Gli ulivi, la musica e i volti: intervista a Paola Rizzo

Particolare del ritratto di Giuliano Sangiorgi
Particolare del ritratto di Giuliano Sangiorgi

 

di Gianluca Fedele

 

La prima volta che vidi Paola Rizzo all’opera fu nel 2011 sulla “liama” della “Vinotecheria Musicale Vite”, un luogo nel centro storico di Nardò che purtroppo oggi non esiste più. La pittrice, durante un’estemporanea, dipingeva un ulivo accompagnata dalle note della canzone “Arbulu te ulie” del cantautore tugliese Mino De Santis. Conservo ancora dei bellissimi ricordi di quella serata e quando ho ritrovato Paola è stata una tra le prime cose che ci siamo raccontati. Ciò che colpisce della sua arte è la fedeltà dell’immagine, caratteristica che si esprime al massimo attraverso i ritratti realizzati con grafite; un osservatore poco attento ai dettagli infatti troverebbe veramente arduo distinguere un’opera frutto della sua maestria rispetto a un’immagine fotografica.

Anche se piena di impegni l’artista mi concede volentieri un paio d’ore di un sabato mattina e quando la raggiungo nella sua abitazione immersa nelle campagne di Sannicola (LE) è divertente scoprire che aveva completamente scordato il nostro appuntamento. Ad accogliermi ci sono tre cucciolotti vivaci che ci terranno compagnia durante tutta la chiacchierata.

 

D.:

Guardandomi intorno vedo finalmente dal vivo le opere che avevo potuto apprezzare solo sul web. Mi stupisce la varietà degli stili e della tecnica, indice di una elevata capacità espressiva: da quanto tempo dipingi?

 

R.:

Le mie prime e precoci attrazioni nei confronti della grafica risalgono ai tempi delle scuole elementari. Ricordo che all’epoca omaggiai una mia insegnante regalandole un intero blocco di disegni; a quei tempi disegnavo perlopiù il mondo nel quale ogni bimba di quell’età ama immergersi, abitato naturalmente dalle beniamine dei cartoni animati. Nel percorso scolastico ho poi incoraggiato questa propensione per il disegno frequentando il liceo artistico, nonostante mio padre non fosse particolarmente felice della scelta che mi avviavo a compiere; anche perché comportava il doversi spostare da Galatina, la mia città, a Lecce per studiare. A convincerlo ci pensò un nostro parente che, dopo aver visto un mio dipinto, lo esortò a tal punto da farlo cedere. Dopo il diploma ho proseguito intraprendendo l’Accademia delle Belle Arti, sempre a Lecce. Successivamente ho approfondito la mia esperienza con il restauro e da poco mi sono catapultata anche nel settore del make up che in questo momento mi completa artisticamente.

Omaggio ad Adolphe Sax
Omaggio ad Adolphe Sax

 

D.:

A proposito di make up, ho visto che collabori spesso nei set cinematografici: dov’è che si trova il punto di congiunzione tra le polveri del trucco sulla pelle e la grafite sul foglio di carta?

 

R.:

Si, sono stata su importanti set di cortometraggi, shooting fotografici, spot, quelli dei videoclip sono la mia passione, soprattutto quando incontrano il mio stesso gusto musicale. Paolo Conte, Carmen Consoli, Eros Ramazzotti, Daniele Silvestri, Carolina Marquez, Sud Sound System, Boomdabash e J-Ax per citarne alcuni. Iniziamo col dire che personalmente considero il make up al pari di una qualsiasi altra forma d’arte e che per essere make up artist è certamente necessario possedere una non trascurabile manualità tecnica e conoscenza dell’anatomia umana. L’interesse per questa nuova attività è stato quasi fisiologico, oltre che voluto, poiché da sempre nutro una profonda attrazione nei confronti dei volti, oggetto di tante mie opere, per cui ora che mi trovo a utilizzare la pelle come supporto vivente del disegno, si è concretizzata ancora di più questa sinergia.

C’è da aggiungere anche un altro aspetto, che è quello prettamente legato al mio percorso di studi, in quanto la conoscenza delle tecniche di lavorazione della creta, acquisita già ai tempi del liceo, mi ha consentito di perfezionare abilità manuali necessarie al fine di operare anche con prodotti del make up per gli effetti speciali.

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D.:

Sempre sfogliando il tuo profilo Facebook mi è capitato di osservare diverse fotografie di te all’opera in set di film d’azione o horror, intenta nel ricreare ferite e lacerazioni: c’è una predisposizione da parte tua per questi generi?

 

R.:

Assolutamente no! Non riesco nemmeno a vederli i film dell’orrore. Io poi ho una grande paura del sangue e per un taglio mi è anche capitato di svenire, figuriamoci. Però sul set so scindere bene la realtà dalla finzione e quando riproduco un taglio alla trachea o il foro di un proiettile, nonostante mi impegni a rendere l’effetto conclusivo assai realistico, non ho alcuna impressione perché so bene di cosa è fatto.

Gianluca Fedele e Paola Rizzo
Gianluca Fedele e Paola Rizzo

 

D.:

Ora vorrei che mi parlassi degli ulivi, anch’essi importantissimi soggetti della tua produzione: da dove scaturisce il bisogno di dipingerli?

 

R.:

Per ben quindici anni ho dipinto tele che avevano come protagonisti indiscussi gli alberi d’ulivo. Una dipendenza quasi ancestrale tra me e quest’albero considerato da molti un nume tutelare del luogo. Ho visto nell’albero d’ulivo un soggetto nel quale io stessa mi sono spesso identificata.

Tocchi di pennelli sulla tela e gli ulivi in campi di natura isolati, in cammino a passo lento, sospesi in volo, in abbandono, vittoriosi dopo una lunga battaglia. C’è un legame intimo con questa pianta ed è quel forte richiamo che amo assecondare.

Ricordo che da bambina adoravo trascorrere del tempo arrampicata sui rami più alti di questi autorevoli padroni delle nostre campagne, forse per quello resta il sogno di possedere una casa sull’albero.

Ho percorso un quindicinale con accanto questo amabile compagno, l’ulivo. Con esso sono cambiate varie stagioni creative, senza tralasciare neppure l’interminabile parentesi legata al fenomeno della xylella che, come tutti, non mi ha assolutamente colta indifferente.

Forse ho già detto tutto, forse è solo una pausa, forse sono in piena profonda crisi d’identità, fatto sta che mi sono fermata con questa produzione. Le mie energie sono convogliate nel campo del trucco, del cinema e degli effetti speciali. Sono appagata.

 

D.:

Ritieni che la tua capacità di riprodurre fedelmente volti e figure sia una dote anacronistica al giorno d’oggi, in un’epoca nella quale la duplicazione delle immagini è facilitata dalla diffusione della tecnologia?

 

R.:

No, assolutamente. Molti artisti, anche famosi, lo fanno. Credo che ogni artista debba esprimere il proprio pensiero attraverso il mezzo che gli viene più congeniale. Personalmente sperimento tanto e ho attraversato anche momenti di grafica informale , ma è col figurativo che do il meglio di me.

Grafite è Musica. Ritratto matita su carta di Nandu Popu
Grafite è Musica. Ritratto matita su carta di Nandu Popu

D.:

Quali sono gli artisti che ti hanno ispirata?

 

R.:

Sarò controtendenza ma penso di essere stata ispirata da artisti musicali più che di altro genere.

In ogni caso, tutta la storia dell’arte è fonte di ispirazione, sicuramente Giovanni Segantini e le sue opere mi hanno influenzata per certo periodo, benché la mia tecnica differisca completamente dalla sua.

Un artista che mi lascia a bocca aperta è Roberto Ferri, profondamente ispirato dai pittori del barocco, in particolare Caravaggio, ed altri antichi maestri del Romanticismo, dell’Accademismo e del Simbolismo, quali: David, Ingres, Girodet, Gericault, Gleyre, Bouguereau, Moreau, Redon, Rops, ed altri. Un contemporaneo capace di dimostrare che, persino al giorno d’oggi, il figurativo guidato dalla mano di un genio è sempre vincente.

 

D.:

In che modo la musica contagia la tua arte?

 

R.:

La musica sfiora l’anima ed è questo il presupposto da cui bisogna partire. Un compositore che non mi stanco mai di ascoltare, ad esempio, è Ludovico Einaudi al quale ho anche realizzato un ritratto che ora è in suo possesso. Come con lui, ho lasciato traccia di grafite nelle abitazioni di artisti di fama internazionale come Bay-C, Giuliano Sangiorgi, Terron Fabio. Mi lascio accarezzare i sensi da qualsiasi genere musicale: da Chopin ai Pink Floyd, senza alcuna discriminazione.

Gli artisti che vedi ritratti gli incontrati personalmente e con loro ho innanzitutto stabilito un contatto. Il primo ad essere ritratto fu Terron Fabio, da quella commissione la mia matita non ha smesso di tracciare su carta l’anima di questi artisti. Poi fu la volta di Giuliano Sangiorgi che volevo conoscere assolutamente, Caparezza, Luca Aquino e Nandu Popu dei Sud Sound System e tanti altri.

Volti come quello di Nandu Popu, mi hanno particolarmente ispirata e appassionata in quanto sul suo viso leggo la stessa forza di un albero di ulivo; non a caso da anni si batte come me e tanti altri nella tutela di questo albero che è natura vivente e non morta.

E’ divertente ascoltare i commenti, durante le mostre, degli spettatori che leggono nei tratti della mia grafite l’anima nel soggetto ritratto.

Un’opera invece che per le dimensioni mi ha portata ad avere un approccio ancora più intimo con la grafite plasmandola con i polpastrelli delle dita, consumandoli quasi, è quella concepita ed esposta a Lecce nella splendida cornice dell’accademia delle belle arti nel 2014 e ispirata ad Adolphe Sax: un sassofono e le mani dell’artista in atto di pigiar tasti per creare musica. Un enorme manifesto di chiaroscuri dalle dimensioni 200 x 150.

Nella stessa occasione Attilio Berni esponeva alcuni pezzi della sua più grande e importante collezione di sassofoni al mondo nella mostra Saxophobia.

 

D.:

Ti segue qualche galleria d’arte?

 

R.:

Francamente non ho dei rapporti particolarmente idilliaci con i galleristi e critici d’arte anzi, posso raccontare di un’esperienza con un noto truffatore che fingendosi critico mi ha sottratto due opere e del denaro.

So comunque che il successo di un artista e la sua notorietà passano anche attraverso quei meccanismi di commercio ma per il momento non sono predisposta per questo tipo di scelta e dunque dipingo soltanto per me stessa.

 

D.:

Oltre agli ulivi e ai ritratti ci sono altri soggetti ai quali ti ispiri o altre tematiche?

 

R.:

Mi è capitato di realizzare su commissione dei dipinti di arte sacra.

 

D.:

E tu sei credente?

 

R.:

Sono credente. Esistono vicende della vita in cui ho percepito la presenza di qualcuno che c’è sempre accanto a noi. Quella voce è presenza eterea che ci guida e ci sorregge nel duro cammino che è la vita. Non sono una praticante ma credo che gli angeli esistano. L’ho dipinto il mio Angelo Custode, inconsciamente ma l’ho dipinto.

Vi racconto un piccolo aneddoto: avevo realizzato un dipinto raffigurante la figura di un angelo il quale era improvvisamente scaturito da una esigenza intima e profonda, non da una commissione. Era un esperimento, si è rivelato essere un segnate tangibile e un messaggio di luce d’anima. Ho infatti scoperto durante la sua esecuzione di avere un carcinoma al seno. Dopo essere rientrata da Modena, a seguito dell’operazione – la prima e mi auguro l’ultima della mia vita – ho avuto modo di rimanere a tu per tu col mio dipinto ed è stato in quel momento che ho notato con meraviglia che la mia tavolozza di colori si era arricchita di una tonalità mai mescolata prima: lo sfondo verde che non avevo mai usato prima, aveva lo stesso tono dei camici indossati dai medici nella sala operatoria. La sua mano era posata sul seno destro corrispondente al seno operato.

Credo che se non fossi stata guidata da una mano angelica forse non avrei mai scoperto lo strano nodulo e di conseguenza non sarei qui a parlarne.

Le dita erano aperte sul numero tre, come a simboleggiare la mia età, trent’anni appena compiuti.

È rimasto incompiuto per molto tempo, l’ho ultimato qualche anno dopo e ora è luce d’anima. Non ho avuto bisogno di altri segnali.

 

D.:

Credi sia utile fare arte oggi?

 

R.:

L’arte è un potente mezzo espressivo. La storia dell’arte ci insegna come grandi artisti hanno denunciato la realtà mediante espressione artistica. Ma quella la ritengo una missione per pochi. Allo stato attuale, attraverso un periodo di confusione, dovuta alla mancanza di certezze e le tendenze della società mi destabilizzano. Il senso di impotenza di fronte ai poteri forti, padroni della comunicazione e di ogni mercato, rende il mio disagio insopportabile e per questa ragione faccio arte solo per me stessa, senza ipotesi né aspettative altrui.

 

D.:

L’essere donna secondo te indebolisce il messaggio che tenti di lanciare?

 

R.:

Sicuramente non sono agevolata in questo ma non demordo. È proprio attraverso l’arte che voglio riscattare la figura della donna. Ricordo che quando ero a Noha (LE), il paesino nel quale ho avuto per quindici anni il mio primo atelier di pittura, in molti mi scrutavano con aria perplessa e ironica, non riuscendo a comprendere il senso del mio lavoro. Soltanto ora che sono andata via forse qualcuno mi rimpiange.

L'Infinito - Olio su tela
L’Infinito – Olio su tela

 

D.:

Cosa dovrebbe accadere perché tu riacquistassi fiducia nel mondo?

 

R.:

Ci vorrebbe un miracolo! Un mondo senza il male.

Consapevole che questo sia un irraggiungibile sogno traggo fiducia e forza da ciò che mi fa vivere serenamente. Mi accontento di continuare a fare arte.

Amo questa casa nel bosco e non mi faccio mancare l’affetto dei miei cari, dei nipoti, degli amici veri e degli amici a quattro zampe. Per ora tutto in solitudine.

L’amore che aspetto e che tarda ad arrivare troverà in ogni caso una donna forte che ama la vita e la natura.

 

Pubblicato su “Il delfino e la mezzaluna” n°4-5 (2016)

Il delfino e la mezzaluna. Numero doppio per i suoi estimatori

delfino e la mezzaluna

E’ pronto il doppio numero de “Il delfino e la mezzaluna”, ovvero gli studi della Fondazione Terra d’Otranto, diretto da Pier Paolo Tarsi.

Giunto al quarto anno, questa edizione si sviluppa in 314 pagine, per recuperare l’anno di ritardo, sempre in formato A/4, copertina a colori, fotocomposto e impaginato dalla Tipografia Biesse – Nardò, stampa: Press UP, con tematiche di vario genere inerenti le provincie di Lecce, Brindisi e Taranto.

Tanti gli Autori che ancora una volta hanno voluto offrire propri contributi inediti, e meritano tutti di essere elencati secondo l’ordine con cui appaiono nel volume, con il relativo saggio proposto:

Pier Paolo Tarsi, Editoriale

Angelo Diofano, Il fantastico mondo degli ipogei nel centro storico di Taranto

Sabrina Landriscina, La chiesa di Santa Maria d’Aurìo nel territorio di Lecce

Domenico Salamino, Prima della Cattedrale normanna, la chiesa ritrovata la città di Taranto altomedievale

Vanni Greco, Il “debito” di Dante Alighieri verso il dialetto salentino

Francesco G. Giannachi, Un relitto semantico del verbo greco-salentino Ivò jènome (γίνομαι)

Antonietta Orrico, Il Canticum Beatae Mariae Virginis di Antonio De Ferrariis Galateo, una possibile traduzione

Giovanni Boraccesi, Il Christus passus della patena di Laterza e la sua derivazione

Marcello Semeraro, Propaganda politica per immagini. Il caso dello stemma carolino di Porta Napoli a Lecce

Marino Caringella – Stefano Tanisi, Una santa Teresa di Ippolito Borghese nella chiesa delle Carmelitane Scalze di Lecce

Ugo Di Furia, Francesco Giordano pittore fra Campania, Puglia e Basilicata

Domenico L. Giacovelli, Nel dì della sua festa sempre mundo durante et in perpetuum. Il patronato della Regina del Rosario in un lembo di Terra d’Otranto

Stefano Tanisi, Il dipinto della Madonna del Rosario e santi di Santolo Cirillo (1689-1755) nella chiesa matrice di Montesardo. Storia di una nobile committenza

Armando Polito, Ovidio, Piramo e Tisbe e i gelsi dell’Incoronata a Nardò

Alessio Palumbo, Aradeo, moti risorgimentali e lotte comunali: dal Quarantotto al Plebiscito

Marcello Gaballo – Armando Polito, Dizionarietto etimologico salentino sulle malattie e stati parafisiologici della pelle, con alcune indicazioni terapeutiche presso il popolo di Nardò

Marco Carratta, Il mutualismo classico in Terra d’Otranto attraverso gli statuti delle Società Operaie (1861-1904)

Gianni Ferraris, Il Salento e la Lotta di liberazione

Gianfranco Mele, Il Papaver somniferum e la Papagna: usi magici/medicamentosi e rituali correlati dall’antichità al 1900. Dal mito di Demetra alle guaritrici del mondo contadino pugliese

Bruno Vaglio, Alle rupi di San Mauro una nuova stazione “lazzaro” di spina pollice. Considerazioni di ecologia vegetale dal punto di vista di un giardiniere del paesaggio

Riccardo Carrozzini, Il mio Eco

Pier Paolo Tarsi, L’antropologia linguistica della memoria narrata: uno sguardo filosofico all’opera di Giulietta Livraghi Verdesca Zain e Nino Pensabene

Arianna Greco, Arianna Greco e la sua arte enoica. Quando è il vino a parlare

Gianluca Fedele, Gli ulivi, la musica e i volti: intervista a Paola Rizzo

Epigraphica in Terra d’Otranto. L’epigrafe agostiniana nella chiesa dell’Incoronata di Nardò (Massimo Cala). L’epigrafe di Morciano di Leuca in via Ippolitis al civico n.6 (Armando Polito)

Segnalazioni. Il fonte di Raimondo del Balzo ad Ugento (Luciano Antonazzo). La Madonna col Bambino e sant’Anna di Gian Domenico Catalano (1560 ca. – 1627 ca.) in Ugento (Stefano Tanisi). Il pittore Aniello Letizia e le sue prime opere di committenza confraternale nella Gallipoli del ‘700 (Luciano Antonazzo – Antonio Faita). Le origini dell’oratorio confraternale di santa Maria degli Angeli, già sotto il titolo di santa Maria di Carpignano (Antonio Faita).

La foto di copertina è di Ivan Lazzari, ma numerose anche le immagini proposte all’interno, gentilmente  offerte da Stefano Crety, Khalil Forssane,  Vincenzo Gaballo, Walter Macorano, Raffaele Puce.

 

Gli interessati potranno chiederlo previo contributo di Euro 20,00 da versarsi a Fondazione Terra d’Otranto tramite bollettino di Conto corrente postale n° 1003008339 o bonifico tramite Poste Italiane IBAN: IT30G0760116000001003008339 (indicare il recapito presso cui ricevere  la copia).

Per ulteriori informazioni scrivere a: fondazionetdo@gmail.com

Tracce d’Arte, a Leverano

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di Gianluca Fedele

Cala il sipario sulla quarta edizione della mostra collettiva “Tracce d’Arte” ideata e diretta da Anna D’Amanzo, inserita in questa occasione nell’ambito dell’evento “Pedalando tra colori e fiori”, nel borgo antico di Leverano (LE) e realizzata col patrocinio del Comune e di varie associazioni culturali.

Sabato 21 maggio e domenica 22, presso la suggestiva torre federiciana, è stato possibile apprezzare i lavori di dodici artisti, tra pittori e scultori, provenienti perlopiù da vari paesi del Salento ma naturalmente anche da altre parti d’Italia come nel caso dello scultore Alberto Alunni proveniente da Pietralunga (PG) il quale realizza col ferro, elettrodi e ossidi acetilenici delicatissimi paesaggi ispirati ai luoghi in cui vive.

Presente con un’opera in ferro anche Mario Converio di Schio (VI) riconosciuto e premiato nel mondo, è anche un apprezzato scultore del marmo e del ghiaccio.

Luciano Ravaioli di Butrio (BO) invece, invaghito dai tutù della pittrice Polacca Ewa Bathelier, ne trae ispirazione per la sua collezione dedicata alla rappresentazione di t-shirt.

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Cesare Cuppone di Neviano (LE) immortala con olio a spatolate decise le bucoliche vedute salentine e i suggestivi ormeggi gallipolini.

Salvatore Silvan Dell’Anna di Copertino (LE) ha esposto la sua celebre “Donna dell’Est”, un blocco monolitico in marmo Star Galaxy dalle forme stilizzate.

Sempre da Copertino Giovanni Strafella, in arte Gix, presenta opere polimateriche che riconvocano culture tribali con le quali ama incoraggiare il fruitore instillando considerazioni introspettive e filosofia.

Luigi Latino di Galatina (LE) contrappone alla sua nota collezione dal titolo “Il gioco preferito dell’uomo” le recenti tele astratte “Il mondo che vorrei” per lanciare un forte messaggio di speranza.

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Anche Nico Preste viene da Galatina e realizza delle piccole e delicate sculture in ceramica raffiguranti personaggi romantici e inverosimili, avvalendosi anche di oggetti desueti e tradizionali in ferro o legno.

Enza Mastria di Lecce esorcizza paure e solitudini raccontandole con un linguaggio metafisico e apparentemente onirico. Nelle raffigurazione si lascia inevitabilmente contaminare dalle architetture e dagli elementi mediterranei.

Albino Mello di Monteroni (LE) è presente a Tracce d’Arte con due opere composte da trame di rete metallica e fibra di fico d’india con le quali l’autore parrebbe voler evidenziare l’infinita ricerca dell’uomo inseguendo l’ineguagliabile capacità della natura.

Luigi Martina, pittore e scultore di Monteroni, attratto dalla figura della serial killer statunitense Aileen Wuornos le dedica una rielaborazione fotografica giocando coi pixel dell’ingrandimento, trasformandoli idealmente in squame di serpente.

Infine, ma non certo per importanza, Anna D’Amanzo che, reduce da numerose premiazioni, espone la sua “Bellezza barocca” in omaggio al Salento che sboccia in questi anni come una primavera di colori.

 

Tanti gli intervenuti che hanno potuto così ammirare oltre alle incantevoli creazioni degli artisti anche l’interno della torre d’avvistamento voluta da Federico II di Svevia nel 1220.

L’auspicio è sempre lo stesso: che l’arte torni protagonista nelle città e che la gente torni a invadere i luoghi dell’arte.

Pillole d’arte| Tommaso Chiffi: La caduta degli dei

La caduta degli dei - Tommaso Chiffi 

di Gianluca Fedele

 

Chi conosce già le opere liberty di Tommaso Chiffi faticherà a riconoscere lo stesso tratto attraverso l’opera “La caduta degli dei” (2015), lavoro cardine del contemporaneo momento creativo dell’artista, quello che, come vedremo, possiamo definire a giusta ragione decadentista.

Il pittore, che attraverso il percorso di studi di decorazione presso l’Accademia delle Belle Arti ha acquisito tecnica e fedeltà pittorica, pare ora discostarsi, seppur temporaneamente, dalla propria indole positivista e quindi anche dalla produzione precedente che comprendeva persino paesaggi metafisici, per dedicarsi a questo inedito filone stilistico.

Il lavoro che stiamo osservando ritrae due figure nelle quali possiamo riconoscere i personaggi biblici Adamo ed Eva inabissarsi nei meandri dei loro fragili limiti, costituiti dalla incapacità di dominarsi prima che dominare su tutte le altre forme di vita che convivono con essi nell’Eden.

Il pannello di supporto, che misura complessivamente 130 cm nella parte alta e 115 cm in larghezza, è in legno mesticato (mestica polimaterica) in rilievo. Lungo questo perimetro informale le tinte predominanti sono il rosso porpora e l’oro, scientemente adoperate al fine di simboleggiare uno sfarzo esagerato e palesemente inadeguato. L’autore infatti, ponendo il busto maschile con le spalle rivolte verso il basso, è conscio di raffigurare la figura dell’uomo – e della donna –, creati a immagine e somiglianza divina, in caduta precipitosa a causa del proprio egoismo e dell’insoddisfazione costante che pare caratterizzare l’epoca attuale e i suoi protagonisti.

Il pannello monolitico centrale, in vetro da 10 mm, è realizzato attraverso l’ausilio dell’aerografo e una particolare tecnica di vetrofusione. Il bordo interno è stato frastagliato e smerigliato in maniera irregolare; anche attraverso questa scelta si vuol evidenziare che nulla è lasciato al caso poiché Chiffi individua in esso un senso di fragilità continuo e circostante, una sorta di disagio interiore causato dalla coscienza della propria disarmante impotenza.

Dall’arte di Efesto ai giorni nostri: intervista a Daniele Dell’Angelo Custode

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di Gianluca Fedele

Mi capita di rado di chiacchierare con artisti scultori perché la scultura è un’attività complessa ma soprattutto impegnativa. A mio avviso Daniele Dell’Angelo Custode si colloca egregiamente nel panorama degli artisti locali affermando il proprio estro tramite il metallo, l’acciaio per essere più precisi. Attraverso esso ha intrapreso da tempo un percorso di ricerca materica e personale dopo una lunga, soddisfacente e ininterrotta carriera da artigiano.

Le singolari opere, apprezzate ormai da un pubblico internazionale variegato, beneficiano di un’attenzione sempre crescente perché Daniele è soprattutto un instancabile promotore delle sue idee che ha la capacità di coinvolgere, nelle proprie attività e mostre, esperti e critici che sanno leggere con competenza l’arte e descriverla ancor meglio.

Per la realizzazione di questa intervista mi ha naturalmente invitato nel suo laboratorio che è anche atelier a Nardò (LE),una struttura dalle forme moderne sita in via Galatone, e ci ha tenuto a farmi visitare le stanze nelle quali maneggia, forgia e culla la materia oppure, come ama ripetere, dove “matura un’opera d’arte”.

Artista all'opera
Artista all’opera

 

D.:

Devo dire che sono affascinato e colpito da quello che vedo in questo laboratorio e dagli odori che rimandano ad arti antichissime; da quanto tempo hai a che fare con la lavorazione dei metalli?

R.:

Posso definirmi a giusta ragione figlio d’arte in quanto sono cresciuto, sin da bambino, nel laboratorio di mio padre, Mimino, il quale prima di me lavorava egregiamente il ferro. Inoltre lui fu tra i primi a introdurre qui da noi la lavorazione dei serramenti in alluminio e presso la sua officina hanno appreso le loro conoscenze tecniche e pratiche moltissimi giovani che ora sono affermati professionisti del settore.

Io già a una decina d’anni facevo conoscenza con gli arnesi da lavoro di papà costruendo piccoli giocattoli e modellini di automobili o aeroplanini.

Successivamente, dopo gli studi svolti presso l’Istituto Statale d’Arte di Nardò, l’ho affiancato aggiungendo alla sua esperienza l’innovazione di una lavorazione più moderna e tecnologica. Possiamo dire perciò che mi sono formato respirando tutte quelle essenze che si rilasciano durante la manipolazione dei metalli e quindi credo di aver sviluppato particolari sensibilità nei loro confronti, non solo tattili.

Antiche sonorità (part)
Antiche sonorità (part)

 

D.:

Oltre a tuo padre, quali sono le persone che ti hanno instradato verso questa carriera?

R.:

Lungo questo percorso ci sono state due o tre persone che mi hanno sostenuto più di altre. Sicuramente potrei citare il professore Oronzo Troso di Copertino, Nicola Nenna di Lecce e ultimamente anche Paolo Marzano; tre amici ai quali devo molto di quello che so e che mi hanno fatto comprendere l’importanza del bello, della precisione, della semplicità, dell’essenziale. Perché, come diceva Mies van der Rohe, “Less is more”.

 

D.:

E tra gli artisti locali, qualche personaggio al quale ti senti più vicino?

R.:

Ho letto nella tua recente intervista al caro Antonio Calabrese parole molto affettuose e di stima nei miei riguardi e non vorrei che questo ora apparisse come uno scambio di cortesie: apprezzo realmente l’arte onirica di Calabrese e il modo col quale rappresenta il mondo tramite quei suoi personaggi fiabeschi.

Credo che la forza di un artista si riconosca, oltre che dall’originalità del proprio linguaggio, anche da come riesce a rimanere produttivo e versatile; ecco, Antonio nonostante l’età non si ferma mai ed è sempre pronto a raccogliere nuove sfide, restando sempre attuale, mai scontato.

Sono orgoglioso di averlo come amico e gli auguro una carriera piena di meritati successi.

 

D.:

Com’è avvenuto il passaggio tra la lavorazione artigiana e il bisogno di intervenire artisticamente sul metallo?

R.:

Come si è capito la mia formazione professionale è stata determinante in questo senso, poi è ovvio che una certa sensibilità individuale e le reminiscenze scolastiche mi abbiano indotto a guardare il mio lavoro da un lato meno meccanico e più artistico fino a quando il richiamo verso la sperimentazione ha preso il sopravvento. Inoltre tengo a precisare quanto importante sia stata per me la collaborazione con tecnici, architetti e designer. Beneficiando della loro intraprendenza ho affinato la mia inventiva e messo in discussione le mie capacità attraverso sempre nuove sfide per giungere a forme davvero originali.

 

Da sx verso dx - Percorso (part.), Antiche sonorità, Stilla (part.)
Da sx verso dx – Percorso (part.), Antiche sonorità, Stilla (part.)

 

D.:

Cosa significa per te avere a che fare con una materia così poco docile?

R.:

Capita, a tal proposito, che qualcuno mi definisca fabbro – e ne sono lusingato – ma non è un aggettivo che sento calzarmi perfettamente addosso poiché io non modello la materia a mio piacimento, bensì la stimolo e la assecondo verso i suoi peculiari indirizzi. Quello che faccio nel mio laboratorio è sollecitare il metallo per cercare in esso delle reazioni spontanee; tali reazioni sono le sue risposte e allo stesso tempo le mie opere. Per cui è sempre il ferro che mi indirizza; gli ulteriori miei interventi sono superficiali; essi si limitato al contenimento dell’ossidazione e della ruggine al fine di preservarne al meglio la conservazione.

Fluorescenze 90 x 130
Fluorescenze 90 x 130

D.:

In che modo concili l’artigianato e l’arte?

R.:

Anche i miei galleristi spesso se lo domandano. È evidente che il mio primo mezzo di sostentamento sia la produzione di complementi d’arredo, scale e serramenti, anche perché tramite questa attività in parte foraggio ciò che ruota attorno alla creazione delle mie sculture. Per cui, ancora una volta, un aspetto è complementare e imprescindibile dall’altro.

 

D.:

Ti immagino nel momento in cui crei, intimamente concentrato sulla materia: che emozioni provoca scolpire l’acciaio e vederlo reagire in maniera sempre differente?

R.:

Innanzitutto diciamo che non parto aggredendo immediatamente le lastre metalliche ma, come per ogni altra forma di scultura, mi avvalgo di schizzi preparatori. Poi, come ho spiegato, una volta a contatto con fuoco, vuoi per via dello spessore disomogeneo o per la temperatura differente, è la materia che mi indica la direzione da seguire e detta le regole imponendosi sui miei progetti iniziali. In quegli attimi io mi debbo velocemente adeguare a quelle che sono le volontà del metallo e con l’esperienza sto cercando di dominare entrambi noi due. Col tempo la mia ambizione più grande è quella di riuscire ad anticiparlo.

Feticcio futurista – particolare

 

D.:

Ho una domanda che non ho mai fatto a nessun altro artista e scelgo te proprio perché le tue sculture sono perlopiù monocromatiche: qual è il tuo colore preferito? 

R.:

Non si può esattamente parlare di monocromia perché su queste superfici ci sono tutte le scale dei grigi e l’arancio per via della ruggine. Tutto ciò che di colorato vedi sulle mie opere non sono altro che ossidi, acidi, terre e agenti atmosferici. E sono esattamente questi i colori che mi piacciono.

 

Foto dalla mostra personale a Galatone (LE)
Foto dalla mostra personale a Galatone (LE)

 

D.:

Che funzione hanno queste opere per te?

R.:

Le opere d’arte, a differenza di un oggetto di design, sono fine a sé stesse e non hanno un valore di utilità ma un valore individuale e intimo.

 

D.:

Ci sono artisti ai quali ti ispiri?

R.:

Devo ammettere che molti grandi maestri gli ho conosciuti solo dopo aver prodotto ed esposto in pubblico le miei prime opere. I fruitori delle mostre mi paragonavano all’albanese Helidon Xhixha o a Pietro Consagra, ma anche ad Alberto Burri per via della tecnica di combustione della materia con la quale io agisco sull’acciaio. In quelle occasioni prendevo ovviamente appunti e dopo di ché c’è stato da parte mia un approfondimento, uno studio personale; inoltre ho incominciato a guardarmi attorno facendo delle ricerche mirate, documentandomi su quelli che sono gli autori contemporanei al fine di rintracciare il mio indirizzo. Oltre che per differenziarmi.

Immagini dalla mostra personale a Londra

D.:

Essendo le tue delle opere dalle raffigurazioni prettamente informali, quale canone cognitivo deve adottare il fruitore per coglierne il significato?

R.:

Secondo me quando ci si pone al cospetto di un’opera d’arte, che sia essa figurativa o meno, quasi mai ci si dovrebbe far sovrastare dalle intenzioni dell’autore ma cercare di instaurare un legame intimo tra ciò che si vede e ciò che si percepisce, lasciandosi coinvolgere dalle emozioni personali più che da quelle indotte dalla volontà dell’artista. L’arte informale, secondo me, enfatizza questo aspetto offrendo al recettore la totale libertà di interpretazione. Il significato quindi delle mie opere non si racchiude in un pensiero univoco ma tutto il contrario; e per rifarmi alla domanda credo che bisogna porsi di fronte all’opera con tutti i sensi, spogliandosi completamente di ogni preconcetto.

Senza voler apparire presuntuoso posso dirti che nessun ospite delle mie mostre è rimasto indifferente o privo di emozioni, confermandomi così quanta poesia ci possa essere all’interno di una lastra di acciaio.

La foresta d'acciaio - trittico
La foresta d’acciaio – trittico

 

D.:

Ti pongo allora una domanda più provocatoria: in un mercato come il nostro, perlopiù amante dei ritratti e dei paesaggi, le tue opere sono anacronistiche o d’avanguardia? 

R.:

Ti dirò che non mi hai sorpreso affatto con questa domanda, me l’aspettavo. Per farti sorridere ti racconterò che inizialmente la gente era titubante e preoccupata quasi di portarsi della “ruggine” in casa propria; ora per fortuna questo modo di pensare sta andando scemando.

Avendo viaggiato un po’ consentimi di affermare che il problema, se così possiamo definirlo, è tutto meridionale. Solo da Roma in giù l’opera d’arte acquistata per arredare il salotto deve essere necessariamente abbinata al divano e alle tende. Inoltre consenti a me di essere provocatorio: a mio modesto parere nel mondo contemporaneo fatto di fotocamere ad altissima definizione, stampanti 3D e pantografi a controllo numerico il ruolo dell’arte figurativa si è defilato precipitosamente. Se c’è qualcosa di anacronistico, quindi, non sono certo le mie sculture.

Lampione durante il restauro
Lampione durante il restauro

 

Lampione dopo il restauro
Lampione dopo il reastauro

 

D.:

Esiste una corrente artistica per inserire il tuo lavoro?

R.:

No. Non credo ci sia un filone che mi rappresenti e inoltre io mi sento in continua evoluzione, sempre alla ricerca di nuove sperimentazioni.

 

D.:

La ricerca nell’arte quanto conta?

 

R.:

Conta tantissimo, due attività quasi indissolubili. La ricerca è anche curiosità ed entusiasmo perciò se non esistesse questa variabile fondamentale tutta la produzione si fossilizzerebbe riducendosi ai soliti stereotipi di canoni estetici ed espressivi classici.

 

D.:

Poco fa accennavi al rapporto coi galleristi e comunque so che hai dei buoni contatti: è importante avere il supporto di una galleria?

 

R.:

Per quella che è la mia personale esperienza le gallerie continuano a rappresentare un importante supporto, soprattutto per emergere a livello internazionale, senza il contributo delle quali sarebbe quasi impossibile. Al contrario di molti colleghi artisti io ho prima cercato un confronto europeo e solo successivamente mi sono confrontato con la piazza locale in cui mi sto pian piano affermando. Per farti un esempio immediato, mentre parliamo le mie opere sono esposte presso il 30 St Mary Axe di Londra, meglio conosciuto come “The Gherkin”, ma ho anche esposto a Dubai, Bruxelles e in molte altre grandi città del mondo.

 

D.:

Le esperienze di confronto che accumuli all’estero tornano utili nella realtà locale?

R.:

Che il confronto con altre culture ci migliori anche dal punto di vista umano è un dato di fatto, e inoltre ci conduce verso una crescita che può sicuramente essere persino collettiva. Non dovremmo mai peccare di quella presunzione che ci fa credere di essere migliori rispetto a tutti – né come artisti né come popolo – e chiuderci nel nostro piccolo guscio. In questo senso abbiamo ancora tanto da imparare.

 

D.:

Mi è parso di scorgere alcuni tuoi lavori artistici nel centro storico di Nardò, me lo confermi?

R.:

Ovviamente non sbagli. Ho realizzato per l’anniversario dei 150 anni della Società Operaia una targa commemorativa e un’altra targa celebrativa mi è stata commissionata dal Comune di Nardò per i cento anni dalla fine della Grande Guerra. Sono piccoli tasselli che si incastrano nella mia storia personale e professionale ed è superfluo aggiungere che mi inorgoglisce non poco sapere di aver posato un mio lavoro in una delle piazze più belle d’Italia, al fianco di grandi scultori come Borgia e Gaballo.

Ruga - 140 x 125
Ruga – 140 x 125

 

D.:

Quali sono attualmente i tuoi progetti più importanti?

R.:

Voglio rivelare ai lettori di Fondazione Terra d’Otranto che ho appena provveduto al restauro di uno dei magnifici lampioni che adornano Piazza Salandra a Nardò, disegnati sul finire degli anni ‘50 dal Sindaco Salvatore De Benedittis e realizzati dal Maestro d’Arte Luigi Cappelli. Per ora col Comune siamo in una fase di preventivo e valutazione ma tuttavia devo ammettere che è stata un’esperienza inebriante che mi ha caricato di nuova energia. Mi auguro di poter dare ancora una volta sfoggio delle mie capacità attraverso questo importante lavoro.

Spazio ex post Nardò - mostra personale
Spazio ex post Nardò – mostra personale

 

D.:

Questa è una notizia che ci riempie di gioia e speriamo di vedere presto quei lampioni risplendere. Per quanto concerne le mostre invece quali sono i prossimi appuntamenti?

R.:

Per fortuna sto attraversando un periodo nel quale continuo a produrre senza sosta e molte opere sono solo in attesa di essere spedite. Sono infatti in fase di definizione alcune date a Matera ma anche in Germania.

 

D.:

Pensi che l’arte possa aiutarci a superare l’attuale momento di crisi?

R.:

Io penso proprio di si! È nei momenti di crisi personale che ho realizzato le opere alle quali tengo di più.

Locandina personale Londra

Inchiostri galleggianti nella meccanica dei fluidi: intervista ad Antonio Massari

Gianluca fedele 

di Gianluca Fedele

Dopo aver avuto il privilegio di chiacchierare con Ercole Pignatelli e Tonino Caputo, finalmente ho un appuntamento anche con Antonio Massari, artista inimitabile, che assieme a Ugo Tapparini ed Edoardo De Candia hanno fatto la storia dell’arte di oltre mezzo secolo nel capoluogo salentino. La sua tecnica informale ha rappresentato un’avanguardia stilistica che in pochi hanno realmente colto ma che tuttavia continua a suggestionare. Ancora una volta è Sandro Tramacere l’artefice dell’incontro il quale, con una telefonata, riesce a mettermi subito in contatto col il pittore. Massari mi invita a raggiungerlo già il giorno dopo nella sua abitazione a pochi passi da Porta Rudiae.

Quando citofono una signora mi risponde che il professore non c’è e Aldo Lisi, che arriverà poco dopo con Massari, mi dirà: “ti ha fatto aspettare poco, di solito non arriva prima di un’ora più tardi rispetto all’orario dell’appuntamento!”.

L’attesa non mi è grave perché la casa è un museo fatto di opere d’arte bellissime, mobili antichi e fotografie d’epoca. Sul tavolo una cartolina commemorativa dedicata a Tapparini recentemente scomparso; mi omaggerà più tardi donandomene una.

Finalmente Massari mi raggiunge fumando il suo immancabile Toscano. È un uomo riservato e di poche parole, anche per questo lo ringrazio del tempo che mi ha voluto concedere.

 

Casa di Riposo Aresi di Brignano - Tempera su tela, 200 x 150, 1998
Casa di Riposo Aresi di Brignano – Tempera su tela, 200 x 150, 1998

 

D.:

Ritengo opportuno incominciare questa intervista con un ricordo su tuo padre, dal quale hai certamente raccolto una poderosa eredità artistica e morale. Chi era per te Michele Massari?

R.:

Michele Massari era un grande artista che poteva realizzare tutto ciò che pensava e ogni nuova sfida era da lui intrapresa con grande rigore: ingegneria, meccanica, architettura, scultura. Naturalmente anche pittura ma in realtà non ha dipinto moltissimo. Ricordo che quando mostrai a Pietro Cascella il libro su mio padre egli esclamò: “Ma questo è un pittore Pittore!” ripetendo la definizione e rafforzando il concetto. A me non restò che annuire con immensa soddisfazione.

Durante la dittatura però le sue posizioni politiche gli costarono dei sacrifici legati al fatto che si era rifiutato di prendere la tessera del partito fascista e di conseguenza perdette il posto di insegnante presso l’Istituto d’Arte. Io ero bambino quando fu costretto a vendere la villa che aveva in località Mater Domini e subito dopo siamo andati in affitto al civico nove di via di Vaste dove abitava anche Edoardo De Candia.

 

D.:

Con De Candia eravate quindi amici di giochi?

R.:

Non solo con Edoardo che era appena un anno più piccolo di me, e col quale perciò siamo diventati automaticamente amici, ma anche con tutti gli altri.

Mio padre era amico di Vittorio Pagano, celebre poeta e zio di Ugo Tapparini, così io e Ugo abbiamo stretto amicizia già all’età di dieci anni. Quando ci incontravamo, spesso io portavo con me Edoardo e Ugo ci raggiungeva insieme a Tonino Caputo. È iniziato così il nostro sodalizio, poi con l’età ognuno ha intrapreso rotte differenti: Tonino si trasferì a Roma insieme a Carmelo Bene, io a Milano mentre insegnavo a Bergamo; Edoardo addirittura visse da nomade e arrivò sino a Londra dalla quale ritornò a piedi dopo aver pernottato, nel tragitto, presso le abitazioni di vari amici.

Con Edoardo De Candia presso la Galleria Osanna di Nardò
Con Edoardo De Candia presso la Galleria Osanna di Nardò

 

D.:

Quando eravate insieme, cosa sognavate di fare da grandi?

R.:

Avevamo già scoperto la propensione per l’arte che assecondavamo in maniera differente, chi con gli studi e chi, come Edoardo naturalmente dotato, in maniera autonoma. Ma la nostra ingenua ambizione allora era quella di realizzare i cartoni animati, dai quali eravamo tutti molto attratti. Ricordo che un bel giorno Ugo si prese persino la briga di scrivere al direttore di una rivista per ragazzi al fine di conoscere le tecniche e le difficoltà dei disegni d’animazione e cercare magari di essere assunto in una redazione. Come risposta ricevemmo una frase indimenticabile: “I cartoni sono l’ottava fatica di Ercole”. Fummo così tristemente dissuasi da quei propositi fanciulli e ci dedicammo ad altro.

 

D.:

Ci sono altre persone alle quali sei legato?

R.:

Ce ne sono molte in effetti ma sicuramente una in particolare è la mia adorata sorella Anna Maria, che era un’artista brillante, oserei dire la più dotata tra tutti noi cresciuti in via di Vaste. Ella primeggiava in tutte le declinazioni della creatività, sia che dipingesse oppure che scolpisse.

Inoltre conservo dentro anche tanti ricordi della straordinaria Rina Durante con la quale ho condiviso anni indimenticabili e tanta gente pensava addirittura che fossimo fidanzati.

Costruzione e cattura delle onde
Costruzione e cattura delle onde

 

D.:

Citavi poco fa Carmelo Bene tra i membri del vostro gruppo, dipingeva anche lui?

R.:

Si, anche Carmelo fu nostro compagno di gioventù e, com’è noto, già da ragazzino riscuoteva enorme successo. Quando si trasferì a Roma inizialmente recitava nelle cantine e ad ascoltarlo tra il pubblico spesso c’erano personaggi del calibro di Pasolini, Sandro Penna e il nostro Vittorio Bodini col quale strinse una forte amicizia.

Per tornare alla domanda ti dirò quanto so, e cioè che Carmelo era andato presso la rinomata galleria leccese “Belle Arti” di Caiulo dove aveva speso circa un milione di lire in pennelli, tele, colori e tutto l’occorrente per dipingere. C’è chi sostiene anche che con tutto quell’occorrente avesse prodotto diverse opere. Che cosa rappresentassero i suoi quadri e dove siano ora conservati purtroppo non mi è dato di saperlo ma mi piacerebbe scoprirlo per il solo scopo di allestire una mostra collettiva dei quattro più uno.

 

D.:

Chi guarda distrattamente le tue “Carte assorbenti” probabilmente crede che siano il prodotto di un astrattista ma in realtà c’è molto di più. Come è nata l’idea di realizzarle?

R.:

Io sono un pittore figurativo ma la mia epoca, invece, è stata caratterizzata dall’astrattismo; ragion per cui, come ho avuto modo di scrivere, o ero fuori dalla mia epoca o ero fuori da me stesso.

Ho iniziato a sperimentare le carte assorbenti perché ricordavo una immagine che mi affascinava quando ero piccolo, e cioè le iridescenze della benzina sulle pozzanghere; da lì la necessità di trovare un sistema per catturarle e riprodurle. Dal 1963 ho trascorso trentacinque anni d’avanti alla vasca da bagno piena d’acqua facendo scorrere sulla superficie le “zatterine” galleggianti su cui vi era il colore. Dapprima ho tentato attraverso l’impiego delle tinte a olio verificando che esse galleggiano solo per il quaranta percento, il restante sessanta affonda nell’acqua. Quel poco che resta è inerte. Così sono passato alla tempera che galleggia al cento percento ma comunque inutile al mio scopo poiché le immagini restano quasi totalmente inattive. Infine ho sperimentato gli inchiostri di china che hanno un grande dinamismo: sono nate in questo modo le Carte assorbenti, un filone del quale, in campo artistico, vanto la primogenitura assoluta. Le reazioni che ne scaturivano erano frutto della meccanica dei fluidi, la versione più affascinante degli inchiostri galleggianti. A me non restava che immortalarle per ribadire come anche gli elementi sappiano disegnare.

Purtroppo oggi sarebbe impossibile ripetere le stesse operazioni in quanto la composizione chimica degli inchiostri non è più la stessa.

Le carte di Mozart (schermate prima del contatto con il colore)
Le carte di Mozart (schermate prima del contatto con il colore)

D.:

Oltre che per il colore deduco che ci sia stata una fase di studio persino per quanto ha riguardato i supporti cartacei e ogni altro mezzo adoperato allo scopo, è così?

R.:

Certamente. Ho cominciato con le carte assorbenti per essere sicuro della presa ma quando queste venivano sollevate dall’acqua il più delle volte si laceravano. Sulla carta normale invece la resa era perfetta. In seguito mi sono spinto oltre utilizzando finanche la pellicola Domo Pack.

Durante quel lungo periodo ho prodotto circa cinquanta generi grafici differenti adoperando per esempio sfere di polistirolo espanso per provocare reazioni elettrostatiche nelle particelle di china e realizzare così Le carte elettriche; oppure mi sono servito di ciuffi di capelli per la serie I capelli di Milvia. Con l’ausilio di schermi in carta velina invece ho realizzato I Frattili, Le carte di Mozart, Le traslazioni, ecc..

E poi spago, nastro, borotalco e tante altre materie hanno interagito e reso uniche le mie opere.

Luigi Piccolo Principe - ritratto, pastelli ad olio, 2000
Luigi Piccolo Principe – ritratto, pastelli ad olio, 2000

D.:

Osservando alcune opere della serie Le carte di Mozart, dalla sbalorditiva precisione geometrica, mi sorge spontaneo riflettere su come oggi questo genere di rappresentazioni sia perlopiù frutto di elaborazioni informatizzate. Nell’era dei personal computer l’arte rischia di perdere il contatto con la manualità?

R.:

Per me, che insegnavo Storia dell’Arte, il contatto con la materia è sempre stato fondamentale. Non c’è evoluzione nell’arte senza un approfondito studio dei meccanismi che determinano le trasformazioni. Tutto deve partire da qui, intervenendo fisicamente e in prima persona nell’opera, diventando compartecipante più che autore. Credo perciò che sia inadeguato, specie per un artista, delegare i propri pensieri a una macchina che li simula.

 

Edoardo De Candia (il presentimento della morte) - Ritratto. grafite. 1991
Edoardo De Candia (il presentimento della morte) – Ritratto. grafite. 1991

D.:

È stato utile, per l’artista, emigrare a Milano?

R.:

Nel 1970 da Bergamo mi sono trasferito a Milano e ho fatto ritorno nella mia Lecce solo da pochi mesi, posso dire quindi di aver trascorso nel capoluogo lombardo gran parte della mia esistenza. Lì, ho avuto l’occasione di conoscere grandi personaggi internazionali come il critico d’arte francese Pierre Restany e il direttore della Rivista D’Ars, Oscar Signorini. Grazie alla loro esperienza e all’impareggiabile supporto ho esposto in tutto il mondo: Stati Uniti, California, Giappone, Cina, Emirati Arabi Uniti, Israele, Russia, Europa del Nord, Inghilterra, Europa Centrale e naturalmente in tutta Italia.

 

D.:

Le Gallerie e il mercato dell’arte come hanno accolto la novità delle Carte assorbenti?

R.:

Purtroppo devo ammettere che in pochissimi hanno realmente creduto in quel filone della mia produzione. Eccezione fatta per amici come Giorgio Randone e la famiglia di Anna Maria Castelli che hanno collezionato molte delle mie opere, o per Marcello Ferrari dell’omonima Galleria, per il resto non posso raccontare di particolari successi o di proficue collaborazioni con le pinacoteche. Spesso addirittura mi ha pervaso la sensazione che vi fosse una sorta di preconcetto in questo ambito nei miei confronti perché meridionale.

Foglio immerso pendolarmente
Foglio immerso pendolarmente

D.:

Scorrendo le pagine dell’importante monografia edita da D’Ars nel 2010 mi sono ritrovato di fronte a decine e decine di ritratti e autoritratti, così mi sono chiesto da dove fosse scaturita, d’un tratto, la necessità di quel genere di rappresentazione figurativa che talvolta è anche natura morta.

R.:

Molto semplicemente i ritratti nascono da un bisogno di immortalare la realtà, o anche i ricordi, come istantanee quasi. Infatti credo di aver tentato così di colmare in parte la lacuna dovuta al non essere stato mai troppo avvezzo all’arte della fotografia. Inoltre ci sono opere di quello stesso periodo che ritraggono grandi autori della letteratura, della poesia, della politica come Hemingway, James Joyce, Neruda, Salvador Allende e tanti altri che mi attraevano più per le loro biografie che per la produzione letteraria.

 

D.:

A proposito di letteratura, c’è un libro o meglio, il suo protagonista che in particolare ritorna spesso e in varie forme nelle tue raffigurazioni; mi sto riferendo naturalmente al Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry. Perché è così presente?

R.:

Il Piccolo Principe per me è quello che si definirebbe il libro del cuore. Ne ho amato ogni singola pagina, frasi, illustrazioni e copertina comprese. Il Piccolo Principe è certamente una favola per adulti e tutti dovrebbero leggerlo. L’ho fatto mio e l’ho portato alla conoscenza dei miei alunni anche se talvolta, a causa della loro giovane esuberanza, non nascondevano la noia nel doverlo studiare. Salvo poi contattarmi per ringraziarmi dopo anni come ad esempio una mia ex alunna, ora diventata dottoressa, che incontrandomi mi disse: «Professore, quando lei ci leggeva il Piccolo Principe… ma che rottura di palle! L’ho riletto adesso e… grazie Massari!» Tutto accompagnato da manate sulla schiena.

Hemingway - grafite, inchiostri galleggianti e carte olografiche. Colorato con a tecnica degli schrermi. 1999
Hemingway – grafite, inchiostri galleggianti e carte olografiche. Colorato con a tecnica degli schrermi. 1999

D.:

Ora che ti sei stabilito definitivamente a Lecce quali sono i programmi imminenti? 

R.:

Francamente da quando sono rientrato ho badato poco alla mia produzione artistica però conto di riprendere presto a dipingere. Le idee non mancano. Attualmente sto organizzando una mostra a Nardò (LE) presso la Galleria Osanna dell’Avvocato Riccardo Leuzzi.

I capelli di Milvia - La lettera esse (tutte le lettere devono essere costruite sull'acqua ribaltate)
I capelli di Milvia – La lettera esse (tutte le lettere devono essere costruite sull’acqua ribaltate)

 

Senza titolo
Senza titolo

 

Studio da Donatello (grafite) 1992
Studio da Donatello (grafite) 1992

Un segno (d)istintivo per narrare un mondo: intervista a Giuseppe Lisi

 Incontro giuseppe Lisi

di Gianluca Fedele

 

 

Io credo che i nostri paesi siano fatti anche di figure le quali, pur essendo a noi poco note, contribuiscono con il loro quotidiano, minuzioso e per certi versi invisibile lavoro, a seminare quella cultura che si trasforma poi nella nostra identità e per molti aspetti anche orgoglio di appartenenza.

Giuseppe Lisi, che mi è stato segnalato da Marcello Gaballo prima e Sandro Tramacere poi, è il prototipo di quel soggetto appena descritto. Personaggio eclettico, artista spontaneo e docente presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce; vanta una mole di informazioni invidiabile, alla quale io naturalmente qui posso solo accennare.

Ospitale. Una volta concordata telefonicamente la data per l’incontro mi invita nella sua nuova abitazione e tiene a precisare che ciò che vedrò è solo un frammento del suo patrimonio fatto di opere e pubblicazioni, poiché la restante parte non è ancora stata oggetto di trasloco. In realtà la casa è letteralmente tappezzata di libri, tele, sculture e persino le lampade a sospensione sono frutto di esecuzione artistica.

Siamo stati insieme per quasi cinque ore ma il tempo è volato. Quella che leggerete è solo una minima parte del denso colloquio.

Il profumo del tempo
Il profumo del tempo

D.:

Mi piacerebbe cominciare questa conversazione con gli esordi artistici: in quali ambienti hanno avuto inizio le tue primissime esperienze?

R.:

Potrei iniziare parlando dell’A.C.R., che certamente mi ha formato sotto l’aspetto umano, ma devo dire che in realtà tutto ciò che riguarda il mio interesse per l’illustrazione e l’arte che mi caratterizza trova origine nella mia età più fanciulla: da bambino, piccolissimo, in campagna con mio padre. Ho anche lavorato come falegname nella bottega di “mesciu” Totò Formoso, un artigiano dell’epoca molto noto a quelli della mia generazione; insegnava disegno presso la sede della Società Operaia di Nardò. Devo quindi a questo personaggio le prime nozioni di disegno dal vero. Annovero inoltre, tra le mie importanti esperienze formative, anche l’apprendistato presso il laboratorio fotografico di mio cugino, il fotografo Gerry Bottazzo; vale a dire che già a dieci anni ero in camera oscura apprendendo, tra le varie nozioni, anche la tecnica del ritocco direttamente su pellicola o lastra.

 

D.:

Così piccolo e così tanti aneddoti. E lo studio?

R.:

La mia passione per lo studio la dimostrai sin da subito quando, coi sandaletti ai piedi nel freddo inverno, mi indirizzavo con una gran voglia di imparare verso la scuola elementare di via Pilanuova, all’epoca circondata solo da case diroccate. Vinsi un concorso di disegno raffigurando il “tempio della Fortuna Virile”. Conservo di quel periodo un bel ricordo del maestro Salvatore De Benedittis, il quale mi volle molto bene.

Come si è detto la mia non era una famiglia agiata e in ambito scolastico questo aspetto fu per me motivo di grande sofferenza poiché, alle medie, vi erano ancora distinzioni sociali tramite le file dei ricchi e quelle dei poveri. Mi resi conto che per essere accettato o, meglio, per ricevere maggiori attenzioni dai docenti il disegno poteva avvantaggiarmi; quindi in quel tipo di linguaggio cercai di eccellere: vinsi un altro concorso il cui premio consisteva, guarda caso, in un pacco di pastelli. Bisogna immaginare che a quei tempi, per noi bimbi, l’unico momento dell’anno in cui si ricevevano regali era l’Epifania; per me fu quindi, oltre che una grande gioia, un importante input che segnò la strada delle future aspirazioni.

Durante le vacanze estive, invece, andavo ricopiando le sculture che adornavano i viali delle ville di campagna.

Gli umori delle baccanti salentine
Gli umori delle baccanti salentine

D.:

Da alcune raffigurazioni mi sembra che traspaia una certa sensibilità per iconografie legate al misticismo religioso. Qual è il motivo di questa particolare attenzione?

R.:

Nell’epoca della mia giovinezza si poteva scegliere se trascorrere il tempo libero in un partito o in un oratorio. Io optai per la seconda ipotesi un po’ per una questione culturale ma anche perché avevo bisogno di risposte a certe domande esistenziali che presto o tardi tutti ci poniamo.

In quell’ambito ebbi anche la possibilità di dare sfogo alla mia creatività sia in campo teatrale, dove espressi con carattere il mio pensiero già critico, ché in quello grafico firmando, ad esempio, i manifesti per l’inaugurazione della chiesa di Santa Maria degli Angeli a Nardò.

 

D.:

Quali sono state le persone che ti hanno indirizzato lungo il percorso artistico e professionale?

R.:

Tra i primi nomi che mi vengono in mente, in ordine cronologico, ricordo il professore Giovanni Dell’Anna che, dopo aver visitato la biennale di Venezia, mi spinse a intraprendere la Pop Art come esercizio stilistico.

Devo molto, e in maniera diversa, anche a Giorgio Chierici, titolare della prestigiosa galleria “La Scaletta”, il quale lo conobbi all’Expo Arte e che mi presentò all’illustre critico Enrico Crispolti.

Queste sono solo alcune delle persone che notandomi hanno contribuito al mio successo ma l’elenco è davvero lungo.

Profumo di macchia mediterranea
Profumo di macchia mediterranea

D.:

È un caso che ti sia ritrovato a incontrare sempre le persone giuste al momento giusto?

R.:

Le cose accadono, ma bisogna prima di tutto volerle e perseguirle con costanza e abnegazione perché poi la bravura, specie nell’arte, la si riconosce subito, e lo dico da insegnante che è stato prima alunno. Inoltre non nascondo anche una buona dose di fortuna storica se a visitare la mostra dove io esponevo si sia trovato il gallerista o il critico giusto col quale intavolare un serio discorso.

 

D.:

Esiste ancora il rapporto tra Galleria e artista?

R.:

Le Gallerie, fino agli anni ’60 e ’70 avevano motivo di esistere perché vi erano ancora molti committenti in un circuito di frequentatori abituali e compratori assidui, oltre che esperti conoscitori del prodotto. Oggi quella fetta di mercato si è estinta quasi completamente e la maggior parte delle pinacoteche sopravvissute si sono convertite in associazioni culturali.

Eppure sarebbe bene che ci fossero ancora “mecenati” del calibro di Leo Castelli o Carlo Cardazzo, quelli che finanziavano le arti e facevano emergere i giovani talenti.

 

D.:

Credi che insegnare arte possa essere utile a uno sviluppo positivo della società?

R.:

L’arte educa, di questo ne sono convito. E, se praticata con passione, nelle scuole elementari e medie ha una valenza ancora più incisiva per il sano sviluppo dell’individuo. Ho insegnato in città degradate, con un altissimo livello di criminalità, tanto da vedermi puntare pistole contro, ma ho creduto nel potere del disegno sino in fondo. Riuscivo a comprendere la soggettività e i turbamenti dei miei alunni anche solo analizzando il loro segno calligrafico. Con l’ausilio dei mezzi più disparati, dalla videoproiezione alla fotografia, ho sottoposto l’arte a ragazzi disabili con risultati che personalmente ritengo molto appaganti. Per affrontare i casi più gravi mi sono documentato riguardo patologie complesse come la schizofrenia, al fine di essere all’altezza di un confronto con qualsiasi tipo di personalità; nel loro insieme ritengo tutte queste esperienze la mia più importante formazione.

Il profumo della pioggia
Il profumo della pioggia

D.:

In un mondo che pare sempre più indirizzato verso la digitalizzazione e la grafica informatizzata, che ruolo ricoprono le tecniche artistiche classiche?

R.:

Mi rendo conto che l’era digitale ha una sua funzione all’interno dell’epoca che stiamo attraversando ma bisogna capire cosa vogliamo farci. Renato Barilli una volta mi disse: “Gli artisti dovrebbero essere prima di tutto dei decoratori”. E la decorazione si esprime differentemente a seconda del luogo geografico nel quale viene realizzata: in Oriente, ad esempio, è solo modulo mentre da noi è rappresentazione visiva. Continuo citando anche Giulio Carlo Argan che osservava: “Quando si produce un’opera d’arte, per forza di cose, bisogna utilizzare degli strumenti”. Oggi ogni individuo – dotato di una certa sensibilità – può espletare la funzione espressiva con svariati mezzi ma ognuno di essi, a seconda di come viene utilizzato, modifica il senso dell’opera. Il computer può sembrarci una novità assoluta, una scorciatoia nel campo della manipolazione visiva, ma proviamo a immaginare Leonardo oppure Canaletto che già oltre cinquecento anni addietro, con le loro scarse possibilità, utilizzavano la camera ottica per imprigionare un’immagine e mantenerla ferma su un supporto, ciascuno di essi per i propri scopi scientifici o artistici.

Sto pensando naturalmente anche alla macchina fotografica analogica, la quale ha assolto la stessa funzione per decenni, lasciando all’artista la padronanza del poter definire i parametri con cui impressionare la pellicola. Per me la fotografia deve essere la sintesi di un fenomeno di istanti.

L’assenza di conoscenza ci sta inducendo a credere che tutte queste facilitazioni tecnologiche contemporanee siano anche delle novità scientifiche, ma ricordiamo che i neo-impressionisti avevano compreso, sul finire dell’ottocento, il senso del condizionamento del colore tramite il puntinismo. Quel fenomeno oggi, forse con superficialità, lo chiamiamo pixel e altro non è che una sintesi matematica di quel concetto.

 

D.:

Cosa rappresenta per te l’incisione?

R.:

L’incisione è la più antica forma d’arte conosciuta e i cavernicoli, in questo caso, sono i responsabili di un’operazione importantissima: hanno eternizzato la loro memoria. Molti artisti sono costretti ad affidarsi agli incisori mentre io, che conosco la tecnica, concepisco il segno in funzione dell’incisione. È un grande privilegio.

La presenza dell'angelo
La presenza dell’angelo

D.:

Possiamo includere le tue opere in uno stile surrealista?

R.:

Non esattamente. Come sappiamo c’è un surrealismo poetico e un surrealismo onirico, però, secondo me, visto che io guardo un insieme di cose, dalla Poesia Visiva alla natura, attraversando il disegno puro, passando per la fotografia e non ultima la criptoscrittura, direi con cognizione di causa che il mio stile è un insieme di linguaggi in cui il surrealismo occupa solo una parte. Forse, in qualche modo, anche le mie origini ma comunque diametralmente opposto al surrealismo di Dalì. Il surrealismo che accetto di buon grado è quello di Mirò o meglio ancora quello di Chagall perché ha preso alcuni aspetti del Cubismo e del Surrealismo e ne ha ricavato una fiaba. Ecco, la fiaba la vedo più consona al mio modo di comunicare. Per questo motivo io amo ripetere la formula de “Il profumo del tempo” e il profumo in fondo cos’è? Lo avverti, lo tieni dentro, non lo puoi toccare e lo esprimi con un esempio naturale citando un fiore, la brina, la terra ma resta comunque solo tuo.

 

D.:

Cosa rispondi a chi sostiene che ci siano delle influenze di Chagall nelle tue opere?

R.:

Quella è una storia divertente perché quando mi dissero per la prima volta che i miei lavori ricordavano i suoi quadri, io nemmeno sapevo chi fosse Marc Chagall e mi offesi quando Antonio Passa, Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Roma, mi suggerì di fare da assistente al pittore ebreo. Allora, forse per reazione, mi misi in testa che avrei dovuto preparare la tesi di laura proprio su di lui e da quel momento mi imbarcai in una ricerca estenuante fatta persino su testi russi e inglesi, in lingua originale, tradotti da amici. Oggi è certamente uno dei miei artisti preferiti.

Suonatrice di mandolino
Suonatrice di mandolino

D.:

In che cosa consiste la tua Poesia Visiva?

R.:

Quando io parlo di Poesia Visiva intendo un prodotto dalle origini antichissime, nel quale si integrano e avvicendano sinergicamente la scrittura e l’immagine, concepito per raccontare delle storie che fanno parte della cultura di un popolo, sia religiosa ché contadina. Nell’affrontare questo filone traggo molto dalla superstizione arcaica che si mescola col mistico: penso al mito della Taranta e al cosiddetto “Munaceddhu” che sono simboli del Diavolo, e persino agli angeli. Queste ultime sono figure che sento presenti, anche per vicende intime che appartengono alla mia famiglia, ma la cui effettiva esistenza viene messa in discussione finanche all’interno della Chiesa stessa. Pure per questo sono fortemente legato alla figura di Giotto e in particolare al suo ciclo pittorico delle Storie di san Francesco, per quella trasposizione di eventi che la grafica rende eterni.

Io, non a caso, appartengo alla generazione che ha trascorso la propria infanzia ascoltando le leggende che venivano tramandate dai nonni ai nipoti, tutti seduti intorno al fuoco.

 

D.:

Pensi che l’uomo tragga vantaggio dalla storia?

R.:

Purtroppo l’uomo cerca di percorrere sempre le strade più semplici, anche e soprattutto per la propria sussistenza. Ma io credo che le cose facili ti distruggono.

Pubblicazione nel catalogo DeAgostini 1998-99
Pubblicazione nel catalogo DeAgostini 1998-99

Un variopinto messaggio di pace e fratellanza: intervista ad Antonio Calabrese

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di Gianluca Fedele

I lettori, che spero si stiano appassionando ai racconti degli artisti che intervisto, sanno già che di rado mi è capitato di conoscere ciascuno di loro in un contesto, diciamo così, ordinario. Perlomeno per questo genere di ambiente, come può essere ad esempio una mostra. Potrei invece dire che le circostante attraverso cui mi sono imbattuto nelle loro vite è stato più o meno casuale; d’altronde così è accaduto anche con il maestro Antonio Calabrese, con il quale mi sono incrociato per la prima volta circa un anno fa all’interno di un laboratorio per cornici. A seguito di qualche breve battuta ci siamo scambiati i contatti e da lì la promessa di rivederci presto. In effetti, a ripensarci, c’ho messo un po’ prima di farmi sentire.

Una sera, mentre mettevo a posto delle carte nei cassetti del mio studio, mi è capitato tra le mani il biglietto da visita che il mite professore mi aveva dato e ho prontamente provveduto a chiamarlo, per rimediare all’attesa e fissare quindi un appuntamento. Dopo un paio di giorni sono già suo ospite: nell’ingresso dell’abitazione dove vive, a Nardò, egli ha allestito una vera e propria galleria di quadri, quasi tutti dell’ultimo periodo e un paio di tele più datate, spiegandomi che solo da una decina d’anni, dopo cioè il pensionamento, ha potuto dedicarsi interamente alla grande e per troppo tempo trascurata passione che è la pittura.

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D.:

La prima domanda sorge spontanea: come si conciliano la carriera di insegnante e quella di artista?

R.:

In realtà, nel mio caso, la carriera di insegnante di scuole elementari ha sottratto molto, certamente troppo tempo alla pittura ma soprattutto la concentrazione che naturalmente essa richiede. Inoltre l’assegnazione di cattedra a Verona mi ha portato lontano da casa per tantissimi anni e solo di recente mi ero stabilito finalmente a Nardò, insegnando presso diversi istituti scolastici della provincia di Lecce. In fondo una storia comune a tanti colleghi insegnanti. Per questo motivo non ho mai pensato alla carriera di pittore, almeno fino a quando non mi sono congedato.

 

D.:

Qual è stata la materia insegnata con maggiore entusiasmo?

R.:

Io faccio parte della generazione dove vi era un unico maestro per tutte le materie, per cui ho insegnato contestualmente geografia, storia e matematica ma gli studi sociali devo dire che mi hanno sempre appassionato in maniera particolare, e nel settore antropologico ho voluto soffermarmi, anche e soprattutto per mie ricerche personali.

 

D.:

Le prime opere a quale periodo appartengono?

R.:

Già dalle scuole medie e successivo Istituto Magistrale colsi nelle mie doti una certa propensione per la raffigurazione artistica e per la pittura in particolar modo, che però solo successivamente assecondai in maniera adeguata dedicandole, come hobby, gli esigui spazi che la professione di insegnante mi concedeva. Esposti in questa stanza, ad esempio, si possono vedere quadri di oltre trentacinque anni or sono ma dai quali, in fondo, emerge una sorta rodaggio stilistico, se confrontate con le raffigurazioni appartenenti all’attuale filone intrapreso ultimamente.

 

Niente per cui uccidere o morire_ Anno 2012
Niente per cui uccidere o morire_ Anno 2012

D.:

Quando ha avuto inizio il contemporaneo percorso dedicato a questi paesaggi eterei?

R.:

Esattamente dieci anni fa. Nel 2005 infatti realizzai un paio di opere che in un certo qual modo sancivano l’inizio del lungo cammino attraverso le fiabe che dipingo. Conservo ancora quelle tele, e molto gelosamente anche; sono le uniche dalle quali non ho intenzione di separarmi assolutamente. Fui a tal punto rapito da questa intuizione, dall’aver trovato lo stile identificativo, nonché il personale linguaggio espressivo, che continuai a lavorarci per migliorarlo e affinarlo. È una tecnica che mi appaga e giunto a questo punto io credo che non l’abbandonerò più.

 

D.:

Per quale ragione alcuni quadri sono corredati di testo?

R.:

Va detto che questi paesaggi fiabeschi sono creati per un pubblico anagraficamente variegato, ma possono essere letti meglio solo dal bambino innocente che è dentro ognuno di noi. Spesso, per rafforzare il messaggio, prendo in prestito alcune citazioni tra quelle che più mi hanno colpito; un esempio tra tutti è la canzone Imagine diJohn Lennon, il cui testo incarna perfettamente il mio pensiero e di conseguenza l’aspirazione ultima della mia attività di pittore, tant’è vero che ne ho recentemente utilizzato un estratto in un’opera.

Talvolta alcune frasi sono riportate a fronte della tela, a corredo dell’immagine, attraverso una poesia o poche semplici parole. Altre volte sul retro, rendendo il quadro double face.

 

Niente per cui uccidere o morire_ RETRO
Niente per cui uccidere o morire_ RETRO

D.:

Per quanto riguarda le poesie, prediligi qualche autore in particolare?

R.:

Le poesie di Gianni Rodari spesso mi sembrano concepite per descrivere i miei quadri giacché si rivolgono proprio al bimbo interiore, che poi è anche il mio interlocutore. Quella parte semplice, buona ma altresì scomoda, nella vita di tutti i giorni tendiamo a sfuggirla perché la società moderna ci preferisce artefatti. È per questo che dedico allo scrittore piemontese molta attenzione in quanto il suo linguaggio e i suoi pensieri il più delle volte collimano con i miei. C’è anche la poesia “Ho dipinto la pace” di Tali Sòrek che esprime molto bene il senso di ciò che faccio.

 

D.:

C’è stata o c’è qualche persona che ha contribuito più di altre affinché l’estro artistico fosse correttamente coltivato?

R.:

No, non una persona in particolare ma tutte quelle che nel corso degli anni si sono dimostrate attente alla mia arte hanno contribuito a motivarmi. Soffermarsi a guardare un quadro non è sufficiente. I quadri, se si apprezzano veramente, vanno acquistati affinché l’immagine, per catturare la sensibilità del maggior numero di persone, possa transitare il più possibile. Diversamente, se i dipinti restano relegati all’esposizione estemporanea, non ha quasi senso produrli.

Oggi, grazie soprattutto all’importante supporto della Galleria Art&Co. di Lecce, ho riscontrato un discreto successo presso gli appassionati che gradiscono e portano nelle proprie abitazioni i miei dipinti.

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D.:

Certamente ci saranno invece dei punti di riferimento tra i grandi maestri della pittura. Quali?

R.:

Il metafisico Giorgio De Chirico e il surrealista Salvador Dalí sono i primi nomi che mi vengono in mente. Ma mi piacciono molto anche gli impressionisti. Attualmente guardo con parecchio interesse alle installazioni interattive moderne, molte delle quali le trovo suggestive ed estremamente efficaci.

 

D.:

È il Surrealismo la corrente artistica nella quale collocheresti i tuoi lavori?

R.:

Non credo che possa contenere appieno le mie opere poiché il Surrealismo originale tende a elaborare, imbellettare ciò che nasce ruvido. I surrealisti trattano i conflitti dell’animo, purificandoli; io invece prendo solo il buono che c’è e cerco di esaltarlo, anche perché della restante parte ne abbiamo già abbastanza.

 

D.:

Quanto ha influito, sulle tematiche trattate e sulla grafica scelta per illustrarle, l’aver avuto a che fare con i bambini?

R.:

Penso che ci siano delle connessioni e che l’innocenza dei bimbi abbia in qualche maniera influito sulle ambientazioni, ma non eccessivamente. Dopo tutto i paesaggi rappresentati appartengono a una dimensione metafisica, eterea, di sogno quindi. Ma un sogno cosciente, positivo, setacciato da ogni incubo o turbamento. Forse, più correttamente, potremmo dire che i miei quadri ritraggono un desiderio, una speranza di cambiamento per l’umanità. Quest’ultima, nel suo percorso evolutivo, deve necessariamente raggiungere un clima di fratellanza per non rischiare di estinguersi. Immagino perciò un universo dove ogni essere viva in pace col prossimo.

 

D.:

Mi è sembrato di capire che la musica abbia in qualche maniera influenzato questo pensiero “pacifista”. È così?

R.:

Certamente. Il singolo di Lennon è solo uno dei tanti esempi di canzoni alle quali mi riallaccio quando dipingo. Mi affascina gran parte del cantautorato internazionale compreso tra gli anni ’60 e ’70 perché era ancora vivo e palpabile, attraverso il significato dei testi, un senso di fiducia per la pace nel mondo e un futuro sgombro dalla minaccia della guerra. In quel periodo la parte sana dei giovani inneggiava alla crescita sociale e alla diffusione della consapevolezza attraverso l’esempio.

Non voglio credere che il discorso intrapreso da quella generazione si sia bruscamente interrotto, anzi desidero immaginare che presto rifioriranno, nuovi e splendenti, i grandi sentimenti di fratellanza e solidarietà che hanno contraddistinto quella che fu, per molti versi, una meravigliosa epoca.

 

Si può spiccare il volo. Con la fantasia si può volare.
Si può spiccare il volo. Con la fantasia si può volare.

D.:

Possiamo ritenere conscia la totale assenza, nelle raffigurazioni, di giocattoli moderni come possono essere i robot e i videogames?

R.:

Quella di omettere uno specifico genere di prodotti, a vantaggio di personaggi di pezza e giostrine, è sì una scelta, perché ho la presunzione di collocare i miei dipinti in una dimensione svincolata dalle epoche e dalle mode contemporanee. Ma allo stesso tempo, ovviamente, non posso nascondere che gli arcaici giochi dei sassolini e dei finti archibugi appartengono alla mia epoca, alla mia fanciullezza.

 

D.:

Considerando la personale esperienza, quanto è importante per un artista affidarsi a un gallerista?

R.:

Importantissimo, quasi una necessità! Per me la galleria Art&Co. ha rappresentato un valido aiuto sotto molti aspetti, sia dal punto di vista economico che da quello logistico. Per fare un esempio: occorre un professionista per preparare, allestire e curare una mostra personale o anche collettiva di successo, non si può improvvisare d’essere persone esperte. A ognuno il suo. Inoltre i contatti giusti possono fare la differenza sul buon risultato; e non parlo solo di clienti ma anche di critici coi quali sondare la soglia di apprezzamento delle opere. Tutto questo senza contare poi il trasporto del materiale espositivo laddove la mostra sia distante dalla residenza dell’artista.

 

D.:

C’è qualche artista locale che ti piace per il suo lavoro?

R.:

Conosco personalmente e apprezzo moltissimo lo scultore neretino Daniele Dell’Angelo Custode per le sue indiscutibili doti pratiche e artistiche. Daniele, che è molto più giovane di me, è ancora alla ricerca della sua strada da percorrere ma ha molto talento ed è ambizioso. Riuscirà a raggiungere di sicuro gli obiettivi che si è prefissato.

 

D.:

In che modo il nostro territorio risponde alle necessità crescenti degli artisti salentini?

R.:

Con difficoltà, io credo. C’è ancora tanto da fare e le amministrazioni pubbliche hanno il dovere di individuare nuovi spazi per l’arte, al fine di permettere agli artisti di lavorare ed esporre anche gratuitamente. Capisco che non viviamo a Milano ma avere anche qui dei poli museali per l’arte consentirebbe alle famiglie di apprezzare opere che magari non tutti possono permettersi di avere in casa. A me, un paio d’anni addietro, è stata data la possibilità di esporre in maniera permanente un quadro, addirittura all’interno di una importante pinacoteca in Egitto; la stessa cosa non vedo perché non possa avvenire da noi.

 

D.:

A cosa serve, oggi, qui, produrre arte?

R.:

Chi fa arte sa di sollecitare determinate consapevolezze e si prefigge di ingentilire gli animi, di smusare certi spigoli propri dell’uomo. Sono dei propositi altissimi soprattutto se si considera che oggi siamo contaminati da innumerevoli inasprimenti. Poi l’arte è un bisogno che nasce da dentro. Chi fa arte spesso è alla ricerca di risposte che intimamente già conosce. Gli artisti, in tal senso, sono dei ricercatori instancabili che leggono, si informano, ascoltano buona musica e tutto questo induce loro e chi li osserva ad essere mentalmente aperti, disponibili ai cambiamenti, nonché meno propensi ai contrasti.

 

D.:

Quali attese riserva il nuovo anno?

R.:

Io spero di continuare a dipingere con la stessa costanza, perché le giornate trascorse senza dipingere per me sono quasi vuote. E poi vorrei che il messaggio di pace contenuto nei miei quadri si diffondesse in tutto il mondo come un virale e colorato passaparola. L’opera dal titolo “Niente per cui uccidere o morire” è la mia personale presa di posizione contro le armi e ogni altro tipo di violenza. La guerra, infatti, è una forma di dialogo da evitare con cura.

Leverano. Quegli artisti figli della nostra terra

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di Gianluca Fedele

Si è appena conclusa “Tracce d’Arte 3”, collettiva durata tre giorni e allestita all’interno della regale Torre Federiciana, nel cuore del borgo antico di Leverano (LE). Questa terza edizione, organizzata contestualmente alla “Festa del Vino Novello”, è stata fortemente voluta dall’assessore alla Cultura Enzo Mega e magistralmente curata da Anna D’Amanzo, che è anche l’ideatrice dell’evento. “Tracce d’Arte” offre da sempre la possibilità di ammirare interessanti selezioni di opere pittoriche e scultoree prodotte da artisti emergenti e nomi più noti.

Opere e artisti del Salento che si differenziano per stile, gusto e tecniche ma che conservano un saldo e ben distinguibile attaccamento al territorio. Un legame forse perverso, manifestato non tanto dai temi trattati quanto dai colori passionali e veraci che riflettono un masochistico legame al luogo di appartenenza, come un amore non ricambiato.

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Tra le opere che maggiormente hanno colpito gli avventori di questa edizione troviamo due importanti busti in cartapesta raffiguranti i “Mori Veneziani”, statue realizzate da Mario Di Donfrancesco, la cui bottega ha ospitato una recente puntata del celebre programma televisivo “Ulisse” di Alberto Angela.

Sculture anche per la leccese Carolina Sperti che esponeva le sue deliziose e ormai celebri “Cummari”, figure femminili in terracotta abbigliate con indumenti che riportano a una dimensione antica. Donne dagli sguardi trasognati e dalle braccia infinite.

Ancora scultura per Massimo Miglietta di Trepuzzi, ma questa volta in pietra leccese, materia con la quale l’artista si cimenta nella realizzazione di intrecci geometrici oltre che concettuali.

Da Monteroni i fratelli Luigi e Maurizio Martina erano presenti con singolari opere figurative, sicuramente differenti tra loro ma unite da un comune ingegno e dalla necessaria ed evolutiva ricerca stilistica. Luigi ha aggiunto a questa collettiva l’elemento scultoreo proponendo al fruitore “prigioniero 2” che è alla base del proprio studio contemporaneo.

Presentava le sue opere anche Anna D’Amanzo che, con una apprezzabile raccolta di incisioni e quadri carichi di passione, esprime i suoi personali stati d’animo attraverso fattezze umane e colori brillanti.

Scene che oscillano tra la metafisica e il fiabesco quelle dipinte ed esposte in questa collettiva da Nadia Esposito, promettente e prolifica artista di Calimera.

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Immediatamente riconoscibile il tratto di Fabrizia Persano in certe inquadrature di primissimo piano, come se per realizzarle l’artista avesse adoperato lo zoom di una macchina fotografica.

Daniele Bianco di Nardò lo abbiamo ritrovato tra le opere pittoriche, quelle maggiormente influenzate dal Salento, dai simbolismi e dalle architetture più autoctone, finanche dai paesaggi ma che si guarda bene dal raffigurare in modo impressionista.

Infine, ma non certo per importanza, Albino Mello che, reduce dall’esperienza dell’Expo di Milano, ha esposto complementi d’arredo unici. Queste opere polimateriche e luminose, realizzate perlopiù in ferro battuto, sono un simpatico compromesso di artigianato moderno creativo.

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Occasioni di questo genere rappresentano un esempio da emulare in ogni città poiché permettono innanzitutto di visitare beni architettonici spesso inspiegabilmente inaccessibili e, ancora, creano l’occasione per conoscere e dialogare con artisti notevoli, figli della nostra terra, per aprire un varco ideale tra le loro opere e il modo di percepire il mondo.

Le città nelle sfumature del “pittore giramondo”: intervista a Tonino Caputo

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di Gianluca Fedele

 

Quando da ragazzino cominciai ad appassionarmi all’arte contemporanea, tra le opere che guardavo con maggiore attrattiva, dall’esterno delle gallerie del mio paese, ricordo vivamente certi ponti di Brooklyn di Tonino Caputo. Fu uno dei primi artisti che mi affascinarono, e all’epoca la seduzione esercitata dalle opere era puramente estetica, scevra da ogni tipo di contagio concettuale. A distanza di anni ho finalmente realizzato che tra gli aspetti che mi colpirono di più in assoluto vi era certamente quella luce crepuscolare che caratterizza la maggior parte delle sue vedute metropolitane.

Del mio desiderio di conoscere personalmente Caputo ne ho parlato di recente a Sandro Tramacere, un caro amico che gestisce una caratteristica galleria d’arte con annessa sala da barba su corso Galliano a Nardò (LE). Appena il tempo di fare una telefonata e mi ha già procurato il luogo per l’incontro; guarda caso il maestro il giorno dopo inaugurava una sua personale di incisioni a Lecce, su via Palmeri. Ovviamente ci vado e mi presento, e ricevo un appuntamento per la mattina seguente.

Caputo è in compagnia del suo inseparabile allievo, Marco Sciame, anch’esso impegnato negli stessi giorni nella realizzazione di una mostra all’interno del monastero dei Teatini di Lecce.

Dopo una fugace colazione insieme ci accomodiamo a chiacchierare.

 

MID TOWN - 2004 - 80x60 - olio su tela (coll. priv.)
MID TOWN – 2004 – 80×60 – olio su tela (coll. priv.)

D.:

Dico subito, senza inibizioni, che è per me un grande privilegio sedere di fronte a uno dei miei pittori contemporanei preferiti e offrire l’intervista che segue ai lettori di Fondazione Terra d’Otranto.

Hai acquisito l’appellativo di “pittore giramondo” grazie agli svariati viaggi, soste, lavori in ogni continente; da qualche battuta mi è parso di capire che la migrazione è una caratteristica insita nella tua famiglia, è così?

 

R.:

In effetti nella mia famiglia si intrecciano storie e aneddoti di emigrazione a partire da mio nonno, Eugenio Caputo, che nel 1905 partì per l’Argentina con lo scopo di andare a trovare il fratello che lavorava a Córdoba come capostazione, lo stesso anno in cui nacque mio padre. Mia nonna, che lo avrebbe dovuto accompagnare, arrivata a Napoli non lo seguì per via del suo terrore dei bastimenti. Nonno Eugenio mantenne i contatti con la famiglia rimasta in Italia sino alla guerra ma dopo la morte della moglie, avvenuta a causa di un tumore, di lui non fece pervenire più alcuna notizia. E nulla si seppe almeno fino a quando dal continente sudamericano non arrivò un Caputo, probabilmente un figlio in cerca delle sue radici, che mio padre orgogliosamente non accettò di incontrare.

Questa, in breve, è la storia dell’emigrazione più diretta che ho ma ci furono comunque diversi parenti prossini che nello stesso periodo salparono per gli Stati Uniti o per altri lidi del mondo. Il recente passato del meridione d’Italia, infatti, è costellato di vicende di questo genere poiché erano in tanti a cercare di sfuggire da quelle condizioni di vera, estrema povertà nelle quali si viveva.

 

D.:

Oggi la questione della migrazione la si torna a vivere ma in questo caso noi siamo dalla parte di chi ospita; qual è il tuo pensiero su questo delicato argomento?

 

R.:

Se ne sentono tante in TV ma io non amo quel tipo di destra che con presunzione sostiene quanto la nostra nazione sia migliore a confronto di altre. Questa gente si dimentica, per esempio, che la Reggia di Caserta è stata realizzata da un famosissimo immigrato olandese: Luigi Vanvitelli, nato Lodewijk van Wittel. La storia della penisola italica è fatta anche di storie di tanti immigrati che hanno soggiornato dimostrando passione e amore. Poi ci sono stati anche casi contrari come quello di Voltaire, che non perdeva occasione per scrive male di illustri italiani come Michelangelo e Raffaello, però in questo caso qualche stupidaggine glie la si può anche abbonare.

Noi italiani abbiamo molte peculiarità ma non più rispetto altri cittadini del mondo. Ciò che si dovrebbe recuperare è invece il senso della tradizione che va pian piano scemando senza che nessuno se ne preoccupi.

 

ATTESA 50x70-1986 (coll. priv.)
ATTESA 50×70-1986 (coll. priv.)

D.:

Prima di te vi erano altri artisti nella tua famiglia?

 

R.:

Dalle notizie che mi sono pervenute so che mio nonno materno era un falegname che lavorava in maniera estremamente rifinita, un ebanista vero, reale. Per quanto riguarda mio padre, lui era un fotografo ma all’epoca, qui, chi praticava la fotografia non era considerato effettivamente un artista.

Come si è capito io vengo da una famiglia modesta dove l’urgenza per la “pagnotta” spesso sottraeva tempo alla cultura e alle sue declinazioni. Nonostante il periodo cupo ho però sempre riconosciuto a mio padre una sete di conoscenza, manifestata soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita quando venne a vivere da me ed ebbe la possibilità di dedicare del tempo alla lettura. Amava molto Dumas de I tre moschettieri, Il visconte di Bragelonne, Il conte di Montecristo, Vent’anni dopo, e tanti altri titoli dello stesso genere. Romanzi che divorai anch’io successivamente.

A casa comunque volevano che io studiassi per diventare medico o ingegnere.

 

D.:

Quali sono state le circostanze in cui hai compreso di essere un pittore?

 

R.:

Più che le circostante sono state le persone a farmi capire che l’arte era la mia strada. Come si è detto in casa vi erano pochi libri e anche per questa ragione io frequentavo la famiglia di Ugo Tapparini dove sua madre, una donna molto colta, mi mise a disposizione la loro importante e ben fornita libreria. Lì conobbi anche Vittorio Pagano, zio di Ugo. Fu proprio il noto poeta a scoprire il mio talento quando, un po’ scettico, venne per la prima volta nella stanza dove tenevo i lavori asserendo: “tutti pittori oramai state diventando!”. Poi però andò via portandosi appresso un paio di quadri e la cosa mi inorgoglì estremamente.

Devo molto anche alla poetessa Rina Durante che mi esortò a inviare un’opera dalla quale venne conquistata alla rassegna culturale “Maggio di Bari”. In quella circostanza vinsi un premio che sancì il mio battesimo artistico.

Omaggio a Mantegna - 60x110 - 2009 (coll. priv.)
Omaggio a Mantegna – 60×110 – 2009 (coll. priv.)

 

D.:

A quando risalgono le tue prime esposizioni pubbliche?

 

R.:

Nel 1957 presi parte alla mia prima mostra, una collettiva che si allestì all’interno del Palazzo del Seggio di Lecce dove, insieme a me, esponevano Antonio Massari, Edoardo De Candia, Franco Gelli, Garusso e Paolo Re. Io vendetti cinque o forse sei dipinti.

Ricordo benissimo quel periodo così travagliato della mia vita: la mia compagna di allora, quella che sarebbe poi diventata la mia prima moglie, era incinta e per l’epoca rappresentava uno scandalo il fatto che non si fosse ancora celebrato il matrimonio. Dopo la funzione religiosa vendemmo gli ori e con il ricavato, sommato a quello della vendita dei quadri, partimmo alla volta di Roma dove mi stabilii definitivamente.

 

D.:

Cosa ti ha spinto a scegliere proprio la capitale come destinazione per iniziare la nuova vita di uomo e di artista?

 

R.:

Roma è certamente un luogo che non si può ignorare assolutamente. Ancora oggi dopo decenni di permanenza, quando ho la possibilità di passeggiare per le sue strade, la città eterna riesce a sorprendermi con dettagli importanti che non avevo ancora colto. Seguo e rimango ammaliato da quelle che sono le nuove scoperte archeologiche poiché arretrano la sua fondazione di circa duecento anni – in periodo etrusco quindi – ponendo il dubbio persino sulla reale esistenza di una figura cruciale come quella di Romolo.

 

D.:

So che hai studiato architettura: cosa mi racconti del periodo universitario?

 

R.:

Nella realtà dei fatti quella è una leggenda messa in piedi da chissà chi. Voglio finalmente sfatare il mito che mi vedrebbe laureato in architettura perché io mi iscrissi alla facoltà solo per essere mantenuto dai miei genitori per il tempo necessario a costruirmi una posizione. Preparai e superai giusto tre esami che poi riguardavano materie abbastanza semplici per me come “Disegno dal vero” e “Rilievo dei monumenti”. Avrei anche potuto dare matematica – ero molto bravo al Liceo Scientifico – solo che non mi interessava. Sapevo già che volevo fare il pittore, contravvenendo alle aspettative che i miei genitori coltivavano sul mio futuro.

L’architettura mi ha sempre appassionato ma da punto di vista figurativo poiché, come diceva Algarotti, essa è la madre di tutte le arti.

 

D.:

Dalla tua biografia scopro che a Roma non ci sei rimasto per molto tempo; quali sono state le tue prime mete fuori dall’Italia?

 

R.:

Ho sempre mantenuto un appoggio a Roma pur viaggiando tanto. Feci i miei primi spostamenti professionali all’estero grazie a un mio zio – l’unico facoltoso in famiglia – che lavorava presso il Ministero delle Finanze come Segretario del Capo di Gabinetto. Fu lui a procurarmi in tempi brevi il passaporto, snellendo di molto l’iter burocratico.

A soli vent’anni iniziai a muovermi scoprendo l’Europa; le prime mete intermedie furono Montecarlo e Lugano. Alla nascita di Tiziana, la mia prima figlia che ora purtroppo non c’è più, fui però costretto a rimanere fermo per un po’ e a lavorare per conto di architetti al fine di mantenere la famiglia.

Nel 1962 avvenne la separazione dalla mia prima moglie ed ebbe così inizio un periodo della mia vita caratterizzato da uno stile errabondo ma anche ricco di numerosi successi. Fortunatamente si erano concluse una serie esposizioni e la vendita di molte opere mi garantiva una certa solidità economica. In più avevo conosciuto una ragazza francese che, dopo essere stata a dormire da me per pochi giorni, mi invitò a trascorrere a Parigi qualche settimana. La prima volta ci andai esclusivamente per evidenti motivi sentimentali ma ci ritornai qualche mese più tardi con un amico pittore. Con quest’ultimo ci presentammo quasi per gioco a “La Galerie des Jeunes” presso Rue de l’Ancienne-Comédie esibendo alcuni quadri; lì io fui scelto per fare una mostra e rimasi nella capitale della moda per circa un paio d’anni.

 

D.:

Quand’è incominciato il sodalizio con Carmelo Bene?

 

R.:

Carmelo l’avevo conosciuto a Lecce che aveva sedici anni, in una piccola soffitta nella quale si ritirava per studiare e perfezionare fino allo sfinimento un italiano sempre più puro. Ci perdemmo di vista perché lui andò a Firenze e poi a Torino ma ci ritrovammo nel ’62 al teatro Ariston dove portava in scena il “Gregorio”, opera che trovai molto interessante. Salutandoci ci lasciammo con la promessa di rivederci a Roma.

E difatti Carmelo si sistemò a vivere con tutta la compagnia teatrale in un appartamento che avevo preso per me dopo la separazione. Ci dividemmo nuovamente durante la mia parentesi parigina per rincontrarci ancora nel ’66. La prima locandina che gli disegnai fu per il “Faust” e da lì tutta una serie di collaborazioni sino ad arrivare al film “Capricci”, girato quasi completamente nella mia abitazione di via di Montoro, nel quale recitavo una parte anch’io. Nelle riprese sfasciammo a colpi di arance tre opere d’arte ricostruite ad hoc con oggetti reali e raffiguranti un Morandi, un De Chirico e un Guttuso come sfregio nei confronti dell’arte contemporanea.

 

D.:

Chi dei due ha più influito sull’arte dell’altro?

 

R.:

Il barocco è mio perché questa è una caratteristica insita dei pittori e degli scultori. L’attore, come il poeta, al massimo può nascere bizantino, perché esprimersi in maniera barocca significa demolire la recitazione.

Nel caso del bizantinismo si utilizzano delle parole che possono trarre in equivoco generando differenti accezioni, mentre col barocco si può anche usufruire di un vocabolario fiorito ma il messaggio rimane univoco.

Con Carmelo ebbi una furiosa discussione quando sostenne che noi pittori siamo cultori di morte in quanto, secondo il suo parere, noi la temiamo. Io gli risposi che a temerla sono più loro che una volta scomparsi dal palcoscenico della vita lasciano poche tracce della loro opera – almeno se non si considera la recente rivoluzione radiotelevisiva –, mentre noi artisti della materia, che viviamo quotidianamente coi nostri fantasmi, disseminiamo orme colorate lungo il nostro passaggio.

 

SOUTH TOWN CHIMNEY - 50x70 - olio su tela (coll. priv.)
SOUTH TOWN CHIMNEY – 50×70 – olio su tela (coll. priv.)

D.:

L’assenza della figura umana all’interno delle opere spinge molti a definire la tua un’arte metafisica; tu che nome dai al tuo stile?

 

R.:

La definizione di neo-metafisico mi è stata applicata da un grande storico d’arte, il prof. Fortunato Bellonzi, segretario della Quadriennale di Roma che è stato come un padre per me. Ma io gli risposi che sono semplicemente Tonino Caputo. Le etichette sono cose superflue nell’arte, che servono solo ai critici. Devo comunque ammettere che fu proprio Bellonzi a spingermi nella rappresentazioni delle città scorgendo un piccolo quadro nel mio studio che volle assolutamente far vedere ai galleristi Antonio ed Ettore Russo.

La figura dell’uomo ha fatto, di tanto in tanto, la sua comparsa sulle mie tele ma dove possibile ho sempre preferito ometterlo perché, a mio avviso, sa essere un grande costruttore tanto quanto sa distruggere. Persino ciò che di bello ha realizzato.

 

D.:

La mostra di questi giorni in via Palmieri a Lecce ha come protagoniste una serie di incisioni; quanto conta la tecnica nella tua produzione?

 

R.:

Sono certo che un buon pittore debba essere prima di tutto in ottimo disegnatore. Per quanto mi riguarda dipingo quello che penso, ed è un criterio esaustivo perché il mio primo pensiero lo incido sulla carta e solo dopo ci costruisco intorno un quadro.

A questo proposito voglio ricordare un breve episodio accaduto tra Pablo Picasso, Henri Matisse e un artista esordiente che conversavano tra loro. Quando il giovane sostenne: “io dipingo ciò che sento!”, Matisse rispose: “io dipingo quello che posso!”. Picasso concluse: “io dipingo quello che voglio!”

In questo divertente aneddoto vi sono racchiuse le tre categorie di artisti.

 

Pier Delle Vigne - 1992 - olio su tela - 100x100 (coll. priv.)
Pier Delle Vigne – 1992 – olio su tela – 100×100 (coll. priv.)

D.:

Quali sono i tuoi artisti prediletti?

 

R.:

Sicuramente Giorgio De Chirico. Poi c’è Cosmé Tura, un pittore dall’enorme calibro artistico. Ancora Piero della Francesca, per il quale non ho mai fatto segreto il mio amore smisurato. Ovviamente mi piace molto anche Masaccio.

Comunque sia, amare un artista è un fatto che fa parte del momento in quanto, spesso, quel pittore che hai odiato in giovane età finirà per stregarti più avanti, studiandolo e comprendendone il percorso.

 

D.:

Durante la tua carriera hai allacciato rapporti con gallerie di tutto il mondo; quanto hanno influito sul tuo successo?

 

R.:

Certamente i miei galleristi hanno contribuito in maniera determinante sulla popolarità e la diffusione delle mie opere ma va sottolineato un aspetto fondamentale del mio iter e cioè che non mi sono mai fatto dettare la linea da nessuno. Persino Giorgio Corbelli di Telemarket mi ha dato carta bianca su tutte quelle che erano le mie occorrenze.

 

D.:

Quanto la vendita televisiva ha mutato il modo di intendere il commercio dell’arte?

 

R.:

Purtroppo la televendita di opere d’arte ha contribuito all’estinzione delle vere gallerie che a un certo punto non potevano più essere competitive in quella fascia di mercato. Oggi,  per la maggior parte dei casi, il vero appellativo per questa categoria di intermediari è “commercianti di quadri”. Si è andata perdendo la poesia e la cultura che foraggiava le importanti pinacoteche mentre chi esercita attualmente questo mestiere, nella stragrande maggioranza dei casi, lo fa unicamente per scopi di lucro.

Come si può, mi chiedo, applicare a un’opera il cinquanta per cento di sconto, come fosse un qualsiasi complemento d’arredo.

Poi, come se non bastasse, oggi c’è Ebay a peggiorare la situazione…

 

D.:

Cosa suggeriresti a un ragazzo che timidamente muove i primi passi nel mistico mondo dell’arte?

 

R.:

Direi di diffidare dalle ammalianti sirene che suggeriscono di fare tre schizzi o un taglio per avere un’opera d’arte. Lo poteva fare Lucio Fontana ma se tu lo copi non hai fatto nulla se non scimmiottare l’intuizione altrui. Un artista che si rispetti fa prima di tutto una ricerca per se stesso, che sia intimamente reale. Per me non ci sono maestri nell’arte perché chi è artista dentro non vuole insegnare nulla a nessuno se non tramandare tecniche ed esperienza.

 

D.:

Che propositi coltivi per i prossimi mesi?

 

R.:

Amico mio, dopo una vita da ramingo, a 82 anni l’unico proposito che posso permettermi è quello di sopravvivere. Poi si vedrà.

L’Ultrarealismo, la nuova frontiera dall’arte: intervista a Rocco Normanno

 Intervista

di Gianluca Fedele

 

L’artista che incontriamo oggi è uno di quelli che si stagliano nell’Olimpo della pittura figurativa contemporanea. Non si resta indifferenti incrociando le opere di Rocco Normanno; rappresentazioni chiare dai messaggi inequivocabili che fotografano il nostro tempo utilizzando, con dovizia di particolari, i canoni pittorici del ‘600.

Ho conosciuto Normanno nel modo più semplice che ci possa essere oggi: Facebook. Un amico comune aveva condiviso il link riportante una notizia che lo riguardava e cioè che il dipinto “Testa di bue” gli fosse valso la vittoria del Premio Alferano di Castellabate (SA).

Appassionatomi immediatamente all’arte di questo giovane pittore salentino mi sono sentito autorizzato a mettermi in contatto con lui. Quando mi ha spiegato che vive e lavora in Toscana ho perduto le speranze di poterlo incontrare, almeno in tempi brevi, ma poi mi ha gentilmente rassicurato dicendo che ci saremmo potuti vedere nei primi di settembre, poiché sarebbe sceso in Puglia per alcune settimane di vacanza.

Lo raggiungo a Taurisano (LE) nell’abitazione della sua famiglia. È lì che si appoggia quando torna nella terra di origine. Ovviamente non ha nessun quadro con sé ma in casa trovo il ritratto di suo padre, realizzato in periodo accademico, dove già si esprimono la fedeltà della raffigurazione e lo studio minuzioso della luce.

Ceramiche - 2006 - cm 80 x 100, olio su tela -
Ceramiche – 2006 – cm 80 x 100, olio su tela

 

D.:

Intanto volevo ringraziarti per il tempo che stai dedicando a me e alla Fondazione Terra d’Otranto per la realizzazione di questa intervista, sottraendolo evidentemente al riposo della villeggiatura.

Classe 1974 e “amante delle atmosfere caravaggesche”, come si legge in un articolo che ti riguarda; raccontami la tua storia: com’è entrata a far parte della tua vita, l’arte?

 

R.:

L’arte, a dire il vero, è stata una presenza costante nella mia vita.

Sin da piccolo si manifestava come una sorta di spinta irrazionale. Non era per nulla peregrino il mio attaccamento alla luce del fuoco la sera, il piacere provocato dal barlume della fiamma di una candela nella stanza. Solo molto più avanti capii che quell’impulso interiore era destinato a diventare qualcosa di importante, di irrinunciabile.

I miei studi iniziali, infatti, furono ben diversi da quanto ci si aspetti conoscendomi oggi: qui a Lecce frequentai l’Istituto Professionale per il Commercio (ragioneria) e quando nel ‘93 mi iscrissi all’università scelsi di trasferirmi a Firenze per studiare lì Giurisprudenza.

Nel capoluogo toscano studiavo sì Legge ma, capirai, i miei occhi erano distratti da altro. Durante le ore libere dalle lezioni in facoltà e dallo studio, giravo per i musei, visitavo le mostre e più immergevo i sensi nella bellezza più in me cresceva l’insofferenza nei confronti dell’indirizzo universitario intrapreso; tutto questo fino a quando, un bel giorno, decisi drasticamente di interrompere gli studi.

A quel punto ero comprensibilmente confuso poiché il futuro mi appariva come mai incerto. Per mia grande fortuna all’epoca avevo da poco stretto amicizia con Gianfranco Bonelli, grafico e insegnante di Storia dell’Arte, al quale avevo mostrato alcuni disegni e che subito mi aveva suggerito di fare un test d’ammissione per entrare nell’Accademia di Belle Arti. Non gli nascosi lo scetticismo per la proposta che mi parve azzardata, se non altro perché non avevo le basi scolastiche giuste e credevo fosse, quella dell’arte, una realtà dalla quale sarei rimasto sempre tagliato fuori. Invece, grazie soprattutto alla preparazione che mi ha dato in soli quattro mesi, superai l’esame ed entrai in Accademia. Da quel momento mi si è aperto un mondo! Oggi sento di aver sprecato degli anni, di aver iniziato tardi a dipingere ma mi consolo con le storie di altri amici artisti che, come me, sono “inciampati” nell’arte solo dopo un percorso di studi – o addirittura professionale – che potremmo definire anomalo.

Come suol dirsi: meglio tardi che mai!

Compianto sul Cristo morto - 2004  -cm  325 x 220, tempera su tavola
Compianto sul Cristo morto – 2004 -cm 325 x 220, tempera su tavola

D.:

Quali sono gli artisti ai quali ti rifai nella personale ricerca stilistica?

 

R.:

A me emoziona tutta la pittura del ‘600, questo credo sia abbastanza evidente. Come base per il disegno ci metto dentro Leonardo e Raffaello, e ovviamente la cultura greca. Da qui parte una lista di grandi maestri che comprende Caravaggio, Guido Reni, Gherardo delle Notti, José de Ribera; un nucleo di artisti fondamentali, accomunati da una spasmodica ricerca della luce che talvolta, erroneamente, vediamo tutti indicati con l’appellativo di “caravaggeschi” pur non avendo, alcuni, avuto mai un contatto diretto con Michelangelo Merisi.

 

D.:

Il realismo delle tue opere è lampante; quanto conta per te aver raggiunto questo grado di perfezione figurativa?

 

R.:

Per me la tecnica è fondamentale. Rimango convinto che un bravo artista sia un ottimo artigiano con qualcosa da dire. L’opera finita è un prodotto che innanzitutto è stato costruito seguendo rigorosi criteri tecnici, tenendo conto dei giusti materiali, degli strumenti, delle varie fasi e tutto il resto. Secondo me è molto più complicato essere un artista senza avere una tecnica di base. Partendo da questo presupposto prendiamo ad esempio i cantanti di lirica, possono avere la voce ma se non hanno preparazione non entreranno mai nei grandi teatri; lo stesso vale per gli scrittori, possono avere un grande romanzo nella testa ma devono anche e soprattutto saperlo raccontare per sperare di appassionare i loro lettori. Ecco, credo che la regola appena espressa valga a maggior ragione nel mondo della pittura, dove la forma è più che mai fondamentale. È il raggiungimento di una determinata precisione della forma, quindi, a donare alla pittura – o alla scultura – quel valore indefinibile e alto.

Ricordo che in accademia c’era un professore il quale non amava particolarmente il mio stile e non perdeva occasione per spronarmi a “uscire” da quella rappresentazione che giudicava troppo classica. Io invece mi ripresentavo da lui sempre, convintamente coi miei lavori, pur nella consapevolezza che mi sarebbero potuti costare qualche voto in meno. Con la perseveranza ho avuto la mia piccola rivincita. Quello che penso è che gli artisti non dovrebbero mai violare il proprio istinto inseguendo le mode del momento, o le richieste che talvolta vengono da certi “salotti”, perché poi col tempo si finisce per firmare i lavori realizzati da altri. E non c’è nessun merito in questo.

Eva (Fiona May) - 2009 - 110 x 80cm, Olio su tela
Eva (Fiona May) – 2009 – 110 x 80cm, Olio su tela

 

D.:

Molte delle tue opere esprimono concetti di estrema attualità adoperando iconografia sacra e mitologia. Dove va rintracciata la relazione tra questi aspetti, modernità e mito, apparentemente incompatibili e distanti?

 

R.:

Va precisato che non vi è mai una spinta religiosa dietro la realizzazione delle mie opere. Non mi importa affatto se il fruitore dell’immagine che ho dipinto sia credente oppure agnostico, non mi pongo assolutamente il problema. Viceversa trovo affascinanti le storie che dalla Bibbia e dal Vangelo vengono riportate, lo stesso nei racconti della mitologia. Mi concentro su tutti quei fattori ai quali reagiscono gli impulsi umani e che, dopo tutto, non sono mutati in millenni di storia dell’uomo. Se ci facciamo caso le necessità e le pulsioni sono sempre le stesse: il bene e il male come l’amarsi e l’odiarsi restano aspetti assoggettati ai medesimi meccanismi. Da sempre.

Il riadattamento alla nostra contemporaneità viene da sé. Voglio dire che sarebbe anacronistico se mi mettessi a dipingere personaggi che non appartengono al tempo in cui vivo. Per ciò che concerne le tematiche, invece, io credo siano sempre valide, soprattutto quelle trattate nei testi sacri e mitologici.

 

Giuditta e Oloferne - 2006 - cm 110 x 140, olio su tela
Giuditta e Oloferne – 2006 – cm 110 x 140, olio su tela

D.:

Dopo decenni di pittura informale noto con piacere un ritorno al figurativo; c’è, secondo te, una connessione tra questa urgenza artistica e la società odierna?

 

R.:

Io credo che il mondo dell’arte sia assoggettato a un andamento ciclico, per certi versi ondulatorio. Oltretutto, se escludiamo le ultime tendenze più innovative (mi riferisco alle opere in digitale la cui realizzazione è inevitabilmente connessa all’impiego del computer) oramai in nome dell’arte è stato fatto di tutto e di più. Se partiamo osservando l’arte bizantina – che in qualche modo è astratta –, proseguendo nel tempo potremo constatare un graduale mutamento delle forme e delle fisionomie nella rappresentazione pittorica, che diverrà coi secoli sempre più fedele e conforme al reale. Dalla seconda metà dell’ottocento fino a oggi gli artisti hanno largamente sperimentato ogni forma astratta fino all’informale. Oggi, proprio per l’andamento ciclico di cui parlavo, c’è un interessante ritorno verso l’arte figurativa.

Mi torna in mente il concetto fisico secondo il quale «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma».

 

D.:

Ci sono i colleghi contemporanei ai quali ti senti artisticamente vicino?

 

R.:

Sono certamente in buona compagnia e i nomi che mi vengono in mente sono diversi: dal tarantino Roberto Ferri a Gianluca Corona di Milano, l’arte figurativa va prendendo piede sempre più. Di recente ho anche fatto la conoscenza di un giovane pittore napoletano con un nome strepitoso: Michelangelo Della Morte.

È un bel movimento quello che sta germinando e lo percepisco come l’entusiasmante ritorno alla figurazione classica.

 

D.:

Possiamo dare un nome a questo fermento culturale, che ha tutta l’aria di essere una vera e propria corrente artistica?

 

R.:

L’amico Francesco Libè, tempo fa, per connotare questo fenomeno quale conseguente e fisiologica successione del Realismo prima e del Neorealismo poi, mi parlava di “Ultrarealismo”. Che non va però confuso con l’Iperrealismo, differente nella tecnica e soprattutto nei presupposti.

 Montaggio Tela

D.:

Quando sei partito per la prima volta cosa ti sei portato con te dal Salento?

 

R.:

Il sangue, me stesso, la cultura, le tradizioni e i valori! Ma soprattutto la luce.

La luce dei miei quadri, in realtà, è la luce di qui. Se ti fermi a osservare il chiarore che si genera in certe ore non puoi sbagliare: quella è la luce del Caravaggio.

Tornando alla domanda, la semplicità di alcune composizioni che a me piacciono molto viene dalla essenzialità di certi nostri oggetti di uso quotidiano, come ad esempio la “pignata” (contenitore per cucinare i legumi al fuoco) o “lu mmile” (orciolo in terracotta per mantenere fresca l’acqua), protagonisti tra l’altro delle mie prime raffigurazioni di natura morta. Tutti questi elementi e molto altro sono parte integrante della mia formazione e quindi della mia essenza.

 

D.:

Hai in programma di tornare? Se si, con quali aspettative?

 

R.:

In effetti sto attraversando un momento nel quale mi piacerebbe molto tornare a dipingere nel Salento, ma senza alcuna aspettativa utilitaristica se non quella di cercare modelli per i miei dipinti. Sono interessato a dipingere certe anatomie particolari che ritrovo solo qui. E vorrei farlo prima che l’omologazione estingua queste figure arcaiche, già rare.

Ho anche in mente di approfondire la figurazione di genere, scene prese da quel quotidiano che va velocemente scomparendo. A questo proposito ho già iniziato un progetto che vede come protagoniste due donne anziane – tra le quali mia madre – che tessono al telaio come si faceva un tempo, quando si usava realizzare il corredo per le figlie.

Infine ho bisogno di rivivere il Sud con leggerezza, senza quell’angoscia adolescenziale che ti fa star male e ti spinge ad andare via.

 

Ritratti dei modelli  per Fuga dall'Egitto
Ritratti dei modelli per Fuga dall’Egitto

D.:

Tornando nel Salento e pensando a una mostra personale dove ti piacerebbe esporre?

 

R.:

Da Lecce in giù, praticamente ovunque.

D.:

Hai qualche galleria che ti segue?

 

R.:

Attualmente non vi è alcuna galleria a curare la mia immagine e le mie opere. Aggiungerò che la sola persona che in questo senso devo ringraziare è Vittorio Sgarbi che mi ha aiutato disinteressatamente offrendomi delle occasioni professionali di buon livello.

Tutto il resto è frutto di costanza, perseveranza e tanto lavoro.

 

D.:

Ci sono altre persone che hanno contribuito al tuo successo?

 

R.:

L’elenco sarebbe veramente troppo lungo, partendo dai tanti amici e sostenitori tra cui un restauratore a cui devo molto, e infine i modelli che tante volte si sono prestati pazientemente per le ore di posa. Infine i collezionisti che acquistando un mio quadro mi hanno permesso di continuare a dipingere.

 

Studio per un Cireneo - 2006 - cm 50 x 70,  carboncino e biacca su carta azzurra
Studio per un Cireneo – 2006 – cm 50 x 70, carboncino e biacca su carta azzurra

D.:

Ho una domanda proprio a proposito dei modelli; so, infatti, che hai il vezzo di scegliere individui non solo esteticamente adeguati ai personaggi da raffigurare ma persino con una storia personale simile ai soggetti che incarnano. È esatto?

 

R.:

Si, ci sono state diverse occasioni nelle quali ho voluto fortemente che tra modelli e personaggi vi fosse un qualche legame che mi evocasse delle connessioni. Nella rappresentazione di “Salomè”, ad esempio, la principessa giudaica e il profeta martirizzato altri non sono che due coniugi divorziati ma rimasti in buoni rapporti. Nella scena attualizzata (o forse solo nel mio immaginario) ci sarà quindi una moglie con la testa mozzata dell’ex marito come una sorta di trofeo.

Ancora, nel dipinto “Abele e Caino” i due modelli scelti per l’occasione sono realmente due fratelli, e la storia dell’uomo che interpreta Abele si può dire essere stata più agiata rispetto al vissuto del fratello che interpreta Caino. Una affinità che naturalmente, almeno qui, non si conclude con l’omicidio, per fortuna.

 

D.:

I modelli che scegli si prestano volentieri oppure hai bisogno di persuaderli in qualche modo?

 

R.:

Sino a oggi non mi è capitato di dover convincere nessuno a posare per me. Tutti i modelli coi quali ho condiviso questa esperienza lo hanno fatto in maniera convinta, anche perché si sono sentiti rispettati già attraverso la presa visione delle immagini fotografiche che precedono l’inizio di ogni lavoro. Persino Fiona May, che ha posato mentre era al quarto mese di gravidanza, lo ha fatto con grande spontaneità e disponibilità, interpretando a meraviglia la mia “Eva” di colore. Una scelta audace, quella dell’atleta, di sposare innanzitutto il mio progetto contro il razzismo, impersonando la prima donna biblica che, col suo colore della pelle, contravviene all’immaginario collettivo.

Secondo l’antropologia, infatti, la razza umana ha origini africane.

 

D.:

Quando deciderai di stabilirti nuovamente qui al Sud ci saranno delle espressioni altisonanti con le quali dovrai convivere: profughi, emergenza, clandestini, accoglienza, ecc.. Come credi di affrontare emotivamente questa realtà?

 

R.:

Di recente in Toscana ho incontrato un funzionario consolare italiano in servizio Cambogia sposato con una donna Keniota che ha conosciuto in un viaggio di lavoro. Mi è piaciuta molto la loro storia e presto realizzerò una “Fuga dall’Egitto” per la quale ho fatto posare proprio questi due amici, nei panni di Giuseppe e Maria.

E questo è uno dei modi col quale intendo affrontare una tematica così drammatica e complessa. Non sarebbe da me ritrarre corpi umani arenati sulla spiaggia o altre scene così crude prese dall’attualità. Infatti preferisco realizzare le mie opere attraverso una sorta di ricostruzione teatrale in modo da filtrare la tragedia affinché l’impatto drammatico-emotivo non attenui la presa di coscienza.

 

Studio per una Crocifissione - 2015 - cm 300 x 210, carboncino e biacca su mdf
Studio per una Crocifissione – 2015 – cm 300 x 210, carboncino e biacca su mdf

D.:

In un’epoca presa in ostaggio dai reality televisivi e dominata dalla mediocrità, quali spazi occupa l’arte e che obiettivi si prefigge?

 

R.:

L’arte si deve imporre obiettivi ambiziosi e deve tornare a essere alla portata di tutti, sia dal punto di vista concettuale e sia da quello logistico, riappropriandosi di tutti quei luoghi utili alla fruibilità collettiva.

Infatti l’arte oggi deve riconquistare una “dimensione democratica”, tornando a far parte integrante della cultura di un popolo, suscitando emozioni che inducano alla riflessione e alla comprensione del proprio tempo e della propria storia, senza il bisogno di dover essere un critico d’arte o uno storico per apprezzarla.

 

D.:

In conclusione di questa piacevolissima chiacchierata ti chiedo dov’è che ambisce Rocco Normanno a vedere esposti i suoi dipinti?

 

R.:

In una chiesa!  Come in un qualsiasi altro luogo pubblico.

 

Testa di bue - 2015 - cm 100 x 115, olio su tavola
Testa di bue – 2015 – cm 100 x 115, olio su tavola

Nato con la macchina fotografica tra le mani: intervista ad Aristide Mazzarella

 Aristide Mazzarella e Gianluca Fedele

di Gianluca Fedele 

Da quando ho cominciato a raccontare gli artisti del Salento ho conosciuto prevalentemente pittori e scultori. Poi, durante una delle tante chiacchierate con l’amico Marcello Gaballo – dal quale ogni volta emergono decine di idee entusiasmanti – egli mi ha persuaso ad allargare lo spettro delle mie attenzioni su altre forme d’arte, suggerendomi, tra gli altri, il nome di Aristide. Poiché di quest’ultimo possedevo esclusivamente il contatto Facebook, ho messo in conto di realizzare la presente intervista non appena si fosse palesata l’opportunità di conoscerlo di persona. Le occasioni certamente non sarebbero mancate.

In un torrido 14 agosto, partecipando al matrimonio di un mio carissimo amico dove lui era stato ingaggiato come fotografo ufficiale, finalmente ci siamo presentati.

Devo essere onesto: avendolo incrociato poche volte per strada, quando in auto si è accigliati e incazzati col mondo, dall’espressione che mi pareva di cogliergli attraverso i vetri del suo enorme Range Rover, avevo sempre immaginato Aristide come un personaggio burbero e introverso invece, già dalle primissime battute, si rivela affabile e ironico.

Al mio invito accetta immediatamente la proposta di scambiare quattro chiacchere e dopo qualche giorno lo raggiungo.

Entro in questo stanzone che è il suo studio fotografico, le cui pareti sono tappezzate da ritratti di personaggi più o meno famosi, frammenti di cerimonie e misteriosi scatoloni di cartone impilati su grandi scaffali. Poi riviste, album, computer e attrezzature varie.

Ci accomodiamo. Lui, emblematicamente, su una sedia da regista.

 

D.:

Sono tante le domande che vorrei porti ma la prima, quella che più mi intriga, è il rapporto della tua famiglia con la fotografia. È una relazione antica che rifugge dallo sdoganamento degli Smartphone con fotocamera incorporata e della sovrapproduzione di immagini “usa e getta”, veicolate perlopiù dai Social Network. Mi chiedevo, quindi, dove affondano le radici di questa tua passione così longeva e di successo?

 

R.:

Tengo molto a questo aspetto e cioè al fatto che l’interesse per la fotografia sia un attributo che oserei definire genetico. A tal proposito, anche se non l’ho mai conosciuto, ho piacere a citare mio zio Pasquale Giuri, fratello di mia nonna, che imparò a fotografare già agli inizi del novecento insieme Luigi Mancino. In realtà non ho molte notizie da darti sul personaggio in questione, anche se conto di interpellare alcuni parenti di Presicce (LE) – paese nel quale si trasferì presumibilmente dopo il matrimonio – per indagare meglio su questa figura che sento molto vicina a me. È divertente sapere che proprio zio Pasquale e mio nonno studiavano insieme in seminario per diventare preti ma rinunciarono congiuntamente al proposito poco prima di prendere i voti. Di seguito mio nonno conobbe la sorella di Pasquale che ben presto sarebbe diventata sua moglie.

Più volte mi sono ritrovato a fantasticare su quest’uomo vissuto a cavallo tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento il quale, armato di banco ottico, scelse di sperimentare la fotografia proprio nel Capo di Leuca. Immaginiamo per un attimo il clima storico nel quale queste rare figure operavano ed erano venerate dai loro clienti dell’epoca: a partire dai signori nobili che li andavano a prendere in carrozza per un ritratto, sino ai lavoratori delle classi più umili ai quali esigeva la fototessera per il documento di identità.

Proprio per venire incontro alle ristrettezze economiche degli operai, Pasquale doveva escogitare degli espedienti.

In questi casi, per cominciare, oltre trenta persone venivano posizionate sulle scalinate di un palazzo o di una chiesa e ritratte su lastre enormi in uno scatto di gruppo a lunga esposizione (le pellicole allora erano estremamente lente), per poi ritagliare ogni singolo volto. Ma non si ritagliavano certo con Photoshop! Per proiettare l’immagine su grandi fogli di un metro si utilizzava un ingranditore che sfruttava la luce del sole attraverso un tappo alla finestra, e il compito di mio padre, che naturalmente iniziò con lui a fare esperienza, era quello di controllare dal tetto che non passassero nuvole a variare l’esposizione della foto sulla carta rovinandola.

Erano mezzi a dir poco rudimentali se paragonati alla tecnologia moderna ma vi era intuito e studio.

Aristide in tenera età

D.:

Ero certo che mi avresti raccontato degli aneddoti caratteristici e interessanti. Di tuo padre, Egidio Mazzarella, invece cosa mi racconti?

 

R.:

In seguito, tra il ’55 e il ’56, mio padre ebbe la fortuna di svolgere l’attività di fotografo anche durante il periodo del servizio militare poiché, in quell’ambito, data la sua già discreta preparazione, gli venne offerta la possibilità di seguire un corso di fotografia. E i corsi professionali in quegli anni non erano certamente inflazionati come lo possono essere oggi.

Inoltre riusciva a integrare il modesto stipendio con qualche lavoro svolto in ambito civile così, rientrato dalla leva, pensò di farne la sua professione.

 

Egidio Mazzarella (primo a sx) e Pasquale Giuri (primo a dx) in una foto di gruppo
Egidio Mazzarella (primo a sx) e Pasquale Giuri (primo a dx) in una foto di gruppo

D.:

Quanto ha influito l’avere avuto zii e padre fotografi nell’intraprendere il tuo percorso professionale e artistico?

 

R.:

Non nego che nascere in una famiglia del genere abbia esercitato una qualche rilevante influenza, se non altro per il fatto di crescere tra obiettivi e rullini, ma questo non significa che io abbia intrapreso la carriera perché prima di me c’era mio zio o mio padre: la fotografia mi ha letteralmente travolto, folgorato sin da quando ho iniziato a percepirne il potere. La passione che covavo dentro è stata conservata immutata attraverso gli anni, forse è anche aumentata.

Ciò che è andato scemando ultimamente, lo devo dire, è l’entusiasmo di lavorare. Ma in questo caso è la situazione sociale – responsabilità in gran parte della politica – ad avermi condizionato negativamente. Perciò, se non ci fosse stata prima di tutto la grande passione a motivare le mie scelte, non sarei riuscito a proseguire con rinnovato vigore.

Nardò. Piazza Salandra

D.:

Tu appartieni a quella generazione di fotografi che ha sperimentato il passaggio dall’analogico al digitale: se ci sono, quali le evoluzioni in termini qualitativi?

 

R.:

Intanto definiamo cos’è la qualità: c’è la qualità strettamente fotografica nella quale incorporiamo la risoluzione, la gamma dinamica e tanto ancora; poi c’è un altro tipo di qualità che è quella legata alla praticità e alla velocità di confezionamento del prodotto.

Le differenze ci sono certamente, questo è innegabile, ma commetterei un grave errore se paragonassi questi due sistemi di fotografia che sono destinati a rimanere diametralmente differenti. Io non sono un tradizionalista e da questo punto di vista ritengo che col digitale la fotografia abbia fatto dei notevoli passi in avanti, almeno per ciò che concerne l’aspetto qualitativo dell’immagine.

Tuttavia, se si vuol fare un confronto a ogni costo, si faccia sempre attenzione a mettere sui piatti della bilancia macchine dello stesso livello; sarebbe insensato paragonare una Hasselblad con lenti tedesche Carl Zeiss, regina delle macchine fotografiche a pellicola, con una fotocamera bridge o peggio ancora una digitale compatta.

Per restare sulla Hasselblad – che fu la macchina fotografica con la quale Neil Armstrong scattò le foto sulla luna – va necessariamente raffrontata a una macchina della stessa azienda costruttrice ma digitale, che oggi arriva ad avere oltre 80 milioni di pixel e che per questa ragione richiede particolari e potenti computer affinché si possano elaborare dei file che pesano circa 200 mb.

 

D.:

E nella lavorazione del prodotto quali cambiamenti hai constatato?

 

R.:

Anche qui i vantaggi sono numerosissimi. Ad esempio all’epoca delle pellicole, usando una Hasselblad durante un matrimonio, si aveva a disposizione un rullino da 12 pose che andava sostituito ogni volta. Quindi, per ragioni di tempo ed economia, si riuscivano ad ottenere non più di 400 scatti durante tutto l’evento, mentre oggi, con una scheda di memoria, puoi arrivare a realizzare circa duemila scatti. Già solo questa è un’oggettiva evoluzione. Successivamente la Reflex da 35 mm, che affiancò la medio formato, permise di fare 36 pose con un solo rullino. E c’era un motorino a parte per le foto a raffica. Preistoria!

La Rolleiflex, mitica macchina dei paparazzi de La dolce vita di Fellini, era una macchina biottica che aveva il cosiddetto errore di parallasse, cioè una piccola differenza tra ciò che tu vedevi nell’obbiettivo e quello che in realtà la macchina impressionava sulla pellicola; a stare troppo vicino al soggetto si rischiava di tagliarne una parte.

Ancora, tra i progressi  che hanno rivoluzionato il modo di fare fotografia, c’è lo schermo – inteso sia quello della macchina che il monitor del pc – divenuto ormai uno strumento irrinunciabile col quale valutare immediatamente la buona riuscita di una foto. Dieci anni fa, invece, si era costretti a fare i provini 10 x 10 coi quali far scegliere agli sposi le foto preferite per la stampa.

Infine un capitolo a parte andrebbe dedicato ai software per il fotoritocco, intanto per capire fino a che punto è eticamente giusto spingersi nell’elaborazione di una fotografia.

Di base io sono contrario ai troppi artifizi ma non mi sento affatto in colpa se talvolta mi capita di intervenire su un’immagine eliminando le occhiaie sul volto di una sposa reduce da una nottata insonne o gli aloni di sudore sulla camicia di uno sposo convolato a nozze in piena estate.

Se gli strumenti che abbiamo oggi a disposizione ci permettono di correggere alcuni dettagli non vedo motivo per cui non gli si debba sfruttare.

 

Aristide Mazzarella con Rolleiflex
Aristide Mazzarella con Rolleiflex

D.:

Nella tua grande produzione troviamo generi diversi e diversi esempi di fotografia in un ventaglio variegato di soggetti ritratti. Qual è la differenza che passa tra l’esercitare questo mestiere artisticamente e farlo su commissione?

 

R.:

La risposta è molto semplice perché la fotografia artistica è quella che fai per te stesso, quella che senti più tua nell’attimo in cui congeli la porzione di realtà nell’obbiettivo. Viceversa lo stile della fotografia commerciale lo detta il cliente, per cui il compito del fotografo è anche quello di cercare di appagare le molteplici aspettative. Nella mia carriera, laddove è stato possibile, ho cercato di assolvere a questo compito in una maniera professionalmente accettabile, nel rispetto delle preferenze della committenza ma senza tradire lo stile contaminando il mio gusto personale.

Ovviamente non sempre questa è la regola e io dico che c’è una proporzione inversa tra i commenti del cliente durante il mio lavoro e la buona riuscita dello stesso, ovvero: meno parla e meglio è!

 

D.:

Colgo l’occasione di questa chiacchierata per farti i complimenti per lo scatto col quale hai ritratto piazza Salandra a Nardò (LE), quello che poi è diventato l’ormai riconoscibile icona del calendario eventi della città. Rientra nella sezione arte o commissione?

 

R.:

Decisamente arte. Ricordo perfettamente che quella sera ero stato a cena con degli amici e rincasando decisi di passare dalla piazza. Erano le tre del mattino e non c’era un’anima, così andai di proposito in studio a prendere la macchina fotografica e scattai quella foto.

Quando l’assessore – che era alla ricerca di una immagine per il cartellone degli eventi – la vide per la prima volta non gli piacque molto, tant’è vero che ci misi diverso tempo a persuaderlo poiché ne voleva un’altra realizzata sempre da me ma con una macchina più limitata o con un obiettivo diverso. Inoltre nella seconda, quella che più andava a genio al politico, vi erano delle automobili parcheggiate, ciò che ho sempre ritenuto essere un pugno nell’occhio di quella piazza così magica.

Vado molto orgoglioso di quel lavoro; sono già passati quattro anni ma la grafica utilizzata dall’amministrazione è invariata.

 

Il padre della sposa ( scattata con pellicola 3200 iso)
Il padre della sposa ( scattata con pellicola 3200 iso)

D.:

In effetti per molto tempo quell’inquadratura ha rappresentato, più che la realtà, l’idea di come avremmo voluto vedere la piazza e il borgo antico in generale, senza traffico e senza auto abbandonate in maniera incivile. Credi di aver contribuito, con quella figurazione, a creare nell’immaginario collettivo una sensibilità e un modo nuovo di leggere e immaginare il centro storico?

 

R.:

Molto probabilmente ora peccherò di immodestia ma si, sono certo che la pubblicazione di quella mia foto abbia innescato, quanto meno, una reazione dopo la quale a Nardò, a seguito di decenni di stasi, si è cominciato non solo a parlare di centro storico in maniera diversa ma anche ad agire; la chiusura al traffico adottata da pochi mesi a questa parte ne è forse la prova lampante.

Naturalmente non è mia intenzione accreditarmi risultati che non mi appartengono, lode al merito anche delle attività che resistono e si stanno dando da fare per rendere quel luogo vivibile e attraente, ma certamente tanto è cambiato dalla prima volta che resi nota quella foto su Facebook e Flickr, ricevendo un notevole riscontro in termini di like e tanti commenti di apprezzamento.

Da allora registi, cantanti e artisti vari hanno trovato finalmente Nardò sulla cartina d’Italia.

Here i am - Danimarca
Here i am – Danimarca

 

D.:

Oggi Facebook, Instagram, ecc. sembra abbiano scoperto migliaia di “artisti” della fotografia ma chi lo fa in maniera seria e professionale come te che rapporto ha con i Social Network?

 

R.:

La mia prima impressione è che i Social stiano veicolando e omologando i gusti della gente. Voglio dire che non si può valutare una fotografia dal numero dei like ricevuti perché può capitare che un tale con pochi contatti abbia condiviso un capolavoro di foto ma passata quasi inosservata. O ancora peggio sono quei presunti concorsi fotografici in rete dove vince chi riesce a convincere più amici a cliccare “mi piace”.

Ciò che è veramente assurdo è il comportamento di alcuni colleghi professionisti che valutano il proprio lavoro non dal punto di vista concreto, seguendo parametri oggettivi ma che affidano i loro scatti al giudizio arbitrario degli utenti. Personalmente utilizzo Facebook per sponsorizzare la mia pagina, lo ritengo semplicemente un modo come un altro per farsi pubblicità senza spendere grandi cifre.

Ogni tanto però bisognerebbe staccare la spina per qualche mese e guardare la bellezza intorno a noi senza l’ossessione del pollice in su. Bisognerebbe leggere più libri prima di sentirsi poeti, visitare più musei prima di sentirsi artisti, ascoltare più musica prima si sentirsi compositori.

 

D.:

Ti ha mai sfiorato il dubbio che il tuo mestiere fosse superato?

 

R.:

Dopo l’avvento della digitalizzazione, degli I-Phone mi è capitato di mettere in discussione me stesso, di pensare che forse non servisse più la figura del fotografo, ma poi mi sono guardato indietro attraverso la storia professionale della mia famiglia e anche la mia: in trent’anni di attività ho fatto di tutto, ho usato quasi tutti i tipi di macchine fotografiche e telecamere, inoltre sono stato direttore della fotografia in un film e regista in un cortometraggio. E poi la cosa più bella è che, nonostante ho trascorso tutti questi anni a studiare, a ricercare, ogni giorno trovo in questo mondo degli stimoli e delle occasioni di crescita.

La domanda che mi sono fatto è stata: sono tutti dei geni oggi, che inforcato un telefonino hanno tutto ciò che gli serve per sentirsi arrivati? La risposta che ho trovato mi ha sollevato dal peso dei dubbi.

 

D.:

Ho intravisto delle fotografie incantevoli scattate in Danimarca. Come ti sei ritrovato lì?

 

R.:

La prima volta ci andai da ragazzo fu perché ci viveva la mia fidanzata di allora e scoprii un luogo che mi colpì molto per quei luoghi caratteristici, le luci all’interno dei pub sempre molto calde, con candele accese anche di giorno. Mi rimase nel cuore e di recente ci sono ritornato con mia moglie.

 

Processione in occasione della festa di San Gregorio Armeno. Piazza Salandra
Processione in occasione della festa di San Gregorio Armeno. Piazza Salandra

D.:

A parte quelli della tua famiglia, hai dei personaggi di riferimento?

 

R.:

Se intendi riferirti al mondo della fotografia, il primo che mi viene in mente è Henri Cartier-Bresson, su di lui non si discute. Poi c’è Helmut Newton col quale, nel 1989, ebbi l’onore di essere pubblicato affianco nelle pagine della rivista mensile Max. Quell’anno lui aveva realizzato il calendario proprio per il famoso periodico di moda e io, che ero stato ingaggiato per il servizio fotografico di uno sponsor del giornale, ebbi la fortuna e l’onore di essere pubblicato con delle foto in bianco e nero accostate alle sue.

In ogni caso, sembrerà strano, più che per i fotografi ho nutrito sempre grande ammirazione per i registi, non a caso il mio idolo resta Stanley Kubrick, nato comunque come fotografo e affermato solo in seguito nel cinema. Poi anche Alan Parker mi piaceva molto e mi coinvolge Tornatore; Nuovo Cinema Paradiso l’avrò visto una cinquantina di volte.

 

D.:

So che sei stato amico del produttore cinematografico Carmine De Benedittis, il primo ricordo che ti viene in mente di lui?

 

R.:

C’è una foto di Carmine molto famosa che ho scattato nel 2007, durante la campagna elettorale nella quale era in corsa per la carica di sindaco di Nardò. Quel giorno venne a trovarmi di volata, sempre pieno di impegni com’era, per un lavoro che stava curando. Io colsi l’occasione, quasi costringendolo proprio perché doveva scappare, per fargli una istantanea sfruttando un raggio di sole che reputavo molto congeniale. Ricordo che appena la vide se ne innamorò talmente tanto da buttare tutti i manifesti che aveva già fatto stampare pur di utilizzare quella fotografia.

 

D.:

Ci sono pittori che ti hanno condizionato con la loro arte?

 

R.:

La pittura ha sempre avuto un forte ascendente sul mio modo di ritrarre      il mondo e le persone.

Ho visitato il Metropolitan Museum di New York e ricordo perfettamente il sentimento di stupore che mi pervase la prima volta che entrai all’interno del Museo del Prado a Madrid, stando al cospetto dell’opera Las Meninas di Diego Velázquez. Ero lì lì per scavalcare la transenna tanto era forte il disorientamento dinanzi a così tanto realismo.

Mi piacciono molto Caravaggio, Rembrandt, Jan Vermeer per l’utilizzo che fanno della luce. Trovo la Gioconda di Leonardo di un’attualità disarmante pur nel suo apparente immobilismo; un esempio autorevole per quei colleghi fotografi che confondono la spontaneità col movimento.

Adoro Picasso per quell’idea di crescita e di evoluzione stilistica che riesce a trasmettere se si conosce tutta la sua produzione, a partire dal figurativo. Mi fa riflettere sul fatto che ognuno di noi, nel proprio campo, dovrebbe provare ad essere anticonvenzionale solo dopo aver sperimentato la normalità.

 

Il sentiero dei pensieri
Il sentiero dei pensieri

D.:

Quali sono, secondo te, i fattori che determinano la notorietà di un fotografo?

 

R.:

Se li conoscessi forse sarei più popolare!

Battuta a parte, credo che il luogo in cui si sceglie di vivere e lavorare, le persone che si frequentano, siano alla base del raggiungimento del successo, artistico o professionale che sia. Se resti a Nardò, come ho fatto io, al massimo puoi essere popolare per quel limitato raggio geografico o poco più.

 

D.:

Mi pare che tu non abbia avuto molti collaboratori eccetto Marco Scorza che ti segue da anni. È difficile trovare qualcuno a cui trasmettere il proprio sapere?

 

R.:

Avere avuto Marco al mio fianco è stato di grande supporto in tanti momenti, se non ci fosse stato avrei dovuto inventarlo. Adesso è in procinto di aprire il suo studio e io sono contentissimo per lui perché è stato perseverante nell’apprendimento e ora è giusto che sia arrivato il suo momento.

 

D.:

Quali sono i tuoi progetti imminenti?

 

Servizio su Max 1989
Servizio su Max 1989

R.:

Lo dico per la prima volta che sto lavorando alla stesura di un film insieme al mio carissimo amico Pierluigi Parisi, ma non voglio aggiungere altro. Spero molto di realizzarlo e vi terrò aggiornati.

 

D.:

In bocca al lupo per i tuoi sogni!

Ora un’ultima domanda per concludere questo piacevole excursus attraverso uno spaccato di vite che copre oltre un secolo: cosa non deve mai mancare nel bagaglio di un buon fotografo?

 

R.:

La cosa più importante che non deve mai venir meno non è uno strumento ma è la verità. La fotografia è arte e l’arte è poesia; se fingi non è niente di tutto questo.

 

 

 

 

Tra fichi d’India e muretti a secco, inaspettatamente i fumetti: intervista a Enzo De Giorgi

 Foto

di Gianluca Fedele

 

Coloro che dal 30 aprile al 3 maggio 2015 hanno visitato la sesta edizione di “Externa – Salone nazionale dell’arredo degli spazi esterni” presso il polo fieristico di Piazza Palio, si saranno certamente imbattuti in “Exter Arte”, rassegna curata dall’artista Stefano Garrisi e dedicata alla scultura. Qui ho apprezzato per la prima volta, tra le altre, le opere di Enzo De Giorgi.

Con quest’ultimo il 24 luglio ci siamo incontrati de visu a Tuglie (LE) dove alcune sue opere erano esposte insieme a quelle di altri artisti all’interno del Museo della Civiltà Contadina del Salento, in occasione di “CARPìE – Miscellanea Visiva”, mostra collettiva di arti figurative realizzata in concomitanza con la decima edizione del “Premio Teatrale Nazionale Calandra”.

Enzo apprezza sin da subito la mia attenzione nei riguardi dei suoi disegni e senza indugio si rende disponibile per un incontro. Lo raggiungo dopo qualche giorno nella sua abitazione a Trepuzzi (LE) alle 10:30 di una torrida mattina di agosto.

Ci accomodiamo all’interno di un ampio salone passando attraverso una casa dove è difficile scorgere angoli di parete sgombri da tele, sculture, piastrelle decorate e altri oggetti d’arte.

Il mio sguardo si posa su alcuni violini e il padrone di casa mi spiega che fanno parte di una passione del padre di costruire strumenti musicali e affini.

Poi è lui a prorompere con una domanda, chiedendomi quali particolari mi abbiano attratto nei suoi quadri. Io gli rispondo che ho trovato curiosi gli elementi tipici del paesaggio salentino all’interno di rappresentazioni contemporanee come i “fumetti” che realizza.

 

Concerto, 2000, Acrilico e pennarello su carta, cm 20x20
Concerto, 2000, Acrilico e pennarello su carta, cm 20×20

D.:

So che attualmente insegni Discipline Pittoriche presso il Liceo Artistico di Lecce. Insegnante e artista prolifico. Quale delle due passioni è nata per prima?

R.:

“Necessitate virtute”, sarei tentato di dire.

Bisogna premettere che ci sono artisti che nascono da famiglie agiate e che hanno per questo la comodità economica che consente loro di frequentare l’Accademia di Belle Arti e gli artisti, di dipingere ed esporre tranquillamente. Per me è stato diverso perché, viceversa, vengo da una famiglia normale: mio padre operaio, mia madre casalinga. Io il maggiore di cinque figli. Aggiungici che in casa non c’era una tradizione scolastica, ciò significa che dopo la terza media si andava direttamente a lavorare presso il primo cantiere edile che fosse in cerca di manovalanza. Ma amavo disegnare, così a quattordici anni convinsi mio padre a iscrivermi all’Istituto d’Arte. Andò lui stesso in segreteria e dato che di professione faceva il fabbro/serramentista, quando gli dissero che tra i vari corsi c’era la sezione “arte dei metalli” lui non ebbe dubbi su quale fosse l’indirizzo degno di suo figlio. È superfluo aggiungere che avrei voluto fare pittura.

Chi ha frequentato questo genere di istituti sa che le classi, pur appartenendo a percorsi differenti – arredamento, ceramica, tessuto, ecc. –, si mescolano durante le lezioni delle materie comuni; trascorsi così cinque anni sbirciando nelle cartellette dei compagni, tra i loro appunti, nell’intento di carpire e apprendere informazioni su quella che già allora era la mia grande passione: disegnare.

In quegli anni, tra l’altro, presso l’Istituto d’Arte di Lecce insegnavano grandi maestri del colore come Oronzo Castelluccio e Alberto Moscara.

Il riscatto avvenne con l’Accademia perché mi iscrissi nel corso di decorazione. E qui mi riallaccio alla tua domanda perché la necessità di dipingere è sempre andata di pari passo con la possibilità di poterlo fare.

Iniziai a frequentare l’accademia delle Belle Arti di Lecce subito dopo il militare e nel frattempo, per mantenermi negli studi, lavoravo in un albergo come portiere di notte. Ora puoi immaginare benissimo che la mattina avevo giusto il tempo di levarmi dal collo la cravatta e indossare i jeans prima di entrare in aula.

Non ho mai avuto la possibilità di fare “l’artista a tempo pieno” ma studiai per esserlo anche quando dovevo guadagnarmi da vivere. E fu così che in albergo arrotondavo vendendo i miei primi quadri.

 

Fuga - 2012 - terracotta policroma - cm 86x40x40
Fuga – 2012 – terracotta policroma – cm 86x40x40

D:.

Chi acquistava le tue opere?

R.:

Solitamente erano i clienti dell’albergo, persone che venivano soprattutto dal nord Italia ad alcune delle quali ho arredato interi appartamenti solo con i lavori che realizzavo in accademia. Difatti non mi è rimasto quasi nulla di quel periodo, solo qualche rullino pieno di foto da sviluppare.

 

fumetto - Chi è ‘sto Claudio Lolli
fumetto – Chi è ‘sto Claudio Lolli

D.:

Ho letto che le prime cattedre furono nel nord Italia; per scelta o anche lì si è trattato di necessità?

R.:

Già quando nel ’94 – sotto gli insistenti consigli di un amico – feci la domanda per l’insegnamento era molto difficile essere presi qui nel meridione, così scelsi un’altra destinazione. All’epoca la provincia di Cuneo era stata completamente allagata da una tremenda alluvione e quindi pensai che fosse poco ambita. La deduzione si rivelò esatta e iniziai con la trafila delle prime supplenze. Poi non ero proprio solo perché in provincia di Asti avevo dei parenti coi quali trascorrere qualche fine settimana.

 

D.:

In una descrizione che fai di quel periodo lo definisci “esilio”. Sono stati dodici anni difficili?

R.:

Ho diversi amici che hanno fatto il mio stesso percorso, ma la maggior parte di loro ha avuto la fortuna di installarsi in un unico paese per insegnare, magari anche nella stessa scuola. Per me è stato diverso perché la provincia di Cuneo è la più estesa del Piemonte e forse d’Italia – per questo viene anche detta “la Granda” – dove ci sono città che distano anche cento chilometri l’una dall’altra. Io, puntualmente, ogni anno venivo trasferito in posti diversi ed ero costretto a fare una vita da zingaro. Tieni conto che nel 2000 è nato mio figlio e quindi tutta la famiglia si spostava con grandi difficoltà tra paesi e regioni.

 

D.:

A Lecce dopo quanto sei tornato?

R.:

A Lecce sono rientrato nel 2008 in “assegnazione provvisoria” per diventare definitiva dopo un paio d’anni. Adesso sono già al quarto anno scolastico presso il Liceo Artistico e da quest’anno curo tre rami differenti essendo stato inserito nei corsi di Grafica e Multimedia oltre a quello di Pittura, naturalmente. Sono onorato e molto soddisfatto perché l’istituto vanta colleghi insegnanti molto preparati e, cosa più importante, coltivo con i miei ragazzi una buona intesa.

 

D.:

Hai delle figure di riferimento dei tuoi anni da allievo?

R.:

Come dicevo, avendo frequentato controvoglia la sezione dedicata ai metalli, lì non ho subìto l’influenza di importanti personalità. L’unico grande maestro al quale fui legato era lo scultore Nino Rollo. Ricordo che mi chiamava fuori dalle sue ore di lezione, durante educazione fisica o religione, per stare insieme a disegnare. Purtroppo è deceduto nel 1992, non aveva ancora compiuto cinquant’anni.

Qualche traccia del suo ascendente sulla mia produzione la si individua più in alcune sculture in effetti, poiché nella grafica io ero attratto più dai fumetti. Rollo invece era amante delle forme pure, sull’onda di Constantin Brâncuși e Henry Moore, promotori di quello stile pulito ed essenziale.

In ogni caso, benché con Rollo avessi un rapporto affettuoso e collaborativo, si tratta di influenze marginali perché io credo che ogni artista debba individuare un proprio stile espressivo che è univoco e inequivocabile, una sorta di tratto calligrafico e non uno “scimmiottamento” dell’estro altrui.

 

Icaro, 2013, trittico olio su tela cm.180x250
Icaro, 2013, trittico olio su tela cm.180×250

D.:

Lo studio del tuo segno caratteristico ora si è fermato oppure è in evoluzione?

R.:

Ciò che realizzo è frutto di un gesto naturale, spontaneo e per nulla forzato, perciò attualmente credo di aver raggiunto uno stile abbastanza autentico e riconoscibile. Certo è che, a confronto, i miei primi disegni erano caratterizzati da contorni molto più spigolosi rispetto agli attuali e questo è sintomo di una costante evoluzione. Anche la produzione pittorica ha subìto delle importanti metamorfosi dal punto di vista tecnico: agli esordi creavo opere polimateriche che contemplavano persino l’uso di parti meccaniche o elettriche come ingranaggi o transistor e quindi completamente differenti dalla produzione attuale.

Oggi, nella mia mente, continuo a concepire una infinità di progetti che spaziano dal fumetto alla digital art, passando per la scultura ma a causa di diverse ragioni non tutte le mie idee sono destinate a vedere la luce.

 

D:.

Infatti guardandomi intorno non posso non notare opere realizzate in maniera totalmente differente; vedo tufo, pietra leccese, schizzi con penna biro, terracotta e ovviamente tele. Quanto conta la ricerca sulla materia per te?

R.:

L’arte è ricerca! Non esiste l’una senza l’altra e se non crei nulla di nuovo stai solo rifacendo te stesso oquello che altri hanno realizzato prima di te, quindi sei a un punto morto.

 

D.:

Tra i nomi dei grandi maestri quali sono quelli che maggiormente hai amato?

R.:

Negli anni ’80 il fumetto, per noi ragazzi, rappresentava una forma di creatività assoluta e a me piaceva molto Andrea Pazienza, forse perché anche lui era di origini pugliesi. Da Pompeo a Zanardi ho amato tutti i suoi personaggi. Morì a 32 anni ma aveva già realizzato dei capolavori assoluti. Restando nella sfera fumettistica non posso non citare grandi maestri come Manara e Pratt. Tra gli illustratori contemporanei trovo notevole Gipi, col suo segno volutamente istintivo e una narrazione avvincente.

Per quanto riguarda la pittura invece i nomi sono diversi ma sempre appartenenti al ‘900: Picasso, Matisse, Paul Klee, Mirò, Chagall tracciano in modo certo quello che potrei definire il mio punto di partenza.

Il poeta - 2010 - bozzetto per studio di un personaggio - grafite su foglio A4
Il poeta – 2010 – bozzetto per studio di un personaggio – grafite su foglio A4

 

D.:

Quanto ti hanno influenzato i fumetti da ragazzo?

R.:

Non mi posso considerare un accanito lettore ma hanno fatto comunque sempre parte della mia vita. A sedici anni, per gioco, partecipai a un concorso organizzato dalla celebre rivista Topolino realizzando una locandina per un film d’animazione della Disney. Vinsi il primo premio che consisteva in un viaggio negli Stati Uniti a Disney World. Forse quel piccolo evento mi ha influenzato in diverse scelte successive.

 

D.:

Quando disegni cos’è che ti stimola nella realizzazione di un quadro, un fumetto o una scultura?

R.:

Noi viviamo nel secolo in cui imperano i mass-media, quelli che ci bombardano con immagini, film, pubblicità e tanto altro ma per quelli della mia generazione la musica rappresentava e rappresenta ancora un forte catalizzatore della fantasia. Le storie raccontate da De Andrè, Fossati, Guccini, Lolli e tutti gli altri grandi cantautori hanno contribuito alla nascita di molte mie opere. Difficilmente dipingo se sono slegato da una vicenda o da un racconto, che sia persino mitologico. E quando dipingo amo sempre avere la compagnia della musica.

La Terre et la Mer -2009 - cm 32x30x20, terracotta policroma
La Terre et la Mer -2009 – cm 32x30x20, terracotta policroma

 

D:.

C’è una corrente artistica che descrive le tue opere?

R.:

Sinceramente non saprei in quale filone stilistico collocare le mie opere. Forse a caratterizzarle è un certo surrealismo ma questo non implica assolutamente il fatto che io sia un pittore surrealista.

 

D.:

Una domanda che mi pongo spesso è se collaborazioni tra artisti nel meridione siano complicate. Lo chiedo a te che ai ragazzi, a scuola, insegni la cooperazione. 

R.:

Le collaborazioni sono importanti ma non obbligatorie. È bello vedere insieme le individualità che si amalgamano ma è molto difficile che si realizzino lavori a più mani dove nessuno sia prevalso sulle scelte degli altri. Per quella che è la mia esperienza, la persona con la quale sono riuscito a individuare un’intesa artistica che si protrae e si rinnova da anni è Raffaele Vacca, eccezionale scultore col quale, tra l’altro, nella primavera del 2013 organizzai una mostra doppia personale presso la Fondazione Palmieri di Lecce, dal titolo “IronicOnirico”. Le due parole, l’una l’anagramma dell’altra, descrivono anche gli aspetti che sostanzialmente ci accomunano.

Siamo tutti sulla stessa...isola - 2011 - ecoline su carta A4 - disegni di Enzo  De Giorgi, colore di Luana Vincenti
Siamo tutti sulla stessa…isola – 2011 – ecoline su carta A4 – disegni di Enzo De Giorgi, colore di Luana Vincenti

 

D.:

Le mostre sono l’unico mezzo di promozione per un artista?

R.:

Non solo. Prendo atto che i social network, per esempio, costituiscono il mezzo più efficace per farsi conoscere, più del sito internet personale e delle mostre, devo ammettere. Per essere pratici, la vendita qui nel Salento è disagevole perché i più ricorrono all’acquisto di un’opera d’arte quasi esclusivamente in occasione di un regalo, per un matrimonio o circostanze analoghe. Non è diffusa la cultura del collezionismo delle opere d’arte e men che meno dell’investimento. Il paradosso, infine, è che chi acquista il più delle volte non è spinto da un’intima attrazione verso la raffigurazione ma banalmente sceglie artisti già deceduti – o che comunque hanno raggiunto il culmine del loro valore economico – per mera convenienza, anziché puntare invece sui giovani emergenti che cercano di elevarsi tra mille difficoltà.

 

D.:

Le gallerie, in questo senso, possono offrire visibilità a un artista?

R.:

Probabilmente sì, ma per quanto mi riguarda, grazie soprattutto allo stipendio di insegnate (pur non essendo questo il massimo del guadagno..) che mi fa da paracadute, lascio che sia l’imprevedibile casualità a interessarsi di me. Come d’altronde casuale è stato il nostro incontro.

Ho avuto la possibilità di intraprendere la collaborazione con una pinacoteca ma i vincoli troppo restrittivi mi hanno indotto a desistere: se avessi accettato di sottoscrivere il contratto non avrei avuto neppure la libertà di regalare a un collega lo scarabocchio abbozzato durante un consiglio di classe. Per non parlare dei tempi e delle scadenze entro le quali avrei dovuto consegnare un determinato numero di opere. Mi è sembrato un ragionamento piuttosto meccanico, da catena di montaggio. L’arte ha i suoi tempi e le sue ovvie libertà. Lavorare nella scuola mi ha liberato dall’obbligo di dover “produrre arte” a tutti i costi per vivere.

 

D.:

Ho l’impressione che ci sia un proliferare di astrattisti. Un artista che elabora rappresentazioni figurative come percepisce l’arte informale?

R.:

È un dato soggettivo, ma personalmente, il più delle volte, nell’arte difficilmente riesco a percepire quello che vedo come una immagine fine a se stessa. Faccio un esempio. A me piace molto Alberto Burri. Quando osservo una sua opera, che si tratti di combustione della plastica o di lacerazione di un sacco di juta, non la vedo esclusivamente come nuda materia e neppure come fattore estetico, io ci vedo una città vista dall’alto, una foresta, oppure un corpo lacerato dalla guerra. Quindi mi viene naturale rapportare ogni immagine alla realtà oggettiva. Per semplificare ulteriormente dirò che un quadro informale può essere letto o come un dettaglio della realtà o la realtà vista da molto lontano. L’uomo, egocentricamente, tende a vedere e riconoscere se stesso e la realtà che lo circonda ovunque: nella forma delle nuvole, nella corteccia di un albero, nella macchia su un muro. Questo non significa negare o limitare l’importanza dell’astrazione, anzi, attribuisco all’arte informale un grande potere evocativo, lo stesso potere sensoriale che ha la musica di far immaginare, al suo ascolto, un prato verde, un mare in tempesta o dei cavalli bianchi…

The Circus, quasi come Seurat - 2009 - cm 37x25x8, terracotta policroma
The Circus, quasi come Seurat – 2009 – cm 37x25x8, terracotta policroma

 

D.:

Esiste una possibilità che l’arte diventi veicolo per il miglioramento della società?

R.:

Negli ultimi anni sto costatando l’incrementarsi di una genuina sensibilità da parte della società rispetto a determinati temi (ecologismo, contrasto all’abusivismo, lotta contro il maltrattamento degli animali, ecc.) che una volta erano a uso e consumo esclusivi dei pensatori, dei letterati, degli artisti in generale. Evidentemente, se in ognuno di noi si è sviluppata quella parte sensibile, lo dobbiamo anche a loro. Una società che scommette nell’arte non può che progredire in meglio.

 

Le “Donne” di terracotta, dalla materia al concetto: intervista a Carolina Sperti

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di Gianluca Fedele

 

 

Ho conosciuto Carolina Sperti a Copertino durante un concorso tra artisti organizzato da Anna D’Amanzo, dove ho avuto l’onore e il piacere di fare da giurato, anche se in realtà le opere della Sperti non erano in gara. Ci trovavamo all’interno della chiesa di Santa Chiara, una location incantevole nella quale le sue sculture erano disposte sugli altari laterali e la presenza di queste deliziose fate di terracotta la si percepiva come di esseri animati, tutt’altro che inadeguate in quel contesto. In esposizione ma spettatrici anch’esse nella mostra.

A fine serata, dopo la premiazione dei vincitori, mi presento alla scultrice e ci scambiamo i contatti con la promessa di risentirci. Passato qualche mese provo a ricontattarla e tra i suoi vari impegni d’artista riesce a dedicarmi un’ora per l’intervista che vi apprestate a leggere.

Siamo in casa sua, a Lecce, dove vive e realizza le sue opere. Io le esprimo immediatamente la mia contentezza perché finalmente converso con una donna per Fondazione Terra d’Otranto e lo faccio iniziando proprio da lei che rappresenta giustappunto figure dalle sembianze e dai contenuti femminili.

 

 Pensieri di Cenere - h 47 cm
Pensieri di Cenere – h 47 cm

D.:

Le mie abitudini prevedono che prima di incontrare l’artista io faccia una ricerca per conoscere chi ho di fronte; uno tra gli aspetti che mi hanno incuriosito maggiormente è stato quello legato ai tuoi studi; un percorso universitario che non riguarda l’arte, quantomeno in senso stretto. Dalla filosofia alla scultura: due attitudini correlate?

 

R.:

Credo che la filosofia e l’arte siano più vicine e simili di quanto si pensi. I miei studi hanno più che altro maturato il modo di concettualizzare le ragioni di quei tormenti che tutti ci portiamo dentro ma è l’estro artistico a rendere il mio pensiero realmente comprensibile ai più.

Nella personale ricerca di una formula espressiva creativa ho perfino provato a dipingere, esperienza circoscritta a un approccio abbastanza repentino; tuttavia è nella tridimensionalità che ho individuato il mio equilibrio, il mio più alto accordo tra pensiero e materia.

Mi piace immaginare le diverse sfaccettature di un corpo statuario come una sorta di metafora della coesistenza: più volumi dagli aspetti differenti che si compongono armonicamente sulla superficie di un unico elemento a tutto tondo.

E infine il contatto con la terra nella quale ritrovo una dimensione quasi primitiva ma obbligatoria.

 

Il Saggio di Stravinskij
Il Saggio di Stravinskij

D.:

Galeotto fu un corso di scultura, dico bene?

 

R.:

Si, nel 2001 seguii un corso tenuto dall’insegnante Maria Teresa Gigante, organizzato dalla Società Operaia di Lecce, e qui ricevetti i primi rudimenti, il primo vero contatto con la massa plastica imparando a maneggiarla per avere da lì un minimo di dimestichezza nel modellarla. In seguito la mia esperienza si è arricchita tramite l’incontro col pittore Maurizio Muscettola con cui è nata nel tempo una prolifica collaborazione artistica.

 

La Custode - h 42 cm
La Custode – h 42 cm

D.:

Da allora sono passati quattordici anni. Come nascono queste deliziose donnine di creta?

 

R.:

Le donne di terracotta sono scaturite dalla mia fantasia nella maniera più semplice e naturale che si possa immaginare, si sono perciò rivelate nelle loro fattezze in modo del tutto spontaneo. Ci ho anche riflettuto sopra e probabilmente nella prerogativa della femminilità si cela una variante intima; detto questo non vorrei che si occludessero gli eventuali spunti per ulteriori e poliedriche interpretazioni personali del fruitore. Nei lineamenti gentili si celano disordini emotivi che sono genericamente umani e certamente indipendenti dal sesso.

Se proprio ci si incaponisce a voler utilizzare una chiave di lettura univoca potremmo adottare l’universo femminile come criterio di una cultura alternativa, cioè un atteggiamento più sensibile di approcciarsi a talune sollecitazioni emotive.

 

D.:

È importante per un artista il giudizio del pubblico?

 

R.:

Personalmente trovo entusiasmante che ognuno colga una propria chiave di lettura, forse è proprio questo aspetto che determina l’arte, il fatto di far riflettere. A suffragio di ciò ricordo delle signore intervenute a una esposizione delle mie opere le quali astanti, trovatesi a meditare presso una particolare Donna di terracotta che dentro di sé ne conteneva un’altra, giunsero alla conclusione che uno dei messaggi racchiusi fosse legato al tema della maternità. In realtà non era assolutamente mia intenzione caratterizzare quell’opera adducendo quel genere di interpretazione ma trovai comunque piacevoli le loro considerazioni interessate.

 

La Fisarmonica - h 54 cm
La Fisarmonica – h 54 cm

D.:

Ricordo di aver visto delle tue opere dove l’elemento della serratura e della chiave ricorrevano di frequente; cosa si apre con quelle chiavi e cosa si cela dietro quelle serrature?

 

R.:

A dire il vero non si apre nulla, la chiave è piuttosto un invito a comprendere. C’è una delle mie Donne di terracotta, ad esempio, che custodisce alla spalle tre chiavi ma nessuna delle quali però apre la sua porta; un po’ a simboleggiare l’inaccessibilità dell’universo intimo femminile.

 

D.:

Quali sono gli artisti ai quali ti ispiri?

 

R.:

Sinceramente non ho riferimenti artistici che mi condizionano nella produzione. Del mondo della pittura però mi piace molto Modigliani, le sue figure femminili slanciate e i volti dalle espressioni eteree.

 

La Fuggitiva - h 52 cm
La Fuggitiva – h 52 cm

D.:

Anche le tue Donne hanno degli sguardi eterei?

 

R.:

Loro sono immerse in una dimensione onirica, assorte in una specie di vagheggiamento nel quale amano perdersi. Una caratteristica tipicamente femminile questa, poiché credo che le donne, abbiano coltivato nei secoli un mondo interiore più ricco e variegato rispetto agli uomini, per sfuggire probabilmente ai limiti della realtà di un mondo troppo spesso maschilista.

 

D.:

Ci sono persone che col loro passaggio ti hanno segnata artisticamente?

 

R.:

Penso che tutti gli incontri che ho avuto mi abbiano “influenzata” in qualche modo. Voglio dire che il contatto umano e il confronto con gli altri danno sempre dei nuovi spunti per migliorarsi e andare oltre i propri limiti fatti di quelle certezze che momentaneamente si erano raggiunte.

Per me aggiungere punti di vista al modo di vedere le cose che ci circondano vuol dire peraltro arricchire la creatività sovrapponendo nuovi artifici alla materia, donando conseguentemente ulteriori punti di vista dai quali apprezzare l’opera finita. Che possiamo anche essere noi stessi.

Esperienze e sensazioni che apparentemente non hanno alcuna connessione col mio lavoro a volte operano in forma inconscia per poi palesarsi nel momento in cui produco modellando le diverse forme.

 

La Prestigiatrice Sbilenca - h 82 cm
La Prestigiatrice Sbilenca – h 82 cm

D.:

Quando immagini le tue Donne di terracotta tra qualche anno le figuri ancora con quest’aria antica, quasi anacronistica o avranno una metamorfosi?

 

R.:

Loro evolvono con me ovviamente e in funzione di me, questa è una certezza. A parte l’uso dei diversi materiali, già ci sono degli enormi cambiamenti rispetto a quelle che erano le fattezze originali. Ora sto lavorando affinché la superficie, dalla pelle ai vestiti, diventi una sorta di tela per trasmettere anche altro. Ma non aggiungo altro, è una sorpresa per chi saprà aspettare.

 

D.:

Aspetteremo. Che differenza passa tra ricerca materica e ricerca filosofica nella tua attività?

 

R.:

Per ciò che concerne l’aspetto tecnico devo dire che a me piace molto sperimentare. Come accennavo, ultimamente nell’impasto ho adoperato moltissimi materiali, dagli stucchi particolari alla cera, fino al cemento e alla semplicissima terra rossa. Aggiungici che spesso mi adopero a reperire vecchi arnesi da masserie abbandonate, immaginando così di poter dare nuova vita a oggetti desueti.

Da un certo punto di vista credo che tutta questa ricerca sia in qualche modo connessa al senso stesso di concetto, purché lo scopo non sia frutto del mero desiderio di stupire, del rincorrere spasmodicamente l’illusione di creare qualcosa di nuovo a tutti i costi.

Utilizzare sì immagini nuove ma per trasmettere soprattutto messaggi innovativi e propositivi in funzione del contesto sociale che si vive. E poi non è detto che l’arte debba risultare “bella” per forza; persino una foto dai contenuti atroci può essere pregna di significati altissimi.

 

L'Inutile Chiave - h 41 cm
L’Inutile Chiave – h 41 cm

D.:

Ho come l’impressione però che spesso i messaggi che un’artista vorrebbe veicolare non abbiano alcuna presa sugli animi più ruvidi, che poi talvolta sono proprio i destinatari prediletti. Condividi questa mia riflessione?

 

R.:

Condivido ma è una questione di coscienza e di consapevolezza. Io credo che se la cultura dominante di una società apatica prende il sopravvento sull’individuo, impedendogli di mantenersi in contatto con la parte più intima e libera del sé, purtroppo a quel punto è estremamente difficile scalfire questa patina grigia narcotizzante. C’è solo un modo per risvegliare il pensiero critico e con esso la sensibilità alla “bellezza” ed è il sapere, l’istruzione. A partire dalla scuola.

Conoscere la storia è fondamentale poiché ci sono delle dinamiche le quali, nonostante il progresso, ritornano sempre e sempre uguali. Allora dovrebbe essere anche questo il compito di un insegnante: attualizzare certi eventi per rendere partecipi i giovani. Si crea così una coscienza che è alla base di ogni azione.

 

D.:

Come sono i rapporti tra gli artisti del nostro territorio?

 

R.:

Nel mondo dell’arte – come certamente in tanti altri ambienti – vigono delle regole non scritte fatte di ordinaria competizione, tale rivalità talvolta degenera nell’arrivismo e nell’utilitarismo. Questo ovviamente vale per tutte le declinazioni dell’arte; che si tratti di scultura, pittura, scrittura o persino musica.

Nel nostro tempo, tra l’altro, è anche aumentata la produzione creativa perché ci sono tanti individui che dipingono, scrivono, suonano, ecc.. Emergere è diventato più difficile e gli ambiziosi sono costretti a sostenere una lotta spietata.

Per quanto mi riguarda, a prescindere dalle collaborazioni, da ciò che va in porto e dai progetti che abortiscono, quello che preme è sempre il rapporto umano e il rispetto. Per questa ragione cerco di relazionarmi più che posso in maniera autentica e quando riconosco i meccanismi di cui sopra provo a tenermene fuori.

Serrata Serratura - h 44 cm
Serrata Serratura – h 44 cm

 

D.:

Le gallerie, in tutto questo fermento, che ruolo ricoprono?

 

R.:

Personalmente finora non ho mai esposto in una galleria, forse perché mi ha sempre inibito farlo, ma non escludo di trovare un giorno la persona giusta con la quale intavolare prima di tutto un rapporto di fiducia, oltre che professionale.

Ora come ora non disdegno le esposizioni come quella nella quale ci siamo conosciuti, in chiese o per i vicoli dei centri storici, poiché ho la possibilità di confrontare le mie opere con un pubblico variegato e non settoriale come immagino sia nelle pinacoteche.

Ad esempio tra pochi giorni prenderò parte ad un concorso che si terrà nel borgo antico di Giovinazzo, presso il quale sono stata selezionata a partecipare.

 

D.:

Sulla gonna di una delle Donne di terracotta ho intravisto un foglio con dei versi. La poesia è un’altra delle tue passioni?

 

R.:

Si. Devi sapere che sono autrice di un libro di poesie intitolato “Sentore di coccinelle”, pubblicato nel 2013 dall’Editrice Argo, per cui vi è una sorta di rimando tra le sculture e i versi; alcuni concetti che avevo espresso nelle poesie ritornano per materializzarsi in maniera più istintiva negli atteggiamenti delle mie Donne, nelle loro braccia lunghissime e nelle feritoie dei loro corpi. Due espressioni quindi dello stesso bisogno.

Anche qui mi torna in soccorso la filosofia che insegna a porsi sempre nuove domande e a rifuggire dalle certezze; in qualsiasi cosa io faccia è bandito l’assolutismo ma venero invece la convivenza armonica degli opposti, che è una realtà. Qualsiasi sentimento, positivo o negativo che sia, va coltivato e mai represso perché essi coesistano.

 

D.:

Cosa  riserva il futuro a Carolina?

 

R.:

Io credo che se nel futuro ci sia una certezza quella è l’imprevedibilità. Scelgo consciamente di evadere dal determinismo, dalla necessaria concatenazione di causa ed effetto perché la realtà dimostra che non è così che funziona il mondo ma che tutto ruota invece attorno ad atti di vera libertà.

 

I paesaggi dei sentimenti: intervista ad Alessandro De Simone

 1

di Gianluca Fedele

 

Alessandro De Simone è quello che si potrebbe definire un uomo dallo spirito libero. Di lui me ne avevano parlato alcuni amici e anche se non lo conoscevo personalmente avevo già apprezzato le decine di dipinti che colorano le pareti candide di un famoso ristorante di Santa Maria al Bagno (LE). In effetti questo pittore sembra vivere quasi isolato dal mondo dell’arte, benché l’arte sia il suo unico mezzo di sostentamento.

È ancora Davide Sambati il promotore dell’intervista che segue: una domenica nella quale siamo liberi entrambi mi chiede di accompagnarlo a Porto Cesareo (LE) dove Alessandro realizza i suoi paesaggi alla maniera degli impressionisti. Parcheggiata l’auto lo scorgiamo subito, è seduto di fronte al suo cavalletto rivolto verso l’Isola dei Conigli e circondato da opere già terminate, oltre che da uno stuolo di passanti curiosi. Ci presentiamo e dopo pochissime battute ci accordiamo per un appuntamento e una chiacchierata.

Dopo qualche settimana lo raggiungiamo nel laboratorio che sta ristrutturando in una località totalmente immersa nella natura; il contesto suggestivo insieme alla sua pettinatura mi portano a vederlo come una sorta di eremita. Lo segue a pochi passi il figlioletto che è la sua fotocopia rimpicciolita e mi appare quasi come un folletto dall’aria tanto timida quanto impertinente.

La giornata piacevolmente soleggiata ci spinge ad “accomodarci” all’aperto, anche perché sedie utili non ce ne stanno neanche a pagarle. Optiamo quindi per un muretto basso che è la cosa più comoda lì in giro.

 

Gariga - notturno (tecnica mista su tela) 100 x 100
Gariga – notturno (tecnica mista su tela) 100 x 100

D.:

Dunque Alessandro, sono riuscito a scovare veramente pochissime informazioni sul tuo conto perciò vorrei che fossi tu stesso a parlarmi un po’ di te, del come ti sei ritrovato a dipingere.

 

R.:

In effetti vivo lontano dal mondo dell’arte, o perlomeno così come siamo abituati a concepirlo ultimamente. Per quanto riguarda il mio percorso, anche se ho sempre coltivato in varie forme la mia vocazione creativa, in realtà mi sono accostato agli studi artistici un po’ più tardi rispetto all’età dovuta. A ventitré anni ho intrapreso l’Accademia delle Belle Arti di Brera a Milano e lì ho iniziato ad approcciarmi seriamente all’arte. I miei primi insegnamenti vennero da professori prettamente classici, vincolati a concetti fortemente retorici mentre io ero attratto e proiettato verso la contemporaneità dell’arte informale. Iniziai così a seguire il corso del prof. Maurizio Bottarelli che fronteggiava benissimo questa personale necessità; di questo insegnante conservo un caro ricordo sia dal punto di vista artistico che da quello umano.

Al contrario di quanto si possa immaginare quando si pensa ad un percorso d’arte che dovrebbe avere la sua genesi nel figurativo, io ho iniziato a produrre informale in quel corso, inserito ma al contempo slacciato dal contesto dogmatico e rigido dell’indottrinamento accademico; ho appreso anche come ogni centimetro quadrato di un’opera, che possa essere un paesaggio o un ritratto, sia composto da piccoli capolavori apparentemente astratti nei quali il colore e la pennellata contribuiscono in maniera imprescindibile alla buona riuscita della figura completa.

 

D.:

Dopo gli studi a Milano sei tornato subito a casa?

 

R.:

No, terminati gli studi mi sono trasferito a Brescia. Qui ho lavorato presso una bottega nella quale si realizzavano prevalentemente affreschi e non esagero ricordando che se ne produceva almeno uno al giorno; si trattava quasi sempre di riprodurre opere classiche del passato per committenze private. Nonostante non vi fosse grande stimolo per la fantasia ho imparato qui i canoni geometrici e le originali regole di questa importante e antica tecnica. Dopo qualche anno sono finalmente rientrato nel Salento.

 

Eros e Thanatos (olio su tela) 180 x 70
Eros e Thanatos (olio su tela) 180 x 70

D.:

Al tuo rientro a Nardò hai continuato a dipingere?

 

R.:

Certamente. Già nei primi mesi mi furono commissionate, per una fortuita coincidenza, una serie di opere paesaggistiche che dovevano essere installate all’interno di una nuova abitazione. Non avevo mai rappresentato vedute naturalistiche prima d’allora ma ciò nonostante il risultato fu oggettivamente gradevole e conseguentemente molto apprezzato. Partirono così diverse altre commesse più o meno importanti che mi servirono come biglietto da visita e mi valsero anche delle mostre.

 

D .:

Dove hai esposto?

 

R.:

Non posso dire di aver realizzato numerosissime esposizioni ma in quelle poche nelle quali mi sono cimentato le mie opere hanno riscosso grande attrattiva presso gli intervenuti. Ricordo ad esempio la mostra del 2006 presso l’associazione Raggio Verde di Lecce organizzata e curata in maniera impeccabile dall’architetto, nonché docente di decorazione presso l’accademia di Brescia, Alberto Nuzzolo. E ritengo altrettanto importante la collettiva “Colori di Frontiere” svoltasi a Mesagne (BR) nel 2011 dove il tema sposava a pieno le tematiche dalle quali mi lascio maggiormente ispirare.

 

Gariga - notturno (tecnica mista su tessuto) 180 x 70
Gariga – notturno (tecnica mista su tessuto) 180 x 70

D.:

Oltre alla delicatezza dei paesaggi salentini quali sono i soggetti che ami rappresentare?

 

R.:

La rappresentazione naturalistica detiene certamente uno spazio insostituibile in quel luogo intimo dove si generano le emozioni più pure. Tuttavia un evento o per meglio dire la visione di un film mi sconvolse a tal punto da dedicare un lungo periodo alla delicata tematica che la pellicola trattava: sto parlando di “Viaggio a Kandahar” del regista iraniano Mohsen Makhmalbaf, girato in Afghanistan durante il regime talebano. Da qui presero vita i miei Satiri, figure dagli arti mutilati, molti dei quali dipinti su tessuti leggerissimi e semitrasparenti.

 

D.:

La scelta di utilizzare supporti tessili non convenzionali rispetto alla tela intelaiata da dove scaturisce?

 

R.:

In relazione a questo aspetto ha certamente assunto un ruolo fondamentale mia madre e la sua attività sartoriale. Ella infatti, accompagnata dal valido contributo di mio fratello, gestisce un laboratorio per la produzione di eleganti abiti da sposa. Va da sé che io abbia conosciuto lì le consistenze leggere di alcuni tessuti e abbia potuto apprezzare, tra l’altro, proprio le applicazioni della pittura decorativa. Per la collezione che ha visto come soggetti i Satiri ho prediletto tra tutti il tulle e l’organza. Quest’ultima soprattutto, grazie all’insita trasparenza, poneva le mitiche figure in una posizione evanescente e al contempo le rendeva quasi tridimensionali.

In questo modo ho sperimentato in parte quelle teorie della meta-pittura che prevedevano di far “intravedere” l’elemento dipinto, anteponendo e privilegiando la tecnica a tutto il resto.

 

D.:

Anche dipingere paesaggi presuppone altrettanta ricerca?

 

R.:

Quando ho cominciato a dipingere paesaggi l’ho fatto per necessità e superficialmente mi aspettavo di dover prestare il mio impegno a qualcosa di meccanico, di poco complesso e conseguentemente di scarso valore. Col tempo e con la sensibilità che si andava affinando nei confronti della natura attraverso i suoi vari aspetti, ho compreso quanto invece potesse essere “faticoso” impressionare uno scenario naturalistico, arricchendolo di dettagli minuti e mai perfettamente fedeli, cercando di dosare scientificamente luci e ombre. Il risultato è un prodotto che raccoglie il benestare sia di chi si intende d’arte e sia dell’uomo della strada.

Gariga – notturno (tecnica mista su tessuto) dittico 80 x 80

 

D.:

Potremmo forse dire che alcune vedute rappresentano e incarnano stati d’animo?

 

R.:

Questo è esattamente ciò che cerco di fare. La mia finalità è proprio quella di imprimere un sentimento attraverso la luce di un tramonto, il perimetro frastagliato di un arbusto e finanche la linea quasi sempre irregolare dell’orizzonte.

Questo è anche uno dei motivi anzi, probabilmente “il” motivo per cui sono ritornato nella mia terra. Ho provato a vivere in città ma non sono riuscito a trovare alcun equilibrio, non ho scorto alcuna ispirazione da cui attingere nel caos della metropoli. Al contrario qui mi immergo nel creato, perché dopo tutto di esso siamo composti.

 

Litorale neretino - dettaglio (tecnica mista su tessuto) 180 x 70
Litorale neretino – dettaglio (tecnica mista su tessuto) 180 x 70

D.:

La fede influenza questa filosofia?

 

R.:

Io mi reputo totalmente ateo ma ciò nonostante credo che ci sia qualcosa sopra di noi e dentro di noi. E non m’importa di chiamarlo col nome che qualcuno gli ha assegnato. Guardo con curiosità all’universo, all’energia che emana e penso che dovremmo trascorrere la breve esistenza che ci è concessa nella consapevolezza di essere parte di qualcosa di immenso, senza individualismi, inutili ambizioni o desideri di prevaricazione del prossimo.

 

D.:

Quali sono gli artisti che ti hanno ispirato?

 

R.:

Se guardo al periodo nel quale presi a dipingere seriamente, a incuriosirmi più di altri c’erano di certo gli americani informali degli anni ’40 e ’50. Al contrario degli europei dello stesso periodo gli statunitensi non avevano un filone culturale di riferimento o un contesto storico e sociale al quale agganciarsi, così presero a esempio gli indiani d’America, rispolverando il loro modo di disegnare sulla sabbia e ricavandone da questa tecnica la gestualità del tratto istintivo. Tra tutti Pollock si distinse in modo assoluto.

 

Paesaggio
Paesaggio

D.:

Che rapporti hai con le gallerie e con gli altri artisti del territorio?

 

R.:

Vorrei poterti dire che coltivo rapporti con colleghi artisti e che mi confronto con essi ma in realtà non conosco nessuno e non li cerco nemmeno. Vale la stessa cosa per le gallerie: so che esistono e mi sono noti i nomi delle pinacoteche locali più in voga ma il mercato dell’arte – quotazioni annesse – non è mai stato un mondo che ha sortito in me fascino o interesse.

 

Papavero (tecnica mista su tessuto) 50 x 50
Papavero (tecnica mista su tessuto) 50 x 50

D.:

Dalla impressione che mi hai dato direi che la tv e più in generale i mass media non ti attraggono molto. È così?

 

R.:

Non esattamente, diciamo piuttosto che faccio molta selezione. La televisione offre ancora la possibilità di acculturarsi con programmi seri (sempre meno, purtroppo) e scientifici. Certo ci sta la “tv spazzatura” e sfortunatamente i dati di ascolto indicano che c’è una grossa sacca di spettatori a cui piace moltissimo.

Ma l’aspetto che detesto in assoluto è quello della massificazione del linguaggio dove, ad esempio, “il plastico” deve indicare quasi esclusivamente il modellino che nella trasmissione Porta a Porta di Bruno Vespa è sistematicamente viene confezionato per riprodurre in scala la scena di un omicidio. Appare lampante come certe parole, per la massa, abbiano perduto ogni altra applicazione se non quella di ricordare spot pubblicitari o programmi televisivi, a discapito di aspetti ben più nobili, classici, artistici e architettonici da sempre correlati.

Non posso far altro che pensare che l’omologazione stia distruggendo la creatività inesorabilmente.

 

D.:

Che progetti hai per i prossimi mesi?

 

R.:

È da tanto che non mi cimento nella realizzazione di un’esposizione personale. Sto pensando che è un buon momento per organizzarne una. Anche se non posso realizzare sempre tutto quello che ho in mente vivo la mia vita giorno per giorno, immerso nei paesaggi che tanto sanno trasmettere.

Qui e ora!

 

 

Satiro (tecnica mista su organza) 270 x 140
Satiro (tecnica mista su organza) 270 x 140

 

Il Salento nei ricordi e nella fantasia di un invidiabile ottantenne: intervista a Ercole Pignatelli

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di Gianluca Fedele

 

Che gli avvenimenti casuali siano i migliori nella vita è proprio vero, come d’altronde lo è stata l’occasione di realizzare questa intervista del tutto inaspettata quanto desiderata.

Lunedì 27 aprile, presso I Teatini a Lecce, si è inaugurata l’esposizione temporanea “1953-2015 Un lungo viaggio ininterrotto” dedicata al maestro Ercole Pignatelli. Il mio amico Davide Sambati, suo grande estimatore, mi propone di accompagnarlo e io accetto di buon grado.

Parcheggiamo l’auto e in leggero ritardo rispetto all’orario di inizio ci avviamo attraversando Porta Rudiae. Quando ci accingiamo a entrare nella sala che ospita l’evento è Paolo Perrone, da buon padrone di casa, che sta introducendo la mostra e inoltre facciamo in tempo ad assistere a un simpatico siparietto tra pittore e sindaco sulla scottante questione dell’ingresso veicolare all’interno del centro storico di Lecce, dove persino gli astanti non fanno mancare i loro vivaci interventi.

Terminata la presentazione in molti accerchiano l’artista per un saluto o un autografo mentre altri si dissolvono per osservare le opere esposte. Tra gli intervenuti riconosco l’assessore del mio paese, Maurizio Leuzzi, e quasi scherzando gli domando: “Secondo te il maestro me la rilascia un’intervista?”. Non ho quasi terminato la domanda che ho già un appuntamento. Nel frattempo a noi si erano uniti lo stesso Pignatelli e Claudio Quarta; quest’ultimo propone la sua azienda vitivinicola quale location per l’incontro e anche se ci capisco poco annuisco soddisfatto.

Il giorno dopo, alle 17:00, siamo a Guagnano (LE) presso Cantina Moros dove a minuti sarà presentata la nuova collezione delle pregiate etichette “Vite d’Artista” realizzate in edizione limitata con logo disegnato proprio da Pignatelli. Successivamente un rinfresco per celebrare anche l’ottantesimo compleanno dell’artista che qui sembra essere di casa, tant’è vero  che i quadri a sua firma presenti nella prestigiosa struttura sono diverse decine. Per gentile concessione di seguito potremo ammirarne alcuni. Inoltre nella sala convegni di questa ex cantina sociale ha realizzato l’enorme murale “Germinazioni 3”.

Terminato il ricevimento, e dopo un calice di ottimo vino rosso, finalmente ci isoliamo dalla calca e iniziamo a chiacchierare.

 

Funambolo (coll. priv.)
Funambolo (coll. priv.)

D.:

Non vorrei avviare questo incontro con una domanda ma con una riflessione che talvolta faccio con me stesso e cioè questa: ho come l’impressione che chi ha vissuto il dopoguerra abbia respirato un’aria differente rispetto a quella degli anni successivi dove l’arte non era finalizzata a se stessa ma complementare ad altri interessi culturali e soprattutto fermenti sociali. È così?

R.:

Ciò che avviene oggi qui, nel Salento, oramai non mi appartiene in quanto mi sono stabilito a Milano e da decenni non leggo più il polso della vostra realtà locale. Di sicuro, da quello che posso percepire durante le mostre che organizzo, la provincia di Lecce si è evoluta sotto l’aspetto artistico e culturale rispetto al passato e io di quel passato posso raccontarti le mie esperienze; dalla famiglia alla scuola, dal bar alla piazza.

Provengo da un’ottima famiglia e anche grazie a mio nonno, che era medico, da ragazzo ho avuto la fortuna di avere dei rapporti assidui con artisti di notevole calibro quali Lino Suppressa – che ritengo essere stato uno dei maggiori talenti del Salento – Nino Della Notte, Luigi Gabrieli e Aldo Calò. Quest’ultimo è stato anche mio insegnante di scultura.

Ma il sodalizio più intenso e importante l’ho avuto col mio coetaneo di Trepuzzi (LE) Bruno Orlandi.

 

Germinazioni 3 (sala convegni cantina Moros)
Germinazioni 3 (sala convegni cantina Moros)

D.:

Ho già letto di questa intensa amicizia tra voi due. Un artista scomparso giovanissimo, tra l’altro. Che ricordi conservi di lui?

R.:

Orlandi è morto a Udine, appena ventiquattrenne. Come accadeva a tanti, me incluso, che durante il servizio militare dichiaravano di essere pittori, egli venne sfruttato come imbianchino. Purtroppo soffriva di otite, con conseguenti vertigini, e un brutto giorno cadde da una finestra del quarto piano dove stava lavorando.

Di tutti i personaggi che ho sin qui menzionato Bruno Orlandi aveva sul serio la stoffa per diventare un grandissimo pittore; aggiungo senza riserve che, pur essendomi coetaneo, lo percepivo già allora come maestro per me. A sedici anni sapeva disegnare come un antico e se non avesse avuto questo infame destino chissà cosa sarebbe stato in grado di fare in età più matura.

 

Nocturn lucent - particolare (coll. priv.)
Nocturn lucent – particolare (coll. priv.)

D.:

Dove si riunivano gli artisti leccesi in quegli anni?

R.:

Ricordo che in Piazza sant’Oronzo c’era il “Cin Cin Bar” dei fratelli Guido ed era un posto ben frequentato. In quel luogo si riunivano Della Notte, Calò, Gabrieli ma anche Raffaele Giurgola, mio docente all’Istituto d’Arte della materia di “disegno ornato”. Suppressa invece si aggiungeva alla comitiva quasi sempre nei fine settimana perché gli altri giorni lavorava, essendo impiegato presso la Banca d’Italia.

Io, ragazzino rispetto a loro, restavo affascinato dai discorsi che si facevano e dai commenti alle notizie che provenivano dal settentrione d’Italia e dall’Europa in merito ad alcuni nomi già noti come Guttuso o Picasso. Altre volte venivano anche a casa mia per trovare mio nonno e osservando le mie opere non si sottraevano nel dare giudizi o suggerimenti.

 

Paesaggio leccese (coll. priv.)
Paesaggio leccese (coll. priv.)

D.:

Tra questi artisti qual è quello per il quale conservi un ricordo particolarmente felice?

R.:

Non posso scordare i commenti sempre benevoli di Luigi Gabrieli nei miei confronti e nei confronti del mio amico Bruno Orlandi quando sosteneva di averci presi entrambi sotto la sua ala protettiva. Ho sempre ritenuto importanti i suoi giudizi perché venivano da un artista che ammiravo; non esagero asserendo che se Gabrieli fosse vissuto a Milano sarebbe stato considerato ai livelli di Carrà. E non scordo neppure la sua disponibilità nel foraggiare i nostri talenti quando, in orario extrascolastico, riapriva le aule di disegno solo per noi, per permetterci di usufruire dell’attrezzatura dell’istituto, che non potevamo permetterci in casa, e dipingere liberamente. Slanci di generosità che probabilmente nessun altro ci avrebbe concesso.

 

Paesaggio incandescente (coll. priv.)
Paesaggio incandescente (coll. priv.)

D.:

Non si era “liberi” durante le ore di insegnamento?

R.:

Purtroppo per noi in quegli anni avevamo un preside che definire un tiranno è riduttivo, ma cosa peggiore non capiva nulla di pittura. E anche alcuni maestri di materie importanti come “Figura” e “Decorazione” erano decisamente mediocri; nelle loro ore di lezione eravamo infatti costretti a riprodurre continuamente gli stessi soggetti – il più delle volte sculture anonime in gesso – come se ritrattistica e chiaroscuro fossero l’unica cosa importante nell’insegnamento dell’arte. Io e Orlandi vivevamo malissimo questa situazione e così, durante l’ultimo anno, decidemmo di andare a dipingere per conto nostro: armati di fogli, colori, pennelli e panini con la frittata partivamo a piedi per le campagne di San Cataldo dove trascorrevamo l’intera giornata realizzando acquerelli. Un po’ come faceva Edoardo De Candia.

 

D.:

Un personaggio controverso, De Candia. Lo conoscevi?

R.:

Era un vagabondo! Nel ’54 lo portai con me a Milano per cercare di risollevarlo dai suoi guai. All’epoca avevo preso in affitto una stanza in via Munzio Clementi, lo stesso appartamento dove poi venne a fotografarmi Ugo Mulas. Ti dico solo che quando andai alla Biennale di Venezia lo invitai ad accompagnarmi ma non volle venire; un’opportunità sprecata la sua perché io lì conobbi Virgilio Guidi. Al rientro la padrona di casa mi minacciò che avrebbe sfrattato anche me se non lo avessi fatto andare via.

Aveva delle ottime qualità ma anche tanti vizi.

 

Nudo nell'interno - 2002 (coll. priv.)
Nudo nell’interno – 2002 (coll. priv.)

D.:

La scelta di Milano, come città per favorire la carriera artistica, è stata casuale?

R.:

Già Suppressa mi aveva paternamente esortato a trasferirmi fuori; mi disse che se fossi rimasto a Lecce avrei rischiato, nella migliore delle ipotesi, di imboccare la strada dell’insegnamento. Fu un pronostico agghiacciante per me che non avevo neppure voglia di pigliarmi il diploma, figuriamoci diventare insegnate. Così partii prima per Roma, ma non mi piacque. A Milano invece trovai tutto ciò che andavo cercando. Il resto della storia la conoscete già…

 

D.:

Anche se da decenni non vivi più a Lecce si percepisce un legame importante con la tua città di origine e lo vediamo nei motivi architettonici e vegetali che ritornano frequentemente. Che vuol dire avere origini salentine?

R.:

Sono via da sessant’anni ma ritorno di continuo nel Salento perché tutto sommato sono un romantico. Se sei nato qui il sangue nelle vene è quello; anche se vai a New York non cambi. E l’ho avuta la possibilità di andarci in America quando Franz Kline mi disse: «Vieni! Ti porto a conoscere i miei galleristi della “Sidney Janis Gallery”». Poi lui morì dopo un paio d’anni ma io non fui comunque allettato dalla proposta. Sapevo che mi sarei dovuto snaturare seguendo ciò che avrebbe preteso da me quel tipo di mercato che osannava Andy Warhol. Io dipingo masserie circondate dal mare, palme e melograni così come da ragazzo dipingevo l’ex liceo Palmieri dal terrazzo della mia abitazione. Anche questo sono io!

 

Pergolato - 1955 (coll. priv.)
Pergolato – 1955 (coll. priv.)

D.:

Anche quei serpenti che affiorano dalle viscere della terra appartengono alla simbologia rurale?

R.:

Dobbiamo contestualizzare un elemento così evocativo e pregno di significati in una terra come la nostra che è il risultato di millenni di stratificazioni evidentissime, persino nelle cosiddette “tagghiate”, e che è stata oggetto di importanti studi; addirittura il De Nittis nell’Ottocento scrisse di quella tragedia che fu la siccità e la conseguente moria delle vacche. Il mio paesaggio, che è un luogo ideale posto su una zolla di terra e protetto anche da una campana di vetro, è minacciato dal serpente che, uscendo alla ricerca dell’acqua, dall’esterno tenta di lesionare questa difesa per distruggerlo.

 

D.:

Questi paesaggi “ideali” sono spesso ingentiliti dalla presenza di palmizi ma nella realtà il punteruolo rosso oggi ha stuprato in maniera irreversibile il panorama di molte città. Qual è il tuo pensiero a tal proposito?

R.:

Purtroppo questo fenomeno non è circoscritto solo alle palme ma vale la stessa cosa per gli ulivi con la Xylella o per gli agrumi con la Fumaggine. La colpa è di chi dovrebbe garantire il controllo dell’ingresso di prodotti alle frontiere perché ormai è risaputo che i parassiti responsabili di queste epidemie sono stati importati dall’estero. Pur non simpatizzando per il movimento della Lega Nord oggi posso confermare che Bossi aveva ragione quando ammoniva sul non aprirsi troppo.

 

Proliferazione (coll. priv.)
Proliferazione (coll. priv.)

D.:

Ieri sera, durante la presentazione della mostra, ho assistito a un divertente scambio di opinioni tra te e il Sindaco Perrone: lo redarguivi sulla questione della viabilità. Gli artisti, secondo te, dovrebbero essere coinvolti dalle amministrazioni nella progettazione delle città?

R.:

Gli artisti da questo punto di vista sono una risorsa e avrebbero tanto da dare ma purtroppo non vengono ascoltati. In quel caso mi sono permesso di avanzare una battuta per via dei rapporti personali di stima e amicizia che coltivo sia con Paolo Perrone che con Raffaele Fitto. Raffaele lo tenevo per mano quando aveva nove anni e io andavo a Maglie a trovare il padre, il caro amico Totò Fitto. Ma oggi, che sono degli amministratori, più che appuntargli la mia personale visione delle cose non posso fare. Ci sarebbero tante idee da mettere in piedi per esaltare quel meraviglioso centro storico e far guadagnare alla città di Lecce dei bei soldini, oltre che adeguarla del punto di vista della vivibilità. Ora, pur rendendomi comunque conto delle diverse difficoltà che sicuramente esistono, specie quando si tratta di cambiare le abitudini di quindicimila persone – tanti sono gli abitanti del borgo antico leccese – non posso non pensare alla realtà di città come Zurigo, che conosco benissimo e dove ho realizzato delle lunghe mostre. Lì le auto che si vedono in circolazione sono veramente pochissime e l’uso dei mezzi pubblici e delle biciclette è molto diffuso. È quindi solo una questione di cultura ed educazione al bello.

 

Siccità - Oasi (coll. priv.)
Siccità – Oasi (coll. priv.)

D.:

Io sono di Nardò come il pianista Francesco Libetta. Con quest’ultimo so che hai partecipato a un Music Action Painting. È importante l’interazione tra le arti?

R.:

Francesco è un carissimo amico; in quell’occasione eravamo ospiti di Nicola Montinari nella sua villa. Da quando dipingo ho sempre un sottofondo musicale. Pur conoscendoli a memoria i miei preferiti restano Bach, Beethoven, Vivaldi, Stravinskij e non oltre. Sono amante della musica seria, quella che l’ascolti e ti trasmette qualcosa.

 

D.:

Di alcuni dipinti mi attraggono certe cromie quasi fluorescenti. Quanto conta la materia per la buona riuscita dell’opera?

R.:

Nel ’58 smisi di dipingere a olio per una serie di motivi sia pratici che estetici: in primo luogo perché mi dava fastidio e mi danneggiava la salute e poi perché il colore asciugava male. Inoltre c’è che l’olio di lino col tempo ingiallisce e l’esempio viene dalle opere del 1700 ormai annerite. Se invece prendiamo il Cristo morto del Mantegna, realizzato tre secoli prima, noteremo immediatamente delle tinte perfette poiché si utilizzavano tempere all’uovo e colla di coniglio. Personalmente, essendo meridionale, da sempre nella mia pittura e nella conseguente ricerca della gamma cromatica tendo a dare la massima luce e le massime ombre.

 

Logo Vite d'Artista
Logo Vite d’Artista

D.:

Sul tuo ultimo catalogo ho visto una cosa che mi ha fatto sorridere e cioè dei modelli F24 sui quali hai dipinto dei vasi di fiori. Da dove viene la scelta di utilizzare questi atipici supporti?

R.:

Molto semplice: il mio gallerista gli ha venduti tutti a commercialisti!

 

D.:

Veramente divertente! Consiglieresti a un ragazzo che intraprende la carriera artistica di affidarsi a un gallerista?

R.:

Certamente! Direi che è fondamentale, almeno per incominciare a muovere i primi passi. Il mio primo gallerista l’ho avuto a diciott’anni ed era il veneziano Carlo Cardazzo, il più grande col quale io abbia mai collaborato. Subito dopo ho avuto Giorgio Marconi, Tega, Sapone. Attualmente non sono legato a nessuno da questo punto di vista ma comunque le mie opere sono trattate da diverse pinacoteche a Milano, Nizza, Zurigo, etc..

 

D.:

So che anche i tuoi figli sono dei creativi, in particolare Luca che ha seguito pienamente le orme paterne. Come hai reagito quando ti hanno comunicato di voler lavorare nel campo artistico 

R.:

Per risponderti avrei bisogno di molto più tempo. Posso solo dirti che personalmente sono stato felice per loro; oggi più di allora perché mietono successi in tutto il mondo e mi  fanno sentire estremamente orgoglioso. Daniele, il primogenito, dopo aver fatto ventisei esami alla Bocconi per fare Economia e Commercio ora è regista e filmmaker per inseguire il sogno di fare cinema; Luca è un brillante pittore della sua generazione; Francesco si occupa di fotografia. Non potevo sperare di meglio.

 

D.:

Quali sono i tuoi propositi per il futuro?

R.:

Oggi compio ottant’anni e come si fa di solito a quest’età ho iniziato a scrivere un libro di memorie curato da Sebastiano Mondadori per l’editore Johan & Levi. Dovrebbe uscire a novembre. Nello stesso periodo, finito l’Expo, sarò anche impegnato alla Triennale di Milano dove avrò a disposizione la Sala Impluvium.

Dopo, francamente, non lo so cosa farò.

Dipingere il traffico per esorcizzare il caos. Intervista a Stefano Bergamo

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di Gianluca Fedele

 

L’arte mi appassiona perché sa ancora farmi sorprendere laddove tutto il resto delle cose mi annoia e delude. Le opere di Stefano Bergamo incarnano molto bene questa filosofia poiché “incrociandole” si può avere, è proprio il caso di dirlo, come un piacevole trasalimento. Le prime immagini da lui prodotte le ho osservate sorseggiando un Mojito nel bar della piazza principale di Leverano (LE). Qualche tempo più tardi, chiedendo un po’ di informazioni ad amici, siamo giunti a fissare l’appuntamento per questa intervista.

Raggiungo l’artista all’interno del cortile di un altro bar dove attualmente è impegnato nella realizzazione di un grande murales nel quale viene rappresentato un tamponamento a catena di veicoli anni ’40 e ’50, tipici del suo stile.

Stefano è molto loquace; un paio di caffè e stiamo già chiacchierando.

2

 

D.:

È la prima volta che incontro uno “Street artist” e devo ammettere che l’allegria  è la prima travolgente sensazione. Mi sorprendono a questo punto i tuoi studi universitari che, per quanto mi è dato di sapere, sottintenderebbero ben altre vocazioni: come hai conciliato la laure in economia con l’arte urbana?

R.:

Intanto vorrei precisare che la mia specializzazione post laurea riguarda la “Gestione, Conservazione e Valorizzazione del Patrimonio Artistico”, questo la dice lunga sulla vera e forte inclinazione artistica. Teoricamente quindi sarei un manager culturale ma nella realtà dei fatti ho lasciato che fossero altre passioni a prendere il sopravvento nella vita.

L’attrattiva per il disegno l’ho sempre avuta ma sicuramente coltivata durante le scuole superiori, quando frequentavo l’Istituto Tecnico Industriale; anche qui, a dispetto delle nozioni di geometria studiate, la grafica con la quale attualmente rappresento le auto nel mio traffico è totalmente sganciata da canoni assonometrici e regole prospettiche.

Il master nel ramo del merchandising, invece, mi è stato indispensabile per studiare le criticità di questo atipico mercato e concepire un genere di linguaggio più consono anche alla fruizione del pubblico.

È importante infatti che alcuni messaggi arrivino diretti all’obbiettivo.

 3

D.:

Quali aspetti della comunicazione massiva si presterebbero alla delicatezza dell’arte?

R.:

Fondamentalmente sono attratto in maniera viscerale dalla pubblicità e da tutto ciò che è comunicazione visiva. L’uomo del nostro tempo è a dir poco dominato dagli spot che lo bombardano da ogni direzione; in tutto ciò l’aspetto che da sempre mi incuriosisce è il modo in cui una frase, un’immagine, un suono possano condizionare il consumatore tanto da indurlo all’acquisto del prodotto.

Poi, come è noto, ci sono delle indecenze anche tra le réclame ma io resto concentrato su quelle piccole opere d’arte che dal tempo del Carosello hanno affinato tecniche e modi di comunicare utilizzando colore, gestualità e soprattutto psicologia.

 

D.:

Possiamo dire che combatti il consumismo con le sue stesse armi?

R.:

Certamente mi avvalgo delle mie conoscenze in materia per evidenziare le gravi criticità di quest’epoca e del mondo caotico che ci circonda dove la televisione, con i suoi programmi di scarsa qualità, abbassano il livello medio culturale.

In questo scenario fatto di modelli precari, di personaggi “usa e getta” e di sentimenti a buon mercato, il paradosso sta nel fatto che alcuni stacchi pubblicitari siano talvolta più “impegnati” e interessanti rispetto al programma televisivo stesso che sponsorizzano. Oltre che indispensabili al commercio e alla libera concorrenza.

L’opera che mi prefiggo è quella di provocare nella mente dell’osservatore, tramite le raffigurazioni, pensieri di rottura rispetto allo standard e alla massificazione dilagante.

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D.:

Anche se qualcuno colloca le tue opere in un contesto di postmodernismo io viceversa trovo lo stile più da Pop art. Tu in quale corrente ti rivedi?

R.:

Il mio stile trae indiscutibilmente linfa dai favolosi anni ’70 e lo possiamo leggere non solo nei vivaci colori ma anche nella scelta non casuale dei modelli di veicoli utilizzati in questi ingorghi urbani: dalla autoctona Fiat 500 fino al Maggiolone Volkswagen, passando per la Citroën 2CV e il furgoncino Transporter. Quest’ultimo veicolo in particolare ricorre spesso quale simbolo degli hippie e conseguentemente anche dello storico concerto di Woodstock del 1969.

Negli incidenti che dipingo qualcuno ci ha visto dei presagi funesti ma in realtà sono tutt’altro che sinistri: la rottura che intendo concepire è simbolica e catartica rispetto al caos quasi claustrofobico che ci circonda quotidianamente. L’idea è quella di frantumare l’ingorgo per creare nuovi spazi di manovra intorno a noi ma anche e soprattutto dentro di noi.

5

D.:

Quell’ingorgo di cui parli è legato anche alla crisi della creatività?

R.:

Indubbiamente la crisi economica che stiamo attraversando si riflette su moltissimi altri aspetti e quello creativo è uno di questi. Oggi persino i designer dei grandi marchi – dall’arredamento alla moda – si ritrovano a scandagliare i mercatini dell’antiquariato con l’aspettativa di individuare oggetti del passato dai quali trarre ispirazione o addirittura per rivisitarli con materiali contemporanei e tecnologie al passo coi tempi. Non meraviglia quindi che siano proprio gli articoli degli anni ’60 e ’70 ad affascinare creativi e non. Tra tanti esempi mi vengono in mente i frigoriferi bombati, da qualche anno riscoperti, oppure aziende automobilistiche che per ritornare in auge, e ad avere quindi successo nelle vendite, hanno dovuto riesumare vecchi stereotipi a discapito di un “moderno” nato vecchio. In fondo ciò che ha contraddistinto quel periodo è stato proprio il desiderio di libertà e la sensazione che da quel momento in poi tutto ciò che di bello poteva essere immaginato poteva anche essere realizzato. Un ottimismo che persino il mondo della musica ha saputo registrare sia con le note ché con la grafica di certe copertine.

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D.:

Ti piacerebbe cimentarti nella realizzazione dell’immagine di copertina di un album musicale ?

R.:

Senza dubbio, si! Sono letteralmente folgorato dalla psichedelia delle copertine dei grandi gruppi storici come Pink Floyd, Genesis, e King Crimson. Oggi la ritrovo, in particolare, in quelle dei Radiohead.

Quelle raffigurazioni sono dei piccoli capolavori, formato tascabile, che non rimangono confinati a se stessi ma possono essere fruiti da chiunque. E poi c’è l’aspetto importante dell’interazione tra musica e grafica che, se vogliamo, permette di percepire il suono anche con la vista.

 

D.:

Come si potrebbe rigenerare la creatività?

R.:

Sono convinto che alla base del cambiamento ci siano sempre i bambini e loro soltanto, con la totale e innocente assenza di inibizioni, posseggono la chiave per percepire il mondo in maniera più giusta.

Durante un lavoro svolto in una scuola ho avuto modo di valutare personalmente, tramite disegni e colori, come la creatività dei più piccoli sia veramente libera. Col tempo, purtroppo, in molti casi questa dote innata va scemando. Già negli istituti dell’infanzia noi adulti gli tarpiamo le ali della libera creatività omologandoli, indottrinandoli a uso e consumo della società cosiddetta “civilizzata”, formando piccoli moralisti che crescendo contribuiranno solo a rendere più grigio il luogo in cui vivranno.

Adoro i bimbi e li prediligo a chiunque altro come osservatori della mia arte; le reazioni spontanee che hanno di fronte alle opere sono ciò che più si avvicina al mio obiettivo.

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D.:

A questo proposito ho visto delle tue installazioni in cui hai utilizzato anche delle macchinine giocattolo. I bambini con quali occhi le guardano?

R.:

Quando realizzo gli incroci miniaturizzati i bambini sono presenti con tutta la curiosità che posseggono e mi ronzano attorno nell’attesa che il lavoro sia terminato in modo da poter usufruire di quelle piste che ai loro occhi altro non sono che semplici giochi per socializzare. Siamo noi adulti che lo abbiamo scordato nell’attimo in cui ci hanno interrogati dicendo: “non cresci mai?”.

Talvolta, tra le confluenze d’auto, introduco persino animali che possono essere da cortile ma anche di bosco o addirittura improbabili dinosauri e mi diverto così a osservare le reazioni degli spettatori.

Questo genere è nato all’interno di un concorso d’arte a Rieti – dove si trova la galleria che si occupa delle mie opere – giocando, appunto, con la differente accezione del termine incrocio. Quest’ultimo viene inteso non solo come intersezione stradale ma anche come contaminazione di vite umane o gruppi di persone che attraversandosi devono necessariamente scambiarsi giudizi, opinioni e concetti.

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D.:

Perché proprio Rieti?

R.:

Ho partecipato ad eventi organizzati da diverse gallerie in giro per l’Italia ma con Studio7 Arte Contemporanea e la sua responsabile, Barbara Pavan, ho intrapreso un rapporto differente sia per la stima reciproca sia per il luogo geografico in cui si trova. Il parco naturale della Sabina, infatti, avendo una storia particolare fatta di razzie e innumerevoli scorribande, viene ancora oggi difeso dai suoi abitanti dall’eccessivo flusso turistico proveniente dalla capitale.

Questo particolare aspetto, che si ripercuote nello sviluppo economico e sociale, e conseguentemente sul mondo dell’arte, ha indotto la gallerista ha sviluppare nuove strategie di comunicazione per far si che fossero gli interessati a muoversi verso le opere e verso gli artisti e non il contrario. Ho subito abbracciato la causa.

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D.:

Sono utili i servizi delle gallerie per promuovere gli artisti?

R.:

Per quella che è la mia esperienza posso ritenermi fortunato poiché molte pinacoteche gettonate oggi puntano poco sugli artisti emergenti e non è certamente un bene. Inoltre si diffonde sempre più l’utilizzo dell’arte come mezzo di ostentazione di un fasullo stato sociale; nasce così la pratica dell’affitto di capolavori dei grandi maestri al fine di sfoggiarli all’occorrenza, e solo durante affollati ricevimenti.

 

D.:

Quali sono i maestri dell’arte ai quali ti senti più vicino?

R.:

Sono tanti gli artisti dai quali ho cercato di carpire qualcosa e per ognuno vi è un aspetto differente ma a Jean Michel Basquiat ho riservato un posto speciale non solo per la sua travagliata vicenda umana ma soprattutto per quel suo stile inconfondibile, al limite del graffitismo primitivo. Tra gli artisti della Pop art che preferisco figurano Andy Warhol e Keith Haring ma più di tutti Mario Schifano che nella Roma degli anni ’60 aveva creato una pagina di storia importate insieme ai compagni della Scuola di piazza del Popolo. E poi adoro quasi tutti i grandi espressionisti del passato: da Pollock per la gestualità e la forza a Mark Rothko per quelle grandi campiture di colore con le quali sperimentava non tanto le forme quanto agli stati d’animo.

Tra gli artisti contemporanei, invece, non si può non considerare Banksy.

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D.:

Quanto conta per te la sperimentazione?

R.:

La sperimentazione conta molto! Intanto perché mi permette di non limitarmi nell’uso della materia, sia come supporto che come strumenti di realizzazione. Da qualche tempo mi riesce difficile creare le mie opere su degli spazi particolarmente limitati quali possono essere le tele e per questa ragione mi trovo costretto a ricercare perlopiù grandi pareti per esprimermi.

Qui mi riallaccio all’aspetto dell’osservazione delle reazioni di fronte all’opera, che vale per i bambini ma vale ancora di più per gli adulti; mi piace infatti pregustare il momento in cui l’occhio del recettore, non ancora preparato, si ritrova in pochi attimi a contatto con un disegno realistico.

L’esperimento è talvolta esilarante.

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D.:

Come giudichi i ragazzi che imbrattano muri privati o gli edifici storici?

R.:

I ragazzi, a giusta ragione, hanno sempre qualche messaggio da urlare per difendere la libertà di espressione e il loro futuro ma è un controsenso che a pagarne le conseguenze siano proprio i luoghi che simboleggiano il territorio in cui vivono. Vediamo ad esempio le mura di Lecce tempestate di stencil riportanti la scritta “No Tap” che, per quanto condivisibile sia il proposito, questo genere di protesta è al limite dell’inciviltà.

Invidio invece la capacità di certi Street artist di decorare intere facciate di palazzi ma quello è un altro discorso estraneo al vandalismo e che può avvenire soltanto in sinergia coi privati o con le amministrazioni.

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D.:

In che modo si potrebbero migliorare le città con la Street art?

R.:

Una sola parola: colore!

La politica spesso pecca di distrazione mantenendo in stato di abbandono luoghi pubblici che ingrigendo rattristiscono anche il decoro urbano, quando invece si potrebbero tranquillamente affidare a giovani artisti gli spazi verdi e le strutture in disuso per rivalutarle e offrire così doppio servizio alla collettività. E ai ragazzi, se bene indirizzati, non manca certo l’inventiva.

Il Salento poi non è fatto di grandi metropoli ma di città e borghi che sono già “a dimensione d’uomo”. Dovremmo uscire da questo caos colorato nel quale ci siamo imbottigliati e ricominciare a guardare i fiori.

 

Intagliare la materia per necessità. Intervista a Renzo Durante

di Gianluca Fedele

 

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Entrare in un laboratorio d’arte provoca sempre piacevoli sensazioni di stupore, a maggior ragione se si tratta di uno studio di scultura, dove la tridimensionalità delle opere invade lo spazio circostante.

Renzo Durante mi è stato presentato recentemente e ho apprezzato nell’immediato la tecnica, ma soprattutto la sensibilità, con la quale, modellando le figure, restituisce loro quasi movimento. Versatile: non vi sono materiali naturali sui quali non provi a cimentarsi, plasmandoli secondo le immediate ispirazioni. All’interno del lungo viale che conduce all’opificio sono esposti anche elementi decorativi per edilizia; questi ultimi prevalentemente in pietra leccese. Ci sediamo circondati dalle sculture che fanno bella mostra un po’ dappertutto e un paio di gatti si accomodano su di noi. La plasticità di alcuni corpi marmorei fornisce una compagnia fisica oltre che concettuale.

 

CAOS ORGANICO legno di ulivo
CAOS ORGANICO legno di ulivo

D.:

Quali sono state le circostanze per le quali hai intrapreso il complesso percorso della scultura?

R.:

Parto subito col raccontare come il mio primo approccio con l’arte, e il conseguente desiderio di cimentarmi con la scultura, durante gli studi liceali furono caratterizzati da alcuni ostacoli: quando mi iscrissi al primo anno dell’Istituto Statale d’Arte di Lecce, infatti, il corso di scultura era saturo e dovetti così ripiegare su quello di ceramica. Mi servì l’approccio con la modellazione in argilla per instradare i miei sensi al concetto del volume ma sentivo comunque che non era il ramo confacente alle mie abilità. Nell’anno successivo ancora una volta non mi fu data la possibilità di cambiare specializzazione e forse per reazione mi ritirai dalla scuola per una sorta di anno sabbatico.

In realtà non volevo sprecare il mio tempo sottraendolo agli studi e così intrapresi temerariamente un corso di scultura presso la Galleria Maccagnani di Lecce gestito dal prof. Antonio Miglietta.

Passato questo breve ma intenso periodo rientrai al solco degli studi regolari perseguendo il filone che tanto avevo rincorso sotto la guida dei professori Giovanni Scupola e Vito Russo; con quest’ultimo il caso ha voluto che dopo vent’anni mi ritrovassi a partecipare a una mostra collettiva di scultura.

A entrambi devo molto per la fiducia e la stima che mi hanno saputo infondere consigliandomi paternamente di proseguire.

 

AMANTI - Pietra Leccese
AMANTI – Pietra Leccese

D.:

Fa piacere incontrare una persona che doppia gli ostacoli per inseguire la propria inclinazione. Cosa hai fatto terminati gli studi?

R.:

Devo dire che sono sempre stato molto istintivo nella vita: a diciannove anni ho preso le mie poche cose e sono partito per Firenze a lavorare. Nei primi periodi trovai subito impiego presso un laboratorio di scultura a Prato; negli anni successivi invece fui assunto all’interno di una cava di marmo (pietra serena, nello specifico) tra le colline di Fiesole. Qui, insieme ad altri colleghi scalpellini, ero impegnato nelle operazioni di sgrossatura dei pezzi che poi sarebbero diventati elementi decorativi perlopiù da edilizia e restauro.

 

CICLO VITALE legno di cipresso-pietra leccese
CICLO VITALE legno di cipresso-pietra leccese

D.:

Della città di Firenze che ricordi conservi dal punto di vista artistico?

R.:

Firenze, secondo me, è attualmente spesso sopravvalutata poiché galleggia sugli albori di un’era svanita ormai quasi del tutto. Le botteghe della concezione rinascimentale, quelle nelle quali si creava arte e artigianato, sono ormai una realtà in via di estinzione. Ciò mi ha in parte deluso perché mi attendevo di trovare ancora ricerca, speravo di potermi contagiare di quei fermenti artistici che hanno fatto grande il capoluogo toscano.

 

flusso verticale, Pietra Leccese- cm 200
flusso verticale, Pietra Leccese- cm 200

D.:

Quanto tempo ci sei rimasto?

R.:

Quell’esperienza durò quasi sei anni trascorsi i quali decisi di far ritorno nel Salento.

Che qui il rapporto lavorativo-retributivo non sia per nulla paragonabile a quello del settentrione d’Italia è cosa ben nota, si farà presto quindi a desumere che le mie prime collaborazioni artigianali al sud non furono particolarmente entusiasmanti. Strinsi comunque i denti cercando di trarre insegnamento da ogni esperienza; testai le mie capacità attraverso pietre durissime come la cosiddetta “pietra viva” o quella di Minervino sulla cui superficie persino gli scalpelli spesso avevano la peggio. Proseguii fino a raggranellare l’indispensabile che mi consentisse di acquistare l’immobile dove attualmente svolgo la mia attività.

Sono già trascorsi cinque anni da quando il mio sogno si è concretizzato!

 

METAMORFOSI FUTURA. pietra leccese-carparo
METAMORFOSI FUTURA. pietra leccese-carparo

D.:

Ora che finalmente realizzi opere ispirate quali fattori scuotono maggiormente la tua emotività?

R.:

Le ispirazioni sono sempre in divenire, continuano a mutare in maniera diretta rispetto all’evoluzione interiore. Talvolta è la materia stessa a fornirmi l’emozione che si trasforma in idea. Questo ad esempio è capitato per una delle ultime sculture sulla quale sto ancora lavorando, in parte realizzata modellando la fisionomia di un volto umano su una pietra pomice rilasciata sulla battigia dal mare. Sto tentando infatti di rappresentare la tragedia dei naufraghi che continua a ripetersi al largo delle nostre coste.

Da qualche tempo comunque mi lascio ispirare dagli indomabili e imprevedibili flussi organici che la natura e il suo caos sviluppano. L’opera “Rinascita” è la testimonianza più concreta in merito a questo studio poiché è realizzata su un tronco d’ulivo dato alle fiamme prima e reciso poi insieme ad altri dalla brutale mano dell’uomo. Il dramma – e la mia denuncia – sta nel fatto che sul terreno dove insistevano questi contorti colossi attualmente è presente un impianto fotovoltaico con tutto il suo aberrante scempio ambientale.

Infine c’è il mare, mia grande passione, eternamente inquieto, il quale omaggio con piccole onde come souvenir dei nostri incontri.

 

Passato e presente - Roccia
Passato e presente – Roccia

D.:

Che non ci siano materiali sui quali tu non ami cimentarti mi è chiaro ma ne prediligi qualcuno in particolare nella scultura?

R.:

Ogni materiale che lavoro ha le proprie peculiarità che, come dicevo, spesso hanno una stretta correlazione col concetto che intendo rappresentare.

La pietra leccese, molto più istintiva rispetto al marmo, mi ritorna utile perlopiù quando ho bisogno di impressionare il pensiero con una certa immediatezza: la sua consistenza tenera ovviamente ne facilita la lavorazione. C’è da dire inoltre che spesso aggredisco il blocco senza passare per bozzetti preparatori allo scopo di non inquinare il pensiero che di getto mi attraversa la mente.

Le mie sfide però restano tuttavia il marmo e soprattutto l’umile “pietra viva”; questa roccia, una volta utilizzata in ambito rurale per la costruzione dei tipici muretti a secco, oggi è stata rivalutata persino nell’artigianato. Le sue porosità rossastre le conferiscono una sorta di ulteriore dimensione interna.

Sui legni poi ci sarebbe da aprire un capitolo a parte per la sempre differente conformazione delle venature e dei nodi che vanno esaltati volta per volta. Ho lavorato tronchi di noce, quercia, cedro, cipresso e qualche radice ma rimango fortemente legato all’ulivo anche per ciò che simbolicamente incarna del nostro territorio. A maggior ragione ora che è minacciato da un pericolo subdolo chiamato Xylella fastidiosa.

 

Progressione dinamica, Pietra leccese
Progressione dinamica, Pietra leccese

D.:

Quali sono stati gli artisti che ti hanno influenzato?

R.:

Il primo maestro che mi viene in mente è certamente Umberto Boccioni: ha generato l’input attraverso il quale mi sono aperto alla concezione del dinamismo, filosofia questa che mi rappresenta molto anche nel quotidiano. Per lo stesso motivo si rilevano in ciò che faccio anche contagi dalla pittura futurista e cubista o della scultura moderna di Henry Moore e Medardo Rosso.

Per comprendere certe superfici sfaccettate delle mie opere bisogna invece rintracciare le influenze dello scultore Ossip Zadkine

 

RINASCITA, legno di ulivo
RINASCITA, legno di ulivo

D.:

Ti senti un po’ futurista?

R.:

Non amo le etichette, mi piace solo prendere ispirazione da quel movimento che ancora per certi versi è avanguardia; sarebbe anacronistico se io oggi mi professassi futurista. Ho motivo di credere che i filoni artistici siano soprattutto il risultato di una serie di fattori sociali e politici, prima che creativi. In quest’ottica è chiaro che il triste periodo che stiamo attraversando, e la conseguente incapacità di intraprendere nuovi percorsi culturali, si ripercuotano fisiologicamente anche sull’arte.

 

SENZA FINE, pietra leccese-legno
SENZA FINE, pietra leccese-legno

D.:

Potrebbe attecchire qui, nella Terra d’Otranto, il virgulto di una nuova corrente?

R.:

Potrebbe! Anche se la mediocrità è imperante rimango convinto che le possibilità e le menti ci siano ma occorrerebbe che queste eccellenze fossero capaci di costruirsi un adeguato contenitore, e non solo di un circoscritto luogo geografico. Noi artisti meridionali viceversa, tendenzialmente individualisti, siamo aperti alle contaminazioni ma sempre poco inclini alle collaborazioni.

 

Terra e Fuoco - Ulivo - 2014
Terra e Fuoco – Ulivo – 2014

D.:

Il proliferare di associazioni culturali è positivo secondo te?

R.:

Personalmente ho contribuito, assieme a un gruppo di amici, alla fondazione dell’associazione culturale Mujmuné a Leverano (LE) con la quale abbiamo spesso promosso eventi coinvolgendo persino artisti internazionali. Questa nostra esperienza, come tante altre, si inserisce all’interno di una recente riscoperta di valori di accoglienza ma incoraggia oltretutto la consapevolezza delle potenzialità di una terra sino a oggi bistrattata persino da chi la abita.

Lo spirito col quale si intraprendono le nostre iniziative è quello di creare una sensibilità collettiva, riaprendo le finestre del cervello troppo spesso serrate.

 

D.:

Attraversando il viale che porta al laboratorio ho notato sculture che non portano la tua firma. Come mai?

R.:

Quelle tre opere sono parte dell’eredità che alcuni artisti hanno lasciato al comune di Leverano al termine di un simposio internazionale di pittura e scultura organizzato dall’associazione di cui sopra, in collaborazione con altre associazioni cittadine. Sulla scorta di mie esperienze simili abbiamo invitato tre scultori e tre pittori a cimentarsi in una produzione estemporanea d’arte: un evento partecipato anche dalla cittadinanza e certamente riuscito. Prossimamente due delle tre sculture verranno installate nel centro storico e la terza nell’aiuola antistante il comune.

Le opere pittoriche invece, verranno collocate temporaneamente nella biblioteca in attesa di trovare un luogo da destinare a pinacoteca comunale.

 

VIBRAZIONE PRIMORDIALE, Roccia
VIBRAZIONE PRIMORDIALE, Roccia

D.:

Partecipi spesso a eventi analoghi?

R.:

Quando ne ho la possibilità, e se gli impegni me lo consentono, intervengo sempre con piacere a questi workshop d’arte. Per me rappresentano appaganti momenti di confronto e in qualche occasione mi è capitato di fare la conoscenza con giovani e brillanti artisti provenienti da tutto il mondo. In determinati ambiti si innesca anche la sana competizione con gli altri concorrenti ma soprattutto con le mie individuali potenzialità.

Partecipare a queste manifestazioni mi consente inoltre di viaggiare – sono stato in Umbria, in Trentino, in Toscana, e all’estero in Slovenia e Croazia – nonché mietere rilevanti soddisfazioni personali come quella di vedere esposta la propria opera nel museo all’aperto di una pista da sci.

 

D.:

Soltanto in questo modo promuovi le tue sculture?

R.:

Allestisco anche delle mostre qualora me ne venga data la possibilità – perché spostare un blocco di marmo non è come trasportare dieci tele. Di recente alcuni miei lavori sono stati ospitati per lungo periodo presso il Comune di Copertino.

Viceversa non amo assolutamente le gallerie, che reputo piccoli magazzini di commercio, inadeguate per contenere l’energia che sprigiona l’arte. E per di più trovo oltremodo condizionante, nei confronti della creatività dell’artista, il sistema che i mercanti adottano per imporre quantità di produzione o talvolta addirittura stili e tematiche.

 

D.:

Alludevi al trasporto delle opere dall’ottica economica: è costosa l’arte?

R.:

Un’opera ha un valore pari all’emozione che provoca e il costo è connesso di riflesso al dispendio energetico ed economico attraverso il quale è stato possibile realizzarla.

Gli artisti sono in qualche modo dei missionari: hanno il compito di aprire le coscienze di chi fruisce la loro arte.

 

Arte. Intervista ad Angelo Lupi Tarantino

Bozzetto per Arcinemico alle porte cm 140x160 acrilico pigmento su tela anno 2008
Bozzetto per Arcinemico alle porte cm 140×160 acrilico pigmento su tela anno 2008

di Gianluca Fedele

Ci sono persone che abbiamo conosciuto già prima di averle incontrate. Magari siamo cresciuti inconsapevoli della loro esistenza – in certi casi ignari perfino della prepotenza con la quale sono entrati a far parte del nostro quotidiano.

Angelo Lupi Tarantino per me si staglia benissimo in questa descrizione poiché da bambino ho convissuto, come tanti altri, con una delle sue grandiose opere: Momenti dall’Ultima Cena . Questa importante tela insiste all’interno del convento della chiesa di San Francesco da Paola a Nardò dove, assieme ai miei coetanei, frequentavo le lezioni di catechismo.

Oggi, per mezzo delle interviste nelle quali continuo a cimentarmi, ho l’occasione di incontrare il suo autore.

Il padrone di casa mi invita già dai primi istanti a curiosare tra quelli che definisce “i miei quadretti”: opere di quasi due metri. Ci sono vasetti di ogni colore, dipinti accatastati, vere e proprie piramidi di libri e poi un paio di cavalletti sui quali si ergono le recenti opere su cui sta lavorando. Ci accomodiamo.

 

Caduta cm 130x140 acrilico su tela anno 2007
Caduta cm 130×140 acrilico su tela anno 2007

 

D.:

Ebbene, siamo finalmente insieme all’interno di questo variopinto scrigno.

In apertura vorrei domandarti dove hai maturato la tua passione.

 

R.:

Potrei affermare che il disegno e la pittura sono stati per me una necessità ancor prima dell’urgenza di nutrirmi e del respirare: ricordo che già all’età di quattro anni sottraevo a mia madre – che era un’insegnante – dei grandi manifesti sul retro bianco dei quali avrei potuto scarabocchiare liberamente. Quei fogli più grandi di me io li riempivo di colori e raffigurazioni particolarmente enigmatiche per i miei anni. Non è quindi solo un modo di esprimermi, la pittura, ma il viscerale bisogno di espellere universi che stazionano nel mio intimo invadendolo; essi nascono chissà dove ed esistono a prescindere dalla razionale volontà.

Giunto ora alla mia non più giovane età devo riconoscere alla modesta arte che produco il pregio di aver mantenuto perlomeno quella sincerità.

 

D.:

Quando non è sincera, l’arte?

 

R.:

Di certo, ad esempio, quando è commissionata subisce una forzatura. L’arte è una pulsione che nasce dall’intimo, non è concepita per piacere a ogni costo poiché non tutto ciò che avremmo da dire potrebbe piacere ai nostri interlocutori. Talvolta mi è capitato di pensare, ad esempio, agli inquilini delle grotte di Altamira, di trentamila anni fa, e all’innata volontà di raffigurare il paesaggio che li circondava, se stessi, la vita e la morte insomma anche solo con impronte di mani sporche di carbone soffiato. Non sapremo mai se cantavano ma della loro propensione alla rappresentazione grafica abbiamo prove tangibili e meravigliose. Ciò che è altrettanto certo è che non vi era nessuno lì, in quelle cavità buie, a suggerire loro cosa fare.

 

D.:

Credi che i galleristi oggi rappresentino quella forzatura?

 

R.:

La realtà è che il sistema delle gallerie, pur essendo stato concepito su premesse intellettuali e culturali più nobili, nell’Ottocento parigino, attualmente è finalizzato quasi esclusivamente al mero scopo di lucro. In Italia, poi, dal dopoguerra ad oggi, non è un segreto che la qualità abbia lasciato il posto alla quantità.

Poi esistono le eccezioni anche da noi e sono quelle ad aver fatto conoscere tanti artisti veri e tante cose serie. Il primo aspetto però l’ho appurato personalmente: mi è capitato infatti, agli esordi, intorno agli anni ’70, di avere a che fare con mercanti d’arte che esigevano da me una produzione di quadri elevatissima – stiamo parlando di circa sessanta tele al mese – pur non intendendo, talvolta, neppure il messaggio in essi contenuto. Fu lì che compresi come la grande bellezza del dipingere risieda nel poterlo fare liberamente, coi propri tempi e prima di tutto per sé stessi.

In questo posso dire di avere avuto fortuna e tanto coraggio unito all’incoscienza.

 

Corpo di fuoco numero 2 cm 40x30 oro acrilico pigmento su tavola anno 2006
Corpo di fuoco numero 2 cm 40×30 oro acrilico pigmento su tavola anno 2006

D.:

Durante questi anni così pieni quali sono stati gli artisti che hanno maggiormente influenzato la tecnica maturando lo stile del pittore Lupi Tarantino?

 

R.:

Direi che partendo da Giotto e arrivando al ‘600 ho preso in prestito tutto quello che ho potuto, senza però mai copiare da nessuno. Potrei fare nomi eccelsi ma in realtà sono attratto molto di più da tutti quegli artisti minori che hanno contribuito, con la loro ricerca, a creare il tessuto così fecondo di quell’epoca sulla quale poi sono emersi gli iceberg immensi che tutti conosciamo.

Mi ha sempre appassionato quel genere di arte che si formava all’interno delle botteghe del ‘300, dai Primitivi toscani in poi; luoghi dove nonostante fosse essenziale la fatica delle mani e il sudore della fronte si cercava comunque di mantenere la misura dell’uomo. In più, come è ovvio, tutto fino alle avanguardie storiche.

 

Momenti dall'Ultima Cena
Momenti dall’Ultima Cena

D.:

C’è un filone stilistico nel quale ti riconosci?

 

R.:

Francamente no. Duccio Trombadori di me disse che negli anni ’70 facevo il post-moderno qui nel meridione, isolato, senza saperlo e senza che nessuno mi conoscesse.

Ora potrei ritenermi forse un figurativo ma anche lì si aprono decine di sottocategorie (neo figurativo, vetero figurativo, post figurativo) che onestamente ho anche difficoltà a comprendere. Ciò che realizzo è talmente complesso, dal punto di vista tecnico e stilistico, da farmi indugiare sull’effettiva sua natura. E poi, di certo, questa è l’ultima delle mie preoccupazioni perché, piuttosto, il mio sguardo si apre sull’abisso della rappresentazione del “nulla fatto con mezzi intellettuali e materiali del niente” che è gran parte di quella che chiamiamo Arte; il vero mio stupore è nel fascino che emana questo vuoto e che mi appare inquietante.

 

D.:

Mi pare di capire che per te gli artisti dovrebbero sentirsi liberi di spaziare negli stili senza essere necessariamente vincolati a un contenitore.

 

R.:

Liberi di spaziare, certo, ma sicuramente vincolati a un rigore morale e tecnico che garantisca il rispetto stilistico profondo, non apparente; Michelangelo, quello della Pietà Rondanini, fu più moderno di tanta modernità che senza lui non sarebbe esistita, e più classico di grandi scultori greci; soprattutto fu corretto nello stile, stile che gli veniva dal naturale indebolimento dei suoi sensi unito alla irraggiungibile esplosione del suo pensiero e della sua anima.

 

Passo morbido - acquaforte, prova d'autore - 1997
Passo morbido – acquaforte, prova d’autore – 1997

D.:

Per prepararmi al nostro incontro ho fatto una breve ricerca attraverso il blog angelolupitarantino.blogspot.it e sono rimasto impressionato dalle numerose esperienze accumulate nel corso degli anni. Quali sono i passaggi più significativi della tua carriera?

 

R.:

Tutto ciò che ho fatto ha forgiato il mio essere e di riflesso la mia umile arte ma certamente città come Lugano, Milano e Roma custodiscono i miei ricordi più appassionanti.

Venticinquenne mi ritrovai in Svizzera, terminato il liceo artistico, per dipingere e allestire una mostra ma le serate più interessanti le vivevo seduto al tavolino del “Bar Pedrini” dove qualcuno sostiene, peraltro, che Pietro Gori abbia scritto la famosa canzone “Addio Lugano bella” (n.d.r.). Sapere che in quel posto si fossero incontrati rivoluzionari della portata di Lenin dava alla permanenza fuorisede un sapore agrodolce, per me che mi sono sempre ritenuto libero da posizioni ideali acritiche a meno che non fossero quelle di una umanità formata sulle radici della nostra cultura e della fede.

Ricordo che lì vendetti tre quadri e il ricavato mi permise di soggiornarvi per circa  un anno.

A Milano invece ci arrivai per una casualità: una sera andai con amici al Teatro alla Scala per vedere “Peter Grimes” di Benjamin Britten; affascinato dallo spettacolo, dalle scenografie, dal canto e dalla musica – in breve: dalla magia della Scala – partecipai a una selezione e mi trovai a dipingere scene, a formare sculture false che diventavano vive in scena. Tra tanti e bravi professionisti ebbe inizio una delle esperienze maggiormente formative: saltavo dai laboratori di scenografia alla miniera passando per l’allestimento della mostra del bicentenario a Palazzo Reale. In quello stesso periodo conobbi Renato Guttuso e per lui curai, in palcoscenico, i particolari dell’allestimento dell’opera “La forza del destino”.

 

D.:

Hai fatto riferimento anche a una esperienza romana importante, giusto?

 

R.:

Si. Molto semplicemente un amico nel 2003 mi consentì di esporre i dipinti a Teatro dell’Opera in concomitanza con l’allestimento di “Francesca da Rimini” di Riccardo Zandonai.

Mi prestai ben volentieri ricordando d’essere cresciuto – ancor prima dell’avvento della maledetta televisione – con mia madre che la sera leggeva a noi familiari riuniti la Divina Commedia.

 

Prologo siparietto cm 205x105 acrilico pigmento su tela anno 2007
Prologo siparietto cm 205×105 acrilico pigmento su tela anno 2007

D.:

Cosa mi racconti del dipinto “Momenti dall’Ultima Cena”?

 

R.:

È una tela delle dimensioni di metri 6 x 3 che nel 1975 un amico, Luigi Ruggeri, accollandosi le spese mi consentì di dipingere. Fu per me motivo d’orgoglio creare, in quel luogo così ricco di storia, un’opera sacra destinata a rimanere lì per lungo tempo; se non altro perché la porta della sala in cui è esposta è alta poco più di due metri e dislocarla vorrebbe dire spaccare le pareti.

Poco nota in verità, tant’è vero che un conoscente recentemente mi ha invitato a visitarla sostenendo che fosse un quadro di dubbia paternità.

Il motivo di questa scarsa conoscenza potrebbe risiedere nella inadeguata comprensione dell’opera anche da parte di qualche ecclesiastico.

 

D.:

Le ragioni della fede hanno influenzato la produzione artistica?  

 

R.:

Per ciò che mi riguarda non dipingerei quello che dipingo se non fosse stata così presente e non mi avesse formato fino in fondo con tutti i limiti spaventosi che ho.

 

Riflessione su Resurrezione e Crocifissione cm 130x190 inchiostro pastello catrame su cartone
Riflessione su Resurrezione e Crocifissione cm 130×190 inchiostro pastello catrame su cartone

D.:

Quali sono ora le tematiche che ti spingono a dipingere?

 

R.:

Dal 2003 lavoro costantemente su tre fronti: la caduta, il paradiso perduto, e corpi di donna.

Quest’ultimo filone l’ho intrapreso perché con esso sognavo di tirarmi fuori dalla gabbia dei primi due ma mi accorgo che è stato inutile dal momento che ancora oggi mi ritrovo a produrli, ad approfondirli.

Dopotutto, benché durante l’ideazione le opere debbano inevitabilmente essere sottoposte al setaccio della fredda conoscenza, la loro genesi è imprescindibile dall’inconscio e dall’anima tanto da ritrovarmi spesso a dipingere bozzetti della crocifissione con la quale termino la mia visione del Paradise Lost, dei miei vulcani e dei corpi di donna.

 

D.:

Queste creazioni sono chiaramente impegnative, perlomeno dal punto di vista concettuale. Il territorio come le accoglie?

 

R.:

Di sicuro i miei quadri non potrebbero essere venduti come complementi d’arredo. Solo un altro folle potrebbe mettersi in casa Satana, per esempio. Di tanto in tanto, qualora qualche sprovveduto abbia preteso da me immagini più ordinarie e commerciali, mi sono preso il gusto di invitarlo a procurarsi un poster piuttosto che un mio dipinto.

L’arte, per tanti uomini, in termini spiccioli non serve a un tubo; l’uomo può sopravvivere benissimo senza. Ma, per l’appunto, di sopravvivenza stiamo parlando, ai limiti del bestiale.

La vita è ben altra cosa ed è ricca di emozioni che solo la raffinatezza dell’arte sa esprimere con tanta potenza. Questo aspetto qualcuno sta cominciando a capirlo; però, come per tutte le cose che riguardano l’uomo, con calma, molta calma.

Vulcano di Sibilla in notturno catramoso
Vulcano di Sibilla in notturno catramoso

L’Arte al tempo del fotoritocco con uno sguardo al Rinascimento. Intervista a Paolo Guido

Gianluca Fedele conversa con l'artista
Gianluca Fedele conversa con l’artista

 

 

di Gianluca Fedele

Ho conosciuto Paolo Guido circa un paio di mesi fa mentre passeggiavo per Lecce. Francesca, la mia ragazza, si è accostata al tavolino dove le stampe raffiguranti alcune opere dell’artista erano in bella mostra e lui, con sarcasmo disinvolto e ironico ci ha invitati a sfogliarle: “non mordono mica!”.

Sono immagini moderne e al tempo stesso pregne di classicismo, qualcosa che sin da subito mi appare come una novità. Prima di avere il tempo di domandare Paolo ci travolge con una infinita valanga di informazioni in merito alle rappresentazioni e all’inusuale tecnica artistica. Ne resto trasportato e al momento dei saluti ci scambiamo i contatti nella promessa di risentirci.

A distanza di qualche mese eccoci qui a chiacchierare nel salotto di casa sua. Anche in questa occasione sono in compagnia di Francesca. Appena giunti in casa si comincia a respirare Arte: ci sono quadri appesi ovunque ma non riconosco in nessuno di essi il tratto di Paolo. Chiedo. Sono opere della madre e del nonno, anch’essi artisti.

Ci accomodiamo nell’ampio salone, lui arrotola una sigaretta e io poggio il registratore sul tavolo.

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D.:

Dunque, Paolo, entrando in questa accogliente abitazione ho appurato immediatamente che l’Arte vibra rumorosamente sulle pareti e nel sangue della tua famiglia. Immagino tu l’abbia dentro come una sorta traccia genetica.

R.:

A parte mio padre, che è un geometra (razionalità pura), altre persone importanti nella mia famiglia hanno contribuito inequivocabilmente a sviluppare, consciamente o meno, la mia creatività; mia madre, come mio nonno prima di lei, ha sempre dipinto e lo ha fatto sino a poco tempo fa.

A loro devo il mio attaccamento alla rappresentazione figurativa.

In questo senso posso dire di possedere un percorso di studi che suffraga solo in parte la mia inclinazione artistica. Ho frequentato il liceo scientifico e dopo mi sono trasferito a Pescara per studiare Architettura. Nonostante gli apprezzabili voti a metà esami ho preferito rientrare a Lecce dove mi sono iscritto all’Accademia dei Beni Culturali facendomene convalidare alcuni. Anche in questo caso non ho terminato l’università, probabilmente perché questi ambienti di studio hanno disatteso le mie iniziali aspettative. Di certo c’è che ho sofferto molto il mondo dell’istruzione, con la sua organizzazione approssimativa nella quale l’individuo è prevaricato dall’istituzione stessa che lo dovrebbe forgiare.

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D.:

In che modo la scuola dovrebbe forgiare l’individuo?

R.:

In realtà esistono già istituti rientranti all’interno della tipologia a cui mi riferisco, scuole che esaltano e affinano le potenzialità del bambino affinché egli crescendo si immetta nel mondo del lavoro dopo avere preventivamente acquisito una certa manualità. È giusto che il ragazzo scelga fisiologicamente il proprio futuro e non gli venga quasi imposto come spesso accade. Ognuno al proprio posto, dico io: se da piccolo hai la passione di fare il calzolaio quel desiderio deve essere incoraggiato e sviluppato perché un giorno tu possa divenire il migliore del mondo.

Più pratica e meno teoria, quindi: l’intelligenza parte dall’abilità delle mani.

 

D.:

Forse azzardo ma credo di cogliere una connessione tra questo pensiero appena espresso e le giovani figure rappresentate nei tuoi quadri. È così?

R.:

Sì, hai colto in maniera esatta. I soggetti che io amo rappresentare sono bambini perché credo siano figure da recuperare. L’infante racchiude in sé una completezza che gli adulti hanno perduto crescendo e questi ultimi cercano di estirpargli a loro volta in un masochistico circolo vizioso.

Il secolo che viviamo ha coniato terminologie precise per circoscrivere questa delicata età: “infanzia” l’hanno chiamata, ne hanno curato i bisogni e fabbricato in poco tutte le strutture per poterla ‘contenere’ (istruzione, pedagogia, pediatria).

Nella maggior parte dei casi, questa attenzione è stata tutt’altro che disinteressata; si è voluto togliere più che dare poiché, quella del “bambino” è una figura confezionata in funzione del suo potenziale da “grande consumatore”.

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D.:

Potremmo dire che al “bambino interiore” non ci ha pensato nessuno?

R.:

A tal proposito a me piace ricordare un passo del Vangelo di Marco dove si narra di un misterioso ragazzino che scappa nudo al momento dell’arresto di Gesù. È un’immagine meravigliosamente evocativa, nella quale ci vedo lo spirito liberato, la parte spirituale che ognuno di noi possiede, quella che non può essere imprigionata in alcun modo… un exemplum da tenere presente nel portare avanti la propria arte.

 

D.:

Per riutilizzare quel termine che tanto mi è piaciuto, quali sono stati gli artisti che hanno “forgiato” la tua fantasia?

R.:

Intanto bisognerebbe capire cosa si considera con l’appellativo di “artista”.

Ho un tenero ricordo di Edoardo De Candia, pittore leccese negli ultimi periodi della sua vita terrena quando viveva emarginato, alienato dalla società.

Poi, tra i grandi maestri rinascimentali, Giorgione e Lorenzo Lotto rappresentano per me un solido riferimento. Mi piace fantasticare che tra le loro opere ce ne siano alcune ancora da scoprire.

E infine, ma non certo per importanza, ti sembrerà bizzarro ma le mie seduzioni artistiche erano anche a strisce. Mi hanno catturato e folgorato infatti i fumetti che leggevo da bambino: dall’intramontabile Topolino passando per Felix e Geppo, e perfino Jacovitti. Insomma, cose molto popolari e vintage. In quest’ultimo elemento si rintraccia certamente una connessione con ciò che faccio.

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D.:

Devo ammettere che conosco veramente poco di questa corrente artistica Pop nella quale ti identificano. Me ne parli?

R.:

La chiamano Pop Surrealism. Quest’arte giustappunto popolare e surreale nasce dal il pittore statunitense Robert Williams, fondatore della rivista-manifesto Juxtapoz. Si è sviluppata nella cultura underground dove fioriscono tra gli altri il graffitismo, i tatoo, il fumetto, ecc.; un’arte, almeno nella sua fase iniziale, non certa da galleria ma da strada. Infatti anche per questa ragione veniva definita “lowbrow art” proprio per evidenziarne lo stacco con quella che si considera “highbrow” e che deteneva quotazioni molto più elevate. Oggi, non è più così poiché opere come quelle di Mark Ryden, Joe Sorren e lo stesso Williams, tra i capostipiti della suddetta corrente, raggiungono prezzi oggettivamente poco accessibili all’uomo della strada.

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D.:

A proposito di grafica computerizzata: che valore ha un’opera realizzata con l’ausilio di PC e software?

R.:

Partiamo col mettere in evidenza che è sempre la creazione, l’idea, ad avere un valore e non il supporto sul quale essa viene espressa, oppure lo strumento con cui si elabora e si sviluppa.

Immagino che se Michelangelo si trovasse tra noi oggi, avendo a disposizione i nostri stessi mezzi, li userebbe tranquillamente come al suo tempo nella fase preparatoria di un dipinto si utilizzavano i cartoni per lo spolvero.

Ognuno nella propria epoca impiega ciò che ha a disposizione ma sempre con un occhio al passato perché non si può solo guardare in avanti, si deve anche necessariamente attingere dalle precedenti scoperte.

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D.:

E come la si gestisce la questione della facile riproducibilità?

R.:

Che un’opera possa essere clonata, per me come artista, non ha rilevante importanza.

Certo è che ci possano essere acquirenti interessati a possedere, diciamo così, il cliché ma questa è solo una questione di prezzo di mercato e di parametri prestabiliti.

Nel mio caso spesso le opere nascono da un progetto realizzato in digitale e così si concretizzano. Ci sono casi in cui questa fase è solo preparatoria terminata la quale le riporto su tela dipingendo con tecniche della tradizione pittorica classica come ad olio. tipiche del ‘500 e ‘600. Ma anche l’incisione a punta metallica (piombo, rame e argento) o la sanguigna sono tecniche che utilizzo con diletto.

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D.:

Le opere in digitale possono essere considerate come serigrafie?

R.:

Il termine esatto è giclée, sono delle stampe di fine art, eseguite con inchiostri Epson su carta d’archivio museale. Realizzazioni importanti che garantiscono un indice alto di durata nel tempo. Chiaramente per tributare prestigio all’opera una tiratura bassa è fondamentale.

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D.:

Il mercato come risponde di fronte a questa innovazione?

R.:

Il ‘mercato’ predilige ancora le opere uniche, meglio se pittoriche. Come per tutti i mutamenti culturali anche l’avvento del digitale ha bisogno del tempo necessario affinché possa essere compreso e accettato da chi acquista arte. Di certo però io non sono il primo né l’unico a muovermi in questa direzione ma al contrario mi trovo in ottima compagnia; per esempio nel 2011 i miei lavori sono stati esposti a Roma presso la Dorothy Circus Gallery durante la mostra “Would you be my Miracle” affianco a quelle del londinese Ray Caesar e della lituana Natalie Shau, due dei maggiori esponenti di questa contemporanea corrente artistica.

 

D.:

Quanto è importante la funzione della galleria per un artista?

R.:

Gli atelier rappresentano un punto di passaggio per l’artista che vuole misurarsi col mercato e ritracciare un proprio spazio all’interno di esso.

Ovviamente ciascun artista racconta la propria esperienza. Io devo molto alla Dorothy Circus Gallery che citavo pocanzi per avermi permesso di uscire fuori dai confini locali e considerare il mondo come piazza di confronto. Una rivista settoriale l’ha recensita recentemente classificandola all’ottantesimo posto di una graduatoria… un bel risultato se consideri che al primo posto vi è il Louvre. Però non disdegno la strada dove torno col mio banchetto sotto braccio ogni volta che ne avverto il bisogno.

 

D.:

Che poi è proprio lì che ci siamo conosciuti. Cosa ti da in più l’esporre per strada?

R.:

Mettendomi per strada appago il personale bisogno di relazionarmi con la gente. È giusto ogni tanto abbassare il tono dell’Arte, per questo immagino sia più giusto di fare delle mostre in luoghi non esattamente deputati all’arte, dove in una mattinata le opere siano alla mercé della gente comune e non di critici esperti… c’è bisogno, oggi, che l’artista non sia dove te lo puoi aspettare, occorre trovare nuovi posti. C’è anche che nei weekend intercetto le famiglie che passeggiando per il centro storico di Lecce si fermano a osservare le stampe economiche che espongo. Assisto persino a scenette divertenti di bambini che vorrebbero avvicinarsi al banchetto e genitori che li trattengono dal farlo. Allora in questi casi un’immagine la regalo ben volentieri.

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D:

Com’è il rapporto tra l’Arte e il territorio?

R.:

Decisamente pessimo! Occorre che rifiorisca e maturi quel senso poetico dell’Arte che pare stia estinguendosi. In questo le istituzioni hanno colpe inespiabili. Bisognerebbe cominciare col ridisegnare le città secondo criteri a misura d’uomo e non solo per finalità economico-cementizie.

Si avverte la mancanza di figure competenti a ricoprire incarichi pubblici e istituzionali; magari, lo dico come esempio e a mo’ di provocazione, bisognerebbe tornare al tempo in cui si diventava professori dell’Accademia per merito acquisito all’interno della bottega.

 

D.:

Ti piacerebbe, come in un film di Woody Allen, tornare indietro nel tempo e vivere in un’epoca più confacente al tuo modo di intendere la società?

R.:

Chi vive bene la propria contemporaneità in qualche modo vive dentro di sé anche altre epoche. Qualcuno sostiene che si possa viaggiare attraverso il tempo. Io credo che lo si possa fare spiritualmente penetrando in questa maniera altri mondi e segnarne le mappe attraverso l’arte.

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D.:

Sono inquieti i mondi che rappresenti?

R.:

L’Arte dovrebbe produrre bellezza intorno ma io non ce ne vedo poi tanta. La situazione che viviamo non è delle più floride e certamente questa inquietudine si riflette e ripercuote nella struttura delle mie composizioni. Cerco di dirmi che l’inquietudine è movimento, una modalità con cui si può uscire dalla stasi… cerco di vederne il lato positivo. Solo i bambini ne sono immuni, custodi quali sono di una naturale purezza.

 

D.:

Si può sperare che l’Arte cambi questa cruda realtà?

R.:

Noi viviamo nell’epoca delle immagini e di esse siamo schiavi. Ho lavorato per alcuni anni nella grafica editoriale e pubblicitaria e credo estremamente nella simbologia e nei messaggi che una determinata raffigurazione può contenere e trasmettere. Bisogna solo cambiare il flusso dell’attenzione affinché sia la bellezza a sovrastare la bruttura del consumismo imperante. Spero di contribuire, con le mie opere, a questo auspicato cambiamento.

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L’Arte come strumento per smuovere le coscienze. Intervista a Luigi Latino

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di Gianluca Fedele

Se mi chiedessero di descrivere Luigi Latino direi: è una di quelle persone che dicono quello che pensano e pensano quello che dicono. Schietto, coerente, intransigente.

Pur incontrandolo per la prima volta si ha la sensazione di conoscerlo da tempo o come un parente che non si vede da tanto. Proprio così è capitato a me quando un amico comune ci ha presentati.

Il suo laboratorio/galleria si trova di fronte alla celebre basilica di Santa Caterina d’Alessandria, una piazza in cui l’Arte regna sovrana; qui si possono ammirare le opere più recenti. Quelle che ho visionato personalmente le ho trovate suggestive e rabbiose. Racchiudono in esse l’impotenza del singolo al cospetto della crudeltà della guerra e della massificazione; frugano nell’emotività del recettore cercando di innescare reazioni di sgomento e di indignazione.

Col tempo ci ha legati un’affettuosa amicizia e qualche progetto. Mi ha promesso di prestarsi per un’intervista e oggi siamo qui a chiacchierare.

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D.:

Luigi, dove nasce e come matura la tua creatività?

R.:

Dalla scuola media!

Mi spiego: ho frequentato la scuola media inferiore annessa all’Istituto Statale d’Arte, non il corso di studi ordinario.

In un’età nella quale si è maggiormente predisposti alla creatività, in cui l’estro è libero da schemi e da convenzioni, capirai bene che le materie pratiche, supplementari a quelle teoriche – ossia i laboratori di disegno, di pittura e di scultura – mi diedero la possibilità di intercettare meglio, comprendere e seguire successivamente la mia predisposizione artistica innata.

Come molti adolescenti feci anch’io delle scelte di studio non pertinenti alla mia indole e mi ritrovai così iscritto all’Istituto Professionale. Lì mi resi conto quasi subito di non appartenere in nessun modo al rigido mondo dell’elettronica e della meccanica.

Dopo essere rientrato dal militare, a ventisei anni, l’Arte continuava a bussarmi alla porta e io la lasciavo entrare ben volentieri. Dipingevo sempre con una certa regolarità, per me stesso soprattutto, ma cercavo comunque un’occupazione più stabile e redditizia. Fu così che mi misi a commerciare in abbigliamento e lo feci per diverso tempo.

Dieci anni fa capii di non poter più reprimere con diversivi la mia vera natura: chiusi la mia attività e investii ogni risorsa su quello che oggi è il mio modesto atelier.

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D.:

È suggestivo ascoltare il racconto di una persona che abbandona tutto, come una vera vocazione francescana, per seguire questa altrettanto mistica “chiamata”.

Ci sono stati artisti che ti hanno segnato durante questo individuale percorso?

R.:

Sono stato innamorato fin da ragazzo, e lo sono ancora, dei pittori Mirò, Kandinsky e di Picasso.

Li ho studiati con curiosità e intesa benché nella mia produzione non si ritrovi traccia di questa influenza seminata dai maestri anzidetti.

Alcuni critici hanno intercettato invece dei parallelismi stilistici, legati alla ricerca sulla materia, con l’artista del novecento Alberto Burri.

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D.:

A proposito di sperimentazione materica, che ruolo hanno quelle cortecce legnose che applichi sulle tele?

R.:

In realtà le “cortecce” alle quali ti riferisci non sono altro che foglie di agave. Sono stato incuriosito da questa pianta quando ho scoperto e ammirato per la prima volta la scenografica fioritura di una pianta che abbelliva il mio giardino: maturando, a una certa età e durante una determinata stagione, dal centro del cespuglio faceva ergere un tronco fiorito alto circa tre metri. Seccando, quest’ultimo, rilasciava la semenza per le nuove vegetazioni.

Le domande che mi sono posto sono state: ne sarà cosciente? E un essere umano, sia uomo o donna, sceglierebbe di dare spazio alle nuove generazioni sapendo poi di dover morire?

Per questa riflessione che mi ha donato ho voluto nobilitare l’agave ridandole “vita” a mezzo delle mie opere.

 

D.:

Non conoscevo questo aspetto. Ho notato inoltre che nella tua produzione contemporanea fai spesso utilizzo anche di ritagli di giornale, quasi che la tela diventi essa stessa un’estensione degli strumenti d’informazione. È così?

R.:

Durante il mio personale viaggio nel mondo dell’arte mi sono soffermato a lungo sull’astrattismo.

Per inciso non amo le etichette (in qualsiasi ambito) come non amo dovermi inserire all’interno di un filone stilistico: l’Arte è tale senza la necessità di doverla classificare.

Dipinsi astrattismo puro finché non avvertii la mancanza in esso di qualcosa, come se la comunicazione con destinatario, tramite quello strumento, fosse interrotta da fattori a me estranei. L’osservazione della problematica mi ha così  indotto ad adoperare frammenti di notizie, di immagini d’effetto, di citazioni applicate in découpage.

Immaginiamo per un attimo che il quadro sia un’urgente rassegna stampa: c’è l’esigenza di arrivare al concetto senza troppi preamboli e in maniera cruda, se necessario.

Mi rendo conto che inserendo la figura, seppure fotografica, dovrei essere tirato fuori dal concetto dell’astrattismo, ma non è così. Semplicemente do un megafono al quadro, punto il riflettore sull’immagine e a quel punto il messaggio che ne risulterà sarà un pugno assestato nello stomaco per chi lo coglierà.

Infatti oggi c’è bisogno proprio di pugni nello stomaco perché i cervelli si sveglino dal letargo all’interno del quale sono stati spinti.

Questa nuova tecnica che sto sperimentando mi ritorna molto utile allo scopo.

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D.:

Quali sono le tematiche alle quali ti senti più sensibile ?

R.:

È evidente che le questioni sociali persistono in tutte le mie opere attuali. Cerco di dare voce alla sofferenza degli ultimi, al divario che si costruisce tra ceti e infine, ma non certamente per importanza, al dolore che infligge la sempre rigogliosa guerra, un cancro apparentemente inestinguibile poiché non esiste periodo storico, nel mondo, durante il quale essa non sia stata protagonista.

Proprio al tema ho dedicato la serie “il gioco preferito dall’uomo” dove consegno a dei comuni soldatini di plastica il gravoso ruolo incriminante e allo stesso tempo catartico.

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D.:

So che collabori con associazioni di volontariato. La solidarietà aiuta l’Arte?

R.:

Attingo moltissimo da queste esperienze. Senza dubbio alcuno ricevo più di quanto riesca a dare, per il semplice motivo che ogni esperienza, ogni contatto matura il nostro modo di guardare il mondo e nel mio caso muta diventando un quadro.

Quando sostengo il prossimo lo faccio come fosse una sorta di umano investimento, nell’attesa che qualcun altro aiuti me.

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D.:

Mi parlavi della tua tendenza a escluderti da ogni tipo di etichetta ma ami definirti anarchico. Non è essa stessa un marcatura?

R.:

Per me l’anarchia non è una fazione come possono essere il comunismo e il fascismo, non è uno stile, non è una corrente. Anarchia, per me, è il luogo etereo nel quale ogni artista si ritira – chi consciamente e chi meno – per evadere dal mondo reale ed esprimersi come meglio si confà al proprio spirito libero.

 

D.:

Comprendo benissimo il concetto ma noi sottostiamo ogni giorno a delle regole, soprattutto economiche, non credi?

R.:

Ciò è fuori discussione, purtroppo! Lo spirito artistico, da millenni, si foraggia proprio da chi acquista e commissiona opere. Siano esse pittoriche, scultoree, letterarie. Questo comunque non compromette l’esistenza dell’Arte in mancanza di denaro dal momento che la creatività fluttuerebbe nella mente dell’uomo libero a prescindere e troverebbe certamente altri sistemi per evadere e palesarsi. L’anarchia e l’Arte, in questi termini, per me sono spazi affini.

 

D.:

C’è forse una connessione tra il concetto da te appena espresso e i colori predominanti all’interno delle tue opere?

R.:

Ultimamente temo che il grigio – che rappresenta l’appiattimento sociale e il sistema incancrenito che combatto – si espanda in maniera incontrollabile sulle mie tele. Sopprime e domina persino il rosso, tonalità passionale per definizione. Alla neutralità di queste cromie cineree probabilmente preferirei una predominanza di nero che, seppure nefasto, certamente esalta meglio gli abbinamenti cromatici e soprattutto crea “contrasto”.

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D.:

Potremmo tranquillamente dire che la tua è “arte di denuncia” e, come accennavi pocanzi, in Italia si fatica a smuovere le coscienze. Viene captata meglio, la contestazione, se ha questa forma?

R.:

Se in Italia si fatica, al sud è quasi impossibile fare contestazione. E poi c’è troppo individualismo, soprattutto tra gli artisti. I cambiamenti si fanno singolarmente ma le rivoluzione si fanno in massa.

Per fortuna ho degli acquirenti in Europa che afferrano e apprezzano l’espressione artistica che creo molto più che nel mio paese.

 

D.:

Dove hai esposto?

R.:

Grazie ad alcune organizzazioni sono stato selezionato e ho eseguito mostre in Uruguay, in Brasile, in Germania. In Albania i miei quadri sono esposti in rilevanti pinacoteche e ornano le sale di importanti palazzi.

Mi piacerebbe che anche qui ci fosse la stessa attenzione da parte delle gallerie ma pare siano diventate più delle “affittacamere” per pochi.

 

D.:

Però oggi si ha l’impressione che in tanti facciano “arte”; c’è una sovrapproduzione secondo te?

R.:

Non mi preoccupa la sovrapproduzione di arte. Mi spaventa molto di più quella di bombe.

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Chiaccherando d’arte: un caffè con Salvatore de Magistris

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di Gianluca Fedele

Come certamente a molti di noi accade, ci si ritrova a conoscere un determinato artista per mezzo delle opere che realizza. Di coloro i quali mi appassionano le creazioni, da qualche tempo, mi capita sempre più spesso di domandare informazioni biografiche, se non altro per cercare di comprenderne i celati aspetti che si mescolano con le tinte delle tele esposte. Con Salvatore De Magistris è accaduto esattamente questo e la personale curiosità mi è valsa l’intervista che segue.

Mi sono ritrovato nello studio grafico di un amico che possiede – alcune in bella mostra, altre gelosamente custodite – varie opere del popolare pittore. Approfittando della conoscenza mi faccio raccontare brevi cenni sul profilo personale e artistico del maestro per poi, sfacciatamente, chiedere se possa intercedere al fine di una conversazione privata con l’autore.

Ci siamo incontrati la settimana successiva. Lui è in clamoroso ritardo rispetto all’orario pattuito, ma non glielo faremo pesare, è giusto che si faccia attendere. La giornata è piacevolmente soleggiata e insisto per un caffè al bar, tanto per metterci comodi e presentarmi. Salvatore dà subito uno stampo informale alla chiacchierata partendo immediatamente col raccontarmi di come sia difficile fare arte in un paese meridionale e della scelta di dividersi tra la sua città natale, Nardò, e Düsseldorf (Germania).

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D.:

In che modo ha inizio il tuo percorso artistico?

R.:

Devi sapere che già da ragazzino ero molto dotato: capii di saper disegnare quando, frequentando le scuole medie, mi capitava di scambiare i compiti di educazione artistica con temi di italiano o traduzioni di inglese. Per quanto riguarda invece la matematica me la cavavo benissimo da me.

Erano, quelle di allora, delle raffigurazioni ancora acerbe, ma tuttavia fu così che mi feci qualche soldino extra. Vendevo i miei bozzetti soprattutto a qualche vicino di casa, per avere la possibilità di acquistare altre tele e altri pennelli. In quello stesso periodo realizzai il primo studio di pittura sopra la mia abitazione.

Col tempo mi trasferii a Milano e da lì prese il via la mia vera e propria esperienza artistica.

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D.:

Quali sentimenti hanno dato forma alle tue prime opere?

R.:

Iniziai credendo, abbastanza ingenuamente, che bastasse imitare, copiare i grandi maestri del passato come De Chirico, Mirò, Rembrandt o Kandinsky per ottenere qualcosa di simile alla notorietà, ma mi resi conto subito di quanto lontano fossi dalla realtà.

Durante un incontro con un famoso gallerista, per esempio, mi presentati portando una mia riproduzione del famoso dipinto di Dalì “Metamorfosi di Narciso” – al quale personalmente attribuivo notevole importanza data l’alta qualità e l’impegno che avevo profuso nella realizzazione – ma l’uomo, senza usare mezzi termini, fece crollare subito ogni mio castello constatando, a giusta ragione, che una copia resta pur sempre tale e priva di valore a prescindere da quando sia stata fedelmente riprodotta. Comunque non rinnego quelle opere, e sarebbe stupido farlo, poiché fanno pur sempre parte della mia formazione.

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D.:

Tra gli artisti celebri che hanno condizionato le tue scelte artistiche quali ricordi?

R.:

Sicuramente Pablo Picasso e Amedeo Modigliani, Con la loro pittura, che definirei “gestuale”, hanno scalfito più efficacemente rispetto ad altri nelle aspirazioni di quel trasognato fanciullo che fui.

 

D.:

E la svolta quando è arrivata?

R.:

Quasi per caso trovai, sulla rivista mensile “Arte” della Mondadori, un concorso di pittura indetto dalla stessa Casa Editrice il cui risultato era dato dall’esito di un’asta pubblica. Io forse vi partecipai per noia, certo di addentrarmi in questa esperienza come ci si può imbattere nell’inferno di Dante: senza speranza di morte. Bèh, tu non ci crederai, fui premiato. E non ci credevo neppure io!

Quelle tele, che erano il frutto di tecniche per me del tutto sperimentali, rappresentavano ciò che il mercato pretendeva da me. Quella fu la tecnica che feci mia e che tutt’ora adopero per la stragrande maggioranza della produzione.

Grazie al concorso sopra menzionato già dall’anno 1993 le mie opere sono contenute all’interno dei cataloghi degli artisti contemporanei quotati.

 

D.:

Mi parlavi di Milano: cos’altro è accaduto lì?

R.:

Mi fu di grande aiuto la parentesi milanese per migliorare, per affinare la tecnica e per comprendere meglio le meccaniche, talvolta perverse, che muovono il Sacro Olimpo dell’Arte. Per circa venticinque anni stetti sotto l’ala di un importante mercante d’arte, che naturalmente lucrava sui miei dipinti e per questa ragione dovevo necessariamente produrre “a macchinetta”. Il meccanismo era semplice: per ottenere pezzi importanti da rivendere ai suoi clienti arrivava a scambiare diverse decine di miei dipinti per un Guttuso, o un’opera di Salvatore Fiume, molto commerciali già all’epoca.

Sicuramente la mia produzione durante quella lunga fase fu altissima e il valore fisiologicamente più infimo ma, ciò nonostante, non sarei quello che sono oggi se non avessi fatto quell’esperienza.

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D.:

In Germania come ti ci sei ritrovato?

R.:

In quel periodo ero rientrato a Nardò per seguire mia madre durante la malattia durata tre lunghi anni, che la portò poi alla morte, e a Milano non mi erano rimasti più contatti, poiché anche il mercante di cui sopra era venuto a mancare. Ero solo e coi soldi contati, ma la voglia di rimettermi in gioco non mi mancava affatto.

Scelsi la Germania come banco di prova, per la sua rigidità e la serietà con la quale il suo popolo proverbialmente opera. Volevo capire se ero degno di continuare a dipingere o, viceversa, avessi dovuto abbandonare l’arte per dedicarmi ad altri mestieri.

Arrivato a Düsseldorf trovai un grande locale di circa 250 mq il quale si prestava perfettamente alle mie esigenze; facendo due conti in tasca calcolai che le mie forze mi avrebbero permesso di prenderlo in affitto per sei mesi al massimo; ciò vuol dire che se malauguratamente qualcosa fosse andata storta e si fosse volta al peggio io mi sarei ritrovato ad aver dato fondo ad ogni risparmio accumulato sino a quel momento.

 

D.:

Deduco che i tedeschi abbiano apprezzato il tuo modo di dipingere.

R.:

I tedeschi rappresentano un modello da questo punto di vista: non entra nessuno nella mia galleria se non si è prima informato su chi io sia, sono scientifici. Quando vengono non tergiversano, arrivano subito al sodo senza perdere tempo e sono dei pagatori impareggiabili. A questo proposito ricordo un aneddoto che ancora mi diverte raccontare al fine di qualche facile paragone: proprio agli esordi ero seduto alla scrivania del mio atelier quando entrò una donna molto distinta. Ella fece un giro veloce all’interno soffermandosi su un’opera 20 x 30 che evidentemente l’aveva attratta. Stette a meditare per pochi secondi e uscì. Non sarà passata un’ora da quando era andata via che la vidi rientrare in compagnia di un uomo. I due mi manifestarono immediatamente l’intenzione di voler acquistare il quadro – del quale conoscevano il costo perché lì le quotazioni sono esposte pubblicamente – porgendomi una busta contenente l’intera somma.

Nel mentre che lo confezionavo feci mettere comodi i signori offrendo un caffè e poi, come segno di cordialità, mi presi la libertà di applicare un sottile sconto restituendo una banconota dalla busta che mi era stata consegnata. Evidentemente l’azione dovette apparire come un grave sgarbo perché l’accompagnatore si indignò non poco del gesto e mi fece capire che, accettando il denaro, avrebbero dovuto screditare il valore dell’opera stessa. A quel punto cercai di spiegare che noi meridionali siamo fatti così e che “offrire un caffè” fa parte della nostra cultura. La donna sorrise e disse che le bastava quello nella tazza.

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D.:

Veramente divertente e significativo questo aneddoto. Qualche altra esperienza a Düsseldorf?

R.:

Forse è doveroso che io dica grazie alla Germania per avermi fatto incontrare la mia compagna, Heike Waltraud Ruske, con la quale ci siamo conosciuti proprio per mezzo della mia arte. Heike aveva bisogno di un grande dipinto da inserire all’interno della sua abitazione. Voleva qualcosa di specifico da contestualizzare in un grande salone e io, non avendo nulla di pronto da adattare alle sue esigenze, mi proposi di fare un sopralluogo e constatare personalmente quali tematiche e quali colori si prestassero meglio a quell’ambiente. Mi misi all’opera e finiti i lavori le telefonai per la consegna. La sua reazione di manifesta soddisfazione mi stupì non poco perché personalmente non dò molta importanza a ciò che realizzo su commissione. Accettai quindi molto volentieri l’invito a trattenermi e parlammo di molte cose. Tantissime furono le domande che mi rivolse: era sinceramente stupita dal fatto che un artista, un pittore per giunta italiano si trovasse in un paese rigoroso come la Germania. Si appassionò talmente alla mia storia che decise di mettermi a disposizione gli innumerevoli contatti che aveva, oltre che tutte le risorse che credeva mi potessero tornare utili.

A seguito di quanto raccontato non posso dire quindi che l’attuale notorietà di cui beneficiano i miei dipinti all’estero siano frutto esclusivo del mio operato; senza il suo aiuto, la sua tenacia e il suo amore sarei tornato a casa molto prima. Le sono, per questo, estremamente riconoscente.

 

D.:

Ora potremmo dire che hai raggiunto un equilibrio nella tecnica. Sapresti collocarti in una corrente artistica? Se si, quale?

R.:

Francamente trovo riduttivo dovermi circoscrivere all’interno di una sola categoria di artisti perché i miei quadri sono frutto della mia confusione. Qualcuno erroneamente mi definisce un impressionista ma onestamente non mi calza affatto. Io mi sento più vicino alla Pop art di Mario Schifano, con la sua pittura materica fatta di colori abbondanti e pennellate decise.

Ora non sto asserendo di riuscire a collocarmi tra gli artisti Pop. La mia è un’arte concettuale veramente troppo caotica da riuscire a identificarla.

 

D.:

E oggi quali sono le fonti di ispirazioni che fecondano le tue tele?

R.:

Quando dipingo mi lascio influenzare da ciò che non si vede, soprattutto da certe espressioni che si nascondono – forse per vergogna – sotto le maschere della quotidianità; quegli sguardi che vengono in superficie quando poi restiamo soli. Ed ecco spiegati i volti apparentemente femminili, dai tratti androgini, spigolosi, quasi asessuati e volutamente asimmetrici che si ripropongono come fantasmi a bucare la tela. “Espressioni senza presenza” li chiamo.

 

D.:

Vi è uno studio a ridosso di questa delicata tematica o solo una spiccata sensibilità?

R.:

Per risponderti devo fare una digressione verso quella Milano che anche in questo caso favorì i miei “studi pratici”, quelli che nessun insegnante mi avrebbe saputo esporre bene come la vita ha fatto.

In quegli anni intrattenevo amicizie con ragazze – molte del sud Italia – giunte nella metropoli per necessità e che si erano ritrovate costrette a vendere il proprio corpo per sopravvivere. Di quelle anime mi incaricai di scrutarne ogni aspetto e le singole storie, quasi a immedesimarmi in una prostituta che in fondo prostituta non è.

Da quel lungo e per certi versi complicato studio partorii le figure che ora individuo nel tema “sola ma mai triste”: ragazze seminude, con la schiena curvata, chine su se stesse e coi capelli rigorosamente a coprire il volto quasi in atto di vergogna.

Poi, nel 1997, fui sconvolto dalle tragedie legate a Gianni Versace prima e Lady Diana dopo. Della seconda fui un grande ammiratore per via della vita intricata di scandali che condusse e quell’aria spesso malinconica; di Versace invece mi incuriosivano più i ragazzi che sceglieva come modelli: fisionomie quasi finte, ambigue, al limite della bellezza maschile ma con delle marcate note di femminilità. Dipinsi giustappunto un quadro dal titolo “Modelli di Versace” a cui tengo molto e che è esposto a Düsseldorf.

 

D.:

Vediamo ora gli aspetti che interessano artisti e possibilità di continuare a produrre. Vorrei sapere, per esempio, come le gallerie d’arte gestiscono le produzioni di chi espone.

R.:

Forse preferirei non rispondere ma sarò schietto finché posso: nella realtà dei fatti, per la maggior parte di chi produce arte, è come se non esistesse affatto alcun mercato. E quando compare la possibilità di esporre o vendere è solo perché a muoversi sono gli interessi di un mercante o di qualche altro mediatore. Chi opera in questa maniera, sfruttando un artista – che sia pure il madonnaro della festa – non comprende che così si ottiene solo l’annientamento fisiologico dell’estro artistico.

Per ciò che concerne le gallerie (parlo ovviamente delle mie esperienze), non hanno certamente la funzione che uno s’immagina, almeno per gli addetti ai lavori. Per un gallerista l’artista è null’altro che merce, “usa e getta” oltretutto.

 

D.:

Da questa risposta posso trarre che il territorio ti abbia deluso?

R.:

Io sono profondamente legato al territorio, alla nostra Nardò in particolar modo, che per me è sempre grande fonte di ispirazione, però c’è altro obbiettivamente, oltre ai paesaggi e alla “vegetazione umana”. Non vorrei utilizzare sempre un solo termine di paragone ma la Germania è il paese che conosco: lì gli artisti ricevono dei sovvenzionamenti, espongono gratuitamente e sono valorizzati; io posso affermare, senza il timore di essere smentito, di non aver mai coinvolto alcuna autorità a Düsseldorf. Eppure durante le mie esposizioni pubbliche ho appurato la partecipazione di personalità rilevanti e perfino le testate nazionali mi hanno dedicato fiumi di parole, spontaneamente.

Sono amareggiato per gli amici artisti che stimo, questo si, perché restando qui, tra i luoghi che amiamo, sono costretti giocoforza a prostituire il loro estro, svilendolo.

 

D.:

Quali sono gli artisti contemporanei locali che guardi con maggiore interesse?

R.:

Sicuramente non si può dimenticare il maestro Ercole Pignatelli, un nome ormai echeggiante sul palcoscenico artistico internazionale. Tra i pittori emergenti, invece, credo sia degno di nota Marcello Malandugno, un concittadino che si sta muovendo bene e nelle cui raffigurazioni mi lascia intravedere ragguardevoli potenzialità.

 

D.:

E del passato?

R.:

Ricordo con affetto Arturo Santo pittore semi-impressionista che seguivo molto da ragazzo e il delicato scultore Lilì De Benedittis recentemente scomparso.

 

D.:

Chiudiamo questa intervista filosofando: vorrei sapere qual è, secondo te, la maniera con la quale l’Arte può veicolare il cambiamento della società.

R.:

Innanzitutto credo che non ci sia nessuno esente dalla sensibilità nei confronti dell’arte ma tutti dovremmo imparare ad ascoltare ed esaltare quelle note emotive che essa provoca. Questo esercizio consentirebbe alla società di valorizzare chi l’arte la produce con convinzione, giorno dopo giorno, sperimentando principalmente su se stesso tutto ciò che consegue una vita alla ricerca di stimoli e ispirazioni.

Giacinto De Metrio, ritratto di un grande amico

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di Gianluca Fedele

Ho iniziato a scrivere queste righe piene di amarezza e nostalgia qualche settimana fa per il solo scopo di esorcizzare una sensazione di vuoto dentro di me che avverto come incolmabile. Uno svuotamento provocato dalla scomparsa del Professore Giacinto De Metrio.

Una serie infinita di emozionanti ricordi si palesano nella mia testa, in forma del tutto disordinata, e in questo breve scritto cercherò di riassumerne qualcuno dei più significativi, per me.

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Tutti abbiamo dei punti di riferimento, delle persone che vorremmo imitare; il mio sguardo, in questo senso, è stato sempre rivolto a lui. Ho considerato Giacinto con sincera ammirazione, per la sua passione per l’Arte – che insegnava e praticava – per i suoi riconosciuti successi, i premi internazionali, ma anche il senso di appartenenza verso un paese che spesso lo deludeva. Poi, non ultima, l’accanita voglia di vivere, manifestata con l’arte, nonostante una lunga e progressiva malattia lo avesse reso quasi del tutto cieco.

Devo a lui, senza indugio alcuno, la mia formazione culturale, oltre che la determinante scelta artistico-professionale. Conservo un ricordo etereo di quelle lunghe conversazioni, fatte di riflessioni e di indimenticabili racconti d’altri tempi dei quali fui invidioso.

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Come accadde a molti altri ragazzini delle scuole medie che ebbero la fortuna di essere suoi alunni, prima e dopo di me, mi colpì l’approccio non convenzionale con tutti noi, adolescenti e non, coi quali si poneva senza quella specie di barriera fisiologica che ci può essere nel rapporto alunno-insegnante. Il Professore De Metrio parlava schietto, non impersonando un ruolo professionale, ma con la capacità di intendere il proprio interlocutore e trattarlo da pari, spaziando tra argomenti didattici e sociologici che, se vogliamo, non esulavano dalla materia da lui insegnata: educazione artistica. Magari vi sembrerà che io, in questa descrizione, ne stia tessendo le lodi allo scopo di produrre una rievocazione “post mortem” tutta personale, ma non è così: ho ascoltato e letto i commenti che la notizia della sua recente scomparsa ha stillato e mi è parso di intendere che tutti ne tracciassero lo stesso identikit, allineato al mio.

Poi, ovviamente, i rapporti personali sono eterogenei e talvolta prendono delle pieghe inaspettate.

Mi ritrovai a frequentarlo, come altri compagni, anche al di fuori dell’edificio scolastico perché era lui stesso che ci invitava a fargli visita presso il suo personale studio di pittura, per coinvolgerci, per sensibilizzarci all’arte e perché aveva piacere a trascorrere qualche pomeriggio in nostra compagnia. Qualcuno ci andava spesso, qualcun altro non ci è uscito più…

Ricordo che nel suo studio, in via XXIV Maggio, c’era quel tipico odore di vernice e acquaragia. Al primo sguardo i nostri occhi di adolescenti erano attratti dalle figure di nudo, poi le pile di riviste, oggetti di design, trofei, medaglie, targhe, diplomi, inviti (reminescenze di sue mostre). Mi piacquero molto i busti e le maschere in terracotta realizzati da “lu zi’ Michilinu” e credo rappresentarono uno dei primi argomenti di conversazione. Per lo zio Michele Gaballo – noto ai più soprattutto per essere l’autore della Fontana del Toro – Giacinto nutriva un naturale affetto, oltre che per il grado di parentela, anche per aver raccolto da lui la ponderosa eredità artistica.

Dello studio mi rimase impresso perfino quell’enorme ombrello coloratissimo (ogni spicchio una tinta diversa) aperto e sospeso poco sotto il soffitto.

Era una persona ingegnosa oltre che creativa. Un Natale acquistò una specie di rete di luci a led e la posizionò anch’essa sospesa in aria a mo’ di cielo stellato. Pur non essendo un gadget decorativo inflazionato come in questi anni non fu comunque utilizzato per un utilizzo convenzionale. La trovammo una soluzione molto suggestiva.

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Per lavorare aveva pochi indispensabili strumenti: la cassettiera colma di tempere, pennelli, la tavolozza e un lavandino che originariamente presumo fosse stato bianco. C’era persino un Dante realizzato da lui, in gesso patinato bronzo, ad altezza naturale, che mi guardava con aria crucciata e io non capii mai per quale ragione, almeno fino a quando non mi sono interessato alla scrittura. Lo donò alla scuola media dove insegnò prima di andare in pensione.

Voi adesso, da questa descrizione, desumerete che si trattasse di un grande locale, uno studio di importanti dimensioni, ma tutta questa roba, e tanto altro, ci rientrava in poco più di venti metri quadri. E quasi dimenticavo i dipinti, dandoli per scontati, dipinti in ogni angolo di muro libero.

Dipinti espressionisti che trasudavano passione, desiderio, malinconia, gioia di vivere.

Io ci andavo finiti (si fa per dire) i compiti. Girato l’angolo si sentiva la musica delle audiocassette – prediligeva cantautrici e quasi sempre Mina – o la telecronaca calcistica la domenica pomeriggio.

Giacinto era sull’uscio e indossava un grembiule blu, prevedibilmente macchiato di tempere, e i suoi occhiali dalle spesse lenti fumé sul naso. In quel periodo, credo di averlo visto pochissime volte senza un pennello tra le dita, come fosse un’estensione naturale del suo braccio, con di fronte a se il suo cavalletto e la tela. Non mi potere sentire ma credetemi, io sospiro troppo spesso da qualche giorno a questa parte.

Quand’ero fortunato la tela la vedevo immacolata, poi i primi tratti di matita a segnare il pensiero, successivamente le tracce di colore e infine, dopo qualche settimana, finalmente l’opera completa.

Di tanto in tanto ho anche visto compiersi il “sacrilegio” del riutilizzo di una tela già dipinta. Mi permettevo di chiederli il motivo, con scherzosa aria di rimprovero, e mi rispondeva che il prossimo sarebbe stato migliore.

A distanza di anni, mi confidò del glaucoma e della decisione obbligata di separarsi dalla pittura; fu un trauma che, in maniera certamente differente, condivisi con lui, viziato com’ero a trascorrere lì parte delle mie giornate.

L’ultimo quadro che gli vidi dipingere ritrae un occhio posto simbolicamente su un pentagramma e circondato da variopinte note musicali. Quasi a rafforzare il senso di gratitudine nei confronti della vista, un ultimo omaggio a quei suoi occhi che lo stavano per abbandonare.

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Nei giorni successivi mi trattenni volentieri qualche ora in più del solito e in quell’occasione facemmo una catalogazione, una cernita di tutte le cose presenti: ciò che reputava cianfrusaglia della quale voleva disfarsi gettandola al cassonetto (qualcosa la recuperai), e i ricordi che invece volle riportare a casa per conservarli.

Neppure l’incedere della malattia fermò il suo estro artistico. Ebbe inizio in quel modo un’altra stagione artistica nella quale realizzo delle installazioni con fili e bacchette di ferro: dal cavallo alato “voglia di libertà” alla sagoma femminile “magnetismo” passando per il “torero”.

In quel modo esorcizzava la malattia come a voler dire “ti prendo per le corna!”.

Siamo rimasti sempre in stretto contatto e spesso veniva a trovarmi in studio. Qualche volta siamo usciti insieme per goderci un tramonto sul mare, spettacolo naturale del quale lui scorgeva solo qualche fioco riflesso.

Anche al mare era legato in maniera viscerale; aspettava la primavera come un recluso attende di essere scagionato. Aveva una pellaccia dura che mi faceva rabbia: “il mio medico dice che ho la cervicale annodata come il tronco di un ulivo e che c’è gente con una situazione molto meno grave delle mia che soffre di vertigini e altri mille sintomi. Ma sai che io sto benissimo? Come se non ce l’avessi!”. Io invece, ovviamente, appartengo alla categoria descritta dal suo medico…

L’estate cominciava ad aprile e i bagni terminavano a novembre. Sempre all’ “Ave Mare”: «conosco quegli scogli palmo palmo, anche se non li vedo li conosco!». Un estate si offrì volontario perfino per una simulazione di salvataggio e venne riportato a riva da un cane della Guardia Costiera. Poi, un brutto giorno, uno scoglio gli fece lo sgambetto e decise che non ci sarebbe andato più.

Ci sentivamo spesso soprattutto perché ultimamente la musica era diventata un diversivo indispensabile, compagnia devota con la quale trascorrere lunghi momenti di raccoglimento. Mi domandava di cercargli titoli e canzoni della sua giovinezza (missione impossibile ogni volta), quelle che ascoltava su “Radio Margherita”, legate anche alla sua lunga parentesi fiorentina. In quella maniera rianimava i suoi ricordi e il suo spirito ne traeva giovamento. Ho conosciuto in quella maniera una fetta di cantautorato italiano – e non – a me totalmente sconosciuta che spazia da Narciso Parigi a Gabriella Ferri passando per Charles Aznavour.

Era soprattutto un premuroso amico che si preoccupava di telefonarmi per conoscere le mie vicissitudini, forse più di quanto io non facessi con lui.

Lo mettevo al corrente dei miei alti e bassi, le traversie sentimentali, il lavoro e tutto si racchiudeva in un “insomma, le solite cose”. Lui rispondeva sarcastico: «Uei cu ti cciu? Tu uei cu mueri, di allu giustu!» e ci infilava in mezzo un’imprecazione che mi fa ancora sorridere.

Conservo negli orecchi i “bravo” che mi indirizzava qualora lo mettessi al corrente di una nuova poesia premiata. Glie la leggevo e lui mi rimproverava di non saperla recitare: «la Poesia si declama, non si legge!». Infine, dopo qualche preambolo che trasudava soddisfazione, concludeva amaro: «queste sono le soddisfazioni che riempiono lo spirito e svuotano lo stomaco, le conosco bene».

La notte che ha seguito la notizia della sua morte ho messo a soqquadro lo studio e la casa, con gli occhi pieni di dolore, alla ricerca di suoi ricordi; una serie di movimenti meccanici e convulsi. La cosa è andata avanti per una mezz’ora buona finché non mi sono trovato di fronte le buste contenenti i bigliettini di auguri che mi aveva consegnato in occasioni delle feste.

All’interno di una di esse un biglietto in particolare: mi augurava buon trentesimo compleanno.

Compio trent’anni oggi.

 

Giacinto, questi scherzi non si fanno!

Palme e punteruolo rosso. Quando la storia ha un lieto fine

di Gianluca Fedele

 

Ogni volta che vediamo una palma piegare verso il basso una delle foglie che compone il tipico ciuffo a ventaglio non abbiamo dubbi: il “punteruolo rosso” sta per fare un’altra vittima. A breve quest’ultima perderà il suo colore e collasserà in una forma di ombrello richiuso su se stesso.

Questo è lo scenario a domino nel quale ci stiamo abbandonando, quasi senza opporre alcuna resistenza. Complice, a mio modesto avviso, un’insufficiente campagna d’informazione e sensibilizzazione, la quale ha largamente diffuso l’infondata credenza che, una volta attaccate dal terribile parassita, queste specie di piante siano destinate a morte. Senza contare che possederne, ora come ora, non è più un motivo di vanto ma una disgrazia poiché la legge impone, particolari e costosissimi metodi di smaltimento del tronco secco affinché, riproducendosi, gli insetti non intacchino altre nuove palme. In tv, il noto programma “Striscia la Notizia”, ha spesso trattato l’argomento in maniera eccellente, perlomeno gli si deve il merito d’aver contribuito ad accrescere mediaticamente l’attenzione intorno a questa grave problematica.

Ricordo in particolare un servizio dello stesso programma televisivo nel quale l’inviato si era recato presso uno zoo per testimoniare come una cicogna della medesima struttura zoologica, avendo deciso arbitrariamente di deporre le proprie uova alla sommità di una palma oramai decapitata dal punteruolo, si fosse nutrita delle larve contribuendo a far rigermogliare foglie nuove e sane. Ovviamente non mi aspetto che siano introdotte le cicogne sul territorio interessato dal fenomeno, ma credo che questo aneddoto possa essere preso in considerazione in un discorso di catena alimentare.

In ogni caso non mi rassegno all’idea che il colosso dei giardini e delle ville del Salento, così come quelle del Meridione tutto, stiano facendo una fine così indecorosa, ma soprattutto mi torna molto difficile credere che non esista alcun pesticida atto a debellare questo cancro terribile.

Raccogliendo delle informazioni, anche e soprattutto chiacchierando con amici e parenti, ho ascoltato le teorie più disparate. A metà di questa storia mi ero totalmente convinto che i costi per una cura di prevenzione fossero inaccessibili e ancor più inutili una volta che il micidiale (così lo definisce wikipedia) rhynchophorus ferrugineus si fosse insidiato all’interno del cuore spugnoso del palmizio.

Ero ormai dell’avviso che nel giro di pochi anni questo genere di pianta l’avrei vista soltanto in qualche fotografia sbiadita, reperto col quale raccontare a mio figlio che il bar “la Palma” di Gallipoli o la piazza “Tre Palme” di Nardò si chiamano in quella maniera perché tanti anni prima…

Infine arriva l’illuminazione.

Un pomeriggio di qualche mese fa un amico mi manifesta il suo turbamento perché una delle due palme che affiancano l’invito della sua casa di campagna presenta i tipici segnali: foglia afflosciata e un foro sul fianco dal quale si può ascoltare un fosco brusio simile ad una moka mentre esce il caffè.

La palma era lì da oltre una ventina di anni, non è tantissimo per questo tipo di pianta, è alta circa tre metri, ma l’amico contava di vederla enorme e possente accoglierlo sempre al suo arrivo. Quando vengono installate, queste singolari colonne viventi, forse sono pensate “soltanto” per estetica, ma poi si instaura un affetto disinteressato, una sorta di amicizia basata sul rispetto che l’uomo dovrebbe imparare a nutrire per animali e piante allo scopo di saper poi elargire, altrettanto disinteressatamente, presso i suoi simili.

Comunque sia, ricordo che mio zio, nel suo b&b Rizzo Nino, in località “Cenate” ne ha diverse e tutte in ottima salute. So di sicuro che le cura, ma sino a quel momento ignoravo il come. La struttura recettiva è collocata all’interno di una villa risalente a fine ‘600, qui, come in altre antiche abitazioni di interesse storico, le palme fanno allo stesso modo da collier attorno al collo di una splendida donna. Lo dico all’amico, che è lì per lì pronto a sacrificare la malata pur di salvare la sana, con il quale prima di compiere l’insano gesto, consiglio, appunto di chiacchierare.

Mio zio Francesco è anche un ottimo agricoltore. Ci racconta di aver avuto a che fare con questo coleottero assassino quando, in una primavera di diversi anni prima, minacciava le sue ventennali palme e ne abbatteva una delle otto che ancora sono in vita; mi descrive le larve e come si insinuano, segnale di esperienza sul campo, e a dire il vero mi fanno un po’ schifo anche solo nell’accademica esposizione.

Il primo punteruolo rosso che ho visto personalmente svolazzava assieme ad uno sciame di suoi simili, in piazzetta delle Erbe a Nardò, l’estate scorsa, e ricordo che si muoveva come stordito. Non ho vergogna nel dire che l’ho calpestato senza alcuna riluttanza. Una sorta di rivendicazione, forse.

Insomma, per farla breve, mio zio suggerisce al mio amico Claudio, prodotti da utilizzare, garantendogli il risultato dopo il trattamento; senza tralasciare però che è assolutamente necessario farlo con una certa assiduità. L’antifona è: “se non la tratti con regolarità ti muore. Se non oggi, domani”.

Claudio è motivato e convinto e compra le due bottiglie di medicinale “Confidor” (Bayer) e “Reldan 22” con i quali creare la miscela di antidoto. Il tutto con una spesa annua per singola palma di circa trenta euro.

Ora sono io lo scettico; ho letto su internet che la maggior parte dei prodotti impiegati sono dannosi per l’ambiente ma vengo puntualmente rassicurato: in realtà si tratta di diserbanti di libera vendita reperibili in qualsiasi negozio di botanica e fitofarmaceutica, prevalentemente venduti proprio a questo scopo.

La storia ha un lieto fine: Claudio, sotto il vigile controllo “dello specialista”, ha preso ad accudire la palma che si è liberata del parassita, e già lancia segnali di ripresa. Premurosamente la cura irrorando il fusto con la combinazione dei due medicinali sopraelencati ogni 45 giorni e ora ha un doppio valore affettivo, per lui, ma anche per me.

 

Ora tendo a precisare che ho scritto questa storia senza avere alcuna competenza in materia di agraria, magari qualcuno potrebbe avere da ridire su qualche aspetto tecnico, ma lungi dall’elevarmi al ruolo di risolutore del problema.

Mi piacerebbe soltanto che si diffondesse più ottimismo sull’argomento e che si eclissasse la tendenza a seppellire il cadavere se il presunto morto ancora respira.

Ho visto in questi ultimi anni decine e decine di palme che arredavano il verde pubblico abbandonate alla propria sorte e mutilate, e altre destinate alla stessa fine. Senza fare della facile demagogia, anche in questo caso la politica ha perso l’occasione di dare il buon esempio.

 

Sull’argomento si vedano anche:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/01/10/le-palme-del-salento-leccese-devono-morire/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/01/04/a-proposito-di-punteruolo-rosso-e-delle-nostre-palme-malate/

 

 

Intervista a Giacinto De Metrio, un artista da riscoprire

il maestro Giacinto De Metrio

di Gianluca Fedele

Se si volesse descrivere l’atteggiamento che la città di Nardò ha assunto negli ultimi decenni nei confronti dell’arte, probabilmente utilizzerei questa similitudine: terra argillosa, dove l’acqua non drena.

Una rappresentazione decisamente pessimistica, ma altrettanto realistica, in quanto sono numerosi gli artisti che hanno attraversato in varie forme il ‘900 neretino. In ogni caso quasi nessuno ha fatto breccia, col proprio passaggio, né sulla critica internazionale né tanto meno sul mercato locale.

Ricordo sempre una frase del mio caro professore di educazione artistica delle scuole medie, Giacinto De Metrio, che mi disse: “A Nardò è più facile vendere una busta di verdura piuttosto che un dipinto di Picasso”; citazione che esprime, nella sua semplicità, tutta quell’amarezza di chi dedica la propria esistenza all’estro artistico, con la sensibilità che ne consegue.

Proprio al mio professore, nonché carissimo amico, ho deciso di rivolgere qualche domanda, per farmi spiegare quali, secondo lui, sono le condizioni sociali che determinano il disincanto dei più nei confronti del bello e cercare di comprendere i meccanismi che portano alla conseguente aridità, guardando con gli occhi di chi l’arte l’ha prodotta quotidianamente per oltre mezzo secolo.

D: Caro Giacinto, nelle vene della famiglia De Metrio scorreva già il sangue denso della creatività ben prima della tua nascita. Tuo zio Michele Gaballo, infatti, è stato un autorevole testimone del primo Novecento a Nardò, nonché autore d’importanti opere divenute poi simboli indiscussi della città, basti pensare alla sua fontana del toro in piazza Salandra. Essendo quindi diretto erede di principi morali ed artistici, qual è la tua posizione in merito alla prima ristrutturazione alla quale è stato sottoposto proprio il monumento su citato?

R: Il monumento, venne realizzato nel 1932, in occasione dell’inaugurazione dell’acquedotto pugliese. Da allora, dacché io abbia memoria, è stato sempre trattato con estrema indifferenza ed incuria da ogni amministrazione che si sia succeduta a Palazzo Personé. Gli pseudo-restauri che io ricordi sono stati diversi, ma solo un paio sono più clamorosi; originariamente il colore della fontana parietale era di un grigio marmoreo, poi, a cavallo tra gli anni ’80 e ‘90 l’intera opera venne completamente pitturata di bianco con pallida calce, alla stessa stregua di un qualsiasi muretto di campagna. Ultimamente, addirittura, è stata trattata con due diverse cromie, neanche fosse un mobile di bassa fattura, in barba a qualsiasi semplice criterio di restauro. Ma non è tutto, c’è dell’altro. Negli anni ‘80 l’assessorato preposto alla cultura e al turismo, prese incarico di stilare una guida che riguardasse le storie dei maggiori monumenti neretini, tra questi, immancabile, la fontana murale in oggetto. In questo elaborato sono state trattate notizie non veritiere, tanto da mettere in dubbio, per i più sprovveduti, persino la paternità del gruppo marmoreo, laddove invece, a tuttora, si può benissimo leggere la sua firma autografa.

Nardò, fontana del toro prima dell’ultimo restauro (per gentile concessione di Giacinto De Metrio)

 

D: Che altre opere importanti sono state realizzate dal Gaballo?

R: Le sue opere sono innumerevoli, ma quella che ricordo con più affetto e rammarico è “Il rimorso”, opera che sino a qualche anno addietro era posta all’interno della sala consiliare del municipio di Nardò. Ora è rovinosamente danneggiata da concittadini incivili che assistevano ai consigli e che sfogavano le loro misere frustrazioni sul gesso di cui era fatta. In seguito ad un maldestro restauro è stata resa praticamente irriconoscibile rispetto all’originale plastica di cui ora si può solo fantasticare, e la si può per così dire ammirare  nella biblioteca comunale “Vergari” dove attualmente è collocata. Alla luce di questo, voglio ricordare che quando venne donata, fu imposta ai custodi un’unica clausola, cioè che il Comune prendesse incarico di fonderla in bronzo proprio per evitare eventuali danneggiamenti. Potete immaginare quindi, quale dispiacere ho nel saperla nelle attuali condizioni. Tra i lavori più celebri aggiungerei anche il busto di Benito Mussolini, realizzato del “XV anno” per una sala del complesso Vittoriale di Lecce e del quale si sono perdute le tracce. Un altro busto importante, quello del On. Grassi, Ministro di Grazia e Giustizia, di origini salentine, nonché ultima scultura realizzata. Questa, trova la sua collocazione all’interno del tribunale di Lecce.

Michele Gaballo, Il Rimorso (per gentile concessione di Giacinto De Metrio)

D: Come è stata ricordata negli anni la figura di questo illustre scultore?

R: In vita mio zio era molto popolare ed apprezzato, popolarità che è andata scemando con il susseguirsi delle generazioni. Ora, mi spiace dirlo, ma il suo ricordo  è stato praticamente cancellato del tutto, tant’è vero che nel 2001, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte, nessuno tra i nostri rappresentanti politici o solo tra i concittadini gli ha dedicato un pensiero, né pubblico né privato. Solo tra noi familiari Michele Gaballo è stato onorato col ricordo. Io stesso, infatti, amareggiato affidai ad un breve comunicato la sua memoria, facendolo pubblicare dalla Gazzetta del Mezzogiorno.

 

D: Oltre al Gaballo, anche tuo fratello Michele, ormai venuto a mancare, era dedito all’arte e al teatro. Come veniva visto dai nostri concittadini?

R: Mio fratello era molto amato e ben voluto per la sua umanità; lo ricordo come pittore e soprattutto come grande uomo di teatro: infatti si occupava tanto di regia quanto di recitazione. Queste grandi doti, le espresse in maniera magistrale, nell’opera Risorgimento che andò in scena al teatro comunale nel 1948, dove lui stesso interpretava il ruolo principale del Patriota Conte Vitaliano Lamberti conseguendo un notevole successo sia di pubblico che di critica. Persona di grande fede, manifestata in occasione di un funerale, dove il Vescovo dell’epoca fece vietare il rito religioso e Michele, arbitrariamente, portò la croce dinanzi al corteo per l’intero percorso.

 

D: Ma quanto ha inciso la figura dello zio scultore sulla vocazione artistica dei nipoti?

R: Michele Gaballo è stato per noi assolutamente fondamentale, oserei dire determinante!

 

D: Ma ora veniamo a noi. La tua formazione culturale e stilistica avviene all’interno del liceo artistico di Firenze: qual’era il fermento creativo che si respirava nel panorama fiorentino dell’epoca? E quali erano le differenze rispetto all’ambiente culturale locale che ti lasciavi alle spalle?

R: Firenze era, e forse lo è ancora, la culla dell’arte, una meta agognata per chi, come noi, si formava nel segno delle belle arti. Mi ritrovai in terra fiorentina in compagnia di mio fratello: quei tempi e quei luoghi ora mi appaiono così romantici e ricchi di significato rispetto ad un sud che continua, culturalmente parlando, a svuotare piuttosto che a formare. Fortuna volle che a plasmare la mia personalità e la mia cultura provvedessero insegnati e artisti di chiara fama: ricordo Piero Bigongiari, mio professore di lettere e illustre poeta ermetico, recentemente scomparso e commemorato dal Corriere dalla Sera. E c’erano pure gli artisti: i professori Pucci, Pozzi, Gallo, Colacicchi, Peiron e anche il critico d’arte Michelangelo Masciotta.

Giacinto De Mterio, Magnetismo

D: So che sei stato premiato in occasione di eventi e concorsi nazionali di valenza internazionale, me ne elenchi qualcuno? [Si allontana un attimo per prendere un piccolo foglio come memorandum dove ha annotato tutti i premi vinti]

R: Nel 1961, vinsi il secondo premio nel concorso di pittura durante la mostra campionaria di Galatina.

Nel 1965, nella mostra-concorso, presso la pro-loco Santa Caterina di Nardò, ricevetti una coppa d’argento omaggiata dall’Amministrazione Provinciale di Lecce.

 Al concorso Internazionale di Torino “la telaccia d’oro”, ho vinto tre premi: nel 1993 con la scultura Tossicomane mi venne assegnato il terzo premio che consisteva in una targa d’argento della Regione Piemonte; nel 1994 con la scultura in marmo Il silenzio dell’urlo conquistai il settimo premio della relativa categoria; nel 1998, con il dipinto ad olio Sogno d’artista, giunsi terzo classificato e ricevetti in premio una medaglia d’argento.

 D: Quale è stata la risposta, in termini di riconoscimento, che la nostra Nardò ti ha dato per la gloria riflessa che esportavi con le tue opere?

R: A parte l’affetto e la stima di pochi familiari ed amici, praticamente nulla. E pensare che io posso vantare, tra l’altro, di aver donato a Sua Santità Giovanni Paolo II un’opera pittorica, offertagli in occasione di un viaggio-scuola e che ritrae la guglia di piazza Salandra, arbitrariamente situata su una spiaggia. Di tale dono, lo stesso Papa, per mezzo del suo segretario, ha ringraziato i ragazzi della scuola media III nucleo per il significativo omaggio.

 D: Molti dei tuoi lavori, soprattutto quelli appartenenti all’ultimo periodo, hanno uno spiccato gusto introspettivo, qual è la ragione?

R: L’arte, di per sé, riflette l’animo e le sensazioni emotive. Ora come ora, e ancor di più per via del mio delicato stato di salute presente, trovo di enorme sollievo riversare le tensioni in ciò che realizzo, un motivo in più per non darmi per vinto.

 

D: Anche se ne conosco la risposta o posso intuirla, quale soggetto ha rappresentato meglio la tua fonte d’ispirazione?

R: La donna in tutte le sue sfaccettature. Una sorta di donna assoluta, fonte di inesauribile bellezza.

 

D: Un’ultima domanda per concludere. Hai istruito e avvicinato all’arte migliaia di ragazzini, per tantissimi anni, presso scuole medie  inferiori di mezza Italia: qual è il principio d’insegnamento a cui più tenevi?

R: Per me l’insegnamento non è mai stato un mestiere. E con un certo orgoglio posso ammettere di aver svolto il mio ruolo di professore con passione e impegno assoluti. Ho sempre cercato d’infondere nei giovani non solo i valori dell’arte, ma ho sempre, innanzitutto, esaltato le qualità che ognuno di loro possedeva; doti che, secondo me, vanno stimolate ed evidenziate sempre attraverso l’autostima.

A questo punto la conversazione si conclude, un po’ per la commozione del momento, un po’ perché il tempo è davvero volato via. Adesso, a mente fredda la sensazione che mi rimane nel cuore dopo questa intervista, è un senso di ingiustizia che la nostra terra, i nostri luoghi, sanno così ben dispensare nei confronti di chi, per una vita, ha cercato di amarli omaggiandoli con la propria arte.

dipinto di Giacinto De Metrio
dipinto di Giacinto De Metrio

Salento che lavora. La pietra leccese

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Tarantino & Lotriglia – Sogni in pietra leccese

 

di Gianluca Fedele

 

Chi, come me è salentino non può non conoscere l’azienda Tarantino & Lotriglia; chi lavora di design, a maggior ragione, non è giustificato qualora non fosse mai stato all’interno dell’azienda T&L, in contrada Castellino a Nardò.

Per questo, in una bella giornata di novembre, ho deciso di visitare quei laboratori che ritengo siano tra i più importanti opifici di lavorazione della pietra leccese. Una volta dentro, ciò che ho visto mi ha colto impreparato: alcuni artigiani lavoravano a mano un blocco di pietra, che stava prendendo la forma di un capitello: non era un prodotto industriale ma lavorato con martello e scalpello come una volta!

Giuseppe Tarantino

Questo aspetto non era nel mio immaginario e mi ha piacevolmente impressionato, se non altro perché nella “botteguccia” il tempo pareva essersi fermato lì, su vecchi bozzetti a mano, utensili in legno e persino nella polvere bianca che mi si appiccicava alle scarpe.
Claudio Lotriglia, uno dei proprietari, mi ha subito accolto con fare simpatico e disponibile e si è prestato ad illustrarmi l’attività dell’azienda, rispondendo così ad ogni mia domanda e curiosità.
Mi ha condotto nello show-room dov’erano disposti innumerevoli ornamenti e complementi d’arredo, in carparo e leccese. Mi ha spiegato che l’azienda “Tarantino & Lotriglia” è nata circa venticinque anni or sono, dall’incontro casuale e fortunato fra Mimino Lotriglia, congegnatore meccanico e Giuseppe Tarantino, “mastro” scalpellino di lunga esperienza.

Mimino Lotriglia

Il primo, nasce professionalmente come mobiliere con la ditta “A.M.M.A.”, successivamente congegnatore meccanico presso l’ITALSIDER (oggi ILVA) per 14 anni. Giunto alla fine dell’esperienza lavorativa, ma comunque pieno di energie e voglia di fare, Mimino decide di allestire in un piccolo locale di circa 70mq dove mettere a frutto la preparazione acquisita nel campo della meccanica. Una semplice rimessa diventa presto un laboratorio nel quale Mimino realizza macchinari da taglio atti alla lavorazione della pietra, in particolar modo di tavelle per lastricati solari e cornici.

Caso volle che a pochi metri da Lotriglia abitasse “mesciu Pippi” e che anch’esso, nelle poche ore libere dall’attività edile che svolgeva, si dedicasse in maniera hobbistica alla creazione di manufatti artistici in pietra leccese.

L’incontro tra i due non è difficile da immaginare, ma ha comunque un velo di magia se si considerano le coincidenze; Lotriglia si trova a passare dinanzi all’officina di Tarantino, che a quell’ora è all’interno a scalpellare su una lastra di pietra leccese alla quale dà le fattezze di una cornice,  incuriosito si affaccia scoprendo un brillante “concorrente” al quale chiede informazioni sui prodotti, i metodi di produzione, i quantitativi e le tempistiche di realizzazione, intraprendendo così quella che, da lì a poco, sarebbe stata considerata la più fortunata conversazione nella “Tarantino & Lotriglia s.r.l.”, conclusasi così: <<béh Pì, ndì mintimu a società?>> (béh Giuseppe, creiamo una società?).

il piccolo Ivano Lotriglia nella bottega paterna

Claudio continua il suo racconto, un po’ tramandato e un po’ vissuto, con notevole trasporto ed emozione parlandomi del padre, oramai è venuto a mancare, come una figura a cui lui tutto deve, sia umanamente che professionalmente. Mi descrive i primi anni di attività come una sorta di “assestamento d’impresa”, un periodo di rodaggio nel quale le attrezzature per la lavorazione non erano altro che prototipi congegnati da Mimino per l’occasione. I grossolani prodotti delle macchine venivano poi rifiniti e particolareggiati da Giuseppe che rendeva ad ogni pezzo l’esclusivo valore dell’artigianato. Collaborazione intinta in una sorta di sana competizione tra i due fondatori, continuamente pronti a battibeccare su come affrontare le nuove richieste di lavori, sempre più numerose e sempre più complesse, nell’epoca in cui il “passaparola” era il mezzo pubblicitario più rilevante; agonismo che non intaccava mai la reciproca stima.

Mentre metri e metri cubi di pietra passavano attraverso gli anni dalle mani, questi maestri realizzano che quel passatempo, avviato per svago, era divenuto una realtà professionale più importante delle loro più rosee aspettative iniziali. Per continuare a far fronte al crescendo di richieste bisognava assoldare altre braccia e qui entrarono in gioco i figli, rispettivamente, Claudio e Ivano Lotriglia ed Adriano e Dario Tarantino.

I due capostipiti conoscevano bene le qualità dei loro figli e decisero quindi di impiegare ognuno di essi allo svolgimento di specifiche e definite mansioni che i quattro svolgono tuttora.

Ivano organizza la produzione gestendo la manovalanza, negli anni, sempre più qualificata; Adriano sviluppa gli schemi e gli elaborati tecnico-progettuali, Claudio raccoglie l’eredità del padre, predisposto com’era per lo sviluppo della fabbricazione, inserendo la tecnologia e l’informatica all’interno della ditta; infine Dario che con la sua fantasia professionalmente canalizzata nel disegno e nella scultura, come Giuseppe prima di lui, rende aggraziato l’effetto finale delle sue opere.

Il balzo tecnologico che la società ha compiuto di anno in anno, sino all’utilizzo in tempi recenti di mezzi informatici, ha permesso alla “Tarantino & Lotriglia s.r.l.” di diventare un’importante realtà nel panorama dell’artigianato e dell’industria salentina con i suoi prodotti (cornici, colonne, capitelli balaustre ecc.), adatti a saziare i più svariati gusti architettonici dei progettisti: dal barocco, al moderno e contemporaneo, passando attraverso un’eclettica moltitudine di forme e di esclusivi complementi d’arredo (camini, tavoli, applique, arredo urbano, ecc.). Così l’azienda ha adottato “Industria e Arte per l’Architettura” quale slogan rappresentativo.

Claudio Lotriglia

Oggi l’impresa si muove con professionalità e presenzia a quelle che sono le più esclusive fiere del settore come il SAIE 2 a Bologna o la Fiera del Levante di Bari, oltre che essere presente con autorevolezza in molte rassegne locali. Partecipazioni che hanno traghettato la Tarantino & Lotriglia verso importanti lavori, anche su mercati internazionali; pochi esempi per tutti i diversi rivestimenti esterni inviati a Vancouver (Canada) e complementi d’arredo per Toronto, Portorico, Germania, Grecia e tutto il nord Italia.

Conclusasi la conversazione saluto Claudio e lo ringrazio per l’infinita disponibilità, certo di poter inserire presto loro prodotti all’interno di un mio progetto. Quella che mi è stata raccontata pare essere la storia semplice di sinceri sognatori, ma si respira a pieni polmoni quella forza di volontà e la passione profusa che è intrisa di amore per il proprio territorio e per i prodotti che da esso ne derivano. Una storia vera!

La pietra leccese a Bucarest

 

di Gianluca Fedele

Nardò, per le potenzialità che possiede, necessita di una serie di trampolini di lancio. Alcuni neretini in diverse occasioni si sono dimostrati sia trampolini che brillanti tuffatori del variegato oceano delle arti e della cultura. Nella rubrica “Neretini da combattimento” del giornale online “Porta di Mare” si legge spesso di concittadini abili e coraggiosi visitatori del mondo, uomini e donne di buona volontà che, armati di coraggio e perseveranza, coscienti delle loro capacità, si spingono in cerca di una fortuna fuori dai confini del territorio natio. A noi che restiamo, ci compiace sentire in un’intervista la frase: “vengo da Nardò, nella Provincia di Lecce”. Noi che restiamo ammiriamo quegli impavidi che ci rimettono del loro per poter avere notorietà e darne altrettanta alla nostra Nardò. Li ammiriamo perché rappresentano lo strumento che fa parlare di noi dovunque, il mezzo utile per avere il nostro appagante tornaconto se a domanda un conoscente risponde:

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