù, avrà una larghezza di 15 mt. circa. Per fare il tutto, essendo il terreno con rocce affioranti o poco sotto lo strato di terra occorrerà, recita il progetto, minare o utilizzare adeguati “martelloni”.

striscione

Al momento il comitato ha raccolto 2000 firme contro questo lavoro che definire inutile è riduttivo. Alcuni dubbi sorgono spontanei. I terreni lambiti dalla strada dei colli acquisiranno valore, soprattutto se in futuro resi edificabili. A discapito dei coltivatori che si vedranno tagliati in due i loro terreni e di un turismo “lento” che, a detta di molti, è quello che caratterizza questi luoghi. La domanda prima è proprio su quale tipo di turismo si intende attrarre con la cementificazione che, ben sappiamo, è un male atavico del Salento. Negli anni ’60, quando l’opera venne concepita, c’era una diversa attenzione all’ambiente, era boom economico e arrivava in ogni casa la FIAT 600, oggi le cose sono mutate, prova ne siano l’attenzione per l’ambiente e per la natura che spingono un turismo avveduto e rispettoso a visitare i luoghi che hanno quello specifico  valore aggiunto. E queste scelte eludono l’altro male colpevolmente voluto in tutto il Salento che è la mancanza di mezzi pubblici, di collegamenti fra entroterra e marine.

Nella richiesta di incontro urgente con l’Assessore regionale Barbanente, Alberto Vannetti del comitato NOASF scrive fra l’altro:

 

“…Come Ella saprà con raccolta di circa 2000 firme pari al 20% della popolazione del Comune di Cisternino, i cittadini si sono espressi a sostegno delle ragioni del comitato e contro una previsione stradale che prevede l’espianto di circa 1000 ulivi, alcuni secolari, oltre a fragni e lecci, e la distruzione di centinaia di metri di muretti a secco, assolutamente non ripristinabili per fattura e tipologia, nonostante le supposte previsioni di interventi di “compensazione ambientale”.

L’opera  concepita nel 1963 appare superata ed inutile se si

considera la presenza di tracciati stradali alternativi per i quali non risulta “strategica”, ed abnorme nella sua concezione alla luce della visione del paesaggio maturata in oltre 50 anni di cultura del territorio, oltre che di uno sviluppo compatibile e sostenibile sul piano del turismo che lasci i luoghi inalterati in quanto risorsa. Senza considerare l’impegno di spesa di circa 4 milioni di euro (denaro pubblico), 370 mila dei quali per oneri di progettazione (la lezione del prof. Settis in merito ai conflitti di competenza potrebbe rivelarsi emblematica in questa vicenda, cfr Paesaggio, Costituzione, Cemento. Einaudi)…”.

 

Nel corso dell’assemblea di sabato 25, alla quale hanno partecipato gli avvocati Elda Pastore, Andrea Moreno e Luigi D’Ambrosio, sono stati evidenziati tutti i difetti del progetto, e ne sono stati proposti di alternativi, meno invasivi e soprattutto meno costosi, “il denaro risparmiato si potrebbe utilizzare per manutenzione ordinaria e straordinaria della viabilità di Cisternino e delle frazioni” ha detto l’ex consigliere comunale Arcangelo Palmisano.

Nell’attesa dell’inizio dell’assemblea abbiamo raccolto alcuni commenti sulla tenacia dell’Amministrazione Comunale nel voler procedere a testa bassa, PD, SEL, PSI uniti nella lotta. Le risposte sono state univoche: “non si vogliono perdere i quattro milioni già stanziati e questa amministrazione si vuole appuntare la medaglietta di primi della classe, ultimando un’opera che aspetta dagli anni ‘60”.

Poco veramente, soprattutto quando in giro per il Salento si vedono lottizzazioni selvagge, gruppi italiani e stranieri di ogni provenienza arrembare per acquisire terreni, ettari ed ettari, per cementificare. Succede in agro di Nardò, succede in altre parti. La scelta di tirare i remi in barca e concepire un’evoluzione del paesaggio meno invasiva e più etica forse potrebbe essere vincente. Il Salento è terra scelta da molti che da nord si sono trasferiti a vivere qui, non certo per vedere asfalto, piuttosto per sperare che un modo di vita più “lenta” sia possibile, che tornino a funzionare i trasporti pubblici inesistenti, che si faccia manutenzione ordinaria e straordinaria dei tratturi e delle stradine di campagna, che si lascino in pace alberi che da secoli segnano la differenza di queste terre da altri luoghi.

 

In arrivo un bastimento carico di A…mianto. Nel Salento

Amianto

di Gianni Ferraris

 

“E’ in arrivo un bastimento carico di A” era un giochino che mi facevo mia nonna quando imparavo i nomi delle cose. A seconda delle lettere che metteva al posto della A immaginavo meraviglie: Trenini, Macchinine, Palle, Cioccolato…

L’incanto è finito, ora lo faccio io il giochino, quel carico di A sbarcherà, pare, nel porto di Gallipoli. Amianto siciliano DOC. E dire che sembra che possa essere così sono le diverse versioni che, in un altro giochetto tipicamente italico, si chiama rimpallo di palle. La ditta R.E.I. s.r.l., titolare della discarica in contrada Castellino in agro di Galatone, dovrebbe incassare dalle 25.000 tonnellate, almeno sei milioni e 250 mila euro, fatto 0,65 euro al Kg. Un bel business per una s.r.l. che ha chiesto ed ottenuto il permesso di trattare rifiuti inerti dal 2009 e dell’amianto dal 2011. Fatto salvo però il veleno che arriva da regioni terze.

Forse per questo l’azienda si affretta a dire che non si tratta di 25.000 tonnellate, piuttosto di 5.000 sole di terriccio proveniente da una bonifica ambientale e contente inezie di tracce di amianto, frammenti. Roba da archeologi insomma che fra 50.000 troveranno dei frammenti. Ora, non per fare i pignoli, però se questo “terriccio” non può essere utilizzato per invasare gerani e arriva da una bonifica, non si potrebbe vagamente ipotizzare che proprio sano sano non è?

Dalla Capitaneria di porto di Gallipoli fanno sapere che al momento hanno solo una richiesta non formale di attracco. E’ ipotizzabile che una nave da carico possa chiedere un attracco senza citare il tipo di materiale trasportato? E ancora, da 25.000 a 5.000 tonnellate il salto è un pochettino alto, a pensare male si fa peccato però a volte si azzecca, diceva un noto politico fra un bacio a Riina e una sosta a palazzo Chigi.

E ancora, se la ditta R.E.I. non può smaltire materiale proveniente da altre regioni, perchè lo fa? Misteri da chiarire. L’unica certezza pare che da quando la camorra è sotto osservazione, il Salento sia terra ambita da “turisti” di ogni risma.

Calciobalilla

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di Gianni Ferraris

 

Avevo detto del gioco d’azzardo, dell’utilizzo che i governi di ogni colore ne fanno per fare cassa a scapito e danno delle persone che ne rimangono invischiate. Avevo detto della mancanza di etica delle istituzioni che non normano, non controllano, non fanno rispettare il divieto di gioco ai minori, limitandosi a mettere elucubranti avvisi scritti fitti fitti nelle vetrine in cui si dice, utilizzando parafrasi, iperboli e giochini di parole, che il gioco fa male e che i minori di 18 anni non possono giocare. Un pò come nei bugiardini dei farmaci, quelli che nessuno legge semplicemente perchè sono scritti piccolissimi e utilizzando termini scientifici che capiscono solo gli addetti ai lavori, tranne che là dove dicono “in casi estremi l’assunzione può portare alla morte”.

Mai però avrei pensato, neppure lontanamente, di dover dire anche di quello che è accaduto a Mestre il giorno 16 gennaio 2014 (segnare la data per favore, è importante).

In realtà fatico a trovare le parole per dirlo, anche se sono in ottima compagnia, lo stesso  Gramellini (leggi articolo)  non riesce a darsi pace per questa italica follia.

Il verbale della Guardia Di Finanza recita papale papale:

«il titolare di un esercizio di somministrazione di alimenti e bevande deteneva e consentiva l’uso del gioco calciobalilla senza essere in possesso della prescritta autorizzazione»

I fatti: il titolare di un bar di Mestre rifiuta di installare nel suo esercizio le slot machine per questioni etiche. Al loro posto mette un calciobalilla assolutamente gratuito per gli avventori. Sottolineo: GRATUITO!

Tuttavia la legge italica non ammette ignoranza: “Dura lex sed lex” e chi installa un calciobalilla gratuito deve essere munito di regolare autorizzazione. Caspita, quel fuorilegge di barista! Si è cuccato un verbale di ben 1400 euro.

Ora, chi ha seguito anche sommariamente le vicende del gioco d’azzardo legalizzato, chi ha letto delle multe alle dieci sorelle delle slot che da due milardi e cinquecento milioni di euro (lo scrivo in lettere perchè si legga bene, tutto quanto, senza omettere zeri) sono state condonate dell’80% e mai pagate, non può che alzare le braccia a fronte di queste notizie ed arrendersi.

Io mi arrendo. Mi dichiaro incapace di intendere, non capisco veramente. Tutta la umana solidarietà al barista di Mestre, tutto il disgusto per l’imbecillità di altri.

 

P.s. Ovviamente il barista di Mestre finirà nelle percentuali ISTAT delle evasioni e delle inottemperanze dei commercianti italici, esattamente come gli evasori di miliardi di euro.

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