Franco Corlianò, il ferroviere artista e filologo

di Armando Polito

Scrivere un necrologio è compito ingrato perché c’è sempre in agguato il rischio dello slittamento retorico e, per chi ha conosciuto personalmente il defunto, di una sorta di deriva sentimentale inconsapevolmente favorita dal distacco che è difficile, se non impossibile, mantenere in tale circostanza.

L’aver conosciuto Franco Corlianò solo attraverso i suoi scritti ed i suoi dipinti mi mette, forse, al riparo da tale rischio. Eppure rimane la paura di incappare in una nota enfatica, che striderebbe oscenamente con l’umiltà e la sensibilità cui ha improntato la sua vita e che eloquentemente traspaiono da ciò che ha voluto generosamente lasciarci in un’eredità che è allo stesso tempo materiale e spirituale. Per questo ho voluto condensare il suo ricordo in tre sole immagini, preziose perché sono le immagini più che mai “sue “.

 

Fotogramma tratto dal film Italian Sud Est (2003)
Fotogramma tratto dal film Italian Sud Est (2003)
Le prefiche
Le prefiche
Manni editore, San Cesario di Lecce, 2010
Manni editore, San Cesario di Lecce, 2010

E, pensando alla comune passione per la parola in generale e per l’etimologia in particolare, chissà se, lo dico da non credente, Franco avrà già dissolto i tanti dubbi, non solo di natura filologica, che ci accompagnano, inevitabilmente e per fortuna …, nella nostra avventura terrena.

 

Ma cos’è un cuturùsciu?

 

di Franco Corlianò
Al solo sentire la parola “Cuturùsciu”, mi basta socchiudere gli occhi per ritornare bambino, per rivedermi correre scalzo e felice e sentire nell’aria i profumi della mia infanzia …
… che gioia all’apparire dei primi temporali d’autunno ! L’aria profumava di erba secca bagnata e noi bambini già pregustavamo i giochi da fare nelle pozzanghere e nei rigagnoli d’acqua piovana, non appena avesse smesso di piovere. Con dei vecchi fogli di giornale costruivamo le nostre barchette di carta e, scalzi e felici, guazzavamo nelle pozzanghere sognando oceani lontani. Posavamo delicatamente le nostre barchette nei rigagnoli d’acqua e queste partivano veloci, spinte dalla corrente e cariche dei nostri sogni e delle nostre speranze .
E poi, all’improvviso, interrompevamo i nostri giochi per seguire la scia di un dolce profumo che, come una farfalla, aveva sorvolato le nostre narici: odore di fumo di fascine d’ulivo misto al profumo di pane caldo, di fichi secchi appena sfornati, di focacce, di “cuturùsci” (ciambelline di pane all’olio e pepe) … Annusando l’aria, seguivamo quel profumo come i re Magi seguirono la cometa, camminavamo guardinghi per le viuzze del paese e poi, all’improvviso, ecco il forno! Eravamo giunti alla nostra Betlemme. Ci affrettavamo a spezzare un fuscello dalle fascine e a porgerlo al fornaio con fiduciosa speranza:
“ Ah, ci v’ha ccriàti … rrivàstive? Siti comu li musci! Beh! … Pe’ sta fiàta venìti qquài … nah!” (Ah, benedetto chi vi ha creati … siete arrivati? Siete come i gatti! Beh! … Per questa volta venite qua … to’) E così, ci arruffava i capelli sorridendo, infilava sul nostro fuscello un “cuturùsciu” e ci metteva in tasca qualche fico secco ancora caldo…


Ma cos’è un “cuturùsciu”? E’ una specie di ciambellina, un tarallino morbido che le donne calimeresi realizzavano recuperando la pasta che restava attaccata alla madia quando facevano il pane. Non si buttava via niente!

Una volta recuperati i residui di pasta ormai indurita, questa veniva fatta rinvenire aggiungendoci un po’ d’acqua e qualche filo d’olio d’oliva e, dopo averla insaporita con del sale grosso ed una manciata di pepe, si realizzavano queste ciambelline già pronte per essere infornate.

Sulle orme del cuturùsciu

di Armando Polito

* Caro Armapò degli stivali del mio antenato della fiaba (a proposito, lo sai che probabilmente la sua prima trascrizione letteraria fu quella di Francesco Straparola vissuto fra il XV e il XVI secolo?), per usare uno di quei tuoi stupidi giochi di parole: non sono dolci e te la sei scampata col diabete, ma oggi, diabete o non diabete, è certo che hai rimediato un’altra figura di ebete!!!

Questo sito, per chi non se ne fosse accorto, è diventato in breve un laboratorio in cui l’attività non conosce un attimo di tregua, in cui nessuno è dirigente e tutti sono operai (sarà per questo che, almeno fino ad ora, ha funzionato così bene?) che fanno a gara ad aiutarsi e ad ispirarsi reciprocamente. Così eccomi oggi a ringraziare, come successo prima con altri autori e anche con i semplici lettori che hanno degnato di un commento un qualche mio scritto, Franco Corlianò che col suo post di oggi sull’argomento ha colmato una delle mie infinite lacune (ad ogni modo: ogni ppetra azza parète=ogni pietra innalza il muro), dal momento che di cuturùsciu ignoravo perfino l’esistenza, figuratevi il significato!

Il Rholfs nel v. I, pag. 198 del suo vocabolario al lemma cuturùsci registrato per Martano: “ciambella col buco; nel dialetto italiano1 cuturùsciu”; nel v.II, pag. 943: “cuturùsci: tarallo, biscotto fatto a ciambella”.  Il primo lemma reca a sinistra in alto un punto, simbolo grafico adottato per indicare “parola non attestata (congetturale)”; il secondo un punto, sempre a sinistra, ma a mezza altezza, per indicare “parola usata soltanto nei dialetti greci di Terra d’Otranto”.  Molto probabilmente il secondo lemma è la rettifica del primo. Stupisce, però, che pure per il secondo manchi qualsiasi indicazione etimologica. Ritengo che l’insigne maestro si sia semplicemente dimenticato di aggiungerla.

Si tratta del greco κοτυλίσκiοv usato da Aristofane (V-IV secolo a. C.) nel significato di coppetta in Acarnesi, 4592.

Κοτυλίσκiοv è diminutivo di κοτυλίσκος, che compare, ad indicare un tipo di focaccia, in Ateneo di Naucrati (II-III secolo d. C), Deipnosofisti, XIV, 647b: “COTULISCHI. Eracleone di Efeso dice che si chiamano così certe focacce ricavate da un terzo di pasta”.

Con cotulischi ho reso la trascrizione fonetica dell’originale greco (κοτυλίσκοι, plurale di  κοτυλίσκος) con conservazione fedele del vocalismo, a differenza dell’italiano cotilisco, voce usata in archeologia per indicare le ciotoline, contenenti prodotti del suolo o altre offerte per le divinità, collocate in cerchio intorno ad un vaso più grande detto cerno (in greco κέρνος). Direi che è abbastanza evidente lo slittamento metonimico (dal contenente al contenuto) che ha implicato una sopravvivenza, per quanto sbiadita e inconsapevole, di un’originaria sacralità. Questo fino a qualche anno fa. Oggi, a parte il fatto che nessuna donna o quasi è in grado di lavorare la pasta e tantomeno utilizzarne i resti, non è raro assistere al sacrilegio del pane (non parlo certo di quello raffermo o ammuffito) gettato nella pattumiera.

Ritornando all’etimologia, la madre di tutto è κοτύλη=piccolo vaso, tazza, coppa (solo che nel passare ad indicare la ciambella in κοτυλίσκος bisogna immaginarne la scomparsa del fondo), cavità in cui si inserisce un osso (generalmente il femore), ventosa dei tentacoli del polpo, unità di misura per solidi e liquidi corrispondente a l. 0, 273 nel sistema attico e a l. 0, 205 in quello tolemaico;  κοτύλη ha dato vita in latino a còtula o còtyla=metà di un sestario, da cui in italiano il termine scientifico còtile, sinonimo di acetabolo3 (cavità dell’osso iliaco, in cui ruota la testa del femore). Dal latino còtula, forse con l’influsso di cýathus=bicchiere, è nato l’italiano ciotola e, dunque, anche il suo diminutivo ciotolina prima usato come sinonimo del tecnico-specialistico cotilisco.

Da notare, infine, che la cuddhùra (che ad Alessano, Galatina, Maglie e Parabita indica un tipo di ciambella), nonostante una certa affinità fonetica, non ha alcun collegamento, filologicamente parlando, con cuturùsciu, derivando da una parola, sempre greca, diversa: κολλούρα o κολλύρα=pagnotta.

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1 Nota non presente nella citazione ma mia: da intendersi italianizzato.

2 Non altro, dammi un vasetto (κοτυλίσκiοv) con l’orlo scheggiato.

3 Dal latino acetàbulum=vasetto per l’aceto; come si vede, viene conservata l’immagine già presente in còtile, ereditata dalla madre greca, mentre còtula e còtyla si erano concesse, come aveva già fatto sempre la madre greca, una sorta di vacanza assumendo la parte di unità di misura: mezzo sestario; il sestario, a sua volta indicava in generale la sesta parte di qualcosa, in particolare un sesto del congio (misura per i liquidi corrispondente a mezzo litro circa) o un quarto di moggio (misura di capacità soprattutto per il grano, corrispondente a l. 8,75 e misura di superficie equivalente ad un terzo di iugero, ossia a circa 840 m2).

“Lu taluèrnu”, ovvero dalla lamentazione funebre ad un tipo assillante.

di Armando Polito

Le prefiche, dipinto di Franco Corlianò1

 

Questo post, per via delle frequenti “incursioni” nel dialetto napoletano, compare in contemporanea sul sito http://www.vesuvioweb.com/new/ con l’augurio che possa essere l’inizio di un felice gemellaggio.

Le parole hanno una vita molto simile a quella degli uomini: possono durare poche stagioni o molti anni; alcune di loro, però, sembrano ricalcare pure il comportamento che un uomo può assumere nel corso della sua esistenza: come uno può essere, infatti, coerente con i suoi principi o “ballerino”, così le parole col tempo, essendosi estinto il fenomeno che esse definivano, grazie a quella forma di trasformismo linguistico che si chiama metafora, possono sopravvivere assumendo un nuovo significato molto labilmente collegato a quello di partenza.

È il caso di talùernu che nel dialetto napoletano (taluòrno o talòrno) designava la veglia funebre in cui erano protagoniste delle vere e proprie professioniste del lamento che, a pagamento, accompagnavano con il loro “canto” il defunto nell’ultimo viaggio.

Si tratta di una consuetudine fino alla metà dello scorso secolo ben nota anche in Puglia, ma di origini remote. Praefica (da praefìcere=mettere a capo) si chiamava nell’antica Roma colei che dirigeva le ancelle nel corso della lamentazione funebre. Per il mondo romano ne abbiamo il ricordo in Plauto (III°-II secolo a. C.)2 e in Varrone (II°-I° secolo a. C.)3; per il mondo greco spicca per il lucido disincanto (quanto ne avremmo bisogno oggi!) la favola di Esopo (VI° secolo a. C.) Plùsios kai threnodòi (Il ricco e le prefiche)4.

Il significato originario della voce in questione nella letteratura napoletana si presenta un po’ sfumato in Sgruttendio (XVII° secolo)5, ma già in Giambattista Basile, che di poco lo precede, aveva assunto il significato metaforico attuale di fastidio6, per recuperare quello iniziale in Biagio Valentino (XVIII° secolo)7.  Chi ha appena finito di leggere la nota 6 e sia rimasto turbato dalla “volgarità” dell’immagine può riprendersi con questi versi della celebre Funiculì funiculà (Luigi Denza. Peppino Turco, 1880) : Lo core canta sempe ‘no taluorno:/ Sposammo, oi’ Ne’!… Sposammo, oi’ Ne’!… (Il cuore canta sempre una cantilena: Sposiamoci, o Nina…Sposiamoci, o Nina!…). Chissà, però, cosa avrebbe risposto Nina se nell’aria fosse aleggiato ancora il primitivo significato funebre della parola e lei l’avesse colto…

E come tacere del proverbio Ogne gghiuorno è taluorno (ogni giorno è noiosa ripetizione) in cui è condensata un’amara e rassegnata concezione della vita?

Nel dialetto neretino la voce ha assunto il significato di oggetto inutile,

Libri/ Dizionario Griko – Italiano e Italiano – Griko

di Franco Corlianò

Il dizionario, introdotto da circa 50 pagine di Note Grammaticali, è di facile consultazione per tutti, perché non richiede competenze professionali o grande scolarizzazione per essere usato. E’ ricco di frasi, convenevoli, aneddoti, proverbi e modi di dire in lingua grika, comunemente usati dalla nostra gente, che ancora ama comunicare e pensare in griko.

Non è un semplice elenco di parole con la rispettiva traduzione. Compaiono i generi per i sostantivi e gli aggettivi, il paradigma dei verbi e le forme verbali dei tempi per i verbi irregolari. Esiste una ricchezza lessicale ed una minuziosa traduzione dei sinonimi, rincorsa con caparbia indagine tra persone anziane, in parte oggi ormai scomparse, nei vari paesi della Grecìa Salentina.

Si può tranquillamente affermare, senza peccare di superbia, che quest’opera si distingue dalle altre opere analoghe di passata e di recente pubblicazione, perché, soprattutto nella parte griko – italiano, riporta la prima persona dei verbi irregolari nei tempi che richiedono una radice diversa dal presente.

Esempio: “ éfa “ (io mangiai), aoristo di  “ tròo “  (io mangio).

L’abbondanza di tali chiarificazioni facilita, perciò, la consultazione e l’apprendimento della lingua anche a chi non ha dimestichezza con la struttura

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