Gianni De Santis, musicista di Sternatia, uno degli ultimi cantori in griko

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Parole per te

di Diego Rizzo

 

Forse è giusto che il griko venga lasciato morire in pace, a questo punto”.

Così mi disse, una delle ultime volte che andai a fargli visita.

“Perché dici così?”  – Replicai. Era amareggiato, non più arrabbiato come di solito quando si toccava questo tema.

Perché questa lingua era un gigante che affondava i piedi nella terra e che si reggeva in piedi grazie al rapporto tra i parlanti e quella stessa terra che oggi hanno abbandonato”.

“Vabbè, ma ci sono tante cose che si possono ancora fare no? A livello culturale intendo”.

E cosa? Il griko è stato abbandonato, usato solo per reperire finanziamenti e al massimo trattato come un vecchio pezzo morto da museo. Però nessuno ha il coraggio di ammettere certe cose. Nessuno viene a confrontarsi con me, perché sanno che non la spunterebbero e che sarei duro. Poi fanno avere i fondi a chi di griko non ne capisce nulla e alla fine vengono da me per salvare capra e cavoli. Poi naturalmente riconoscimenti e palchi non sono mai per me. Ma lo sai che a me non interessa, mi dispiace solo che maltrattino così questa lingua che sento mia e che mio padre mi ha donato con tanto amore”.

a sinistra Gianni de Santis, a destra suo fratello Rocco. Musicisti di Sternatia,  gli ultimi cantori in griko
a sinistra Gianni de Santis, a destra suo fratello Rocco. Musicisti di Sternatia, gli ultimi cantori in griko

Era così, il mio amico Gianni. Una persona piena di passione per ciò che amava, ma al tempo stesso fiero, orgoglioso, acuto nelle analisi e capace di essere molto duro e diretto.

Con una tristezza infinita devo usare l’imperfetto, era. Era, perché oggi Gianni non c’è più. Ha smesso di soffrire dopo una lunga lotta, senza arrendersi mai, com’era nel suo stile.

E, come tutti i generosi, non è andato via senza prima lasciarci alcuni importanti doni.

“Lòja ja sena”, parole per te, è il titolo di un suo testo in cui utilizzò parole grike che rischiavano di estinguersi.

Mi piace pensare alla sua vita come ad un’immensa canzone in cui ha lasciato tante cose. Testi di una bellezza poetica profonda e rara, quasi visionaria, come Mu fani e Ìtela; parole che sgorgano direttamente dall’anima e dall’amore per il padre, come Echi; opere che hanno fatto ridere a crepapelle e al tempo stesso riflettere come la sua Genesi in dialetto; un romanzo epistolare, Maravà, in cui la storia di un’amicizia senza confini attraversa un mondo che sta scomparendo, che ci ricorda chi eravamo e disegna quei cerchi imprevedibili che la vita a volte è capace di fare.

Chiunque lo abbia conosciuto almeno un po’ sa bene che la lista delle opere artistiche sarebbe assolutamente insufficiente per descrivere la sua eredità. Sì, perché Gianni De Santis, oltre alle opere, ha lasciato un testamento assai più importante: la voglia di sorridere e far sorridere, sempre e comunque; il coraggio di dimostrare il proprio affetto; il dovere morale di dire la verità anche se questo non porta vantaggi personali; la capacità di superare qualsiasi ostacolo grazie all’amore che si porta dentro.

Gianni non era abituato a chiedere, non gli piaceva e in questo l’ho sempre compreso, ma oggi, per amor suo, farò diversamente: chiedo a tutti i salentini di non lasciar morire quella lingua a cui ha dedicato la sua vita e la sua arte.

Vi chiedo di ascoltare, leggere e capire. Vi chiedo di seguire il suo esempio.

Chi può e vuole, faccia tutto questo.

Chi può e non vuole, perché mai ha voluto, abbia almeno la compiacenza di tacere.

 

“Árimo isù pu stei                                        Chissà tu dove sei

Linnàci p’en astrèi                                        Lumino che non luccica

Ce s’an lumèra anàtti to pensièri”               Ma come fuoco accendi i miei pensieri

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Libri/ Maravà

MARAVÀ ovvero Come scrivere un buon libro senza arrampicarsi sulle nuvole. (Riflessioni critiche di Antonio Porzano)

 

«Quella favola sol dèe approvarsi

Che di menzogna l’istoria non cuopre

E fa le genti contra i vizi armarsi»

(T. Campanella, A’ poeti)

 

Conobbi Gianni De Santis, autore del libro oggetto delle mie modeste riflessioni (come asino sape, così minuzza rape, sentenzia un adagio medioevale), per caso, al Mocambo, ristorante dell’amico Vito Maniglio in quel di Sternatia, dove non è raro fare sorprendenti conoscenze, poiché Vito è una calamita umana, capace di attirare nel suo pandochèion/deipnotèrion persone che – quasi sempre – ti rendono migliore la serata.

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