Il cammino dei Perdoni (quarta ed ultima parte)

Il Pellegrinaggio ai Sepolcri

Posta di perdoni in adorazione davanti al repositorio

Sono le 15 del Giovedì Santo, il Pellegrinaggio ai Sepolcri sta per avere  inizio e con esso si aprono i riti della Settimana Santa di Taranto.

Dal portone principale della Chiesa del Carmine, in piazza Giovanni XXIII, escono le poste dirette a far visita ai Sepolcri allestiti nelle chiese della città vecchia; le poste dirette ai Sepolcri della città nuova escono invece dall’ingresso della sagrestia, in via Giovinazzi. L’uscita della prima posta, è fissato per le ore 15 del Giovedì Santo, seguono poi a intervalli regolari le altre coppie di perdùne – in tutto sono circa cinquanta. I confratelli avanzano a passo lentissimo, alzando quel tanto che basta, ora l’uno, ora l’altro piede, per farlo ricadere quasi sullo stesso punto della strada, accompagnandosi con un tipico, estenuante, dondolio  chiamato ‘a nazzecàte. Il completamento dell’intero percorso può richiedere così diverse ore – pur essendo relativamente breve – e il Pellegrinaggioprosegue per tutta la serata fino alla mezzanotte, per riprendere poi la mattina presto del Venerdì Santo e concludersi intorno alle undici. Può capitare, la mattina del Venerdì Santo, che i confratelli del Carmine incrocino quelli dell’Addolorata, ancora intenti nella loro Processione, uscita la mezzanotte del giorno prima dal Tempio di San Domenico nella città vecchia; quando ciò avviene si genuflettono in segno di riverenza davanti alla Croce dei Misteri e alla statua dell’Addolorata.

L’ultima posta ad uscire dalla Chiesa del Carmine nella tarda serata del Giovedì Santo prende il nome di ‘u serrachiése ad indicare il compito di chiudere, serrare, le chiese per l’approssimarsi della notte. Nicola Caputo – noto studioso e appassionato cultore delle tradizioni tarantine, che ai riti della Settimana Santa ha dedicato numerose opere – avanza a tal proposito una suggestiva ipotesi: il termine serrachiése potrebbe derivare anche da

Taranto. Il cammino dei Perdoni (terza parte)

I Perdoni

Sono loro, le perdùne (i perdoni) a incarnare l’anima più profonda e autentica dei riti della Settimana Santa tarantina, almeno per quanto riguarda le processioni portate avanti dalla Confraternita del Carmine. A tal proposito corre l’obbligo di precisare che col termine perdùne si indicano solo i confratelli di questa congrega, mentre i membri di tutte le altre confraternite sono chiamati più comunemente le fratelle (i fratelli). Fedeli alla vecchia regola dei Carmelitani scalzi, essi solo percorrono l’intero tragitto del Pellegrinaggio ai Sepolcri e della Processione dei Misteri a piedi scalzi, quasi a voler rimarcare con questo sacrificio il loro intento penitenziale; in tutte le altre occasioni invece i confratelli del Carmine indossano scarpe bianche con coccarda blu sul dorso e calze nere.

Posta di perdoni

L’abito di rito si compone di un ampio camice bianco, detto anche sacco, stretto in vita da un cordoncino e lungo fino a metà gamba, per rendere ben visibile i piedi nudi. Infilati sul camice, due grandi scapolari o abitini di panno nero o blu scuro recano la scritta, ciascuno, o Decor o Carmeli. Della coppia di confratelli, il più anziano – per anzianità è da intendersi qui quella di appartenenza alla Confraternita – sarà sempre quello disposto a destra (a sinistra per chi guarda) e porterà sul davanti lo scapolare con su scritto Decor e sul di dietro quello con su scritto Carmeli. L’altro confratello, per consentire a chi guarda di poter leggere sempre la scritta Decor Carmeli sia che si ponga di fronte sia che si ponga dietro la coppia, avrà gli scapolari invertiti: Decor sul di dietro e Carmeli sul davanti; il Priore e gli assistenti

Taranto. Il cammino dei Perdoni (seconda parte)

Le “gare”

Continuiamo il nostro viaggio alla scoperta dei riti e delle tradizioni della Settimana Santa tarantina con la descrizione di uno dei suoi momenti più significativi: le “gare”.

Taranto, Processione dei Sacri Misteri

Il privilegio di portare in processione i simulacri, o di ricoprire un ruolo attivo durante le stesse, doveva essere particolarmente ambito se già a partire dai primi anni del XIX secolo si ha notizia di “offerte” o di “pie oblazioni” da parte dei confratelli. Contributi, questi, ben accetti dalle congreghe se si decise, considerato anche l’aumentare dei confratelli che facevano richiesta di partecipazione ai riti, di procedere a vere e proprie “gare” o “aste”. Da allora la tradizione si è trasmessa fino ai giorni nostri e il termine con cui sono indicate queste assemblee è rimasto immutato.

Il meccanismo è quello di una vera e propria asta con aggiudicazione finale al miglior offerente e viene indetta sia dalla Confraternita del Carmine sia da quella dell’Addolorata per coprire i notevoli costi che le processioni comportano (tra bande musicali, addobbi floreali, artigiani per l’allestimento del Sepolcro e la manutenzione dei simulacri ecc.). Oltre a ciò l’offerta in denaro viene impiegata anche per iniziative benefiche di varia natura a favore del sodalizio e della parrocchia di appartenenza. Dal 1979, per rispetto nei confronti dei luoghi sacri, le “aste” non hanno più luogo in chiesa ma in altri locali. Le assemblee, che per tradizione si svolgono sempre la sera della Domenica delle Palme, sono riservate ai soli confratelli (anche

Taranto. Il cammino dei Perdoni (prima parte)

I riti della Settimana Santa di Taranto, tra fede, storia e tradizione popolare

Processione dei Sacri Misteri, poste di perdoni

di Francesco Lacarbonara

Raccontare i riti della Settimana Santa di Taranto, per chi a Taranto è nato è vissuto come me, non è impresa facile. Basterebbe poco, infatti, per lasciarsi trascinare dai ricordi delle tante processioni alle quali si è assistito fin da bambino, col rischio di scivolare così in un nostalgico sentimentalismo che, seppur onesto e legittimo in quanto espressione di un sano attaccamento alle proprie origini, non renderebbe ragione della complessità del fenomeno che stiamo per trattare.
Non sarebbe però neppure corretto ridurre il tutto a una mera, e alquanto asettica, operazione di ricerca storico-antropologica (con i relativi risvolti sociali e psicologici) nel tentativo, forse vano, di analizzare razionalmente un evento che, a ventunesimo secolo ormai avanzato, continua a riproporsi con lo stesso immutato carico di coinvolgimento emotivo, vuoi per chi del rito è protagonista, vuoi per chi al rito partecipa come semplice, ma mai indifferente, spettatore.

Proveremo allora ad accostarci al rito della Perdonanza tarantina con la giusta dose di curiosità per una “sacra rappresentazione” che torna ad inscenarsi nuovamente tra le vie del borgo e della città vecchia di Taranto. Ma lo faremo anche con il dovuto rispetto per coloro che vivono la Settimana Santa con spirito di fede e devozione e, anche se solo per pochi giorni, si apprestano a trascendere i confini della quotidianità per affacciarsi, con un sentimento misto di timore e tremore, nella dimensione del sacro e del mistero. Seguiremo in particolare il rito del Pellegrinaggio ai Sepolcri, oggi svolto solo dai confratelli della Confraternita di Maria SS. del Monte Carmelo. Ci occuperemo in un secondo momento del rito della Processione dei Sacri Misteri (condotto anch’esso dai confratelli del Carmine) e di quello della Processione della B.V. Addolorata, tanto cara a tutti i tarantini e portata avanti, con devozione sincera e immutato attaccamento alle tradizioni, dai confratelli della Confraternita di Maria SS. Addolorata e San Domenico. Tale confraternita fu fondata nel 1670 dai Padri Domenicani che prestavano servizio nel Tempio di San Domenico, situato nella parte più alta della città vecchia di Taranto; il Tempio fu edificato nel 1302 sulle fondamenta di una Chiesa probabilmente sorta agli inizi del XIII secolo e fu solo a partire dal 1870 che la Confraternita assunse il titolo di San Domenico e dell’Addolorata.

Le origini
Occorre risalire al XVI secolo, periodo che vede Taranto sotto la dominazione spagnola, per ritrovare le prime tracce dei riti della Settimana Santa tarantina. Le numerose e nobili famiglie spagnole residenti in città

Dalla dispensa della nonna ai laboratori di ricerca: le insospettabili virtù dei chiodi di garofano

di Francesco Lacarbonara

Il loro nome non tragga in inganno. Come molti già sapranno, infatti, i chiodi di garofano nulla hanno a che vedere con il ben noto fiore, il garofano comune (Dianthus caryophyllus) simbolo di promessa di matrimonio, pegno d’amore e della Passione di Gesù.

Eugenia caryophyllata 

I chiodi di garofano derivano invece dai boccioli fiorali, raccolti ed essiccati, dell’ Eugenia caryophyllata (sin. Syzygium aromaticum, Caryophyllus aromaticus, Eugenia caryophyllus), albero sempreverde appartenente alla  vasta famiglia delle Myrtaceae. Originario delle Molucche e diffuso spontaneamente nelle Isole Reunion, Antille, Madagascar e in Indonesia, oggi viene coltivato in molte aree tropicali: Antille, Africa orientale, Cina e Zanzibar, l’isola africana “delle spezie” e maggior produttrice mondiale per la quale rappresenta la migliore risorsa economica.

Alto 10-15 m mostra una chioma tondeggiante, foglie ovato-lanceolate, opposte, di color rossastro da giovani che diventano con il passare del tempo di una tonalità verde scuro; viste in trasparenza mostrano numerosi puntini traslucidi, ricchi di olio essenziale. I fiori sono riuniti in corimbi ad ombrello: da un lungo calice rosso acceso sboccia un fiorellino bianco, dall’aspetto piumoso; ai fiori seguono piccole bacche rossastre. Una volta essiccati i singoli fiori assumono una forma che ricorda vagamente quella di un garofano, da qui il nome della famosa spezia. Ogni singolo chiodo di garofano è formato dal lungo calice gamosepalo, formato da 4 sepali e da 4 petali ancora chiusi che formano la parte tonda centrale. La prima raccolta dei bocci (che viene effettuata a mano in tarda estate ed in inverno) si ha dopo 6-8 anni dalla piantagione dell’albero, che poi produrra’ circa 34 chili di prodotto essiccato all’anno.

Chiodi di garofano

I boccioli essiccati hanno colore bruno e consistenza legnosa, si utilizzano interi, oppure vengono macinati, preferibilmente appena prima dell’utilizzo, per evitare la dispersione degli oli aromatici: emanano infatti un profumo forte, dolce e fiorito, con una punta di pepato e di “caldo”, mentre il gusto può ricordare quello degli infusi di carcadè.  Ricordiamo ancora che i chiodi di garofano

Taranto: oltre l’acciaio

Taranto, Castello Aragonese (ph F. Lacarbonara)

di Francesco Lacarbonara

Al di là di alcuni aspetti a tutti noti (la mitilicoltura, la più importante base navale militare d’Italia, le abitudini gastronomiche dei suoi abitanti, il mare, ecc.) probabilmente è l’insediamento industriale (l’ILVA, il cementificio, le raffinerie, e quant’altro) a caratterizzare più di ogni altro la città di Taranto, tanto da creare nell’immaginario collettivo un’inevitabile equazione:

Taranto+siderurgico+inquinamento=meglio-che-ce-ne-scappiamo-subito(e chi resta si arrangi…).

Il problema è  che a restare è la stragrande maggioranza della popolazione, che da decenni subisce (non senza una responsabile dose di passiva rassegnazione) scelte di politica industriale e di gestione del territorio, sulle quali comunque non è stata chiamata ad esprimere un’opinione o a proporre un’alternativa.

Il dissesto economico del Comune (il più grande della storia repubblicana italiana) forse è servito a smuovere un po’ le coscienze intorpidite da decenni di malgoverno (non dimentichiamoci però che siamo noi cittadini a scegliere da chi farci amministrare) e qualcosa sembra che negli ultimi tempi si stia muovendo.

Ma la mia riflessione va oltre le manifestazioni di piazza e le legittime proteste, riguarda la nostra stessa mentalità e il come ci rapportiamo in primis con la nostra città: e se iniziassimo noi a pensare a precise e mirate proposte di valorizzazione dell’enorme patrimonio culturale che la città bimare sa offrire, partendo da quanto di più bello essa possiede? Penso al MARTA (i famosi Ori di Taranto saranno esposti in Cina, ma quanti tarantini frequentano regolarmente il museo o accompagnano amici ospiti a visitarlo?), al Castello Aragonese, che grazie alla Marina Militare è uno dei monumenti storici più visitati in Puglia, alle decine di chiese nascoste nel centro storico e sconosciute anche alla maggior parte dei tarantini, e via dicendo.

Ma soprattutto penso all’immagine che diamo di noi stessi e di Taranto agli altri: si è mai sentito un barese parlar male di Bari o un leccese di Lecce? Eppure non mi sembra che Bari e Lecce (città per me stupende e che amo tantissimo) siano il massimo della vivibilità e dell’organizzazione urbanistica. Il fatto è che essi amano le loro città e si prodigano per migliorarle e offrire a chi le visiti il meglio di quanto possiedono.

Forse dovremmo mettere da parte inutili campanilismi e prendere esempio da loro. Dalla rassegnazione si esce solo rimboccandosi le maniche senza lasciarsi prendere dai luoghi comuni; il compito della ricostruzione non può che iniziare dai tarantini stessi e dalla nascita di un nuovo rapporto con la propria città, da una sua nuova visione che sappia cogliere, oltre agli aspetti negativi, tutte le positività e potenzialità di sviluppo che possiede, e che sono tante, senza nulla togliere agli spaghetti con le cozze e alla passeggiata in via d’Aquino.

Bentornato autunno con la Sternbergia lutea

Sternbergia lutea

 

testo e foto di Francesco Lacarbonara

 

La Sternbergia lutea ((L.) Ker-Gawl., 1830) appartiene al genere Sternbergia (famiglia delle Amaryllidaceae) che conta  8-12 specie di piante originarie del Mediterraneo e del Medio Oriente.  Spesso sono scambiate per crochi, ma in autunno non ci sono crochi con fiori gialli; inoltre i crochi appartengono al genere delle Iridaceae, come il Crocus sativus L. (Zafferano vero) dal quale si ricava la ben nota spezia denominata “zafferano” utilizzata in cucina ed in alcuni preparati medicinali. Il nome del genere Sternbergia deriva da quello  del Conte Kaspar Maria von Sternberg di Praga (1761-1838), autore delle opere Revisio SaxifragrarumPojednání o rostlinopisu v Čechách (Trattato sulla flora boema) e coautore di un importante trattato paleontologico (la collezione mineralogica del Conte Sternberg costituisce la base del  Museo Nazionale di Praga, del  quale fu il fondatore). Si tratta di un genere affine a Narcissus (in inglese viene usato il nome comune Autumn daffodil probabilmente perché i bulbi assomigliano molto a quelli dei narcisi), l’affinità tra i due generi però è solo botanica. L’ovario delle Sternbergia è infero e contando gli stami si può notare che la Sternbergia ne ha sei, mentre i crochi solo tre. I fiori di tutte le specie sono di colore giallo, con la sola eccezione della rarissima Sternbergia candida con fiori bianchi. Tutte le specie sono a fioritura autunnale, ad eccezione di due specie: S. candidaS. fischeriana a fioritura tardo invernale o inizio primavera; la specie meglio nota e l’unica facilmente reperibile è la Sternbergia lutea.

Diffusa in quasi tutta Italia, ma ormai classificata come pianta rara, la Sternbergia offre in autunno una spettacolare fioritura tra i sassi calcarei della Murgia; spesso viene indicata come la migliore bulbosa a fioritura autunnale ed è ben nota agli appassionati di tutto il mondo. I suoi nomi inglesi, oltre al già citato Autumn daffodil, indicano la sua popolarità e l’associazione con i luoghi d’origine: Lily-of-the-fielde e Mount Etna Lily. Il nome volgare italiano, Zafferanastro giallo, richiama invece la somiglianza con la forma dei crochi autunnali. La pianta raggiunge l’altezza massima di 15-20 cm.; i fiori, di forma ovoidale e lunghi fino a 5 cm, sono portati da steli biancastri e sono di colore giallo oro. Le foglie lineari larghe ca. 1 cm sono presenti già al momento della fioritura a settembre o a ottobre e continuano ad allungarsi successivamente. La forma “Angustifolia” è caratterizzata da foglie più sottili. La specie affine Sternbergia sicula, frequentemente considerata una sottospecie della S. lutea, è leggermente più piccola; i suoi fiori hanno un colore giallo chiaro e le sottili foglie sono molto scure (di questa specie è nota anche la forma “Graeca” con foglie ancora più sottili e fiori ad imbuto) .

I bulbi della Sternbergia lutea assomigliano a quelli dei narcisi e sono ricoperti di catafilli di colore marrone scuro, la loro propagazione agamica è piuttosto lenta e questo fatto contribuisce alla scarsità delle piante in natura, i cui fiori vengono purtroppo spesso raccolti senza rispettare i divieti; a tal proposito ricordiamo che la Sternbergia lutea è una specie protetta ed inserita nell’Allegato II del CITES.

 

Il mirto tarantino, dai giardini di Venere alle coste del salento: viaggio alla scoperta di una tipica pianta della macchia mediterranea (seconda parte)

Fiori di mirto (Myrtus communis L.) – Giancarlo Dessì

 

di Francesco Lacarbonara

 

Dopo aver descritto le caratteristiche botaniche e raccontato i principali miti che lo vedono protagonista in virtù della sua interessante simbologia, concludiamo il nostro breve viaggio alla scoperta del mirto con un accenno a quelle che sono le sue proprietà fitoterapiche, al suo uso in cucina, nella cosmesi, e in altri campi.

Per il suo contenuto in olio essenziale (mirtolo, contenente mirtenolo e geraniolo e altri principi attivi minori), tannini e resine, il mirto è

Il mirto tarantino: dai giardini di Venere alle coste del Salento, viaggio alla scoperta di una tipica pianta della macchia mediterranea

di Francesco Lacarbonara

Non sono pochi in Italia gli orti botanici, le ville, i giardini (pubblici o privati) che possono vantare nelle loro ricche collezioni di piante superbi arbusti di mirto tarantino, a volte alti anche alcuni metri. Si rimane però sorpresi dal constatare come questa pianta, nota già dai tempi più remoti per le sue propietà cosmetiche e curative e considerata sacra da Greci e Romani, sia così poco conosciuta proprio nel suo territorio di provenienza. Iniziamo allora a fare la conoscenza del mirto accennando a quelle che sono le sue caratteristiche botaniche.

Fiori di mirto (Giancarlo Dessì)

Famiglia numerosa quella delle Mirtacee, quasi 4000 specie, alla quale il mirto (Myrtus communis L.) dà il nome, così come all’ordine cui esse appartengono: Myrtales. Si tratta per lo più di alberi e arbusti tropicali o subtropicali, quasi tutti aromatici e ricchi di oli essenziali. Tra di essi ricordiamo il Caryophillus aromaticus L. (sin. Eugenia

Il Salento di Francesco/ Orchidee salentine 4

Serapias cordigera (L.): genere spiccatamente mediterraneo, il nome Serapias fu dato da Diocoride a una non meglio identificata orchidea dalle presunte proprietà afrodisiache in riferimento a Serapis (Serapide), dio dell’antico Egitto il cui culto era propiziatorio per la fertilità. La cordigera

Il Salento di Francesco/ Orchidee salentine 3

Anacamptis coriophora (L.) subsp. fragrans (ph. Francesco Lacarbonara)

Anacamptis coriophora (L.) subsp. fragrans: il nome Anacamptis viene fatto derivare dal verbo greco “anacámptein”; chi lo traduce con “incurvare, ripiegare” vede l’origine della parola nella forma dei tepali incurvati in alto, chi invece traduce con “piegare verso l’alto” attribuisce l’origine del nome Anacamptis alle due lamelle rialzate e piegate verticalmente alla base del labello in A. pyramidalis. Nel vecchio inquadramento al genere Anacamptis veniva assegnata una sola specie per l’Italia, per l’appunto l’A. pyramidlis (L.), ma in seguito alla riorganizzazione del genere Orchis, diversi taxa già assegnati a questo sono confluiti in Anacamptis, che comprende adesso una trentina di specie, tra cui l’A. coriophora (L.). Il nome specifico coriophora deriva dalle parole greche “kóris” (cimice) e “phéro” (porto), alla lettera quindi: “portatrice di cimici”, ma la pianta ha a che fare con le cimici solo per lo sgradevole odore dei fiori nell’entità tipo (nella vecchia nomenclatura era indicata anche con il sinonimo di Orchis cimicina (Crantz), it. Cimiciattola, Orchidea cimicina) diffusa in Europa centrale e orientale, zone basse della Regione alpina. In Italia la sottospecie tipo è presente al Nord, mentre nella penisola predomina la più xerofila subsp. fragrans (Pollini), i cui piccoli fiori, da verdastri a porporini, emanano un gradevole odore di vaniglia (da cui il nome). La subsp. coriophora ama i prati freschi e umidi e un suolo debolmente acido, mentre la nostra fragrans preferisce terreni basici, luoghi secchi, prati magri, cespuglieti, radure, margini di strade e sentieri. Fiorisce tra aprile e gli inizi di giugno ad altitudini comprese tra il livello del mare e i 1500 m circa.

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