Bernardino Amico di Gallipoli, disegnatore del XVI-XVII secolo

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Tavola tratta da Biografie degli uomini illustri del Regno di Napoli, a cura di Domenico Martuscelli, Gervasi, Napoli, tomo VIII, 1822, s. p. (https://books.google.it/books?id=GCuUVvUDn_4C&printsec=frontcover&dq=editions:nyGnSFQfGQMC&hl=it&sa=X&ved=0CB8Q6AEwADgKahUKEwjz4Py0ttbHAhUGcRQKHfb7CDI#v=onepage&q&f=false).
Tavola tratta da Biografie degli uomini illustri del Regno di Napoli, a cura di Domenico Martuscelli, Gervasi, Napoli, tomo VIII, 1822, s. p.

 

Da notare nella tavola l’errore, sul quale torneremo in seguito, Minimi per Minori.

Se una canzone può avere spesso come autore della musica e delle parole e, giacché ci siamo (per la serie ce la scriviamo, musichiamo e cantiamo da soli), come interprete la stessa persona, la stessa cosa molto più difficilmente poteva valere, prima dell’avvento delle tecnologie digitali, per un libro con illustrazioni, il quale, pure, se aspira a raggiungere un certo livello, deve avvalersi del contributo di più competenze.

Questa premessa fa capire meglio il giudizio che  sull’unica opera  dello scrittore gallipolino espresse Eustachio D’Afflitto (1742-1787) nella scheda relativa che riproduciamo integralmente1.

Il giudizio del D’Afflitto appare negativo per quanto riguarda il testo vero e proprio, a causa di alcuni dettagli descrittivi ritenuti inventati o, comunque, non documentati; al contrario, l’apparato delle illustrazioni rappresenterebbe il segreto del successo della prima edizione e della sua rarità, mentre la seconda sarebbe di livello inferiore, nonostante le incisioni che il Nicodemi2 attribuisce a Jacques Callot (non Caillot), come si può controllare nella scheda che segue.

Ecco ora, uno di seguito all’altro, i frontespizi delle due edizioni, la prima del 1609 e la seconda del 16203.

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bernardino amico

bernardino amico

Torniamo ora al giudizio sulla seconda edizione: il lettore avrà notato come quello del Nicodemi è esattamente l’opposto di quello del D’Afflitto; quest’ultimo è rimasto ubriacato, secondo noi,  da un uso troppo disinvolto e non controllato di questa, cede e alla prima.

Come poteva, d’altra parte, essere inferiore alla prima, soprattutto per quanto concerneva le illustrazioni, la seconda edizione le cui tavole erano state incise, compreso il frontespizio, (su disegno dell’Amico, come per la prima edizione) da un luminare nel suo campo, qual era Jacque Callot?

La comparazione tra lo stesso soggetto nella tavola a corredo della prima edizione (a sinistra) e in quella inserita nella seconda (a destra) lo mostra inequivocabilmente.

L’attribuzione al Callot delle tavole della seconda edizione avanzata dal Nicodemi [le incisioni della prima, come si legge nel frontespizio, erano state di Antonio Tempesti 1555-1630)], forse solo in base a motivazioni stilistiche peraltro non espresse, trova un indizio nella dedica dell’edizione al granduca di Toscana Cosimo II (la prima era stata dedicata al re Filippo III), ritratto nella stampa di seguito riprodotta (l’incisore è proprio il Callot)

Ma un indizio non è una prova e non lo sarebbe stato nemmeno se tale ritratto fosse stato inserito nel libro. Fortunatamente è successo il contrario, cioè sono state inserite come tavole proprio le stampe tratte dai rami del Callot.

Di seguito riproduco la stampa del Callot relativa al soggetto già presentato, per completarne l’esame comparativo.

bernardino amico

Estendendo la comparazione alle altre tavole (molte di loro ben più complesse di quella esaminata) è facile giungere alla conclusione, riprendendo la similitudine iniziale: come in una canzone forse (e ribadiamo forse) più importante è la musica rispetto alle parole, nella stampa del passato l’incisore era, anche qui forse, più importante rispetto al disegnatore, specialmente quando quest’ultimo era un fuoriclasse. Basta vedere come il Callot ha reso il disegno dell’Amico rispetto al Tempesti della prima edizione.

Il fatto che il Tempesti prima e il Callot poi ritennero i disegni dell’Amico degni di incisione significa, comunque, dal momento che i due non avevano certo bisogno di una commissione in più o in meno per sbarcare il lunario, che il gallipolino era un bravo disegnatore; e questo fa sorgere il presumibile rimpianto per qualche disegno relativo a Gallipoli o al Salento, che mai vide la luce o che, almeno fino ad ora, risulta perduto per sempre.

Un’ultima osservazione: il lettore avrà notato il Bernardino d’Amico dell’immagine di testa contro il Bernardino Amico dei due frontespizi. Diremmo che Bernardino Amico è più attendibile, non solo perché replicato nella formula finale della dedica pressoché identica per le due edizioni (Humilissimo, et devotiss. Servitore Fr. Bernardino Amico da Gallipoli per la prima e Humilissimo, e devotissimo servitore Fra Bernardino Amico da Gallipoli Min. Osservante per la seconda), ma soprattutto perché sicuramente anteriore di due secoli, nonostante nel testo curato dal Martuscelli la biografia di Bernardino rechi la firma di Gianbatista de Tomasi di Gallipoli4, dunque, un conterraneo per il quale, almeno teoricamente, sarebbe stato più facile fare indagini di ogni tipo, compreso l’anagrafico.

Una soluzione di compromesso tra le due grafie (il che non solo non risolve il problema ma, addirittura, lo complica) pare adottata nella dedica della stampa di seguito riprodotta.

Nel cortile del palazzo reale con un pubblico composto da signori e popolani, sfila a sinistra la processione del SS. Sacramento, accompagnata dalla regina Anna d’ Austria e dal giovane re Luigi XIV suo figlio. Arazzi addobbano l’altare maggiore e il palazzo è sovrastato da un’enorme corona sorretta da angeli.

Ciò che a noi interessa, però, è la didascalia che è una dedica:  A MONSEIG.r TUBEUF CONS.ER DU ROY EN SES CONSEILS INTENDANT DE SES FINANCES PRESIDENT EN LA CHAMBRE DES COMPTES, SUVRINTENDANT DE LA MAISON DE LA REYNE, BARON DE VERT./Monsegneur: L’amour che vous ave pour le choses illustres féstant joint a la devotion  tres-particuliere que vous portez au S.t Sacrement pour luy faire  dresser des autels, dont la structure, et les enrichissemens soient/aussi extraordinaires comme ces deux qualites vous font particulieres; iay pris l’asseurance de vous presenter le desing du dernier, pour vous faire connoistre combien je tien a honneur quil vous ait pleu de men donner la conduite, en laquelle puis que iay/eu le bonheur de meriter vostre approbation, jespere aussi. Moinsegneur que vous me permettrés d’en donner ce temoignage au public, et de me dire a jamais. Moinseg. Vostre treshumble, et tres obeissant serviteur B. D. Amico. (AL SIGNOR TUBEUF CONSIGLIERE DEL RE NELLE SUE DECISIONI, INTENDENTE DELLE SUE FINANZE, PRESIDENTE NELLA CAMERA DEI CONTI, SOVRINTENDENTE DELLA CASA DELLA REGINA, BARONE DI VERT. Signore, l’amore che voi avete per le cose illustri unitamente alla devozione particolarissima che voi portate al Santissimo Sacramento per fargli ergere altari la cui struttura e le cui decorazioni sarebbero così straordinari come queste due qualità vi fanno particolare; io ho preso l’ardire di presentarvi confidenzialmente il disegno, per farvi conoscere come io tenga in onore il fatto che  vi è piaciuto di donarmi la condotta nella quale, dopo aver avuto la felicità  di meritare la vostra approvazione, spero anche, signore, che voi mi permettiate di donarvi questa testimonianza e di dichiararmi in eterno, signore, vostro umilissimo e devotissimo servitore. B. D. Amico).

Ecco il dettaglio del nome del dedicatario

 

e di quello che si legge nel margine in basso a sinistra.

S(tefano) Della Bella f(ecit). Il fecit (=fece) fa supporre che il Della Bella sia stato tanto il disegnatore (nelle stampe antiche  con d., abbreviazione di delineavit=disegnò) quanto l’incisore (nelle stampe antiche con  s., abbreviazione di sculpsit=incise) e che B. D. Amico sia stato un semplice committente.

Stefano Della Bella (1610-1664) fu un incisore fiorentino di grande prestigio, successivo di una generazione al francese Jacques  Callot (1592-1635). La cronologia non impedisce di ritenere che il B. D. Amico della stampa sia proprio il nostro,  tanto più che il Della Bella fu alla corte dei Medici; ci si chiede, però, che tipo di rapporti ci fossero tra il nostro (se si tratta del dedicante della stampa) e Jacques Tubeuf (1606-1660), un dignitario (e che dignitario!) della corte francese, tenendo soprattutto conto del fatto che le dediche, di un libro come di una stampa, avevano una funzione di ringraziamento per un beneficio ricevuto, come nel caso di questa stampa, oppure quella, condizionante, che equivaleva  ad una richiesta di sponsorizzazione; oggi, per lo più, invece …). Di seguito, giacché ci siamo, il ritratto del Tubeuf, incisione di Nicolas Poilly (1627-1696).

Il fatto che la parte finale della dedica dell’incisione donata al Tubeuf (Vostre treshumble, et tres obeissant serviteur B. D. Amico) sembra essere la letterale, anche se parziale, traduzione in francese delle due, più o meno identiche, che abbiamo già visto per le due edizioni del libro (Humilissimo, et devotiss. Servitore Fr. Bernardino Amico da Gallipoli e Humilissimo, e devotissimo servitore Fra Bernardino Amico da Gallipoli Min. Osservante) è dovuto unicamente alla stereotipicità della formula? Non poteva il nostro, se di lui si tratta, aggiungere anche alla dedica della stampa il “titolo” insieme col luogo d’origine, dati che, invece, compaiono in quelle del libro, nonostante mai ci è capitato finora d’incontrare tale dettaglio nella dedica delle stampe antiche? Del tutto casuale, poi, il nesso che pure esiste tra il tema della stampa (processione del SS. Sacramento) e il fatto che il gallipolino dal 1596 al 1601 a Gerusalemme espletò l’incarico come presidente in rappresentanza dell’ordine in quella terra? E, infine, le desing (il disegno) che si legge nella dedica vuole rivendicare e sottolineare una paternità ben distinta da quella dell’incisore? Lo scioglimento di questi dubbi non sarebbe cosa di poco conto, perché la stampa, qualora B. D. Amico corrispondesse a Bernardino Amico, ci consentirebbe di affermare che il nostro, del quale si ignorano le date di nascita e di morte, era vivo almeno al 1643, data in cui Luigi XIV salì al trono a meno di cinque anni d’età.

Estratto da: Marcello Gaballo e Armando Polito, Bernardino Amico da Gallipoli. Il trattato delle Piante & Immagini de Sacri Edifizi di Terra Santa (1629), Fondazione Terra d’Otranto, Nardò, aprile 2016 (il volume contiene anche la copia anastatica integrale di un esemplare dell’edizione del 1620, molto rara, custodita nella Biblioteca diocesana “Antonio Sanfelice” di Nardò).

  

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1 Memorie degli scrittori del Regno di Napoli, Stamperia Simoniana, Napoli, 1782, tomo I, pp.  296-297

2 Leonardo Nicodemi (morto nel 1699), nelle Aggiunte alla Biblioteca napoletana di Nicolò Toppi, Bulifon, Napoli, 1678, p. 50.

3 Non conosciamo altre edizioni immediatamente successive. Segnaliamo, però,  un’ edizione in inglese dal titolo Plans of the Sacred Edifices of the Holy Land uscita nel 1953 per i tipi dello Studio Biblico Francescano e per gli stessi tipi, con integrazioni, nel 1997 e L’eglise de la Matarea en 1597, estratto dal libro dell’Amico (seconda edizione, pp. 18-20) ed inserito nella traduzione dall’italiano di Carla Burri e Nadine Sauneron con note di Serge Sauneron in Voyages en Egypte des années 1597-1601, Institut Français d’Archéologie Orientale du Caire, 1974.

4 È da considerare suo l’errore di Minimi per Minori già segnalato nella didascalia dell’immagine di testa, non solo perché compare anche nel testo della biografia ma anche nella citazione dell’opera di Lucas Wadding, il cui titolo da Scriptores Ordinis Minorum è diventato Scriptores Ordinis Minimorum.

 

 

 

Guardando un’antica immagine di Gallipoli …

di Armando Polito

Succede quasi a tutti di subire il fascino di un documento del passato, soprattutto quando le sue dimensioni consentono una fruizione integrale ed immediata, in pratica un solo colpo d’occhio, tutt’al più da ripetere se si vuole andare al di là delle sensazioni, tutto sommato epidermiche, che qualsiasi immagine offre al primo impatto ed avviare un approccio sentimentale illuminato da una rigorosa razionalità, l’unica magica mistura che può metterci in grado di conoscere ed amare la storia, come le persone.

Il documento che oggi tenterò di leggere è tratto dal Thesaurus philo-politicus1 di Daniel Meissner (1585-1625) uscito a Francoforte in più volumi per i tipi di Eberhard Kiersen a partire dal 1623. Di seguito il frontespizio del volume del 16292.

L’opera appartiene ad un genere all’epoca molto in voga, del quale ho avuto occasione di parlare in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/02/11/una-nota-su-alberico-longo-di-nardo/. Essa è particolarmente interessante perché le tavole, da cui è sostanzialmente costituita, in alcuni volumi contengono le vedute di alcune città europee e non sono delle semplici vignette esplicative del motto in latino, di natura moraleggiante, che le accompagna e, per questo, pur con le dovute cautele, sono una fonte non trascurabile per chi si interessa di geografia storica. Non mi pare trascurabile, poi, il fatto che anche alcune tavole, riprodotte in varie epoche nel formato originale, abbiano dato vita asd un fiorente mercato antiquario con quotazioni che al profano potranno anche sembrare esagerate3. Costituisce, poi, un motivo di orgoglio il fatto che tra le numerose vedute di città italiane quella di Gallipoli è l’unica non solo salentina ma pugliese. Di seguito la tavola 36 tratta dal volume prima citato.

Di alcune mappe antiche di Gallipoli mi ero già occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/14/gallipoli-in-nove-mappe-antiche/ e quella di oggi era già apparsa in http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/01/29/cinque-poesie-dedicate-a-gallipoli-dal-magliese-oronzo-pasquale-macri-unoccasione-per-rispolverare-distici-esametri-e-pentametri, dove, però, era stata inserita successivamente dalla redazione, a mia inconsapevolmente graditissima insaputa. Il caso ha voluto qualche giorno fa che mi imbattessi in quel post così aggiornato e ho subito sentito il bisogno di tentare di capire qualcosa in più dell’immagine.

Comincio da quello che può essere definito il motto: Opes si affluunt ne apponito cor (Se le ricchezze affluiscono, non metterci sopra il cuore). In questo tipo di produzione letteraria i motti di solito non sono citazioni fedeli, cioè letterali, di autori classici ma rielaborazioni e adattamenti del loro contenuto, pur conservando elementi più o meno isolati del loro lessico. Nel nostro caso è evidentissima l’eco del Salmo LXI, 11:

Nolite sperare in violentia et in rapina nolite decipi; divitiae si affluant, nolite cor apponere (Non sperate nella violenza e non lasciatevi sedurre dalla rapina; se le ricchezze affluiscono, non metteteci sopra il cuore).

Al di sotto del motto si legge GALLIPOLI in Fran.; problematico, almeno per me, è lo scioglimento dell’abbreviazione e l’unica cosa che mi viene in mente è che Fran. stia per Frankfurt (Francoforte) e questa sorta di unione tra il nome della città salentina e quello del luogo di edizione (dicitura che non compare in nessun’altra tavola) costituirebbe un secondo motivo di orgoglio.

Il tema della ricchezza e della necessità di non dedicarsi ad essa con il cuore, dopo, probabilmente, averlo fatto con il corpo …, viene ribadito nei due esametri in basso:

Sint tibi divitiae Midae, sit regia Croesi/cor salvum teneas, salvus sic tendis ad astra (Abbia tu le ricchezze di Mida4, abbia la reggia di Creso5, mantieni salvo il cuore: salvo così tendi alle stelle). I versi sono costruiti entrambi simmetricamente: il primo col gruppo verbo, nominativo e genitivo (sint divitiae Midae/sit regia Croesi), il secondo col gruppo aggettivo e verbo (salvum teneas/salvus tendis). In più la ripetizione, in ciascun verso, della stessa parola, sia pure in forme diverse di coniugazione (sint/sit) e declinazione (salvum/salvus).

Mida e Creso come esempi di uomini ricchi costituiscono quasi un luogo comune della letteratura di ogni tempo. Basti citare per tutti Plauto (III-II secolo a. C.), Aulularia, atto V, scena I: Nullae illi satis divitiae sunt; non Midae,/non Croesi … (Nessuna ricchezza per lui è sufficiente, non quella di Mida, non quella di Creso …).

Sul piano lessicale il sic tendis ad astra riecheggia Virgilio, Eneide, IX, 641: … sic itur ad astra … ( … così si va alle stelle …).

Sul piano iconografico la mappa presenta due stemmi, come quelle del Crispo del 1591, quella dell’Hogenberg del 1598, quella dell’Hondius del 1627 e quella del Bertelli del 1629; a tal proposito potrebbe non essere casuale che pure il volume che contiene la nostra tavola uscì nel 1629 e per lo sfondo quest’ultima potrebbe essersi ispirata proprio alla mappa del Bertelli. Chi ha interesse potrà farsi la sua idea osservando le mappe citate al link segnalato all’inizio.

Per quanto riguarda i due personaggi posti al centro: la donna con in mano una sorta di corto badile (rappresentazione allegramente metaforica della morte e, dunque, della nostra caducità materiale?) addita all’uomo (dall’abbigliamento si direbbe un nobile) l’arco d’ingresso di una fabbrica in cui spiccano a sinistra per chi guarda quello che sembra l’accesso ad un giardino (l’Eden?) ed un tavolo con vasi di pregio,   a destra  una figura maschile, che ricorda un crocifisso , a sua volta proteso col braccio destro verso  il cuore più elevato legato ad un filo, come gli altri due che si vedono a metà altezza. Ai piedi del presunto crocifisso due cani accovacciati (simbolo di fedeltà?).

Credo, per concludere, dato per scontato che il connubio tra il testo e l’immagine non è casuale, che la tavola contenga un riferimento al prestigio commerciale, soprattutto per l’olio, del quale in quel tempo (ma la situazione si sarebbe protratta fino al secolo XIX6) godeva Gallipoli. Se è così la città salentina assurge ad emblema della ricchezza materiale e pretesto per ricordare la sua caducità ed inferiorità rispetto a quella spirituale. E sarebbe un terzo motivo di orgoglio, anche se il nostro tempo appare poco incline al rispetto di tale principio e, forse, attrezzato solo a subire passivamente il fascino delle allegorie pubblicitarie che quotidianamente ci bombardano …

N. B. Non ho tradotto i quattro versi in tedesco perché non conosco questa lingua e, a differenza dell’inglese, un semplice vocabolario non mi basta. Oltretutto bisogna fare i conti con parole che nel XVI secolo avevano una forma diversa dall’attuale (per esempio, l’hertz del primo verso corrisponde al’attuale herz=cuore, anche perché Hertz, il fisico che ha dato il nome all’unità di misura della frequenza, non era ancora nato …). Io e, credo, pure gli altri lettori che sono nelle mie condizioni a questo punto chiedono l’aiuto di qualche conoscitore del tedesco, anche se la traduzione sarà sicuramente una parafrasi della contrapposizione già vista tra materia e spirito, E non è una scusa per stimolare ad una partecipazione maggiore di quella fin qui registrata, fosse solo attraverso un lapidario commento o, come in questo caso, con una semplice traduzione.

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1 L’opera ebbe innumerevoli edizioni con varianti e nel 1637 venne stampata a Norimberga da Paul Fürst nel 1637 (di seguito il frontespizio) col titolo di Sciographia cosmica. Sciographia è trascrizione latina del greco σκιογραφία (leggi schiografìa), variante posteriore di σκιαγραφία (leggi schiagrafìa)=pittura in chiaroscuro con effetto di prospettiva, voce composta da σκιά (leggi schià=ombra)+γράφω (leggi grafo)=scrivere.

La variante σκιαγραφία spiega lo sciagraphia che si legge nell’edizione Fürst del 1678 (di seguito il frontespizio).

Va detto che in rete ed in alcune opere a stampa in cui si parla del Meissner e viene citata la sua opera circola il titolo Sciographia curiosa di edizioni del 1642 e del 1678. Si tratta di un madornale errore di lettura tramandatosi per citazione passiva, perché un controllo effettuato sulle edizioni degli anni in oggetto ha confermato il nome degli editori riportati correttamente ma non quello dell’opera, che rimane immutato: Sciografia cosmica, appunto.

2 https://books.google.it/books?id=SFJeAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:XgxPU2Sk6WgC&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwja8enAw67LAhXGXQ8KHXPDDlMQ6AEIdjAJ#v=onepage&q&f=false

3 Per le tavole del Meissner in particolare segnalo http://www.vintage-maps.com/en/meissner-daniel-96.

4 Mitico re della Frigia che aveva avuto da Dioniso il potere di trasformare in oro tutto ciò che toccava. Accortosi che così sarebbe morto di fame chiese ed ottenne dal dio l’annullamento di tale potere. Io personalmente credo che le cose non andarono così, perché, con tanti schiavi al suo servizio, poteva farsi imboccare da loro. Probabilmente la prima volta che, subito dopo l’assunzione di questi poteri, andò al bagno ad espletare un elementare bisogno fisiologico, si ritrovò un membre (proprio quello per antonomasia…) inutilizzabile e probabilmente Dioniso dovette pure dare un effetto retroattivo all’annullamento del suo dono.

5 Re di Lidia del VI secolo a. C. che, grazie alla sua politica imperialista, accumulò ingenti ricchezze.

6 In particolare per il secolo XVIII vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/27/giovanni-presta-ovvero-quando-eravamo-noi-a-chiedere-alleuropa/

Gallipoli e la fontana turca

di Armando Polito

Sarebbe uno scoop formidabile se tutto non fosse basato sull’equivoco dell’omonimia, a prescindere dalle montagne dello sfondo e da più di un dettaglio troppo orientaleggiante, E così la nostra Gallipoli, dopo aver accettato a denti stretti la rinascimentalità della sua Fontana greca, dovrà addirittura rinunciare all’esistenza di quella turca.

Il lettore dai riflessi mentali più pronti o meno impegnati da pensieri contingenti avrà da tempo intuito di cosa si tratta, prima ancora di leggere il nesso equivoco dell’omonimia.

Va aggiunto subito (aver compagno al duol scema la pena, diceva Dante) che sotto questo punto di vista la cittadina salentina è in buona compagnia e non deve certo vergognarsi del suo Ionio rispetto all’Egeo ed allo stretto dei Dardanelli di cui si vanta l’omonima turca.

Cosa dovrebbe dire, allora, Napoli, anche se nel bene e nel male poche chances hanno di prendere il sopravvento sulla città del Vesuvio, forse nemmeno a livello locale, Napoli di Malvasia [sciagurata traduzione, inventata da un alcolizzato?, dell’originale Μονεμβασία (leggi Monembasìa) che alla lettera significa (città) con un solo accesso] e Napoli di Romània, entrambe in Grecia, e Napoli, città dello stato di New York?

Fugato l’equivoco che il titolo, più o meno artatamente, intendeva sfruttare, è tempo di passare alla fontana.

L’immagine di testa è tratta da https://commons.wikimedia.org/wiki/category:Antoine-Laurent_Castellan?uselang=it#/media/File:Antoine-laurent_Castellan_-_Fontaine_Turque_%C3%A0_Gallipoli_%281808%29.jpg

Il link appena riportato rinvia a http://www.sothebys.com/en/auctions/ecatalogue/2006/the-orientalist-sale-l06104/lot.214.html

Siamo nel sito della celebre casa d’aste inglese e, nel nostro caso, la schermata è questa.

Estrapolando i dati necessari apprendiamo che si tratta di un olio su tela (cm.75,5 x 60) datato 1808, stimato (alla data del 13 giugno 2006) tra 36,635 e 51,289 euro  e che il suo autore è il francese Antoine Laurent-Castellan (1772-1838).

Di lui ho già avuto occasione di occuparmi nel post C’è Brindisi e brindisi (http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/09/ce-brindisi-e-brindisi/), al quale rinvio il lettore desideroso di saperne di più.

Qui, però, sono obbligato ad aggiungere che il nostro fu l’autore pure delle tavole che corredano [il testo è di Louis Mathieu Langlès (1763-1824)] Illustrations de Histoire des Othomans. Moeurs, usages, costumes des Othomans, et abrégé de leur histoire, Nepveu, Parigi, 1812, in 6 tomi1.

Nel V tomo tra le pp. 154-155 è inserita la tavola

che di seguito ripropongo insieme col dipinto.

Qui un esperto del gioco enigmistico Scopri le differenze morirebbe di goduria ma anche il lettore volenteroso potrà, sfruttando le immagini in alta definizione ai links segnalati, esercitarsi in questa analisi.

Io dal canto mio chiudo con una raffica di domande: siccome il dipinto del 1808 sembra un taglio della tavola del 1812, quello deriverebbe da questa? Oppure, considerando che il 1812 è la data di pubblicazione del libro, che i sei tomi recano tutti la stessa data e che, dunque, buona parte del lavoro doveva essere pronta ben prima del 1812, l’esecuzione della tavola è coeva o, addirittura, anteriore a quella del dipinto? Tutto questo a prescindere dall’attribuzione di quest’ultimo, sulla cui bontà non posso esprimere alcun giudizio non sapendo se essa è stata formulata tenendo conto solo della segnatura o pure di altri motivi, di natura stilistica e non.

Non credo possa essere considerato firma dell’autore ma solo una formula, la cui regolarità grafica (comune a tutte le tavole) è al servizio della facile leggibilità e dell’immediata identificabilità, ciò che si legge in calce alle sue tavole [Castellan del(ineavit) et sculp(si)t=Castellan disegnò e incise], tra cui, guarda la coincidenza e quant’è piccolo il mondo!, quelle di Napoli di Malvasia (immagini tratte da Lettres sur la Morée et les îles de Cérigo, Hydra et Zante, H. Agasse, Parigi, 1808:  http://katalogia.me/2012/12/01/%CE%B5%CE%B9%CE%BA%CF%8C%CE%BD%CE%B5%CF%82-%CE%B1%CF%80%CF%8C-%CF%84%CE%BF%CE%BD-%CF%80%CE%B5%CF%81%CE%AF%CF%80%CE%BB%CE%BF%CF%85-%CF%84%CE%BF%CF%85-antoine-laurent-castellan-1797-2/antoine-laurent-castellan-neapolis-monemvasis-pyrgos-or-ochyromeni-agroikia-1787/).

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1 Consultabili e scaricabili da:

https://books.google.it/books?id=JvJNAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:EnaiWZHSvAAC&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj3qrKjw9PJAhXIfxoKHSM0DE8Q6AEIQzAF#v=onepage&q&f=false (tomo I)

https://books.google.it/books?id=AnAOAAAAQAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:EnaiWZHSvAAC&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwipheGKxtPJAhWKPxoKHYEpClg4FBDoAQgbMAA#v=onepage&q&f=false (tomo II)

https://books.google.it/books?id=MvJNAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:EnaiWZHSvAAC&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj3qrKjw9PJAhXIfxoKHSM0DE8Q6AEITDAG#v=onepage&q&f=false (tomo III)

https://books.google.it/books?id=ZnAOAAAAQAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:EnaiWZHSvAAC&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj3qrKjw9PJAhXIfxoKHSM0DE8Q6AEIOzAE#v=onepage&q&f=false (volume IV)

https://books.google.it/books?id=4KJMAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:EnaiWZHSvAAC&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj3qrKjw9PJAhXIfxoKHSM0DE8Q6AEIMjAD#v=onepage&q&f=false (volume V)

https://books.google.it/books?id=5_JNAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:EnaiWZHSvAAC&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj3qrKjw9PJAhXIfxoKHSM0DE8Q6AEIVTAH#v=onepage&q&f=false (tomo VI)

 

 

Gallipoli. San Pietro dei Samari (XII sec.). Appello di Italia Nostra

da piazzasalento.it
da piazzasalento.it

Preg.mo Dott. Guido Aprea, Commissario prefettizio del Comune di Gallipoli

– Preg.ma Arch. Maria Piccarreta, Soprintendente per le Belle Arti di Lecce

 Preg.mo Dott. Luigi La Rocca, Soprintendente per i Beni archeologici della Puglia

 Preg.mo Dott.Michele Emiliano, Presidente della Giunta Regionale Pugliese

  

Oggetto: Chiesa di San Pietro dei Samari in Gallipoli (sec. XII). Situazione e richieste.

 

A partire dal 2004 e per diversi anni la Sezione Sud Salento di Italia Nostra si è adoperata con numerose iniziative e nelle diverse sedi competenti, per denunciare le gravissima situazione di degrado, alterazione dei luoghi e pericolo di crollo (poi in parte verificatosi) della più importante testimonianza medioevale presente nel territorio di Gallipoli qual è la Chiesa di S. Pietro dei Samari (sec. XII). Le diverse amministrazioni comunali succedutesi nel corso di questo decennio si sono di fat-to disinteressate del problema e non hanno tentato minimamente di intraprendere qualsiasi iniziativa perchè i proprietari del bene predisponessero adeguati programmi di intervento per il recupero del-l’immobile e per la sua fruizione, anche in ragione del fatto che il bene ricade nel perimetro del Parco naturale regionale “Punta Pizzo-Isola di S. Andrea”.

Per le azioni intraprese dalla scrivente Sezione di Italia Nostra (anche in termini legali) i pro-prietari furono “costretti” dalla Soprintendenza ai monumenti ad effettuare nel 2009 degli interventi di messa in sicurezza del bene con la collocazione di punteggi e con una copertura in lamiere metal-liche. Oggi, dopo oltre sei anni, la struttura metallica che ingabbia il bene e quella in legno posta a ridosso della cortina muraria crollata (unitamente alla copertura in lamiere) si trovano in abbandono e in condizioni di precarietà. E’ doveroso evidenziare che, per tali condizioni e in situazioni di forte ventosità, potrebbero verificarsi cedimenti strutturali e conseguenti problemi di sicurezza per l’immobile e per la circolazione stradale data la contigua presenza della S.S. 274.

In considerazione del lungo periodo trascorso e in ragione che ad oggi nessun intervento è stato effettuato sul bene, la scrivente Sezione di Italia Nostra fa voti alle S.LL. in indirizzo (ognuna per le proprie competenze) perché siano individuati e adottati i necessari provvedimenti atti al recupero del bene e alla sua successiva fruizione. Il provvedimento che a nostro parere andrebbe utilizzato è quello dell’esproprio dell’immobile e dell’area in cui insiste (interessata dalla presenza beni archeo-logici e sottoposta a vincoli diversi) per ragioni di pubblica utilità: gli artt. 95/100 del Codice dei Beni Culturali rispondono adeguatamente alla “nostra” situazione.

Per ragioni di tempo, per l’inerzia dei proprietari e per l’atavica indolenza e disinteresse delle amministrazioni comunali di Gallipoli, non ci rimane che sperare nella Vs. sensibilità e nei conseguenti, tempestivi ed efficaci, provvedimenti; ciò potrà scongiurare che, tra qualche tempo, la Chiesa di S. Pietro dei Samari abbia la stessa sorte che ha avuto la Masseria fortificata dell’Itri di Gallipoli che, per incuria e abbandono, pochi anni fa è andata completamente distrutta.

Italia Nostra, nell’auspicare l’interessamento tempestivo delle SS.LL. si rende disponibile ad ogni forma di collaborazione perché una delle più importanti testimonianze del patrimonio storico, architettonico ed ambientale di Gallipoli e del Salento possa essere recuperata, perché diventi l’attrazione culturale del Parco regionale e resa fruibile agli studiosi, ai turisti e alla collettività.

Distinti saluti

Il Presidente Marcello Seclì

Gallipoli in nove mappe antiche

di Armando Polito

Questa volta di mio non c’è assolutamente niente, se non la decisione di trasmettere agli amici che ne abbiano interesse gli indirizzi in cui potranno visionare le mappe, certamente ben note a tutti coloro che si occupano di queste cose ma tutte riprodotte lì in alta definizione, il che consente, quindi, di vedere o rivedere distintamente i dettagli, cosa impossibile nelle riproduzioni che seguono in formato ridotto.

Giovan Battista Crispo, 1591
Giovan Battista Crispo, 1591

https://www.raremaps.com/gallery/enlarge/23679

Braun-Hogenberg, 1598
Braun-Hogenberg, 1598

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/braun_hogenberg_V_66_b.jpg

 

Jodocus Hondius, 1627
Jodocus Hondius, 1627

http://www.ideararemaps.com/article.aspx?articleID=432

 

Francesco Bertelli, 1629
Francesco Bertelli, 1629

http://www.ideararemaps.com/article.aspx?articleID=266

 

Mattheus Merian, 1688
Mattheus Merian, 1688

http://www.ideararemaps.com/article.aspx?articleID=592

 

Giambattista Albrizzi, 1761
Giambattista Albrizzi, 1761

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/storia_XXIII_54_gallipoli_b.jpg

 

Joseph Roux, 1764
Joseph Roux, 1764

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/roux_1764_pl_58_b.jpg

 

John Luffman, 1802
John Luffman, 1802

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/luffman_1802_gallipoli_b.jpg

 

William Heather, 1810
William Heather, 1810

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/heather_1810_gallipoli_b.jpg

 

 

 

Il Salento in ventiquattro immagini di Abraham Louis Rodolphe Ducros (2/6): GALLIPOLI

di Armando Polito

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Gezicht op een rots bij de Golf van Tarente in de buurt van Gallipoli (Vista di una roccia del golfo di Taranto nel distretto di Gallipoli)

Vergezicht met de stad Gallipoli (Vista sulla città di Gallipoli)

Gezicht op Gallipoli (Vista di Gallipoli)

Fontein in de haven van Gallipoli (Fontana nel porto di Gallipoli)

Exterieur van de antieke tempel ten oosten van Gallipoli (Esterno di un antico tempio ad est di Gallipoli)

Interieur van antieke tempel gelegen ten oosten van Gallipoli (Interno di un antico tempio situato ad est di Gallipoli)

(CONTINUA) 

Per la prima parte (BRINDISI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/30/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-16-brindisi/

Per la terza parte (LECCE): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/23/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-36-lecce/

 

Il Premio “Luigi Coppola – Città di Gallipoli” torna a Gallipoli dopo 11 anni

gallipoli-rivellino

DIECI NOMI PER LA DECIMA EDIZIONE DEL

“PREMIO LUIGI COPPOLA CITTA’ DI GALLIPOLI”

Castello di Gallipoli 29/10/2015 h. 16

 

Il Premio “Luigi Coppola – Città di Gallipoli” torna a Gallipoli dopo 11 anni. Quest’anno la manifestazione si inserisce nell’ambito del 3° Congresso Nazionale dell’Associazione Andrologi Italiani, società scientifica che raccoglie i maggiori esperti nazionali di scienze andrologiche e medicina di coppia. Temi quali sessualità, riproduzione, salute dell’uomo e della donna, insieme ad obiettivi quali formazione, divulgazione e prevenzione, rappresentano i cardini fondamentali attorno cui ruotano gli interessi scientifici e culturali di questa rampante Associazione.

 

IL TEMA DEL CONGRESSO – Quest’anno a Gallipoli, si parlerà di coppia con difficoltà d’integrazione a causa di ostacoli, talora congeniti altre volte acquisiti, che si frappongono nella dinamica di relazione. Barriere che grazie all’impegno multidisciplinare di professionisti al servizio della coppia possono essere opportunamente smussate o superate.

L’evento presenta carattere e rilevanza nazionale, con la presenza anche di ospiti internazionali, e si svolgerà dal 29 al 31 ottobre 2015 presso il Castello della Città di Gallipoli.

 

LA CERIMONIA INAUGURALE – Il pomeriggio del 29 ottobre sarà dedicato alla cerimonia inaugurale del Congresso, nell’ambito della quale si svolgerà anche la X edizione del “Premio Luigi Coppola – Città di Gallipoli”,

 

I Riconoscimenti di questa edizione:

PREMI ALLA CARRIERA

  • Prof. Maurizio Bossi, andrologo e sessuologo di Milano,  giornalista, autore  e divulgatore televisivo sui temi di sessuologia.
  • Prof. Luigi Cataldi, neonatologo e pediatra di Roma, di origini Gallipoline, fino al 2014 Professore di Pediatria all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Direttore della Unità Operativa Complessa di Pediatria del Policlinico Gemelli di Roma.
  • Prof. Achille Ianniruberto, ginecologo, primario dell’Ospedale di Terlizzi fino al 1998,  cui è riconosciuto il merito di aver introdotto per primo in Italia l’ecografia in campo ostetrico ginecologico, rivoluzionando la diagnostica prenatale.
  • Prof. Halim Kosova, ginecologo albanese, Direttore del reparto di Ostetricia dell’Ospedale di Tirana, Deputato del Parlamento albanese dal 2013 al 2015; Ministro della Sanità nel 2013, per il suo impegno nel rilancio di una ginecologia ed ostetricia moderna in Albania.
  • Prof.ssa Anna Rita Ravenna, psicologa e psicoterapeuta di Roma, con origini gallipoline, fondatrice e Direttrice dell’Istituto Gestalt di Firenze, per la sua attività pionieristica nel campo della psicoterapia sui temi dell’infertilità di coppia, dei disturbi dell’identità di genere e problematiche sociali di emarginazione.

 

  • PREMI PER LA RICERCA
  • Prof. Michele De Luca, Ordinario di Biochimica alla Università di Modena-Reggio Emilia, per le sue ricerche che lo hanno reso leader internazionale nel campo delle cellule staminali e alla loro applicazione clinica in Medicina Rigenerativa.
  • Prof. Atsumi Yoshida,  ginecologo giapponese, Direttore del Reproduction Center Kiba Park Clinic di Tokyo, uno dei maggiori esperti mondiali di alterazioni biologiche da stress ossidativo sulle cellule riproduttive.

 

  • PREMI PER LA SOLIDARIETA
  • Cav. Francesco Diomede, Presidente della FINCOPP – Federazione Italiana Incontinenti e Disfunzioni del Pavimento Pelvico, Associazione nazionale di volontariato che si prefigge l’aggregazione ed il reinserimento sociale dei cinque milioni di cittadini incontinenti, di cui il 60% sono donne.
  • Avv. Vincenzo Falabella, Presidente della FISH – Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, organizzazione ombrello cui aderiscono alcune tra le più rappresentative associazioni impegnate, a livello nazionale e locale, in politiche mirate all’inclusione sociale delle persone con differenti disabilità.
  • Sig.ra Anna Biallo, Vice Presidente Nazionale de L’ALTRA CICOGNA ONLUS, libera associazione per una maternità e paternità possibili, opera dal 1997 nell’ambito della Procreazione Medicalmente Assistita e dell’adozione fornendo supporto informativo e psicologico alle coppie che desiderano un figlio.  

IL PREMIO “LUIGI COPPOLA”

 

coppola

  • La manifestazione è stata istituita nel 1997 dalla famiglia del Prof. Luigi Coppola, illustre ginecologo di Gallipoli, cui si deve nell’immediato dopoguerra (1946) la creazione della Divisione di Ostetricia e Ginecologia presso il vecchio Ospedale della città, la prima nella regione Puglia ed una delle prime realtà ostetrico-ginecologiche ospedaliere italiane. Tale opera contribuì a ridurre drasticamente l’altissimo tasso di mortalità e morbilità materna e fetale dovuta al parto domiciliare che, all’epoca, incideva negativamente sul buon esito delle nascite.
  • Si segnala l’edizione di Gallipoli del 2004, durante la quale venne premiato il Prof. Francesco Schittulli di Bari, chirurgo e politico italiano, Presidente Nazionale della Lega Italiana per la Lotta ai Tumori. Importante fu l’edizione di Lecce del 2007, inserita nell’ambito del Congresso Nazionale della Società Italiana della Riproduzione, dove venne premiato il Prof. Silvio Garattini di Milano, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”. Indimenticabile l’edizione di Padova del 2008, svolta con con il Patrocinio della Regione Veneto e sotto l’egida congiunta delle Città di Padova e delle Città di Gallipoli. Per l’occasione il Magnifico Rettore dell’Università di Padova concesse l’Aula Magna “Galileo Galilei” che sorge nello storico Palazzo del Bo. In quell’occasione il premio fu assegnato al Nobel Rita Levi-Montalcini.
  • Il Premio “Luigi Coppola – Città di Gallipoli” oggi viene assegnato a Medici e Ricercatori italiani ed internazionali, nonché ad Associazioni, che si sono distinti nel campo della Medicina e della Biologia non solo dal punto di vista scientifico ma anche sociale ed antropologico. La manifestazione è stata sempre caratterizzata da un elevato contenuto scientifico e culturale. Le varie edizioni, negli anni, si sono svolte come iniziative singole o inserite nel contesto di importanti manifestazioni a livello locale o nazionale. Nel suo peregrinare lungo la penisola, da Gallipoli a Padova, il comitato scientifico ha conferito 26 Premi (tra Premi alla Carriera, per la Ricerca e per la Solidarietà).
  • Fu fondatore e presidente della Società Pugliese di Ostetricia e Ginecologiae fondatore della Società Italiana di Psicoprofilassi Ostetrica. Nel 1948, assieme ai professori Fortunato Montuoro ed Emilio Giudici, presso l’ordine dei Medici di Genova, partecipò alla costituzione dell’AssociazioneOstetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (AOGOI).
  • Nel 1976, al termine del suo trentennale mandato, la statistica operatoria dell’Ospedale di Gallipoli aveva raggiunto cifre da record per quegli anni. Sono documentati infatti circa 45.000 interventi di alta chirurgia ginecologica e oltre 3.000 tagli cesari. Quale riconoscimento per l’impegno profuso per la collettività, nel 1996, quando era ancora in vita, la ASL di Lecce e l’Amministrazione ospedaliera vollero intestargli l’attuale reparto di Ostetricia e Ginecologia del nuovo Ospedale di Gallipoli, di cui egli stesso pose la prima pietra nel 1971 e del quale partecipò alla progettazione secondo gli standard moderni.
  • Laureatosi a Napoli nel 1932, si specializzò all’Università di Roma sotto la guida dei Proff. Pestalozza e Gaifami. Dal 1940 fu Aiuto Universitario di ruolo presso la Scuola Ostetrica de L’Aquila, dipendente dall’Università di Roma. Nel 1946, tornato a Gallipoli, venne incaricato di organizzare e dirigere una Divisione di Ostetricia e Ginecologia presso il locale Ospedale. Qui riuscì a dedicarsi in modo pionieristico alla chirurgia oncologica femminile, alla prevenzione dei tumori e all’ostetricia; fu tra i primi ginecologi pugliesi a praticare il taglio cesareo. 

Breve storia del presunto Tiziano di Gallipoli

di Armando Polito

Il dipinto, riprodotto nell’immagine, cui si riferisce il titolo è una pala d’altare custodita, insieme con altre opere di gran pregio, nella chiesa di San Francesco d’Assisi a Gallipoli. Essa raffigura il santo poverello in piedi sullo sfondo di un paesaggio marino (già m’immagino la corsa per identificarvi qualche dettaglio raffigurativo o liberamente interpretativo di Gallipoli …). Il santo reca nella sinistra il crocifisso, mentre la destra è posata sul costato e sembra additare una piaga alludente a quella del Cristo trafitto da un colpo di lancia. In alto tre angeli sorreggono ciascuno una corona. Su ognuna di esse è incisa una parola; sempre per chi guarda: sulla corona di sinistra PAUPERTAS, su quella di destra CARITAS; su quella apicale OBEDIENTIA . La povertà, la castità e l’obbedienza sono i cardini della regola francescana, ma non credo sia casuale la posizione di quest’ultima che concettualmente, a parer mio, racchiude in sé l’idea della fedeltà assoluta alle prime due virtù. E non è strano che lo dica un ribelle come me né contraddittorio dal momento che i valori da rispettare qui sono indiscutibili …

In basso, in dimensione ridotta che è in linea con la rappresentazione consueta della miseria umana rispetto alla santità, sono raffigurati un francescano ed un laico sulla cui posizione sociale elevata l’abbigliamento non lascia adito ad alcun dubbio.

Per quanto riguarda, invece, il Tiziano del titolo lascio la parola alle fonti che, da dilettante quale sono in questo campo, son riuscito a reperire. Superfluo dire che le citerò in ordine cronologico perché esso è, direi obbligatoriamente, il più adatto a rendere ragione del presunto del titolo. Scontato, poi, è il fatto che esse sono ben note agli studiosi; ma questo mio scritto è solo divulgativo, senza nessuna pretesa di scoprire l’acqua calda.

Bonaventura da Lama, Cronica de’ Minori Osservanti Riformati della provincia di S. Nicolò, Chiriatti, Lecce, 1723, parte II, p. 143 (http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ABA1E002385&mode=all&teca=MagTeca+-+ICCU):

Bartolomeo Ravenna, Memorie istoriche della città di Gallipoli, Miranda, Napoli, 1836, pp. 361-362 (https://books.google.it/books?hl=it&id=fM8sAAAAYAAJ&q=francesco#v=onepage&q=disma&f=false):

Pietro Miasen, Gallipoli e suoi dintorni, Tipografia municipale, Gallipoli, 1870, p.p. 91-92 (https://books.google.it/books?id=zxSqUuJubD0C&printsec=frontcover&dq=gallipoli+e+suoi+dintorni&hl=it&sa=X&ei=xjFkVaegKqv4ywPwpYFI&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q=gallipoli%20e%20suoi%20dintorni&f=false):

 

Debbo ora segnalare un sito interessantissimo perché costituisce il primo tentativo da me conosciuto di catalogo on line del nostro patrimonio latente (questo è il nome, indovinatissimo, del sito stesso):  http://www.patrimoniolatente.eu/index.php?option=com_content&task=view&id=139&Itemid=135.

Nella scheda relativa al nostro dipinto (che il lettore potrà visionare integralmente al link segnalato) leggo che esso è attribuito a Giovanni Antonio De Sacchis (il Pordenone), è datato alla seconda metà del quarto decennio del secolo XVI ed è definito olio su tela. A parte quest’ultimo dettaglio che contrasta col tavola delle testimonianze precedenti, la scheda riporta anche una bibliografia recente che, credo, sia stata utilizzata nella compilazione della scheda. Purtroppo, trattandosi di testi che vanno dal 1988 al 2004, non mi è stato possibile controllarli.

Altrettanto interessante, poi, la scheda relativa (http://www.patrimoniolatente.eu/index.php?option=com_content&task=view&id=212&Itemid=1) a quella che viene definita una modesta copia di anonimo (già attrinuita a G. D. Catalano) risalente a fine del XVI-inizi deL XVII secolo (senza i due personaggi in basso), olio su tela, custodito nella chiesa del convento francescano a Taviano (a destra nell’immagine comparativa che segue).

Tornando alla tavola di Gallipoli: l’attribuzione al Pordenone, il maggiore pittore friulano del Rinascimento, potrebbe essere stata indotta, oltre che da considerazioni stilistiche, proprio dal racconto tradizionale del mercante sorpreso dalla tempesta. Se è così, è legittimo supporre che non solo gli angeli ma anche le figure del donatario (il frate) e del donante (si direbbe un gentiluomo veneziano, quasi trasfigurazione shakespeariana del mercante) siano state aggiunte dopo?

Quasi mi pento di aver formulato questo dubbio rischiando, così, di fare concorrenza a Wikipedia (ancora lei! …) dove alla voce Chiesa di san Francesco (Gallipoli) (http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Francesco_d%27Assisi_%28Gallipoli%29) leggo:  L’interno, a tre navate, ospita dieci altari barocchi disposti lungo le pareti laterali. Tra le opere di gran pregio sono conservate: la tavola raffigurante San Francesco d’Assisi  “San Francesco d’Assisi con angeli e due donatori”, attribuita dalla tradizione a Giovanni Antonio de’ Sacchis, detto il Pordenone, allievo di Tiziano[1]

La nota 1 rinvia a http://www.news-art.it/news/tiziano–lotto-e-paris-bordon-in-puglia.htm dove si legge … Tra le presenze in mostra spiccano in particolare due importanti opere di destinazione pubblica come la pala del Pordenone raffigurante San Francesco d’Assisi con angeli e due donatori (cat. 13), proveniente dalla chiesa di San Francesco in Gallipoli …

Sarebbe stato opportuno quantomeno ascrivere il numero indicante la nota a donatori e non a Tiziano, perché il Pordenone allievo di Tiziano è un’invenzione del redattore wikipediano (quel pediano mi ricorda i piedi …) della scheda forse mosso da un malinteso senso di campanilismo, insomma un compromesso tra quello regionale emergente dall’attribuzione a Tiziano di Bonaventura da Lama (s’ignora l’anno della nascita ma a p. 277 della seconda parte della sua opera si legge … Padre Basilio d’Altamura passò dall’Osservanza alla Riforma, conosciuto da me, mentre ero Novizzo in Gravina, l’anno 1666, molto cpntemplativo …) ribadita dal campanilismo, questa volta cittadino, del Ravenna e messa in dubbio da Miasen che non a caso era valtellinese …

Per concludere: un altro esempio dell’antico vizietto, universalmente praticato, di dare lustro, in modo quantomeno discutibile, alle memorie patrie.

 

Repressione del contrabbando nella Gallipoli del ‘700

Repressione del contrabbando nella Gallipoli del ‘700:

il caso delle galere della Sacra Religione di San Giovanni Gerosolimitano

di Antonio Faita

 

faita

Gallipoli vantava una lunga tradizione nel commercio oleario in terra d’Otranto. Dal XVII secolo, come ci tramanda il Vernole «non più era Gallipoli l’Emporio principale del Salento,  ma ormai  ne era l’unico Emporio, ed era uno dei più pingui Empori di tutte le Puglie: il suo nome, che prima echeggiava qua e là nel Mediterraneo, nel Seicento varcò gli stretti e richiamò nel porto gallipolino vascelli dai cui pennoni sventolavano le Bandiere Nazionali di tutto il mondo»[1].

Lo sviluppo di attività artigianali e lapresenza di una popolazione di passaggio, che importava beni di vario tipo venuti da lontano, (i pesci in sale o disseccati di Terranova, della Norvegia o dell’Inghilterra; le manifatture di Francia e Germania; i legnami di Trieste, Fiume e Venezia; i coloniali di Malta; le pietre da molino delle Isole Greche; i giunchi secchi delle isole Ionie e i tanti articoli e manifatture delle principali città)[2], migliorarono il benessere economico e la qualità della vita.

Nel Settecento, nel Regno di Napoli, i movimenti mercantili erano selezionati e spesso impediti dalla situazione negativa di una viabilità frammentaria, trovando uno sfogo soltanto parziale nell’organizzazione portuale e nei traffici marittimi, in quei litorali che assunsero man mano una precisa fisionomia di centri di importazione e di esportazione di prodotti.

Anzitutto va rilevato come il genere predominante nei traffici via mare, all’interno del Regno e non solo, fosse senza dubbio il frumento oltre all’olio, al vino e altre mercanzie che, da mercanti speculatori e compagnie commerciali di diverse nazionalità, venivano imbarcati per i porti del proprio paese e per quelli di altre nazioni. Infatti la maggior parte dei carichi di frumento e, in genere, di “grani” provenivano da Taranto, Crotone, Barletta, Manfredonia e Trani, senza trascurare anche l’apporto della costa settentrionale.

Se si tiene presente che sulla costa jonica erano attivissimi i porti di Taranto, Gallipoli e Crotone, rimane confermata in pieno l’impressione di una struttura distributiva fortemente concentrata nei traffici marittimi [3]. Grandi quantitativi di grano continuavano ad essere esportati dalla Puglia, dalla Sicilia, dalla Calabria, verso Napoli, Malta e Genova [4].

Dal porto di Gallipoli, specie tra il 1707 ed il 1722, partiva, per raggiungere i porti del Regno e quelli esteri, un gran numero di convogli di grano che, assieme agli orzi ed ai legumi, rappresentavano il genere che dava luogo ad una cospicua corrente di traffico ed inoltre ad una fonte di entrate notevoli, sia pure incostante, per il fisco regio, attraverso il pagamento dei diritti di tratta [5].

Rivestendo un ruolo cruciale per l’alimentazione e per il settore primario, il grano era oggetto di costanti attenzioni da parte delle autorità. Gli uffici annonari si occupavano di assicurare il pane e i generi alimentari di sussistenza alla popolazione, specialmente a quella delle città, per evitare sommosse e tumulti. I prezzi del grano rimasero piuttosto alti fino al 1700.

Ma il fatto decisivo, di carattere meteorologico, si verificò nel gennaio 1709. Una gelata del tutto eccezionale, arrivata all’improvviso, distrusse ogni speranza di salvare il raccolto. Subito si diffuse il panico. Quasi dappertutto i prezzi del grano raggiunsero o superarono le cifre record della primavera del 1694, e al rincaro seguirono inesorabilmente gli stessi disastrosi effetti. Perfino a corte si mangiava pane cattivo. Fino all’inizio dell’estate 1710 si visse col cuore sospeso. Pochi raccolti nella storia d’ogni paese hanno avuto tale importanza come quello dell’anno 1710 [6].

In questo scenario, diffusissimo era il contrabbando, sostenuto dalla solidarietà o addirittura dalla connivenza della Popolazione. Forme di commercio illegale, atti di banditismo e vari fenomeni criminosi si intrecciavano sempre più organicamente da connotare in maniera negativa non solo l’ordine pubblico, ma anche l’equilibrio delle forze sociali egemoni. Soprattutto nel ‘600 e nel primo ‘700 pezzi della feudalità regnicola e salentina si davano al contrabbando dei generi di prima necessità, lucrando profitti enormi, per mano di un banditismo endemico al servizio ora dell’una, ora dell’altra casata aristocratica, generando una sorta di guerra per bande che spinge l’autorità centrale ad intervenire militarmente con maggiore determinazione[7]. Anche a Gallipoli si tentò di punire chi violava le rigide prammatiche [8] nel commercio interno ed esterno. Non sfuggirono al controllo neanche numerosi ecclesiastici e patrizi che esercitavano e favorivano il contrabbando.

Uno di questi episodi viene riportato dallo studioso Federico Natali nel suo lavoro Gallipoli nel Regno di Napoli. Dai Normanni all’Unità d’Italia, in cui  racconta come nel dicembre del 1709, in piena guerra di successione spagnola, il regio Governatore Don Saverio Rocca, intervenne contro alcuni patrizi locali, inquisendo Silvio Zacheo, Marcello D’Elia e Maurizio Stasi, per aver fornito grano di contrabbando, alle galee della Sacra Religione di San Giovanni Gerosolimitano o meglio conosciuto come Ordine di Malta [9], sottraendolo all’Annona della città. Secondo Natali, dunque, fu il Governatore a infierire con persecuzioni contro quei cittadini che aiutarono i cavalieri di Malta, a tal punto da provocare le rimostranze del Gran Maestro Raimondo Perellos y Roccafull, a scrivere al vicerè di Napoli, il cardinale Vincenzo Grimani.

Ben diverso è il parere dello storico Ettore Vernole [10], facendo ricadere le colpe sul Castellano Don Emanuel Alveres y Valdes [11] che «infierì con persecuzioni e perquisizioni contro gli ospitali cittadini e il Sindaco ne fece rapporto al Gran Maestro dell’Ordine» [12].

Grazie all’apporto di due atti notarili, rogati dal notaio Carlo Megha di Gallipoli, datati 6 agosto 1710 e con l’attenta lettura di una copia di provvisione, ma che in realtà trattasi di una citazione del 24 luglio 1710, ci aiutano a capire come realmente si svolsero i fatti.

Nel primo documento abbiamo la testimonianza spontanea dei signori: «Donato Ferandeles, Francesco del’Acqua, Orontio Pugliese, Tomaso Bellone ed Angelo de Marco Caporali della Compagnia del Battiglione a piede di questa città» [13] i quali con giuramento, attestavano, dichiaravano e facevano fede «come nel passato Anno 1709, Sindicato del Signor Francesco Roccio, a tempo furono Le Galere della Squadra della Sacra Religione di Malta, furono chiamati da detto Signor Sindico che zelassero a non farsi commettere estortione  de grani».

Da questa prima ricostruzione si evince che fu il Sindaco a impartire gli ordini ai Caporali suddetti che si adoperassero a non farsi estorcere il grano dai “militum christi”. Inoltre, ordinò di vigilare rigorosamente e a fare la guardia «così di giorno come di Notte, tanto per dentro La Città rondando le moraglie, quanto per fori d’essa nelle capistrade per la Comunicatione de lochi Convicini a questa città». I Caporali, con i loro soldati eseguirono gli ordini perlustrando e facendo la guardia giorno e notte per tutto il tempo che le galee rimasero ormeggiate nel porto. Si divisero, alcuni dentro la città, altri nella strada di «Santo Leonardo» e altri ancora nella zona conosciuta come «Conella delle Rene», facendo in modo che si impedisse di condurre il grano per caricarlo alle dette galee. Per tale compito, i militari «vennero pagati a spese della Magnifica Università di questa Città e n’appariscono le ricevute de loro giornate».

Nel secondo documento, a testimonianza dei fatti accaduti, sono «Domenico de Pandis, e Tomaso Ruberto, Guardiani del Porto di questa predetta Città di Gallipoli» [14]. Essi attestarono e confermarono della presenza nel porto di Gallipoli, nell’anno 1709 delle «Galere della Sacra Religione di Malta» e, il Signor Sindaco Francesco Roccio, fece mettere «di custodia alla Porta di detta Città Marco Rosano e Nicolao Rontio Soldati del Regio Governatore della Città, con ordine che quelli non permettessero far uscire grani ed imbarcassero sopra le dette Galere». Di fatto, i suddetti soldati «assistirono nella Porta di detta Città esequendo con puntualità l’ordine di detto Signor Sindico a non far uscire grani». Per lo svolgimento di tale compito, i due militari vennero pagati dal «Signor Sindico».

Sulla base e a conferma di quanto detto sopra, interessante è invece l’atto di citazione del Tribunale della Sommaria, dal quale si evince non solo che ad accusare i tre cittadini, il Dott. Silvio Zacheo, il Dott. Marcello D’Elia, rispettivamente, già Sindaci negli anni 1699-1700 e 1703-1704,  Maurizio Stasi appaltatore, fu il Sindaco Francesco Roccio, ma emergono anche tanti altri particolari utili alla vicenda.

Intanto c’è da precisare che i fatti si svolsero nel mese di settembre e che le galee maltesi (triremi) erano cinque «Cum in mense septembris anni elap[si] pervenerint ad portum dictæ Civitatis Gallipolis quinque triremes dictæ Religionis Hyerosolimitanæ» [15]. La squadra delle galee maltesi [16], che molto spesso scortava i mercantili cristiani, cacciava le flotte musulmane durante la stagione della navigazione, che durava da aprile a ottobre di ogni anno, poiché l’Ordine era de jure e de facto in costante guerra con il mondo musulmano[17]. La stessa squadra, comandata dal commendatore Fra Ludovico Fleurigny, era stata protagonista sia nell’inseguimento di quattro Sultane e un Brigantino che stentavano una discesa sulle coste della Calabria [18], sia nella clamorosa vittoria nelle acque dello jonio attaccando congiuntamente ai vascelli comandati dal Cav. Giuseppe de Langon, la Capitana di Tripoli, incendiandola [19].

A seguito di questi eventi, il servizio di pattugliamento nel Mediterraneo, per scongiurare l’invasione turca, portò più volte le galee maltesi nelle acque del Golfo di Taranto.

Molta cura era riservata dal Capitano delle galee ai rifornimenti e alla conservazione del cibo durante gli estenuanti mesi di navigazione.La possibilità di approdare in paesi amici e imbarcare anche cibo fresco come frutta e verdura aveva completamente scongiurato tra i cavalieri e la ciurma malattie quali lo scorbuto molto diffuso all’epoca negli equipaggi delle navi. Oltre a cibi freschi, carne, pesce, olio, aceto, vino, zucchero, caciocavallo e frutta secca a bordo delle galee non poteva mancare il biscotto, sorta di galletta di grano consumata in notevole quantità per sfamare e dare energia all’equipaggio di ogni unità, in genere costituito da un numero di persone che oscillava dalle 360 alle 550 [20].

Per questo motivo, la squadra giunse a Gallipoli per rifornirsi di grano. Il Sacro Ordine, legava, con Gallipoli, un rapporto molto stretto sin dal 1523, quando i nostri antenati dimostrarono un atto di cordiale e fraterna ospitalità nei confronti dell’Ordine in un momento doloroso della loro storia, guadagnandosi la gratitudine del Gran Maestro Villiers [21].

A seguito di questo episodio si intrapresero scambi commerciali con Malta. Infatti, nella vicenda del 1709, i gallipolini «furon solleciti di assistenze e di onori di casa agli equipaggi» [22], i cui uomini, aggirandosi abitualmente tra i cittadini gallipolini si procuravano frumento acquistato di contrabbando, caricato e ammassato sopra le dette galee «homines quarum familiariter convers[os] Inter cives Gallipolitanos procurabant emptiones frumentorum (…) controbandi et incontrobannum super dictis triremibus»[23]. Qui l’intervento del Sindaco Roccio, il quale fece promulgare un “banno” giuntogli dal Vicerè, in cui si vietava la vendita di frumento da caricare sulle galee «nullus ex Civibus aut Advenis in dicta Civitate (…) frumentum vendidisset ad onerandum illud in dictis triremibus» [24]. Fu assegnato ai soldati «vulgaliter de Battiglione» la custodia della porta della Città per impedire il contrabbando di cereali in modo da evitare un rialzo dei prezzi, carestie e tumulti popolari. In quell’anno all’annona, il grano era venduto per dieci carlini e, nonostante ciò, gli uomini di dette galee lo pagarono al prezzo di tredici carlini per ogni tomolo «non obstante quia homines dictorum triremium solvebant frumentum predictum pretio terdecim carolenorum pro quolibet tumulo» [25].

Da molte persone furono venduti centinaia di tomoli e caricati sulle suddette galee e nello specifico «vendidit Marcellus d’Elia tumola centum quinquaginta, Silvius Zacheo tumola quinquaginta circiter et Mauritius Stasi centum vicinti circiter frumenti ad dicta rattionem Carolenorum terdecim proquolibet tumulo»[26] con le seguenti modalità: il grano, venduto da Marcello D’Elia nella sua casa, veniva messo in dei sacchi e con l’aiuto dei servi, caricato su una mula e trasportato presso la spiaggia del porto con ripetuti viaggi. Qui veniva consegnato agli uomini delle galee che, a loro volta lo travasavano in dei catini di creta, caricato su piccole imbarcazioni e trasbordato sulle suddette galee «Dictus Marcellus d’Elia asportando ea ad litus portus Civitatis repetitis vicibus super [quadam] eius mula quam sic oneratam a mancipiis ex gentibus dictorum  triremium conducere fuit cum dicto frumento vendito in sacchis (…) a sua domu venduto pro illo exstruendo estra Regnum in dictis triremibus et traiecto intus parvula liimbam vulgaliter schifo quæ manebat in litore predicta» [27].

Allo stesso modo fece anche Silvio Zacheo, il quale vendette una quantità di frumento, all’incirca tomola cinquanta, e con il suo servo, seguiva tutte le fasi di trasporto per tutto il tempo occorso «et eadem modo similiter estraere fecit dictus Silvius Zacheo quantitutem frumenti ab ipso praedictos homines empti et tempore trasportationis dicti frumenti ibat et redibat eam associando quidam eius famolus» [28].

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Quanto al frumento, venduto da Maurizio Stasi, uno degli appaltatori delle decime della città, veniva sottratto impropriamente e stipato nella sua casa, affittatagli da Tommaso Antonio Raimundo. In catini di creta veniva trasportato a bordo delle galee «et respectu frumenti venditi a Mauritis Stasi ut supra, prefatus Mauritius erat unus ex appaltatoribus decimarum dictæ Civitatis et idem collectum erat a supradictis decimis quod frumentum repositum reperiebatur in domo Tomæ Antonii Rahimundo locata dicto Mauriti Stasi illud cum limbis dictarum triremium venditum et asportatum fuit in eisdem etiam incontrobannum» [29].

Considerando la gravità dei fatti, i sopraddetti Marcello D’Elia, Silvio Zacheo e Maurizio Stasi, quali principali inquisiti di traffico di contrabbando di frumento ritennero opportuno rivolgersi al Gran Maestro dell’Ordine, Raimondo Perellos, scrivendo una lettera in data 29 ottobre 1709, sollecitandolo di intervenire in loro aiuto. Il Gran Maestro si attivò scrivendo al Vicerè, cardinale Vincenzo Grimani, informandolo dei fatti successi nei confronti delle sue galee e invitandolo a prendere qualsiasi provvedimento a far cessare  ogni procedimento nei confronti di quei cittadini e di far riconoscere la loro innocenza. Successivamente, in data 31 dicembre 1709, da Malta inviò una lettera indirizzata al Sindaco e agli eletti scrivendo quanto segue:

Spettabili Signori,

            Ha tardato à giungermi la lettera di Loro Signori delli 29 ottobre, dalla quale ho sentito con dispiacere che il Governo praticasse perquisitioni contro alcuni loro cittadini per l’assistenza d’alcune provisioni date alle mie Galere, mentre si sono trattenute scorrendo codesta costa. Per secondare le loro richieste hò scritto subito all’Emimo Signor Cardinale Vice Rè et ho data Commissione al Ricev.te della mia Religione, perché passi colla viva voce tutti l’Offici necessarj, ad effetto di far cessare ogni procedimento e spero, che si conseguirà dalla Giustizia di S. Em.za, quando non s’havessero ottenuto anche prima, perché fusse stata conosciuta la loro innocenza. Conchè stimando al maggior segno le riprove della loro amorevolezza, gl’auguro dal Cielo ogni bene.

            Malta, 31 Xbre 1709 Al piacere delle SS. VV, il Gran Maestro: Perellos»[30].

Nel frattempo, gli inquisiti furono portati davanti alla Regia Corte del Governatore e condannati in primo grado di giudizio. Ciò avveniva nonostante l’assenza del Governatore Don Saverio Rocca, che si era recato a Barcellona dal Re Carlo III per il nuovo incarico di Preside di Lecce [31] ed era ignaro dei fatti accaduti. La questione andò avanti per mesi senza mai attenuarsi, fino ad arrivare a essere sottoposta alla Regia Camera Abreviata di Napoli.

In data 24 luglio 1710, alla presenza di Don Cesare Michele Angelo D’Aquino D’Aragona Preside della Regia Camera Abreviata, , dei mastrodatti  Don Michele Vargas Macuccha e Eufebio Girardo e dell’attuario Gaetano Foglia, vista l’accusa nei confronti dei signori Marcello D’Elia, Silvio Zacheo e Maurizio Stasi e le pene in cui incorrevano, si decise di far recapitare nel termine di dieci giorni, la citazione con le pene stabilite dal diritto per tali casi «personaliter si ipsos personam reperiri contigerit sin autem domi eorum solitæ hoc citationis ad penam in talibus a iure statutam quatenus infra die  decem post presentium intimationem»[32]: di presentarsi entro un mese di tempo presso la Regia Camera Abreviata di Napoli e qui ricevere ciascuno di essi la copia dei capitoli della speciale inquisizione formata contro di loro stessi e, per mancata presenza, la Regia Camera Abreviata si riservava di far decidere al Re, circa ogni delitto e pena. Purtroppo, in assenza di  documentazione, non sappiamo in pratica fino a che punto si estese il processo e quali risvoltipratici ebbe successivamente. Una cosa è certa che il dottor Marcello D’Elia e il dottor Silvio Zacheo continuarono a comparire tra  i “Magnifici” dell’Università di Gallipoli fino al 1721.

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[1] Cfr. E. Vernole,   Il Castello di Gallipoli, Tip. La Modernissima, Lecce 1933, p.236

[2] Cfr. P.  Maisen,  Gallipoli e suoi d’intorni, Tip. Municipale, Gallipoli, 1870, p.58

[3] Cfr. A. Faita,  Grano e corsari, in IL BARDO, Anno XVI, n.1, novembre 2006, p.2

[4] Cfr. G. Cirillo,  Alle origini di Minerva trionfante. Protoindustrie mediterranee: città e verlagssystem nel Regno di Napoli nell’età moderna, Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Tip. Gutenberg, Fisciano (SA)2012, p.44

[5] Cfr. F. Natali, Gallipoli nel Regno di Napoli. Dai Normanni all’Unità d’Italia, Tomo I, Galatina, Ed Congedo 2007, p.321

[6] Cfr. J. Meuvret, La Francia dal 1688 al 1715,  trad. di Carlo Capra, capitolo X, in CAMBRIDGE UNIVERSITY PRESS, Storia del mondo moderno. L’ascesa della Gran Bretagna e della Russia 1688-1713, vol. VI, Ed. Garzanti, Milano 1972, p.384

[7]  Cfr. S. Muci, Note sul contrabbando sulle coste ioniche-salentine in età moderna (secc. XVII-XIX),in L’Idomeneo, Rivista della sezione di Lecce, Società di storia patria per la Puglia, Galatina, Ed. Panico 2004, p.180

[8] Cfr. aslecce, Scritture delle Università e Feudi: Atti diversi, Fasc. 36 (6), c.183/v : «Regia Prammatica n.20 edita e pubblicata per ordine dell’Eccellentissimo Conte De Olivares già Vicerè sotto la data del 27 novembre 1597 nella quale fu ordinato che simili delinquenti, oltre che nelle pene corporali incorrono anche nell’altra pena dell’ammissione (sequestro) dei beni subito commesso il contrabbando, nonché nell’altra Regia Prammatica n. 50 edita e pubblicata per ordine dell’eccellentissimo signor Marchese De Los Vales già Vicerè sotto la data del 27 settembre 1679 che non solo conferma la sopradetta Regia Prammatica, ma ordina anche che tali conclusioni ricadono nella pena di morte naturale e contro simili delinquenti sia possibile procedere alla sentenza di fuorgiudica dal giorno della contrazione dell’ultima contumacia nel corso dell’anno»

[9] Cfr. F. Natali, Gallipoli nel Regno di Napoli. Dai Normanni all’Unità d’Italia, pp.325-326

[10] E. Vernole,  Il Castello di Gallipoli, p.258

[11] Ivi, il 24 novembre 1706, giunse in città Don Emanuel Alveres y Valdes, prendendo il comando del castello e rimpiazzando il vecchio Capitano di Artiglieria Don Domenico Perez che vi risiedeva sin dal 1691, p. 257; Ciò non trova riscontro nelle cronache manoscritte di Antonello Roccio, “Notizie memorabili dell’antichità della fedelissima città di Gallipoli. Con molte altre memorabili curiosità così antiche che come moderne” (1640) in BCG, dal quale si evince che nel 1660 venne come Castellano, all’età di 25 anni Don Giuseppe della Cueva. Dopo la sua morte,avvenuta nel 1705 (APSAG, Registro dei defunti 1702 – 1719: «Nell’Anno del Signore mille settecento e cinque à di venti due di Novembre Don Giuseppe della Cueva da Santa Maria del Porto in Spagna d’anni settanta sei in circa, e Castellano di questo Reggio Castello di Gallipoli nella Comunione della Santa Madre Chiesa rend’è l’anima à Dio, il corpo à di detto fù sepelito nella Chiesa di Sto Francesco d’Assisi, fù confessato da Fra Tommaso da Casalnuovo Riformato, fù comunicato da me D. Nicolò Lopez Parroco sostituto à dì deci otto di detto», c. 36), arrivò come Castellano Don Emanuel Alveres y Valdes, il quale nel 1709 fu deposto dal castello per via dei suoi rivali e sostituito da Don Francesco Duvalles arrivato a Gallipoli nel 1710. Nel frattempo (1709), Don Emanuel Alveres y Valdes si recò a Barcellona da sua Maestà Carlo III per reclamare e ottenne il Governo come Castellano di Gallipoli, mentre Don Francesco Duvalles, divenne Castellano in Brindisi, c.335;

[12] E. Vernole,  Il Castello di Gallipoli, p.258

[13] Cfr. ASLecce, Not. Carlo Megha, coll. 40/13, Protocollo, anno 1710, cc. 230/v-231/r

[14] Ivi, cc. 231/-231/v

[15] Cfr. aslecce, Scritture delle Università e Feudi: Atti diversi, Fasc. 36 (6), c.183/r; e. pindinelli, L’Archivio delle scritture antiche dell’Università di Gallipoli, Alezio, Tip. Corsano 2003, pp. 222-223

[16]Cfr. F. Frasca  “Il potere marittimo in età moderna. Da Lepanto a Trafalgar”, Cromografica Roma per Gruppo editoriale l’Espresso, Roma 2009 : L’equipaggiamento delle galere maltesi era eccellente. L’Ordine iniziò le sue attività marittime con una squadra di tre galere, divenute otto nel 1685 per far fronte all’aumento delle necessità belliche contro i pirati barbaresci.  Alla fine del XVIII secolo, con l’inizio del declino dell’Impero ottomano, la squadra fu ridotta a cinque galere.  Il numero delle galere venne ridotto a quattro nel 1725, numero che rimase immutato fino al 1798. pp. 31-32

[17] Ivi, p.32

[18] Cfr. “Storia Universale dal principio del mondo sino al presente, scritta da una compagnia di letterati inglesi, Vol. XXXIII, Amsterdam 1789, p. 123

[19] Cfr. S. Bono, I corsari barbareschi, Ed. Eri, Torino 1964, p.123; e. rossi, Il sovrano militare dell’Ordine di Malta, Roma Libr. Romana 199?, p.40

[20] Cfr. O. V. Sapio, Presenza delle galere giovannite nel porto di Taranto in etá moderna, conferenza tenuta il 25 giugno 2007 presso il Castello Aragonese di Taranto promossa dal Gran Priorato di Napoli e Sicilia, p. 5

[21] Cfr. A. Roccio, Memorie di Gallipoli, (trascritto e annotato dal parroco D. Carlo Occhilupo), 1752, MS in BPLecce, c. 55/r: «Nel 1523 verso l’ultimi di Marzo fù nella Città di Gallipoli il Gran Maestro Frà Filippo di Vigliers Sedisladamo co tutti quei Cavalieri ch’avanzarono dal crudelissimo assedio di Rodi, dove essendo arrivato co dieci Vascelli da remo, fra quelli vi erano tre Galere fù co so modo honore ricevuto e di ogni cosa necessaria abbondantemente provisto, e perchè dimorò in Città da un mese in circa per ristorare quelli ch’erono sani, e per medicare gli infermi, che per la lunghezza del viaggio e per li molti patimenti sofferti nella sua armata, si trovavano curandone lasciati parte di quelli nella Città, partì poi per Messina, dove arrivò nell’ultimo d’Aprile»; b.ravenna, Memorie istoriche della Città di Gallipoli, Tip. Miranda, Napoli 1836, pp.279-280; E. Vernole,   Il Castello di Gallipoli, pp. 137-138

[22] E. Vernole,   Il Castello di Gallipoli, p.258

[23] Cfr. aslecce, Scritture delle Università e Feudi, cc.183/r – 183/v

[24] ivi

[25] ivi

[26] ivi

[27] Ivi

[28] ivi

[29] ivi

[30] Cfr. aslecce, Scritture delle Università e Feudi, c. 182/r; E. Vernole, Il Castello di Gallipoli, p. 258; e. Pindinelli, L’Archivio delle scritture antiche dell’Università di Gallipoli, p. 222;  F. Natali, Gallipoli nel Regno di Napoli. Dai Normanni all’Unità d’Italia, p. 326

[31] Cfr. A. Roccio, Notizie memorabili dell’antichità della Fedelissima Città di Gallipoli, 1640, MS in BCGallipoli, c.365/v «D. Xaverio Rocca il quale non finì il Governo per andare a Barcellona alli piedi di Carlo 3 il venne per preside in Lecce» (D. Saverio Rocca prese possesso in Lecce il 21 marzo 1709, mentre la carica di Governatore di Gallipoli passò al fratello Francesco Rocca nel 1710)

[32] Cfr. aslecce, Scritture delle Università e Feudi, c.184/r

 

Un ringraziamento doveroso all’amico Daniele Librato, per la sua speciale e cordiale collaborazione.

 

 

Giovan Battista Crispo, l’illustre gallipolino che, secondo Wikipedia, avrebbe trovato e salvato a Napoli l’Arcadia del Sannazzaro (2/2)

di Armando Polito

Per evitare di essere accusato, questa volta totalmente a ragione, di voler guadagnare tempo passo subito al dunque e lo faccio nel modo più stringato possibile. Chissà se l’impaziente lettore-personaggio della puntata precedente sarà da tempo salpato verso altri lidi perdendosi lo spettacolo (!) della tempesta che sta per scatenarsi …

In http://it.wikipedia.org/wiki/Giovan_Battista_Crispo si legge, come ho ricordato nella prima puntata,  che il Crispo  è da ricordare anche in quanto trovò e salvò a Napoli l’Arcadia di Jacopo Sannazzaro.

Se l’italiano è un senso e se io non sono ancora rincoglionito totalmente, con queste parole s’intende affermare (e far capire) che, se noi oggi leggiamo l’Arcadia del Sannazzaro, lo dobbiamo a Giovan Battista Crispo.

Ma si è chiesto l’autore della scheda come poteva essere trovato e salvato un testo che era stato già pubblicato con l’approvazione dell’autore1  nel 1504 a Napoli per i tipi di Sigismondo Mayr, cioè quasi cinquanta anni prima che il Crispo nascesse? Che senso ha improvvisarsi compilatori di schede con in calce corposissime bibliografie (quando ho notato questo, e non solo in Wikipedia, il più delle volte son rimasto colpito in negativo dalla scarsa o, addirittura, assente originalità del lavoro; evidentemente parecchi cosiddetti autori intendono l’apparato bibliografico come un espediente per allungare la brodaglia e scommetto che di tutti i libri citati non ne hanno letto o, quantomeno, consultato col cervello acceso nemmeno mezzo), quando poi si incorre in bestialità del genere?

– Ammesso che le cose stiano come dici, mi pare, comunque che la tua vocazione sia quella di criticare e demolire. Non puoi, una volta tanto, fare una proposta costruttiva? -.

Sentivo già la nostalgia di questa voce e temevo di aver perso quello che forse era stato l’unico lettore della prima parte. Continuo, perciò, con rinnovato vigore e rispondo con quello che, spero, si continuerà a leggere .

Premetto che quando critico qualcosa non lo faccio a priori o, come più efficacemente diceva il grande Totò, a  prescindere. D’altra parte, la prova addotta, essendo di natura cronologica, non ammette repliche. Non sarebbe necessario aggiungere altro ma, per essere, come mi è stato chiesto, costruttivo, tenterò di capire (se fossi stato presuntuoso avrei detto di perdere il mio tempo …) da dove potrebbe esser nato il clamoroso errore. Lo farò con una sorta di albero genealogico, partendo dalla fonte più attendibile, cioè il Crispo stesso.

GIOVAN BATTISTA CRISPO

Vita di Giacopo Sannazzaro, op. cit. edizione 1593, s. p.

L’Arcadia di M. Jacobo Sanazzaro cavaliere napoletano colle antiche annotazioni di Tommaso Porcacchi, Francesco Sansovino e Giambatista Massarengo insieme colle Rime dell’Autore ed una farsa del medesimo non istampata altre volte. Aggiuntovi anche la vita dell’istesso scritta già da Giambatista Crispo, ed in questa edizione meglio supplita, corretta ed illustrata, s. n., Venezia, 1725, pp. XXIX-XXX (https://archive.org/stream/bub_gb_1Et7Un0VFGQC#page/n0/mode/2up)

Lascio giudicare a chi legge gli effetti di quel supplita, corretta ed illustrata (ma soprattutto supplita …) che ho sottolineato nel titolo. Il si conservano hoggi tutte sue composizioni latine, e scritte di sua propria mano … è diventato i libri del parto della Vergine e dell’Arcadia (per quanto si crede) scritti di proprio pugno dal Sannazzaro, con molti suoi acconciamenti, e varietà dagli stampari …

Per chi non lo sapesse l’Arcadia, a differenza de Il parto della Vergine (titolo originale De partu Virginis),  non è scritta in latino e, ad ogni modo, il secondo brano, quello che fa parte dell’edizione supplita …) allude ad una copia manoscritta contenente le varianti degli stampatori, il che significa che essa è quanto meno successiva alla prima edizione, clandestina, del 1502.

LUIGI BIANCHI, Un gallipolino biografo di Jacopo Sannazzaro, in Rinascenza Salentina, anno X, n. 1, s. n., 1942, p. 262 (http://www.culturaservizi.it/vrd/files/RS42_gallipolino_biografo.pdf)

 

WIKIPEDIA

… il Crispo  è da ricordare anche in quanto trovò e salvò a Napoli l’Arcadia di Jacopo Sannazzaro.

Caro ipotetico lettore curioso e bravo nell’esercitare il tuo spirito critico solo contro i rimbrotti altrui, non ti sento più;  sarai, però, proprio tu (ma forse eri il mio alter ego …) a dare nuovi sviluppi a quell’inquitante (al peggio non c’è mai fine) punto interrogativo?

_____________

1 Nel 1502 era uscita a Venezia un’edizione clandestina per i tipi di Bernardino da Vercelli, ma sentite come l’autore lo strapazzò giustamente in una lettera inviata a Marc’Antonio Michele (in Opere volgari dei M. Jacopo Sannazaro, Bortoli, Venezia, 1741, tomo I, p. 202; https://books.google.it/books?id=jFM0AAAAMAAJ&printsec=frontcover&dq=SANNAZARO+OPERE+VOLGARI&hl=it&sa=X&ei=eqpPVaXLFov4UpPegIgL&ved=0CCgQ6AEwAQ#v=onepage&q=MICHELE&f=false): Se [lo stampatore] lo ha fatto per farmi onore, io non ne lo ho pregato, né devea esso (poiché mi era tanto famigliare) farlo senza farmelo prima sapere; se per farmi dispetto lo ha fatto, potrebbe ben essere che qualche dì cadesse sopra la testa sua; se si scusa farlo per vivere, vada a zappare, o a guardar porci, come forse è più sua arte, che impacciarsi in cosa che non intende: se si è guidato con quella grossera astuzia mandar fuori li falsi, perché io faccia seguire gli altri, resta ingannato. Le cose mie non meritano uscire fuori, e questo non bisogna che altri mel dica, che Dio grazia il conosco io stesso.

Il periodo finale, oltre che attestazione di modestia, è di un’attualità estrema: quanti, me compreso, farebbero bene a pensarci almeno due volte prima di rendere pubbliche, con la stampa o con la rete, le loro scemenze!  

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/13/giovan-battista-crispo-lillustre-gallipolino-che-secondo-wikipedia-avrebbe-trovato-e-salvato-a-napoli-larcadia-del-sannazzaro-12/  

Giovan Battista Crispo, l’illustre gallipolino che, secondo Wikipedia, avrebbe trovato e salvato a Napoli l’Arcadia del Sannazzaro (1/2)

di Armando Polito

La biografia di Giovan Battista Crispo occupa il primo posto in Le vite de’ letterati salentini di Domenico De Angelis, Raillard, Napoli, 1713, seconda parte, pp. 43-56. Il lettore curioso troverà l’opera al link https://books.google.it/books?id=SHEOAAAAQAAJ&printsec=frontcover&dq=le+vite+de%27+letterati+salentini&hl=it&sa=X&ei=4U5OVY3VHMH2UPukgcAN&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q=le%20vite%20de’%20letterati%20salentini&f=false

Le pagine indicate sono precedute dal ritratto, che di seguito riproduco,  del letterato gallipolino in un’incisione di anonimo.

A distanza di più di un secolo da quella del leccese un’altra biografia del Crispo, che nulla aggiunge alla precedente, fu scritta dal gallipolino Giovan Battista De Tomasi. Essa fu inserita nel tomo IV della Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, Gervasi, Napoli, 1817 (lo stesso lettore di prima troverà il tomo in http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ASBLE017073&teca=MagTeca+-+ICCU). Le pagine non sono numerate ma le biografie sono in ordine alfabetico; ad ogni buon conto riproduco la parte testuale che ci interessa insieme con l’immagine che, anche qui, la precede.

Il lettore noterà come questa incisione rechi la firma del Morghen. Quasi sicuramente si tratta di Raffaello (1758-1833), figlio di Filippo, incisore pure lui e discendente di una famiglia di incisori. Non mi pare il caso di soffermarsi sulla derivazione (e poteva essere altrimenti?) di questo ritratto dal precedente anonimo.

Volutamente, perché non contiene nulla di utile per il tema trattato, tralascio la biografia più antica, quella scritta dal gallipolino Stefano Catalano (1553-1620), pubblicata da Michele Tafuri in J. Baptistae Pollidori Frentani et Stephani Catalani Callipolitani opuscola nonnulla, Vesino, Napoli, 1793, pp. 79-100 (https://books.google.it/books?id=8f63xFDdBo0C&pg=PA86&lpg=PA86&dq=baptista+pollidori+frentani&source=bl&ots=k4VQyHeZKG&sig=pkz7CToI69Jln1cQ5SYEq6WCrRU&hl=it&sa=X&ei=HGZQVbraG8jjU4zBgcgI&ved=0CCEQ6AEwAA#v=onepage&q=baptista%20pollidori%20frentani&f=false).

 

Perseverando nel taglio, almeno fino ad ora, iconografico di queste note riproduco i frontespizi delle opere che del Crispo furono pubblicate, con in calce il solito link per il solito lettore portatore sano di voyeurismo, anzi, portatore di sano voyeurismo …

http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ABVEE041864 (è stata digitalizzata, come si evince dal bollo sovrimpresso, la copia presente nella  biblioteca Pietro Siciliani di Galatina).

https://books.google.it/books?id=yRyQGqLaCs4C&printsec=frontcover&dq=de+ethnicis+philosophis&hl=it&sa=X&ei=lNdNVeeMIcHuUImegMgE&ved=0CC0Q6AEwAg#v=onepage&q=de%20ethnicis%20philosophis&f=false

https://books.google.it/books?id=yF4BwV_aJZUC&printsec=frontcover&dq=giovan+battista+crispo&hl=it&sa=X&ei=_NhNVYCTNofTU_LcgIAM&ved=0CCYQ6AEwAQ#v=onepage&q=giovan%20battista%20crispo&f=false (ristampata nel 1593 a Roma per i tipi di Zannetti e a Napoli per quelli di Scorigio; per Scorigio ancora nel 1633).

https://books.google.it/books?id=LRo8AAAAcAAJ&pg=PT8&dq=giovan+battista+crispo+due+orationi&hl=it&sa=X&ei=6NtNVbfeEoHfU7GVgbgC&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q=giovan%20battista%20crispo%20due%20orationi&f=false

A questo punto qualche lettore non solo curioso ma anche impaziente sbotterà, forse a ragione: – Che il Crispo fosse famoso lo sapevo e mi pare che quanto fin qui hai riportato (leggi copia-incollato) lo confermi più che a sufficienza. Ma che fine ha fatto il riferimento iniziale a Wikipedia? –

Avrà pure ragione, ma, se vuole, deve seguire i miei tempi, altrimenti interrompa la lettura. Sembra un espediente per suscitare ulteriore curiosità. Sarà, ma non posso non ricordare che il poliedrico gallipolino1 fu anche cartografo. Ecco la sua mappa di Gallipoli, dal titolo La fedelissima città di Gallipoli, pubblicata nel 1591 da Nicola van Aelst.  Qui l’ho dovuta riprodurre per ovvi motivi in formato ridotto ma al link segnalato in calce può essere fruita in alta definizione.

https://www.raremaps.com/gallery/enlarge/23679

Comunque, siccome tra le tante gradazioni di curiosità esiste anche quella pigra, per il lettore pigramente curioso (direi proprio che è un ossimoro …) riproduco, leggibili, la didascalia e la dedica a Flaminio Caracciolo, che appaiono agli estremi in basso; volutamente trascuro (sennò addio Wikipedia …)  l’immagine del gallo ripresa, con la parafrasi del titolo della mappa, nello stemma cittadino ove, com’è noto, il motto è Fideliter excubat (Veglia con fedeltà), mentre qui è Nec animus fato minor (E il coraggio non è inferiore al destino).

– È tempo di passare a Wikipedia? -.

Non ancora. Approfitto della soddisfazione che certamente questa mappa avrà procurato per far notare come quella di Braun-Hogenberg pubblicata nel 1598 (già presentata in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/03/gallipoli-in-otto-mappe-antiche/) ricalca sfacciatamente, pure nella didascalia, quella del Crispo.

– Va bene, è successa esattamente la stessa cosa già vista per i due ritratti; puoi passare, per favore, a Wikipedia? -.

D’accordo, ma prima debbo fare una comunicazione di servizio: tra le mappe di Gallipoli visibili in alta definizione partendo dall’ultimo link segnalato mancava proprio la più datata, cioè quella del Crispo, che all’epoca non ero riuscito a trovare nella definizione adeguata; ho già colmato la lacuna.

– Hai fatto pure la comunicazione di servizio; ora passa a Wikipedia! -.

Debbo prima far notare come il legame del Crispo con Gallipoli non traspare solo dalla mappa ma anche dal fatto che nei frontespizi che delle opere ho riprodotto c’è il riferimento alla città d’origine, fatta eccezione per le Due orationi, dove esso, forse per non dare impressione di parzialità, è sostituito dal titolo professore di filosofia.

E Gallipoli? Ha fatto il minimo, gli ha, cioè, intitolato una via che non so se per caso o consapevole volontà s’incrocia con un’altra intitolata a Giovan Battista De Tomasi, cioè al suo secondo biografo.

Per chiudere questa parte: incrociati non dalla vita ma dalla via.

– Ora che col tuo solito idiota gioco di parole hai esibito tutto il miserabile repertorio a tua disposizione, confrontati con Wikipedia! -.

Sì, ma dopo la pubblicità … scusate la perversione di ascendenza televisiva, volevo dire nella prossima puntata. Così lascio ammutolito l’impaziente lettore di prima, mentre in lui si è già fatto strada il sospetto che io voglia solo guadagnare tempo più che suscitare o, meno ancora, soddisfare curiosità …

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/15/giovan-battista-crispo-lillustre-gallipolino-che-secondo-wikipedia-avrebbe-trovato-e-salvato-a-napoli-larcadia-del-sannazzaro-22/

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1 Della sua produzione in versi restano solo componimenti pubblicati in questa o quella raccolta: una corona (cioè un insieme di componimenti, nel nostro caso sono otto, dello stesso tipo metrico e sullo stesso argomento) di sonetti è in In funere Sigismundi Augusti regis Poloniae, Napoli, Cacchio, 1576, cc. 89r-91v (http://babel.hathitrust.org/cgi/pt?id=ucm.5320231068;view=1up;seq=193). Un sonetto è in Rime et versi in lode della Illustrissima et Eccellentissima S. D. Giovanna Castriota Carrafa, Cacchi, Vico Equense, 1585, p.83 (https://books.google.it/books?id=abQXHUOkMowC&pg=PA141&dq=scipione+de+monti+rime+e+versi+in+lode&hl=it&sa=X&ei=uOJMVfCzL4P8UoDGgKAK&ved=0CCEQ6AEwAA#v=onepage&q=scipione%20de%20monti%20rime%20e%20versi%20in%20lode&f=false).

I tre Briganti di Gallipoli, ovvero buon sangue non mente (3/3)

di Armando Polito

La triade di cui mi sono occupato in questa serie si chiude con Domenico ed è come se tutta la trattazione avesse avuto un andamento circolare, con Tommaso prevalentemente giureconsulto, Filippo prevalentemente economista e Domenico, come il padre, prevalentemente giureconsulto. Seguirò lo stesso procedimento adottato per i suoi familiari. Inizio, perciò, dal ritratto (un’incisione di Carlo Biondi), cui seguirà la biografia a firma del gallipolino Giovanni Battista De Tommasi, tratti l’uno e l’altra dal tomo V della Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, i cui estremi bibliografici chi ne ha interesse troverà all’inizio della prima parte a suo tempo dedicata a Tommaso.

 

Preciso che la memoria in difesa del Ballarin fu pubblicata nel 1794 con il titolo Memoria da presentarsi alla Serenissima Repubblica Veneta, per lo naufragio de’ 27 novembre 1793. della nave di alto bordo detta la Sirena. Ne esistono solo due esemplari, custoditi uno nella Biblioteca pubblica arcivescovile Annibale De Leo di Brindisi e l’altro nella Biblioteca provinciale Nicola Bernardini di Lecce. Bartolomeo Ravenna in Memorie istoriche della città di Gallipoli, Miranda, Napoli, 1836 a p. 572 in nota scrive: … il vice ammiraglio Veneto, che dimorava nelle acque di Brindisi, scrisse una lettera lusinghiera a D. Domenico Briganti, per aver saputo così bene difendere un suddito della sua Repubblica. Questa lettera si conserva originalmente in famiglia.

A sigillo di questo ricordo non posso esimermi dal fare alcune riflessioni.  Furono senz’altro Filippo e Domenico due figli d’arte, ma, al di là di ogni probabile componente genetica (che raramente riesce ad esprimersi a livelli così alti …) credo che un ruolo determinante abbia avuto l’ambiente in cui vissero e l’educazione che ebbero, basata non solo sulla teoria ma anche sulla pratica, non solo sulle parole ma anche sui fatti, non tanto sulle prediche quanto sull’esempio. E mi piace in tal senso chiudere con le parole che di Tommaso si leggono nella prefazione della sua Pratica criminaleSi dovrebbero le cose ridurre alla sua prima istituzione, ed aversi cura, che nelle pubbliche accademie vi fossero professori dottissimi, e ben pagati, da’ quali per lo corso prescritto da’ sovrani, venisse la gioventù educata, ed ammaestrata nel modo conveniente, e giusto, per giungere alla vera scienza delle leggi, e dell’onesto; e che niuno potesse all’ufficio di giudice, o di avvocato pervenire, se non colui, che da un esame rigorosissimo sia riconosciuto veramente atto ad intendere le leggi romane, e del regno; ed insieme avere i principi propri della sola e vera giurisprudenza. Così forniti il giudice, e l’avvocato di dottrina, e probità di costumi, non farà quello decreti, e sentenze a capriccio, né questo volentieri imprenderà a difendere una causa ingiusta, un affare manifestamente doloso; sdegnerà di produrre vane e cavillose eccezioni, fatti mal digeriti, o non veri; refuterà di usare alcune maniere di trattare gli affari, perché meno proprie, e meno convenienti; e quanto maggiore sarà il numero degli uomini savi, ed onesti, più mancheranno quasi da se stesse le sconcezze, e gl’inconvenienti nel foro; perché infinite contese, o subito resteranno estinte, o si potranno con più facilità ridurre a concordia fra coloro, che intendono le leggi, ed il giusto, ed a questo sono inclinati, che fra coloro, che niente sapendo, ed avvezzi ad operare sconvenevolmente, o non s’intendono, o sono d’intoppo agli altri di mente chiara e ragionevole. 

Parole che calzano perfettamente, a distanza di più di ducentocinquanta anni, alla realtà odierna, con l’aggravante che i guasti del sistema, la cui stigmatizzazione in Tommaso si limita al potere giudiziario, hanno coinvolto, e da tempo, anche il potere legislativo e quello esecutivo, corrompendo e violentando i valori dell’autentica democrazia.

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/04/16/i-tre-briganti-di-gallipoli-ovvero-buon-sangue-non-mente-13/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/04/19/i-tre-briganti-di-gallipoli-ovvero-buon-sangue-non-mente-23/

Gallipoli. Il santo, il tempio, il cavaliere

Ugo Lusignano

La storia di Ugo VII Lusignano

di Nicola Morrone

 

Tra i più significativi monumenti del territorio di Gallipoli vi è senza dubbio la chiesa di San Pietro dei Samari, ubicata nell’omonima contrada, poco distante dalla costa. Si tratta di un edificio risalente al sec. XII, attualmente di proprietà privata, e abbisognevole, invero, di un pronto intervento di restauro.

Lo abbiamo visitato nella Pasquetta scorsa, realizzando un vecchio sogno: la sua storia, documentata, è infatti di grandissimo fascino. Del monumento si è occupata di recente, con la consueta perizia, M. Stella Calò Mariani, la quale ne ha redatto una scheda pressochè esaustiva [Cfr. Gallipoli, San Pietro dei Samari. Il voto di un crociato, in “La Terrasanta e il crepuscolo della crociata” (Bari 2001), pp.44-54].

Al lettore, comunque, rammentiamo i più significativi dati relativi alla chiesa: si tratta di un edificio a navata unica absidata, coperta da due cupole in asse. Esso è stato realizzato nel 1148 dal cavaliere francese Ugo Lusignano, che ne ha finanziato la costruzione una volta sbarcato sulle coste di Gallipoli al rientro dalla (sfortunata) spedizione della seconda crociata in Terrasanta, da lui compiuta al seguito del re di Francia Luigi VII.

San Pietro dei Samari

La chiesa è ben nota ai gallipolini, ed è stata aperta al culto almeno fino al sec. XIX: per molto tempo, infatti, vi si è regolarmente celebrata la ricorrenza dei SS. Pietro e Paolo (29 giugno), in occasione della quale, nel largo antistante la cappella, si svolgeva anche una piccola fiera.

Approfondiremo, in questa sede, la figura di Ugo Lusignano, nobile francese a cui si deve la costruzione della chiesa, che con la edificazione della stessa ha voluto lasciare perenne testimonianza della sua devozione per l’Apostolo Pietro, anch’egli sbarcato, molto tempo prima, sulle coste di Gallipoli, come ricorda la tradizione.

Di Ugo VII Lusignano (1065 ca.-1151 ca.) restano scarne notizie biografiche e pochi, ma significativi documenti. Un sintetico ragguaglio biografico è contenuto nell’opera “Notices Historiques sur la Maison de Lusignan (Paris 1853), pp.14-15. Dalla lettura apprendiamo che Hugo VII, signore di Lusignan e conte della Marche, passò buona parte della sua vita a guerreggiare contro i signori vicini. Egli, citato sempre nelle carte come “il bruno”(per via del colore dei capelli) fu un individuo decisamente particolare: uomo turbolento, come altri nobili del suo tempo ebbe non di rado un atteggiamento vessatorio nei confronti dei coloni delle sue terre. Ma fu soprattutto infido nei confronti dell’autorità ecclesistica. Rispetto ad essa, egli fu benefattore, poichè fondò con il suo patrimonio l’abbazia cistercense di Bonnevaux, ma anche malfattore, poichè non esitò ad impadronirsi con la forza dei beni del priorato di San Pietro la Celle, ragion per cui fu scomunicato (1142) ,anche se poi fece ammenda (1144), finchè non decise di partire per la seconda crociata (1146). Elenchiamo di seguito, in ordine cronologico,le notizie riguardanti il nobile francese,da noi rintracciate attraverso una breve ricerca.

 

1110:

Alla morte del padre, Ugo VII diviene signore di Lusignano [Cfr.Chronique de Saint-Maixent, p.424]

 

1115 ca:

Con l’assenso di sua moglie Sarrazine, Ugo VII rinuncia a tutti i cattivi comportamenti di cui lui e suo padre si sono resi responsabili a Frontenay, nei confronti degli abitanti di Nouaille’ [Cfr.Chartes de l’Abbaye de Nouaille’(Poitiers 1936), pp.306-307]

 

1120:Ugo VII e sua moglie Sarrazine fondano il monastero benedettino cistercense di Bonnevaux, in Diocesi di Poitiers [Cfr. Gallia Christiana, tomo II (Paris 1820), Instrumenta, LIX]

 

1142:Ugo VII viene scomunicato per aver usurpato i beni della chiesa di San Pietro la Celle, presso Poitiers

 

1144:Ugo VII, “confidando nella misericordia divina”, chiede scusa per cio’ che ha sottratto ingiustamente alla chiesa di San Pietro la Celle . [Cfr. Documents Historiques Inedits tires de la Biblioteque Royale, tome II (Paris 1843), p.27, doc. XII].

 

1146:Ugo VII parte per la Seconda Crociata

 

1148:Ugo VII fa edificare, di ritorno dalla crociata, la cappella di San Pietro dai Samari presso Gallipoli.

 

A quest’appendice salentina della storia del nobile francese dedicheremo le nostre riflessioni conclusive. Siamo informati sulla costruzione della chiesa di Samari attraverso un’iscrizione, collocata sul fronte , il cui testo latino così traduciamo: ”Ugo Lusignano, condottiero dei crociati, reduce dalla Palestina, nell’anno del Signore 1148, promosse ed eresse dalle fondamenta questo tempio consacrato al Principe degli Apostoli, nel luogo in cui San Pietro, spinto dalla Samaria verso questi lidi, lasciò le sue impronte”.

Dalla lettura dell’iscrizione, dunque, si apprende che Ugo Lusignano volle edificare una chiesa dedicata a San Pietro nel luogo stesso in cui verosimilmente, molti secoli prima , era sbarcato l’Apostolo, lasciandovi le sue impronte (“vestigia”).

In altri termini, sbarcato in localita’ “Samari”, Ugo ebbe modo di osservare un’antica “memoria” del passaggio di San Pietro sul posto e decise di sostituirla con una costruzione monumentale, cioè la bella chiesa tuttora esistente. Di tutto ciò, volle poi tramandare il ricordo nell’iscrizione che corre sulla parte alta dell’avancorpo della chiesa, di epoca ottocentesca, ma che riprende alla lettera il testo dell’iscrizione originale, un tempo certamente conservata nella chiesa. Alla base della scelta del cavaliere crociato di costruire una chiesa dedicata a San Pietro, oltre alla tradizione gallipolina del passaggio dell’Apostolo, ci furono probabilmente altre due motivazioni.

In generale, Ugo proveniva da una terra in cui il culto per San Pietro era antichissimo: egli era signore di Lusignan, nei pressi di Poitiers, città in cui, oltre alla stessa Cattedrale, esistevano nel sec. XII varie chiese dedicate all’Apostolo. Esistevano inoltre, nei pressi di Poitiers, un monastero femminile dedicato al santo, e persino una contrada, denominata “San Pietro le chiese”.

Il culto dell’Apostolo nel Poitou era dunque particolarmente radicato. Inoltre, Ugo doveva sentirsi personalmente motivato alla costruzione della chiesa, poichè, con un gesto di prepotenza, egli aveva depredato la chiesa di San Pietro la Celle ed era perciò stato scomunicato. Pur essendo stato perdonato dal vescovo di Poitiers, il nobile doveva ancora sentirsi in obbligo verso il Santo, cui appunto era intitolata la chiesa francese da lui spogliata, e appena quattro anni dopo, sbarcato a Gallipoli, ebbe occasione di estinguere il debito, facendo erigere a proprie spese la cappella di San Pietro dei Samari. In seguito, fece rientro in Francia e, con ogni probabilità, non tornò più in Palestina, ne’ nel Salento, dove è ancora possibile contemplare la traccia imperitura del suo passaggio.

 

I tre Briganti di Gallipoli, ovvero buon sangue non mente (2/3)

di Armando Polito

Dopo Tommaso Briganti del quale ho parlato nella precedente puntata, è la volta di suo figlio Filippo. Come già fatto per il padre riproduco da Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli (questa volta, però, dal tomo II), il ritratto (incisione di Morghen)  e la biografia (a firma di Giuseppe Boccanera da Macerata).

Se Tommaso si era distinto come giurista, Filippo aveva fatto dell’economia l’oggetto privilegiato dei suoi studi, senza elucubrazioni teoriche ma con osservazioni oggettive e proposte pratiche. Lo spazio e il tempo tiranni mi costringono a riportare solo pochi e brevi brani della sua opera maggiore, Esame economico del sistema civile uscito a Napoli nel 1780 per i tipi della Stamperia Simoniana, un testo attualissimo e che, secondo me, sarebbe opportuno leggesse più d’uno degli strambi economisti dei nostri giorni1, e non solo lui …

I bisogni eccitati dalla fame, dalla sete, dal freddo, dal caldo, si riparano con facilità dalla beneficenza della natura e dalla vigilanza dell’uomo; ma i bisogni eccitati dalla vanità, dal fasto, dall’orgoglio, dall’ambizione, dalle passioni imperiose e dai vizj ragionati son voragini immense, capaci di assorbire tutti i beni della terra.

Se non è questa un’analisi lucida, spietata, definitiva dei guasti che il profitto ad ogni costo e il consumismo avrebbero di lì a poco provocato, dite voi cos’è.

L’antichità ebbe in pregio l’olio della Magna Grecia e commendò il prodotto di Turio (Ateneo, I deipnosofisti, libro II) come eccellente; ma soprattutto la penisola Salentina, per l’abbondanza e la squisitezza di questo genere, diede il nome (Plinio, Naturalis Historia, Libro V, capitolo V) ad una specie di ulivi non ignorata da’ Romani. Infatti par che la natura abbia destinato alla riproduzione degli ulivi le fertili colline della Japiggia, ove tutto ciò che rimane abbandonato alla spontanea vegetazione della terra, si vede ricoperto di olivastri, che innalzano le fruttifere chiome al par degli alberi più spaziosi: segno evidente che la forza produttrice del suolo non adotta, ma genera queste piante.  

Anche queste parole, purtroppo, appaiono profetiche e l’amare revisione del periodo finale, alla luce della calamità in corso e tenendo nel dovuto conto l’incertezza della sua eziologia, potrebbe suonare così:  … ove tutto ciò che rimane desolato dall’avvelenamento chimico della terra fa morire olivi, olivastri e non solo: segno evidente che la vilentata fertilità del suolo non solo non accetta altre forme di vita ma genera la morte di quelle che ci sono.

Quanta rabbia, poi, nel pensare ad un primato, si può dire, mondiale che proprio Gallipoli deteneva: La zappa ed il concime son le cause determinanti di quella perfezione, per cui l’olio della Japiggia ha il merito dell’incorruttibilità che mai non ebbe l’olio de’ Romani, qual non fu possibile conservar oltre lo spazio di un anno (Plinio, Naturalis historia, libro XV, capitolo III). E questo merito lo fa divenire prezioso e desiderato dalle nazioni Settentrionali, che giustamente attribuendo più valore alle derrate men domabili dalla corruzione, concorrono a gara a farne l’acquisto nell’emporio più ricco che abbia in tal genere la penisola Salentina.

Poteva immaginare Filippo che le nostre (vale come italiane, non esclusivamente salentine) derrate sarebbero diventate più domabili dalla corruzione proprio in virtù di una legislazione europea penalizzante con le sue disposizioni burocratiche a tratti ridicole, se non demenziali, contro cui ben poco hanno fatto e continuano a fare i nostri rappresentanti?

E che le sue non fossero solo teorie lo dimostra il fatto che quando nel 1763 era stato eletto sindaco in un periodo caratterizzato dalle lotte cittadine dei contrapposti interessi e, per giunta, dalla carestia, egli provvide, con la collaborazione del fratello Domenico che era stato eletto giudice, ad operare, in concorrenza con gli incettatori napoletani, tempestivi acquisti di grano e riduzione delle gabelle sulla farina a vantaggio soprattutto dei ceti meno abbienti. E tre anni dopo l’amministrazione dell’ospedale cittadino, a lui assegnata, fu improntata alla repressione degli abusi delle gestioni precedenti e, soprattutto, alla cura degli infermi.

E ancora: nel 1771 indirizzò una Memoria  a Ferdinando IV per esporre al sovrano la necessità della collaborazione del governo centrale nella costruzione a Gallipoli di un porto adeguato dopo gli innumerevoli naufragi subiti dai mercantili e a tal fine proponeva di porre fine ai privilegi fiscali degli ecclesiastici e dei nobili proprietari di oliveti, di sottoporre ad  un’equa tassa i mercanti e di mettere a disposizione le somme inutilizzate dei luoghi pii.

A difesa, poi, della tonnara di Gallipoli, della quale si era già occupato quando era sindaco, tornò nel 1785 quando il conte di Conversano, duca di Nardò, ne aveva installata una propria su un tratto di costa attiguo a Gallipoli. Insomma, un assolutista illuminato, altro che il principe azzurro (residui del patto del Nazareno …?; ho scritto  Patto e non patto per paradossale rispetto al Nazareno, quello autentico) che annunzia a Washington di voler svegliare la bella addormentata nel bosco …! (http://www.corriere.it/esteri/15_aprile_16/renzi-genocidio-armeni-la-turchia-deve-rispettare-valori-comunita-ue-f10c7e02-e47f-11e4-868a-ccb3b14253dc.shtml). Ma non doveva prima portarci fuori dalla palude che, nel frattempo, ha assunto le sembianze e, purtroppo, gli effetti delle sabbie mobili?

http://www.rockol.it/testi/50753259/romina-falconi-un-attimo?refresh_ce (l’immagine di base è una tavola di Gustave Doré del 1867)

Poteva un uomo simile, mi riferisco a Filippo Briganti …, trascurare le lettere? E infatti, come ricordato dal suo biografo, non le trascurò; aggiungo e preciso che soprattutto negli ultimi decenni della sua vita coltivò intensamente a poesia e fu socio dell’accademia dell’Arcadia col nome arcadico di  Rosmenio Tiriense. Dalle pagine 56-95 (parte intitolata Frammenti poetici) di Miscellanea di Filippo Briganti Patrizio Gallipolitano preceduti dall’elogio storico del medesimo scritto da Giovanni Battista De Tommasi de’ conti Paladini di Gallipoli, Porcelli, Napoli, 1818 riproduco tre suoi sonetti in stretta attinenza con Gallipoli. Il primo è di carattere religioso (come molti altri della raccolta), gli altri due sono elogi funebri. Ad ogni testo in formato immagine dalla pubblicazione originale ho aggiunto in calce qualche link o a fronte qualche mia nota per il lettore, anche salentino, desideroso di approfondimenti.

Su Sant’Agata e Gallipoli:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/08/8-agosto-santagata-la-buona-e-gallipoli/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/05/5-febbraio-santagata-gallipoli-e-una-reliquia-della-martire-catanese/

g

CARLO MUZIO: giureconsulto gallipolino appartenente a nobile famiglia (di seguito il portale di Palazzo Muzio in cui nacque e visse per qualche tempo Carlo, a Gallipoli), fu presidente togato della Regia Camera della Sommaria, cioè di quel supremo tribunale  competente ad esaminare e a decidere nella cause feudali in cui  fossero coinvolti gli interessi del regio fisco.

Sebeto: nome del fiume che bagnava l’antica Napoli.

al ferètro:  (diastole per esigenza metrica)=nella bara.

Temide: o Temi, dea delle acque e della giustizia.

Timiami: incensi; la voce è dal latino tardo thymiama, che è trascrizione del greco ϑυμίαμα (leggi thiumìama), a sua volta da ϑυμιάω (leggi thiumiào)=profumare.

Partenope: nome della sirena sul cui luogo di sepoltura, secondo la leggenda, sorse Napoli.

la Patria: Gallipoli.

involarmi=sottrarmi.

alma=anima.

onta=dispetto (alla lettera: vergogna, offesa).

Gallipoli, portale di Palazzo Muzio. Da notare lo stemma: braccio con nella mano un pugnale e steso su un braciere ardente, allusione alla leggenda di Gaio Muzio Scevola). Di seguito lo stemma visibile nella parte denominata Palazzo piccolo.

GIOVANNI PRESTA (1720-1797): http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/26/un-grande-medico-al-servizio-degli-ulivi-secolari/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/27/giovanni-presta-ovvero-quando-eravamo-noi-a-chiedere-alleuropa/

Pallade: Pallade Atena (Minerva per i Romani) nell’assegnazione dell’Attica si aggiudicò la vittoria donando ai suoi abitanti l’olivo e battendo Poseidone che con un colpo di tridente aveva fatto venir fuori il cavallo.

dei Re le ricompense: allude al medaglione d’oro donatogli da  Caterina II di Russia, cui il Presta aveva dedicato la sua opera.

Il lettore avrà notato come nel primo sonetto sono totalmente assenti i riferimenti mitologici (o delle religioni pagane) presenti, invece, progressivamente, negli altri. Spiego il progressivamente: nel secondo sonetto dopo Sebeto (che in alcune monete del V secolo a. C. è rappresentato come una divinità fluviale), Temide e Partenope, Dio chiude il componimento; nel terzo unica protagonista mitologica è Pallade. Insomma un uso modulare di uno degli elementi caratterizzanti la poesia arcadica con la sua assenza nell’agiografia e la sua graduale, come s’è visto, ricomparsa nei due elogi funebri che valgono come sintetiche biografie.

Non posso in chiusura non ricordare cosa scrisse Henry Winsburne nella prefazione del suo Travels  in two Siciles, Esmsly, Londra, 1783:  I am particularly indebted to Monsignor Capecelatro, Archbishop of Taranto; Counsellor Monsignor Galiani; D. Filippo Briganti Patrizio di Gallipoli; D. Pasquale Bassi; D. Domenico Cirillo; George Hart, Esquire; Padre Antonio Minasi of the order of St. Dominick; D. Domenico Minasi, Arciprète of Molocchio; and D. Giovanni Presta of Gallipoli (Io sono particolarmente grato a Monsignor Capecelatro, Arcivescovo di Taranto; Guida Monsignor Galiani; Don Filippo Briganti Patrizio di Gallipoli; D. Pasquale Bassi; D. Domenico Cirillo; George Hart,  accompagnatore; Padre Antonio Minasi dell’ordine di S. Domenico; D. Domenico Minasi, Arciprete di Molocchio; e D. Giovanni Presta di Gallipoli).

(CONTINUA)

Per la prima partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2015/04/16/i-tre-briganti-di-gallipoli-ovvero-buon-sangue-non-mente-13/

Per la terza partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2015/04/26/i-tre-briganti-di-gallipoli-ovvero-buon-sangue-non-mente-33/

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1 Per chiunque ne abbia interesse: http://books.google.it/books?id=2rMvAAAAYAAJ&printsec=frontcover&hl=it#v=onepage&q&f=false

I tre Briganti di Gallipoli, ovvero buon sangue non mente (1/3)

di Armando Polito

Prima di entrare in argomento la deformazione un tempo qualificabile come professionale, ora ex pure lei, mi induce, comunque, a fare una premessa a favore dei lettori più giovani, ai quali per fretta o superficialità può sfuggire  un’iniziale maiuscola o, peggio, a causa dell’ignoranza, è sconosciuta la sua differenza funzionale rispetto ad una minuscola. Non perdo tempo con questi ultimi che, pur non avendo capito il rimprovero potranno sempre invocare nel frattempo, in caso di loro errore nella scrittura, l’attenuante del tasto delle maiuscole bloccato … ma faranno bene a chiedere nel più breve tempo possibile lumi ai loro insegnanti nella speranza che questi non abbiano le batterie esaurite, anzi guaste …; dico ai primi che l’iniziale maiuscola di Briganti non è dovuta a nostalgia del vezzo spagnoleggiante in voga qualche secolo fa e che induceva a scrivere pure Cesso per cesso, né a particolare stima per una categoria del passato che certa storiografia non proprio imparziale ha liquidato troppo frettolosamente come delinquenziale. Briganti è il cognome di una famiglia di Gallipoli alla quale va a pennello il detto buon sangue non mente.

È, infatti, a tre suoi illustri rappresentanti che è dedicato questo lavoro, più esattamente compilazione di compilazione, in tre puntate, in cui è privilegiato l’aspetto iconografico. Insomma una raccolta di materiale che può tornare utile a chi volesse approfondire. Le immagini sono tratte tutte dalla Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, una raccolta di scritti di vari autori fatta da Domenico Martuscelli in 15 tomi pubblicati per i tipi di Nicola Gervasi a Napoli dal 1814 al 1830.  La biblioteca comunale Achille Vergari di Nardò li possiede tutti, meno il IX e il X. In rete sono tutti consultabili e scaricabili1 e ho notato con una punta di orgoglio la presenza proprio dei tredici esemplari neretini, come mostrano le immagini relative al tomo I.

1

 

Questa prima puntata prevede un incontro con Tommaso, le cui sembianze (incisione di Carlo Biondi) e biografia (a firma di Giovanni Battista De Tomasi di Gallipoli) sono riprodotte di seguito dal tomo IV della compilazione citata.

Traduco l’epigrafe funeraria: A Dio Ottimo Massimo/Oh come cadono le cose umane!/A Tommaso Fausto Briganti,/uomo esimio e patrizio,/figlio di Giulio Carlo Domenico e di Agnese Capano,/nel supremo senato napoletano/oratore facondissimo/esempio tra i maggiori nell’amore per la città,/uomo illustrissimo inflessibile per rettitudine,/acerrimo difensore dell’incolumità della patria,/della repubblica delle lettere/per l’arte della giurisprudenza e per varie riflessioni/benemerito,/per rispetto della religione, per delicatezza nei confronti dei poveri/insigne,/nel 74° anno di sua vita,/1762° dell’era volgare/preso da morte,/al padre dolcissimo/testimonianza di tristezza e di animo grato/presso le spoglie mortali/i figli posero.   

Nell’immagine che segue, tratta ed adattata da Google Maps, il palazzo Briganti nell’omonima via e il dettaglio della targa commemorativa.

IN QUESTA CASA

NACQUERO MORIRONO

TOMMASO E FILIPPO BRIGANTI

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IL MUNICIPIO RIVERENTE POSE

1878

SINDACO MICHELE PERRIN

 

Il Filippo dell’iscrizione è il primogenito dei sei figli che Tommaso ebbe (quattro maschi e due femmine). Tra loro si distinse particolarmente, oltre Filippo al quale sarà dedicata la seconda parte, Domenico, che sarà ricordato nella terza. Ernesto fu prima dignità del Capitolo di Gallipoli e poi vescovo di Ugento; Attanasio fu predicatore missionario. In ombra la vita delle due figlie, storia vecchia e nuova, nonostante il femminismo,  le leggi sulle quote rosa, sulle pari opportunità di genere e sul femminicidio, che io trovo, per certi aspetti che qui sarebbe fuori luogo e troppo lungo esporre, ridicole ed offensive per la stessa femminilità.

Chiudo questa prima parte col frontespizio della Pratica criminale nell’edizione del 1770.2

(Continua)

Per la seconda partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2015/04/19/i-tre-briganti-di-gallipoli-ovvero-buon-sangue-non-mente-23/

Per la terza partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2015/04/26/i-tre-briganti-di-gallipoli-ovvero-buon-sangue-non-mente-33/

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1

(tomo I) http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ASBLE017072&teca=MagTeca+-+ICCU

(tomo II)

http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ANAPE005839&teca=MagTeca+-+ICCU 

(tomo III)

http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ANAPE005840&teca=MagTeca+-+ICCU 

(tomo IV)

http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ASBLE017073&teca=MagTeca+-+ICCU 

(tomo V)

http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ASBLE017074&teca=MagTeca+-+ICCU 

(tomo VI)

http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ANAPE013126&teca=MagTeca+-+ICCU 

(tomo VII)

http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ANAPE013127&teca=MagTeca+-+ICCU 

(tomo VIII)

http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ANAPE013128&teca=MagTeca+-+ICCU 

(tomo IX)

https://books.google.it/books?id=VpqRqzZ4v88C&printsec=frontcover&dq=editions:nyGnSFQfGQMC&hl=it&sa=X&ei=sZnoVNmWMcS6Ub2ygbAK&ved=0CEkQ6AEwBg#v=onepage&q&f=false 

(tomo X)

https://books.google.it/books?id=5uYiXBvMel0C&printsec=frontcover&dq=editions:nyGnSFQfGQMC&hl=it&sa=X&ei=sZnoVNmWMcS6Ub2ygbAK&ved=0CC4Q6AEwAg#v=onepage&q&f=false

(tomo XI)

http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ANAPE013215&teca=MagTeca+-+ICCU 

(tomo XII)

http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ASBLE017075&teca=MagTeca+-+ICCU 

(tomo XIII)

http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3AIEIE007434&teca=MagTeca+-+ICCU 

(tomo XIV)

http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3AIEIE007435&teca=MagTeca+-+ICCU 

(tomo XV)

http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3AIEIE007436&teca=MagTeca+-+ICCU

 

2 Posseduto per il Salento dalla  Biblioteca Comunale Granafei a Mesagne e dalla Biblioteca Casa di Dante a Galatina, l’opera è integralmente consultabile e scaricabile da https://books.google.it/books?id=qkJgAAAAcAAJ&pg=PA1&dq=pratica+delle+corti+regie&hl=it&sa=X&ei=jbblVMKwOIv7UuWEgNgJ&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q=pratica%20delle%20corti%20regie&f=false

Santa Maria della Purità, in Gallipoli. Istantanea di Passione

gallipoli

DAL  23 AL 31 AGOSTO L’ARTE INCONTRA L’ARTE:  “ISTANTANEA DI PASSIONE ‘14” IN MOSTRA A GALLIPOLI

 

Dialogheranno le opere fotografiche con quelle pittoriche,  nella chiesa di Santa Maria della Purità, in Gallipoli. L’evento è frutto del concorso fotografico “Istantanea di Passione ‘14”, indetto dall’Associazione FESTA di Conversano, che ha coinvolto l’intera Regione. Nelle istantanee dei partecipanti si incontreranno i sentimenti, i luoghi e le espressioni della Puglia, durante i riti della Settimana Santa. La mostra costituisce una raccolta preziosa per la divulgazione, la valorizzazione e la tutela delle tradizioni popolari. Del tutto eccezionale e gradita, la presenza di una rilevante opera, “Dall’impronta di Gesù”, unica nel suo genere, creazione dell’artista e docente presso l’Accademia delle Belle Arti di Roma,  Veronica Piraccini.

Sarà, come detto, la chiesa di Santa Maria della Purità ad ospitare l’evento. Il secentesco tempio, austero nel prospetto esterno, prorompe nella barocca apoteosi pittorica interna, raggiungendo  il suo vertice nella pala d’altare della titolare, dipinta dall’insigne artista partenopeo, Luca Giordano.

La mostra ha già incontrato il favore della critica nella sua prima presentazione al pubblico, presso la magnifica chiesa di San Domenico in Bitonto. Dopo l’appuntamento  di Gallipoli,  le opere saranno ospitate presso il castello Episcopio di Grottaglie. Tappa conclusiva dell’itinerario regionale sarà Conversano, che vedrà la premiazione delle tre opere vincitrici, provenienti dalle Città omaggiate.

Altro che agenda digitale!

di Armando Polito

Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto,/chi ha dato, ha dato, ha dato…/scurdámmoce ‘o ppassato,/simmo ‘e Napule paisá! recita il ritornello della celebre tarantella di Fiorelli-Valente. Sono passati esattamente 70 anni da quando la canzone venne composta,  ben 167 dalla composizione dell’Inno di Mameli, inno che potrebbe essere più realisticamente surrogato dalla canzonetta napoletana dopo aver sostituto il Napule dell’ultimo verso (che poi corrisponde al titolo) con Italia. La sostituzione, però, non è agevole né corretta metricamente parlando ed è come se perfino la tanto malandata Napoli si rifiutasse di indossare le vesti di questa sgangherata penisola.

Così l’invito di lasciare da parte il passato e pensare al futuro suona beffardo e quasi una celebrazione musicale del noto principio gattopardesco, soprattutto alla luce di quel chi ha avuto, ha avuto, ha avuto,/chi ha dato, ha dato, ha dato, che per una sorta di maledizione sembra voler continuare ad estendere il passato prossimo nel presente e nel futuro.

E il futuro evoca ciò che già in altre nazioni, che abbiamo ancora l’incosciente spudoratezza di definire meno evolute di noi, è stato realizzato da tempo: la famigerata agenda digitale, nesso con cui la politica si sciacqua giornalmente la bocca sputando ovvie banalità che la maggior parte di noi, purtroppo, si precipita a bere, deprivata com’è pure della capacità di provare quel sentimento nobilissimo che si chiama schifo.

Si prospetta ancora una volta una valanga di parole, una montagna di progetti, uno sperpero di pubblico denaro (per la stesura di quei progetti e poi per la loro, si fa per dire, realizzazione) nella ripetizione di un copione giudicato fallimentare dagli stessi interessati, come chiunque può rendersi conto leggendo (arrivare fino in fondo e non spaccare il monitor costituisce un bonus pari alla metà di punti necessari per andare dritti dritti in Paradiso …) quanto è riportato al link http://documenti.camera.it/leg17/dossier/Testi/TR0146.htm.

Non mi meraviglierei, perciò, se si ripetesse quanto successo in passato, quando parecchi settori della pubblica amministrazione erano stati informatizzati con attrezzature avveniristiche costate almeno il doppio rispetto al prezzo di mercato ma col risultato brillante di non servire praticamente a nulla perché non in grado di dialogare tra loro per motivi legati all’hardware o al software (esilarante per quest’ultimo l’adozione di sistemi operativi diversi e incompatibili tra loro).

Più di una volta ho stigmatizzato in questo stesso sito  la nostra scandalosa arretratezza relativamente alla digitalizzazione e all’immissione in rete, per una fruizione totalmente gratuita, del nostro sterminato patrimonio culturale. Nel frattempo, mentre gli altri sono felicemente in azione già da decenni, non è successo nulla e debbo riconoscere di essere un povero ingenuo quando, pur avendo insegnato latino e greco, dimentico che agenda (gerundivo neutro plurale diventato, poi in italiano femminile singolare) in latino significa cose da fare e che acta, invece, significa cose fatte. Allora, fino a quando si parlerà di agenda e non di acta (o, con assimilazione, atta, neologismo che non brevetterò …) digitale, che cosa pretendo? Non conta niente, poi, che in JobsAct il secondo componente deriva dal latino actum, singolare del precedente acta? Siamo, perciò, sulla buona strada e la smettano pure i gufi e disfattisti di parlare, con riferimento a quello attuale, di governo degli annunci; cosa dire, allora, del precedente governo del fare (non del da fare …) per il quale l’agenda digitale era una delle priorità? Almeno questo è sincero, come sincero, rispetto all’esito finale, è stato chi ha progettato il MOSE in cui, come ho avuto occasione di dire (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/11/il-ponte-tra-otranto-e-apollonia-con-uno-sguardo-al-presente-e-purtroppo-anche-al-futuro/), S sta per sperimentale; con questi precedenti, per lui devastanti, solo un pessimista incorreggibile può sospettare che, in ossequio a questa nefasta (sempre secondo lui) sincerità, pure la banda larga diventerà un allargamento della banda dei soliti disonesti e, più o meno, noti.

Ora dovrei dire – Passiamo a cose più serie! -, come se queste non lo fossero …

Dopo aver ringraziato per analoghi lavori precedenti il sito della Biblioteca Nazionale di Francia, oggi intendo farlo con quello della Biblioteca Nazionale di Spagna e rendere partecipe il lettore che ne ha interesse di una vera e propria chicca, il Theatrum civitatum nec non admirandorum Neapolis et Siciliae regnorum pubblicato ad Amsterdam da Jean Blaeu, famoso cartografo olandese, nel 1663. L’opera è visibile e scaricabile in alta definizione al link http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000001517. Il file integrale in pdf è molto pesante (ben 518 MB) e per avviare l’operazione basta cliccare sul simbolo del dischetto in alto a sinistra e poi farsi con gli amici un giretto per tutti i bar della città o del paese.

Chi non ha amici o del bar odia pure la parola ma  dispone di un secondo pc può visionare, cliccando sulla relativa miniatura, la pagina (sempre in pdf) che desidera e poi salvarla. Quando la riaprirà con Acrobat reader potrà continuare ad avvalersi dello zoom e studiarne così agevolmente ogni dettaglio.

Riporto di seguito il frontespizio e le pagine relative alle mappe (tralascio per motivi di spazio il testo in latino che le accompagna; se a qualcuno interessa me lo faccia sapere e provvederò subito all’integrazione)  di Brindisi, Gallipoli e Nardò, gli unici centri di Terra d’Otranto che hanno avuto l’onore di trovare ospitalità nell’opera, a testimonianza dell’importanza che essi avevano all’epoca.  Cliccando sul link che compare in calce ad ogni mappa (qui per ovvi motivi in bassa definizione) il lettore accederà direttamente alla pagina nella definizione originale.

 

                                                                                     Brindisi

(il TARENTO della carta è un errore, per cui vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/09/brindisi-e-il-suo-porto-cornuto/)

Gallipoli

Nardò

 

Gallipoli, 18 aprile 1948: una scrutatrice d’eccezione!

manifesto di propaganda elettorale tratto dal sito www.cronologia.leonardo.it

di Piero Barrecchia

1948– Da circa cento anni, un simulacro aveva preso possesso della devozione dei gallipolini. Da circa cento anni, confidenzialmente, quel popolo invocava, nel mese di maggio, “l’augustissima Regina dè Fiori” e si deliziava nell’elencare le più disparate specie florensi, in una nenia incessante, cingendo idealmente il capo, il seno, la chioma, le mani, i piedi e le vesti, della “bella Figlia di Gioacchino” e puntualmente, dopo aver posato quel fiore, sul posto recitato, non contento, quello stesso popolo diceva :“…ma il fiore a Te più grato è l’Ave Maria!”.

Così, all’infinito, dall’inizio!

Da quando il presule dell’epoca, Mons. La Scala, volle quel simulacro, di fattura romana, ispirato alla Madonna di Francia. Ma, se già i danteschi versi : “… qual vuol grazia ed a Te non ricorre sua disianza vuol volar senz’ali” anticiparono la potenza di Maria, non si conosceva, fino al 1948 la sua influenza politica. Quella statua, tra le navate della Cattedrale gallipolina, assisteva ogni giorno al via vai dei fedeli ed ascoltava dal popolo, oltre alle preghiere rivoltele, le considerazioni sulle imminenti elezioni, tra un’Ave Maria ed un’altra!

Quella statua fu anche testimone della preoccupazione di un Pastore, che non riusciva proprio a concepire la sostituzione del simbolo sturziano, con una falce ed un martello. Ci sarebbe stato questo rischio, da scongiurare a botta di preci, intronizzando anticipatamente quel magnifico simulacro, al quale il popolo si rivolgeva, concludendo le sue preghiere con la provvidenziale frase “… i fiori della campagna Ti salutano…”.

Ed a chi ci si poteva rivolgere, allora, se non a chi di campagna si intendeva? Certamente, la prece non precisava di qual tipo di campagna si trattasse e proprio l’imprecisione delle iniziali ispirazioni, non poteva escludere la Campagna elettorale!

il simuacro della Madonna dei Fiori nel Duomo di Gallipoli
il simuacro della Madonna dei Fiori nel Duomo di Gallipoli

Fu allora che la Regina della campagna (elettorale) non disdegnò di farsi presente, di confortare il preoccupato presule (all’epoca del fatto Mons. Nicola Margiotta) e di guardare, con pietà, quei poveri figli, combattuti tra il simbolo dello spirito e quello riportante arnesi di lavoro, contrastati sul come portare a casa quel necessario pane quotidiano.  E miracolo fu!

Gli occhi del simulacro si mossero, più volte, alla vigilia del 18 aprile 1948 e ne fu testimone tanta gente, mentre Togliatti, da Milano, si scagliava contro il vescovo di Gallipoli, che a suo dire, tra le litanie, inseriva gli elogi sull’onorevole Codacci-Pisanelli. Inutile soffermarmi sull’esito (scontato) tra divino ed umano.

Né entrerò nel merito del soprannaturale. Anzi, 66 anni dopo il primo sacro intervento, alla vigilia di nuove elezioni, in presenza di tanti fiori di Campo, apparendo la scelta più difficoltosa, sarebbe auspicabile un vero miracolo!!!

La Terra d’Otranto vista da un viaggiatore inglese del XVIII secolo forse troppo schizzinoso ma certamente un po’ ignorante (senti chi parla! …)

di Armando Polito

È noto che il fenomeno del Grand tour (viaggio culturale nell’Europa continentale fatto da chi poteva permetterselo), che iniziò dal XVII secolo per raggiungere il suo acme nel successivo e scemare progressivamente nel XIX,  aveva come tappa canonica, per lo più conclusiva, l’Italia. Di parecchi di questi viaggi abbiamo il resoconto in forma più o meno diaristica. Qui leggeremo di quello di Henry Swinburne alcuni stralci riguardanti la nostra terra, tratti da Travels in the Two Sicilies by Henry Swinburne in the Years 1777, 1778, and 1779, P. Esmsly, London, 1783, t. 1, passim, con la mia traduzione a fronte1.

Dal giudizio impietoso dell’inglese si salvano Gallipoli e Taranto (parzialmente, come vedremo, Brindisi), ma  solo per la loro importanza economica (tanto per cambiare …). In particolare: per  Gallipoli (pagg. 368-375) tutta l’attenzione viene dedicata alla produzione ed al commercio dell’olio e alla figura di Giovanni Presta e, delle quattro tavole relative alla Terra d’Otranto, due sono dedicate a Taranto (tra le pagine 226-227 e 334-335) e due a  Brindisi (tra le pagine 384-385 e 396-397).

 

E ora becchiamoci quanto segue!

OTRANTO,  pagg. 376-377

 

 

 

 

 

 

 

 

BRINDISI, pagg. 383-384

4

 

Meno male che il nostro viaggiatore si associa poi (non riporto il brano per brevità) al giudizio unanimemente più che positivo sul porto di questa città.

LECCE, pag. 380

 

 

 

 

 

 

 

 

 

pagg. 381-382

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Purtroppo non so leggere la musica e, a beneficio del volenteroso lettore che volesse aiutarci a conoscere sonoramente il motivo (basta che sia in grado di farlo; ce lo dica e io gli fornirò le istruzioni per rendere tutti partecipi del suo prezioso contributo), di seguito riproduco ingrandito lo spartito.

7

 

Come se non bastasse, bisogna dire che il giudizio poco lusinghiero di questo viaggiatore sull’architettura leccese, e non solo, non fu isolato. Esso sembra quasi la fotocopia leggermente edulcorata di uno precedente espresso qualche anno prima, questa volta da un tedesco, da Johann Hermann von Riedesel in Reise durch Sicilien und Grossgriechenland, Drell, Gesner, Füesslin und Comp., Zurigo, 1771, pagg. 226-230.

…….

Concludo sconsolatamente chiedendomi cosa scriverebbe oggi (forse l’ha già scritto e io non l’ho letto …) ancor più sfortunatamente per noi e di noi il turista straniero medio, fortunatamente più acculturato di quello appartenente al turismo pur elitario di cui abbiamo visto una testimonianza e giustamente scandalizzato dal livello di degrado, abbandono e ridicolo rispetto in cui versa il nostro patrimonio culturale.

In attesa che qualcosa succeda riconosco, con lo spartito ancora sotto gli occhi, di essere anch’io un po’ (?) ignorante, proprio  come il nostro viaggiatore inglese di oggi che avevo accusato della stessa colpa …

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1 Il volume originale e quello del tedesco di cui dirò dopo (dai due ho tratto tutte le immagini) sono leggibili e scaricabili, rispettivamente, da

https://archive.org/details/travelsintwosici01swin

http://www.e-rara.ch/doi/10.3931/e-rara-17761

 

Gallipoli, le cavallette e i gabbiani

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.expopuglia.it/turismo/visita-la-puglia/brindisi-e-provincia/lecce-e-provincia/gallipoli-e-i-gabbiani-lecce-208
immagine tratta da http://www.expopuglia.it/turismo/visita-la-puglia/brindisi-e-provincia/lecce-e-provincia/gallipoli-e-i-gabbiani-lecce-208

Ciò che sto per documentare è un esempio ante litteram di lotta biologica e risale al XVI secolo. Antonio de Ferrariis alias Galateo (1444-1517) nel De situ Japygiae scritto tra il 1506 e il 1511 ma pubblicato postumo a Basilea per i tipi di Pietro Perna nel 1558 così ricorda una delle calamità che affliggevano la Terra d’Otranto ai suoi tempi: Gignit etiam regio bruchos; ii parum peninsulae fines trasgrediuntur. Peculiare huic regioni malum, animalia sunt, quae omnia solo tactu foedant, omnia devorant, omnia more hostium vastant: nihil qua transeunt virens, nihil intactum relinquunt. Videre saepe rustici suas messes, suos annuos labores pene maturos, ac falcibus vicinos, una qua ibi bruchi nocte castrametati sunt, atra ingluvie, et acutis dentibus corrosisse, et quandoque ab arboribus non abstinent. Vacavit Provincia hac peste multis annis, ope marinarum avium, quas Gainas appellant, quarum ova, aut pullos ne quis violaret, lege cautum est. Hae bruchorum foetus tamquam a Deo missae, rostris e terra excavant; deinde post aequinoctium vernum, quum e terra prodire incipiunt, devorant implumes, ut sic dicam, seu non dum alatos, deinde volantes depascuntur. Hoc contigisse Plinius ait incolis Casii montis, quibus praesidio erant Seleucides aves, locustis eorum fruges vastantibus. Nunc autem avium, quas diximus defectu (eorum enim foetus post bruchorum interitum vastare coeperunt) aut deorum ira aut aliqua ignota nobis iniuria bruchi rediere, et iterum felices Salentinos campus populari coeperunt.

Traduzione: La regione pure genera cavallette; esse quasi oltrepassano I confini della penisola. Flagello peculiare per questa regione, sono animali che recano rovinano tutto col solo contatto, divorano ogni cosa, ogni cosa distruggono secondo il costume dei nemici: per dove passano nulla nessun vegetale lasciano intatto. Spesso i contadini hanno constatato che i bruchi, laddove una sola notte avevano messo gli accampamenti, avevano divorato con l’atra bocca e con gli acuti denti le loro messi, le fatiche di un anno quasi mature e vicine alla falciatura; e talora non si tengono lontani neppure dagli alberi. Fu al riparo la provincia da questa peste per molti anni grazie agli uccelli marini che chiamano gabbiani, le cui uova o i piccoli perché nessuno toccasse ci si cautelò con una legge. Questi, quasi mandati da Dio, col becco estraggono dalla terra i feti delle cavallette; poi, dopo l’equinozio di primavera, quando cominciano ad uscire dalla terra, li divorano implumi, per così dire, o non ancora alati, poi li divorano pure quando sono in grado di volare. Plinio dice che ciò capitò agli abitanti del monte Casio ai quali erano di aiuto gli uccelli seleucidi [Seleucia era il nome di varie città dell’Asia] quando le locuste devastavano le loro messi. Ora invece per difetto degli uccelli di cui abbiamo parlato (infatti cominciarono a sterminare i loro piccoli dopo la morte delle cavallette) o per ira degli dei o per qualche offesa a noi sconosciuta le cavallette son tornate e hanno cominciato di nuovo a devastare i felici campi salentini.

Ho tradotto con cavalletta il bruchus dell’originale. Tale voce evoca subito l’italiano bruco, al quale ha dato origine. Ora qualcuno dirà che tra il bruco e una cavalletta c’è una bella differenza. Certo, ma il problema è che bruchus nel latino classico indica costantemente la cavalletta, in quello medioevale (anche nella variante brucus) sia il bruco che la cavalletta. Io ho privilegiato in traduzione la cavalletta sulla scorta di una delle testimonianze che seguono e, quando arriveremo, riprenderò il discorso.

E poco dopo, siamo sempre al Galateo, con riferimento particolare a Gallipoli: Longe ab urbe mille passibus insula est pari ambitu. Hic Gainarum avium, quas diximus, magnus proventus, et toti provinciae salutaris.

Traduzione: Lontano dalla città un miglio c’è un’isola di pari circonferenza. Qui grande è l’abbondanza di uccelli gabbiani, dei quali ho detto, e salutere per tutta la provincia.

Che il flagello fosse antico lo confermano alcune memorie anteriori rispetto al Galateo. La prima fa parte del Chronicon neritinum di un certo abate Stefano e risalente al XIV secolo, testo che, però, la critica quasi concordemente considera un falso settecentesco, uno dei numerosi attribuiti al Tafuri:

1220 Fora li grillli per omne loco di terra d’Otranto e fecero de lo grande danno, che se mangiariono li seminati.

1230 Foro tanti grilli, che se mangiaro omne cosa, che foe na compassione, et dicti grilli foro per tutto lo Reame, che lo imperadore mandao ordine, che omneuno dovisse andare pe ammazzareli. Ma non si fece nulla; et lo abbati de placare la ira de Dio ordenao se dovessi fare processioni di penitenzia, e s’incomenzao de la prima giovedì de pascha, et duraro fin’a la festa de la Pentecoste: et così se fece pure in omne anno pe liberare la cettate da sì brutti animali, che fanno mulcto danno e rovina.  

E, dopo questa testimonianza quanto meno dubbia, passo  ad altre più sicure. Nelle cronache di Antonello Coniger (seconda metà del XV secolo):

1468 Lo Imperatore Federico III venne da la Manghain Roma ad accomandato da Papa Paulu II. Foro in questo Rengho, et sinnanter in Terra d’Otranto tanti li Bruculi, che tutti li Grani, Legumi mangiavanu, et durò pe paricchi anni, et po pe voluntà de Dio sparera suli.

1478 … Foro tante de Campie grandi ad modo di Lucerte, che se mangiavano tutte le Vigne, che fo de besogno mittere gran quantità d’huomini cum forfici a farele talliare, altramente ghastavano tutto.

1506 … in questo anno vennero li Bruchi in Terra d’Otranto, et in Lecce li fero una scomunica, che poco danno fera. 

Nei Diarii di Lucio Cardami (XV secolo):

1458 Indictione sexta. A dì 20 Aprile vennero in omne terra d’Otranto tanti de brucoli, che fo no stopore, et se mangiaro omne seminato, vigneto, albori, et omne cosa, et pe tutto l’anno ci fo na penuria grande.

Nelle cronache appena citate i nefasti protagonisti hanno il nome di grilli, brùculi, campie, bruchi, brùcoli. Soffermo la mia attenzione su brùculi (di cui brùcoli è variante) e càmpie, tenendo conto, per comodità, del singolare. Brùculo suppone un *brùchulu(m) diminutivo di bruchus. Càmpia, che nel dialetto salentino indica sempre quello che in italiano intendiamo come bruco, coincide col neogreco κάμπια (leggi càmpia) che è dal greco classico κάμπη (leggi campe), entrambi col significato di bruco. Nel dialetto salentino la cavalletta è chiamata crucùddhu che è da un  precedente *brucullu(m) anch’esso diminutivo. come *brùchulu(m), di bruchus, attraverso il passaggio b->c– per influsso della seconda sillaba di *brucullu(m). Tenendo proprio conto della distinzione semantica tra càmpia e crucuddhu io propenderei ad attribuire, perciò a tutti i bruchus/bruco incontrati, compreso quello del Galateo che avevo lasciato sospeso, il significato di cavalletta, anche perché l’attributo di volante più volte ricorrente mal si adatterebbe al bruco propriamente detto.

Bruchi o cavallette che siano, che il problema fosse particolarmente grave anche in tempi successivi a quello del Galateo lo dimostra la Prammatica prima De Bruchis emanata l’8 ottobre 1562 dal Vicerè Duca d’Alcalà D. Perafante de Ribera, il cui testo riporto di seguito (in parentesi quadre le mie note esplicative) da Blasio Altimaro, Pragmaticae, edicta, decreta, regiaeque sanctiones Regni Neapolitani, Raillard, Napoli, 1682, v. I, pagg. 217-218: DE BRUCHIS  Titulus XXIII Pragmatica prima. Havendo Noi havuta relatione, che i Bruchi, che l’anno passato furono in Puglia, e nell’altre Provincie fecero gran danno a’ seminati, e che se non vi si rimedia per tempo ad estirparli, nell’anno prossimo da venire, saranno per multiplicare in un numero infinito, e fare un danno eccessivo, e tale, che non sia inteso mai il simile, e sarà per consumare, e rovinare tutti i seminati, che si faranno, e causare una gran penuria, e fame; al che volendo Noi per tutti i modi, e vie possibili rimediare, per loro estirpatione, per evitare sì intollerabile danno, ci è parso con deliberatione, voto e parere del Regio Collateral Conseglio, appresso di noi assistente, far l’infrascritte provisioni, et ordini videlicet.

1 In primis, atteso, che sogliono questi animali a tempo, ch’hanno da morire, che comunemente è nella stagione di Giugno, cercano un luogo duro e arido, dove ponendosi, et essendo loro nato un vermicciuolo nelle parti posteriori, cavano con quello, e tanto battono, che bucano quel terreno, e dentro quelli buchi fanno le lor’ova, e dalla natura si formano certe vainelle [diminutivo di guaina, che è dal fr. ant. guaine, a sua volta dal latino vagina] o cannoli, grossi poco più d’un deto picciolo, e longhi più d’un mezzo palmo, dentro le quali vainelle si conservano quell’ova poste dalla natura strettissimamente, et in tanta quantità, che con gran difficoltà si potrebbero numerare. Per questo noi ordiniamo, e così espressamente comandiamo, che l’Università delle Città, Terre, e luoghi mandino esploratori et huomini pratici per gli loro Territorii, i quali truoveranno i luoghi, dove sono andati a fare le ova, il che è facile a truovare, essendo solito di Massari conservare diligentemente i luoghi, dove sogliono sementare; e trovati detti luoghi, ordinare, che al tempo, che sarà nei mesi di Settembre, et Ottobre, poi d’haver piovuto alquanto s’arino con diligenza quei luoghi, dove stanno; poiche con l’aratro si facciano quelle vainelle, donde stanno, et escono sopra la terra, e che dopo l’acqua le venga ad infracidare, di tal maniera, che non habbiano più effetto, né possano nascere.

2 Praeterea, vogliamo, e così ordiniamo, che l’Università delle Città.Terre e luoghi debbano far raccorre nel loro territorio, dove si truoveranno questi animali, videlicet: Per ciascuno fuoco un quarto di tumolo, e quelli ciascuna sera presentare a Capitani, et Eletti delle Terre, i quali debbano farli mettere dentro de i fossi, et ivi consumargli, e triturarli, con bruciargli, e dove vi fosse acqua corrente, o mare, buttarli nell’acqua, dove putrefatti non daranno più noia; e questo debba durare per alcuni dì, e tanti, quanti parerà a detti Ufficiali, accioche totalmente s’estirpino

3 Di più vogliamo, e così espressamente comandiamo, che al tempo, che cominciano a nascere, e saltare questi velenosi animali, i padroni de’ seminati da quella parte delle terre salde, dove si sogliono porre al mangiare herba, facciano un fosso, convenientemente grande; et essendo la natura loro di andare sempre al fresco, come sentiranno un poco di caldo, s’andranno a porre dentro di quel fosso, dove essendovi entrati, si debbano ricoprire della terra cavata dal fosso, la qual terra, , quando si caverà, s’ha da porre su la sponda, et orlo de’ seminati, e lasciare piana e libera la parte dove quelli stanno, e da dove hanno da entrare nel fosso, perche truovandosi alcuno impedimento di terra, o d’altra cosa, non correrieno al fosso: atteso, che non possono volare tanto in quel tempo; per questo s’ha d’avvertire, che la parte, d’onde hanno da entrare nel fosso, resti piana, e libera. Et ancora vogliamo, e così espressamente ordiniamo, e comandiamo, che al tempo, che saranno nati questi animali, che è verso l’Aprile, poco più, o meno, tutti coloro, che tengono porci, debbano fargli andare a mangiare i Bruchi, atteso, che detti porci gli appetiscono, e tanto, che li cercano, e cavano fin da sotto terra; e li truovano dovunque stanno. Et oltre ciò ordiniamo, e così expresse comandiamo, che tutti i Massari a’ tempi congrui, e debbiti, debbano spandere un lenzuolo, o ragana (che dicono) in terra, e là gittar’alcuno di questi Bruchi, dove vedendoli gli altri, si vengono a porre dentro al lenzuolo, o ragana, e così li debbano pigliare, poi piegare detto lenzuolo, et adunarvi dentro tutti quelli, che vi sono, e di tal sorte, stirpargli. Et acciòche le sopradette provisioni s’habbiano da osservare, et eseguire, per convenire, così al servitio di S. M., e beneficio universale de’ suoi sudditi, ci è parso darne carico a Voi, per esser dell’importanza, che sono; e perciò vi diciamo, et ordiniamo, che dobbiate al presente farla pubblicare per tutte le Città, Terre, e luoghi di coteste a voi decrete Provincie, con dar ordine a’ Sindaci, Eletti, Università, Huomini, e Massari di quelle, che debbano con ogni esattissima diligenza, e sollecitudine attendere ad eseguire quanto di sopra si contiene, con imponer pena di ducati mille, et altra maggiore, a nostro arbitrio riservata, a quelli, che contravverranno, e voi tenerete particolar pensiero, che ne i tempi congrui, e debbiti s’osservino, et eseguiscano i detti nostri Ordini, e Provisioni, e contro de’ trasgressori eseguirete, e farete eseguire per le sudette pene irremissibilmente; tenendoci avvisati di passo in passo di quanto occorrerà, non fando il contrario per quanto s’ha cara la gratia, e servitio della Prefata Maestà. Datum Neap. Die 8 Octob. 1562. D. Perafan. Vidit Albertinus Reg. Vidit Villanus Reg. Vidit Reverterius Reg. Vidit Patign. Reg. Soto Secret. Dirigitur Gubernatori Principatus Citra.      

Il fenomeno, comunque, era così eclatante e l’opera dei gabbiani così preziosi da restare immortalati nella mappa Apulia, quae olim Iapygia, nova corographia di Giacomo Gastaldi uscita nel 1595, che in basso riproduco dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia.

 

In dettaglio:

Gallipoli. Tra i deserti del carparo, la “Mater Gratiae” di Daliano

                             L'affresco di Mater Gratiae                                                                                                                                           di di Piero Barrecchia

 

Esiste un luogo sacro, tra Gallipoli ed Alezio, da tempo immemorabile. Fino a qualche decennio addietro l’edificio era preannunciato da un maestoso Osanna, sormontato da una croce, al quale, defilato sulla destra, faceva compagnia un pozzo con paraste semplici, doppia coppia di colonne quadrate ed un arco a tutto sesto. L’invito all’edificio sacro, nelle sue semplici modanature, è interrotto da quell’unica nicchia che incorona l’ingresso principale, contenente una Madonna in pietra, monocromatica, di quel colore dell’alba che connota la pietra leccese, assisa su un tronetto biondo di carparo, di quel carparo estratto dalle vicine cave. Chiaro omaggio del luogo alla Vergine da cui prende il nome  “matercrazia”.

E’ un luogo di equilibrio tra la vita cittadina ed il riposo dello spirito. Lo fa intendere anche la sua posizione. In mediazione, tra i baratri delle “Tajate” e la rassicurante pianura su cui sorge da secoli. Luogo sacro,  prima inviolato, poi dimenticato e defraudato, infine recuperato.

In equilibrio, tra un passato troppo remoto, evanescente ed incerto ed un presente costellato da atti di donazione di opere, culto, fede e fatica. Equilibrio tra cripte oscure portate nell’intimo e santuari innalzati, spontanei, ispirati dall’affresco, bizantino, sulla parete di fondo, la “Mater Gratiae”.

Alla visione si può accedere dalle tre porte, segno evidente di una struttura importante. E’ facile intravedere tra le crepe della galatea calce un avanzo d’affresco, cosa che fa presuppore ad un intero ciclo pittorico che svela il suo apice nell’affresco centrale della Vergine con Bambino, fino ad innalzarsi oltre il mediano cornicione, sulla parete di fondo, che imprigiona un paradiso di Santi ossidati, ove solo la Trinità resiste nelle sue cromie.

Il tutto risulta equilibrato da scansione di archi ciechi, a tutto sesto, che convogliano le loro forze ritmate verso l’arco centrale sovrastante il presbiterio. Tutto è armonico, tra l’alternanza dei chiaro-scuro delle finestre, delle quali una funge da ingresso centrale alla luce ed irrompe sul prospetto principale. Tutto è unanime, persino gli ornamenti scolpiti del soffitto ed i cornicioni perimetrali, nel condurti a quello sguardo materno, con, sulle ginocchia, un Figlio benedicente, colorato da tempere tenui e da ricordi svaniti di pennellate staccate, non più recuperabili. Tutto risulta sobrio, ma non povero, armonico eppur barocco. Persino le memorie conducono a quell’unico affresco che ha attraversato i secoli e le strutture, rimanendo sempre e comunque, l’unico superstite.

Da ”Assunta dei Basiliani” a “Sancta Maria de Balneo”, da “Madonna Adigria o Odigria” a “S.Maria di Costantinopoli”, fino a “Santa Maria delle Grazie o di Daliano” all’attuale “Mater Gratiae”, dal periodo bizantino fino all’era contemporanea.

L’interno era ornato da due statue lignee di S.Lazzaro e S.Domenico, riposte nelle due nicchie laterali del presbiterio. Vi erano due dipinti rappresentanti S.Francesco e S.Andrea, che affiancavano l’affresco principale della Vergine, racchiuso in una lignea cornice, attualmente in restauro. Inoltre, impreziosivano l’interno, due tele, di notevole dimensione, sfondo alle due arcate adiacenti la zona presbiterale e rappresentanti l’una la “Presentazione della Vergine al Tempio” e l’altra la “Nascita del Redentore”. Memoria antica e storia gloriosa, si confondono con i vaghi ricordi.

Il tempo che ha consunto le opere e mani sacrileghe che hanno trafugato sculture e dipinti, non hanno potuto nulla per asportare una devozione mai interrotta e sempre viva. Nulla rimane degli antichi e preziosi omaggi a quella Madre che, per fortuna, da secoli, è riuscita a trattenere sulle sue ginocchia quel Figlio benedicente. L’amore spontaneo verso tale luogo ha, comunque sia, contribuito a restituire alla memoria collettiva l’importanza e la sacralità del sito.

Da ormai un decennio il culto è stato ripristinato ed anche l’aspetto del sito si è arricchito di recenti donazioni spontanee, tutte di fattura locale. All’esterno, nella nicchia sovrastante l’ingresso principale, è stata ricollocata una recente statua della Vergine.

Restituita l’Osanna, ai cui piedi campeggia una croce ferrea con i simboli della passione. Arricchito lo spazio esterno con un altare in carparo sovrastato da un crocifisso in pietra. Circondano l’opera le panche in cemento ed una via crucis in terracotta e carparo. Completano il decoro esterno un recinto ligneo che custodisce il simulacro di S.Pio da Pietralcina ed un basamento, in carparo, sovrastato dalla statua del Beato Giovanni Paolo II, figure moderne di spiritualità, festeggiate nelle loro rispettive memorie liturgiche.

La chiesa è aperta ogni sabato per le funzioni religiose e l’inglobato edificio monastico è  annualmente scenario di un suggestivo presepe vivente, oltre che della spettacolare accensione della “focaredda” in onore di S.Antonio Abate.

Prospetto principale della Chiesa
particolare del prospetto principale della chiesa

L’ingresso.  

L’ingresso al luogo di culto è stato arricchito da una bussola lignea. All’interno dell’aula liturgica sono stati collocati due confessionali ed una nicchia, lignea, finemente lavorata, proveniente dalla gallipolina chiesa di S.Francesco d’Assisi, che custodisce la statua, in cartapesta, della Madonna delle Grazie, dono della famiglia dei Cavamonti ed oggetto di venerazione nel terzo lunedì di Ottobre. Rifatte, in pietra locale, le acquasantiere che adornano i pilastri d’ingresso. Restaurato e riportato all’antico fascino l’affresco bizantino di “Mater Gratiae”, che negli ultimi anni del 1900 era stato picchettato e ridipinto. Le panche lignee sono un dono aletino. In restauro la fastosa cornice che circondava l’affresco. Una novella nicchia ospitante un bel simulacro di S.Antonio da Padova. All’interno dell’unica navata è appesa, sulla destra del centrale ingresso, una stampa oleografica del secolo scorso, rappresentante la Deposizione. Una nicchia lignea racchiude una statua del Cristo Risorto.

particolare dell'affresco absidale
particolare dell’affresco absidale

I pilastri sono scanditi da una moderna via crucis in gesso alabastrino, montata su supporti lignei. Le due porte laterali sono sovrastate da due dipinti, eseguiti e donati nel 2012, che hanno voluto restituire la memoria storica di quelli preesistenti, certo nel titolo, non nelle dimensioni, né nell’impostazione pittorica di quelli, di cui non rimane testimonianza, neppure fotografica.

A proposito delle attuali rappresentazioni, è necessario soffermarsi per spiegarne il contenuto, attinto dalla storia di questa chiesa-santuario. Quello sulla parete sinistra raffigura la “Presentazione della Vergine al Tempio”. Maria bambina è accolta dal sommo sacerdote, sul pronao di un ipotetico tempio, al vertice di una scalinata. Alle spalle delle scena principale, si apre un prospetto che coglie, in prima linea, i visi degli anziani genitori, i Santi Anna e Gioacchino, preludio all’orizzonte retrostante, composto dall’antica collina verde che discende dal sito di Daliano fino al centro storico di Gallipoli, assiso sul ceruleo mare. I riferimenti topografici fanno intravedere il percorso che va dalla Chiesa dei Cappuccini, detta “S.Anna”, sul colle S.Giusto, fino al Santuario di “Santa Maria del Canneto”. Il tutto è sovrastato da una scena cherubica.

L’altra tela rappresenta la “Nascita del Redentore” Le figure classiche del presepio sono  amalgamate con la tradizione locale. Il tutto si svolge in agro di Alezio, sublimato, sullo sfondo, dalla sagoma del Santuario di “Santa Maria dell’Alizza”, ospitante, nel suo pronao i quattro magi, come da tradizione locale. Mentre il riposo del dormiente trova collocazione ai piedi dell’osanna. La campagna distende i suoi sentieri ai locali pastori fino al luogo dell’evento, che per l’occasione si svolge in una cava. La Vergine è distesa, per ricordare un aneddoto aletino, secondo il quale, dopo aver salvato Alezio da un terremoto, la Madonna, stanca, si riposò in questa contrada. Ma, anche, per rendere omaggio al culto bizantino, che rappresenta usualmente, al momento del parto, Maria distesa nella mangiatoia, mentre il S.Giuseppe custodisce la divina maternità, ospitata in una cava di carparo ed annunziata dalla colomba dello Spirito Santo e dalla scena cherubica. Una popolana in primo piano, in offerente atto, porge un cesto ricolmo di olive. Chiara allusione alle passate fortune economiche della Città di Gallipoli, quando era dedita al commercio dell’olio lampante. Nella mano sinistra è visibile una corda, sulla quale è dipinta in vermiglio, la data “1544”. Tale data riporta ad un fatto storico avvenuto in quell’anno del quale, l’esito positivo venne attribuito all’intercessione della Vergine. In particolare, si tramanda che sull’acquasantiera alloggiata sul pilastro destro della chiesa, si conservava un pezzo di fune proveniente da una nave turca che fece naufragio, sulle coste gallipoline, determinando la salvezza di tutti gli ostaggi cristiani prelevati dalle scorrerie turche in terra salentina e calabrese.

Le due tele costituiscono, nel loro intento, un dittico che riproduce le due città limitrofe e che riporta, idealmente, gli eventi rappresentati, come se si svolgessero nel luogo di “Mater Gratiae”. I dipinti sono racchiusi da due artistiche cornici lignee, indorate. La premura della devozione antica, si fonde con il rinnovo contemporaneo e moderno, con l’estetica, l’architettura, la pittura, tra iniziative personali e corali, a volte riparatrici di gesti e di ingiurie, a volte, solo, piene di gratitudine. Sempre volontarie.

Non è opportuno tralasciare i luoghi intorno alla chiesa, pregni da alto valore artistico e naturalistico che si coordinano tra loro, lasciando un senso di equilibrio e di armonia nel visitatore. Per un invito alla conoscenza del luogo descritto, si rimanda ai paragrafi contenuti in recenti pubblicazioni, quali “Sulle orme di Maria” di Giuseppe Marino e “Gallipoli Sacra” di uno scrittore locale.

E’ indubbio il valore del lavoro monografico più rilevante, stilato da S. Bolognese, nel suo “La chiesa di S.Maria delle Grazie o di <<Taliano>> nel territorio di Gallipoli”,  pubblicato in “Contributi”, Rivista della Società di Storia Patria per la Puglia, Anno V, n.1 marzo 1988, Ed. Congedo. Il testo ora citato, oltre ad offrire un contributo eccezionale e puntuale dal punto di vista storico ed artistico del sito, ci regala una foto d’altri tempi, che esprime tra le righe, una descrizione sulla vita quotidiana di allora in queste contrade, quando i “cavamonti”, invocavano la loro Vergine ed a lei si affidavano: (…)””a questa categoria si deve ancora oggi quella minima cura e la conservazione del rito con una festa che si tiene il giorno successivo alla seconda domenica di ottobre di ogni anno. (…) Il loro lavoro si svolgeva dall’alba al tramonto sotto le viscere della terra in enormi ed esotiche gallerie o vani a campana. Questo lavoro veniva sospeso soltanto per la consumazione di un frugale pasto composto da un pezzo di pane bagnato, cosparso, qualche volta, d’olio d’oliva con qualche pomodoro o peperoncino e per bevanda l’acqua che si raccoglieva in <<ombili>> o <<quartare>> (recipienti di terra cotta tipici del posto) lì dove la roccia lambiccava gocce d’acqua freatica che, attraverso il materasso freatico, filtrava e filtra ancora oggi. Alla Vergine  questa gente si è rivolta e continua a rivolgersi invocandone la protezione e rifugio (…)””. Questa piccola, grande oasi di “Mater Gratiae”, grazie ai custodi scrupolosi, che amorevolmente la curano, ha ricominciato a rifiorire, tra i deserti del carparo di Daliano.

Un inedito dipinto ugentino attribuibile a Giovanni Andrea Coppola

Fig. 1. Ugento, ubicazione sconosciuta, Giovanni Andrea Coppola (attr.), Figura femminile (dipinto su tela, sec. XVII) (foto Archivio Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici Diocesi di Ugento)
Fig. 1. Ugento, ubicazione sconosciuta, Giovanni Andrea Coppola (attr.), Figura femminile (dipinto su tela, sec. XVII) (foto Archivio Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici Diocesi di Ugento)

 

di Stefano Tanisi

 

 

Nell’Archivio dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Diocesi di Ugento, nel riordinare dei fascicoli contenenti delle stampe fotografiche degli anni Settanta del secolo scorso, è stata rinvenuta una foto in bianco e nero di una tela, in cattivo stato di conservazione, raffigurante un’interessante figura femminile (fig. 1), opera di cui sembrerebbe aver perso le tracce. Poiché il dettaglio fotografato non riprende attributi iconografici, è difficile risalire con esattezza all’identità del soggetto raffigurato. Bisogna pur notare che il volto e il corpo di questo personaggio femminile sono impostati nella direzione del braccio sinistro in tensione e sembrerebbe che nella mano poteva reggere qualche peso: alla luce di queste considerazioni si potrebbe trattare di Giuditta con la testa di Oloferne o di Salomè che mostra la testa del Battista.

Nel retro della foto è annotata a matita “Ugento – esistente in soffitta chiesa…”, indicazione che purtroppo non ci dice in quale chiesa ugentina la tela era un tempo ubicata, né tantomeno ci specifica l’autore, la dimensione e l’epoca di realizzazione del dipinto.

Fig. 2. Ugento, ubicazione sconosciuta, Giovanni Andrea Coppola (attr.), Figura femminile, particolare (dipinto su tela, sec. XVII)
Fig. 2. Ugento, ubicazione sconosciuta, Giovanni Andrea Coppola (attr.), Figura femminile, particolare (dipinto su tela, sec. XVII)

Esaminando questa inedita immagine dal punto di vista stilistico appare chiaro il modellato assai plastico e solido, un disegno incisivo nei contorni e nei tratti fisiognomici. La ripresa fotografica infatti ci restituisce l’ottima definizione pittorica di questo dipinto: la dettagliata descrizione del volto e dei capelli denota una finezza esecutiva che s’incontra nelle opere certe del seicentesco pittore gallipolino Giovanni Andrea Coppola (1597-1659). Difatti la stessa levigatezza del volto la si può notare nelle molteplici figure femminili e negli angeli adulti che il Coppola ha realizzato in diverse sue opere, in cui emerge una chiara elaborazione del viso su un modello classico di bellezza. Il volto (fig. 2) in questo inedito dipinto ugentino, ad esempio, pare molto simile a quello di una delle figure (fig. 3), il probabile san Giovanni Evangelista, che appare a destra, accanto all’anziano Apostolo, nel bel dipinto dell’Assunta (fig. 4) della Cattedrale di Gallipoli. Mettendo a confronto i due volti, infatti, ci accorgiamo subito delle molteplici affinità tanto da ritrovare gli stessi lineamenti (come il profilo del naso, la bocca carnosa, il mento affilato) e lo stesso trattamento delle ciocche dei capelli, ma anche il medesimo modo di concepire le luci che sembrano ripetersi in entrambi i dipinti nella zona retroauricolare, in quella periorbitaria e alla base del collo.

Fig. 3. Gallipoli, Cattedrale, Giovanni Andrea Coppola, Assunta, particolare (olio su tela, sec. XVII)
Fig. 3. Gallipoli, Cattedrale, Giovanni Andrea Coppola, Assunta, particolare (olio su tela, sec. XVII)

«Picturae perquam studiosus» con queste parole, spigliatamente si firmava il Coppola nella nota tela delle Anime purganti della Cattedrale di Gallipoli. Da queste parole cogliamo un uomo-artista probabilmente compiaciuto dal suo diletto per la pittura. Un artista che non smette mai di deliziarci come in questo sconosciuto dipinto di Ugento, la cui ubicazione attuale ci è ignota, che si spera di recuperare e di restituirlo alla collettività.

 

Fig. 4. Gallipoli, Cattedrale, Giovanni Andrea Coppola, Assunta (olio su tela, sec. XVII)
Fig. 4. Gallipoli, Cattedrale, Giovanni Andrea Coppola, Assunta (olio su tela, sec. XVII)

Pubblicato su Il delfino e la mezzaluna n°2

Come gli Spartani presero in giro in un colpo solo Gallipolini e Tarantini

di Armando Polito

Dionigi di Alicarnasso, storico greco del I secolo a. C., ci ha tramandato questa notizia: Allo spartano Leucippo, che aveva chiesto dove fosse destinato a lui e ai suoi compagni aver la sede, il dio rispose di navigare verso l’Italia, di abitare una terra in cui una volta sbarcati fossero rimasti per un giorno e una notte. Sbarcata la spedizione nei pressi di Gallipoli, uno scalo dei Tarantini, Leucippo, estasiato dalla natura del posto, convinse i Tarantini a consentire loro di accamparsi lì per un giorno e una notte. Dopo che passarono parecchi giorni e i Tarantini gli chiesero di andar via Leucippo non diede loro retta, dicendo di aver ricevuto  da loro la terra secondo l’accordo per giorno e notte: finché ci fosse stato uno di questi, non avrebbe restituito la terra. I Tarantini, avendo capito di essere stati imbrogliati, permisero loro di restare.1 

Faccio un rapido bilancio: Leucippo, semplicemente sfruttando a seconda della convenienza del momento l’ambiguità grammaticale di una (al momento della richiesta fatto valere come aggettivo numerale, poi, ad ospitalità ottenuta, come un generico articolo indeterminativo, tanto generico che può essere sottinteso pure, come ho fatto, nella traduzione, ma che nell’originale greco manca totalmente in entrambi i casi), ha beffato i Tarantini ma, se si vuole, il danno lo hanno subito i Gallipolini perché si son dovuti stringere per fare a tavola un posto in più; va bene che l’ospite (a me in questo caso sembra, se non un invasore, certamente un imbroglione) è sacro, ma  metti che in quel tempo ci fosse in atto una carestia …

A distanza di secoli si direbbe che questa storica sudditanza di Gallipoli a Taranto abbia lasciato traccia anche nelle rappresentazioni geografiche. Me lo fanno pensare le due mappe che seguono, non inserite nel recente post2 dedicato a Gallipoli sull’argomento perché, a differenza delle altre, non sono in alta definizione e non consentono uno studio dettagliato.

http://www.antiquarius-sb.com/Catalogue_c.asp?page=4&area=115&subarea=41

(immagine tratta da http://www.antiquarius-sb.com/Catalogue_c.asp?page=4&area=115&subarea=41)

È la pag. 80 dell’Isolario dell’Atlante Veneto di Vincenzo Maria Coronelli uscito a spese dell’autore a Venezia nel 1696. Da notare che la mappa annessa non reca il titolo Gallipoli, ma un anonimo Isola del golfo di Taranto.

Se la dicitura qui è in parte giustificata dal titolo generale dell’opera (da ricordare che fino alla fine del XVII secolo l’Adriatico fino ad Otranto si chiamò Golfo di Venezia) nella mappa che segue, sempre dello stesso autore, tratta da Teatro della Guerra diviso in XXXXVIII e risalente al 1707 circa, l’Isola ha lasciato il posto a Taranto: Fortezza.

(immagine tratta da http://www.antiquarius-sb.com/Catalogue_c.asp?page=4&area=115&subarea=41)

È come se si perpetuasse la presenza dominante di Taranto che aveva avuto la sua rappresentazione eloquente quasi 2500 anni prima nella Mappa di Soleto, in cui i caratteri di  ΤΑΡΑΣ (leggi TARAS), più grandi rispetto a tutti gli altri, la dicono lunga, già graficamente.

(foto dell’autore)

Gallipoli in nove mappe antiche

di Armando Polito

Questa volta di mio non c’è assolutamente niente, se non la decisione di trasmettere agli amici che ne abbiano interesse gli indirizzi in cui potranno visionare le mappe, certamente ben note a tutti coloro che si occupano di queste cose ma tutte riprodotte lì in alta definizione, il che consente, quindi, di vedere o rivedere distintamente i dettagli, cosa impossibile nelle riproduzioni che seguono in formato ridotto.

Giovan Battista Crispo, 1591
Giovan Battista Crispo, 1591

https://www.raremaps.com/gallery/enlarge/23679

Braun-Hogenberg, 1598
Braun-Hogenberg, 1598

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/braun_hogenberg_V_66_b.jpg

 

Jodocus Hondius, 1627
Jodocus Hondius, 1627

http://www.ideararemaps.com/article.aspx?articleID=432

 

Francesco Bertelli, 1629
Francesco Bertelli, 1629

http://www.ideararemaps.com/article.aspx?articleID=266

 

Mattheus Merian, 1688
Mattheus Merian, 1688

http://www.ideararemaps.com/article.aspx?articleID=592

 

Giambattista Albrizzi, 1761
Giambattista Albrizzi, 1761

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/storia_XXIII_54_gallipoli_b.jpg

 

Joseph Roux, 1764
Joseph Roux, 1764

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/roux_1764_pl_58_b.jpg

 

John Luffman, 1802
John Luffman, 1802

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/luffman_1802_gallipoli_b.jpg

 

William Heather, 1810
William Heather, 1810

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/heather_1810_gallipoli_b.jpg

 

 

 

8 agosto. Sant’Agata la buona e Gallipoli

GALLIPOLI, 8 AGOSTO 1126: “D.O.M TEMPLUM HOC QUOD PRIUS BEATO JOHANNI CHRISOSTOMO NUNC DIVAE AGATHAE MIRACULOSA  MAMMILLA INVENTIONE CALLIPOLIS GRATAE SERVITUTIS OSSEQUIUM D.D.D.”

Catania - i devoti

di Pietro Barrecchia

Era l’8 agosto 1126. Sì, ricordo bene, non perché c’ero! Ricordo bene come ricorda l’animo di Gallipoli, perché l’uno sussurra all’altro l’avvenuto. Ricordo anzitutto il  biennio del Ginnasio, frequentato in Nardò, quando,  un professore propinava le così dette lingue morte, che poi tanto morte non erano, visto che il chiarissimo docente, inculcava il gusto della ricerca dell’etimo e dimostrava, ostinatamente, che morto era colui che ignorava di parlare, in era contemporanea, il latino e il greco, con qualche trasformazione, ovvio!  Fu allora che iniziai a comprendere di aver sbagliato, fino ad allora, a deridere i miei anziani, che raccontavano di una leggenda e di una invenzione. Non era dunque un’ammissione di colpa,  ma  un’esattezza di idioma, se  solo avessi inteso l’invenzione narrata quale diretta discendente della latina “inventio”, rinvenimento, cioè.

E dovevo arrivare in quel di Nardò ed apprendere da un suo figlio, che i figli di Gallipoli avevano ragione da vendere,  affermando, in vero, che sulle spiagge del Cotriero, nel dì dell’8 agosto, del 1126, era avvenuto il passaggio di consegne della Città di Gallipoli, tra san Giovanni Crisostomo, antico patrono e la novella amazzone celeste, Agata, la buona.

Catania-Duomo-il-sarcofago-che-custodisce-le-sacre-reliquie-della-Martire-e-sullo-sfondo-le-sculture-che-narrano-del-suo-ritorno-a-Catania
Catania-Duomo-il-sarcofago-che-custodisce-le-sacre-reliquie-della-Martire-e-sullo-sfondo-le-sculture-che-narrano-del-suo-ritorno-a-Catania

Non solo gli anziani narrano, anche le tele seicentesche illustrano che quell’8 agosto un vascello dal nome familiare, “Gallipoli”, come nel migliore degli stili dell’epoca,  avrebbe sottratto, per legge di contrappasso, un corpo santo, dal costantinopolitano templio di S.Sofia, per riportarlo nella patria d’origine, Catania.

Sezionato e deposto in faretre, coperto da petali di fiori , quel corpo riprese il viaggio di ritorno per il riabbraccio con la sua Città, con i suoi cittadini, con quei luoghi che lo videro giovinetto, versare il sangue eroicamente ed affermare la sua fede.

Nocchiero di bordo e padrone del vascello è tal Goselmo, di Gallipoli e suo prode compagno, tale Gilberto, gallo, francese, ai quali sarebbero stati rimessi i peccati per il furto compiuto, dal presule catanese, che commissionò il reato, nell’agosto del 1126. Tanto più che la giovinetta martire era apparsa allo stesso Goselmo, presentandosi e richiedendogli un passaggio fino alla sua Città.

Non fu distante dalle coste di Costantinopoli quel corpo santo sottratto, quando i suoi abitanti percepirono la sua mancanza ed invano si precipitarono in mare per riprenderlo.

E quel mare fu provvidenziale, quando la sua brezza sospinse il vascello sulle coste di cui portava il nome, governato da quel Goselmo che lì aveva annunziato la sua nascita e conosceva quella costa come sua madre. Era il meriggio dell’8 agosto 1126.

Gallipoli, Duomo - tela di G.A. Coppola, rappresentante il martirio della santa
Gallipoli, Duomo – tela di G.A. Coppola, rappresentante il martirio della santa

Non poteva andare altrimenti, quando per patrio amore Goselmo stesso, a mio parere con precisa intenzione, lasciò cadere sull’arenaria costa, la reliquia più insigne, la parte sanata dal Principe degli Apostoli, che secoli prima, come altra leggenda narra, aveva calpestato proprio quel luogo, inaugurandovi la stagione cristiana, lì a pochi passi dal Cotriero, ai Samari, che avrebbe visto sorgere, per crociata mano, un luogo di culto dedicato a Pietro dei Samari.

Era l’8 agosto 1126, quando una donna, come la martirizzata, adempiva al suo dovere di madre, lavando i panni e forse, in un frangente, sfamando il suo infante, dal quale non si separava mai, se non fosse stato per quell’improvviso torpore che la assediò e, stanca, chiuse gli occhi al reale, per riposarsi un po’, come le madri meritano, sognando del futuro del suo bimbo. Una donna, giovinetta, gentile nell’aspetto, le apparve in sogno e conoscendo la sensibilità femminile, la avvisò di quel che le sarebbe avvenuto realmente. Non ancora era giunta su queste coste la fama di Agata e la donna non conosceva quel nome. La figura femminile si presentò e le prefigurò ciò che avrebbe visto al suo risveglio. Ma era un sogno, un brutto sogno da cancellare una volta sveglia, perché quel che le era stato prospettato non era certo bello. Al risveglio, avrebbe trovato il suo amato figlio disteso sull’arena, vicino ad un pozzo, nell’atto di succhiar latte da una mammella che non era quella materna e che era stata recisa. Quale madre avrebbe retto a tale scena? Cosa avrebbero fatto le nostre madri? Esattamente quel che fece la madre di quel figlio che allattava ad una mammella che non gli apparteneva. Terribile scena. La donna tentò e ritentò di strappare quella mammella dalla bocca del figlio, ma non ci fu verso. Quella rimase ancorata tra le purpuree  labbra dell’amato infante.

la mammella di S.Agata custodita in Galatina, appoggiata all'originario fusto argenteo custodito in Gallipoli
la mammella di S.Agata custodita in Galatina, appoggiata all’originario fusto argenteo custodito in Gallipoli

Male pensò, quella madre, che per la paura aveva già rimosso la prefigurante visione. Sortilegio. Opera terribile. E se l’umano non riesce ad intervenire, si corre dal divino, a chi ne fa le sue veci, per richiedere intercessione.

Corse dal Vescovo la madre, corse senza sosta, con affanno, verso quella Cattedra così lontana e chiese grazia al presule, il quale si recò sul posto, circondato dal clero ed attonito cedette all’orrendo spettacolo. Qui nulla potè l’umano e se l’opera non fu divina allora appartenne alla concorrenza ed allora, bisognava invocare con forza, bisognava esorcizzare, bisognava richiedere liberazione. Primo passo, richiedere l’intercessione ai Cortigiani dell’Empireo, a quelli reputati più potenti ed a quelli più conosciuti. Si iniziò, rigorosamente in latino, rigorosamente cantando. E sfilarono i nomi santi, per tre volte e seguirono gli “ora pro nobis”. Ma nulla. Incessante preghiera, ma ancora nulla. Da poco inserita nell’elenco degli invocati, il nome santo della catanese vergine e soprattutto martire, la giovinetta Agata, che a dispetto dell’età aveva saputo rispondere al tiranno che aveva ordinato di offenderla nella sua femminilità, recidendo le sue mammelle. Atroce pegno per aver confessato una religione nuova e pacifica. Agata rispose a chi sentenziò quell’ingiusto tormento “Non ti vergogni”, gli disse “ di stroncare in una donna le sorgenti della vita dalle quali tu stesso traesti alimento, succhiando al seno di tua madre? ”.  A chi pensare dopo quelle parole proferite secoli prima, assistendo alla scena di un bimbo che succhia da una mammella recisa, affiorante dalla sabbia? Certo!  Ad Agata!  Allora: “Sancta Aghata  – ora pro nobis!”, cantando per altre due volte, cantando e sperando “Sancta Aghata – ora pro nobis!” ed ancora “Sancta Aghata – ora pro nobis!” Si staccò quella mammella dalle purpuree labbra  del bimbo, accorse la madre che abbracciò suo figlio e raccolse con pietà e devozione la sacra mammella e rivolse un pensiero e la prece salì ad Agata, la Santa buona. Chi pensò al maleficio, dovette far varcare con i sommi onori quella mammella dalla patria porta, in processione, ringraziando Iddio che, con segni e portenti aveva stabilito le modalità dell’evento. E la padrona di quell’insigne reliquia subordinò il culto del Giovanni bocca d’oro, che, da gran cavaliere cedette il posto ad una vergine e martire. Peraltro i due e gli altri, come loro, non sono stati, non sono e non saranno mai in competizione, ma come gli è stato insegnato saranno strumenti verso l’Unico Fine, il Sommo Bene.

Quella mammella divenne il tesoro di Gallipoli, ingraziandosi la novella Patrona, alla quale si consacrò, successivamente la nuova Cattedrale. Tale reliquia divenne simbolo e stemma tra palme e tenaglia dello stesso clero ed il popolo, che aveva rimosso la mammella di Agata dalla bocca del piccolo miracolato, continuò e continua a succhiare la linfa vitale da quella martire insigne, alla quale si rivolge solennemente nel giorno del suo martirio, il 5 di febbraio con il canto del greco e del latino, lingue vive e ripete il rito nel giorno della tutela, l’8 di agosto. Anche se…… anche se, per volere non divino, con abuso di potere, Raimondello del Balzo Orsini, nel 1380, ordinò che la mammella fosse custodita in Galatina, presso la Basilica di S.Caterina Novella, asportandola dal seno di Gallipoli, dove superstite, rimase, come reliquia, quel fusto argenteo che la sorreggeva con le cesellate urbiche mura.  Da allora non vi è stato alcun gallipolino al pari di Goselmo!  Ma se la storia insegna allora è necessario dire l’evento è arido se non suscita effetto ed anche senza mammella, i gallipolini si sentono legati a Sant’Agata, la quale ha assicurato in tempo e modi la sua protezione alla sua seconda patria. L’inno dell’8 agosto ben ricorda la predilezione offerta  “Tu questo ciel purissimo e questo mar ceruleo, che il patrio lido abbraccia, un dì venisti a prendere in tua tutela amabile. Proteggi Tu Gallipoli, che ogn’or s’affida a Te!”.

Ad irrobustire la realtà del rinvenimento vi è il fatto che anche Catania festeggia il ritorno della sua Martire,  il 17 agosto, ricordando quello del 1126, quando sulla sicula sponda giunse, ad opera di Goselmo e Gilberto, quel sacro corpo, privo di una mammella, che da allora riposa nella sua patria, nel sacello del Duomo dedicatogli. Peraltro, non si conosce se Gilberto e Goselmo abbiano ricevuto la corona celeste. E’ certo che sono rappresentati, in un affresco e scolpiti sull’altare del Cappellone di Sant’Agata e furono eletti cittadini onorari della sua Città. Catania custodisce ancora quelle testimonianze storiche, nella Chiesa del Carcere, ove è tutelato il legno con cui fu trasportato il corpo della Martire. Ancora,  in prossimità della marina, vi è un tempietto con una scultura della Martire, al cui basamento, un’epigrafe ricorda il ritorno in patria di Agata, nel dì del 17 agosto 1126. In quel luogo accorsero i catanesi, avvisati notte tempo ritrovandosi in camicia da notte e papalina. In memoria di quell’evento, si mantiene ancora il tipico abito dei devoti: saio bianco, copricapo nero, con aggiunta di guanti bianchi e fazzoletto bianco per salutare Agata, la Santa. Coincidenze a distanza? A proposito di lingue vive, a me sembra che questa invenzione sia proprio un “inventione”!

L’inganno

faita

di Antonio FAITA

 

 

«Ci sono degli inganni così ben congegnati che sarebbe stupido non cascarvi».

Charles Caleb Colton (1780 – 1832)

 

Un episodio estremamente singolare avvenuto agli inizi del ‘700, nelle acque antistanti la zona detta “Pietra Cavalla”, narra di un inganno tramato ai danni di un’imbarcazione turca. I fatti che ora riporterò sono veramente accaduti.

Così narrò, nell’anno del Signore 1707, il “Regio Locotenente sostituto del Regio Vicescreto[1] e Regio Portolano di Taranto” signor Francesco Antonio Cariddi, deponendo davanti al notaio Carlo Megha[2] una dichiarazione, in qualità di testimone, per rendere noto lo stato delle indagini, ai fini della verità, di quanto accadde nel mese di ottobre dello stesso anno. Il giorno quattro ottobre, non poco lontano dalle mura della città di Gallipoli, fu avvistata un’imbarcazione «data l’Anchora in mare senza saputa di che natione si fusse». Nel porto vi era ancorato e messo in quarantena il Pinco[3], carico di grano, del Padron genovese Giovanni Ravenna, al quale fu chiesto dal signor Cariddi, su ordine del Governatore di questa città, di andare con uno schifo[4] e con della gente armata, a verificare da lontano l’imbarcazione suddetta. Il Ravenna si apprestò a recarsi col suo schifo e alcuni marinai armati. Giunti ad una certa distanza, «ad auditum vocis» compresero che si trattava di una Peotta[5] turca, perciò di gente «inimica». A questo punto, fu chiesto per dove fossero diretti e dall’imbarcazione risposero «per l’Isola di Taranto e come che correva borrasca di girocco lebecce, per la quale la detta imbarcazione era giunta in questi mari». Incredulo, in quanto frequenti erano le incursioni dei turchi lungo le nostre coste, il Padron Giovanni Ravenna, da esperto navigatore genovese, nonché mercante e sicuramente profondo conoscitore dei nostri fondali per la navigazione costiera, «operò con inganno» indicando loro «che per la via di Tramontana v’era il Canale per portarsi all’Isola di Taranto». L’inganno riuscì: i turchi salparono l’ancora e fecero rotta verso il canale che era, per i pescatori del luogo, un punto di riferimento e di orientamento per l’individuazione di un luogo. Anticamente esso sfociava a mare (in prossimità dell’attuale località Rivabella[6]) dopo aver percorso un lungo tratto dell’agro di Sannicola, per consentire il deflusso delle acque piovane. Così la Peota turca «camminando diede al secco in questa marina in loco detto La Pietra Cavalla, dove si roppe in acqua». Stando tra le due torri costiere denominate “Sabea” e ”Alto lido”, Pietra Cavalla, aliasposto marittimo dei cavalieri”, era un facile luogo di sbarco per i pirati provenienti dal mare; teatro di tristi avvenimenti, fu agevole approdo che andava costantemente sorvegliato dai cavallari[7]. In questo tratto di mare, dove si trovano rocce semisommerse e bassi fondali, la Peota, finì la sua navigazione, rompendo la chiglia tra gli scogli. Mentre il Ravenna, soddisfatto dell’ardita mossa, faceva ritorno in porto per recarsi sul suo Pinco, due barche gli andarono incontro. Su una vi era «il Tenente del regio Castello e tre soldati spagnoli e nell’altra gente che andava alla detta Peotta Torchesca». Dal tenente fu ordinato al Ravenna di seguirlo con i suoi marinai armati, per dare assistenza all’imbarcazione turca. Una volta giunti sul posto, il tenente e i soldati armati salirono a bordo della Peota e «presero li turchi e li legorno annodo dalla gente di detto Padrone armata». Purtroppo, per il Ravenna, la storia non finisce qui. Ritornato sulla sua imbarcazione, gli fu chiesto dal Signor Portolano che andasse a recuperare l’imbarcazione turca «con una sua gumena[8] per dare aggiuto e detta Peotta a salvarla». Senza esitare si recò verso l’imbarcazione ma vano risultò ogni tentativo di recupero. Un secondo tentativo fu fatto portando «una Anchora grossa». Man mano che si cercava di tirarla su,  avendo ormai  l’albero rotto e chiglia sfasciata, la Peota imbarcava sempre più acqua, a tal punto che il Ravenna si arrese e da «prattico marinaro se ne ritornò», mentre l’imbarcazione turca «come rotta sen’andava a pico al fondo e si perdeva il Bastimento e grano». E’ bastato un semplice inganno a far sì che i turchi non proseguissero il loro viaggio ai danni delle popolazioni, che hanno avuto la disgrazia di vivere sul mare, tormentate da incubi, anche quando il pericolo non c’era[9].

 


[1] Cfr., M. SERRAINO, “Storia di Trapani”, Ed. Corrao, Trapani 1976:«La screzia: Quale organo finanziario della regia Corte, la Screzia amministrava il patrimonio demaniale, soprintendeva a tutta la materia dei tributi, appaltava gabelle e dogane, esercitava una funzione anche giurisdizionale su questioni che avevano per oggetto materiali sua competenza», p. 86;  «Vicesecreto dipendeva dal Maestro secreto, che li nominava con la formula regio et nostro beneplacito perdurante», p. 88;

[2] ASL, Notaio Carlo MEGHA, coll. 40/13, Prot. Anno  1707, ff. 257/v – 259/r;

[3] Cfr., Wikipedia.it: Il pinco o pinco genovese fu un tipo di nave mercantile a tre alberi a vela latina con prua a sperone e poppa a specchio. Ebbe larga diffusione nella marineria ligure tra la fine del XVII e l’inizio del XIX secolo. La sua portata andava dalle 50 alle 200 t. Il pinco era dotato di una seconda attrezzatura di vele quadre da sostituire alle vele latine per le andature portanti.

Il nome pinco potrebbe derivare dall’olandese pink che già nel medioevo designava una piccola imbarcazione da trasporto per certi versi simile al pinco e dalla quale quest’ultimo potrebbe essere in parte derivato.

Le ragioni del successo di questo tipo di imbarcazione per un periodo storico così circoscritto vanno ricercate nella sua economicità di gestione, versatilità, velocità e manovrabilità, doti che ne facevano anche un’unità efficace nella lotta contro i corsari barbareschi;

[4] Il termine “schifo” era un tempo comunissimo, ed equivaleva a barca, canotto di servizio, portato sulle galee o sulle navi a vela sul ponte o a rimorchio;

[5] Cfr., Wikipedia.it: La peota era una barca veneziana di media grandezza sontuosamente decorata. Veniva usata anticamente a Venezia per le regate, addobbata con sfarzo e condotta da otto vogatori in costume. Il nome deriva forse da “pedota”, ovvero “pilota”;

[6] Rivabella, prima del suo sviluppo urbanistico era detta “ponticello”, costruito al disotto della litoranea;

[7] Cfr., E. MAINARDI, “Storia Di un luogo. Sannicola versus Gallipoli: la nascita di “Lido Conchiglie””, in Cultura Storia, Ed. Panico, Galatina 2010, p.24;

[8] Cfr., Wikipedia.it: Gómena è il termine nautico con cui si indica una cima, un cavo torticcio di canapa, di adeguata sezione, destinata all’ormeggio delle imbarcazioni.

[9] S. PANAREO, “Turchi e Barbareschi ai danni di Terra d’Otranto”, in “Rinascenza Salentina”, anno I, n. 1 (gen.-febr. 1933), p.4;

Gallipoli. Uccio di Corte Gallo

Uccio di Corte Gallo.

Un’emozionante scoperta nell’Isola dei tesori

di Antonio Mele ‘Melanton’

 

gallipoli-rivellino

Un luogo non è semplicemente un punto geografico.

È un sedimento di storia. Un magazzino di memoria. Un richiamo di sentimenti e pensieri.

Un luogo è innanzitutto una gente. La sua cultura stratificata. La sua immobile mutazione nel tempo, testimoniata da mirabilie o da scempi. Da amore e furore. Da uomini e donne che hanno vissuto e vivono con le loro radicate passioni.

Un luogo può anche essere un logo, un simbolo, un nome evocativo. Un desiderio di avventura e sorprese. Di incontri e suggestioni.

Ogni luogo, infine, è un’isola. Che in un arcipelago di altri luoghi e altre genti s’identifica e distingue col suo passato e la sua storia come con la sua vita corrente.

 

Isola per antonomasia è Gallipoli.

Kalè Polis, la Città Bella, come molti continuano ancora a chiamarla. Fra le più antiche e nobili del Salento. È la storica Anxa di Messapi e Romani. Da secoli il terminale naturale di commerci e di viaggi. Il fido baluardo difensivo che i D’Angiò contrapposero all’egemonia sui mari della Serenissima Repubblica di Venezia: “Fideliter excubat”, vigila fedelmente, ammonisce il motto del suo stemma civico, segnato in un cartiglio quasi artigliato da un gallo rampante.

Tra la fine del Seicento e l’Ottocento, Gallipoli fu anche la capitale mondiale del commercio dell’olio combustibile “lampante” che raggiungeva tutte le Capitali d’Europa, e il suo porto riconosciuto come uno dei più importanti del Mediterraneo.

 

Gallipoli, dunque. Terra di rinnovate scoperte ed appaganti emozioni.

Come in un viaggio promesso, qui non si arriva: si viene. Si viene per volontà, per curiosità, per sogno, per attrazione o sconfinamento.

La Città Bella vi accoglierà nel sole e nell’ombra della sua corona di case bianche, cinta da bastioni poderosi che sorgono dal mare, vi sorprenderà con i colori delle botteghe, con i profumi del mercato del pesce, con il sorridente vociare dei venditori di ricci e di spugne.

Per questo fascino immutabile – nonostante le molte disarmonie e contraddizioni di una nuova convulsa ‘civiltà’ consumistica e chiassosa, che sempre più assedia la sua fiera identità – Gallipoli è adorata perfino oltre misura dai suoi figli più fedeli, ma anche da schiere di viaggiatori e turisti che non resistono al suo azzurro richiamo.

C’è sempre qualcuno che ne è innamorato perdutamente.

Come Uccio di Corte Gallo.

 corte gallo

Non conosco il suo cognome. Non gliel’ho mai chiesto, né lui me l’ha mai dato. Anche se dal giorno del nostro sorprendente incontro, nella primavera scorsa, siamo diventati indivisibili amici.

Pur nella sua verace schiettezza e autenticità, Uccio di Corte Gallo è quello che si dice un personaggio. Conoscerlo è di per sé una conquista, un segno inequivocabile dell’amore per la tradizione e per la nostra vita di uomini, che è poi un condensato della civiltà di tutti gli uomini.

Intanto, per conoscere Uccio, bisogna andare nel suo piccolo regno. A Corte Gallo, appunto. Che, seminascosta, si trova quasi all’ingresso dell’isola, prima di arrivare alla Cattedrale, tra i vicoli che si snodano verso la Riviera di Scirocco. Fatevela indicare, e andateci. Se non lo trovate, chiedete di lui, e Uccio apparirà come per sortilegio, con il suo sorriso e il suo immenso bagaglio di racconti.

Così è accaduto, quando insieme a mia moglie Teresa (e portandovi poi molti altri amici), nell’abbraccio di questa corte abbiamo scoperto un fantastico museo a cielo aperto, generosamente disponibile a tutti, con le pareti tappezzate di ferri, legni, ceramiche, piatti, vecchie macchine da cucire, nasse e reti da pescatori, e tutti – davvero tutti! – gli oggetti del nostro arcaico vivere quotidiano, ormai dimenticati e dispersi, ma che Uccio ha amorevolmente conservato in bell’ordine, facendoli rivivere oltre il tempo nella loro bellezza artigianale: lu sicchiu per l’acqua del pozzo, li rocci per recuperarlo alla bisogna, lu farnaru per la farina, la crattacasu con il suo solido e armonioso perimetro di legno in cui raccogliere il formaggio, la strattiera per la salsa di pomodoro, li buccacci e li stangati per fichi, friselle, conserve e quant’altro, i misurini d’alluminio per l’olio (chi se li ricordava?), li caddarotti de rame russa, ovviamente anneriti dalla stratificazione di fuliggine, l’altrettanto ‘carbonizzato’ brustulinu per tostare l’orzo (più che il caffè), il termosifone d’altri tempi ossia la brasciera (completa di paletta), un port-enfant di legno, e perfino alcuni attrezzi agricoli come la sarchiudda, lu serrettu pe putare, ola pompa a spalla pe nzurfare le vigne… E ancora: vutti, barilotti, tine pe la scapece, menze, vozze e vucale per l’atavica sete di questa terra, i mitici e ingegnosi trapanaturi de li cconza limbi-e-giustacòfane, e lumi a petroju, spiritiere, scarfalietti, vasi de notte, fusi pe la lana, martieddhi, pinze, tenaje, ssuje de scarparu, staffe de cavaddhu, scale, scaleddhe, ‘mbuti, pignate, chiavi, catinazzi… E pile, stricaturi, limbi e còfani (completi di cenneraturu!) per fare il bucato.

Un’operazione, quella del bucato, che (come descritto magistralmente qualche anno fa su queste stesse pagine da Piero Vinsper) era un vero e proprio evento familiare, e che Uccio – con semplicità e irresistibile fascinazione – vi illustrerà in ogni sua fase, richiamando alla memoria il lavoro, la dedizione e la maestria delle casalinghe di un tempo, alle quali non dovrebbe mancare mai la nostra grata ammirazione.

A Corte Gallo, Uccio continua ad avere le visite di forestieri, turisti e ragazzi delle scuole, ai quali racconta sempre avvincenti episodi di vita vissuta quasi fossero favole da C’era una volta… E se avrete la fortuna di salire le scale insieme a lui per entrare nella sua casa piena di quadri e immagini d’epoca, scoprirete molti altri incredibili tesori, fra cui una rara fotografia dei primi del 1900, dove un gregge di pecore, dal ponte che si congiunge al Borgo, sta entrando nella città vecchia, costeggiando il Castello.

Ma la meraviglia di maggior richiamo – tanto nella sua semplicità quanto nella sua intensa devozione religiosa – resta per me la serie dei pupi di terracotta, che raffigurano le dieci antiche confraternite religiose di Gallipoli.

Realizzate e colorate a mano dallo stesso Uccio, queste piccole opere d’arte naif sono sistemate, una accanto all’altra, sotto la bella edicola con l’immagine di sant’Antonio da Padova che campeggia nella parete centrale di Corte Gallo, di fronte all’arco d’ingresso.

Credo che sia interessante conoscere la denominazione e la Chiesa di appartenenza di ciascuna Confraternita, i colori distintivi dell’abito (composto da una tunica lunga, detto sacco, e da una mantellina, chiamata mozzetta), nonché il legame di devozione con le varie categorie laiche di arti, mestieri e professioni che le hanno a suo tempo fondate.

Eccone la catalogazione fornitami da Uccio, e da me completata, dove possibile, con qualche data storica:

Venerabile Confraternita della Chiesa del Santissimo Crocifisso (sorta nel 1400 sotto il titolo di San Michele Arcangelo). Devoti: Bottai. Sacco di colore celeste, mozzetta di colore rosso. – Confraternita della Chiesa della Madonna del Monte Carmelo e della Misericordia (sorta intorno al 1530): Calzolai. Sacco nero, mozzetta nera. – Confraternita del Santissimo Sacramento (fondata nel 1567),insediata nella Chiesa del Sacro Cuore di Gesù: Fruttivendoli. Sacco bianco, mozzetta rossa. – Confraternita di Santa Maria ad Nives o Cassopo della Chiesa di San Francesco di Paola (istituita nell’aprile 1649): Fabbri ferrai. Sacco avana, mozzetta celeste. – Confraternita della Chiesa di Santa Maria degli Angeli (sorta nel 1662): Pescatori, Contadini, Artisti. Sacco azzurro, mozzetta bianca. – Confraternita della Chiesa della Madonna della Purità (anch’essa fondata nel 1662): Scaricatori di porto oBastasi. Sacco giallino, mozzetta bianca. – Confraternita del Rosario (del 1687): Sarti. Sacco nero, mozzetta bianca.- Confraternita di San Giuseppe e della Buona Morte nella Chiesa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo: Falegnami. Sacco giallo, mozzetta bianca. – Confraternita della Chiesa della Madonna Immacolata: Muratori. Sacco celeste, mozzetta marrone. – Confraternita della Santissima Trinità e delle Anime del Purgatorio: Nobili, Dottori. Sacco avana, mozzetta rossa.

Certo, sarà tutta un’altra cosa se descrivere – insieme a molti altri aneddoti – le Confraternite gallipoline  ve le farete illustrare dalla viva voce di Uccio, quando andrete a trovarlo.

Buona passeggiata a Corte Gallo, dunque.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne

Medico, naturalista, poeta, letterato, patriota. EMANUELE BARBA

gallipoli

Medico, naturalista, poeta, letterato, patriota

 

EMANUELE BARBA

 

Seppe coniugare l’amore per la cultura con l’amore per la Patria. Impegnò ogni suaenergia nella crescita umana della povera gente e ne condivise ogni affanno e sofferenza.

 

di Rino Duma

Ci sono pochissime figure elette nel Salento che possono gareggiare con quella di Emanuele Barba. Il gallipolino ereditò dai genitori, gente brava e onesta, i migliori valori e sentimenti umani, quali l’umiltà, la probità, l’impegno, il rispetto e, soprattutto, l’amore per il prossimo. Fu grande assertore e divulgatore dei principi libertari ed educò i giovani a impegnarsi nel lavoro, a migliorare le fortune della propria terra, a battersi per i valori fondanti della società degli umani e a reclamare i diritti indispensabili per una vita dignitosa. Per tutto ciò fu amato e quasi venerato dai gallipolini.

Sin da fanciullo, Emanuele si prodigò con ogni mezzo per creare situazioni di benessere rivolte soprattutto ai ragazzi di strada, che frequentava con regolarità e nei confronti dei quali si sentiva più legato. La sua colazione o merendina, fatta di fichi secchi o di fette di pane raffermo con alici, spesse volte era condivisa con amichetti bisognosi, che non avevano di che sfamarsi.

Il padre Ernesto era un bravo sarto, ma, nonostante s’impegnasse al massimo nel lavoro, non riusciva quasi mai ad assicurare alla famiglia una vita agiata.

La madre, oltre ad allevare con cura i figli e a trasmetter loro la migliore educazione, aiutava il marito nel faticoso lavoro, sostenendolo spiritualmente e materialmente.

Emanuele nacque a Gallipoli l’11 agosto 1819 da Ernesto, uomo laborioso e onesto, e da Pasqualina Manno. Condusse gli studi primari nella cittadina ionica, riportando un’ottima valutazione in ogni disciplina. Il giovane Emanuele aveva un notevole interesse per il sapere, non disdegnando mai di leggere e di nutrirsi di ulteriori conoscenze, per cui pregò più volte il padre di iscriverlo nelle scuole superiori di Napoli o di Lecce. Vi era, però, un gravissimo impedimento: Ernesto non aveva le possibilità economiche necessarie per accontentarlo e se ne dispiaceva non poco di declinare la richiesta del figliolo prediletto. Ma la divina provvidenza era pronta ad intervenire. Appena adolescente, di Emanuele si presero cura due parenti napoletani, dopo le ripetute lamentele espresse dal ragazzo, in occasione di una loro visita a Gallipoli.

Uno era lo zio materno Gaetano Brundesini, che ricopriva l’importante carica di Consigliere della Suprema Corte di Giustizia, l’altro lo zio paterno Tommaso Barba, che era Presidente della Gran Corte. Dopo le iniziali difficoltà di ambientamento, Emanuele frequentò a Napoli le scuole Medie Superiori di Grammatica, dove si distinse come migliore studente, e in seguito proseguì gli studi letterari e filosofici nella scuola del famoso professore Basilio Puoti, poi diventato membro dell’Accademia della Crusca. Anche qui il gallipolino si distinse per dedizione allo studio e intelligenza, tanto da meritarsi la frequenza gratuita per cinque anni nell’ateneo napoletano. Nel 1838 conseguì, a soli diciannove anni, la laurea in lettere e filosofia.

Mai sazio di sapere e di migliorare ulteriormente la sua già brillante preparazione culturale, continuò a studiare e s’iscrisse alla facoltà di medicina nel Reale Collegio Medico-Cerusico, laureandosi nel 1842 con il massimo dei voti e la lode accademica.

La sua prima importante conferenza da medico ebbe come titolo: “Sui mezzi per evitare i falsi ragionamenti in Medicina“. Grazie a questo molto apprezzato intervento, gli fu assegnato l’incarico di assistente alla Cattedra di Anatomia nel Real Collegio.

Se a livello professionale si sentiva pienamente appagato e realizzato, non altrettanto lo era a livello umano, anzi Emanuele era continuamente turbato e tormentato dalle condizioni misere, e a volte disumane, in cui versavano molte famiglie del regno, soprattutto quelle lucane e salentine. Spesso, commentando con amici l’allarmante situazione in cui versavano i ceti popolari, sosteneva appassionatamente l’urgenza di intervenire con un’adeguata politica per migliorare, anche se di poco, le condizioni sociali delle plebi, per poi programmare con molta attenzione una politica tesa ad un definitivo riscatto delle stesse.

Solo con un’istruzione scrupolosa e mirata, si può combattere l’ignoranza, la sottomissione, l’abbandono, il fatalismo e la rassegnazione. Solo le genti istruite maturano la consapevolezza dei loro diritti e l’impegno per poterne usufruire, sino alla lotta più dura” – era l’opinione ricorrente di Emanuele, in linea con quella del Mazzini.

A Napoli frequentò assiduamente il Caffè Letteriario, dove si ritrovavano eminenti figure, come Luigi Settembrini, Francesco De Sanctis, Basilio Puoti, Carlo e Alessandro Poerio, Bonaventura Mazzarella, Epaminonda Valentino. Qui si discettava di tutto: dalla necessità di garantire il purismo alla Lingua Italiana, alla critica rivolta agli emergenti scrittori e poeti del momento, come il Manzoni e il Leopardi, sino ad interessarsi di politica, di economia e di rinnovamento sociale. Emanuele non mancava mai di intervenire nelle varie discussioni, argomentando con argute e singolari riflessioni, che quasi sempre ricevevano il plauso dei presenti, soprattutto quando il dibattito era improntato su tematiche socio-politiche.

A metà anni ’40, sollecitato dalla nostalgia per la sua città natale, dalla quale giungevano notizie poco buone, decise di rinunciare alle ottime prospettive di vita nella capitale e di far ritorno tra la sua gente. A Gallipoli conobbe e sposò Addolorata Bono, una donna pia e molto premurosa, che gli diede ben sei figli: Ernesto, Carmelo e Gustavo, che divennero bravi avvocati, Ettore medico, Antonietta (non si hanno notizie di lei) ed infine Egildo, che morì all’età di sette anni, colpito da una grave malattia.

A Gallipoli, pur guadagnando il minimo indispensabile per vivere, svolse contemporaneamente due attività professionali: quella di insegnante e quella di medico, che gli occupavano gran parte della giornata. L’aspetto, però, che più di ogni altro merita di essere ricordato è che Emanuele esercitava gratuitamente entrambe le professioni, campando di sussidi comunali e di elargizioni volontarie. Poi, finalmente, fu nominato docente di Scienze e Lettere nel Ginnasio e nella Scuola Tecnica di Gallipoli, e, successivamente, fu Soprintendente scolastico e Assessore delegato alla Pubblica Istruzione della città ionica.

Nonostante i numerosi impegni, continuò ad insegnare, sempre gratuitamente, nelle Scuole Tecniche serali, svolgendo anche le funzioni di Direttore delle Scuole serali festive degli Adulti, istituite dal Governo. Non aveva un solo attimo di risposo. La sera, quando rientrava stanco a casa, sul viso affaticato portava sempre un sorriso di compiacimento per l’impegno quotidiano, svolto con cura e dedizione.

La nomea di valente professore e di ottimo medico ben presto valicò i confini del Salento, tanto che gli furono conferite diverse attestazioni di stima e di solidarietà per lo spirito di abnegazione e di generosità con cui si donava ai bisognosi. Gli fu assegnata dal Consiglio scolastico provinciale di Bari la nomina di professore di letteratura nel Ginnasio di Trani. Emanuele ringraziò di cuore le autorità scolastiche baresi, ma rinunziò all’allettante offerta per non abbandonare la sua gente, che tanto bisogno aveva di cure e di sostegno.

La sua preparazione culturale era talmente vasta da parlare correttamente l’inglese e il francese, ed essere un ottimo conoscitore della lingua latina e un rinomato purista della lingua italiana.

Nel 1848 Emanuele si distinse per l’assidua assistenza prestata ai tantissimi ammalati di febbre tifoidea, epidemia che improvvisamente si diffuse in tutto il Salento per via delle scarsissime condizioni igieniche e la situazione miserevole di vita in cui versavano i ceti popolari più bassi. Il morbo fece una mattanza di vite umane in ogni ceto sociale. Anche il vescovo di Gallipoli, Mons. Giuseppe Maria Giove, accorso al capezzale degli infermi per portare aiuto e conforto spirituale, ne pagò le conseguenze. Nella circostanza, Emanuele fu nominato direttore provvisorio dell’ospedale di Gallipoli e si avvalse dell’aiuto del dott. Emanuele Garzya e dei farmacisti Giuseppe Sogliano e Saverio Greco, nonché di Antonietta de Pace. Grazie al loro intervento furono salvate numerose vite.

Anche successivamente nel 1866, in occasione della diffusione del colera, Emanuele intervenne drasticamente, scongiurando la propagazione e la falcidia del morbo. Non mancarono attestazioni, onorificenze e una medaglia d’oro, conferitagli dall’amministrazione comunale.

In occasione dell’abrogazione della costituzione da parte di re Ferdinando II, Emanuele criticò duramente l’illiberalità del sovrano e si schierò a difesa dei liberali, condividendone gli ideali e le azioni. Per questo fu processato, condannato all’esilio e in seguito incarcerato per tre anni dalla Gran Corte di Terra d’Otranto. In carcere non mancò di propagare le idee liberali ai compagni detenuti, intervenendo, durante l’ora d’aria, con accorati comizi che gli crearono ulteriori punizioni. Sempre in carcere, scrisse e pubblicò il Proclama agli Italiani, che fu distribuito clandestinamente in quasi tutte le carceri del regno.

Dopo il periodo detentivo, crebbe ancor di più in lui il “dovere” di schierarsi al fianco delle classi più umili e più deboli, divenendo il loro strenuo difensore.

Nel 1861, subito dopo l’unificazione del paese, Emanuele avvertì il bisogno di fondare a Gallipoli la Società di Mutuo Soccorso ed Istruzione degli operai. Mai domo di iniziative a favore del popolo, fondò il periodico popolare Il Gallo, su cui venivano trattati i problemi legati agli operai e alle masse popolari.

Per pubblico concorso vinse il posto di Bibliotecario comunale, pubblicando immediatamente un bollettino bibliografico. Ma le sue “imprese sociali” non erano certamente finite. Qualche anno dopo fondò il Museo di Storia naturale e di Archeologia.

Non bisogna dimenticare, però, che Emanuele, oltre ad essere naturalista, medico e patriota, era anche un letterato e un valente poeta, anche vernacolare, di cui si serbano alcuni simpatici proverbi e poesiole. Tra i tanti suoi componimenti, scrisse “Un sospiro di Garibaldi” (versi di ispirazione patriottica, stampati e pubblicati nel 1875) e il “Sonetto all’Italia”.

Non mancò di delineare i tratti biografici dei personaggi gallipolini più illustri. Inoltre, di grande importanza sono alcuni lavori, mai pubblicati, sui Canti popolari e Proverbi gallipolitani e un Vocabolario del dialetto gallipolitano, tradotto in lingua italiana, francese e inglese.

Tra tanti onorificenze e riconoscimenti, Emanuele visse sino all’età di 68 anni, meritandosi le premure dei figli e dei suoi amati gallipolini, ai quali donò l’essenza prima della sua vita.

Il 7 dicembre 1887 si spense serenamente, non prima di aver raccomandato i suoi familiari ed amici di continuare ad adoperarsi per il bene e la felicità di tutti, in particolar degli ultimi.

Così scrisse lo “Spartaco” alla sua morte: “In tempi in cui l’Umanità con uno sforzo titanico aveva dato al mondo una generazione di giganti, Egli lavorò per la Scienza, per la Patria e per l’Umanità“.

Sulla parte alta della camera ardente, gli amici gallipolini affissero il memorabile distico
Nato dal popolo
Per il popolo si adoperò.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

Per grazia ricevuta

Gallipoli, chiesa di San Francesco di Paola

di Antonio Faita

Due anni fa si è celebrato il trecentenario della statua lapidea di San Francesco di Paola che campeggia nel centro della piazza di Ruffano, realizzata nel 1711, con la relativa chiesetta omonima, ad opera del martinese mastro Valerio Margoleo. Nel 2007 se ne occupò lo studioso Aldo de Bernart in occasione del V centenario (1507-2007) della morte di San Francesco di Paola[1], nel 2011 lo studioso Paolo Vincenti con un saggio pubblicato sul blog “Spigolature Salentine” dal titolo “La statua di San Francesco di Paola a Ruffano”, una sorta di cronistoria sino ai giorni d’oggi con lo scopo di sensibilizzare gli enti preposti ad intervenire per un urgente restauro.

La statua fu realizzata agli inizi del ‘700, quando nel Salento si propagava il culto e la venerazione del Santo di Paola. Oltre a essere il protettore della città dei martiri di Otranto, che ne predisse con precisione la caduta sotto i turchi nell’eccidio del 1480, varie chiese furono erette a suo nome,  ma la città dove il culto per il Santo calabrese è molto sentito, è la nostra Gallipoli, tanto che noi gallipolini gli abbiamo assegnato l’appellativo di “Santu Patre”.

Il patrono della gente di mare è venerato nella piccola e splendida chiesa (1630) che affaccia sul porto, affiancata da quel che ne resta del vecchio convento seicentesco (1613) dei frati Paolotti (qualche colonna e tracce di affreschi sulla storia dell’ordine), oggi in rovina. Per tale ricorrenza, rovistando tra i miei appunti d’archivio, ho reperito alcune notizie che sono a loro volta tratte da un regesto notarile del 1711, che illustrano un singolare episodio di grazia ricevuta a intercessione di San Francesco di Paola che, con i suoi miracoli, meravigliò il mondo intero e il suo culto dilagò prepotentemente. Inoltre, dal regesto, emergono alcuni aspetti storici del nostro paese durante la guerra di successine spagnola (1701-1713/14)[2].

Dal documento veniamo a conoscenza che il 19 gennaio 1711 (in quest’anno, Carlo III venne incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero[3]), il reverendo don Giuseppe Bitonte, sacerdote della “Cattedrale Chiesa di Gallipoli”, dichiarava “per chiarezza della verità accerta, certifica et attesta[4], quanto segue: nell’anno del Signore 1707 un esercito austriaco “de tedeschi”, comandati dal Conte Wirich Philipp Lorenz Daun[5], discese la penisola, attraversando lo stato pontificio  e passando per Caianello e Mugnano, per espellere dal napoletano le deboli guarnigioni spagnole che vi erano rimaste[6]. Giovedì 7 luglio, 20.000 uomini “In nome dell’Invitissimo e Cattolico Gran Monarca delle Spagne e di Napoli Carlo III d’Austria che Dio lo guardi” fecero il loro ingresso a Napoli, città che cadde senza opporre nessuna resistenza. L’esercito austriaco fu accolto da un incredibile plauso popolare e mentre usciva l’ultima fila delle guarnigioni spagnole, con onore e bandiere spiegate, i “tedeschi” entravano e il popolo che in gran numero era presente, cominciò a sventolare i fazzoletti e a gridare «Viva L’Imperatore, viva Carlo III»[7].

Il passaggio della città dal Viceregno spagnolo a quello austriaco avvenne come un semplice avvicendamento. Nella stessa giornata Georg Adam von Martinitz, primo Vicerè austriaco venuto al seguito dell’esercito Imperiale, prese possesso del Palazzo Reale, sede del governo, che fino al giorno prima (6 luglio) aveva ospitato l’ultimo Vicerè spagnolo. Infatti, durante il governo di Juan Manuel Fernández Pacheco, “Duca d’Ascalona[8] e ultimo Vicerè spagnolo, il nostro reverendo don Giuseppe Bitonte, che copriva la carica di cappellano di un “Reggimento de soldati Napoletano[9], assistette alla presa forzata, su ordini del Vicerè, di “Isidoro Leonardo Andriolo di Gallipoli che si trovava In Napoli per servire In detto Reggimento da Sargente”, per farlo imbarcare e deportarlo “nella piazza di Longone[10], in quanto non “voleva militare (combattere) contro l’Armi del Re nostro Signore Carlo Terzo”.

In effetti, già mesi prima si avvertiva l’avanzamento dell’esercito austriaco verso Napoli, mentre il Viceré sottraeva soldati dalla capitale, inviandoli di rinforzo a Capua, a Gaeta e in Abruzzo e lasciando pertanto i castelli di Napoli pressoché sguarniti[11]. Tra confusione, mancanza di competenza militare e soprattutto di coraggio, tutto doveva andare ancora avanti come al solito e il popolo napoletano non doveva nemmeno lontanamente sospettare che la situazione stesse – come in effetti stava – precipitando.

Nel sentire che gli ussari austriaci erano così vicini, i napoletani erano già palesemente disponibili ad acclamare un nuovo sovrano[12]. Così avvenne anche per il sergente Isidoro Andriolo che non riconosceva più Filippo V come suo Re, rifiutandosi di combattere contro il nuovo sovrano Carlo III. Perciò, imbarcato con forza assieme al cappellano Bitonte, due ufficiali del “detto Reggimento” ricevettero l’ordine dal Vicerè che il suddetto Andriolo dovesse essere deportato per cinque anni presso la fortezza di Longone e alla prima “occasione et intoppo lo passassero per l’armi (di fucilarlo)”.

La mattina di mercoledì 6 luglio, mentre gli austriaci arrivavano ad Aversa, il “Duca d’Ascalona”, aveva provato inutilmente un’ultima volta a incitare alle armi il popolo. Utilizzando una scala segreta, che dagli appartamenti reali portava al mare, s’imbarcò con la sua famiglia su una gondolae lasciarono Napoli per Gaeta, accompagnati da un convoglio formato dalle sei migliori galere e da sette tartane[13] e, sicuramente, su una di queste galere fu imbarcato il sergente Andriolo, il quale, in prossimità di “Monte Circello[14] e “tenendo a vista due soldati di guardia, si buttò in Mare”. Dato subito l’allarme, furono calate “la felluca[15] delle Galere e lo schifo[16] della Tartana di Padron Pietro Moresca”, ma la ricerca fu vana: il sergente riuscì a nuotare sott’acqua e non vedendolo riemergere lo diedero per morto. Ma, per intercessione o per “miracolo di San Francesco de Paula”, in quanto devoto al santo di Paola, “si salvò la vita, avendo perduto tutte le sue robbe e vestito di buona qualità e nudo fù a terra”.

statua di San Francesco da Paola nell’omonima chiesa di Gallipoli

Il gesto che compì il sergente Andriolo, lo fece “per voler esser fedele soldato e sargente delli Regimenti d’Armi di detta Maestà di Carlo III, che Dio lo guardi”. Anche il reverendo don Giuseppe Bitonte lo dava ormai per scontato di “essersi annegato”. Dopo due giorni, e precisamente il 9 luglio, tre delle tartane del convoglio del Vicerè ancora bordeggiavano nel golfo in cerca di vento, s’inviarono delle filluche per intimare a quei padroni che non proseguissero il loro viaggio verso Gaeta, mentre  due delle suddette galere non arrivarono a Gaeta perché, nel corso di quel breve tragitto, tornarono a Napoli per offrire al nemico subentrante il loro carico di munizioni[17]. Probabilmente fu quella l’occasione in cui il reverendo don Giuseppe, tornato a Napoli, rivide il sergente D’Andriolo che, non credendo ai suoi occhi, esclamò: « certo figliolo voi per Miracolo avete la vita » e così il reverendo Giuseppe attestò il tutto.


[1] A. De BERNART, “In margine al V centenario (1507 – 2 aprile – 2007) della morte di San Francesco di Paola”, Tip. In guscio e De Vitis, Ruffano 2007;

[2] www.wikipedia.it: La guerra di successione spagnola fu combattuta tra il 1701 e il 1713/1714 e vide schierati da una parte la Francia, la Baviera, con il suo principe elettore Massimiliano II Emanuele e l’arcivescovato di Colonia, dall’altra l’Inghilterra, l’Austria e gli altri stati tedeschi del Sacro Romano Impero, tutti uniti nella cosiddetta Grande Alleanza o Alleanza Imperiale. Dopo lunghe e laboriose trattative, protrattesi per circa un anno, il 13 luglio del 1713 fu firmato il trattato di pace di Utrecht tra la Francia, da una parte, e l’Inghilterra, il Portogallo, la Prussia, l’Olanda e la Savoia, dall’altra, che metteva, così, fine alla guerra di successione spagnola. Per poter mettere definitivamente la parola fine alla guerra di successione spagnola, era necessario, però, che anche l’Austria sottoscrivesse il trattato di pace con la Francia: ciò avvenne il 6 marzo 1714 nella città di Rastatt;

[3] www.wikipedia.it: Nel 1711, si registrò una svolta politica inaspettata e decisiva per le risoluzioni del conflitto. Moriva, infatti, l’Imperatore Giuseppe I e gli succedeva il fratello già pretendente al trono di Spagna, l’arciduca Carlo d’Asburgo, col nome di Carlo VI ovvero Carlo III;

[4] ASLecce, Not. Carlo Megha, Anno 1711, coll.40/13, “In Dei nomine amen”, ff. 15/v-16/v;

[5] www.treccani.it: Daun (o Dhaun), Wirich Philipp Lorenz, conte di Teano, marchese di Rivoli. – Feldmaresciallo (Vienna 1669 – ivi 1741), divenne maggiore generale dell’esercito austriaco nel 1701 e difese, durante la guerra di successione spagnola, Torino assediata dai Francesi, fino all’arrivo del principe Eugenio. Occupò il Regno di Napoli (1707). Promosso feldmaresciallo, ebbe il titolo di grande di Spagna. Viceré di Napoli (1713), fu poi luogotenente dei Paesi Bassi austriaci (1725) e governatore di Milano (1728);

[6] Cfr., J. S. BROMLEY, “Storia del Mondo Moderno”, Vol.6, Ed. Garzanti 1971;

[7] G. PERICE, “Le cronache militari del regno di Napoli e l’evoluzione tecnico-tattica della guerra verso il declino dell’egemonia spagnola (1668-1707)”, 2008, pp. 390-391;

[8] Juan Manuel Fernández Pacheco y Zúñiga (1650-1725); Duca d’Escalona (comune spagnolo situato nella comunità autonoma di Castiglia-La Mancia) e Marchese di Villena (comune spagnolo situato nella comunità autonoma Valenciana), nominato Vicerè, da Filippo V di Spagna, il suo periodo fu, dal 15 febbraio 1702 al 6 luglio 1707;

[9] Cfr., G. PERICE, “Le cronache militari del regno di Napoli….”: nella lista dei reggimenti di fanteria spagnola, risultavano due corpi sicuramente napoletani o comunque di chiara origine partenopea; quello del colonnello aquilano Biase Dragonetti, il quale si era chiamato prima Visconti e ancor prima Armada viejo o meglio Tercio viejo del mar Océno de infanteria Napolitana, era stato uno dei terzi più antichi e gloriosi della Corona e aveva per lo più sempre fatto da fanteria di marina dell’armata oceanica spagnola, prenderà ora il definitivo e perpetuo nome di Nápoles, mentre quello del colonnello Ferdinando Caracciolo si chiamerà da questo momento Basilicata, p. 383;

[10] www.wikipedia.it: Il Forte di Longone, è una fortificazione costiera situata nel comune di Porto Azzurro, lungo la costa sud-orientale dell’Isola d’Elba rivolta verso il Canale di Piombino. La sua ubicazione è sul promontorio che domina da est la baia del porto. L’imponente complesso fortificato venne edificato dagli Spagnoli all’inizio del Seicento, per potenziare il sistema difensivo costiero dello Stato dei Presidii, il cui territorio inglobava anche parte della costa orientale e meridionale dell’isola. L’intera struttura fortificata fu realizzata in soli due anni, tra il 1603 e il 1605. Le originarie funzioni di avvistamento e di difesa furono svolte fino alla metà dell’Ottocento, quando gradualmente la struttura militare fu dismessa per essere convertita in carcere, funzione che svolge tuttora;

[11] Cfr., G. PERICE, “Le cronache militari del regno di Napoli….”, p. 390;

[12] Cfr., Ibidem, p.389;

[13] Cfr., Ibdem, p.390;

[14] www.wikipedia.it: Il Promontorio del Circeo è un piccolo e isolato massiccio montuoso che si erge sul Mar Tirreno, insieme al promontorio di Gaeta, come estrema propaggine meridionale della provincia di Latina. Insieme all’Isola d’Ischia e all’arcipelago ponziano racchiude le acque del golfo di Gaeta. Fra le cime principali la più alta è il Monte Circeo (541 m s.l.m.), detto anche Monte Circello;

[15] Feluca: un bastimento di piccolo cabotaggio, pontato, con una vela latina, a volte con una seconda vela latina più piccola all’estrema poppa (mezzanella) e il polaccone: da30 a 50 ton;

[16] Schifo: Piccola imbarcazione leggerissima, stretta e lunga, a un vogatore, fornita di due remi situati sulle scalmiere e fuori del bordo, con sedile scorrevole e senza timoniere;

[17] Cfr., G. PERICE, “Le cronache militari del regno di Napoli….”, p. 390.

pubblicato su Anxa,  Anno IX-2011, luglio agosto.

Gallipoli e il suo Malladrone

Il Malladrone di Gallipoli
Il Malladrone di Gallipoli

di Francesca Fontò

La chiesa di S. Francesco d’Assisi, in riviera Nazario Sauro a Gallipoli, è la più antica del centro storico. La tradizione popolare ne attribuisce la fondazione allo stesso S. Francesco nel 1217.
La chiesa venne eretta nel XV secolo dai francescani ed è stata interamente rimaneggiata alla fine del XVI sec, con l’arrivo a Gallipoli dei frati riformati. La facciata in carparo è del 1736. L’interno maestoso è scandito da tre navate, interamente abbellito di stucchi nel primo ventennio del ‘700.
Questa chiesa è molto cara ai gallipolini che la chiamano la “Chiesa tu ‘Mmalatrone”- la chiesa del cattivo ladrone- o, più semplicemente, “ Mmallatrone”.
Entrando in chiesa, alla nostra destra si apre la cappella funeraria degli spagnoli che apparteneva alla famiglia Gorgoni, ceduta alla moglie di don Giovanni Della Cueva, Anna Massa Capece (baronessa di Collepasso) nel 1680 con il vincolo di non spostare il dipinto di San Francesco, ivi presente, in nessun’altra chiesa di Gallipoli.
Il regio castellano di Gallipoli, Giuseppe Della Cueva, vi fece collocare all’interno un Cristo Morto in legno, con ai lati il buon ladrone, Disma ed il cattivo ladrone, Misma, entrambi crocifissi.
I ladroni sono delle figure abbigliate in stoffa, con testa, mani e piedi in legno. La leggenda narra che il peccato del Mal Ladrone fosse così intenso da corrodergli non solo l’anima, ma anche le vesti che realmente si laceravano, tanto da dover essere periodicamente sostituite.

La religiosità dei gallipolini si respira ancora oggi, soprattutto nella Settimana Santa e nelle ricorrenze dei santi protettori rigorosamente onorati e festeggiati ed è sorprendente la riverenza per il Malladrone, materializzazione della tentazione e del demonio per antonomasia. I delinquenti sono per sfortuna, nella storia più prestigiosi e più conosciuti, ecco perché tanta gente da diversi luoghi è incuriosita dal Malladrone, il nostro “illustre concittadino”, che oltre venti secoli fa per superbia non volle ascoltare il Signore mostrandosi disdegnoso, rabbioso e saccente.
Anche Gabriele D’Annunzio, che senti parlare del “Mal ladrone” di Gallipoli volle vederlo, ma nel cuore della notte e con una candela che illuminava il solo volto, ne rimase così colpito da definirlo di orrida bellezza.
Il ghigno di Misma, secondo la credenza popolare, sarebbe costituito dai denti veri di un condannato a morte(anche se nel recente restauro si è constatato che i denti sono di legno) ed è così malefico che va riconosciuto il merito dell’ignoto artista, per aver raffigurato in maniera così efficace il peccato e la cattiveria di Misma.

L'altro ladrone
L’altro ladrone

La chiesa dopo oltre 10 dieci anni di lavori è stata riaperta al culto nel settembre del 2005 e durante il restauro si è avuto modo di verificare che il muro su cui poggia la croce del “Mal ladrone”, essendo più esposto all’azione del mare, viene attraversato dalla salsedine che, invisibile, ne deteriora le vesti, anche se noi preferiamo restare ancorati alla credenza popolare che vuole identificare nel logorio delle vesti di Misma, il logorio dell’anima corrosa dal peccato.

Gallipoli. Il venerdì della Madonna

di Salvatore Magno

Nella piccola cittadina, arroccata su un’isola e cinta dalle antiche mura medievali, la Settimana Santa, con tutti i suoi riti religiosi e le tradizioni popolari rappresenta il principale avvenimento dell’anno.

Tutto inizia sette venerdì prima e, di settimana in settimana, un’agitazione sottile, quasi impalpabile come una febbre, si impadronisce di tutti, senza distinzione di sesso, età o ceto sociale per esplodere il venerdì che precede la Domenica delle Palme lasciando che i suoi sintomi facciano effetto per tutta la Settimana Santa fino a spegnersi silenziosamente nel Lunedì dell’Angelo, affogata nell’unico rito pagano legato alla Pasqua: la gita fuori porta.

Una tradizione affondata nella notte dei tempi, vuole che in quel venerdì, la settecentesca statua raffigurante la Madonna Addolorata, che per tutto l’anno è conservata nell’oratorio dedicato alla Vergine del Carmelo, venga portata nella casa di una delle famiglie patrizie fondatrici della confraternita, lì viene vestita con preziosi abiti, addobbata di con ex-voto e, infine, adornata con capelli donati dalle devote, per poi tornare nella Sua chiesa. Alle dodici in punto in solenne processione la statua viene portata in cattedrale, dove alla presenza della cittadinanza, del vescovo e di tutte le più alte autorità si svolge lo storico concerto in Suo onore.

Far parte dell’orchestra o del coro è motivo di vanto ed orgoglio per tutti, dall’ultimo dei coristi al tenore solista, dal più umile musicista su su fino al

Riti della Settimana Santa a Gallipoli

…Animos eorum maceravit…

Cronistoria sui riti della Settimana Santa della confraternita Santa Maria degli Angeli di Gallipoli

 

di Antonio Faita

La processione, in ogni religione, è uno dei riti liturgici ove maggiormente si estrinseca la fede del credente e la partecipazione a essa è uno dei modi di attestare e manifestare il legame che unisce l’uomo alla Divinità, quasi verifica della propria fedeltà a Dio. E’ quindi un atto sentito e non vera ostentazione folkloristica, atto di fede e non di esibizionismo di cui dobbiamo, quasi, provare disagio o insofferenza.

Per la Chiesa Cattolica le più importanti processioni furono le Rogazioni, quelle del Venerdì Santo e del Corpus Domini.

La processione del Venerdì Santo aveva lo scopo di far rilevare ai fedeli il dolore della Chiesa per la passione e morte di Gesù Cristo.

In seguito, anche per l’influenza dei vicerè Spagnoli, regnanti nel napoletano, cominciarono a comparire gli strumenti della passione, con il  preciso scopo di far meditare sia gli incappucciati che il popolo sulle sofferenze patite da Cristo.

Questo nuovo genere di processioni era stato importato dalla Spagna nel secolo XVI e molto propagandato nel regno di Napoli dai padri Gesuiti che, nel pieno della controriforma e all’alba della crisi del Seicento, elaborarono forme di pietà e devozioni, destinate a rimanere, indelebili nel tempo, in una realtà urbana e di civiltà, della cultura del Mezzogiorno(1).

Una grande importanza ai modelli devozionali e ascetico-penitenziali proposti dai padri Gesuiti ricoprono le associazioni di vita cristiana e confraternale in cui, al di là dei titoli, il culto della passione e morte di Gesù occupa un posto centrale tra le pratiche devozionali sia individuali e private che comunitarie(2).

La presenza e il ruolo svolto dalle confraternite laicali nella città di Gallipoli, nel corso dei secoli(3),inizia dal secolo XVI; purtroppo non si dispone di documenti anteriori al Cinquecento, per poter ricostruire la storia del fenomeno confraternale gallipolitano(4).

Puntualmente, ogni anno, a Gallipoli si rivive la passione e morte di Gesù Cristo attraverso le pratiche penitenziali, che vanno dai digiuni, alle mortificazioni corporali, alle discipline. Queste ultime, specie in tempo di

La pratica dell’asta nei riti della Settimana Santa a Gallipoli

La pratica dell’asta nei riti della Settimana Santa della confraternita di Santa Maria degli Angeli di Gallipoli, alla luce di un documento del 1762 *

 

di Antonio Faita

In  “… Animos eorum maceravit…”, pubblicato alcuni giorni fa , illustrai come, nel XVIII sec., la confraternita di Santa Maria degli Angeli curava i riti della Settimana Santa e in particolar modo la processione dei Misteri nei giorni di Giovedì e Venerdì Santo1.

Sulla base delle testimonianze descritte sin dal 1726 ho messo anche in risalto una certa ritualistica penitenziale che si svolgeva all’interno dell’oratorio, fino a produrre negli anni a seguire un cambiamento, sia nella liturgia penitenziale quaresimale che nello svolgimento di questi riti, nei quali prese sempre più corpo la reiterazione di queste pie pratiche2.

Rileggendo attentamente i documenti del “Libro degli Annali e Conclusioni dal 1727 al 1766”, emerge un nuovo particolare, una pratica inedita, forse unica nel suo genere, non solo in Gallipoli ma presumibilmente in tutta la Puglia, riguardante lo svolgersi d’una “gara d’asta” per l’aggiudicazione dei simulacri del Cristo morto e dell’Addolorata. Questa forma d’asta veniva praticata  e lo è tuttora, nel capoluogo jonico, come famosi sono in tutto il mondo i riti della Settimana Santa, unici nel loro genere di maggiore coesione e identità3. Infatti il momento cruciale sia del pellegrinaggio ai sepolcri che delle due processioni è costituito dalle aste, le “gare”, “gli incanti” nel Calabrese, per l’aggiudicazione dei simboli che vede impegnate sia la confraternita dell’Addolorata, sia quella del Carmine.

In realtà le aste sono delle assemblee straordinarie dei confratelli e, pertanto, possono partecipare alle “gare” tutti gli aggregati che mediante libere offerte si aggiudicano i simboli delle due processioni e le varie immagini sacre. Alcuni studiosi, dei riti tarantini ritengono che l’aggiudicazione per asta, da molti contestata, si effettui forse dalla nascita dei riti della Settimana Santa, tra la seconda metà del XVII sec. e i primi del

Musei di Terra d’Otranto. Il museo diocesano di Gallipoli

Musei di Terra d’Otranto. Il Museo Diocesano di Nardò-Gallipoli. Sezione di Gallipoli

di Alessandro Potenza

Il museo diocesano – sezione di Gallipoli è allestito nella sede dell’antico seminario diocesano, realizzato in un lasso di tempo che va dal 1751 al 1759. Si tratta di un immobile architettonicamente pregevole, collocato alle spalle della cattedrale e in contiguità con essa; un edificio  giunto fino a noi pressoché integro e che,  attraverso alterne vicende, perdendo negli anni ’70 del secolo scorso la sua originaria destinazione a causa del calo delle vocazioni ecclesiastiche, oggi accoglie la recente istituzione.

Il museo raccoglie 553 manufatti, comprendenti sculture,  dipinti, argenteria e oreficeria liturgica, paramenti sacri e materiale archeologico.

Le opere esposte provengono in gran parte dal tesoro della basilica concattedrale e dal palazzo vescovile di Gallipoli. Vi sono anche  manufatti provenienti dall’ex-chiesa di Sant’Angelo, dalle chiese della B.V.M. del Rosario e di S. Maria dell’Alizza e dal patrimonio del seminario.

Il museo si sviluppa su tre piani e gli spazi espositivi sono costituiti da 12 sale, quattro saloni, l’ex-cappella del Seminario, l’antico refettorio, per una superficie complessiva di 900 mq circa. Vi è una sala multimediale e un punto di ristoro, collocato sulla terrazza dell’edificio, con uno spettacolare belvedere.

Al piano terra,  oltre ai servizi di accoglienza (biglietteria, bookshop) e  alla  direzione, vi sono: l’antico refettorio del seminario,  rivestito in legno  intarsiato;  un salone occupato da due grandi tele: l’Assunta, capolavoro del 1737 di Francesco De Mura e l’Immacolata del gallipolino Gian Domenico Catalano (1560c.–1624c.); la sala multimediale. Due cippi funerari di epoca imperiale fanno memoria dell’antichità della città. Due tombe bizantine, rinvenute presso la locale chiesa di S.Giuseppe picciccu, rappresentano le più antiche testimonianze monumentali cristiane del territorio. Una serie di campane rievocano l’arte dei fonditori gallipolini (tra i quali i Roscho e Patitari), attestata fin dal sec. XI.

Il primo piano raccoglie i manufatti illustrativi delle devozioni popolari del luogo. Nell’antica cappella del seminario sono esposti i busti argentei dei patroni: S. Agata (1759) e S. Sebastiano (Filippo Del Giudice, 1770), i preziosi

Musei diocesani pugliesi scrigni di ricchezze

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di Giuseppe Massari

Nel panorama culturale pugliese ci sono delle testimonianze e delle realtà che non si può fare a meno di visitare. Tra i tanti doni naturali che la Puglia possiede, e che ha gratuitamente ricevuto in dono,  ci sono quelli costruiti da mani esperte ed umane. Sono immagini sacre, quadri, sculture di santi, reliquiari, paramenti ed arredi sacri. Un corredo enorme che costruisce e ricostruisce la storia della Chiesa pugliese. Che fa da cornice e da sfondo ad una storia scritta, ma non sufficientemente conosciuta. Un bagaglio culturale di enorme spessore, interesse e bellezza attraverso il quale si sono cimentati pittori e artisti di fama mondiale, ripercorrendo in lungo e in largo la sacralità, la spiritualità, la fede della nostra regione.

Questi ricchi contenitori di arte ed espressività, intonati e sintonizzati con le corde del cuore, sono i molteplici musei diocesani sparsi dal nord al sud della Puglia.

Ma in realtà quanti sono? In una prima ricostruzione, fatta alcuni anni fa, dalla Commissione per la cultura della Conferenza episcopale pugliese,  e sfociata in una pubblicazione che ha visto la luce circa cinque anni fa,  “Guida dei Musei diocesani di Puglia”, essi assomano ad un numero pari a 17. Va detto subito che sono fra i più importanti e i più ricchi per contenuti di oggetti espositivi. A questo elenco vanno aggiunti quelli definiti ecclesiatici, cioè sempre di proprietà della Chiesa, ma più, per quanto riguarda la gestione, di natura privata o privatistica.

Tutti, comunque, in ugual misura, contribuiscono ad integrare il già vasto patrimonio architettonico delle nostre chiese romaniche, gotiche e barocche.

Tutti questi cimeli, uniti indissolubilmente alle storie di ogni singola cattedrale o chiesa locale, sono il miglior viatico, il migliore mezzo per portare la Puglia oltre i suoi limitrofi e lontani confini. Essi svolgono una funzione turistica di indubbio valore, se è vero, come è vero, che la sete del sapere e del conoscere non può non passare attraverso le bellezze che racchiudono il sacro, il divino, il trascendente, il culto, la fede, la tradizione, la specificità di un messaggio autentico e non artefatto, in mezzo al confusionismo moderno o della modernizzazione dissacrante, blasfema ed iconoclasta.

Nell’economia di questi tesori viventi vanno aggiunti i cassetti della memoria spolverata o impolverata degli Archivi. Altre miniere di ricchezza di documenti, di racconti particolari, curiosi, metodici, puntuali dello svolgimento della vita della Chiesa, con gli atti ufficiali dei molteplici vescovi che hanno abitato le sedi episcopali. La vita dei Capitoli cattedrale. Le particolarità raccontate dei vari personaggi storici, che hanno contribuito a scrivere ogni fetta e parte di storia locale. Forse, con l’eccezione e la dovuta distinzione, però, va evidenziato come i musei, per la loro capacità di farsi guardare e ammirare sono mete ambite da molti.

Gli archivi, sono luoghi di studio, riservati a pochi, a cultori, ad appassionati di ricerche, e, quindi, meno esposti ai visitatori occasionali e di passaggio. Ma gli uni e gli altri non differiscono dall’ essere punti centrali d’incontro e di partenza per lo studio di ogni realtà particolare. Gli uni e gli altri insieme per assolvere a quella funzione di supporto propagandistico e promozionale del nostro territorio.

Non potendo elencare tutti i tesori contenuti nelle strutture museali diocesane, quanto meno, ci è sembrato opportuno, riportare, grazie all’ausilio di un recente studio, elaborato attraverso una Tesi di Licenza in Museologia, curata dal giovane Giorgio Gasparre e discussa presso il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, presso la Città del Vaticano, nell’Anno accademico 2004 – 2005, l’elenco aggiornato di tutti i musei che insistono nelle varie diocesi pugliesi.

 

 

Provincia di Lecce

Ÿ         Museo Diocesano d’ arte sacra dell’ Arcidiocesi di Lecce: Comune: Lecce- Diocesi: Lecce- Sede: Palazzo del seminario, piazza Duomo- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, a pagamento.

Ÿ         Museo Diocesano di Otranto: Comune: Otranto- Diocesi: Otranto- Sede: palazzo Lopez, piazza della Basilica- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso per restauro. 

Ÿ         Museo Diocesano di Gallipoli: Comune: Gallipoli- Diocesi: Nardò-Gallipoli- Sede: ex Seminario Vescovile- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto a pagamento. 

Ÿ         Museo Diocesano di Ugento: Comune: Ugento- Diocesi: Ugento- Santa Maria di Leuca- Sede: Palazzo del Seminario- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- In progettazione.

 

Provincia di Brindisi

Ÿ         Museo Diocesano “Giovanni Tarantini”: Comune: Brindisi- Diocesi: Brindisi- Ostuni- Sede: chiostro del Palazzo del Seminario- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- In allestimento. 

Ÿ         Museo Diocesano di Oria: Comune: Oria- Diocesi: Oria- Sede: Palazzo Vescovile- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto a richiesta. 

 

Provincia di Taranto

Ÿ         Museo Diocesano di Taranto: Comune: Taranto- Diocesi: Taranto- Sede: ex Seminario Vescovile- Tipologia: artistico, arte sacra-Proprietà: diocesano. Prossima apertura.

Ÿ         Museo Diocesano di Castellaneta: Comune: Castellaneta- Diocesi: Castellaneta- Sede: ex Seminario Vescovile- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- In progettazione.

Provincia di Bari

Ÿ         Museo Diocesano della Basilica Cattedrale di Bari: Comune: Bari- Diocesi: Bari- Bitonto- Sede: Arcivescovado- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, gratuito.

Ÿ         Museo Diocesano: Pinacoteca Mons. A. Marena e Lapidario romanico: Comune: Bitonto- Diocesi: Bari- Bitonto- Sede: Palazzo Vescovile- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, gratuito.

Ÿ         Museo Capitolare della Cattedrale di Gravina di Puglia: Comune: Gravina di Puglia- Diocesi: Altamura- Gravina- Acquaviva delle Fonti- Sede: Seminario Vecchio- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: Capitolo della Cattedrale di Gravina di Puglia- Aperto, offerta libera.

Ÿ         Museo Diocesano della Cattedrale di Altamura: Comune: Altamura- Diocesi: Altamura- Gravina- Acquaviva delle Fonti- Sede: Matronei della Cattedrale- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- In progettazione.

Ÿ         Museo Diocesano di Monopoli: Comune: Monopoli- Diocesi: Conversano- Monopoli- Sede: Ex Seminario- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, a pagamento.

Ÿ         Museo Diocesano di Bisceglie: Comune: Bisceglie- Diocesi: Trani- Barletta- Bisceglie- Sede: Palazzo Vescovile- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso per restauro.

Provincia di Barletta- Andria- Trani

Ÿ         Museo Diocesano di Trani: Comune: Trani- Diocesi: Trani- Barletta- Bisceglie- Sede: piazza Duomo- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso.

 

Provincia di Foggia

Ÿ         Museo Diocesano di Foggia: Comune: Foggia- Diocesi: Foggia- Bovino- Sede: Chiesa dell’ Annunciata- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso per restauro.

Ÿ         Museo Diocesano di Bovino: Comune: Bovino- Diocesi: Foggia- Bovino- Sede: Castello di Bovino- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, gratuito.

Ÿ         Museo Diocesano di San Severo: Comune: San Severo- Diocesi: San Severo- Sede: ambiente ipogeo di via vico freddo- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, gratuito.

Ÿ         Museo Diocesano di Lucera: Comune: Lucera- Diocesi: Lucera- Troia- Sede: Episcopio- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, a pagamento.

Ÿ         Museo Diocesano del tesoro della Cattedrale di Troia: Comune: Troia- Diocesi: Lucera- Troia- Tipologia: artistico- arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso per restauro.

Le foto a corredo di questo articolo riprendono alcuni dei beni esposti nel Museo Diocesano di Gallipoli

9 febbraio, Sant’Apollonia. La reliquia di Santa Apollonia che si venerava a Gallipoli

di Antonio Faita

Il 9 febbraio, giorno indicato dallo  scrittore cristiano Adone, è stato per secoli dedicato a Santa Apollonia di Alessandria. Anche se al giorno d’oggi questa non è, per così dire, molto celebre. Infatti non è ricordata per  particolari carismi o per opere che abbia scritto, ma è sempre stata molto venerata nella tradizione della Chiesa, soprattutto a livello di devozione popolare. Ne danno testimonianza le innumerevoli sue raffigurazioni e le molte chiese ed oratori a lei dedicati in tutta Europa.

Poche sono le notizie della sua vita, ma il vescovo Dionigi di Alessandria ci descrive, con ammirazione, un breve profilo di una vita donata al Signore nella verginità, nella fedeltà alla celebrazione dei misteri, nella preghiera e nelle molteplici opere di carità. Siamo però bene informati sulla vicenda del suo martirio, grazie alla testimonianza di alcuni episodi avvenuti durante la

Gallipoli e il suo castello

gallipoli-vincenzo-gaballo
ph Vincenzo Gaballo

di Maurizio Nocera

Ci fu un tempo in cui il luogo che noi oggi chiamiamo Gallipoli, veniva ancora indicato col nome di Anxa, parola che può ritenersi di origine messapico-cretese. Con tale nome la indicò pure Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis historia” [Storia della Natura], pubblicata nell’anno 77 della nostra era, dove scrisse: «… in ora vero Senonum Gallipolis, quae nunc est Anxa» [… inoltre sul litorale dei Sènoni Gallipoli, che ora è Anxa]. A sua volta, Pomponio Mela,  nella sua opera “De Situ Orbis” [Del luogo della Terra], scrisse: «Urbs Graia  Kallipolis» (Città Greca Gallipoli), dove “Kallipolis” sta per “Kalé Polis”, che in greco significa appunto Bella Città.

da Wikipedia, sotto la licenza Creative Commons

Ancora prima dei due scrittori latini, i padri della poesia e della storia
dell’antica Grecia, fra cui Esiodo (VIII sec. a. C.), Ecateo di Mileto (VI sec.
a. C.), ed Erotodo (V sec. a. C.), nelle loro opere scrivono anch’essi della
Iapigia-Messapia. Nelle sue “Storie”, Erodoto, a proposito dello sfortunato
viaggio del cretese Minosse il quale, una volta giunto in «Sicania» (Sicilia),
perì di morte violenta, narra di un conseguente viaggio di numerosi cretesi che  lasciarono la loro isola navigando alla volta della Sicilia per riprendersi la salma del loro re. Erodoto scrive: «Quando, durante la navigazione, si
trovarono presso la costa iapigia, una violenta tempesta li avrebbe sorpresi e sbattuti contro terra: sicché, essendosi spezzate le navi, e non vedendosi più alcuna via di ritornare a Creta, fondata in quel luogo la città di Iria, ivi
rimasero e divennero Iapigi-Messapi […] invece di Cretesi, e continentali da
isolani che erano. Da Iria, dicono, fondarono le altre colonie…» [cfr.
Erodoto, “Storie” (a cura di Luigi Annibaletto), Mondadori marzo 2007, I
Classici Collezione Greci e Latini, volume secondo, libro VII, 171, p.
1297].

Sulla Iapigia-Messapia, più particolari ci vengono forniti anche dall’altro
padre della storia greca antica, Tucidide (V sec. a. C.) il quale, nella sua
monumentale opera “La guerra del Peloponneso”, a proposito delle traversie marinare della flotta atenietese diretta a Siracusa, narra di un evento che è lecito interpretare come collegato al luogo Anxa-Gallipoli. Scrive Tucidide:
«Ma i Siracusani, in seguito allo scacco subito con i Siculi, si trattennero
dall’attaccare subito gli Ateniesi; intanto Demostene ed Eurimedonte, dato che le truppe raccolte da Corcira [Corfù] e dalla terraferma erano ormai pronte, attraversarono con tutto quanto l’esercito lo Ionio fino al capo Iapigio; partiti di lì presero quindi terra alle isole Cheradi, in Iapigia, dove
imbarcarono sulle navi dei tiratori iapigi, circa centocinquanta, appartenenti alla stirpe messapica, e rinnovarono con Arta – che aveva tra l’altro procurato loro i tiratori, in qualità di dinasta del luogo – un certo vecchio patto di amicizia, per poi ripartire verso Metaponto, in Italia» (cfr. Tucidide, “La guerra del Peloponneso”, a cura di Luciano Canfora, Mondadori, I Classici Collezione Greci e Latini, Mondadori, giugno 2007, volume secondo, libro VII, 33, p. 969).

Si conoscono le frontiere entro cui era circoscritta l’antica Iapigia-
Messapia, più o meno inscritte nel periplo della costa della punta del tacco d’
Italia, con il confine a Nord-Est, verso l’attuale Bari, non oltre Egnazia, e
il confine a Nord-Ovest, verso Taranto, non oltre Manduria. Le isole Cheradi di cui parla Tucidide non possono non stare che entro questi confini, tanto che al di sopra o al di là di essi, sarebbe stato impossibile al navarchi ateniesi Demostene e Eurimedonte imbarcare i centocinquanta tiratori di «stirpe
messapica», come sarebbe stato impossibile incontrare il dinasta Arta, capo dei curioni dei Messapi, in quel momento residente nella potente città di Alyzia [l’ attuale Alezio], situata nel più vicino entroterra all’approdo marittimo Anxa-Gallipoli. Da ciò è possibile dedurre che le isole Cheradi citate da Tucidide altro non possono essere che le isole dell’arcipelago gallipolino, formato dalla città-isola Anxa-Gallipoli, dall’isola di Sant’Andrea e dagli isolotti Campo e Piccioni; nel tempo antico, accanto a queste isole citate esistevano altri isolotti affioranti, successivamente risommersi dalle acque del mare.

Dopo queste importanti indicazioni il nome di Anxa come pure il nome di Kalè Polis scomparvero per secoli e l’isolotto-città, dopo la definitiva vittoria dei Romani sui Messapi e l’imposizione della nuova lingua latina nella Iapigia, cominciò a chiamarsi – e da allora continua ad essere così –  soltanto col nome di Gallipoli.

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La pubblicazione in due versioni de “Il Libro Rosso di Gallipoli” [quella
curata da Amalia Ingrosso con prefazione di Benedetto Vetere (Galatina, Congedo 2004), e quella curata da Elio Pindinelli (Gallipoli 2003)], con documenti che risalgono fino al XIII-XIV secolo, ci dà l’idea di quanto fosse importante, nel tempo antico, l’isola-città-fortezza di Gallipoli, per cui sono veramente tante le citazioni del suo nome, e in particolare del suo Castello.

Dell’importanza del Castello nei secoli, se n’era reso conto lo studioso
Ettore Vernole, tanto che fu uno dei pochi a visionare e attingere fonti certe
dal “Libro Rosso di Gallipoli”; libro che sicuramente avrà visto anche l’
umanista Antonio De Ferraris, detto Galateo, il quale, il 12 dicembre 1513,
scrisse una stupenda lettera – “Callipolis descriptio” [Descrizione di
Callipoli] – a Pietro Summonte, suo sodale nell’Accademia Pontaniana di Napoli, dicendo che l’isola-città nella quale egli risiedeva in quel momento, aveva «tratto il nome dalla sua bellezza e non senza ragione. Fu città greca: ignoro donde Plinio abbia appreso che qui si fossero stanziati i Galli Sénoni. Questa città, invece, non si chiama Gallipoli, ma Callipolis come recano antichi codici» (cfr. Antonio De Ferraris Galateo, “Lettere”, nella traduzione e commento di Amleto Pallara, Conte editore, Lecce 1996, p. 97). E poco oltre il Galateo continua la sua epistola descrivendo l’ingresso della città: «Davanti al castello, che si erge sulla città, c’è un ponte che lascia congiungere i due tratti di mare, i quali rendono Callipoli non una penisola ma una vera e propria isola. Da quel punto la terra si riallarga a tondo, assumendo la forma di una padella. Il perimetro della città non è molto ampio; a occhio e croce non supera dieci stadi. Callipoli all’epoca in cui fu distrutta non era sufficientemente difesa né da mura né da macchine da guerra né da guarnigione.
Ora, invece, è validamente fortificata e dalla terraferma e dal mare offre di
sé una vista superba, fiera e bellissima per la quale io penso che la
chiamarono Callipoli gli antichi Greci» (op. cit., p. 98).

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Oggi, guardando le antiche piante cartografiche (mi riferisco in particolare a
quelle pubblicate nel libro dello storico gallipolino Federico Natali,
Gallipoli nel Regno di Napoli. Dai Normanni all’Unità d’Italia” (Galatina,
Congedo 2007), inserto iconografico tra le pagine 256-257), alcune della quali  risalgono più o meno allo stesso periodo del Galateo, si vede come fosse Gallipoli nel ‘500-600. Le piante dell’isola-città prese in considerazione sono tratte da antichi dipinti conservati nelle chiese di Alezio e  Gallipoli, che qui cito:
1. Particolare della tela ad olio di “S. Pancrazio”, del pittore Giandomenico
Catalano, dipinta nel XVII secolo ed esposta nella Chiesa di S. Maria della
Lizza ad Alezio;
2. Particolare della tela ad olio de “Il Vescovo Capece implora la protezione
di S. Carlo Borromeo su Gallipoli”, anche questa tela è del pittore
Giandomenico Catalano, dipinta nello stesso secolo ed esposta nelle stessa
chiesa ad Alezio;
3. Particolare della tela ad olio della “Vergine e i Santi Eligio e Menna”,
dello stesso pittore e dello stesso secolo, esposta nella sacrestia della
Cattedrale di S. Agata a Gallipoli;
4. Particolare della tela ad olio di “S. Domenico”, dello stesso pittore e
secolo, esposta nella chiesa di S. Maria del Rosario a Gallipoli;
5. Veduta dell’antico abitato di Gallipoli, dipinta dal pittore Luigi
Consiglio nella seconda metà dell’800, attualmente esposta nel museo di
Gallipoli.

Tutte queste tele hanno in comune un particolare: lo sguardo del pittore che
dipinge è dalla parte del borgo nuovo, per cui l’abitato dell’isola-città
evidenzia  sempre e di primo acchito il Rivellino col Castello in contiguità,
quindi il perimetro delle mura turrite con i fortini, i baluardi, i bastioni e
i torrioni. In questi dipinti altro particolare interessante sono i ponti, non
uno che congiunge la terraferma all’isola-città, ma due, il primo che va verso la città e il secondo che collega la terraferma al solo Rivellino. Un’altra
pianta, sempre leggibile sulle stesso libro del Natali (tra le pagine 128-129)
è quella denominata “Scenografia prospettica della città di Gallipoli” della
fine del XVI secolo (tratta dal Coronelli): in questa veduta a volo d’uccello è
visibile la struttura dell’isola-città-fortezza con i quattro torrioni del
Castello, qui collegato attraverso una terrazza al Rivellino, quindi il
perimetro delle grandi mura turrite intervellate dai fortini di “San Benedetto” e “San Giorgio”; i baluardi di “Santa Vennardia”, “San Domenico o Dell’ Annunziata” e “San Francesco”; le torri di “San Luca”, “Quartararo o degli Angeli”, “Sant’Agata”, “Purità”, “San Francesco di Paola o dello Scorzone” e “Bombarda o San Giuseppe”. Altro particolare interessante, su questa tela il pittore ha dipinto anche lo «Scoglio grande» più altri scoglietti, allora esistenti, oggi non più.

Tutto ciò sta a documetare l’esistenza del castello gallipolino sin da tempi
antichi; sull’isola-città nel IV sec. a. C. vi abitò per un certo periodo anche
il potente Archita, grande curione di Taranto e discepolo prediletto ed erede ideale del vate Pitagora.
Di tutte le antiche e moderne vicende del Castello di Gallipoli, ampiamente ne parla il libro di Ettore Vernole con freschezza di scrittura e di una
straordinaria attualità, soprattutto nella descrizione dello stato del maniero.
Nell’ultimo capitolo, il XIII, Vernole scrive: «Dal 1857 il Castello aveva
socchiuso gli occhi ad un letargo inonorato ch’ebbe apparenze di morte, al
punto che, dopo il Sessanta [Unità d’Italia], per poco non fu venduto a privati per trenta o quaranta mila lire. […] Ma fu di quei primi decenni
l’abbattimento dei baluardi e delle cortine della Cinta bastionata, nelle
strutture elevantisi sul livello della strada perimetrale […] si volle
giustificare la demolizione della Cinta bastionata che oggi (se ancora
esistesse) sarebbe stata un Museo Storico, unico più che raro, pel turismo
moderno. Ma non vuol essere, questa mia, una sentenza di condanna. / Il
Castello, entrato nel Demanio patrimoniale dello Stato, sotto l’Amministrazione del Ministero delle Finanze, fu destinato a sede di Uffici Finanziari: vi si installarono man mano il Magazzino delle Privative, la Dogana, la Regia Guardia di Finanza, poi l’Ufficio del Registro, l’Ispezione Demaniale, l’Agenzia delle Imposte, e fra le mura che risuonarono di armature biascicaron le cifre burocratiche. / Abbattute le muraglie e i baluardi, con l’aria pura marina penetrarono in Città anche i miasmi del malcostume politico. […] Ultimo bagliore di opera durevole fu, nel terzo decennio dopo il Sessanta, la costruzione della galleria del Mercato Coperto sul canale-fosso che separava il Castello dalla Città: fu una di quelle opere necessarie nelle quali non sai trovare il punto di demarcazione tra la lode e la critica, fatto sta che essa formò un sipario dietro il quale la facciata solenne del Castello è nascosta al godimento dei nostri occhi. /

Des Prez - Gallipoli

Contemporanea, verso il 1886, fu la demolizione dell’ultima cortina superstite fra i baluardi Santa Vennardia e San Domenico, e la demolizione dei Fortini San Giorgio e San Benedetto e della Porta Civica: i blocchi ciclopici di calcestruzzo, ricavati da quelle demolizioni, furon
gettati per formare la scogliera protettiva di ponente che in pochi anni fu
inghiottita dal mare».

Altre negative vicende narra poi l’autore, e tutte a sfavore del vecchio
maniero, tanto che egli, rivogendosi alle autorità dell’epoca, le implora
affinché si prodighino per «la restaurazione del Castello “ad pristinum”, con
la destinazione a Sedi che sien degne di un Monumento Storico così insigne».
Fin qui Ettore Vernole e il suo libro “Il Castello di Gallipoli”, pubblicato
nel 1933. A partire da questa data, appena qualche anno fa, nel 2003, a
Gallipoli si è costituita l’Associazione “Anxa” on-lus col suo organo di stampa «Anxa news», sul cui primo numero, il direttore Luigi Giungato apre il suo articolo di fondo con un titolo a tutta pagina: “L’agonia del Castello di
Gallipoli”. Scrive: «Perché il Castello di Gallipoli non deve vivere come
avviene, invece, per gli altri castelli pugliesi, quali quello di Copertino o
il “Carlo V” di Lecce? Sino ad ora, oppresso dall’incuria inflittagli dalle
Autorità preposte e dalla trasformazione in caserma della Guardia di Finanza, è stato relegato a svolgere il pesante ruolo d’ingombrante immobile nel contesto  incantevole della “Città Vecchia”. Eppure è uno dei più antichi castelli dell’ Italia meridionale ricco di momenti storici esaltanti e decisivi per molte vicende della nostra terra». E poco oltre, sempre con tono pacato, il direttore di «Anxa-news», alquanto perplesso, afferma: «Un tempo strano il nostro! A Gallipoli si pavimentano con costoso mosaico i marciapiedi del Corso Roma e non si mostra interesse al recupero funzionale ed alla valorizzazione di una struttura essenziale per un efficiente sviluppo turistico e per una presenza più efficace nel panorama artistico-culturale di Terra d’Otranto, specie ora che è stato liberato dall’utilizzo come caserma della Guardia di Finanza».

Ma il clou dell’articolo di Giungato lo troviamo nel punto in cui fa la
proposta della necessità di «ripristinare la memoria storica e prendere
coscienza dell’importante ruolo [del Castello] vissuto nei secoli. Per
realizzare ciò, bisognerà procedere all’eliminazione del Mercato, alla
valorizzazione e ripristino del fossato o vallo del Castello, ideato dai
Veneziani nel 1484 ed eseguito dagli Aragonesi, evidenziando l’antico
quadrilatero staccato dalle mura civiche e collegato con la Città attraverso un ponte, come nel passato».

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L’appello del prof. Giungato non è stato un fuoco di paglia, no, perché al suo
primo intervento ne sono seguiti altri di gallipolini e anche di fuori. Da quel
momento in poi, e fino ad oggi che scriviamo, sulle pagine di «Anxa-news» ma anche su altri periodici locali e non, alta è stata sempre l’attenzione verso il vecchio maniero gallipolino. Ed anche prima di adesso, tanto che, ancora nel dicembre 1978, un’altra autorevole voce – quella di Antonio Perrella – si era levata alta dalle colonne di un periodico per dire: «I castelli in genere, e quelli di Puglia in particolare, sono stati in passato considerati come manufatti edilizi ingombranti, anacronistici e persino stridenti in un
paesaggio assolato e tranquillo. Invece di essere amati, accolti per lo meno
quali fatti di casa facenti parte a buon diritto dell’ambiente, hanno
rappresentato il simbolo di un medioevo oscuro ed opprimente come il tallone dei conquistatori stranieri che scorrazzavano nel sud. Sono stati considerati testimoni di fosche tragedie e scenari da romanzo nero ed infine degnati di attenzione solo a fini di utilizzo senza cura per le offese che il tempo ad essi riservava. Così, spesso, fenomeni di degrado sono diventati irreversibili (cfr. Antonio Perrella, “Sulla destinazione e l’uso del Castello di Gallipoli”, in «Nuovi Orientamenti», anno IX, Gallipoli, sett.-dic. 1978, n. 52-53, pp. 15-18).

E ancora, appena qualche anno dopo l’intervento del geometra Perrella, un’
altra personalità salentina, lo storico Aldo de Bernart, interveniva sullo
stesso periodico, affermando: «Tra i tanti monumenti di cui Gallipoli va fiera, il Castello angioino merita senz’altro il primo posto. Carico di anni e di
storia, sfila severo a fianco del turista che si accinge ad attraversare il
ponte che congiunge il borgo all’isola. / Abbandonato, dopo gli ultimi sussulti di gloria del ‘500 e gli ultimi aneliti di sfarzo del ‘700, e mortificato dalle costruzioni addossategli nel corso dei secoli, il Castello di Gallipoli,
proprio nel suo declino, ha avuto il suo massimo cantore, scrupoloso e
puntuale, in Ettore Vernole. È stato proprio il Vernole, intorno al 1931, a
mettere piede per primo, dopo anni di abbandono, nella sala poligonale che oggi è l’ambiente più emblematico e più fascinoso dell’antico maniero» (Cfr. Aldo De Bernart, “La Sala Poligonale del Castello di Gallipoli” (cfr. «Nuovi
Orientamenti”, anno XIII, Gallipoli, nov.-dic. 1982, n. 77, pp. 9-12).

Quanta passione, quanto amore per un edificio che rappresenta un passato
secolare di una comunità umana. Meglio di ogni altro sono sentimenti espressi dal canto melodioso di un poeta gallipolino, Luigi Sansò, che li fissò nei seguenti versi: «Il Castello // Nella grommata sua tinta vetusta / sovra l’onde tranquille si riflette / fiero il Castello: di sua luce augusta / indora il
sole al torrion le vette. / Ogni memoria, d’almi fati onusta, / ne’ fossati è
sepolta: da vedette / fan dei secoli l’ombre: la venusta / mantiglia azzurra il
ciel sopra vi mette / come drappo di gloria. E par che dica, / come un dì,
l’ampia mole – Non si varca / l’agil ponte da quei che con nemica / mente
s’accosti. Se anche d’anni carca / risorge a un cenno in virtù mia antica / e
contro l’invasor dura s’inarca».

Oggi, finalmente, dopo più di 70 anni, rivede la luce “Il Castello di
Gallipoli”, pubblicato nel 1933 da Ettore Vernole. La nuova edizione, editata da “Il Frontespizio” di Brindisi, ha il pregio di essere stampata da una tra le
più note Stamperie italiane ed europee, la Valdonega di Verona, che nella sua storia vanta pubblicazioni importantissime, fra cui l’edizione nazionale dell’opera di Gabriele D’Annunzio in 49 tomi, stampata personalmente con il torchio a mano dal grande stampatore Giovanni Mardersteig.
Questo libro, “Il Castello di Gallipoli” del Vernole, ha un frontespizio
stupendo con il suo “calice” perfetto, stampato con due colori (rosso e nero).
In fondo al libro, altro pregio straordinario, il suo colophon, che qui riporto
integralmente: «Composto nel carattere Garamond / vesione Val, questo volume è stato impresso / dalla Stamperia Valdonega di Verona / nel mese di luglio 2008 per conto / de “Il Frontespizio” editore / di Brindisi».

5 febbraio, Sant’Agata. Gallipoli e una reliquia della martire catanese

Frustulum ossium sive digitum Divę Agathę Virginis et Martiris

Ricostruzione storica della reliquia contenente il frammento osseo del dito di Sant’Agata

di Antonio Faita

Particolare del reliquiario con l’osso di Sant’Agata nel museo diocesano di Gallipoli

Per noi cristiani le reliquie sono collegate al culto dei santi, sono segni, simboli, memorie, testimonianze della loro presenza. Reliquia, che letteralmente significa “ciò che resta” di un corpo o di una sua parte o ancora di oggetti appartenuti alla persona, è tutto ciò che ricorda un santo, che lo rende vivo allo spirito degli uomini. Significa anche affrontare i temi della memoria, della testimonianza, del ricordo, disporsi in una prospettiva rispetto ai quali, chiesa e mondo laico, in diversa misura, non possono dichiararsi disinteressati. Il Galateo, nella sua epistola Callipolis descriptio, indirizzata al Summonte tra il 1512 e il 1513, così scrisse riguardo la religione e il popolo di Gallipoli: Hic populus religionis, et divini cultus haud negligens est[1].

Da sempre, il popolo di Gallipoli ha dimostrato una larga ed intensa partecipazione alle testimonianze di fede, di culto e di devozione che hanno scandito l’incedere del tempo. E ancora, prosegue il Galateo: Habent urbis patronam, et praesidem divam virginem Agatham, quam pie venerantur[2].

In effetti, la città di Gallipoli e l’intera Diocesi di Nardò-Gallipoli il 5 febbraio celebrano solennemente la memoria della santa catanese vergine e martire. Sin dal XII secolo il culto della vergine venne introdotto a Gallipoli grazie all’evento straordinario, come vuole la tradizione, del ritrovamento, nell’agosto 1126, di una mammella della santa, giunta sul lido gallipolino durante il viaggio di traslazione da Costantinopoli a Catania.

Come noi tutti sappiamo la reliquia rimase a Gallipoli nella Basilica Cattedrale a lei dedicata, dal 1126 al 1389, fino a quando, purtroppo, il principe Del Balzo Orsini la trasferì a Galatina, dove fece costruire la chiesa di Santa Caterina

Gallipoli. Melodie, sapori e tradizioni, nell’attesa del Natale.

 

 

di Piero Barrecchia

Impossibile intraprendere il periplo delle mura antiche senza affacciarsi a quel balcone fantastico che è il connubio tra cielo e mare, tra natura e opera umana.

Nei tramonti si perde lo sguardo del visitatore.

Negli stessi tramonti trabocca il cuore del gallipolino che si fa prendere da nostalgie di profumi, suoni, pensieri e persone, che sono ancora nel ricordo vivo, che irrompe, come nelle narici, il vento della tramontana. In questo periodo di freddo e vento, in questo periodo caldo per il cuore, che si lascia intenerire da tradizioni sacre ed attese.

Antichi ricordi e tempi presenti, per nulla saturi di quella monotonia globalizzata.

Giorni, tra speranze e nostalgie, vissuti intensamente; giorni attesi.

I cinque Santi dell’Avvento gallipolino: Teresa “Madre”, il 15 ottobre, Cecilia, il 22 novembre, Andrea il “Pescatore”, il 30 novembre,  l’Immacolata, 8 dicembre e  Lucia, il 13 dicembre . Sono loro a scandire l’orologio dell’attesa.

Presenze discrete, che incedono lentamente tra le vie del centro storico, ondeggiando, “nnazzacando” al ritmo di una musica soave, fatta da strumenti popolari, che non varcano le soglie delle grancasse o dei teatri. Musica della pace interiore, note tradizionali ed anch’esse nostalgiche che per nulla possiedono il sangue bleu delle auliche sonate, anzi, ben si distinguono nel genere, chiamato “Pastorale”, il che è tutto dire!

Illuminate da fioche luci, le sacre statue notturne, che si affacciano per un attimo alle mura urbiche, quasi avvertissero anch’esse il vento fisico, riparando subito, virando nel labirinto delle vetuste vie.

Santi familiari da rispettare, ma che li porti perfino in tavola, perché è un giorno di festa ordinaria, un giorno di festa familiare, in cui si fa di tutto per accontentare il festeggiato preparando le sue pietanze preferite.

E’ così che il menù oscilla tra rape stufate ed il baccalà, tra i calamari appena pescati ed il decotto, tra il vino ancora novello e l’acredine delle olive incastonate nel pane delle “pucce”, tra gli aciduli capperi, le salate acciughe ed alici, un digiuno prefestivo per l’Immacolata e le immancabili “pittule” semplici o farcite con vari ingredienti, tutti previsti.

L’odore acre degli agrumi, il sapore dolce dei datteri di palma ed in preparazione gli “scajozzi” e li “purciaddruzzi”, si confonde con l’odore della colla di farina, fra mille pezzi di giornale, che le mani sapienti, modellano per preparare un posto dignitoso al Messia.

Sapori forti e vivi che collegano il gusto al cuore, mentre fuori dall’uscio tutto tace, nell’intermittenza fioca delle luci, nell’avvicinarsi e nell’allontanarsi della Pastorale, tra le “monzette” ed i “cappucci” svolazzanti dei confratelli, che, lenti incedono, recando i ceri votivi, la cui fiamma incerta tutelano con una mano. Visioni viventi dei quadri di Rembrant, tra luci profuse ed ombre non definite.

E lì, oltre il perimetro delle mura custodi, il mare circonda le isole del “Campo”, dei “Piccioni” e di “Sant’Andrea”, che nell’autonomia del suo faro, riproduce in proprio, la sua processione, nei riverberi della sua luce nelle acque marine, nel vento che ulula, nel suo stesso nome.

Lì, tra le sere del mare, dall’altura della “Serra”, si intravedono finte costellazioni, prodotte dalle imbarcazioni, mentre, i pescatori sono intenti alla cattura dei calamari, che le donne, saggiamente, sezioneranno per le “pittule”.

Giorni magici, di quella magia che ci fa riscoprire umani, mentre i presepi di cartapesta, si asciugano al vento della tramontana e prendono vita dai colori del sangue, del cobalto, del grano, della terra, della neve, del muschio.

Giorni dei semplici che donano una ricchezza interiore incomparabile.

Giorni nostri, tranquilli, di famiglia.

Gallipoli, porto europeo dell’olio

di Emilio Panarese

In nient’altro si può trovare il simbolo della nostra provincia se non nei giganteschi e pittoreschi ulivi plurisecolari, che, come maestose colonne tortili, sormontate da larghi capitelli d’argento, tormentate, spaccate o scoppiate, di un vetusto tempio pagano dedicato a Pallade, si perdono, a vista d’occhio, per chilometri e chilometri, da Lecce fino al mare, fino a Finibus Terrae.

ph Francesco Tarantino (per gentile concessione dell’autore)

Qui, nella nostra terra, l’ulivo ha il suo regno, qui l’ulivo sin dall’epoca messapica è stato spettatore di tante antiche vicende, di tante illustri civiltà, di tutto il nostro glorioso e doloroso passato.

Qui gli uliveti, con dieci milioni di piante viventi, sono come sterminati boschi coltivati con gran cura, che dominano una superficie di oltre ottanta mila ettari; qui l’ulivo è stato in ogni tempo uno dei tre pilastri della nostra agricoltura.

Oggi l’economia agricola salentina, pur restando l’unica nostra risorsa, ha almeno il conforto di vedere fiorire piccole attività industriali ad essa connesse, ma esattamente un secolo fa l’olio era l’unico serio prodotto delle nostre esportazioni, l’unico che desse lavoro negli anni di carica, nei frantoi, a ottomila trappitari, da novembre fino a marzo-aprile.

Gli anni di scarica, invece, erano anni di nera miseria per tutti, anni di fame, come testimonia il noto proverbio:

 “Quannu la petra màrmura nu ggira,

tutta la gente vàe capu calata”

 Nel ‘700 e anche prima, quando la nostra provincia non aveva una vera e propria viabilità e lo scambio delle merci avveniva a dorso di mulo o con carretti trainati da buoi o da cavalli per le tortuose carrarecce, Gallipoli divenne, anche prima che avesse un vero porto, il punto di concentramento di tutto l’olio della provincia salentina, e l’emporio europeo del commercio dell’olio, che veniva depositato in capaci cisterne scavate nella roccia tufacea. Da queste, secondo le richieste, veniva prelevato e spedito giornalmente all’estero, in parte diretto a Napoli o a Venezia, in parte richiesto dai lanifici  e dalle tintorie inglesi o dalla lontana Russia, per uso votivo, perché nelle chiese e nelle case, ricche o povere, ardesse, giorno e notte, davanti alle sacre icone.

Gallipoli (1642) incisione su rame, Meissner, Sciographia Curiosa [collez. priv. Giorgio De Donno
La richiesta di olio o meglio dell’olio Gallipoli chiaro, giallo lampanteda parte dei mercanti russi non deve meravigliare, se si pensa che nell’800 la provincia di Terra d’Otranto era tra le pochissime che smerciavano olio puro d’oliva e che “il fanatismo russo non poteva tradire i suoi santi con lampade di olio non puro”.

Le frequenti contrattazioni, diverse nelle diverse epoche, vennero per necessità regolate, a Gallipoli, con una fiera annuale, la cosiddetta Fiera del Canneto, della durata di otto giorni: dal 2 all’ 8 luglio, fiera assai importante, soprattutto dagli inizi del ‘700 alla metà dell’ 800, non solo per le contrattazioni dell’olio e per le varie merci che s’importavano, ma anche perché tutte le merci, anche quelle estere, che venivano sbarcate durante la fiera, godevano di franchigia di dazi e balzelli.

La quotazione giornaliera dell’olio Gallipoli alla Borsa di Napoli scaturiva sia dall’entità dello stock esistente in Gallipoli, sia dagli acquisti che ogni giorno si verificavano dai depositi a liquidare, sia dalle fluttuazioni dei prezzi degli altri mercati di olio.

Un secolo fa la nostra produzione olearia, così abbondante, in media 85 mila q.li annui, temeva solo la concorrenza dell’olio di semi di cotone, l’unica che insidiasse i secolari rapporti commerciali tra Gallipoli e l’Inghilterra e la Russia.

Gallipoli (1590 ca., prov. Colonia) incisione in rame, dipinta a mano G. Braun – F. Hogenberg [collez. priv. Giorgio De Donno
Il deposito esistente a Venezia, ad esempio, era composto di tre quarti di olio di cotone e di un quarto di olio puro di oliva, per cui neppure una botte di olio puro usciva da Venezia. Bisogna però ricordare che, per la inveterata abitudine di lasciare depositare le olive raccolte in fosse del frantoio nel Salento (le šciave), queste subivano una fermentazione, che dava olio acido di ingrato sapore ed odore, destinato, com’era quello di Gallipoli, solo ad uso industriale.

Sino alla fine dell’800 i nostri oli furono soltanto oli mercantili.

La trasformazione da olio mercantile ad olio da mensa (l’olio fino di Bari era noto sino dai primi decenni dell’800) avvenne quando la migliore viabilità della provincia, la regolarità, nei porti e nelle rade, degli approdi dei vapori e il diffondersi della rete ferroviaria favorirono il decentramento, quando, cioè, ogni piccolo centro di produzione divenne anche punto di spedizione. E col decentramento calarono sensibilmente, agli inizi del ‘900, la fortuna e l’attività del porto gallipolino.

Un secolo fa: un mare di olio puro di oliva. Da alcuni anni ad oggi, invece, l’olio da mensa è in gran parte sparito o, se c’è, si compra a caro prezzo; spesso oggi sulle nostre mense c’è l’olio di soia, di arachide, di mais… grazie alla moda… di ‘mangiar leggero e mangiar magro’.

Sembra incredibile… quasi uno scherzo della natura. Sembra… eppure, come in una vecchia favola, oggi si potrebbe raccontare: «Nella splendida terra salentina dell’ulivo secolare c’era una volta tanto, tanto olio puro di oliva…».

 

In «Tempo d’oggi», I (22), 18/12/1974

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