Una nuova edizione per la Fondazione. Nardò e i suoi

Nardò e i suoi

Con cerimonia privata, cui si accede per invito, sarà presentato e distribuito questa sera l’ultimo lavoro inserito tra le pubblicazioni della Fondazione, Nardò e i suoi. Studi in memoria di Totò Bonuso.

Un volume di 400 pagine, cartonato, in formato 24×30 cm, con saggi tutti riguardanti Nardò, a cura di Marcello Gaballo, presentazione di Luciano Tarricone. Edizione non in vendita. ISBN: 978-88-906976-5-4.

Saggi di Francesco Giannelli, Armando Polito, Maurizio Nocera, Gian Paolo Papi, Giuliano Santantonio, Fabrizio Suppressa, Paolo Giuri. Giovanni De Cupertinis, Marcello Gaballo, Stefano Tanisi, Alessandra Guareschi, Alessio Palumbo, Elio Ria, Maurizio Geusa, Pino De Luca, Letizia Pellegrini, Massimo Vaglio, Valentina Esposto, Daniele Librato, Mino Presicce, Pippi Bonsegna.

 

 

Luciano Tarricone, presentazione ……………………….……………………………………. p. 1
Francesco Giannelli, Tracce di preistoria e protostoria nel territorio di Nardò …… 5
Armando Polito, Un toponimo sulla riviera di Nardò: la Cucchiàra ………………….. 11
Maurizio Nocera, Della tipografia e dei libri salentini ……………….……………………. 15
Gian Paolo Papi, La “Madonna di Otranto” in territorio di Cascia
tra i possibili lavori del neritino Donato Antonio d’Orlando ……………………………… 29
Armando Polito, Antonio Caraccio l’Arcade di Nardò ……………………..……………… 41
Giuliano Santantonio, Ipotesi di attribuzione di alcuni dipinti
a Donato Antonio D’Orlando, pittore di Nardò ………………………………………………. 67
Fabrizio Suppressa, Torre Termite, la masseria degli olivi selvatici …………………. 81
Paolo Giuri – Giovanni De Cupertinis, Il seminario diocesano di Nardò dal xvii al xix secolo …………………………………………………………………………………………………….. 91
Marcello Gaballo, Un’architettura rurale impossibile da dimenticare.
Lo Scrasceta, dalle origini ai nostri giorni ………………………………………………………101
Stefano Tanisi, Lo scultore leccese Giuseppe Longo
e l’altare di San Michele Arcangelo nella Cattedrale di Nardò ………………….……… 117
Marcello Gaballo, Achille Vergari (1791-1875) e il suo contributo
per debellare il vajolo nel Regno di Napoli ……………………………………………………. 131
Alessandra Guareschi, L’arte “nazionale” di Cesare Maccari nella Cattedrale di Nardò ………………………………………………………………………………………………………. 147
Alessio Palumbo, Il mito di Saturno in politica: le elezioni del 1913 a Nardò ………………………………………………………………………………………………………. 185
Elio Ria, Piazza Salandra, un esempio di piazza italiana. ……………………………….. 193
Maurizio Geusa, Uno sconosciuto fotografo di Nardò al servizio dell’Aeronautica Militare ……………………………………………………………………………………………………… 199
Pino De Luca, Histoire d’(lio)……………..…………………………………………………………. 227
Letizia Pellegrini, Scritture private e documenti.
L’archivio privato di Salvatore Napoli Leone (1905-1980) ………………………………… 231
Massimo Vaglio, Olio e ulivi del Salento ………………..………………………………………. 257
Maurizio Nocera, Diario di un musico delle tarantate. Luigi Stifani di Nardò …………263
Valentina Esposto – Daniele Librato, L’archivio storico del Capitolo
della Cattedrale di Nardò. Inventario (1632-2010) ……………………..……………………. 289
Mino Presicce, Edizioni a stampa della tipografia Biesse di Nardò (1984 – 2015) …377
Pippi Bonsegna, Ricordo di Totò Bonuso una vita per il lavoro… e non solo

 

Un villaggio dell’età del bronzo a Torre Suda di Racale

racale

di Francesco Giannelli

 

Questo studio parte da lontano ed è emblematico di come spesso l’attività di ricerca in ambito archeologico possa essere assimilata all’investigazione che le forze di polizia svolgono per dirimere i fatti di cronaca.

Raccogliere indizi, tasselli, che poi magicamente, unendosi, svelano un quadro bellissimo e sorprendente.

Tutto parte da una rivelazione che anni fa mi fece mio padre: non ricordo in che occasione ebbe a parlarmi del famoso “cavallone”, un enorme cumulo di pietre non più esistente che si trovava nella zona della torre della marina di Torre Suda a Racale, a pochi metri dal mare.

 

Le notizie erano scarse, ma il solo fatto che ne venisse perpetuata la memoria mi faceva intuire che doveva trattarsi di qualcosa di anomalo ed inspiegabile agli occhi della gente comune. Non una semplice specchia, di quelle i nostri contadini ne hanno viste tante, né il risultato di un semplice spietramento visto che la zona non è mai stata frequentata dall’uomo ai fini produttivi fino ai primi decenni del XX secolo e poi così vicino al mare….

Comunque l’interrogativo rimase sospeso in attesa di tempi propizi per essere svelato.

torre suda

Fu così che circa un anno fa mi imbattei in un anziano vicino di casa, un vecchietto ultranovantenne con una intelligenza ed una lucidità ancora intatte, un patrimonio di memoria storica, il quale a mia precisa domanda se avesse mai sentito parlare del “cavallone” rispose con entusiasmo di sì, ma non solo, egli aveva partecipato ancora adolescente allo sbancamento dello stesso al fine di utilizzarne il materiale lapideo per la costruzione della litoranea che tutti oggi percorriamo in direzione nord partendo proprio da Torre Suda. Capii subito che potevo trovarmi di fronte ad una svolta. Ne approfittai così per effettuare un vero e proprio interrogatorio al caro amico il quale mi fornì prontamente tutte le informazioni di cui avevo bisogno: lunghezza e direzione del cumulo, altezza, forma e dimensione del materiale litico di cui era composto. Il quadro iniziava a chiarirsi, ma servivano ancora altri indizi per avere la prova che si trattasse di quello che pensavo fosse.

torre suda 1

Prima però di procedere oltre con il racconto degli eventi successivi occorre chiarire, a chi non la conoscesse, la geomorfologia del luogo ove sorge la torre di Suda. Ci troviamo, infatti, in presenza di un vero e proprio promontorio che si eleva 5 mt sul livello del mare e con una forma a semiluna si protende nello ionio per circa 250 mt con a nord e a sud due insenature dai cui anfratti rocciosi scaturisce perennemente acqua dolce. Orbene, in base alla testimonianza orale, il “cavallone” percorreva da insenatura a insenatura tale promontorio in direzione sud – nord per oltre 300 mt. in maniera da “tagliarlo” e isolarlo dal resto del paesaggio circostante. La sua altezza era di circa 4/5 metri con una larghezza alla base di oltre 7 mt ed era composto da una quantità innumerevole di pietre di dimensioni medio grandi, con in basso le più enormi che per essere utilizzate dal cantiere furono frantumate con l’ausilio di cariche esplosive. Il nome “cavallone” quindi era prontamente spiegato: a chi arrivava al mare da Racale, discendendo la serra degli specchi, si presentava di traverso questa enorme onda costituita da pietre, quasi a voler sommergere i visitatori.

Ma a cosa serviva e chi e quando aveva realizzato un’opera così dispendiosa di energie e manodopera?

torre

 

Fonti documentali

Iniziai così le ricerche documentali con l’ausilio dell’associazione culturale A.s.c.Ra. di Racale, di cui mi onoro di essere socio, che mi fornì il materiale che desideravo.

In primo luogo fu di fondamentale importanza la consultazione della tesi di laurea del prof. Dario Morgante dal titolo “Il tratto costiero Ionico – Salentino, Leuca – Gallipoli”, relatore l’illustre prof. Dino Adamesteanu.

In tale tesi vi è un capitolo concernente la marina di Torre Suda in cui sono analizzati alcuni reperti rinvenuti durante i lavori effettuati negli anni settanta per la costruzione di una piazzetta nelle immediate vicinanze della torre. Un frammento di ascia e diversi resti di ceramica ad impasto attribuibili al bronzo recente facevano concludere che il sito era stato con molta probabilità abitato nel 1300 a.c.

Tempo addietro feci un sopralluogo e nelle poche zone non ancora stravolte dall’attività antropica rinvenni diversi frammenti di ceramica dell’età del bronzo a conferma di quanto testimoniato in precedenza.

ok

Il toponimo “Suda”.

E’ ormai unanimemente accettato che il luogo ove sorge la torre ha dato il nome alla stessa e non viceversa.

Le fonti a sostegno di tale tesi sono diverse, la più importante delle quali è del 1154 (quattrocento anni prima della costruzione difensiva) anno in cui fu pubblicata l’opera del geografo marocchino Edrisi dal titolo “Divertimento di colui che desidera viaggiare per il mondo” in cui nel descrivere il periplo della penisola salentina si dice:<<Da Otranto al promontorio della Suda…>>.

Ma da dove deriva l’etimo “Suda”? Rispondendo a questa domanda capiremo il collegamento con il famoso “cavallone”. Come sappiamo siamo in una zona a forte influenza linguistica greca, lo si deduce dai nomi dei paesi vicini, e alla stessa radice non si poteva sottrarre “Suda”. Lo studioso tedesco Gehrard Rohlfs nel suo “Scavi linguistici nella Magna Grecia” riferendosi alla nostra località dice:<<…toponimo di Creta e del Peloponneso, dal greco volgare fossato >>, intendendo per fossato un’opera difensiva in genere.

Così è che, infatti, viene utilizzato tale termine negli “Annales Barenses” di Lupo Protospatario, una cronaca degli avvenimenti storici del medioevo, ove, riferendosi alla discesa di Maniace a Taranto dice:<<… et fecit suda in loco qui dicitur Tara.>>.

Nel “Glossarium mediae et infimae latinitatis” di Charles Du Fresne, la voce suda o zuda indica un accampamento, un fossato, un vallum, comunque una fortificazione.

torre racale

La prova regina.

Un anno fa comprai una pubblicazione sullo sviluppo della marina di Torre Suda nello scorso secolo. Tra le varie foto presenti una mi colpì subito: era ritratta la torre ai primi del novecento. Fin qui niente di straordinario se non per il fatto che la si poteva scorgere solo per la metà superiore. Cosa la copriva nella parte inferiore? Era quello che pensavo? Subito mi prodigai per reperire l’originale, e dopo varie traversie ne venni in possesso, il segreto fu svelato: nella foto originale del 1910, non circoscritta alla sola torre, si poteva ammirare il “cavallone” in quasi tutta la sua estensione e maestosità. Veniva fugato così ogni dubbio sulla sua reale funzione: era una colossale opera difensiva realizzata con il sacrificio di molti uomini e di cui purtroppo nulla è rimasto.

 

Il contesto storico.

“All’inizio del II millennio a.C. lungo le coste e le aree paralitorali della Puglia adriatica e ionica si manifesta l’insorgenza di numerosi insediamenti non di rado provvisti di opere di fortificazione costituite da muraglioni in pietrame a secco e/o terrapieni. Il fenomeno sembra rispondere ad una generalizzata necessità di acquisire il controllo territoriale di posizioni strategiche nelle quali localizzare forme residenziali anche a carattere complesso. Una risposta delle comunità indigene, o di gruppi di esse, agli stimoli provenienti dal mare e portati dai primissimi rapporti commerciali con i navigatori egeo – micenei” che “scatenò una competizione finalizzata all’acquisizione del miglior scalo marittimo possibile” e successivamente “un incremento della conflittualità tra comunità costiere e comunità dell’interno la cui struttura economica e sociale sarebbe invece restata più ancorata allo sfruttamento delle risorse del territorio”[1].

In questo contesto potrebbero trovare spiegazione le specchie monumentali sorte per controllare il territorio e di cui proprio a Racale, sulla sommità della collina che sovrasta il promontorio di Suda, abbiamo un magnifico esempio.

 

Gli insediamenti costieri attestati nella nostra regione sono: Torre Mileto (Lesina,FG), Punta Molinella (Vieste, FG), Punta Manacore (Peschici,FG), Coppa Nevigata (Manfredonia, FG), e nel Salento, Egnazia (Fasano, BR), Torre Guaceto (Carovigno, BR), Scogli di Apani (Brindisi), Roca (Melendugno,LE), Santa Maria di Leuca (Leuca, LE), Torre dell’Alto (Nardò, LE), Torre Castiglione, Bagnara, Torre Castelluccia, Porto Perone e Scoglio del Tonno, in provincia di Taranto.

Nella maggior parte di questi siti si riscontrano le caratteristiche geomorfologiche presenti sul promontorio di Suda, e cioè uno sperone o promontorio che si inoltra nel mare cinto da opere murarie difensive al fine di proteggerlo da eventuali attacchi via terra.

Il villaggio fortificato di Suda si collocava quindi tra quello di Santa Maria di Leuca, e quello di Torre dell’Alto, presso Santa Caterina (Nardò,LE).

Proprio in quest’ultimo sito è ancora possibile ammirare un aggere, o, come chiamato volgarmente a Racale, “cavallone”, in buona parte ancora intatto, elevato a proteggere la penisola su cui sorge la torre.

la foto del 1910
la foto del 1910

 

[1] Teodoro Scarano, Roca. Le fortificazioni della media età del bronzo, pp. 156 – 158, in “Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa”, serie 5 – 2010, 2/2

Una probabile nuova specchia in territorio di Alliste

lato nord-est della costruzione
lato nord-est della costruzione

testi e foto di Francesco Giannelli

 

 

La passione e lo studio del territorio vengono spesso gratificati da chi sa ben porsi nei confronti del nostro paesaggio, mai sufficientemente studiato e valorizzato.

Una terra generosa, plurimillenaria, che porta ancora in sé i segni dell’uomo antico, almeno fino a quando si cercherà di tutelarla e difenderla dai numerosi tentativi di antropizzazione, non sempre leciti e rispettosi.

In una delle mie recentissime escursioni, questa volta sulla Serra “Calaturo” di Alliste, credo di essermi imbattuto in una presunta specchia o fortificazione di epoca remota. Mi pare che essa sia sconosciuta ai più, e non la ritrovo tra quelle censite dal De Giorgi in Alliste, che in questo comune classificò solo Specchia Sciuppano e Specchia dell’Alto. Per quel che ne so il felice mio ritrovamento non mi pare sia stato censito da altri studiosi locali e sono ben lieto di renderlo noto ai lettori di questo sito e a quanti si interessano di questo argomento.

specchia  (10)

Alla segnalazione aggiungo anche qualche dato, per supportare la notizia e per coinvolgere gli esperti, sebbene stia per inviare dovuta comunicazione alla Soprintendenza.

Ciò che mi ha colpito sono state soprattutto le dimensioni notevoli della costruzione, circa 24 mt di diametro, con un muro perimetrale che in alcuni punti dell’alzato registra un’altezza compresa tra i 2 e 2,5 mt.

Costruita con massi non perfettamente squadrati, colpisce la dimensione notevole di alcuni di quelli incastrati in più punti e soprattutto di alcuni massi che formano il basamento, almeno per quello che si riesce a intravedere.

particolare del muro sul lato sud
particolare del muro sul lato sud
particolare del muro sul lato est
particolare del muro sul lato est

La mia inadeguata formazione archeologica mi impedisce di formulare ipotesi fondate, ma non risulta insufficiente a ritenere l’affascinante costruzione un’opera di fortificazione o forse anche solo di avvistamento, considerando la strategica posizione, ad un’altitudine di 61 mt s.l.m., che permette di godere di una meravigliosa vista panoramica del territorio circostante, compresi, a sud, il tratto di costa prospiciente Ugento e fino a Torre Pali, ad est tutta la vallata fino alla serra di Casarano e di sant’Eleuterio (Parabita). Un’ulteriore, inevitabile, considerazione riguarda il collegamento a vista tra la nostra e la nota Specchia dell’Alto in direzione nord, quasi anticipasse la collaudata comunicazione tra le torri costiere meridionali che sarebbero sorte qualche secolo dopo.

vista dal lato sud
vista dal lato sud

 

vista dal lato ovest
vista dal lato ovest

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